{"id":14923,"date":"2018-12-06T22:08:53","date_gmt":"2018-12-06T21:08:53","guid":{"rendered":"http:\/\/www.filef.net\/?p=14923"},"modified":"2018-12-06T22:08:53","modified_gmt":"2018-12-06T21:08:53","slug":"vi-racconto-come-nellanno-2003-abbiamo-riscoperto-monongah-di-mimmo-porpiglia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=14923","title":{"rendered":"VI RACCONTO COME NELL\u2019ANNO 2003 ABBIAMO \u201cRISCOPERTO\u201d MONONGAH \u2013 DI MIMMO PORPIGLIA"},"content":{"rendered":"<p>\t\t\t\t<strong>MONTEVIDEO<\/strong>&#8211; &#8220;Una storia incredibile cominciata in una fredda sera d\u2019inverno a <strong>New York<\/strong>. La storia di <strong>Monongah<\/strong>. &#8220;A proposito di italiani in America&#8230; pare ci sia un paese, qui negli <strong>Stati Uniti<\/strong>, dove in una <strong>sciagura mineraria <\/strong>sarebbero morti pi\u00f9 di 500 italiani&#8230; Il posto si chiama Mironga, Manonghi, non ricordo&#8230; \u00c8 una storia incredibile&#8221; mi diceva il collega italoamericano, mentre aspettavamo hamburger e patatine in un piccolo ristorante di Manhattan. Una storia che, all\u2019inizio, poteva sembrare una leggenda ma che si \u00e8 rivelata nella sua inimmaginabile tragicit\u00e0: quel paese dal nome strano esiste davvero, \u00e8 Monongah, in <strong>West Virginia<\/strong>, ed anche quei minatori morti ci sono stati davvero. Per arrivare a scoprire questa verit\u00e0, abbiamo lavorato per mesi. Il collega italoamericano infatti non sapeva dirmi nulla di pi\u00f9. Le sue erano informazioni vaghe, a partire dal nome del paese di questa ipotetica tragedia. Una storia che mi lasciava allibito, una tragedia pi\u00f9 grande di quella di Marcinelle in Belgio, eppure non se ne \u00e8 mai saputo niente. Cos\u00ec, mentre guidavo in direzione &#8220;aeroporto Kennedy&#8221;, la mia mente era occupata da quei &#8220;500 morti italiani&#8221;. Sentivo di dover verificare quel racconto e cos\u00ec, appena rientrato a Miami ho cominciato a cercare e scavare nel passato, tra mille difficolt\u00e0&#8221;. A ricordare e a scrivere in prima persona \u00e8 il direttore di <strong>Gente d\u2019Italia<\/strong>, <strong>Mimmo Porpiglia<\/strong>, che sul giornale da lui diretto firma oggi il pezzo di apertura di un lungo &#8220;speciale&#8221; dedicato alla tragedia di Monongah, di cui ricorre proprio oggi l\u2019anniversario (<strong>6 dicembre 1907<\/strong>).<\/p>\n<p><strong>LA STORIA DI MONONGAH<\/strong><br \/>\nPer prima cosa, ho affidato l\u2019incarico di avviare delle ricerche su Internet alle mie due figlie, Margareth e Francesca e a due miei redattori. Dopo sei ore di &#8220;navigazione&#8221;, poche righe vengono fuori utilizzando le parole chiave &#8220;miniera &#8211; americano &#8211; disastro&#8221;. Si riesce a risalire al nome esatto del paese, Monongah, e a sapere che dista 185 miglia da Washington e che oggi ci abitano circa 445 famiglie, per un totale di 1018 persone distribuite su un\u2019area di 1227 chilometri quadrati. Anche della tragedia c\u2019\u00e8 qualche traccia in Internet: in 19 righe \u00e8 racchiusa la morte di 361 emigranti, rimasti sepolti nella miniera, la storia di 250 vedove e oltre 1000 orfani. Quanto basta per decidere di andare fino in fondo. Dopo pochi giorni, quattro cronisti di Gente d\u2019Italia con alla testa mia figlia Margareth, partono per Monongah. Il paese \u00e8 sperduto tra le montagne, non ci arrivano i treni e neppure altri mezzi pubblici di trasporto. Io sistemo alcune cose, poi li raggiungo. Un viaggio che apparve subito &#8220;infinito&#8221;. Chilometri e chilometri di