{"id":12080,"date":"2017-04-15T19:07:06","date_gmt":"2017-04-15T17:07:06","guid":{"rendered":"http:\/\/www.filef.net\/2017\/04\/15\/11424-eurocrck-europaitalia-al-bivio\/"},"modified":"2017-04-15T19:07:06","modified_gmt":"2017-04-15T17:07:06","slug":"11424-eurocrck-europaitalia-al-bivio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=12080","title":{"rendered":"11424 EUROCRCK, Europa\/Italia al bivio.."},"content":{"rendered":"<p>\t\t\t\t20141110 12:42:00 guglielmoz<\/p>\n<p>1 &#8211; Catastrofe vicina, Europa al bivio \/ EUROCRACK . Ultimi dati Ocse: l\u2019austerity ha tragicamente fallito. Bce e Commissione lo ammettono. Ma ora la crisi rischia di essere irreversibile e allo stato non esiste leadership europea che sia capace di invertire la rotta.<br \/>\n2 &#8211; Europa &#8211; Il \u201cpasso in pi\u00f9\u201d di Draghi.&#8202;<br \/>\n3 &#8211; i conti non tornano L\u2019Italia \u00e8 divisa. A spaccarla non in due, ma in mille pezzi, non \u00e8 il sindacato, come vorrebbe farci credere il Presidente del Consiglio<br \/>\n4 &#8211; Europa Una manovra restrittiva e senza coperture Legge di stabilit\u00e0. Mancano idee innovative e una strategia. Se dovessero scattare le clausole di salvaguardia, gli effetti sarebbero letali<br \/>\n5 &#8211; Europa &#8211; I tagli lineari alla Monti della spending review Austerit\u00e0. La revisione della spesa pubblica colpisce soprattutto la sanit\u00e0 e i trasporti pubblici locali. La fine del federalismo<br \/>\n6 \u2013 Europa \/ Si scrive Renzi, si legge Tremonti \/ Pare che, appena dopo la fine della Comune di Parigi, il deputato socialdemocratico tedesco August Bebel \u2014 intervenendo al Reichstag e ricevendo un inaspettato applauso dai prussiani revanscisti \u2014 scrivesse, assai scosso, a Karl Marx: \u00abHo parlato al Reichstag e i prussiani e i borghesi mi hanno applaudito. Ma cosa ho detto di sbagliato?\u00bb<br \/>\n7 \u2013 Europa Politica industriale, la grande assente \/ Governo. Nessun investimento pubblico per investire nel settore e affrontare le questioni occupazionali. L\u2019unico obiettivo sono le privatizzazioni<br \/>\n8 \u2013 Europa \/ L\u2019unica speranza \u00e8 svendersi ad arabi e cinesi Scenari. Sofferenze bancarie al 9%, crediti bloccati per famiglie e imprese, economia in panne E Renzi punta agli investimenti esteri<br \/>\n9 \u2013 Europa \/ Sotto gli 80 euro e il taglio dell\u2019Irap, la confusione fiscale<br \/>\nAumenti dell\u2019Iva per 17 miliardi, incertezza sugli introiti da evasione fiscale, Tfr tassato Un\u2019analisi a tutto campo della Legge di stabilit\u00e0<br \/>\n10 &#8211; I limiti della propriet\u00e0 La rilettura. Dalla lettera enciclica Populorum progressio di Paolo VI.<\/p>\n<p>1 &#8211; CATASTROFE VICINA, EUROPA AL BIVIO<br \/>\nEUROCRACK . Ultimi dati Ocse: l\u2019austerity ha tragicamente fallito. Bce e Commissione lo ammettono. Ma ora la crisi rischia di essere irreversibile e allo stato non esiste leadership europea che sia capace di invertire la rotta ( di Roberto Romano, Paolo Pini, 6.11.2014)<br \/>\nL\u2019EUROPA attraversa una crisi di identit\u00e0 senza precedenti. La Bce \u00e8 pronta ad adot\u00adtare misure non convenzionali, dando mandato allo staff della stessa di preparare ulteriori misure se necessarie.<br \/>\nLA NOVIT\u00c0 \u00c8 L\u2019UNANIMIT\u00c0 DELLA DECISIONE. DECISIONE IMPROVVISA?<br \/>\nAl netto delle discussioni mezzo stampa sul conflitto tra Germania e Mario Draghi, la situazione economica \u00e8 peggiorata a tal punto che serve qualcosa di pi\u00f9 dei bassi tassi e delle agevolazioni per il credito alle imprese. Se non cresce la domanda \u00e8 difficile immaginare una inversione di tendenza degli investimenti privati.<br \/>\nNel frattempo sono arrivate anche le previsioni economiche della Commissione Europea. Sono lo specchio fedele del fallimento delle politiche fino a oggi realizzate, e manifestano la difficolt\u00e0 di intraprendere scelte capaci di portare fuori dalla crisi l\u2019Europa. Se anche Jyrki Katai\u00adnen sostiene che \u00abla situa\u00adzione eco\u00adno\u00admica e dell\u2019occupazione non sta miglio\u00adrando con sufficiente rapidit\u00e0. La Commissione europea si impegna ad avvalersi di tutti gli strumenti e le risorse disponibili per aumentare la crescita e l\u2019occupazione in Europa. Proporremo un piano di investimenti di 300miliardi di euro per rilanciare e sostenere la ripresa economica\u00bb, qualcosa nella Commissione comincia a muoversi.<br \/>\nLO SHOCK CICLICO del Pil intervenuto dal 2008 per quasi tutti i paesi euro ha prodotto danni persistenti nel sistema economico. Non solo le imprese tengono a contrarre gli investimenti mentre l\u2019occupazione perde competenze con effetti cumulativi, ma la persistenza del processo \u00abCICLICO\u00bb negativo intacca le capacit\u00e0 produttive del sistema economico nel suo insieme.<br \/>\nIn altri termini la crisi ha eroso la crescita futura dell\u2019Europa, mentre il modello di equilibrio utilizzato dalla Commissione Europea avvicina sempre di pi\u00f9 la crescita potenziale e quella reale. Nei fatti cresce la disoccupazione strutturale, cio\u00e8 quella sulla soglia della crescita dell\u2019inflazione, mentre la crescita del Pil potenziale, cio\u00e8 sostenibile senza spinte inflattive, restando al solo caso dell\u2019Italia, diventa addirittura negativa.<br \/>\nQuesto \u00e8 anche l\u2019esito dell\u2019errato modello utilizzato da Bruxelles e applicato testardamente per disegnare politiche economiche pro cicliche: recessive quando il Pil cala, espansive quando il Pil cresce.<br \/>\nEsattamente il contrario di quello che servirebbe.<br \/>\nL\u2019Europa si trova cos\u00ec davanti a un bivio. Un bivio che pu\u00f2 essere rappresentato da un prima della crisi (2001\u20132007) e un dopo la crisi (2008\u20132014). Nei 7 anni pre crisi la crescita del Pil ha registrato un valore cumulato prossimo al 14% per i paesi di area euro, che diventa negativo (-0,4%) nei 7 anni successivi.<br \/>\nSono in particolare i paesi che hanno adottato pedissequamente le politiche europee a manifestare la maggiore differenza e sofferenza.<br \/>\nL\u2019ITALIA PASSA DA UNA CRESCITA CUMULATA DEL 9% TRA IL 2001 E IL 2007, AD UNA CRESCITA NEGATIVA DEL 9% TRA IL 2008 E IL 2014.<br \/>\nProprio ieri l\u2019Ocse ha previsto una crescita dello 0,2% per il 2015, penultima tra i Paesi G20. Valori migliori registra la Francia: rispettivamente +12,7% e +1%, ma la crescita del Pil potenziale si riduce a decimali. Persino la Germania passa da una crescita del 10% a un \u00abmodesto\u00bb +5,7%.