{"id":12033,"date":"2017-04-15T19:07:00","date_gmt":"2017-04-15T17:07:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.filef.net\/2017\/04\/15\/11377-la-gabbia-aperta-del-genere-un-altro-mondo-e-possibile\/"},"modified":"2017-04-15T19:07:00","modified_gmt":"2017-04-15T17:07:00","slug":"11377-la-gabbia-aperta-del-genere-un-altro-mondo-e-possibile","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=12033","title":{"rendered":"11377 LA GABBIA APERTA DEL GENERE. Un altro mondo \u00e8 possibile."},"content":{"rendered":"<p>\t\t\t\t20141016 16:03:00 red-emi<\/p>\n<p>1 &#8211; Un&#8217;intervista con la filosofa tedesca Heide Goettner-Abendroth. L&#8217;antropologa femminista \u00e8 in Italia per presentare il suo importante volume \u00abLe societ\u00e0 matriarcali\u00bb Rispetto al senso comune che spesso confonde il matriarcato con un \u00abdomino delle madri\u00bb, esiste una storia del concetto differente. Il termine matriarcato significa infatti \u00aball&#8217;inizio le madri\u00bb, dal pi\u00f9 antico significato di arche che concerne l&#8217;interrogazione dell&#8217;origine, dell&#8217;inizio &#8211; sia della vita biologicamente intesa che della comunit\u00e0 sociale -, sottraendosi alla prevaricazione di un genere sull&#8217;altro.<br \/>\n2 &#8211; Viviamo, impariamo e combattiamo. Le donne di Kobane sul fronte delle contraddizioni \/ Forse \u00e8 pi\u00f9 facile schierarsi nella guerra quando la parte delle donne \u00e8 quella di vittime, quando il loro corpo \u00e8 un terreno di battaglia, quando si fanno mediatrici e ambasciatrici di pace, quando sono uno fra i molti generi che subiscono la discriminazione e l\u2019oppressione fondamentalistica, quando possono essere guardate come la metafora di una vulnerabilit\u00e0 che unisce il genere umano e rivela le bellicose pretese di dominio del soggetto Maschio, Bianco e Occidentale, quando sono esotici soggetti post-coloniali. Forse \u00e8 pi\u00f9 difficile prendere parte alla guerra quando significa ammettere che le stesse che danno la vita possono toglierla a colpi di mortaio, che le stesse che incarnano la pace possono decidere di armarsi e andare al fronte, che le stesse che si prendono cura possono colpire, che le stesse che dovrebbero contestare il potere lottano per prendere potere e lo fanno come donne<\/p>\n<p>1 &#8211; UN&#8217;INTERVISTA CONIA FILOSOFA TEDESCA HEIDE GOETTNER-ABENDROTH. L&#8217;ANTROPOLOGA FEMMINISTA \u00c8 IN ITALIA PER PRESENTARE IL SUO IMPORTANTE VOLUME \u00abLE SOCIET\u00c0 MATRIARCALI\u00bb Alessandra Pigliarti<br \/>\nRispetto al senso comune che spesso confonde il matriarcato con un \u00abdomino delle madri\u00bb, esiste una storia del concetto differente. Il termine matriarcato significa infatti \u00aball&#8217;inizio le madri\u00bb, dal pi\u00f9 antico significato di arche che concerne l&#8217;interrogazione dell&#8217;origine, dell&#8217;inizio &#8211; sia della vita biologicamente intesa che della comunit\u00e0 sociale -, sottraendosi alla prevaricazione di un genere sull&#8217;altro. Ci\u00f2 perch\u00e9 il matriarcato non ha mai necessitato di sopraffazioni egemoniche sui viventi e ha avuto una esplicitazione storica ben diversa da quella del patriarcato.<br \/>\n\u00c8 in questa stringente logica della definizione che vanno letti gli esiti assunti dai moderni \u00abStudi Matriarcali\u00bb fondati alla fine degli anni Settanta dalla filosofa tedesca Heide Goettner-Abendroth e che risultano centrali nel dibattito contemporaneo internazionale sul tema. Rispetto agli studi precedenti, per la filoso-fa si tratta di osservare modelli sociali antichi (che dalla pi\u00f9 nota forma sud-asiatica si sono diffusi in India, Persia, Egitto e nelle zone del Mediterraneo orientale, compresa la Grecia) e di verificare l&#8217;esistenza di societ\u00e0 matriarcali che ancora persistono indicando pratiche ed elementi capaci di interrogare le attuali societ\u00e0 occidentali.