{"id":20696,"date":"2009-06-07T00:00:00","date_gmt":"2009-06-07T00:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=20696"},"modified":"2009-06-07T00:00:00","modified_gmt":"2009-06-07T00:00:00","slug":"6518-jeremy-rifkin-la-triplice-emergenza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=20696","title":{"rendered":"6518 Jeremy Rifkin: La triplice emergenza"},"content":{"rendered":"<p>20090123 20:32:00 redazione-IT<\/p>\n<p>Jeremy Rifkin &#8211; (da L\u2019espresso)<\/p>\n<p>Credito, energia, cambiamenti climatici. Le crisi sono collegate e si alimentano reciprocamente. Per questo sono cos\u00ec difficili da battere. La soluzione \u00e8 trasformarle in opportunit\u00e0 commerciali. Ammesso che ce ne sia il tempo<\/p>\n<p>Stiamo vivendo un periodo storico di enorme precariet\u00e0. Incombe infatti su di noi la prospettiva concreta di un tracollo economico globale, della portata di quello verificatosi durante la Grande Depressione negli anni Trenta. La crisi creditizia globale \u00e8 aggravata dalla crisi energetica globale e dalla crisi del cambiamento del clima globale, e tutte insieme contribuiscono a creare un possibile cataclisma per la civilt\u00e0 umana, diverso da qualsiasi altra cosa alla quale si sia assistito finora.<\/p>\n<p>Le tre crisi globali sono collegate tra loro e si alimentano reciprocamente. Affrontare questa triplice minaccia che incombe sul nostro stile di vita obbliga a dare il via a una nuova programmazione economica che riesca a trasformare in modo efficiente le avversit\u00e0 contingenti in altrettante opportunit\u00e0.<br \/>\nL&#8217;attuale crisi creditizia, che sta dilagando in Europa e nel mondo intero, \u00e8 iniziata nei primi anni Novanta. Da circa un decennio gli stipendi negli Stati Uniti erano fermi e in flessione. L&#8217;America \u00e8 uscita dalla recessione degli anni 1989-1991, determinata almeno in parte da una contrazione del mercato immobiliare, estendendo a milioni di americani il credito al consumo. Il diffondersi di carte di credito facilmente ottenibili ha consentito ai consumatori statunitensi di acquistare beni e servizi ben al di l\u00e0 delle proprie effettive possibilit\u00e0.<br \/>\nLa &#8216;cultura della carta di credito&#8217; ha incrementato il potere di acquisto e ha rimesso all&#8217;opera e al lavoro le aziende e i lavoratori americani per produrre tutti quei beni e quei servizi che erano acquistabili ricorrendo al credito. Negli ultimi 17 anni, i consumatori americani hanno sostenuto l&#8217;economia globale, in buona parte grazie agli acquisti effettuati con le carte di credito. Lo scotto pagato per mantenere l&#8217;economia globale sulle spalle di un debito al consumo sempre pi\u00f9 alto negli Stati Uniti, tuttavia, ha comportato il dissolvimento dei risparmi delle famiglie americane. Nel 1991 i risparmi per nucleo familiare erano mediamente intorno all&#8217;8 per cento, mentre nel 2006 sono smaccatamente passati nella categoria dei passivi. Oggi una famiglia americana media spende pi\u00f9 di ci\u00f2 che guadagna: tale situazione si definisce &#8216;reddito passivo&#8217;, un ossimoro che ben rappresenta un approccio errato allo sviluppo economico.<\/p>\n<p>A peggiorare le cose, la crisi creditizia globale ha subito un&#8217;ulteriore escalation negli ultimi due anni per l&#8217;impennata del prezzo del petrolio, che nel luglio 2008 ha raggiunto sui mercati mondiali la cifra di 147 dollari al barile. Questa impennata del greggio ha inferto un duro colpo all&#8217;inflazione, ha ridotto significativamente il potere di acquisto dei consumatori, ha rallentato la produzione e aumentato la disoccupazione, creando ancor pi\u00f9 scompiglio e preoccupazione in un&#8217;economia gi\u00e0 assillata dai debiti.