<br \/>\nInevitabilmente gli investimenti fissi seguono il ciclo economico, anzi contribuiscono a peggiorarlo. Se nel periodo tra il 2001 e il 2007 gli investimenti crescono del 17% per l\u2019area euro, a partire dal 2008 registrano una contrazione del 20,6%. L\u2019Italia \u00e8 il paese che ha la maggiore divaricazione. Tra il 2001 e il 2007 questi crescono del 15%, ma durante la crisi crollano del 35%. La Francia fa solo un po\u2019 meglio: dal +20% al \u201315.<br \/>\nLa caduta del Pil potenziale e di quello effettivo, soprat\u00adtutto per responsabilit\u00e0 delle politiche di austerit\u00e0 adottate come conseguenza del modello economico di riferimento dell\u2019Ue, ha fatto crescere il rapporto debito\/Pil nonostante la contrazione della spesa pubblica, la deregolamentazione del lavoro e la liberalizzazione di beni e servizi. Anzi, meglio sarebbe dire, a causa dell\u2019ottusit\u00e0 di queste politiche.<br \/>\nSe nel periodo pre-crisi la crescita del Pil ha permesso di ridurre il rapporto debito\/Pil, con il 2008 questo \u00e8 cresciuto inesorabilmente e inevitabilmente.<br \/>\nAnche in Germania, bench\u00e9 abbia beneficiato di fattori eccezionali: il valore implicito pi\u00f9 basso dell\u2019euromarco (40%) e politiche coerenti con il rafforzamento dell\u2019export. Potremmo anche considerare la quota di debito pubblico \u00abgrigio\u00bb presso le loro casse deposito e presiti, ma il senso non cambia.<br \/>\nQuindi oggi le politiche economiche europee attraversano una fase persino molto pi\u00f9 grave per credibilit\u00e0 di quella che sino a ieri le caratterizzavano. Le previsioni autunnali della Commissione sono, in qualche misura, lo specchio fedele della \u00abincredulit\u00e0\u00bb di quello che accade. Incredulit\u00e0 che diventa patetica se prendiamo le proiezioni di crescita per il 2015. Se dovessimo utilizzare la distanza tra le previsioni iniziali e il consuntivo degli anni passati, per l\u2019Europa possiamo attenderci una crescita negativa tra il \u20131 ed il \u20131,5% per il 2015, mentre per l\u2019Italia possiamo stimare una contrazione non inferiore al 2%.<br \/>\n\u00c8 una ipotesi inaccettabile anche per i custodi dell\u2019ortodossia. Le politiche monetarie non funzionano perch\u00e9 non arrivano l\u00e0 dove sarebbero pi\u00f9 utili, nel mentre si riduce la domanda di credito in ragione delle prospettive per il futuro.<br \/>\nQualcosa accadr\u00e0 perch\u00e9 l\u2019Europa non pu\u00f2 consumare un ennesimo anno come o peggio di quello appena trascorso.<br \/>\nPeccato che abbiamo una direzione politica incapace di riprogettare una Europa che esca dalla depressione e all\u2019altezza della sfida che l\u2019attende.<\/p>\n<p>2 &#8211; EUROPA &#8211; IL \u201cPASSO IN PI\u00d9\u201d di Draghi.&#8202;<br \/>\nMario Draghi FA \u201cUN PASSO IN PI\u00d9\u201d VERSO NUOVE MISURE DELLA BCE PER RIANIMARE L\u2019ECONOMIA, L\u2019OCSE CHIEDE APERTAMENTE ALL\u2019EUROTOWER DI ATTUARE UN QUANTITATIVE EASING MONETARIO, L\u2019FMI FA AUTOCRITICA PER AVER DIFESO LA RIDUZIONE DEI DEFICIT IN MODO \u201cPREMATURO\u201d DAL 2010, SOLO DUE ANNI DOPO IL FALLIMENTO DI LEHMAN BROTHERS, CHE HA DATO IL VIA ALLA GRANDE CRISI, CHE DAL MONDO INDUSTRIALIZZATO HA ORMAI CONTAGIATO ANCHE GLI EMERGENTI. ( di Anna Maria Merlo, PARIGI, 6.11.2014)<br \/>\nDue giorni dopo le nere previsioni d\u2019autunno della Commissione, che ha rivisto al ribasso le prospettive di crescita dei paesi Ue e della zona euro in particolare, il presidente della Bce ha dichiarato ieri che il board \u00e8 stato \u201cunanime\u201d sulla possibilit\u00e0 di attivare \u201cstrumenti non convenzio\u00adnali se permane la bassa inflazione\u201d. Draghi ha forzato la mano alla \u201cfronda\u201d dei fautori dell\u2019ortodossia monetaria, coagulata da Jens Weid\u00admann della Bundesbank (da 7 a 10 membri del consiglio della Bce su 24)? Il presidente ha sottolineato che \u201cnon c\u2019\u00e8 una linea di demarcazione delimitata tra nord e sud\u201d nella Bce, per smentire le voci sui forti dissensi interni, anche se ha ammesso \u201cdivergenze\u201d, una \u201ccosa normale\u201d, come succede alla Fed, in Gran Bretagna o in Giappone. Draghi ha ripetuto l\u2019affermazione che, nella conferenza stampa del 4 settembre scorso, aveva fatto saltare sulla sedia gli \u201cortodossi\u201d: il bilancio della Bce continuer\u00e0 ad ampliarsi fino ai livelli dell\u2019inizio del 2012 (quando aveva toc\u00adcato i 3,02 triliardi di euro). Cio\u00e8, la Bce \u2013 ma solo \u201cse necessario\u201d \u2013 immetter\u00e0 mille miliardi sul mercato, con acquisti di obbligazioni garantite dall\u2019emittente, con le cartolarizzazioni Abs e altra liquidit\u00e0 con i Tltro. I tassi di interesse restano al minimo storico, lo 0,05%. Queste informazioni sono state accolte con sollievo dai mercati e l\u2019euro sul dollaro \u00e8 al livello pi\u00f9 basso dal 2008.<br \/>\nLa Bce aspetter\u00e0 per mettere in opera la politica dovish, accomodante, se constater\u00e0 che le misure in atto finora non si riveleranno efficaci. Ma tutto dice che rianimare l\u2019economia della zona euro non sar\u00e0 compito facile. Le previsioni d\u2019autunno della Commissione, con prospettive riviste al ribasso rispetto al maggio scorso anche per la Germania, aveva gi\u00e0 gettato il gelo all\u2019inizio della settimana. Per la Commissione l\u2019economia della zona euro rester\u00e0 in crisi nel 2015, anche se dovrebbe evitare di cadere in deflazione. Quest\u2019anno, il pil a 28 salir\u00e0 dell\u20191,3% e solo dello 0,8% per la zona euro. Piccolo fremito nel 2015, con rispettivamente +1,5% per i 28 e +1,1% per i 18 della moneta unica. \u201cLa fiducia \u00e8 inferiore rispetto alla scorsa primavera\u201d, ha spiegato la Commissione, che pero\u2019 attribuisce la colpa agli altri, soprattutto al rallentamento delle economie emergenti. Bruxelles non rimette in causa l\u2019austerit\u00e0. Anzi. I paesi che pensano di potersi emancipare un po\u2019 dal corsetto dei parametri, sono stati richiamati all\u2019ordine dalla Germania. Parigi e Roma hanno difatti ricevuto indiretta\u00admente una lettera da Berlino \u2014 spedita al nuovo commissario agli affari monetari Pierre Moscovici, a Pier Carlo Padoan per la presidenza semestrale italiana, a Jyrki Katainen e a Jeroen Dijsselbloem, presidente dell\u2019Eurogruppo \u2014 che chiede a Bruxelles di rafforzare i controlli sugli stati che non rispettano le regole. La lettera, spedita il 20 ottobre, \u00e8 firmata da Wolfgang Sch\u00e4uble, ministro tedesco delle finanze, e anche dal social democratico Sigmar Gabriel, responsabile dell\u2019economia nel governo Merkel.