<br \/>\nDotati di una salda struttura teorica e pratica, gli studi matriarcali sono dunque da considerarsi nella forma di ricerca socioculturale critica. Il primo approccio di Goettner-Abendroth risale al 1978, quando propone una metodologia per indagare i matriarcati, fondata sul doppio binario dell&#8217;interdiscipliuriet\u00e0 e della critica radicale all\u2019ideologia patriarcale.<br \/>\nNel suo primo lavoro  del 1980, Die Gottin un Her Hiros {The Goddess and Her Hiros 1995) studia le trasformazione ricollocandola nelle diverse fasi storico \u2013sociali e tuttavia un opera in pi\u00f9 volumi Das Matriarchat comparsa tra il 1998 e il 2000, che approfondisce i modelli strutturali matriarcali sotto il profilo sociale, politico  economico per estenderli a livello culturale.<br \/>\nLa forma matriarcale di una societ\u00e0 prevede un&#8217;economia bilanciata, cio\u00e8 la distribuzione dei beni e la mutualit\u00e0 economica; a livello sociale, la discendenza matrilineare all&#8217;interno di un contesto di orizzontalit\u00e0 non gerarchica; infine, una forte inclinazione spirituale che attraversa ogni aspetto della vita e che poggia sul divino femminile.<br \/>\nDa qualche anno a questa parte gli studi matriarcali conoscono una fortunata ricezione anche in Italia grazie ad alcune associazioni di donne che instancabilmente portano avanti diverse iniziative e interessanti e utili libri, come Matriarch\u00e9 a cura di Francesca Colombini e Monica Di Bernardo.<br \/>\nHeide Goettner-Abendrofh \u00e8 stata in Italia (Verona, Pistoia, Milano, Bologna, Torino e Bolsena) per discutere delle sue ricerche. Il 9 ottobre ha presentato il suo volume tradotto in italiano Le societ\u00e0 matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo (Venexia, pp. 712, euro 28) alla Casa internazionale delle donne di Roma e il giorno seguente, sempre nella stessa sede, ha tenuto un workshop con la partecipazione di Genevi\u00e8ve Vaughan, filosofa dell&#8217;economia del dono, e Cecile Keller, esperta di medicina matriarcale.<\/p>\n<p>PERCH\u00c9 PARLARE DI MATRIARCATO OGGI?<br \/>\nLe societ\u00e0 matriarcali possono insegnarci a superare il distruttivo mondo tardo-patriarcale che stiamo vivendo oggi. Sono forme matricentriche che si fondano sull&#8217;uguaglianza tra i generi e sulla collaborazione tra le generazioni. In questo senso sono societ\u00e0 egualitarie che non possiedono gerarchie n\u00e9 classi e nessun genere domina sull&#8217;altro; non sono un rovesciamento del patriarcato, come il solito errore di interpretazione prevedrebbe. Sono basate su valori materni come il prendersi cura, il nutrimento, la centralit\u00e0 del materno, la pace attraverso la mediazione e la non violenza; sono valori che valgono per tutti: per chi \u00e8 madre e per chi non lo \u00e8, per le donne e per gli uomini. Il concetto matriarcale della centralit\u00e0 del materno non \u00e8 corrisponde a quell&#8217;immagine romantica spesso veicolata dal patriarcato, di una finzione che svaluta i valori materni per farli apparire alla stregua di questioni sentimentali. Le societ\u00e0 matriarcali, in linea di principio sono orientate verso il bisogno invece che verso il potere, sono pi\u00f9 realistiche perch\u00e9 consapevoli del valore materno, che \u00e8 molto pi\u00f9 appropriato alla condizione umana rispetto al patriarcato che tende a sopprimere le donne, e in particolare le madri.<\/p>\n<p>HA INSEGNATO ALL&#8217;UNIVERSIT\u00c0 MA IL DISCORSO SUL MATRIARCATO NECESSITAVA DI UNA RADICALIT\u00c0 POLITICA DIFFICILMENTE PERCORRIBILE DENTRO L&#8217;ACCADEMIA. QUAL \u00c8 STATA LA SUA ESPERIENZA?