{"id":14946,"date":"2018-12-10T22:19:21","date_gmt":"2018-12-10T21:19:21","guid":{"rendered":"http:\/\/www.filef.net\/?p=14946"},"modified":"2019-10-22T20:48:01","modified_gmt":"2019-10-22T20:48:01","slug":"litalia-un-paese-strutturalmente-di-mobilita-e-di-emigrazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=14946","title":{"rendered":"\u201cL\u2019Italia, un Paese strutturalmente di mobilit\u00e0 e di emigrazione\u201d"},"content":{"rendered":"<p><strong>Intervista di Andrea Malpassi (ITACA) a Rodolfo Ricci (FIEI)<\/strong><\/p>\n<p><strong>Rodolfo Ricci, Segretario della FIEI e vicesegretario del CGIE,<\/strong>\u00a0\u00e8 una delle persone con le quali parliamo pi\u00f9 abitualmente dei temi della migrazione e della mobilit\u00e0 \u2013andando dai ragionamenti sui \u201cmassimi sistemi\u201d agli interventi nelle singole realt\u00e0 specifiche, da ardite considerazioni sociali e geopolitiche all\u2019aneddotica puntuale di fatti \u201cantichi\u201d avvenuti in piccole esperienze locali. Lo facciamo da anni, nelle occasioni formali del CGIE, nell\u2019ambito delle iniziative legate all\u2019associazionismo e anche e soprattutto in mille momenti informali, discorsivi, colloquiali.<\/p>\n<p>Per esperienza personale e per studi sul settore, \u00e8 probabilmente una delle persone che lavorano e studiano pi\u00f9 \u201caccanitamente\u201d sul\u00a0<strong>tema della cosiddetta \u201cNuova Emigrazione\u201d<\/strong>, cercando di coniugare l\u2019analisi dei dati specifici e dettagliati alle dinamiche socio-economiche che determinano le cause delle migrazioni di massa, interrogandosi continuamente sui nuovi bisogni emergenti e le possibilit\u00e0 di rispondervi.<\/p>\n<p>Qui abbiamo provato, soltanto su alcuni punti, a mettere nero su bianco e a dare una forma un po\u2019 ordinata a quello che pu\u00f2 capitare di affrontare in modo pi\u00f9 segmentato nelle iniziative formali\u00a0 o di dirci \u2013in modo disorganizzato e affastellato- davanti ad un caff\u00e8.\u00a0<strong>Cercando di affrontare, con alcune domande molto ampie, l\u2019universo nel quale si inserisce il mondo della migrazione italiana.<\/strong><\/p>\n<p>Come potrete vedere, il risultato \u00e8 andato ben oltre le nostre aspettative. Si va dalle differenze tra vecchie e nuove migrazioni italiane al ruolo storico della rappresentanza, dagli stati a forte emigrazione che diventano \u201crazzisti\u201d all\u2019inserimento scolastico dei bimbi italiani nati all\u2019estero; dai Comites e CGIE a Fabrizio De Andr\u00e9, dal \u201creferendum contro l\u2019inforestieramento\u201d al neoliberismo. Passando \u2013e certo non superficialmente- a\u00a0<strong>quale idea di societ\u00e0 abbiamo in mente per garantire ai migranti i diritti di cui devono godere tutti i cittadini: anche \u2013 e soprattutto- il diritto a non essere costretti ad emigrare.<\/strong><\/p>\n<p>Ne viene fuori un lungo racconto, che vale davvero la pena di leggere. Per conoscere, sicuramente, e ancora di pi\u00f9 per essere stimolati a riflettere e interrogarsi.<\/p>\n<p>Fosse un libro, consiglieremmo di regalarlo per Natale: di questi tempi, \u00e8 una lettura che pu\u00f2 fare solo bene.<\/p>\n<p><em>Andrea Malpassi (Itacaonline.org)<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Potete scaricare il testo completo \u2013per leggerlo pi\u00f9 tranquillamente e conservarlo- \u00a0<a href=\"https:\/\/itacaonline.org\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/Intervista-Rodolfo-Ricci.pdf\">nella nostra sezione documenti.<\/a><\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Intervista a Rodolfo Ricci<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Trecentomila persone nell\u2019ultimo anno, oltre un milione negli ultimi cinque, una \u201cbilancia\u201d tra chi arriva e chi parte che \u2013ormai da due anni- ha riaffermato che l\u2019Italia \u00e8 un paese di emigrazione, pi\u00f9 che di immigrazione. Che cosa sta succedendo nel nostro Paese? Possiamo limitarci a considerare il fenomeno come \u201cfisiologico\u201d all\u2019interno di un\u2019economia e di un sistema sociale nord-occidentale interconnesso economicamente e socialmente agli altri Paesi dell\u2019area o \u00e8 indice di elementi pi\u00f9 profondi e strutturali specifici della nostra realt\u00e0 nazionale?<\/em><\/p>\n<p><strong>Penso che il nostro Paese stia rinverdendo la sua antica tradizione di essere strutturalmente Paese di mobilit\u00e0 e di emigrazione.