<br \/>\nLa Germania rallenta, l\u2019Italia affoga e la Francia \u00e8 considerata l\u2019 \u201cuomo malato\u201d d\u2019Europa, mentre la nuova Commissione si congratula per i miglioramenti in Grecia e in Spagna, paesi annientati dall\u2019austerit\u00e0, dove la disoccupazione imperversa. Hollande \u00e8 arrivato ieri a met\u00e0 mandato. E\u2019 andato in tv per cercare di spiegare come mai, malgrado i 41 miliardi di sgravi concessi alle imprese, ci sono 500mila disoccupati in pi\u00f9 da quando \u00e8 entrato all\u2019Eliseo (ormai 3,5 milioni, cifra che supera i 5 se si considerano coloro che hanno lavorato qualche ora) e i deficit sforeranno alla grande i parametri (4,5% nel 2015, 4,7% nel 2016). La Francia \u00e8 in ebollizione, con varie categorie professionali scatenate contro qualsiasi tentativo di riforma. Gli ultimi a manifestare sono stati gli agricoltori, mercoled\u00ec. Non vogliono sentir parlare di misure di limitazione nell\u2019uso dei nitrati in zone \u201cvulnerabili\u201d (Bruxelles ha di nuovo punito la Francia per non rispetto della direttiva del 1991), hanno gi\u00e0 ottenuto l\u2019abolizione dell\u2019ecotassa (sul trasporto via camion) e il versamento anticipato delle sovvenzioni della Pac. Ma la rabbia non cala: tonnellate di letame riversate di fronte alle Prefetture, assalti violenti ad edifici pubblici e all\u2019arredo urbano, a Nantes persino maltrattamenti contro le nutrie \u201cnocive, come la ministra S\u00e9gol\u00e8ne Royal e gli ecologisti\u201d, la giornata di mercoled\u00ec \u00e8 stata di fuoco.<\/p>\n<p>3 &#8211; I CONTI NON TORNANO &#8211; L\u2019ITALIA \u00c8 DIVISA. A SPACCARLA NON IN DUE, MA IN MILLE PEZZI, NON \u00c8 IL SINDACATO, COME VORREBBE FARCI CREDERE IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Non sono neanche solo gli effetti della crisi ini\u00adziata sette anni fa, ma decenni di politiche sbagliate che la proposta di Legge di stabilit\u00e0 2015 presentata dal governo si guarda bene dal modi\u00adfi\u00adcare. ( di Grazia Naletto, 6.11.2014)<br \/>\nQuelle che a Bagnoli nel 2003, undici anni fa e ben prima dell\u2019inizio della crisi, Sbilanciamoci! gi\u00e0 contestava sollecitando un\u2019inversione di rotta. A nulla vale che i principali indicatori economici segnalino in modo evidente il fallimento delle risposte neoliberiste offerte alla crisi: il Pil stimato allo \u20130,2% nel 2014, il debito al 136,4%, la disoccupazione al 12,6% a settem\u00adbre 2015, quella giovanile al 42,9%.<br \/>\nInnanzitutto, manca una visione strategica pubblica del modello economico e industriale italiano. Come allora, la parola d\u2019ordine del governo \u00e8 quella di intervenire il meno possibile in campo economico, proseguendo nel programma di privatizzazioni, favorendo l\u2019abbassamento del costo e dei diritti sul lavoro e continuando a fare regali fiscali alle imprese.<br \/>\nUno dei dogmi indiscutibili \u00e8 (ancora) \u201cTagliare le tasse\u201d: uno slogan indubbiamente popolare. Ma ci si dimentica di spiegare che esso comporta anche il taglio di servizi fondamentali per i cittadini e che i 4,2 miliardi di trasferimenti in meno agli enti locali provocheranno l\u2019aumento delle tasse locali.<br \/>\nTERZO. Il cambio di verso delle politiche di austerit\u00e0 \u00e8 vero e falso nello stesso tempo. \u00c8 vero perch\u00e9 il governo ha scelto di portare le previsioni di deficit per il 2014 al 3% e per il 2015 al 2,6. \u00c8 falso perch\u00e9 non implica una reale inversione di rotta, prevedendo come propone Sbilanciamoci!, con una campagna appena avviata insieme ad altri, l\u2019abolizione dell\u2019obbligo di pareggio di bilancio previsto in Costituzione. Semplicemente, il governo rinvia il raggiungimento del pareggio di bilancio al 2017 non potendo fare altrimenti.<br \/>\nQUARTO. Nella Legge di stabilit\u00e0 non c\u2019\u00e8 traccia di interventi seri per ridurre la forbice delle diseguaglianze. Gli 80 euro in busta paga escludono pensionati e disoccupati, mentre gli stanziamenti per i fondi sociali sono del tutto inadeguati.<br \/>\nSI PROSEGUE CON LA POLITICA DELLA BENEFICENZA (bonus beb\u00e8, carta acquisti ordinaria e sperimentale), rinunciando anche quest\u2019anno all\u2019introduzione di uno strumento universalistico di sostegno al reddito. La copertura delle 150 mila assunzioni annunciate nelle Linee guida de \u201cLa buona scuola\u201d \u00e8 tutt\u2019altro che sicura, mancano risorse per il funzionamento ordinario delle scuole, ma 471,9 milioni di euro sono previsti per finanziare le scuole private.<br \/>\nQUINTO. Per le imprese che investono in ricerca e sviluppo il governo mette a disposizione la cifra di 300 milioni. Per gli interventi contro il dissesto idro\u00adgeologico, nonostante gli annunci seguiti al disastro di Genova, sono previsti 190 milioni di euro aggiuntivi sul 2015 (il 9,7% di quei due miliardi l\u2019anno che servirebbero se davvero si volesse affrontare il problema). Si prosegue invece con gli investimenti nelle grandi opere (pi\u00f9 di 3,2 miliardi), che hanno costi e tempi incerti e insostenibili dal punto di vista economico-finanziario, sociale e ambientale.<br \/>\nSESTO. Si dimentica che la crisi economico-finanziaria non \u00e8 stata provocata dalla mala gestione della finanza pubblica, ma dalle cattive speculazioni della finanza privata: nessuna traccia di quell\u2019estensione della tassa sulle transazioni finanziarie ad azioni, obbligazioni e derivati che contribuirebbe a ridurre le speculazioni finanziarie.<\/p>\n<p>4 &#8211; EUROPA UNA MANOVRA RESTRITTIVA E SENZA COPERTURE LEGGE DI STABILIT\u00c0. MANCANO IDEE INNOVATIVE E UNA STRATEGIA. SE DOVESSERO SCATTARE LE CLAUSOLE DI SALVAGUARDIA, GLI EFFETTI SAREBBERO LETALI http:\/\/ilmanifesto.info\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2014\/11\/06\/valigia01.jpg<br \/>\nI MESI SCORSI CI HANNO ABITUATI A QUELLA CHE SEMBRA UNA CARATTERISTICA DI QUESTO GOVERNO: UN USO SPREGIUDICATO E SPACCONE DELLA COMUNICAZIONE, ANCHE A COSTO DI ACCENTUARE LA DISTANZA FRA RAPPRESENTAZIONE E REALT\u00c0, E L\u2019INDIVIDUAZIONE DI CONTROPARTI (IL NEMICO) SU CUI SCARICARE LE COLPE DI RITARDI E INSUCCESSI. ( di  Angelo Marano, 6.11.2014)<br \/>\nLa manovra di bilancio \u00e8 in tal senso emblematica: viene rappresentata come espansiva e di rottura, ma \u00e8 in realt\u00e0 di portata limitata e formalmente restrittiva. Quanto alle responsabilit\u00e0, esse vengono scaricate sull\u2019Europa, troppo rigida nell\u2019applicazione delle regole, e sulle regioni, che hanno ventilato aumenti delle imposte locali per compensare