<br \/>\nDopo aver completato il mio dotto-rato di ricerca in filosofia all&#8217;Universit\u00e0 di Monaco, ho l\u00ec insegnato filosofia della scienza per dieci anni. Poi ho lasciato il sistema universitario, perch\u00e9 avevo trovato un compito molto pi\u00f9 importante e socialmente rilevante. Nel 1976, ho iniziato un lavoro pionieristico, insieme alle mie colleghe, fondando gli Women&#8217;s Studies in Germania, e in questo contesto ho presentato per la prima volta un&#8217;illustrazione della mia ricerca sulle societ\u00e0 matriarcali. Avevo iniziato a sviluppare una teoria delle societ\u00e0 matriarcali gi\u00e0 da quando avevo 25 anni, utilizzando tutte le biblioteche delle diverse discipline e viaggiando molto per visitare diversi siti archeologici. Dal 1983 in poi, mi sono dedicata completamente a questo compito che non era riconosciuto da nessuna universit\u00e0 in Germania e in Europa. Ma un altro pubblico era molto interessato: il mio libro ha segnato l&#8217;inizio della discussione sulle societ\u00e0 centrate sulle donne e sul matriarcato nella seconda ondata del movimento femminista tedesco, per diffondersi successivamente in tutto il mondo grazie alle tante donne che si sono mostrate fortemente interessate.<\/p>\n<p>PROPONE UNA METODOLOGIA PRECISA TRA TEORESI E PRASSI E RIPERCORRE BREVEMENTE ANCHE I PRIMI TENTATI\u00acVI \u00abTRADIZIONALI\u00bb SUL MATRIARCATO. CHE COSA NON HA FUNZIONATO IN QUELLE ANALISI?<br \/>\nEro ben consapevole che questo dibattito aveva avuto una lunga tradizione in Europa, andando indietro per quanto riguarda il lavoro dello storico della cultura JJ Bachofen, che \u00e8 uscito nel 1861, e all&#8217;estero con la famosa opera antropologica di HL Morgan del 1851. Per pi\u00f9 di un secolo, la discussione sul diritto materno e sul matriarcato ha proseguito: questo tema era stato usato e abusato da tutte le scuole intellettuali di pensiero, ognuna con il suo diverso e netto punto di vista. Quello che mi preoccupava di pi\u00f9 di questa ricezione delle idee sul matriarcato era la totale mancanza di una chiara definizione della questione, la mancanza di una metodologia di sviluppo e soprattutto di un quadro scientifico teorico. Cos\u00ec \u00e8 accaduto che l&#8217;immagine di essenza della donna in quel periodo si \u00e8 insinuata nell&#8217;idea di matriarcato, e una quantit\u00e0 enorme di emozioni legate tuttavia all&#8217;ideologia patriarcale sono state coinvolte nella discussione. Questa combinazione di definizioni poco chiare, emotivit\u00e0 eccessiva e pregiudizio patriarcale, si verifica ancora oggi quando si avviano riflessioni sull&#8217;argomento. Dopo aver intuito quanto l&#8217;argomento sia stato distorto, ho deciso di indirizzare la ricerca verso tutte le forme di societ\u00e0 non patriarcali, sia passate che presenti, di definire quindi un moderno fondamento scientifico basato su una definizione nuova e adeguata di matriarcato. Questa \u00e8 stata la creazione dei \u00abmoderni studi matriarcali\u00bb, un nuovo campo di conoscenza che \u00e8 critico dell&#8217;ideologia patriarcale.<\/p>\n<p>IN CHE MODO IL MATRIARCATO PU\u00d2 ESSERE CONSIDERATO UN MOVIMENTO DI LIBERAZIONE PER DONNE E UOMINI? HA IN MENTE PRATICHE PRECISE?