<\/strong>\u00a0Dico strutturalmente intendendo sia una certa propensione culturale che gli deriva dall\u2019essere un Paese di mezzo, marinaro, all\u2019incrocio tra pi\u00f9 mondi e civilt\u00e0 (che ha sempre contraddistinto in particolare settori specifici e pezzi delle \u00e9lites del Paese, che fossero tecnici, artisti, scienziati, religiosi, ecc.), sia la ricorsiva reazione delle masse popolari che si \u00e8 riprodotta pressoch\u00e9 in tutti i diversi momenti di grandi crisi economico-sociali che hanno riguardato l\u2019Italia: quando la politica non ha voluto o non \u00e8 riuscita a risolvere le contraddizioni che emergevano in delicati passaggi storici, si \u00e8 sempre aperto il fiume dell\u2019emigrazione di massa, cio\u00e8 dell\u2019emigrazione forzata. Mi ha sempre colpito, a questo proposito, l\u2019espressione di Carlo Levi che, considerando la prima grande emigrazione di fine Ottocento e inizio Novecento, la attribuiva alle modalit\u00e0 con cui era stata condotta l\u2019unificazione del Paese, cio\u00e8, sostanzialmente, all\u2019annessione (o colonizzazione) del meridione italiano. \u201cO brigante o emigrante\u201d, secondo l\u2019espressione che Levi mutua da Francesco Saverio Nitti, ultimo presidente del Consiglio prima del fascismo ed esule a Parigi insieme ai fratelli Rosselli, il quale l\u2019aveva a sua volta ripresa da altri studiosi meridionalisti che sedevano nel Parlamento e che improntarono le diverse indagini parlamentari sul meridione che si svolsero in quel tempo.<\/p>\n<p>In pratica si sosteneva che, fallita la rivolta sociale che diede vita al brigantaggio, che con tutte le sue ambiguit\u00e0 era fondamentalmente una rivolta sociale, per sopravvivere non restava che la via dell\u2019espatrio, cio\u00e8 della Fortuna.\u00a0<strong>Andare a cercare Fortuna in America era la soluzione alternativa a quel fallimento.<\/strong>\u00a0Ed era una soluzione individuale: la Fortuna \u00e8 una dea individuale, non condivisibile o collettiva. E\u2019, in un certo senso, la presa di coscienza che non ci sono alternative collettive. Quando in molti convengono su questa presa d\u2019atto, il fenomeno, da individuale si trasforma tuttavia in fenomeno di massa. Se ci pensiamo, la stessa cosa si ripete nel secondo dopoguerra con una configurazione analoga: fallimento della riforma agraria, insostenibilit\u00e0 della competizione internazionale sul prezzo dei prodotti agricoli di cui viveva gran parte della popolazione, e cio\u00e8 fallimento di una politica di riequilibrio tra areee del Paese e tra classi sociali, quindi di nuovo emigrazione, sia interna, dal sud verso il nord, sia verso l\u2019estero.<\/p>\n<p><strong>Adesso, secondo me ci troviamo ad uno snodo simile:<\/strong>\u00a0la crisi ha accelerato i differenziali di produttivit\u00e0 tra l\u2019Italia e in generale tra i Paesi periferici e quelli centrali dell\u2019Europa; questi differenziali acuiscono le contraddizioni sociali nei Paesi pi\u00f9 deboli; non vi sono prospettive di riequilibrio a livello continentale, come mostrano anche gli eventi greci del 2015 e quelli della cronaca pi\u00f9 attuale; cio\u00e8 non c\u2019\u00e8 un\u2019alternativa sistemica, i singoli Paesi continuano a tenere al centro i propri interessi particolari, non quelli generali dell\u2019Unione; i cosiddetti mercati fanno il resto o inducono i singoli Paesi a comportarsi in questo modo. Mentre all\u2019interno non c\u2019\u00e8 volont\u00e0 di ridistribuzione della ricchezza, come mostra la difficolt\u00e0 a prendere solo in considerazione l\u2019introduzione di una vera patrimoniale, non quella sulla prima casa, per capirci, ma quella sui grandi redditi e patrimoni, e quindi il risultato \u00e8 che il Paese produce e crea lavoro per una frazione del suo potenziale. Si riproduce l\u2019alleanza tra grande finanza nei Paesi guida e rentiers nei Paesi in difficolt\u00e0, l\u2019economia reale viene compressa in periferia e concentrata nei centri direzionali.\u00a0<strong>A chi \u00e8 fuori del circuito produttivo, non resta che emigrare.<\/strong><\/p>\n<p><strong>Da questo punto di vista, questa non \u00e8 mobilit\u00e0 o libera circolazione. E\u2019 a tutti gli effetti emigrazione.<\/strong>\u00a0Anche molto forzata, al di l\u00e0 del sentimento di liberazione che una giovane o un giovane possono sentire una volta superati i confini nazionali. E guardando le statistiche sui movimenti di popolazione in Europa, dal sud e dall\u2019est nell\u2019ultimo trentennio, il quadro \u00e8 chiarissimo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Dopo oltre dieci anni, viene ancora spontaneo ad una cospicua parte dei media e delle istituzioni marginalizzare il fenomeno come \u201cfuga dei cervelli\u201d; ma in alcune realt\u00e0, come ad esempio nel Regno Unito in vista della Brexit, ragionano esplicitamente di come far accedere i nostri ragazzi al loro Paese con un \u201cvisto per camerieri\u201d. Considerando dunque la nostra emigrazione come supporto lavorativo non particolarmente qualificato: esattamente come avveniva nel secondo dopoguerra. Quanto \u00e8 diversificata la realt\u00e0 migratoria italiana oggi e quanto \u00e8 possibile analizzarla davvero, visti i limiti che presentano gli strumenti istituzionali (quale \u00e8 ad esempio l\u2019AIRE)?