curve, strade difficilmente percorribili. Neve, vento, poi finalmente l\u2019arrivo in un villaggio, a quindici chilometri da Monongah, dove c\u2019era un albergo. L\u2019unico. Nella sala bar una cameriera serve ai tavoli. Consumiamo una cena frugale. Mia figlia e gli altri cronisti, tra cui un operatore TV vanno a risposare. Io resto al bar. \u00c8 l\u2019ora in cui uomini e donne arrivano per bere una birra. Uomini in particolare. Con la fatica scolpita sul volto, le braccia muscolose. Sono minatori. Chiedo: &#8220;Qualcuno di voi sa qualcosa dell\u2019esplosione di Monongah?&#8221;. &#8220;Tu perch\u00e9 vuoi andare a Monongah?&#8221;, dice un ragazzone dai capelli neri e lunghi, baffetti alla Arsenio Lupin. Gli spiego che sono un giornalista italiano che ha saputo per caso della tragedia. Smettono di bere, gli altri. E si avvicinano al bar. Da quel momento comincia il racconto dei minatori. Ognuno ha in famiglia almeno una persona morta in quella sciagura. Chiedo loro di poter vedere la miniera. Subito. Non importa se \u00e8 notte. Non importa se nevica. &#8220;Ok, andiamo&#8230;&#8221;. Partiamo in nove, con due auto. Trenta e pi\u00f9 interminabili minuti, in un silenzio religioso, poi, ci fermiamo in mezzo ad un prato. Alla mia destra una collinetta, no, \u00e8 una grotta, un ingresso.<\/p>\n<p><strong>LUOGO SPETTRALE<\/strong><br \/>\nI fari illuminano detriti, rami secchi e quel che resta di un edificio completamente abbandonato, sventrato in pi\u00f9 punti. Mucchi di suppellettili arrugginite tra neve e terreno, un pezzo di elica, no, \u00e8 una ventola enorme attaccata ad un qualcosa che sembra il motore di un aereo. Vorrei entrare nella miniera. Impossibile non si pu\u00f2. Raffiche di vento gelido coprono un sordo rumore di acque in movimento. Il cielo \u00e8 nero e nuvoloso. Penso, immagino i minatori mentre entrano in quella specie di spelonca&#8230; i bambini&#8230; Quando si scendeva in miniera, a quel tempo, si era accompagnati quasi sempre da un amico e spesso parente &#8220;non censito&#8221;, cio\u00e8 clandestino, in modo da ottenere un maggiore riconoscimento economico per il maggiore lavoro svolto in compagnia. Allora il diritto a un pezzo di pane si misurava sulla quantit\u00e0 dei pezzi di pietra sventrati. Pi\u00f9 picconate, pi\u00f9 carbone, pi\u00f9 cibo. E per questo i padri si trascinavano i figli minorenni laggi\u00f9. E per questo \u00e8 ragionevole calcolare che i morti siano stati, in realt\u00e0, tre volte tanti. Rientro in albergo quasi in stato confusionale. Penso alla tragedia, ma anche allo &#8220;scoop&#8221;. Mi rendo conto che si tratta di una storia enorme, che verr\u00e0 certamente ripresa da tutta la stampa, nazionale e internazionale. Dormo poche ore. Alle sette del mattino siamo gi\u00e0 in auto, con Margareth e l\u2019operatore Tv: destinazione Monongah. Gli altri vanno in comune, a consultare gli archivi, alla redazione del giornale locale. A Monongah non c\u2019\u00e8 un albergo n\u00e9 un ristorante e i treni non passano. Solo vecchie case di legno, ma con il tricolore ai balconi. Giriamo senza una meta fissa, cercando un qualcosa che ci faccia arrivare alla miniera abbandonata e finalmente veniamo &#8220;notati&#8221; da una pattuglia della polizia. A destare &#8220;sospetto&#8221; \u00e8 la targa che viene da lontano. Spiego agli agenti chi siamo e la natura del nostro viaggio. E loro dopo qualche frase gracchiata alla radio di bordo ci scortano fin davanti al cartello su cui \u00e8 scritto a caratteri cubitali Monongah. Un paesaggio da brividi ed un silenzio spettrale. Poche auto, pochissimi negozi, nessun essere umano.