i tagli. Dopo il timido rinvio, nel Def presentato lo scorso aprile, del pareggio di bilancio dal 2015 al 2016, l\u2019aggiornamento del Def \u00e8 apparentemente pi\u00f9 aggressivo: prevede il congelamento, di fatto, del fiscal compact, rinvia ulteriormente il pareggio al 2017 e fissa il deficit programmatico al 3% nel 2014 e al 2,9% nel 2015. Addirittura, viene indicato un deficit tendenziale 2015 in forte calo (2,2%), col governo, per\u00f2, che intenderebbe portarlo al 2,9%, utilizzando la differenza (11,5 miliardi) per rilanciare l\u2019economia. Ma lo sforzo espansivo andrebbe anche oltre. Nella presentazione del Ddl di stabilit\u00e0 la manovra esplode a 36 miliardi: si aggiungono, fra l\u2019altro, 15 miliardi di riduzione di spesa pubblica, 3,8 di lotta all\u2019evasione fiscale, 3,6 di aumento della tassazione sulle rendite. Una massa cos\u00ec ingente di risorse (il 2,2% del Pil) verrebbe impiegata per rendere permanenti gli 80 euro al mese in busta paga per i dipendenti (senza per\u00f2 l\u2019estensione ad altre categorie), per eliminare il costo del lavoro dall\u2019imponibile Irap, per altri sgravi fiscali, fra cui la decontribuzione per i nuovi assunti, per ammortizzatori sociali e un piano straordinario di assunzioni nella scuola.   Anche lo sforzo aggiuntivo richiesto dalla Ue, ulteriori 4,5 miliardi di riduzione del deficit, viene stigmatizzato ma presentato come non in grado di alterare la natura espansiva dell\u2019impostazione di bilancio.<br \/>\nLO STUDIO DELLA MANOVRA FA EMERGERE, TUTTAVIA, ALCUNE RILEVANTI PERPLESSIT\u00c0. INNANZITUTTO, LA MANOVRA \u00c8 DI SEGNO RESTRITTIVO, NON ESPANSIVO, E LE SUE DIMENSIONI SONO BEN PI\u00d9 RIDOTTE DI QUANTO DICHIARATO.<br \/>\nIl deficit passer\u00e0 dal 3% nel 2014 al 2,6% nel 2015, il ch\u00e9 configura una manovra di bilancio, pur moderatamente, restrittiva; non a caso il governo non ne ha ipotizzato un significativo effetto sul Pil. Vero che l\u2019aggiornamento del Def indica un deficit tendenziale 2015 in calo al 2,2%, ma non considera poste di bilancio che sono rifinanziate annualmente e non possono essere azzerate, quantificate dallo stesso Ddl in almeno 6,9 miliardi. Se poi andiamo a spulciare la manovra, la dimensione degli interventi netti si riduce drasticamente: vanno tolti i 6,9 miliardi di cui sopra, i 4,5 destinati a ulteriore riduzione del deficit, i 3 che servono a compensare mancati risparmi, altri 3 gi\u00e0 a suo tempo stanziati per il bonus 80 euro e i 2,1 gi\u00e0 previsti per la riduzione dell\u2019Irap. Cos\u00ec la manovra si riduce dal lato degli interventi a 6,5 miliardi di maggiore spesa per la conferma degli 80 euro, 4,5 miliardi di spesa aggiuntiva per l\u2019eliminazione del costo del lavoro dalla base imponibile Irap e la decontribuzione sui nuovi assunti, 1,5 miliardi di ammortizzatori sociali (com\u00adpreso la cassa in deroga) e poco altro.<br \/>\nLa manovra, poi, preoccupa dal punto di vista delle coperture previste, fondamentalmente di due tipi: almeno 12 miliardi di ulteriori tagli alle spese, aggiuntivi rispetto a quelli gi\u00e0 previsti dalla normativa, e almeno 4,5 miliardi di recupero aggiuntivo di imposte evase. Si tratta di somme ingenti e tutt\u2019altro che sicure, soprattutto se si pensa che nello stesso Ddl di stabilit\u00e0 si sono dovuti accantonare 3 miliardi per il mancato conseguimento di previsti risparmi. Vengono poi scontate in bilancio privatizzazioni per 11,5 miliardi (0,7% del Pil), altro obiettivo, anche prescindendo da considerazioni di opportunit\u00e0, di difficile realizzazione, stante che nel 2014 non arriveranno allo 0,3% del Pil. Inoltre, laddove nel 2014 il bilancio aveva potuto godere del bonus derivante dalla riduzione degli interessi sul debito pubblico, gli interessi previsti nel 2015 sono gi\u00e0 bassi, mentre lo 0,6% previsto di crescita del Pil \u00e8, secondo alcuni, ancora troppo ottimistico. Cos\u00ec, se gi\u00e0 il 2014 fotografa una situazione nella quale si \u00e8 fatto fatica a tenere sotto controllo i conti (col deficit arrivato al 3%), il 2015 potrebbe rivelarsi ancora pi\u00f9 problematico: troppo aleatorie le coperture, troppo ristretti i margini sul deficit e sulle singole componenti di spesa. Se poi nel 2016 dovessero scattare le clausole di salvaguardia (13\u201317 miliardi di aumenti Iva) gli effetti sul paese sarebbero letali.<br \/>\nL\u2019intenzione di perseguire una politica di bilancio meno restrittiva, pur a livello di petizione di principio, sarebbe di per s\u00e9 elemento positivo. Molti economisti a sinistra hanno evidenziato da tempo l\u2019inconsistenza teorica e la pericolosit\u00e0 dell\u2019approccio strutturalmente restrittivo alla politica fiscale dominante nella Ue. Ben farebbe l\u2019Italia a contestare le regole europee ed operare per una loro radicale riforma. Tuttavia, il governo non si spinge fino a questo punto, preferendo rispettare il vincolo del 3% sul deficit e solo argomentare sulle circostanze eccezionali che, come da trattati, giustificherebbero il mancato rispetto della regola sul debito e del pareggio di bilancio. Anche il tipo di interventi di politica economica ventilati colpisce pi\u00f9 per la continuit\u00e0 col passato che per il carattere innovativo: si continua a puntare principalmente su cuneo fiscale e costo del lavoro. Da questo punto di vista mancano nel Ddl di stabilit\u00e0 idee innovative, una politica industriale, la definizione di una strategia organica di rilancio. Stante il fallimento delle politiche passate, il rischio \u00e8 che, per l\u2019ennesima volta, l\u2019Italia bruci risorse per ritrovarsi, alla fine, con un debito ancora pi\u00f9 alto e un pugno di mosche in mano.<\/p>\n<p>5 &#8211; EUROPA &#8211; I TAGLI LINEARI ALLA MONTI DELLA SPENDING REVIEW AUSTERIT\u00c0. LA REVISIONE DELLA SPESA PUBBLICA COLPISCE SOPRATTUTTO LA SANIT\u00c0 E I TRASPORTI PUBBLICI LOCALI. LA FINE DEL FEDERALISMO<br \/>\nhttp:\/\/ilmanifesto.info\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2014\/11\/06\/valigia09.jpg ( di Leopoldo Nascia, 6.11.2014) Con la spending review i famigerati tagli lineari alla Tremonti, messi in soffitta dal governo Monti, tornano camuffati, scendendo solo nel dettaglio rispetto allo stile tremontiano per rita\u00adgliare linearmente i singoli capitoli di spesa.<br \/>\nLo stesso impianto della spending review non convince sul piano metodologico n\u00e9 si capisce come vengono stimati i risparmi effettivi, n\u00e9 si comprende quali siano gli strumenti poich\u00e9 il suo vero fine \u00e8 individuare i bersagli da mettere sotto il tiro della politica dei tagli alla spesa stabilita da Bruxelles ed eseguita dal governo Renzi con la legge di stabilit\u00e0.