<\/em><\/p>\n<p><strong>La narrazione dei cervelli in fuga \u00e8 una sorta di escamotage<\/strong>\u00a0per cui il fenomeno sarebbe relegato ai settori elitari di popolazione con alti livelli culturali; per la verit\u00e0, anche solo questo fatto dovrebbe indurre una grande preoccupazione, perch\u00e9 la sfida della competizione si gioca sempre pi\u00f9 sulla disponibilit\u00e0 di competenze alte. Forse se si sapesse che il 30% dei ricercatori attivi in Francia sono italiani, che solo a Zurigo ve ne sono 2.500, che altre decine di migliaia sono distribuiti tra Gran Bretagna, Germania, Spagna, USA, ecc. a sostenere l\u2019innovazione di quei Paesi, la questione cambierebbe. Alcuni sostengono, candidamente, che il problema non \u00e8 l\u2019esodo di cervelli, ma la mancata circolazione di cervelli: ci si dovrebbe chiedere perch\u00e9 mai un giovane ricercatore tedesco o francese o americano dovrebbe venire a operare in Italia con uno stipendio che se va bene \u00e8 un terzo di quello che pu\u00f2 prendere nel suo Paese o in altri Paesi. Qui, ad esempio, si vede come \u00e8 del tutto illusorio, se non tragico, pensare di fare competizione e attrarre capitali internazionali comprimendo il lavoro. O meglio, tu puoi comprimere il lavoro, ma il risultato \u00e8 che la risorsa lavoro se ne va. E sfiderei a valutare il peso del patrimonio umano che se ne va ogni anno e la mancata crescita del PIL che si porta con s\u00e9, con l\u2019afflusso di investimenti esteri, i quali, tra l\u2019altro, se arrivano, vanno mediamente, per forza di cose, verso settori maturi, non verso l\u2019innovazione.<\/p>\n<p><strong>In ogni caso, i cosiddetti \u201ccervelli\u201d sono ormai una piccola parte della nuova emigrazione.<\/strong>\u00a0La gran parte \u00e8 costituita da persone alla ricerca di occasioni di lavoro pi\u00f9 degno e di semplice sussistenza. Di questi circa il 30% \u00e8 laureato, il 35% dispone di diploma; oltre il 50% \u00e8 compreso nella fascia di et\u00e0 tra i 18 e i 39 ani, poi c\u2019\u00e8 un 20% di ragazzi e bambini sotto i 18 anni e il resto dai 40 anni in su. Cio\u00e8 si muovono intere famiglie, per giunta talvolta con i nonni al seguito che cofinanziano il progetto migratorio dei figli e magari danno un contributo ad accudire i bambini ed infine ci sono anche i pensionati che sbarcano il lunario meglio in Portogallo, o in Brasile o in anche in Bulgaria o in Tunisia piuttosto che in Italia.<\/p>\n<p><strong>Il quadro che ne viene fuori non \u00e8 settoriale, ma di un\u2019emigrazione di massa.<\/strong>\u00a0<strong>La cui prima citt\u00e0 \u00e8 Londra, con 700mila italiani e il primo Paese la Germania,<\/strong>\u00a0probabilmente con ben oltre un milione di italiani. Sono dati forniti dalle locali autorit\u00e0, mentre il riferimento all\u2019AIRE \u00e8 decisamente sottostimato. Ormai tutti convengono su questo. Pi\u00f9 accurata \u00e8 la dimensione fornita dalle anagrafi consolari, che ci parlano di 5,7 milioni di italiani censiti all\u2019estero. Ma anche in questo caso, il dato non comprende coloro che non si sono cancellati dai rispettivi comuni in Italia e non si sono registrati presso i consolati. Recentemente qualcuno ha fatto notare che anche i dati di ingresso dei Paesi di accoglienza sono sottostimati, poich\u00e9 non comprendono coloro che, lavorando al nero, non possono neanche registrarsi presso le autorit\u00e0 locali. Sono i nostri italiani illegali all\u2019estero, o clandestini, se si vuole usare questo termine. E pur essendo all\u2019estero non figurano da nessuna parte.<\/p>\n<p><strong>Certo, quando vi sono movimenti di queste entit\u00e0 non \u00e8 che vai all\u2019estero e trovi l\u2019occupazione dei tuoi sogni.<\/strong>\u00a0La trafila \u00e8 la solita e, come di consueto, si parte molto dal basso, lavapiatti o camerieri sono tra i primi gradini da affrontare; e non \u00e8 detto che l\u2019ascesa sia breve o garantita, perch\u00e9 la precarizzazione del mercato del lavoro \u00e8 un dato costante dappertutto: in Germania ci sono circa 7 milioni di persone che vivono di mini-job e integrano con gli aiuti sociali. Suppongo che la situazione in Gran Bretagna non sia molto diversa; vi sarebbe anche da riflettere sul peso che l\u2019immigrazione europea in questo paese ha avuto nella decisione della Brexit.\u00a0<strong>L\u2019atteggiamento che sta emergendo ovunque \u00e8 quello di selezionare sempre di pi\u00f9 i flussi in arrivo<\/strong>\u00a0rispetto alle competenze necessarie ai rispettivi Paesi; cio\u00e8 la fine della \u201clibera circolazione\u201d. Qualche settimana fa il ministero dell\u2019economia e del lavoro tedeschi hanno varato un portale web in pi\u00f9 lingue che cosentir\u00e0 il reclutamento selezionato della forza lavoro straniera alla partenza, sulla base delle loro necessit\u00e0 interne.<\/p>\n<p><strong>E parallelamente, per\u00f2, cominciano a intensificarsi le comunicazioni dei comuni per cui se resti senza lavoro per un certo periodo \u00e8 meglio che lasci il Paese.<\/strong>\u00a0Questo \u00e8 singolare: da una parte si opera per rendere il lavoro sempre pi\u00f9 flessibile per le imprese (e quindi sempre pi\u00f9 precario per il lavoratore), dall\u2019altra i sistemi di welfare ragionano come se il lavoro fosse stabile e certo, scaricando sul lavoratore la difficolt\u00e0 di rimanere dentro il mercato del lavoro, come se fosse una colpa individuale. In realt\u00e0 vogliono solo risparmiare sui costi di previdenza e assistenza alimentando la crescita del privato in questi settori, come richiesto dai fondi di investimento e da una finanza alla ricerca incessante di occasioni di valorizzazione.