<\/p>\n<p><strong>PADRE BRIGGS<\/strong><br \/>\nCerchiamo una chiesa, perch\u00e9 una chiesa dovr\u00e0 pur esserci nel villaggio. Eccola, \u00e8 una vecchia costruzione di legno e mattoni neri, con una grande croce sul tetto e un prete paffuto e simpatico. Che mi suggerisce di andare subito a parlare con un certo Padre Briggs: &#8220;Lui sa tutto della tragedia&#8221;. Padre Briggs \u00e8 un uomo piccolo, magrissimo, con gli occhiali. Ci accoglie in una stanzetta di una casa d\u2019accoglienza per anziani da lui realizzata. E a bruciapelo mi dice: &#8220;Se sei italiano devi darmi una mano. Nello scoppio della miniera di Monongah sono morte pi\u00f9 di 900 persone. Ma noi dobbiamo fare erigere un monumento alle donne, le vere eroine. Ma prima di raccontare questa immane tragedia devi andare sul posto. Devi vedere con i tuoi occhi&#8221;. Ritorno alla miniera abbandonata. Macerie, soltanto macerie. Il tempo si \u00e8 fermato in quel luogo. E Monongah si \u00e8 fermata con quella esplosione. Tornando in albergo la sala \u00e8 affollata di gente. Sono minatori, con le loro famiglie. Un sindacalista prende la parola. &#8220;Perch\u00e9 non \u00e8 mai venuto nessuno qui a ricordare i morti italiani? Anche gli africani hanno deposto la loro lapide&#8221;. Quella gente condannata alla rimozione chiede un riconoscimento e, non avendo pi\u00f9 giustizia da rivendicare, chiede il riscatto di quelle radici italiane che sono nel sangue della gente di Monongah. Seguito da quella carovana che chiede solo piet\u00e0 per quei morti, vado dal sindaco, una donna di origini lucane che ha perso il padre in quello sciagurato 6 dicembre 1907. &#8220;Scrivi, fai in modo che questa sciagura tutta italiana torni alla memoria. Coinvolgi i politici, che vangano a sistemate i nostri morti&#8221;. Vi prometto che porter\u00f2 qui il nostro capo dello Stato. Una promessa grossa. Una promessa di un italiano che in quel momento si unisce al dolore della sua gente. Padre Briggs aspetta l\u2019equipe per condurci al cimitero. &#8220;I morti sarebbero stati un migliaio, 960 per la precisione, prevalentemente italiani e poi polacchi, turchi, irlandesi&#8221;, giura. Ma dove stavano i cadaveri, dove le lapidi? Il cimitero di Monongah \u00e8 un pezzo di terra su una piccola collina circondata da vecchie case. Con qualche lapide. &#8220;Sono sepolti qui, tutti qui, \u00e8 un immenso ossario. Perch\u00e9 oltre ai nomi di quelli conosciuti&#8221;, spiega Padre Briggs, &#8220;ci sono chiss\u00e0 quanti cadaveri di ragazzi&#8221;. Un\u2019enorme fossa comune e qualche rara lapide deposta dalle famiglie. Con un grande albero che veglia. La valle della morte di Monongah oggi \u00e8 circondata da case. Vita e morte si mescolano nel silenzio e nell\u2019isolamento di Monongah. &#8220;Qui accanto c\u2019era una donna, quella donna meriterebbe un monumento&#8221;. Padre Briggs mi fa vedere una montagna di carbone. &#8220;L\u2019ha fatta lei quella montagna. Al momento dell\u2019esplosione le sue urla furono disumane. Si strapp\u00f2 tutti i capelli. Aveva perso tutto in quel disastro. La sua famiglia, la sua vita. E fino al suo ultimo respiro ha depositato palate di carbone nel giardino della sua casa nella speranza di ritrovare i corpi di suo marito e dei suoi figli&#8221;. La solitudine, la desolazione delle donne di Monongah sono il simbolo di quella sciagura. Intanto la gente del villaggio, come in un pellegrinaggio, continua a raggiungere l\u2019albergo. Consegnandomi in prestito ci\u00f2 che possiedono di quella storia, di quel dolore collettivo che era nel volto di quella donna, Caterina Davia, che spalando carbone non aveva pi\u00f9 lacrime. Perch\u00e9 a Monongah \u00e8 stato negato anche il diritto di piangere.