{"id":1183,"date":"2017-04-15T18:45:50","date_gmt":"2017-04-15T16:45:50","guid":{"rendered":"http:\/\/www.filef.net\/2017\/04\/15\/11794-migrazioni-dallemergenza-alloccasione-geostrategica\/"},"modified":"2017-04-15T18:45:50","modified_gmt":"2017-04-15T16:45:50","slug":"11794-migrazioni-dallemergenza-alloccasione-geostrategica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=1183","title":{"rendered":"11794 Migrazioni, dall\u2019emergenza all\u2019occasione geostrategica"},"content":{"rendered":"<p>\t\t\t\t20150921 22:23:00 redazione-IT<\/p>\n<p>[b]di Rodolfo Ricci[\/b]<br \/>\nLe vicende delle ultime settimane con l\u2019esplodere dei flussi migratori dalla Siria, che si aggiungono a quelli dall\u2019Afganistan, Irak, Palestina e dall\u2019Africa sub sahariana, in particolare da Eritrea, Somalia, Nigeria e altri paesi, impongono la necessit\u00e0 di un\u2019analisi che si emancipi dalla penosa discussione politica nazionale (e internazionale) orientata dalla disinformazione di massa e operata dalle centrali mediatiche. L\u2019obiettivo di questa narrazione \u00e8 che l\u2019opinione pubblica occidentale si strutturi tra xenofobi e compassionevoli.<br \/>\nE che non sia prevista una lettura alternativa che individui responsabilit\u00e0, prospettive, vantaggi e svantaggi oggettivi per i paesi da cui si parte e in cui si arriva e per la condizione soggettiva delle masse di persone che si muovono nel loro duro percorso di inserimento nei nuovi contesti; questioni che non saranno superata in s\u00e9, con una modifica degli accordi di Dublino sull\u2019asilo e con la distribuzione dei profughi tra i 28 paesi UE: questa \u00e8 una questione importante, ma di breve termine, riguarda l\u2019emergenza, ma non la risolve nei suoi tempi lunghi, che, come ammonisce quel grande pianificatore storico di catastrofi che \u00e8 il Pentagono, dureranno almeno 20 anni.<\/p>\n<p>Un\u2019altra distinzione interessante che serve alla strutturazione del depistaggio culturale in corso \u00e8 quella tra profughi e migranti economici, cio\u00e8 alla ricerca di lavoro o di condizioni di vita minimamente dignitosi. E\u2019 una distinzione che fa riferimento a un diritto internazionale che contempla il diritto ad essere accolti allorch\u00e8 si provenga da paesi con regimi totalitari o da contesti di conflitti e di guerra, ma non se si provenga da situazioni di desertificazione sociale ed economica indotte dagli attuali modelli di globalizzazione e di sviluppo fondati sul supersfruttamento. E un\u2019ultima distinzione semantica da tener presente, \u00e8 quella tra migrazioni e \u201clibera mobilit\u00e0\u201d delle forze di lavoro, che, ovviamente, si applica, almeno per il momento, solo all\u2019interno di singoli paesi o alle aree di libero scambio, come la UE.<\/p>\n<p>Ora, per chi conservi qualche capacit\u00e0 mnemonica dal punto di vista storico, la crisi umanitaria che riguarda sia i profughi che i cosiddetti migranti economici, si trascina in realt\u00e0 da ben oltre un decennio ed \u00e8 il risultato delle politiche a guida USA\/UE che prevedevano, e prevedono, lo sfruttamento intensivo delle risorse di intere aree e paesi del sud del mondo: ove un paese o una serie di stati si fossero opposti a questo rinnovato ordine coloniale globale, magari ambendo ad un autonomo sviluppo, gli stessi avrebbero dovuto essere rimessi all\u2019 ordine attraverso una serie di misure, l\u2019ultima delle quali, in ordine di successione si chiama guerra.<\/p>\n<p>E\u2019 ci\u00f2 che \u00e8 accaduto con le successive guerre all\u2019Irak e alla Libia, con la parentesi Jugoslava, con l\u2019innesco della guerra civile ormai quinquennale in Siria; esse riguardano, guarda caso, paesi che hanno tentato di resistere all\u2019inclusione nella linea di comando NATO, che manifestavamo elevati standard di welfare e di equilibrio sociale, che si distinguevano per il loro approccio laico e multinazionale (il perfetto contrario del settarismo fondamentalista e del nazionalismo razziale che invece giustific\u00f2 la guerra in Afghanistan dopo che i talebani non rispondevano pi\u00f9 alle direttive progettate da Brezinsky in funzione antisovietica); paesi che insomma costituivano degli ostacoli alla penetrazione e all\u2019affermazione definitiva della globalizzazione a guida USA, per i quali, come per ogni impero, \u00e8 sopportabile \u2013 e incentivabile \u2013 la comunit\u00e0 tribale, ma non quella di entit\u00e0 statuali forti e sovrani.