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Nella diversificazione e variet\u00e0 del fenomeno migratorio odierno, che sia italiano o no, emerge chiaramente che le esigenze, i bisogni, le necessit\u00e0 sono incredibilmente pi\u00f9 variegati rispetto al passato. Cos\u00ec come gli strumenti necessari per garantire tutele, aiuto e diritti. In passato l\u2019Italia ha sempre avuto una sua straordinaria rete di supporto \u2013spesso decisamente pi\u00f9 forte e strutturata rispetto ad altri Paesi: la rete consolare diffusa, la struttura capillare dei patronati all\u2019estero, realt\u00e0 associative di ispirazione \u201clocale\u201d praticamente ovunque, aggregazioni di ispirazione politica, sociale o religiosa\u2026 Appare evidente che tutti questi \u201cstrumenti\u201d, oggi, sono inadeguati \u2013se agiscono da soli o seguendo impostazioni anche organizzative nate nel passato- a rispondere a tutti i bisogni e alle richieste di chi emigra. In quale modo dovrebbero \u201cincontrarsi\u201d, cooperare, definire in modo sia strutturato che specifico per singola realt\u00e0 le proprie azioni comuni?<\/em><\/p>\n<p><strong>Mi pare che l\u2019emigrazione del dopoguerra, quella tra gli anni \u201950 e \u201970, sia diversa da molti punti di vista,<\/strong>\u00a0non ultimo quello dell\u2019approccio istituzionale: mentre nel dopoguerra i flussi erano in qualche modo programmati, prima bilateralmente e poi all\u2019interno di un quadro di libera circolazione in cui comunque l\u2019orientamento pubblico era consistente, oggi, almeno\u00a0<strong>in questi ultimi 10 anni, i movimenti sono stati orientati solo macro-economicamente, cio\u00e8 dal mercato.<\/strong>L\u2019intervento istituzionale a livello di orientamento \u00e8 stato pressoch\u00e9 assente almeno alla partenza. Questa assenza \u00e8 una conseguenza della dogmatica neoliberista: libert\u00e0 di movimento di capitali, merci e forza lavoro, su cui la funzione pubblica, meno dice ed interviene e meglio \u00e8. Tra l\u2019altro, l\u2019ammissione di flussi di emigrazione cos\u00ec consistenti sarebbe stata ed \u00e8, per la politica italiana, l\u2019ammissione di un fallimento.<\/p>\n<p><strong>Quindi c\u2019\u00e8 stata e continua ad esserci una grande difficolt\u00e0 anche soltanto a puntare gli occhiali sulla vicenda.<\/strong>\u00a0La narrazione mediatica \u00e8 da anni irretita nei modi che conosciamo, sulla questione immigrazione, mentre almeno dal 2014, i flussi di emigrazione hanno superato quelli immigratori. Eppure questo dato non riesce ad emergere e a imporsi alla discussione dell\u2019opinione pubblica. E\u2019 davvero molto strano che ci\u00f2 avvenga. Sembra quasi che il discrimine tra governo e opposizione debba alimentarsi continuamente e vicendevolmente dalla vicenda immigrazione, per tutti i vantaggi che essa comporta a molti ambiti politici e economici. Proviamo a pensare se invece venisse alimentato anche dalla questione della nuova emigrazione italiana. Io ho la sensazione che a molti non convenga, sia nel governo che nell\u2019opposizione. Ne emergerebbe infatti una diversa parametrazione del confronto, forse in grado di mettere in discussione le presunte verit\u00e0 che ci vengono scientificamente somministrate.<\/p>\n<p>Ma torno alla tua domanda: parlavo di intervento istituzionale perch\u00e9\u00a0<strong>la storica presenza organizzata dell\u2019emigrazione, fatta di un reticolo vastissimo<\/strong>\u00a0di strutture di servizio, patronati, associazioni, che costituirono l\u2019interlocutore fondamentale dei lavoratori e delle famiglie che si insediarono all\u2019estero in quel periodo,\u00a0<strong>rispondeva ad una concezione della struttura sociale che contemplava proprio questi corpi intermedi come soggetti indispensabili<\/strong>\u00a0per evitare frantumazione e anomia. Le istituzioni e la politica erano parte di questo modello e lo sostenevano.\u00a0<strong>Con l\u2019avvento della riduzione della funzione politica, del pubblico e parallelamente con il consolidarsi del nuovo immaginario neoliberista<\/strong>, tutto quel tessuto viene via via ridotto ai minimi termini. E\u2019 un processo che ha riguardato l\u2019intero Paese ed anche le grandi istituzioni intermedie che hanno fatto la storia del Paese. Figuriamoci cosa poteva accadere all\u2019estero. Inoltre l\u2019introduzione del voto all\u2019estero ha agito, su questo piano, come un improprio rafforzativo di quel processo, demandando ai 18 eletti la soluzione di tutti i mali. Parallelamente, la funzione di mediazione sociale \u00e8 stata assunta sempre pi\u00f9, quasi senza che ce ne accorgessimo, dalle nuove produzioni tecnologiche di intermediazione che sono\u00a0<strong>i social network, una funzione di intermediazione che ha poco di sociale e molto di individuale<\/strong>\u00a0e che ben corrisponde ai caratteri della soggettivit\u00e0 di fine \u2018900 \/ inizio del nuovo millennio.<\/p>\n<p><strong>La questione dei bisogni e delle nuove modalit\u00e0 con cui approcciarsi ad essi va vista in questo contesto: da una parte abbiamo nuove soggettivit\u00e0 individuali che con l\u2019emigrazione si atomizzano ulteriormente, dall\u2019altra abbiamo problemi individuali e sociali vecchi e ne abbiamo di nuovi.