{"id":14849,"date":"2018-11-25T14:07:37","date_gmt":"2018-11-25T13:07:37","guid":{"rendered":"http:\/\/www.filef.net\/?p=14849"},"modified":"2018-11-25T14:07:37","modified_gmt":"2018-11-25T13:07:37","slug":"immigrazione-un-dibattito-distorto-il-mito-dellassalto-alleuropa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=14849","title":{"rendered":"IMMIGRAZIONE, UN DIBATTITO DISTORTO. IL MITO DELL\u2019ASSALTO ALL\u2019EUROPA."},"content":{"rendered":"<p>\t\t\t\t<strong>I FLUSSI DI RIFUGIATI IN DIREZIONE DELL\u2019UNIONE EUROPEA HANNO RAGGIUNTO IL LIVELLO PI\u00d9 BASSO DALL\u2019INIZIO DELLA \u00abCRISI MIGRATORIA\u00bb SCATENATA DALLA GUERRA IN SIRIA.<\/strong><br \/>\n<strong>In Europa, la popolazione stagna e invecchia; sull\u2019altra riva del Mediterraneo cresce e ringiovanisce. Molti desumono da questa constatazione che l\u2019esplosione dei flussi migratori sia una conseguenza inevitabile. Quindi, bisognerebbe barricarsi oppure aprire le frontiere. Questa analisi non \u00e8 forse eccessivamente fatalista?<\/strong><\/p>\n<p>Di BENO\u00ceT BR\u00c9VILLE Monde Diplomatique\/il manifesto<\/p>\n<p>Il numero di passaggi illegali delle frontiere del continente si \u00e8 ridotto di nove volte, passando da 1,8 milioni nel 2015 a 204.219 nel 2017, secondo l\u2019agenzia Frontex. Eppure, si continua a parlare molto di immigrazione. Questo tema rischia di monopolizzare le elezioni europee della primavera 2019.<br \/>\nSicuramente \u00e8 quanto auspicano sia Emmanuel Macron sia Viktor Orb\u00e1n. Il primo ministro ungherese, che teme un\u2019\u00abinvasione\u00bb, spiega: \u00abAttualmente, in Europa, ci sono due fazioni. A capo delle forze politiche che sostengono l\u2019immigrazione c\u2019\u00e8 Macron. A capo dell\u2019altra ci siamo noi, che vogliamo bloccare l\u2019immigrazione illegale\u00bb. Ormai, gli esponenti dell\u2019estrema destra, forti dei sondaggi e dei buoni risultati ottenuti nelle ultime elezioni, si credono maggioritari in Europa. \u00abLe nostre idee sono al potere in Polonia, in Austria, in Ungheria\u00bb, si \u00e8 rallegrata Marine Le Pen, presidente del Rassemblement national, il 16 settembre. Dal canto suo, Macron ha additato questi \u00abnazionalisti\u00bb che \u00abpredicano parole di odio\u00bb come i principali avversari (29 agosto).<br \/>\nDipingere il presidente francese come il \u00abcapo di un partito filo-migranti\u00bb \u2013 parole di Orb\u00e1n \u2013, denota una cecit\u00e0, la cui buona fede \u00e8 fortemente sospetta. Con la legge per un\u2019immigrazione controllata, un effettivo diritto d\u2019asilo e un\u2019efficace integrazione (promulgata il 10 settembre), ha esteso la durata della detenzione amministrativa a novanta giorni (contro i quarantacinque di prima), anche per le famiglie con bambini, ha istituito la schedatura dei minori soli, ridotto le udienze per le domande d\u2019asilo a banali videoconferenze, inasprito l\u2019accesso al permesso di soggiorno per i genitori di bambini francesi, limitato il diritto dello ius soli a Mayotte, ecc.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>IL MITO DELL\u2019ASSALTO ALL\u2019EUROPA<br \/>\nIn questa baraonda, la sinistra radicale sembra spaccata tra chi sostiene l\u2019apertura delle frontiere e chi promuove provvedimenti di lotta contro le cause di trasferimento di queste popolazioni (1). Un obiettivo irreale, ribattono i primi, poich\u00e9 lo sviluppo dei paesi del sud, invece di ridurre i flussi migratori, contribuir\u00e0 ad alimentarli.