<br \/>\nL\u2019approccio generale non cerca la spesa inefficiente ma quella indesiderabile da un punto di vista politico, colpendo indiscriminatamente tutti gli ambiti del pubblico fino ad ipotizzare 34 miliardi di risparmi nel 2018 al lordo degli effetti sulle entrate. Proprio il termine lordo \u00e8 quello che manca nel lavoro di revisione della spesa pubblica perch\u00e8 non specifica spesso cosa accade a seguito di una riduzione di budget per un ente locale, per un ministero o per qualsiasi altro soggetto pubblico.<br \/>\nLa spending review diventa lo strumento per colpire proprio i servizi pubblici tradizionalmente utilizzati da lavoratori e pensionati, come il trasporto pubblico locale e la sanit\u00e0 pubblica, si chiedono sforzi alle pensioni, mentre la legge di stabilit\u00e0 insiste nei premi fiscali a imprese come l\u2019Irap. Manca totalmente una quantificazione degli oneri delle politiche dei grandi eventi, da ultima l\u2019Expo di Milano, alle quali acriticamente ogni governo dona ingenti risorse dei contribuenti.<br \/>\nInvece le pensioni, citate spesso nel lavoro di Cottarelli, debbono contribuire ai tagli di spesa con misure di facciata senza mai pensare a norme di carattere generale come il divieto di cumulo con altri redditi da attivit\u00e0 lavorativa o d\u2019impresa, almeno per le pensioni pi\u00f9 corpose con un maggior beneficio per i giovani che potrebbero disporre di maggiore lavoro. Si pensi al privilegio per alcuni pensionati che riescono a cumulare anche la fiscalit\u00e0 di contribuente minimo Iva, 5 per cento di imposta e rendita fondiaria tassata al 20 per cento.<br \/>\nQuasi a sorpresa il settore difesa, passato pressoch\u00e9 indenne tra i tagli delle ultime finanziarie, questa volta si trova in prima fila per sostenere una riduzione di circa 2 miliardi di budget nel 2016, ma poi sia la legge di stabilit\u00e0 sia la rigorosa spending review dimenticano lo spreco di denaro per gli F35, rilanciano investimenti per la difesa, senza imporre un controllo trasparente e severo, come avviene in altri paesi, al pari del trattamento riservato ad altri settori.<br \/>\nAd esempio, il trasporto pubblico locale mostra il vero volto della spending review: meno contributi per i servizi pubblici compensati da un aumento delle tariffe. Il cambiamento consiste nell\u2019erogare servizi pubblici a un prezzo calmierato bens\u00ec a prezzi pieni: pendolari e studenti dovranno pagare treni e gli autobus con biglietti pi\u00f9 cari perch\u00e9 la fiscalit\u00e0 generale non deve contribuire pi\u00f9 al diritto alla mobilit\u00e0. Chi dispone di maggior reddito viene premiato, o lo dovrebbe essere, con minori imposte, mentre chi \u00e8 meno abbiente, forse in cambio di un piccolo sconto sull\u2019Irpef, disporr\u00e0 di un minore accesso ai servizi pubblici. I servizi pubblici locali sono forse le vere \u2018vittime\u2019, non tanto per i sacrifici delle amministrazioni locali, spesso accusate di cattiva amministrazione ma per quelli richiesti velatamente ai cittadini che si trovano a sostenere il carico dei tagli.<br \/>\nAlla crisi delle acciaierie di Terni, che pesano per il 20 percento del Pil dell\u2019Umbria, la risposta del governo diventa una cura a base di tagli (4,2 miliardi annui per le regioni a statuto ordinario e 548 milioni per quelle a statuto speciale) e manganelli e non un certo un contributo al rilancio dell\u2019economia locale, con la speranza che i tanti disperati dalla chiusura degli stabilimenti diventino capitani d\u2019industria.<br \/>\nIl commissariamento delle regioni, preannunciato nella spending review e inserito nella legge di stabilit\u00e0, dovrebbe far riflettere invece sulla retorica federalista in cui la politica ha navigato da oltre vent\u2019anni, rivedendo le competenze locali e il ruolo dello stato nazionale. Invece di ipotizzare costi standard, spesso fantasiosi, potrebbe costare assai meno e potrebbe essere molto pi\u00f9 proficuo dal punto di vista dell\u2019equit\u00e0 ripensare alcuni servizi pubblici locali in chiave nazionale, lasciando meno deleghe alle autonomie locali man con maggiore autonomia effettiva.<br \/>\nInfine, mancano tante analisi ancora nella spending review: politiche dei grandi eventi, costi effettivi delle grandi opere e una valutazione dei vantaggi presunti delle esternalizzazioni che stanno svuotando il settore pubblico della capacit\u00e0 di agire, a vantaggio di un approccio ideologico che vede nel privato la medicina, adeguata solo nei manuali di economia, ma non ancora provata in termini contabili.<\/p>\n<p>6 \u2013 EUROPA \/ SI SCRIVE RENZI, SI LEGGE TREMONTI \/ PARE CHE, APPENA DOPO LA FINE DELLA COMUNE DI PARIGI, IL DEPUTATO SOCIALDEMOCRATICO TEDESCO AUGUST BEBEL \u2014 INTERVENENDO AL REICHSTAG E RICEVENDO UN INASPETTATO APPLAUSO DAI PRUSSIANI REVANSCISTI \u2014 SCRIVESSE, ASSAI SCOSSO, A KARL MARX: \u00abHO PARLATO AL REICHSTAG E I PRUSSIANI E I BORGHESI MI HANNO APPLAUDITO. MA COSA HO DETTO DI SBAGLIATO?\u00bb ( di Giulio Marcon, 6.11.2014)<br \/>\nNessun dubbio invece deve avere colto Matteo Renzi, quando \u2014 all\u2019indomani della pubblicazione della legge di stabilit\u00e0 \u2014 ha ricevuto il plauso di Berlusconi con la rivendicazione: \u00abIl premier copia le nostre ricette\u00bb. Non sembra che Renzi ne sia stato scosso; o magari ne ha scritto a Davide Serra, ma per farsi complimentare.<br \/>\nE INFATTI L\u2019ASSUNTO DI RENZI, \u00abPER LA PRIMA VOLTA UNA LEGGE DI STABILIT\u00c0 CHE TAGLIA LE TASSE\u00bb, SEMBRA REALIZZARE IL SOGNO DI TREMONTI DI DIECI ANNI FA E DEGLI ANNI \u201990 ALL\u2019INSEGNA DELLO SLOGAN \u00abMENO TASSE PER TUTTI\u00bb. Ma quella di Renzi \u00e8 \u2014 insieme al Def \u2014 una legge di stabilit\u00e0 tremontiana, anche perch\u00e9 contiene tutti gli altri pilastri del pensiero liberista: taglia la spesa pubblica (40 miliardi di euro nei prossimi tre anni) e si fa accompagnare da un Def che prevede la precarizzazione del mercato del lavoro, la riduzione degli investimenti pubblici e una dose massiccia di privatizzazioni (80 miliardi in cinque anni) con la svendita del patrimonio pubblico.