<\/strong>\u00a0Quelli vecchi sono pi\u00f9 o meno gli stessi che avevano gli emigrati del dopoguerra in riferimento all\u2019insediamento e all\u2019integrazione nel Paese di arrivo. A noi sembrano nuovi perch\u00e9 non eravamo pi\u00f9 abituati a trattarli con intensit\u00e0 perch\u00e9 il flusso emigratorio si era quasi interrotto, sino al 2007. Invece si ripresentano in tutta la loro pregnanza: per esempio l\u2019integrazione dei figli dei nuovi emigrati nei sistemi scolastici locali, un problema non da poco. I problemi nuovi sono invece quelli legati ai nuovi contesti determinati dalla globalizzazione, cio\u00e8 essenzialmente la precarizzazione del lavoro e ci\u00f2 che ne consegue a breve e a lungo termine. Fino agli anni \u201970 gran parte di chi emigrava, una volta superato lo scoglio del primo insediamento e di una almeno parziale integrazione, aveva di fronte scenari sufficientemente solidi sul piano lavorativo e di progettazione della propria esistenza. Le strutture organizzate intervenivano e mediavano in questi scenari.<\/p>\n<p><strong>Oggi il fronte di intervento \u00e8 molto pi\u00f9 ampio e complesso.<\/strong>\u00a0Non soltanto sul piano tecnico. La funzione aggregativa della domanda sociale una volta era garantita dall\u2019associazionismo pi\u00f9 o meno identitario, o sul piano politico, o su quello religioso, o culturale. Oggi\u00a0<strong>la funzione aggregativa \u00e8 fortemente assottigliata<\/strong>\u00a0anche perch\u00e9 non ha pi\u00f9 una visione comune e condivisa; non solo per un mancato rinnovamento generazionale interno, ma soprattutto perch\u00e9 ci troviamo di fronte a nuove soggettivit\u00e0 che esprimono una diversa visione del mondo, si concepiscono in partenza diversamente da ci\u00f2 che eravamo abituati e conoscere.\u00a0<strong>Una delle certezze che abbiamo di fronte \u00e8 dunque la difficolt\u00e0 di far colloquiare vecchia e nuova emigrazione.<\/strong>\u00a0Vi sono prospettive, immaginari e linguaggi molto diversi tra queste realt\u00e0. Riguardo alla nostra rete associativa ho visto che l\u2019integrazione tra questi momenti \u00e8 avvenuta solo in alcune puntuazioni della rete, cio\u00e8 dove l\u2019apertura e direi la curiosit\u00e0 dell\u2019emigrazione consolidata \u00e8 stata pi\u00f9 ampia. Per meglio dire, dove la storia dell\u2019insediamento della prima emigrazione \u00e8 stata data in dono alla nuova. E dove la prima emigrazione ha agito come un buon padre di famiglia, dispensatore gratuito di consiglio, senza dover rivendicare altro. Naturalmente l\u2019altra condizione necessaria e indispensabile \u00e8 che le nuove soggettivit\u00e0 siano disponibili ad assumersi i relativi oneri e responsabilit\u00e0. Dove manca l\u2019una o l\u2019altra cosa, mi pare di cogliere difficolt\u00e0 serie.<\/p>\n<p><strong>Un altro scenario possibile \u00e8 quello di una nascita autonoma di aggregazione del nuovo che prescinde dal vecchio insediamento.<\/strong>\u00a0Ci sono anche questi esempi. E questo \u00e8 un processo che si produrr\u00e0. Ma \u00e8 un peccato se i saperi costruiti dalle precedenti generazioni non vengono assunti e valorizzati e aggiornati. Anzi, credo che la vera sfida sia, per tutti, proprio questa: il\u00a0<em>general intellect<\/em>\u00a0costruito dal vissuto di pi\u00f9 generazioni non va sprecato, n\u00e9 reso subalterno. Penso che ne riavremo ben presto bisogno. Resta per\u00f2 un problema pi\u00f9 a monte:\u00a0<strong>ricostruire reti di interessi comuni, di servizi, di aggregazione, significa condividere una comune lettura degli eventi, della storia che stiamo attraversando.<\/strong>\u00a0Lo stallo in cui ci troviamo dipende anche da questa difficolt\u00e0 che ci riguarda un po\u2019 tutti.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Se guardata dall\u2019esterno, la rappresentanza istituzionale che l\u2019Italia prevede per i propri connazionali all\u2019estero non \u00e8 \u201cleggera\u201d: 18 tra parlamentari e senatori eletti direttamente all\u2019estero, un centinaio di Comites elettivi, il CGIE che si compone di rappresentanze delle realt\u00e0 locali e dei soggetti italiani coinvolti sul tema degli Italiani all\u2019estero\u2026 e per\u00f2 resta evidente che, ancora oggi, il tema dei diritti e dei bisogni dei nostri connazionali che emigrano \u00e8 ancora ben lontano dall\u2019essere adeguatamente presente nell\u2019intervento politico, nonch\u00e9 nel dibattito mediatico. Quanto \u00e8 \u201cchiuso\u201d il mondo italiano alle sollecitazioni di tutti questi organismi e quanto invece sono proprio questi organismi stessi a dover agire diversamente o essere proprio ripensati?