<br \/>\nQuesta obiezione va incontro a un crescente successo da quando, nel febbraio scorso, \u00e8 stato pubblicato un\u00a0saggio di Stephen Smith che predice un \u00abassalto\u00bb all\u2019Europa da parte della \u00abgiovane Africa\u00bb e una \u00abafricanizzazione\u00bb del Vecchio continente (2).<br \/>\nFacendo riferimento a una serie di numeri e di statistiche, la dimostrazione di questo giornalista, passato per Lib\u00e9ration, Le Monde e Radio France Internationale (Rfi) sembra inesorabile.<br \/>\nL\u2019Africa sarebbe schiacciata da un \u00abrullo compressore demografico\u00bb alimentato dall\u2019elevata fecondit\u00e0 a sud del Sahara. Secondo alcune stime delle Nazioni unite, la sua popolazione passer\u00e0 da 1,2 miliardi di abitanti nel 2017 a 2,5 miliardi nel 2050, fino ai 4,4 miliardi del 2100. In quest\u2019arco di tempo, il continente andr\u00e0 incontro a un importante sviluppo economico, i redditi degli abitanti aumenteranno, e un numero crescente di loro disporr\u00e0 \u00abdei mezzi necessari per andare a cercare fortuna altrove\u00bb. Bisogna quindi aspettarsi una \u00abfuga in massa\u00bb dal continente e un aumento della popolazione europea di origine africana in trent\u2019anni, che rappresenter\u00e0 tra il 20% e il 25% del totale (contro l\u20191,5% &#8211; 2% nel 2015).<br \/>\nCon simili previsioni, Smith temeva di \u00abgenerare passioni e polemiche\u00bb. Il suo libro, tradotto o in corso di traduzione in inglese, in tedesco, in spagnolo e in italiano, ha ricevuto il premio della Revue des deux mondes, un riconoscimento dell\u2019Acad\u00e9mie fran\u00e7aise e il premio Brienne come miglior libro geopolitico assegnato dal ministero degli esteri, grazie al quale sar\u00e0 esposto nelle librerie con una fascetta rossa con il timbro del Quai d\u2019Orsay. Mentre il filosofo Marcel Gauchet vorrebbe rendere la sua lettura \u00abobbligatoria per tutti i responsabili politici\u00bb (L\u2019Obs, 27 giugno), Macron considera che egli abbia \u00abdescritto perfettamente (\u2026) questa demografia africana che \u00e8 una vera e propria bomba\u00bb (15 aprile).<br \/>\nPer sei mesi, a eccezione dell\u2019antropologo Michel Agier, in un\u2019intervista incrociata (3), non una voce si \u00e8 levata a contraddire Smith. Il desiderio di tentare la fortuna Finalmente, a settembre \u00e8 arrivato il primo attacco concertato a firma di Fran\u00e7ois H\u00e9ran. In una nota dell\u2019Institut national des \u00e9tudes d\u00e9mographiques (Ined), poi in un articolo di ampia diffusione (4), questo professore del Coll\u00e8ge de France, titolare della cattedra migrazioni e societ\u00e0, ha ricordato che il 70% degli emigrati africani rimane nel proprio continente, una cifra stabile dagli anni 1990. Contesta soprattutto il metodo e i dati utilizzati da Smith. Servendosi del database bilaterale delle migrazioni istituito dalla Banca mondiale, dal Fondo monetario\u00a0internazionale (Fmi) e dall\u2019Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), ha calcolato\u00a0che verso il 2050 gli africani e i loro discendenti rappresenteranno dal 3% al 4% della popolazione europea, \u00abben lontano dal temuto 25%\u00bb. H\u00e9ran non mette in discussione l\u2019idea di una \u00abfuga in massa\u00bb dall\u2019Africa;\u00a0semplicemente, considera che non avverr\u00e0 prima del 2050. Smith, per determinare l\u2019entit\u00e0 delle future migrazioni africane, ha utilizzato i parametri di movimenti di popolazione precedenti, in particolare la grande migrazione transatlantica \u2013 nel corso della quale cinquanta milioni di europei, nel XIX secolo, si