<br \/>\nSta diventando sempre pi\u00f9 chiaro che questo modello culturale radicalmente diverso avr\u00e0 grande importanza per il futuro delle donne, delle madri e degli uomini, cio\u00e8 del genere umano in generale. Nella vita sociale, ci\u00f2 significa sfuggire alla crescente frammentazione della societ\u00e0 &#8211; laddove siamo trascinati verso il basso in uno stato di separazione e solitudine che ammala. Piuttosto, significa sviluppare strutture che promuovono diversi tipi di comunit\u00e0  intenzionali o di affinit\u00e0, come comuni, alleanze di vicinato e reti sociali. Il principio matriarcale \u00e8 che ciascuno dei gruppi basati su affinit\u00e0 politiche e di intenti \u00e8 generalmente avviato, sostenuto e condotto da donne. I criteri determinanti sono le esigenze delle donne e dei bambini, che sono il futuro dell&#8217;umanit\u00e0 (rispetto alle aspirazioni di \u00abpotenza\u00bb e \u00abvirilit\u00e0\u00bb degli uomini). Nei nuovi matriclan gli uomini saranno pienamente integrati, ma secondo un sistema di valori diverso, cio\u00e8 quello basato sulla cura reciproca e l&#8217;amore.<br \/>\nL&#8217;economia quindi non potr\u00e0 pi\u00f9 rincorrere l&#8217;ulteriore aumento della grande industria, delle espansioni militari e del cosiddetto \u00ablivello di vita\u00bb, perch\u00e9 verr\u00e0 considerato il pericolo della completa distruzione della biosfera e della vita sulla terra. Ne deriva quindi una prospettiva alternativa; in combinazione con una economia del dono e di sussistenza locale e regionale che darebbe indipendenza economica alle persone. La qualit\u00e0 della vita ha precedenza sul concetto di quantit\u00e0. <\/p>\n<p>RICONOSCE LA MASSIMA IMPORTANZA DEGLI STUDI PORTATI AVANTI DAI RI-CERCATORI INDIGENI SULLE PROPRIE SO\u00acCIET\u00c0. COME \u00c8 COMINCIATA QUESTA COLLABORAZIONE? Durante i miei numerosi viaggi ho incontrato persone provenienti da diverse societ\u00e0 matriarcali ancora esistenti, e alcuni di loro sono studiosi che stanno facendo ricerche sulla propria societ\u00e0. Molti di loro apertamente chiamano le proprie societ\u00e0 matriarcali, cos\u00ec come gli Irochesi del Nord America, i Minangkabau di Sumatra (Indonesia), e i Moso della Cina occidentale. I loro studi si intersecano con gli studi femministi in questo campo, e come le femministe, sono molto critici verso l&#8217;ideologia patriarcale che ha pesantemente distorto la comprensione della loro societ\u00e0.<\/p>\n<p>HA VISITATO I MOSO NEL SUD-OVEST DELLA CINA. COME \u00c8 STATO INCON\u00acTRARLI?<br \/>\n\u00c8 stato magnifico incontrare perso-ne che vivono ancora pienamente le loro tradizioni matriarcali. Sono ben consapevoli che i modelli patriarcali stanno lavorando a danno delle donne in Cina. Cos\u00ec, la maggior parte dei Moso &#8211; come altri popoli matriarcali &#8211; tengono strette le loro tradizioni, anche se sono pesantemente oppressi dal governo cinese centrale. La mia amicizia con loro e con altre donne e uomini matriarcali ha proseguito nel corso degli anni. Uno dei risultati \u00e8 stato la realizzazione di tre grandi congressi, dove hanno presentato il loro modo di vivere. Cos\u00ec, nel 2003, il primo congresso mondiale sui moderni studi matriarcali ha avuto luogo in Lussemburgo e ha riunito per la prima volta studiosi internazionali e indigeni, che fino a quel momento avevano lavorato sul tema in un certo isolamento. Nel 2005, il secondo congresso mondiale ha avuto luogo negli Stati Uniti, e ha riunito un maggior numero di studiosi matriarcali indigeni arrivati dall&#8217;Asia, dall&#8217;Africa e dalle Americhe. Il terzo grande congresso, svoltosi nel 2011 in Svizzera, \u00e8 stato dedicato alla Politica Matriarcale, e studiosi occidentali, indigeni e attivisti politici si sono incontrati per discutere di pratiche basate sui risultati delle conferenze precedenti, per rendere la saggezza matriarcale uno stile di vita fruibile per il pre-sente. In questo modo, insieme a eccellenti donne e uomini impegnati in tante parti del mondo, il paradigma matriarcale ha cominciato a circolare e continua a svilupparsi. Si tratta di una prospettiva completamente nuova della societ\u00e0 e della storia. Tutti i contributi di questi congressi sono stati pubblicati in inglese nel libro Societies of Peace (2009) e su web:<br \/>\n