<br \/>\nTra l\u2019altro il taglio delle tasse di Renzi non \u00e8 \u00abper tutti\u00bb e sicuramente non lo \u00e8 per chi sta pi\u00f9 in difficolt\u00e0. L\u2019Istat ha ricordato che il bonus Irpef degli 80 euro (per almeno i 2\/3) va ad individui che appartengono a famiglie dai redditi medio-alti ed \u00e8 noto che precari, incapienti e pensionati al minimo non ricevono nulla. Mentre ricevono molto le imprese con i 6 miliardi di sgravi per l\u2019Irap. Inoltre \u2014 altro che tagli \u2014 molti pagheranno pi\u00f9 tasse: sicuramente i cittadini che si vedranno aumentare le tariffe dei servizi pubblici dalle regioni costrette ai rincari fiscali dai tagli del governo. E chi \u00e8 stato costretto o invitato a farsi la pensione integrativa vedr\u00e0 raddoppiare l\u2019imposizione fiscale. Idem per chi vorrebbe prendersi il Tfr in busta paga.<br \/>\nMa quello che \u00e8 pi\u00f9 grave \u00e8 la completa sudditanza del centro sinistra \u2014 in questa legge di stabilit\u00e0 \u2014 alle ricette del pensiero neoliberista: pi\u00f9 sgravi fiscali e meno investimenti pubblici; pi\u00f9 tagli alla spesa pubblica e meno politiche per il sostegno alla domanda. Renzi realizza il sogno di Tremonti e di Berlusconi. Gli sgravi alle imprese (come i contratti di lavoro precario) non hanno mai creato pi\u00f9 posti di lavoro, ma solo vantaggi e maggiori margini di profitto subito incamerati da chi pensa solo alla rendita e alla speculazione. E i modesti tagli fiscali (da un impatto redistributivo cos\u00ec inesistente) non alleviano la povert\u00e0 (e ancora l\u2019Istat ci dice che il bonus Irpef ha beneficiato solo il 4% dei poveri italiani) e non hanno alcun effetto sulla domanda interna. \u00c8 la stessa nota di variazione del Def ad ammetterlo: il decreto sugli 80 euro, se tutto va bene, avr\u00e0 nel 2015 un impatto dello 0,1% sulla cre\u00adscita. Non migliore impatto sul Pil sembrano avere gli altri provvedimenti cosiddetti \u00abstrutturali\u00bb, dal Jobs Act alle rifome istituzionali. PRATICAMENTE, ZERO.<br \/>\nLa legge di stabilit\u00e0 ha dunque un\u2019impostazione liberista e recessiva, non fa ripartire la domanda, \u00e8 pesantemente sbilanciata sugli interessi (e non sul rilancio) delle imprese (e Confindustria anch\u2019essa applaude), riduce gli stanziamenti per gli ammortizzatori sociali, non si occupa di lavoro se non per precarizzarlo ed umiliarlo e rilancia il welfare compassionevole: siamo ancora (come ai tempi di Berlusconi) ai bonus beb\u00e8 e alla social card. Per parafrasare Von Clausewitz verrebbe da dire che la legge di stabilit\u00e0 di Renzi \u00e8 la continuazione della legge finanziaria di Berlusconi con altri mezzi. Quelli di un populismo falsamente nuovista e postmoderno, che propina \u2013in salsa 2.0\u2013 le antichissime ricette della destra.<\/p>\n<p>7 \u2013 EUROPA POLITICA INDUSTRIALE, LA GRANDE ASSENTE \/ GOVERNO. NESSUN INVESTIMENTO PUBBLICO PER INVESTIRE NEL SETTORE E AFFRONTARE LE QUESTIONI OCCUPAZIONALI. L\u2019UNICO OBIETTIVO SONO LE PRIVATIZZAZIONI http:\/\/ilmanifesto.info\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2014\/11\/06\/valigia12.jpg ( di Claudio Gnesutta, 6.11.2014)<br \/>\nAl di l\u00e0 della valutazione di quanto espansiva risulter\u00e0, la Legge di stabilit\u00e0 2015 in approvazione al Parlamento ha un buco evidente. In essa non vi \u00e8 alcun segnale di un utilizzo degli investimenti pubblici che segnali l\u2019esistenza di una visione strategia del governo Renzi sulla direzione da dare al nostro assetto produttivo in grave crisi.<br \/>\n\u00c8 un segnale che indica come, neanche come il solito annuncio \u2013 siamo ormai lontani dalle prime versioni del Jobs Act con l\u2019indicazione dei settori strategici da attivare con specifici piani industriali, \u2013 il governo Renzi si senta di precisare le linee di una politica industriale e dell\u2019innovazione capace nel concreto, anche se in una prospettiva non breve, di contrastare le drammatiche condizioni e tendenze strutturali della produzione e dell\u2019occupazione. Il governo \u00e8 solo in grado di chiedere la fiducia su una legge finanziaria che mira di districarsi, in un\u2019operazione che si riveler\u00e0 di piccolo cabotaggio, tra la soggezione ai vincoli europei e la necessit\u00e0 di catturare il consenso dell\u2019elettorato e in particolare degli imprenditori. Se la memoria non far\u00e0 difetto come al solito, si vedr\u00e0 fra non molto come l\u2019alleggerimento del costo del lavoro per le imprese non creer\u00e0 quei maggior posti di lavoro che, con il medesimo sforzo finanziario, avrebbero potuto essere direttamente attivati con il finanziamento di un piano del lavoro finalizzato al rafforzamento del capitale pubblico e sociale, magari favorendo la rinegoziazione dei mutui Cdp per gli enti locali disposti ad avviare rapidi interventi sul territorio e la cui urgenza ci \u00e8 continuamente ricordata dai disastri idrogeologici e dalla fatiscente edilizia scolastica. Non solo, ma impegni locali in questa direzione non saranno certamente favoriti dal taglio dei fondi richiesti per il concorso degli enti territoriali alla finanza pubblica.<br \/>\nPer quanto superfluo, va osservato che un segnale di un diverso approccio di politica industriale volta a sostenere lo sviluppo delle energie rinnovabili (oltre la riconferma dell\u2019eco bonus), della valorizzazione dei beni culturali e del patrimonio artistico, dell\u2019innovazione non pu\u00f2 essere attribuito alla riproposizione di un credito di imposta per gli investimenti in ricerca e sviluppo concesso \u00aba tutte le imprese indipendentemente dalla forma giuridica, dal settore economico in cui operano, nonch\u00e9 dal regime contabile adottato\u00bb (art. 7); una forma tanto generica da non modificare i deludenti risultati del passato e talmente burocratica da non esporsi a prevedere nemmeno un sostegno per l\u2019assunzione di giovani ricercatori da parte delle imprese.<br \/>\nIl fatto che non vi sia un accenno concreto a un possibile impianto di politica industriale forse \u00e8 meno sorprendente di quanto possa sembrare. La mancata considerazione di un intervento in questa direzione basato su un orientamento preciso degli investimenti pubblici sembra esprimere una sfiducia nella capacit\u00e0 dell\u2019apparato statale a gestire questo obiettivo; se fosse cos\u00ec programmi di politica industriale sarebbero di fatto rinviati all\u2019attuazione della riforma della burocrazia, cosa annunciata ma dai tempi presumibilmente molto lunghi.