<\/p>\n<p><strong>LE RICERCHE<\/strong><br \/>\nIntanto comincia una ricerca frenetica. I cronisti e gli inviati di Gente d\u2019Italia consultano archivi, giornali dell\u2019epoca e le indagini si spingono fino a Washington e Philadelphia. Si mettono insieme i pezzi del puzzle e la storia tragica di Monongah inizia a mostrare contorni pi\u00f9 chiari. La mattina del 6 dicembre 1907, giorno di San Nicola, 478 minatori e 100 uomini addetti ad attivit\u00e0 accessorie entrano nei pozzi 6 e 8 della miniera di carbone. Dopo l\u2019esplosione, si parl\u00f2 di 361 morti e nessun superstite ma le ipotesi sul reale numero delle vittime, in assenza di riscontri certi, sono legate allo studio dei cimiteri locali: il numero dei deceduti arriverebbe cos\u00ec a 500, ma non \u00e8 ancora il bilancio finale: secondo una corrispondenza da Washington, datata 9 marzo 1908, i morti sarebbero stati 956. Si tratta della &#8220;pi\u00f9 grande sciagura della storia mineraria statunitense&#8221;. I morti italiani ufficialmente sono 171, ma in realt\u00e0 sarebbero molti di pi\u00f9. La maggior parte era originaria della Campania, del Molise, dell\u2019Abruzzo e della Calabria. Una parte dei corpi recuperati riposano sulla collinetta del cimitero di Monongah. Dimenticati per quasi un secolo, a Muhnahn-guh, che nella lingua degli indiani Seneca significa &#8220;fiume dalle acque ondulate&#8221;. Degli attimi che seguirono quella tragedia restano moltissime fotografie, in bianconero o in un tenero seppia, scattate da fotografi che, immediatamente, le trasformarono in cartoline molto richieste che invasero l\u2019America del disinganno. Oltre 90 anni per riportare a galla una tragedia di immani proporzioni. Un disastro causato dai proprietari della miniera, la Fairmont Coal Company, che non avevano attivato l\u2019impianto di aerazione, c\u2019era dunque tutto l\u2019interesse ad insabbiare l\u2019accaduto. Il tempo dell\u2019oblio per le vittime di Monongah sta per\u00f2 per scadere. Il 14 novembre del 2003, i sindaci dei comuni italiani dai quali partirono i minatori e un inviato del Vaticano sono venuti con noi nella cittadina, per piantare una croce nel cimitero in memoria di quei morti senza nome. E qui mi corre l\u2019obbligo di ringraziare le tre persone che hanno avuto un peso determinante nel far conoscere al mondo la tragedia di Monongah: il senatore Mario Baccini, sottosegretario agli esteri del governo di allora, l\u2019ambasciatore Sergio Vento, capo della nostra diplomazia negli Usa, ed il collega Paolo Peluffo, direttore del Dipartimento per l\u2019informazione e l\u2019editoria, a quel tempo portavoce del presidente della repubblica Ciampi e capo dell\u2019ufficio stampa del Quirinale. Fu grazie ai loro buoni uffici che riuscimmo ad organizzare l\u2019incontro verit\u00e0 su Monongah, che stava &#8220;saltando&#8221; perch\u00e9 poche ore prima, a Nassiriya, 12 carabinieri, 4 soldati e numerosi civili persero la vita per un attacco kamikaze contro la nostra postazione.