www.kongress-matriarchatspolitikxh. <\/p>\n<p>Nota<br \/>\nNO I \u00abWOMEN&#8217;S STUDIES\u00bb FUORI L&#8217;ACCADEMIA. Filosofa tedesca, femminista e ricercatrice indipendente, Heide Goettner-Abendroth si \u00e8 formata a Monaco dove in seguito ha insegnato per dieci anni. Ha tenuto corsi universitari a Brema, Amburgo, Kassel, Montreal e Innsbruck. Fondatrice dei moderni studi matriarcali, dal 1976 si occupa insieme ad altre di Women\u2019s studies. Nel 1986 fonda in Germania la International Academy HAGIA (www.hagia.de), centro di ricerca di studi matriarcali di cui \u00e8 tuttora direttrice. Tra suoi volumi sono importanti quelli che compongono \u00abDas Matriarchat\u00bb (1988-2000). Sono apparse anche traduzioni in inglese di \u00abDie G\u00f3ttin und ihr Heros\u00bb (1980) ora \u00abThe Goddess and Her Heros\u00bb (1995); \u00abDie tanzende G\u00f2ttin\u00bb (1982) ora The Dancing Goddess (1991). Al momento \u00abLe societ\u00e0 matriarcali\u00bb (\u00abMatriarchat Societies\u00bb) \u00e8 l&#8217;unico titolo tradotto in Italia.<\/p>\n<p>2 &#8211; VIVIAMO, IMPARIAMO E COMBATTIAMO. LE DONNE DI KOBANE SUL FRONTE DELLE CONTRADDIZIONI<\/p>\n<p>Una versione ridotta di questo articolo \u00e8 stata pubblicata su \u00abIl Manifesto\u00bb del 16 ottobre 2015 con il titolo Le armi della libert\u00e0 femminile<\/p>\n<p>In una recente intervista dal fronterealizzata dalla reporter australiana Tara Brown, una donna combattente curda delle YPJ (Unit\u00e0 di protezione delle Donne) ha dichiarato che lo Stato Islamico \u00e8 un nemico dell\u2019umanit\u00e0. Per lei e per le donne della sua brigata Kobane \u00e8 il confine globale che separa la civilt\u00e0 dalla barbarie. C\u2019\u00e8 qualcosa di spiazzante in queste parole perch\u00e9 sono le stesse che, soprattutto dopo l\u201911 settembre 2001, hanno preteso di giustificare una guerra combattuta senza frontiere, dall\u2019Afghanistan all\u2019Iraq alle periferie delle citt\u00e0 americane ed europee, in nome della \u00abduratura libert\u00e0\u00bb di un Occidente minacciato dal terrorismo globale. Ma \u00e8 altrettanto spiazzante il radicale cambiamento di prospettiva che impongono il contesto e la posizione di chi parla: se ci muoviamo dalle stanze blindate del Pentagono a una terra di passaggio in Medioriente non abbiamo pi\u00f9 davanti un manipolo di uomini che pretende di guidare una guerra giusta per la libert\u00e0 \u2013 anche quella delle donne oppresse dall\u2019integralismo talebano \u2013, ma donne protette soltanto da sottili muri di pietra e dalle proprie armi che combattono per liberare se stesse. Quest\u2019osservazione, per\u00f2, non basta a quietare il senso di spiazzamento. \u00c8 davvero sufficiente che sia una donna a pronunciare quelle parole per cambiare il loro significato, per rovesciare un discorso che ha veicolato gerarchie e oppressione e per trasformarlo in una canzone per la libert\u00e0? Il fatto che siano le donne a imbracciare le armi \u00e8 sufficiente a farci rinunciare al pacifismo che abbiamo sostenuto di fronte all\u2019invasione statunitense dell\u2019Afghanistan, a farci riconoscere le ragioni della guerra?<br \/>\nLe fila delle Unit\u00e0 di protezione del popolo contano 45mila unit\u00e0, il 35% sono donne. Quasi 16mila guerriere contraddicono praticamente ogni legame sostanziale tra il sesso, la guerra o la pace. Si tratta, per la maggior parte, di curde siriane, ma ogni giorno nuove combattenti provenienti dalla Turchia e dalla Siria, non soltanto curde, si uniscono alle YPJ. Un detonatore per questa ondata di reclutamenti \u00e8 stata la presa del Sinjar da parte dello Stato islamico, lo scorso 3 agosto. Migliaia di donne curde yezidi sono state catturate. Quelle che non sono state uccise per essersi ribellate o aver tentato di fuggire