<br \/>\nOrmai siamo di fronte a un nuovo fenomeno, detto &#8216;Peak Globalization&#8217; (picco della globalizzazione), che si \u00e8 verificato quando il petrolio ha toccato i 150 dollari al barile. Oltre questo livello, l&#8217;inflazione crea come un muro di sbarramento nei confronti di una crescita economica continuata, spingendo l&#8217;economia globale inesorabilmente indietro, verso la crescita zero. \u00c8 solo con la contrazione dell&#8217;economia globale che il prezzo dell&#8217;energia ha ripreso a scendere in virt\u00f9 della minore energia utilizzata.<br \/>\nL&#8217;importanza della &#8216;Peak Globalization&#8217; non \u00e8 sopravvalutata. La premessa essenziale della globalizzazione era che l&#8217;abbondanza di petrolio a basso prezzo avrebbe consentito alle grandi aziende di spostare i capitali in direzione dei mercati del lavoro a bassa retribuzione salariale, dove i prodotti alimentari e i manufatti possono essere realizzati con minima spesa e con ingenti margini di guadagno, per poi essere spediti in tutto il mondo. Questa premessa di base \u00e8 sfumata, con conseguenze preoccupanti per il processo di globalizzazione.<br \/>\nPer comprendere come sia stato possibile arrivare a questo punto, occorre ritornare indietro nel tempo, per la precisione al 1979, l&#8217;anno in cui &#8211; secondo uno studio effettuato dalla BP, la compagnia petrolifera britannica &#8211; il petrolio globale pro capite tocc\u00f2 il suo picco massimo. Per l&#8217;opinione pubblica \u00e8 decisamente pi\u00f9 famigliare l&#8217;espressione &#8216;picco della produzione globale di petrolio&#8217;, che si riferisce al periodo temporale nel quale si esaurisce la met\u00e0 del petrolio disponibile al mondo. Secondo i geologi il picco della produzione globale di petrolio molto verosimilmente dovrebbe aver luogo in un momento imprecisato compreso tra il 2010 e il 2035. Il picco della produzione petrolifera pro capite, invece, \u00e8 il motivo per il quale il picco della globalizzazione si \u00e8 verificato ben prima di quello della produzione petrolifera.<br \/>\nDopo il 1979, la quantit\u00e0 di petrolio a disposizione di ogni essere umano ha iniziato a diminuire. Anche se da allora si sono scoperti altri giacimenti di greggio, il fatto che la popolazione terrestre aumenti di continuo significa che, se il petrolio fosse distribuito in modo uniforme a tutti gli esseri umani, ogni individuo si ritroverebbe meno petrolio a disposizione. Quando Cina e India negli anni Novanta hanno dato inizio al loro impressionante sviluppo, la loro richiesta di petrolio \u00e8 schizzata alle stelle. La domanda ha cominciato a superare l&#8217;offerta e il prezzo del petrolio ha iniziato inesorabilmente a salire.<br \/>\nLa conclusione di questo processo \u00e8 che con meno petrolio pro capite teoricamente disponibile, tutti i tentativi di portare un terzo dell&#8217;intero genere umano &#8211; a tanto ammonta complessivamente la popolazione di Cina e India &#8211; nella Seconda Rivoluzione Industriale su base petrolifera, si scontrano con una limitata disponibilit\u00e0 di petrolio. In altre parole, le pressioni e le richieste da parte di una popolazione terrestre in continuo aumento di disporre di riserve petrolifere limitate inevitabilmente ne fa lievitare il prezzo, e quando il petrolio tocca i 150 dollari al barile, l&#8217;inflazione diventa talmente pesante da fungere da fattore frenante nei confronti di un&#8217;ulteriore crescita economica e l&#8217;economia globale si contrae.