sono trasferiti in America \u2013 e l\u2019emigrazione dei messicani verso gli Stati uniti tra il 1970 e il 2015. Denunciando la mancanza di rigore di questo metodo, H\u00e9ran obietta: \u00abSe poniamo l\u2019indice di sviluppo umano su una scala da 1 a 10, la maggior parte dei paesi subsahariani si colloca a 1, il Messico \u00e8 a 6, la Francia a 9 e gli Stati uniti a 10. Mentre le migrazioni dal livello 6 al livello 10 sono da considerarsi di massa (25 milioni\u00a0di persone nelle diaspore in oggetto), quelle che vanno dal livello 1 al livello 9 o 10 sono limitate (meno di 2,3 milioni).<br \/>\n\u00c8 lecito supporre che alla scadenza del 2050 l\u2019Africa subsahariana abbia bruciato le tappe dello sviluppo per equiparare l\u2019attuale posizione relativa del Messico?\u00bb Altrimenti detto, nei tre decenni che verranno, l\u2019Africa sar\u00e0 ancora troppo povera per fare le valige e partire.<br \/>\nAl di l\u00e0 delle divergenze personali, Smith e H\u00e9ran condividono una diagnosi comune: le popolazioni dei paesi molto poveri si spostano poco e lo sviluppo economico, invece di frenare l\u2019emigrazione, la incoraggia \u00abLei manda in frantumi una delle nostre certezze pi\u00f9 radicate\u00bb, si stupisce Alain Finkielkraut intervistando il primo (5). Il filosofo sembra scoprire un fenomeno solidamente attestato fin dal 1971. Prima di questa data prevaleva un modello \u00abneoclassico\u00bb: si riteneva che a un minore divario di livello economico tra i paesi di partenza e quelli di arrivo corrispondessero meccanicamente flussi migratori pi\u00f9 contenuti. Questo schema \u00e8 po stato messo in discussione dal geografo Wilbur Zelinsky, che per la prima volta ha avanzato l\u2019ipotesi di una \u00abtransizione nella mobilit\u00e0\u00bb, sempre pi\u00f9 spesso chiamata transizione migratoria, di cui individua diverse tappe (6). Man mano che i paesi pi\u00f9 poveri si sviluppano, il loro tasso di mortalit\u00e0, in particolare quella infantile, si riduce; la popolazione ringiovanisce e il tasso di emigrazione aumenta. Solo una volta raggiunto un certo livello di ricchezza le partenze degli abitanti diminuiscono e aumentano gli arrivi di stranieri \u2013 tranne in circostanze straordinarie (guerra, tracollo economico, crisi politica&#8230;) che possono modificare radicalmente la situazione.<br \/>\nDopo quarant\u2019anni, molti studi di caso hanno confermato questo modello.<br \/>\nQuelli che un tempo erano stati paesi di emigrazione, l\u2019Italia, la Spagna, la Grecia, l\u2019Irlanda, la Corea del sud, la Malesia o ancora Taiwan, hanno concluso questo ciclo e sono diventati paesi di immigrazione. Altri, come la Turchia, l\u2019India, la Cina o il Marocco, potrebbero seguire la stessa strada nei prossimi decenni. Pi\u00f9 in generale, gli economisti Michael Clemens e Hannah Postel hanno constatato che tra il 1960 e il 2010, il tasso di emigrazione era aumentato in 67 dei 71 Stati che da paesi a basso reddito sono diventati paesi a reddito medio (7). Il fenomeno, indipendentemente dai luoghi e dai periodi, \u00e8 tanto frequente da sembrare quasi naturale. A meno che l\u2019Africa non costituisca l\u2019eccezione alla regola, la crescita economica potrebbe provocare un aumento spettacolare dell\u2019emigrazione, specialmente nella fascia subsahariana. \u00abIl sostegno allo sviluppo, con cui si pensava di trattenere gli africani nelle proprie terre e a cui spesso ci si \u00e8 appellati, si \u00e8 ritorto contro i paesi ricchi\u00bb, afferma affranto Finkielkraut.