e quelle che non si sono uccise per scampare al proprio destino sono state stuprate, ridotte in schiavit\u00f9 e vendute a combattenti ed emiri al solo scopo di soddisfare le loro esigenze sessuali e la necessit\u00e0 di produrre e allevare martiri jihadisti. Centinaia di bambini sono stati catturati e rinchiusi in scuole coraniche per essere trasformati in combattenti. Dietro all\u2019odio sfrenato dell\u2019IS nei confronti delle donne \u2013 obbligate da norme ferree che regolano il loro abbigliamento e limitano la loro mobilit\u00e0, che le dichiarano \u00abdisponibili allo stupro\u00bb \u2013 c\u2019\u00e8 la loro riduzione a strumenti di riproduzione di un ordine violentemente patriarcale secondo una logica che, per quanto estremizzata e connotata confessionalmente, ha un carattere terribilmente globale.<br \/>\nA Kobane si sta perci\u00f2 combattendo una \u00abguerra di posizione\u00bb e questa definizione non ha nulla a che fare con le strategie militari. Il fatto \u00e8 che in gioco c\u2019\u00e8 anche il posto che le donne occupano nel mondo e per questo le guerriere delle YPJ sono orgogliose di avere imbracciato le armi, come lo sono le loro madri organizzate nel gruppo &#350;eh\u00eed J\u00een\u2019. L\u2019etica della cura di cui queste donne sono portatrici assume forme del tutto impreviste per chi, da questa parte del mondo, fa della cura qualcosa che riguarda la vita e che, per sua natura, nega la guerra. A Kobane, per\u00f2, la guerra \u00e8 la scelta obbligata per chi intende curarsi della propria vita e della propria libert\u00e0, della vita e della libert\u00e0 dei propri compagni e compagne, della propria regione, delle proprie idee. Intervistata da Rozh Ahmad, che ha realizzato un bellissimo documentario dal fronte della Rojava, la madre di una combattente, che indossa il velo, racconta: \u00abdue delle mie figlie sono andate via nella stessa settimana. Una \u00e8 entrata nelle YPJ, l\u2019altra si \u00e8 sposata. Per fortuna non mi preoccupo per quella che \u00e8 nelle YPJ. Hanno buone idee e per noi \u00e8 un onore avere una figlia nelle loro fila. La mia figlia sposata sta bene, ma sono ancora preoccupata per lei\u00bb. Questa madre non dice quale sia la sua preoccupazione, ma possiamo immaginarlo dal racconto della sua figlia combattente: \u00abla nostra societ\u00e0 guardava le donne solo come buone casalinghe, le donne erano fatte su misura per gli uomini e rinchiuse in casa come schiave. Ora abbiamo appreso questa realt\u00e0 amara. Ora siamo cambiate: viviamo, impariamo e combattiamo. Siamo soldatesse ora [\u2026] viviamo pienamente la nostra diversit\u00e0\u00bb.<br \/>\nLe donne combattenti di Kobane, in primo luogo, sono diverse da ci\u00f2 che sono state. Le armi hanno segnato un cambiamento decisivo rispetto all\u2019inesausta continuit\u00e0 della tradizione e forse anche rispetto alla \u00abCarta del contratto sociale\u00bb della Rojava, che alle donne garantisce l\u2019uguaglianza e la partecipazione attiva a ogni organo di autogoverno. Si tratta di un cambiamento che \u00e8 dovuto, in una certa misura, alla spinta politica del PKK, nella cui \u00abideologia\u00bb si riconosce pienamente l\u2019Alto consiglio delle donne del movimento di liberazione del Kurdistan. Come spiega Handan \u00c7a&#287;layan, la persistenza di consuetudini come il namus, l\u2019obbligo di sorvegliare i corpi, i comportamenti e la sessualit\u00e0 delle donne da parte degli uomini, costituiva un grosso limite alla mobilitazione di massa in favore della causa curda. Il nesso stabilito da \u00d6calan tra la liberazione delle donne e la rivoluzione sociale (Woman and Family Question, 1992) non pu\u00f2 comunque essere letto esclusivamente alla luce delle \u00abstrategie di mobilitazione\u00bb, ma deve