<\/em><\/p>\n<p>Per rispondere a questa domanda penso che sia necessario\u00a0<strong>ricordare il contesto storico in cui furono costruiti gli strumenti di rappresentanza (Comites e CGIE) e successivamente la rappresentanza parlamentare della circoscrizione estero:<\/strong>\u00a0si tratta di conquiste della seconda Conferenza nazionale dell\u2019emigrazione del 1988. Conquiste tardive perch\u00e9 arrivarono dopo molti decenni di rivendicazioni, quando le nostre comunit\u00e0 stavano ormai registrando progressivi livelli di integrazione pi\u00f9 o meno in tutti i Paesi e che ne consentivano una crescita di partecipazione sociale e civile nelle istituzioni locali. Vi fu, in quel periodo, una forte discussione sull\u2019intensit\u00e0 dell\u2019impegno da agire per costruire queste rappresentanze rivolte all\u2019Italia o se non fosse pi\u00f9 corretta l\u2019opzione di accelerare questi elementi di partecipazione in loco. In linea di massima si percorsero entrambe le opzioni, ma dal punto di vista generazionale, almeno in Europa, furono le prime generazioni ad impegnarsi di pi\u00f9 sul versante italiano, mentre le successive prediligevano le relazioni sociali e politiche costruite dalla progressiva integrazione.\u00a0<strong>Da questo punto di vista, gli organismi di rappresentanza italiani risentirono fin dall\u2019inizio di questa parziale cesura.<\/strong>\u00a0E dopo le prime due elezioni di questi organismi cominciarono ad essere in affanno, anche per la scarsa operativit\u00e0 che la legge consentiva loro, in particolare ai Comites, mentre la funzione consultiva del CGIE era in grado di influire su alcune questioni nella misura in cui Parlamento e politica ne acquisissero suggerimenti e progettualit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>L\u2019introduzione dell\u2019esercizio di voto all\u2019estero, varato nel 2001 e praticato nelle elezioni politiche per la prima volta nel 2006<\/strong>, ha costruito la rappresentanza della Circoscrizione Estero solo 12 anni fa. E anche in questo caso, si tratt\u00f2 di una storica conquista, ma arrivata ancora pi\u00f9 tardi dei Comites e del CGIE. La novit\u00e0 concettuale che rafforz\u00f2 l\u2019introduzione del voto all\u2019estero fu prodotta dalla Conferenza del 2000, che si chiam\u00f2\u00a0<strong>\u201cPrima conferenza degli italiani nel mondo\u201d<\/strong>\u00a0e non terza conferenza dell\u2019emigrazione. Essa fu\u00a0<strong>caratterizzata dalla nuova lettura della presenza italiana all\u2019estero che pass\u00f2 sotto lo slogan di \u201crisorsa emigrazione\u201d<\/strong>, quasi a definirne la sua importanza per il Paese nel tempo della globalizzazione, in quanto collettivit\u00e0 insediate da tempo, sempre pi\u00f9 integrate, con cui conveniva consolidare relazioni e interlocuzione, da una parte garantendo diritti acquisiti e dall\u2019altra cercando di valorizzarne la funzione di interfaccia interculturale con i paesi di accoglienza. Un dato che sottostava a questa interpretazione era per\u00f2 che l\u2019emigrazione, in termini di flussi, era sostanzialmente finita, salvo le esperienze di mobilit\u00e0 che riguardavano piccoli settori di popolazione e una limitata emigrazione di tecnici e operai a seguito delle imprese italiane che conseguivano commesse all\u2019estero.<\/p>\n<p><strong>Negli anni a seguire vi fu una forte innovazione sul piano degli interventi che fecero effettivamente emergere le grandi opportunit\u00e0 potenziali<\/strong>\u00a0di questo approccio. E ci si attendeva che l\u2019arrivo della compagine parlamentare dell\u2019estero nel 2006 avrebbe potuto consolidare questa prospettiva.<\/p>\n<p><strong>Ma nel 2007-2008 inizia la crisi.<\/strong>\u00a0Per loro stessa ammissione, quasi tutti i parlamentari eletti, a prescindere dalla loro collocazione politica, hanno denunciato un ampio disinteresse di partiti e Parlamento rispetto alle vicende della parte di cittadini che rappresentavano e una difficolt\u00e0 di ascolto che ha attraversato tutte le tre legislature che si sono susseguite. Spending review e austerity hanno fatto il resto, con una riduzione drastica dell\u2019intervento dello Stato proprio in contemporanea con l\u2019arrivo dei parlamentari dell\u2019estero in Parlamento.<\/p>\n<p>Il bilancio \u00e8 dunque da contestualizzare.\u00a0<strong>Adesso ci troviamo per\u00f2 in uno scenario del tutto diverso, di cui abbiamo gi\u00e0 parlato, con il raddoppio dello stock di emigrazione che si avvicina ai 6 milioni di persone<\/strong>, rispetto ai 3 milioni del 2000, e che se consideriamo le stime comprendenti chi non si iscrive all\u2019AIRE o alle anagrafi consolari \u00e8 pi\u00f9 vicino ai 7 milioni di persone. Infine, e forse \u00e8 la cosa pi\u00f9 importante da tener presente,\u00a0<strong>per la prima volta nella lunga storia dell\u2019emigrazione italiana, essa si verifica in un momento di grave contrazione demografica<\/strong>\u00a0del Paese. La popolazione dentro i confini diminuisce, ma ancora di pi\u00f9, a causa dell\u2019emigrazione, diminuisce la popolazione attiva. Se questi flussi continuano con questa intensit\u00e0 per i prossimi 5-10 anni, il declino del Paese potrebbe essere ineluttabile. Svimez e Istat prevedono un crollo di popolazione al 2050-2060 tra i 5,5, milioni (solo al sud) e i 7 milioni complessivamente.<\/p>\n<p><strong>Rispetto a questi dati, credo che la riflessione a cui sono tenuti Comites, CGIE, i nuovi parlamentari e tutte le organizzazioni sociali dell\u2019emigrazione, sia decisiva.