<br \/>\nMa non mi sembra questa la risposta. Il sospetto \u00e8 che il vero indirizzo di politica industriale sia rintracciabile in due assi della politica economica del governo Renzi; da un lato, la scelta di procedere nel processo di privatizzazioni e, dall\u2019altro lato, nell\u2019obiettivo di liberalizzare pienamente il mercato del lavoro. La decisione di cedere sul mercato quote significative di Eni ed Enel, tanto da portare la partecipazione pubblica al di sotto del capitale di controllo, non pu\u00f2 essere giustificata dalla risibile esigenze di ridurre il debito pubblico (i 4,5 miliardi di introiti previsti sono una frazione di un centesimo del debito), ma \u00e8 indicativa \u2014 come del resto viene ampiamente ripetuto dal nostro pre\u00admier \u2013 della sua convinzione che il nostro futuro produttivo dipende dall\u2019arrivo di capitale straniero, o che comunque si \u00e8 reso straniero. \u00c8 allora trasparente \u2013 ed anche esplicitato \u2013 che un incentivo decisivo a tale processo di deterritorializzazione del nostro apparato produttivo \u00e8 costituito dagli effetti attesi di un Job Act che, completando il processo da lungo avviato, rende il lavoro, passato e quello futuro, del tutto subordinato alle esigenze delle imprese.<br \/>\nUna strategia che non ha bisogno di uno Stato investitore e, anzi, lo riduce a semplice gestore delle relazioni politiche e sociali in modo da rendere attenibili agli investimenti esteri. Come strategia miope e regressiva non \u00e8 nuova; si colloca nella continuit\u00e0 di una classe politica, burocratica e imprenditoriale che non vuole e non \u00e8 in grado di assumersi la responsabilit\u00e0 dello sviluppo della societ\u00e0.<\/p>\n<p>8 \u2013 EUROPA \/ L\u2019UNICA SPERANZA \u00c8 SVENDERSI AD ARABI E CINESI SCENARI. SOFFERENZE BANCARIE AL 9%, CREDITI BLOCCATI PER FAMIGLIE E IMPRESE, ECONOMIA IN PANNE E RENZI PUNTA AGLI INVESTIMENTI ESTERI http:\/\/ilmanifesto.info\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2014\/11\/06\/valigia06.jpg ( di Andrea Baranes, 6.11.2014)<br \/>\nLe sofferenze bancarie in Italia viaggiano intorno al 9 per cento. Questo significa che su 100 euro prestati dalle banche a famiglie e imprese, ben 9 non vengono rimborsati da chi ha chiesto un prestito. Se sommiamo anche le partite incagliate, ovvero i prestiti non ancora in sofferenza ma su cui ci sono comunque gravi problemi di rientro, la situazione peggiora, e non di poco.<br \/>\nDi fronte all\u2019aumento delle sofferenze e alle difficolt\u00e0 dell\u2019economia, la reazione delle banche \u00e8 quella di prestare sempre di meno. Se in tutta Europa assistiamo a una contrazione del credito, credit crunch nell\u2019espressione inglese, il fenomeno \u00e8 particolarmente pesante in Italia. La mancanza di credito peggiora la situazione delle imprese, che investono come i problemi per cittadini e famiglie portano a una riduzione dei consumi. Fattori che acuiscono difficolt\u00e0 e recessione, il che spinge le banche a chiudere ulteriormente i rubinetti del credito. Recessione, credit crunch, problemi delle imprese, sofferenze bancarie formano una spirale che si autoalimenta.<br \/>\nA fronte del calo dei prestiti erogati, salgono per\u00f2 i depositi bancari, con un aumento del 2,4% su base annua. Come dire che, stante il perdurare di crisi, recessione e sfiducia, gli italiani risparmiano sempre di pi\u00f9 e non consumano n\u00e9 investono.<br \/>\nNello stesso momento, la fuga di capitali dall\u2019Italia ha ripreso ad accelerare, e viaggia ormai oltre i 30 miliardi di euro al mese. Tra agosto e settembre 2014 sarebbero stati 67 i miliardi di euro che hanno lasciato l\u2019Italia.<br \/>\nUna situazione di per s\u00e9 preoccupante e ancora peggiore se leghiamo questi dati alla Legge di stabilit\u00e0. Le misure principali, al di l\u00e0 della conferma degli 80 euro in busta paga che non sembra per\u00f2 avere avuto alcun effetto sui consumi o sulla crescita, \u00e8 nella riduzione dell\u2019Irap, finanziata essenzialmente tramite tagli alla spesa pubblica, anche se sar\u00e0 necessario capire quali modifiche subiranno i diversi provvedimenti prima dell\u2019approvazione definitiva.<br \/>\nAl momento si pu\u00f2 affermare che una manovra fondata su tagli delle tasse mediante tagli alla spesa rischia di avere effetti recessivi. A dirlo \u00e8 in particolare il Fmi, che ha analizzato i moltiplicatori, ovvero per semplificare l\u2019effetto sul Pil dei diversi interventi. Secondo tale studio, un taglio delle tasse avrebbe un moltiplicatore intorno a 0,17, mentre un taglio alla spesa pubblica avrebbe un moltiplicatore di 1,6. Come dire che un euro di taglio alle tasse ne pro\u00adduce 0,17 di Pil aggiuntivo, ma un euro di tagli alla spesa pubblica fa crollare il Pil di 1,6 euro. Dati che lo stesso governo cita nell\u2019elaborazione dei documenti di contabilit\u00e0, ma che incredibilmente por\u00adtano poi a scelte di segno diametralmente opposto.<br \/>\nAl di l\u00e0 dell\u2019effetto recessivo, l\u2019idea del governo \u00e8 quella di affidare la presunta ripresa quasi integralmente al privato. L\u2019unico compito dello Stato \u00e8 farsi da parte riducendo l\u2019imposizione fiscale. Quello che rimane di pubblico \u00e8 diretto verso le grandi opere (Tav e Mos\u00e8), o nello \u201csblocca-Italia\u201d che prevede ulteriore consumo di suolo. Si va invece a tagliare sui trasferimenti agli enti locali, ovvero nell\u2019erogazione dei servizi ai cittadini e in settori con maggiore potenziale occupazione.<br \/>\nTralasciamo quanto si possa definire di sinistra un tale approccio. Fatto sta che Renzi e Padoan dichiarano esplicitamente che \u00abadesso gli imprenditori non hanno pi\u00f9 scuse\u00bb. Qui sta per\u00f2 il vero problema della Legge di stabilit\u00e0. Le banche prestano sempre di meno; i cittadini non consumano e non investono, chi pu\u00f2 porta i propri capitali all\u2019estero, gli altri li depositano in banca; le imprese si trovano in enormi difficolt\u00e0 a causa della lunga recessione e del calo dei consumi; lo Stato riduce la spesa pubblica: non si capisce bene chi debba trainare questa tanto sbandierata ripresa e con quali capitali.<br \/>\nSe i soldi non arrivano n\u00e9 dallo Stato, n\u00e9 dai cittadini, n\u00e9 dalle imprese, n\u00e9 dalle banche, rimane una sola voce in cui spe\u00adrare: gli inve\u00adsti\u00admenti esteri.<br \/>\nIL CASO ALITALIA \u2013 ETIHAD POTREBBE IN QUESTO SENSO ESSERE L\u2019ESEMPIO DA SEGUIRE. Ed \u00e8 allora logico che il governo assuma come priorit\u00e0 il favorire il pi\u00f9 possibile l\u2019ingresso dei capitali stranieri. Una priorit\u00e0 che si traduce in una vera e propria corsa VERSO IL FONDO in materia AMBIENTALE (SBLOCCA-ITALIA E SILENZIO-ASSENSO SULLE AUTORIZZAZIONI AMBIENTALI PROPOSTO NELL\u2019AMBITO DELLA RIFORMA DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE); SOCIALE (ARTICOLO18 E ULTERIORE FLESSIBILIT\u00c0 SUL LAVORO); ECONOMICO (SI PREME L\u2019ACCELERATORE SULLE PRIVATIZZAZIONI); FISCALE (TAGLI ALL\u2019IRAP E DECONTRIBUZIONE PER I NEOAS\u00adSUNTI). Ecco la visione proposta dalla Legge di stabilit\u00e0: una corsa verso il fondo per accaparrarsi a condizioni di favore pezzi del nostro Paese. Una gara tra Paesi arabi, cinesi, tedeschi e chiunque altro voglia partecipare.