<br \/>\nIl prezzo in forte aumento dell&#8217;energia \u00e8 incluso in ogni prodotto che realizziamo. I nostri alimenti sono ottenuti con fertilizzanti, petrolchimici e pesticidi; le nostre materie plastiche e i materiali da costruzione; la maggior parte dei prodotti farmaceutici e gli stessi abiti che indossiamo sono realizzati anch&#8217;essi a partire da combustibili fossili, come pure i nostri mezzi di trasporto e l&#8217;elettricit\u00e0. Il costo pi\u00f9 alto dell&#8217;energia ha un impatto incisivo su ogni aspetto della produzione, e al tempo stesso rende sempre pi\u00f9 proibitivo il trasporto a lunga distanza via aerea e via mare con le navi cisterna. Quale che fosse il guadagno marginale precedentemente fruito da chi con la delocalizzazione spostava la produzione verso mercati del lavoro a bassa retribuzione salariale, \u00e8 adesso azzerato dai costi energetici sempre pi\u00f9 alti nell&#8217;intera catena di produzione. Questo segna l&#8217;effettiva fine della Seconda Rivoluzione Industriale, che ha luogo ancor prima che sia stato raggiunto il picco della produzione globale di petrolio.<\/p>\n<p>Al contempo, gli effetti del cambiamento climatico &#8216;in tempo reale&#8217; stanno aggravando ancor pi\u00f9 la situazione economica di varie zone del pianeta. L&#8217;ammontare dei danni arrecati all&#8217;economia statunitense dai soli uragani Katrina, Rita, Ike e Gustav si stima in eccesso nell&#8217;ordine dei 240 miliardi di dollari. Alluvioni, siccit\u00e0, incendi, tornados e altri cataclismi climatici estremi hanno decimato gli ecosistemi in tutto il mondo, non paralizzando soltanto la produzione agricola, ma anche le infrastrutture, rallentando l&#8217;economia globale e obbligando milioni di sfollati ad abbandonare le loro case.<br \/>\nIl governo statunitense ha varato un piano di salvataggio pari a quasi un trilione di dollari per salvare l&#8217;economia degli Stati Uniti, ma ci\u00f2 non sar\u00e0 sufficiente, in s\u00e9 e per s\u00e9, ad arginare la recessione e farci invertire direzione per entrare in un nuovo periodo di crescita economica sostenibile, e questo perch\u00e9 il debito complessivo dell&#8217;economia statunitense \u00e8 nell&#8217;ordine ormai di svariati trilioni di dollari. Nel frattempo, gli stipendi americani hanno continuato a rimanere immutati e la disoccupazione \u00e8 in incremento. La supposizione che l&#8217;attuale recessione sia a breve termine e puramente ciclica \u00e8 nel migliore dei casi ingenua e nel peggiore dei casi ingannevole. Le riserve energetiche globali, come pure quelle di gas naturale e di uranio, vanno economizzate, se dobbiamo soddisfare le aspettative di crescita del mondo sviluppato e di quello in via di sviluppo, mentre carbone, sabbie bituminose e greggio pesante sono troppo sporchi e inquinanti per poter essere utilizzati. Il cambiamento climatico in atto in tempo reale sta procedendo a un ritmo molto pi\u00f9 sostenuto rispetto alle proiezioni e ai modelli scientifici elaborati e resi noti in precedenza, e gi\u00e0 destabilizza interi ecosistemi e crea scompiglio nelle attivit\u00e0 economiche della societ\u00e0. Che fare, dunque?<br \/>\nIl nostro pianeta necessita di una visione economica adeguata, valida, nuova, che sposti la discussione e l&#8217;agenda relativa alla crisi creditizia globale, al picco petrolifero, e al cambiamento climatico dalla paura alla speranza, dai vincoli economici alle opportunit\u00e0 commerciali. Questa nuova concezione sta manifestandosi proprio in questo periodo, nel momento in cui le industrie si precipitano a introdurre le energie rinnovabili, gli edifici sostenibili, la tecnologia di immagazzinamento dell&#8217;idrogeno, reti intelligenti di servizio pubblico, veicoli elettrici ricaricabili, preparando il terreno per una Terza Rivoluzione Industriale post-carbone.<br \/>\nLa domanda pi\u00f9 importante che dobbiamo porci, a questo punto, \u00e8 la seguente: riusciremo a effettuare la transizione in tempo utile e a evitare di precipitare nell&#8217;abisso?<\/p>\n<p>(traduzione di Anna Bissanti)<\/p>\n<p>http:\/\/espresso.repubblica.it\/<\/p>\n<p>&nbsp;<br \/>\n6518-jeremy-rifkin-la-triplice-emergenza<\/p>\n<p>7253<br \/>\nEmiNews 2009<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>20090123 20:32:00 redazione-IT Jeremy Rifkin &#8211; (da L\u2019espresso) Credito, energia, cambiamenti climatici. 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