<\/strong>\u00a0Tutto \u00e8 cambiato e probabilmente continuer\u00e0 ad evolversi nei prossimi anni. Come hai detto, la questione dei diritti e dei bisogni dei nostri connazionali si ripropone in tutta la sua intensit\u00e0 parallelamente al crescere dei flussi e delle dinamiche globali che abbiamo di fronte che prefigurano un irrigidimento sul piano nazionale che si registra pi\u00f9 meno ovunque, mentre, allo stesso tempo vi \u00e8 una competizione nell\u2019accaparramento delle risorse umane qualificate a discapito di altri Paesi.<\/p>\n<p><strong>La globalizzazione nei termini in cui l\u2019abbiamo conosciuta (o forse immaginata) negli anni del passaggio di secolo \u00e8 finita.<\/strong>\u00a0Si \u00e8 aperto uno spazio incerto in cui, come vediamo ogni giorno, la dimensione dei migranti \u00e8 sempre pi\u00f9 necessitata e allo stesso tempo sempre pi\u00f9 complicata e difficoltosa.\u00a0<strong>C\u2019\u00e8 dunque bisogno, a mio parere, di un cambio deciso di registro nell\u2019azione<\/strong>\u00a0degli organismi di rappresentanza e della rappresentanza parlamentare. E il primo obiettivo di questo cambio di registro \u00e8 riuscire a porre la questione della nuova emigrazione al centro della discussione sociale e politica del Paese, perch\u00e9 si tratta di una questione nazionale che riguarda il paese nel suo complesso, non \u00e8 pi\u00f9 una questione marginale come poteva essere letta, al di l\u00e0 del suo potenziale di risorsa, all\u2019inizio degli anni 2000. Solo a questa condizione \u00e8 possibile immaginare di conseguire dei risultati concreti.\u00a0<strong>In questo senso, forse la funzione di questi momenti diversi di rappresentanza non \u00e8 mai stata cos\u00ec di auspicabile rilievo.<\/strong>Come ho detto, furono conquiste arrivate in ritardo, ma oggi possono essere perfettamente in frequenza e utili nel nuovo contesto.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Negli ultimi anni, tutte le democrazie \u201ctradizionali\u201d si trovano a dover affrontare fenomeni di crescenti rigurgiti xenofobi, nazionalisti, talvolta marcatamente razzisti se non addirittura neofascisti. E ovunque questi rigurgiti innalzano il tema della \u201cchiusura delle proprie frontiere nazionali\u201d per veder immediatamente aumentato il proprio consenso popolare, \u201cgiocando\u201d sulle condizioni disagiate delle proprie popolazioni, sulla diffusa assenza di lavoro o sul restringimento dello spazio delle tutele sociali, additando negli \u201cimmigrati\u201d il capro espiatorio. E\u2019 un fenomeno inevitabile e inarrestabile, baster\u00e0 contrastarlo riaffermando i valori di solidariet\u00e0 e inclusione, bisogna aggredire le cause sociali che lo determinano ed eventualmente quali sono, dobbiamo attrezzarci a riconsiderare i paradigmi della nostra visione di un mondo \u201caperto\u201d e giusto di persone libere e uguali?<\/em><\/p>\n<p><strong>Mi verrebbe da rispondere: niente di nuovo sotto il sole. Queste cose sono gi\u00e0 accadute in altri tempi, sempre nei momenti di pi\u00f9 profonda crisi che il sistema del momento non era in grado di risolvere.<\/strong>\u00a0E il sistema, fatte salve alcune differenze riguardo al livello tecnologico, \u00e8 lo stesso. Paolo Cinanni, allievo di Pavese e fondatore della Filef insieme a Carlo Levi ne accenna nei suoi libri: in Svizzera agli inizi degli anni \u201970 c\u2019era un industriale che si chiamava Schwarzenbach, i cui dipendenti erano per 2 terzi stranieri. Promosse il famoso \u201creferendum contro l\u2019inforestieramento\u201d, cio\u00e8 contro i forestieri, contro l\u2019eccessivo numero di stranieri che arrivavano. Non vinse. Ma nell\u2019analisi del voto, emerse che nei quartieri operai delle citt\u00e0 svizzere, gli operai avevano votato a favore delle sue proposte. Cinanni ci dice che\u00a0<strong>quando emergono contraddizioni che mettono in forse il comando del capitale, la prima mossa che i suoi esponenti fanno, \u00e8 di introdurre nella discussione pubblica elementi di divisione<\/strong>\u00a0soprattutto all\u2019interno del mondo del lavoro. E\u2019 il modo migliore per venirne fuori e evitare la sua preoccupante unit\u00e0. Gli esiti nefasti della crisi del \u201929 in Europa seguirono la stessa linea di sviluppo.<\/p>\n<p>Per\u00f2, per venire all\u2019<strong>oggi \u00e8 interessante notare che i livelli pi\u00f9 elevati di xenofobia e razzismo in Europa sono riscontrabili non nei Paesi con maggiori flussi di immigrazione, ma piuttosto nei Paesi che registrano maggiori flussi emigratori:<\/strong>\u00a0si tratta dei Paesi dell\u2019est e, per quanto ci riguarda, anche del nostro Paese. Analogamente, se consideriamo la Germania, i partiti di estrema destra raggiungono nei Laender dell\u2019est del Paese, livelli di consenso che sono il doppio di quelli riscontrati nei Laender dell\u2019ovest: quelle dell\u2019est sono le regioni pi\u00f9 afflitte da emigrazione, non da immigrazione.<\/p>\n<p><strong>Il livello di razzismo e xenofobia \u00e8 determinato dalla sensazione di mancanza di futuro, nei territori in declino, nei posti in cui \u201cil sole non d\u00e0 i suoi raggi\u201d, come canta De Andr\u00e9<\/strong>\u00a0e non \u00e8 raro incontrare in questi posti anche migranti della prima ora. La chiusura delle frontiere nazionali \u00e8 l\u2019arroccamento a difesa di ci\u00f2 che si ritiene irrinunciabile da parte di chi ha gi\u00e0 perso quasi tutto o ha paura di perderlo e vive l\u2019estraneo come concorrente e aggressore. Ma queste sono ovviet\u00e0 e banalit\u00e0.