<br \/>\nPer spiegare questo fenomeno, i ricercatori hanno avanzato diverse ipotesi. Una di queste, l\u2019unica accettata da Smith e la pi\u00f9 diffusa, riguarda l\u2019alleggerimento dei vincoli economici. Emigrare costa caro; bisogna pagare il visto, il viaggio, le spese per il trasferimento: un freno per i pi\u00f9 poveri.<br \/>\nL\u2019aumento dei redditi permette automaticamente a un numero maggiore di individui di disporre dei mezzi necessari per lanciarsi nell\u2019avventura migratoria e il bacino di candidati all\u2019espatrio \u00e8 cresciuto proporzionalmente all\u2019aumento del numero dei giovani.<br \/>\nMa se la mancanza di risorse economiche pu\u00f2 ostacolare il progetto migratorio, dobbiamo comunque interrogarci sul perch\u00e9 delle popolazioni vogliano abbandonare un paese in piena crescita. La risposta offerta dai ricercatori \u00e8 semplice: negli Stati pi\u00f9 poveri, lo sviluppo economico non \u00e8 sinonimo di una prosperit\u00e0 estesa a tutti. L\u2019aumento della produttivit\u00e0 agricola trasforma il mondo rurale e lascia per strada un\u2019abbondante manodopera, spesso giovane, sempre pi\u00f9 istruita, che l\u2019emergente economia industriale e urbana non riesce ad assorbire a causa della mancanza di posti di lavoro qualificati. Gli emarginati, bloccati nelle campagne o ai confini delle citt\u00e0, sono tenuti a distanza da chi protegge i propri interessi e beneficia dei vantaggi del consumo. In un contesto caratterizzato da un migliore accesso all\u2019informazione, questo divario alimenta il desiderio di tentare la fortuna altrove, che \u00e8 reso possibile dall\u2019aumento dei redditi.<br \/>\nIn molti casi, ormai, lo sviluppo economico si coniuga inoltre con l\u2019instaurazione del libero scambio, i cui effetti sui movimenti della popolazione sono stati ampiamente dimostrati.<br \/>\nA tal riguardo, il Messico rappresenta un caso esemplare. L\u2019accordo nordamericano di libero scambio (Nafta), firmato nel 1992, venne presentato alla popolazione come uno strumento per limitare i flussi migratori. \u00abI messicani non avranno pi\u00f9 bisogno di emigrare nel nord per cercare lavoro: lo troveranno qui\u00bb, prometteva all\u2019epoca il presidente Carlos Salinas de Gortari (8). L\u2019economista Philip L. Martin, invece, prediceva un effetto inverso (9), e i fatti gli hanno dato ragione. Gli Stati uniti, liberi dai dazi doganali, hanno sommerso il proprio vicino di mais finanziato e prodotto dall\u2019agricoltura intensiva. Il calo dei prezzi ha destabilizzato l\u2019economia rurale, gettando in mezzo a una strada milioni di campesi\u00f1os che non trovavano impiego sul posto n\u00e9 nelle nuove fabbriche aperte a ridosso della frontiera.<br \/>\nIn meno di dieci anni, il numero dei clandestini messicani negli Stati uniti \u00e8 aumentato del 144%, passando da 4,8 milioni nel 1993 a 11,7 milioni nel 2002. Allo stesso modo, dopo la firma degli accordi di libero scambio con una trentina di paesi africani nel 2014, l\u2019Unione europea potrebbe aver alimentato l\u2019immigrazione che affermava di combattere.<br \/>\nSmith non \u00e8 mai entrato nel merito del carattere iniquo della crescita, degli effetti delle logiche di mercato, dei processi di accumulazione del capitale e di accaparramento delle terre da parte dei grandi proprietari che distruggono l\u2019economia contadina introducendo un\u2019organizzazione incentrata sul lavoro dipendente (10). Se gli studi sulla transizione migratoria giungono tutti alle stesse conclusioni \u00e8 indubbiamente perch\u00e9 prendono in esame lo stesso tipo di sviluppo, basato non sulla ricerca della piena occupazione e della riduzione delle disuguaglianze, ma sul libero scambio, sulle privatizzazioni, sulla flessibilit\u00e0 del mercato del lavoro, sull\u2019ottimizzazione dei \u00abvantaggi comparati\u00bb per attirare gli investimenti diretti stranieri.