essere considerato allo stesso tempo una risposta a un massiccio protagonismo delle donne, anche nella guerra, a partire dalla fine degli anni \u201980. Inoltre, il mancato riconoscimento della minoranza curda da parte della Siria ha prodotto nelle donne un sentimento di oppressione e, con esso, il senso della possibilit\u00e0 e della necessit\u00e0 della ribellione. Lo racconta chiaramente a Rozh Ahmad una delle combattenti intervistate: \u00abnoi ragazze curde eravamo costrette a parlare arabo tra di noi a scuola. Noi curdi eravamo oppressi, lo Stato controllava completamente le nostre vite. Ma ci siamo sempre ribellati contro tutto questo\u00bb. Al di l\u00e0 dell\u2019identificazione di queste donne con la causa curda c\u2019\u00e8, per\u00f2, qualcosa di pi\u00f9. Una di loro racconta che, secondo alcuni, le combattenti \u00absono tagliate fuori dalla vita sociale\u00bb perch\u00e9 hanno preso le armi. A loro risponde con orgoglio che, assieme alle sue compagne, ha \u00abuna vita molto pi\u00f9 ricca di quello che loro possono pensare\u00bb. Con orgoglio un\u2019altra afferma che alcuni uomini, che non hanno avuto il coraggio di combattere, abbassano la testa al loro passaggio. Bench\u00e9 ci\u00f2 passi in secondo piano rispetto all\u2019impressionante resistenza che stanno opponendo all\u2019IS, sembra che queste donne stiano portando avanti anche una battaglia sul fronte interno per affermare il loro diritto a conquistarsi la libert\u00e0.<br \/>\n\u00c8 stata la partecipazione alla guerra che le ha portate a sentirsi uguali. Contro ogni retorica nazionalistica costruita sulla \u00abdifesa delle nostre donne\u00bb, le guerriere delle YPJ hanno preso a difendere se stesse e hanno accettato il rischio di morire, senza per questo avere una felice propensione al martirio. Contro l\u2019incredulit\u00e0 dei loro padri e dei loro fratelli che dubitavano della loro forza e ben oltre il formale riconoscimento della loro uguaglianza espresso nella costituzione della Rojava, queste donne hanno dimostrato di avere non solo la forza, ma anche il coraggio. A loro non piace la guerra, a loro non piace uccidere, a loro non piacciono le armi e lo ripetono nelle loro interviste. Una combattente racconta che pulire il suo fucile non era poi cos\u00ec difficile, ma per sparare ha dovuto superare la paura. Ognuna di queste donne ha combattuto prima di tutto contro una parte di s\u00e9, la propria \u00abpassivit\u00e0\u00bb, come la chiama qualcuna, l\u2019ignoranza di che cosa possa significare \u00abessere una donna\u00bb, per andare sul fronte di Kobane. Nessuna di loro era gi\u00e0 libera, ciascuna di loro ha dovuto conquistarsi un pezzo di libert\u00e0.<br \/>\nConvinte che la guerra e la pratica della violenza non siano proprie delle donne, alcune potrebbero arrivare a negare che queste donne siano davvero tali. \u00c8 gi\u00e0 accaduto di fronte alle immagini di Lynndie, la fiera torturatrice di Abu Grahib. Tra lei e le combattenti della Rojava c\u2019\u00e8 un abisso, ma in entrambi i casi \u00e8 chiaro che vi sono molti modi di stare al mondo come donne, al di l\u00e0 di qualsiasi destino tracciato dall\u2019ordine simbolico del padre o da quello della madre. Convinte che l\u2019uguaglianza non sia altro che l\u2019espressione politicamente corretta del perpetuarsi di un potere sessuale sulle donne, altre potrebbero vedere in queste guerriere la riproduzione di un \u00abmodello maschile\u00bb di autonomia. Eppure, queste combattenti sono donne e per le donne combattono, contro una schiavit\u00f9 che non indossa solo le maschere nere dell\u2019IS e del suo fondamentalismo, ma che, come ricorda una di loro, arriva in Europa nelle vesti accettabili e colorate del capitalismo. Forse, allora, non \u00e8 la storia di queste