<br \/>\nBENVENUTI IN ITALIA.<\/p>\n<p>9 \u2013 EUROPA \/ SOTTO GLI 80 EURO E IL TAGLIO DELL\u2019IRAP, LA CONFUSIONE FISCALE \/ AUMENTI DELL\u2019IVA PER 17 MILIARDI, INCERTEZZA SUGLI INTROITI DA EVASIONE FISCALE, TFR TASSATO UN\u2019ANALISI A TUTTO CAMPO DELLA LEGGE DI STABILIT\u00c0 http:\/\/ilmanifesto.info\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2014\/11\/06\/valigia04.jpg ( di  Angelo Marano, 6.11.2014)<br \/>\nNella manovra di bilancio il fisco la fa da padrona. Sono fiscali i due interventi di spesa che pi\u00f9 la caratterizzano, conferma del bonus 80 euro ed eliminazione del costo del lavoro dalla base imponibile Irap (14,5 miliardi di spesa, 5 dei quali finanziati da precedenti interventi). Sul lato delle coperture, le condizioni della finanza pubblica costringono a rivolgersi ovunque vi sia speranza di raggranellare qualcosa, cosicch\u00e9, a fianco dei tagli di spesa, viene prevista una serie di aumenti di imposte per pi\u00f9 di 3 miliardi: aumento delle aliquote su rendimenti di fondi pensione e rivalutazione del Tfr, maggiori imposte su giochi, dividendi pagati alle societ\u00e0 non commerciali, polizze vita e tassa di circolazione su veicoli storici, oltre a rivalutazione di terreni e partecipazioni e aumento dell\u2019acconto sui lavori di ristrutturazione. Sono poi previste coperture per 3,8\u20134,5 miliardi dal contrasto all\u2019evasione fiscale, per le quali si conta soprattutto sulle nuove modalit\u00e0 di pagamento dell\u2019Iva e sull\u2019incrocio delle banche dati. \u00c8 fiscale l\u2019enorme clausola di salvaguardia prevista per il 2016, quando scatteranno aumenti Iva per 13\u201317 miliardi, salvo non si trovino in corso d\u2019anno coperture alternative. Sono, infine, fiscali le due maggiori sorprese, la manovrina da 2,1 miliardi sul 2014 consistente nella revoca retroattiva della riduzione delle aliquote Irap approvata solo qualche mese fa e i 2,3 miliardi previsti dalla tassazione Irpef del Tfr in busta paga.<br \/>\nIn tutto ci\u00f2 si rivela di nuovo una discrasia fra comunicazione e sostanza della manovra. A livello comunicativo si punta tutto sulla riduzione fiscale, con enfasi tale da arrivare quasi a delegittimare lo stesso operatore pubblico, dato che viene spezzato il legame fra imposte e servizi pubblici, col risultato di far percepire la contribuzione come un inutile balzello pagato ad uno stato vorace e sprecone, ARRIVANDO ADDIRITTURA AD ADDITARE AD ESEMPIO AL PAESE LA MAGGIORE INDUSTRIA NAZIONALE, MALGRADO ESSA ABBIA SPOSTATO ALL\u2019ESTERO LA SEDE FISCALE.<br \/>\n A livello di interventi, invece, si opera in maniera disordinata e a trecentosessanta gradi per trovare maggiori entrate. In realt\u00e0, singolarmente presi, alcuni specifici interventi costituirebbero la parte forse pi\u00f9 apprezzabile della manovra, nella misura in cui aggrediscono alcuni regimi fiscali di esenzione e di favore. Il problema per\u00f2 \u00e8 che, al di l\u00e0 della necessit\u00e0 di alimentare le entrate, si fa fatica a cogliere un disegno complessivo nei provvedimenti fiscali contenuti nel Ddl di stabilit\u00e0. La cosa \u00e8 tanto pi\u00f9 significativa in quanto il governo ha sul tavolo una legge delega gi\u00e0 approvata sulla materia, che permetterebbe di dare organicit\u00e0 agli interventi.<br \/>\nRimane poi il fatto che tutti gli interventi fiscali si muovono su un piano che si fa fatica a ricondurre ai dettati costituzionali di capacit\u00e0 contributiva e progressivit\u00e0. Continuano infatti a dominare forme di imposizione separata e proporzionale, anzich\u00e9 comprensiva di tutte le fonti di reddito e progressiva. Lo stesso vale per il patrimonio, COSICCH\u00c9 RICCHI E POVERI CONTINUANO A PAGARE LE STESSE ALIQUOTE SU CONTI CORRENTI, le stesse ALIQUOTE IMU, senza alcun tentativo di realizzare la progressivit\u00e0 e realizzare una valutazione complessiva della capacit\u00e0 contributiva, n\u00e9 sul reddito n\u00e9<CW-2> sul patrimonio. Sembra poi assente, qualunque azione decisa volta al contra\u00adsto dell\u2019elusione e della competizione fiscale al ribasso fra paesi, cos\u00ec come un qualche ripensamento dell\u2019anomalia costituita dalla sostanziale assenza, in Italia, salvo per i patrimoni di grande dimensione \u2013 che riescono comunque generalmente a eludere l\u2019imposizione \u2013 della tassa di successione.<\/p>\n<p>10 &#8211; I LIMITI DELLA PROPRIET\u00c0 \/ LA RILETTURA. DALLA LETTERA ENCICLICA POPULORUM PROGRESSIO DI PAOLO VI. LA PROPRIET\u00c0 PRIVATA NON COSTITUISCE PER ALCUNO UN DIRITTO INCONDIZIO\u00adNATO E ASSOLUTO\u2026 IL DIRITTO DI PROPRIET\u00c0 NON DEVE MAI ESERCITARSI A DETRIMENTO DELL\u2019UTILIT\u00c0 COMUNE.<br \/>\nOve intervenga un conflitto tra diritti privati acquisiti ed esigenze comunitarie primordiali spetta ai poteri pubblici adoperarsi a risolverlo, con l\u2019attiva partecipazione delle persone e dei gruppi sociali. Il bene comune esige dunque talvolta l\u2019espropriazione se\u2026 certi possedimenti sono di ostacolo alla prosperit\u00e0 collettiva. Il reddito disponibile non \u00e8 lasciato al libero capriccio degli uomini, e le speculazioni egoiste devono essere bandite. Non \u00e8 ammissibile che cittadini provvisti di redditi abbondanti, provenienti dalle risorse e dall\u2019attivit\u00e0 nazionale, ne trasferiscano una parte considerevole all\u2019estero, a esclusivo vantaggio personale. (\u2026) Ma su queste condizioni nuove della societ\u00e0 si \u00e8 malauguratamente instaurato un sistema che considerava il profitto come motore essenziale del progresso economico, la concorrenza come legge suprema dell\u2019economia, la propriet\u00e0 privata dei mezzi di produzione come un diritto assoluto, senza limiti n\u00e9 obblighi sociali corrispondenti. Tale liberalismo senza freno conduceva alla dittatura\u2026 come generatrice dell\u2019\u00abimperialismo internazionale del denaro\u00bb. Non si condanneranno mai abbastanza simili abusi, ricordando ancora una volta solennemente che l\u2019economia \u00e8 al servizio dell\u2019uomo. E  non v.v.<br \/>\nPassaggi tratti dalla lettera enciclica Populorum progressio di Paolo VI<\/p>\n<p>(Art.  da:  Il Manifesto e Sbilanciamoci)<\/p>\n<p>&nbsp;\t\t<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>20141110 12:42:00 guglielmoz 1 &#8211; Catastrofe vicina, Europa al bivio \/ EUROCRACK . 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