<br \/>\nDivisione delle classi popolari In realt\u00e0, non \u00e8 lo sviluppo a provocare l\u2019emigrazione, ma lo squilibrio tra l\u2019offerta e la domanda occupazionale, in particolare per i giovani. \u00abTutti i dati indicano che un rigido mercato del lavoro nei paesi di origine scoraggia le partenze (11)\u00bb, sottolinea l\u2019economista Robert Lucas, mentre Clemens e Postel precisano: \u00abC\u2019\u00e8 indubbiamente un rapporto negativo tra il tasso di occupazione dei giovani e l\u2019emigrazione.<br \/>\nNei paesi con un tasso di occupazione dei giovani superiore al 90%, il tasso di emigrazione \u00e8 dimezzato rispetto a quello dei paesi in cui solo il 70% dei giovani ha un impiego (12)\u00bb. Il professore Hein de Haas, invitando a non confondere correlazione e causalit\u00e0, sottolinea come una demografia dinamica non sia necessariamente all\u2019origine di una forte emigrazione. \u00abLe persone non migrano a causa della crescita demografica, ripete. Migrano solo se la crescita della popolazione si accompagna a una crescita economica lenta e a un elevato tasso di disoccupazione. (\u2026) Quando una forte\u00a0crescita demografica coincide con una forte crescita economica, \u00e8 il caso della maggior parte delle monarchie petrolifere del Golfo, l\u2019emigrazione si mantiene a livelli bassi (13).\u00bb Nel Vecchio continente \u00e8 ancora ampiamente diffusa l\u2019idea che decine di milioni di africani, spinti dalla mancanza di prospettive, dalle guerre, dal cambiamento climatico, possano prendere la via dell\u2019esilio. I guerrafondai del panico identitario si appigliano a questa teoria per invocare maggiori restrizioni \u2013 \u00abL\u2019Europa non intende diventare africana\u00bb, giustifica Finkielkraut. Altri, giunti a conclusioni pi\u00f9 fataliste, esigono la libert\u00e0 di circolazione e l\u2019apertura delle frontiere. \u00ab\u00c8 utopia pensare che si possano contenere o, ancor meno, interrompere i flussi migratori. (\u2026) Nei decenni futuri, le migrazioni si estenderanno, in forma volontaria o coatta. Arriveranno alle nostre coste, e il nostro paese, come oggi, avr\u00e0 i propri espatriati. I rifugiati spinti dalle guerre e dalle catastrofi climatiche saranno pi\u00f9 numerosi\u00bb, precisa per esempio il \u00abManifesto per l\u2019accoglienza dei migranti\u00bb lanciato da Politis, Regards e Mediapart.<br \/>\nSarebbe possibile un\u2019altra strada che, tuttavia, non prendono in esame.<br \/>\n\u00c8 decisamente pi\u00f9 irta e presuppone la critica del modello economico dominante per rendere le loro societ\u00e0 attraenti per le popolazioni. Auspicare per il sud un futuro segnato da crisi e miseria non tradurrebbe forse un certo pessimismo?<br \/>\nNon \u00e8 automatico che nei paesi di accoglienza si sviluppi risentimento.