donne a essere inadeguata rispetto alle alte vette della libert\u00e0 femminile. Forse sono i discorsi che donne e femministe hanno a disposizione a non essere all\u2019altezza della storia delle combattenti di Kobane. Non si tratta, evidentemente, di fare della lotta armata il paradigma di ogni percorso di liberazione, n\u00e9 di dimenticare quanta oppressione e quanto sfruttamento passano per l\u2019uguaglianza formale. Non si pu\u00f2 neppure ignorare, per\u00f2, che mentre rivendicano di essere \u00abuna brigata di sole donne che vivono in modo completamente indipendente\u00bb, combattendo al fianco dei loro compagni sul fronte queste donne rivendicano e praticano l\u2019uguaglianza e insegnano qualcosa agli uomini. C\u2019\u00e8, in questo, qualcosa di profondamente sovversivo, che forse non sar\u00e0 decisivo dal punto di vista militare ma senz\u2019altro lo \u00e8 dal punto di vista politico. Duemila donne, miseramente equipaggiate e con scarso appoggio internazionale, danno un contributo fondamentale alla difesa di una citt\u00e0 asserragliata da novemila jihadisti ben armati. La loro forza \u2013 come ha ricordato la combattente delle YPJ Xwindar Tir\u00eaj \u2013 non \u00e8 nei fucili ma nella determinazione. Certo, anche i loro compagni sono determinati, ma nell\u2019uguaglianza femminile c\u2019\u00e8 qualcosa di pi\u00f9. \u00c8 il volto e il corpo di quella determinazione a terrorizzare i combattenti dello Stato islamico convinti che, se saranno uccisi da una donna, non andranno in paradiso.<br \/>\nCos\u00ec, mentre i miliziani dell\u2019IS aspirano al paradiso, le donne di Kobane pretendono di portarlo sulla terra e, nel farlo, pongono domande davvero scomode al di qua di Kobane. Forse questo spiega il muto e fragoroso silenzio di molte donne e femministe di fronte a questa guerra e al ruolo delle Unit\u00e0 di protezione delle donne. Forse \u00e8 pi\u00f9 facile schierarsi nella guerra quando la parte delle donne \u00e8 quella di vittime, quando il loro corpo \u00e8 un terreno di battaglia, quando si fanno mediatrici e ambasciatrici di pace, quando sono uno fra i molti generi che subiscono la discriminazione e l\u2019oppressione fondamentalistica, quando possono essere guardate come la metafora di una vulnerabilit\u00e0 che unisce il genere umano e rivela le bellicose pretese di dominio del soggetto Maschio, Bianco e Occidentale, quando sono esotici soggetti post-coloniali. Forse \u00e8 pi\u00f9 difficile prendere parte alla guerra quando significa ammettere che le stesse che danno la vita possono toglierla a colpi di mortaio, che le stesse che incarnano la pace possono decidere di armarsi e andare al fronte, che le stesse che si prendono cura possono colpire, che le stesse che dovrebbero contestare il potere lottano per prendere potere e lo fanno come donne. Mentre ridono e sparano, mentre riposano e danzano con tute mimetiche e foulard colorati, le donne combattenti di Kobane sembrano indicare il punto in cui ogni discorso formulato fin qui da donne e femministe rischia di sbriciolarsi sul fronte delle contraddizioni. Per questo, piuttosto che trincerarsi nel silenzio, vale forse la pena ascoltare e provare a capire la posta in gioco globale della guerra delle donne di Kobane ( EL MANIFESTO 16 OCT 2014 di Paola Rudan ).<\/p>\n<p>&nbsp;\t\t<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>20141016 16:03:00 red-emi 1 &#8211; Un&#8217;intervista con la filosofa tedesca Heide Goettner-Abendroth. L&#8217;antropologa femminista \u00e8 in Italia per presentare il suo importante volume \u00abLe societ\u00e0 <a class=\"mh-excerpt-more\" href=\"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=12033\" title=\"11377 LA GABBIA APERTA DEL GENERE. 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