<\/p>\n<p><strong>CANISTRO<\/strong><br \/>\nCiampi rimase profondamente colpito dalla sciagura e da allora \u00e8 cominciata un\u2019altra e pi\u00f9 difficile ricerca nella quale abbiamo coinvolto una lunga serie di collaboratori. Sono andati in giro per l\u2019Italia, nei paesi dai quali partirono i minatori di Monongah. Ed hanno scritto pagine e pagine. Storie amare di contadini sradicati dalla terra, poveri, in gran parte uomini e adulti. Storie alle quali tutti noi stiamo ancora lavorando, affinch\u00e9 le inchieste e le ricostruzioni promosse dai giornalisti di Gente d\u2019Italia rimettano anche i numeri, oltre che i nomi, al loro posto tenero e agghiacciante. Stiamo ancora lavorando con Susy Leonardis, instancabile, tenace napoletana del New Jersey, la vera ispiratrice della riscoperta di Monongah. Fu lei a parlarne al collega italo-americano che non aveva capito l\u2019entit\u00e0 della tragedia. E stiamo operando con Joseph Tropea, il professore emerito della George Washington University, che continua la sua ricerca dei parenti delle vittime. \u00c8 soprattutto merito suo se siamo riusciti a contattare in Italia, figli e nipoti di quei poveri disgraziati. Ed \u00e8 merito di tutti gli abitanti di Monongah, che ci sono stati vicino fin dal primo giorno e che ci hanno aiutato mettendoci a disposizione documenti, foto, libri, se questa triste storia \u00e8 ritornata alla luce. Merito di quel grande sacerdote che \u00e8 stato Padre Briggs. Ringrazio il presidente Ciampi che ci ha voluto premiare per il nostro impegno e ringrazio ancora il Consiglio Comunale di Canistro per avermi concesso la cittadinanza onoraria e l&#8217;allora vice ministro degli esteri Franco Danieli per aver promesso e poi attuato, senza esitazione, di onorare in nome dello Stato italiano quei poveri resti di Monongah, diventata ora un simbolo. Finalmente. Adesso, centoundici anni dopo, il ricordo del 6 dicembre si tinge soprattutto di futuro: che fare? Come lasciare scolpito il senso di quell\u2019esilio di cui s\u2019era persa ogni traccia in che modo raccontare ai ragazzi di domani che tanti ragazzi di ieri hanno pagato con la vita il prezzo della loro debolezza: senza patria e senza lingua, n\u00e9 italiana n\u00e9 inglese, ch\u00e9 solo il dialetto parlavano. Non \u00e8 stato bello, emigrare. Non \u00e8 stato generoso, coi giusti, il carbone rosso di Monongah. Rosso di sangue, la sola cosa che ha finito per accomunarli tutti e che il tempo, saggio, non \u00e8 capace di dimenticare. Ma non ci fu solo Monongah. Il dicembre 1907 fu il mese delle stragi minerarie per gli Stati Uniti, un mese che si concluse con un bilancio terribile: 3000 minatori morti. Si ignora quante furono le vittime italiane. Non \u00e8 neppure possibile conoscere il loro numero nelle tragedie degli anni successivi, come quella del 13 dicembre 1909 nella miniera Cherry in Illinois, in cui, tra gli altri, &#8220;Frank Samerania, Quartaroli Antenore, Fred Lauzi, Salvatore Piggatti, John Piggatti e Bonfiglio Ruggeri si salvarono dopo essere rimasti intrappolati con altri per otto giorni nella miniera arroventata da scoppi e incendi&#8221;. Alle tragedie si aggiunsero spesso discriminazioni. Un esempio: a seguito di un\u2019esplosione in una miniera di Black Diamond, in California, vi furono molte vittime americane e straniere, tra cui quattro italiani. Alle famiglie degli americani furono assegnati 1.200 dollari di risarcimento; agli italiani solo 150. Ma ancora oggi, chi si ricorda di Monongah? Questo governo trascura, ignora e taglia risorse agli italiani nel mondo. Vuole ghigliottinare anche la stampa italiana all&#8217;estero, figuriamoci se pensa di ricordare e onorare i caduti di Monongah&#8230;&#8221;.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>FONTE: La Gente d&#8217;Italia\/aise\u00a0<\/strong>\t\t<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>MONTEVIDEO&#8211; &#8220;Una storia incredibile cominciata in una fredda sera d\u2019inverno a New York. 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