\u00a0<strong>Meno banale \u00e8 la constatazione che chi non vive queste dure contraddizioni si presenta generalmente come aperto e solidale e tratta gli altri come barbari.<\/strong>\u00a0Alcuni sono arrivati a ipotizzare l\u2019introduzione del voto basato sul livello culturale dell\u2019elettore. Questa \u00e8 una vera novit\u00e0. E\u2019 la prima volta che, dopo un secolo di alterne vicende democratiche, settori di \u00e9lites si azzardano a proporre la madre di tutte le riforme costituzionali\u2026vuol dire che in un certo modo si trovano in un\u00a0<em>cul de sac<\/em>\u00a0che non avevano previsto.<\/p>\n<p><strong>Intelligenza (politica) vorrebbe che non si dovesse mai arrivare a spremere il limone fino a produrre questi esiti.<\/strong>\u00a0Da questo punto di vista, la responsabilit\u00e0 dei fatti che abbiamo di fronte \u00e8 facilmente addebitabile. Quando si transita in queste situazioni storiche drammatiche quali quelle che abbiamo oggi difronte, mi pare poco serio anelare al ritorno alla situazione immediatamente precedente, perch\u00e9 invece \u00e8 proprio quella situazione che ha prodotto gli esiti di cui parliamo. Temo che sia anche\u00a0<strong>insufficiente il solo richiamare alla sfera di<\/strong>\u00a0<strong>valori universali e di civilt\u00e0, di apertura, di solidariet\u00e0, di libert\u00e0. Quello \u00e8 certamente l\u2019orizzonte di riferimento<\/strong>, ma i modi, i linguaggi e soprattutto le pratiche per riavvicinarlo non sono cos\u00ec semplici e scontati.\u00a0<strong>C\u2019\u00e8 da ricostruire un equilibrio, cio\u00e8 un sistema sostenibile<\/strong>non solo per noi umani ma anche per la natura in cui siamo immersi. Romperlo \u00e8 stato relativamente facile e ci sono voluti i 30 anni di intenso neoliberismo. Riscostruirlo necessita di tempo e dedizione, pi\u00f9 che di parole, ammonimenti o slogan. Negli anni \u201970, qualcuno diceva che gli operai hanno sempre ragione, sta ai dirigenti e agli intellettuali interrogarsi sui quesiti che pongono. E\u2019 una cosa che mi \u00e8 tornata in mente in questi ultimi mesi abbastanza concitati; una cosa su cui tornare a riflettere.<\/p>\n<p>Per quanto ci riguarda e per quanto riguarda la questione migratoria in generale, sia essa l\u2019emigrazione che l\u2019immigrazione, debbo essere sincero con me stesso, te lo dico anche perch\u00e9 ho vissuto direttamente l\u2019esperienza migratoria.\u00a0<strong>Io credo che i diritti dei cittadini migranti siano intoccabili; che debbano essere sempre rivendicati e difesi in ogni contesto; credo che debba essere garantita un\u2019integrazione completa sia sociale che civile che politica iniziando dal lavoro.<\/strong>\u00a0Non si tratta solo di una battaglia di ordine morale, ma \u00e8 anche il solo modo per rendere meno praticabile l\u2019accentuazione della concorrenza tra lavoratori su cui gioca questo modello di economia.<\/p>\n<p>Allo stesso tempo credo che l\u2019emigrazione non debba essere sollecitata o incentivata.\u00a0<strong>Nessuno dovrebbe essere costretto a emigrare forzatamente per ragioni politiche, sociali o economiche.<\/strong>\u00a0Penso che dovremmo batterci perch\u00e9 sia garantito a tutti di vivere dignitosamente anche nei luoghi e nelle terre in cui \u00e8 nato. Non so se sia un principio umanistico o keynesiano o marxista o cristiano, ma \u00e8\u00a0<strong>un principio di equilibrio tra i territori e le genti di cui \u00e8 fatto questo pianeta.<\/strong>\u00a0Non riconoscere questo diritto e non battersi perch\u00e9 anche esso si avveri, significa creare squilibri dovunque e poi dover rincorrere l\u2019agenda stabilita da altri, creando inevitabili contraddizioni anche al nostro interno.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte<\/strong>:\u00a0<a href=\"https:\/\/itacaonline.org\/blog\/litalia-un-paese-strutturalmente-di-mobilita-e-di-emigrazione\/\">https:\/\/itacaonline.org\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>Intervista di Andrea Malpassi (ITACA) a Rodolfo Ricci (FIEI) Rodolfo Ricci, Segretario della FIEI e vicesegretario del CGIE,\u00a0\u00e8 una delle persone con le quali parliamo <a class=\"mh-excerpt-more\" href=\"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=14946\" title=\"\u201cL\u2019Italia, un Paese strutturalmente di mobilit\u00e0 e di emigrazione\u201d\">[&#8230;]<\/a><\/p>\n<\/div>","protected":false},"author":1,"featured_media":25964,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[16,18,28,31,24,21,20,17,27,40],"tags":[23,26,32,33,34,96],"class_list":["post-14946","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-associazionismo","category-emigrazione","category-nuova-emigrazione","category-immigrazione","category-lavoro","category-cultura","category-politica","category-economia","category-cgie-comites","category-rete-fiei","tag-emigrazione-italiana","tag-politica","tag-immigrazione","tag-lavoro","tag-nuova-emigrazione","tag-italiani-allestero"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.4 - 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