<br \/>\nQuesto nasce in contesti di austerit\u00e0 generalizzata, di destabilizzazione della previdenza sociale, di indebolimento dei servizi pubblici, di scelte politiche che mettono in competizione fra loro i poveri, il pubblico e il privato, gli attivi e i pensionati, i lavoratori con un salario minimo interprofessionale e i disoccupati, per ottenere un aiuto, una casa popolare o un posto all\u2019asilo nido. In queste circostanze, l\u2019arrivo dei migranti appare come un\u2019ulteriore pressione su risorse sempre pi\u00f9 rare, su cui fa leva l\u2019estrema destra seguendo una strategia di divisione delle classi popolari. \u00abIo, scelgo di privilegiare i francesi perch\u00e9 penso che la solidariet\u00e0 nazionale vada rivolta a loro, e mi ripugna l\u2019idea che si accolgano in maniera indiscriminata e irresponsabile migliaia di migranti lasciando i senza tetto in mezzo a una strada\u00bb, esclama Le Pen (14). Ma, anche in questo caso, un\u2019altra strada \u00e8 possibile.<br \/>\nQuesta non passa dalla firma di proclami o dalla richiesta di aprire le frontiere, per cui \u00e8 facile prevedere un rifiuto, ma si basa su un paziente lavoro politico per spingere al potere una forza realmente capace di modificare il corso degli eventi.<\/p>\n<p>Di BENO\u00ceT BR\u00c9VILLE Monde Diplomatique\/il manifesto<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>(1) Si legga \u00abA sinistra disagio sull\u2019immigrazione\u00bb, Le Monde diplomatique\/il manifesto, aprile 2017.<br \/>\n(2) Stephen Smith, Fuga in Europa. La giovane Africa verso il nuovo continente, Einaudi, Torino, 2018. Salvo caso contrario, le citazioni sono tratte da questo saggio.<br \/>\n(3) \u00abLa jeunesse africaine est-elle un danger pour l\u2019Europe?\u00bb, L\u2019Obs, Parigi, 18 febbraio 2018.<br \/>\n(4) Fran\u00e7ois H\u00e9ran, \u00abL\u2019Europe et le spectre des migrations subsahariennes\u00bb, Population et Soci\u00e9t\u00e9s, n\u00b0 558, Parigi, settembre 2018; \u00abComment se fabrique un oracle\u00bb, 18 settembre 2018, www.laviedesidees.fr<br \/>\n(5) \u00abR\u00e9pliques\u00bb, France Culture, 17 marzo 2018.<br \/>\n(6) Wilbur Zelinsky, \u00abThe hypothesis of the mobility transition\u00bb, Geographical Review, vol. 61, n\u00b0 2, New York, aprile 1971.<br \/>\n(7) Michael A. Clemens e Hannah M. Postel, \u00abCan development assistance deter emigration?\u00bb, Center for Global Development, Washington, DC, febbraio 2018.<br \/>\n(8) Carlos Salinas de Gortari, intervento al Massachusetts institute of technology (Mit), Cambridge, 28 maggio 1993.<br \/>\n(9) Philip L. Martin, \u00abTrade and migration: The case of Nafta\u00bb, Asian Pacific Migration Journal, vol. 2, n\u00b0 3, Thousand Oaks (California), September 1993.<br \/>\n(10) Douglas S. Massey, \u00abEconomic development and international migration in comparative perspective\u00bb, Population and Development Review, vol. 14, n\u00b0 3, New York, September 1988.<br \/>\n(11) Robert E. B. Lucas, International Migration and Economic Development: Lessons from Low-Income Countries, Edward Elgar Publishing, Northampton, 2005.<br \/>\n(12) Michael A. Clemens e Hannah M. Postel, \u00abCan development assistance deter emigration?\u00bb, op. cit.<br \/>\n(13) Hein de Haas, \u00abMigration transitions: A theoretical and empirical inquiry into the developmental drivers of internation migration\u00bb, International Migration Institute, university di Oxford, gennaio 2010.<br \/>\n(14) Rtl, 16 gennaio 2017. (Traduzione di Alice Campetti)\t\t<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>I FLUSSI DI RIFUGIATI IN DIREZIONE DELL\u2019UNIONE EUROPEA HANNO RAGGIUNTO IL LIVELLO PI\u00d9 BASSO DALL\u2019INIZIO DELLA \u00abCRISI MIGRATORIA\u00bb SCATENATA DALLA GUERRA IN SIRIA. In Europa, <a class=\"mh-excerpt-more\" href=\"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=14849\" title=\"IMMIGRAZIONE, UN DIBATTITO DISTORTO. 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