<\/p>\n<p>Poi vi sono i tanti paesi in cui le riforme strutturali suggerite e imposte da WTO, FMI e Banca Mondiale hanno prodotto, come ben ci racconta Stiglitz, la desertificazione economica e la destrutturazione sociale: \u00e8 da questi paesi che si muovono centinaia di milioni di migranti economici.<\/p>\n<p>Le rotte di questi movimenti arrivano solo in minima parte in Europa o negli USA. Il grosso dei circa 250 milioni di migranti e dei 20 milioni di profughi, si muove, com\u2019\u00e8 ovvio che sia, nelle aree contigue ai paesi in gravissime situazioni di crisi o in guerra.<\/p>\n<p>Questi movimenti aggravano ulteriormente i precari equilibri e tendono a sfociare in conflitti locali alimentati dalle forniture di armi che procedono sempre da nord verso sud, come non si stanca di ricordarci Papa Bergoglio e che vedono Usa e paesi europei , ivi inclusa l\u2019Italia, tra i maggiori produttori mondiali.<\/p>\n<p>Vi sono infine i movimenti, non cos\u00ec irrisori, che avvengono nelle grandi aree di libero scambio, come i paesi NAFTA (dal Messico verso Usa e Canada) e la UE (dai paesi del sud Europa, verso quelli del nord). Solo in quest\u2019ultimo caso, si parla di libera mobilit\u00e0 delle forze di lavoro (salvo la minacciata sospensione a pi\u00f9 riprese dei trattati di Schengen e i muri o le cortine fisiche o legislative che si innalzano a ripetizione, fino alle espulsioni quando si ritiene che i migranti interni pesino troppo sui sistemi di welfare locali: vedi Belgio e Germania e forse la Gran Bretagna), analogamente a quanto avviene all\u2019interno di singoli paesi grandi o piccoli, che registrano movimenti consistenti tra aree pi\u00f9 o meno sviluppate, come tra il meridione e il nord Italia; una casistica in piena ripresa che ha portato oltre 1,6 milioni di persone, dal sud verso il centro-nord negli ultimi 10 anni.<\/p>\n<p>Un altra crescente causa dei movimenti migratori, apparentemente indipendente da fattori umani, \u00e8 costituito dai mutamenti climatici. Anche in questo caso appare evidente l\u2019influsso di un modello di sviluppo e di globalizzazione fondato sullo sfruttamento intensivo delle risorse, sulle emissioni nocive, sul consumo sfrenato, sull\u2019orientamento mercantilista all\u2019export rispetto allo sviluppo dei mercati interni, ecc.<\/p>\n<p>In ognuno dei casi illustrati, le responsabilit\u00e0 dell\u2019occidente neoliberista, della sua ideologia, diffusa ormai anche a oriente, dei suoi piani geo-strategici di dominio, sono chiarissime.<\/p>\n<p>I flussi migratori si muovono tendenzialmente in direzione contraria ai flussi di export e di armi, alla rincorsa dei movimenti e della concentrazione dei capitali e del flusso di risorse naturali, in misura proporzionale alla loro capacit\u00e0 e possibilit\u00e0 tecnologica di seguirli: solo una parte minima, al momento, \u00e8 in grado di avvicinarsi al cuore del sistema a prezzo di tragedie umane raccapriccianti, ma ci\u00f2 che noi vediamo \u00e8 solo la punta dell\u2019iceberg. Ben altre tragedie, collocate lungo le stesse direttrici, ma a maggior distanza, ci sono ignote o sono solo deducibili.<\/p>\n<p>Ma, a causa del massaggio unilaterale dei media, ci sono ignote anche dimensioni che invece sono vicinissime: ad esempio le migrazioni interne all\u2019area UE, fin dall\u2019inizio della crisi del 2007-2008, si sono sviluppate in modo rapidissimo, fino a raggiungere i livelli registratesi alla fine degli anni \u201960. Tra i maggiori erogatori di migranti economici al nord Europa, insieme ai paesi dell\u2019est europeo, ai relativamente pochi africani, asiatici e medio-orientali, vi sono oggi spagnoli, italiani, portoghesi, greci. I quali hanno recuperato, insieme agli irlandesi e agli ex-jugoslavi, anche le tradizionali rotte atlantiche (nord e sud America) e quelle verso l\u2019Australia.<\/p>\n<p>Solo di italiani, stando a stime ormai condivise, se ne stanno andando tra i 250 e i 300.000 all\u2019anno. Una cifra ragguardevole se si pensa che la nostra \u201cemergenza immigrazione\u201d ha riguardato circa 120.000 arrivi di profughi nel corso del 2014.<\/p>\n<p>In questo caso, le ragioni di questi flussi nostrani sono legate alla crisi interna alla EU e alla concentrazione di capitali verso il nucleo duro dell\u2019Europa a discapito dei paesi periferici. Allo spread sui titoli pubblici, si aggiunge cos\u00ec uno spread demografico (e di risorse umane) che non pu\u00f2 far altro che aggravare i differenziali tra centro e periferia UE e posizionare il nostro paese nelle aree basse della divisione del lavoro, con tutto ci\u00f2 che ne consegue, come ben illustrato dal recente rapporto Svimez.<\/p>\n<p>Vale la pena ricordare che l\u2019accaparramento di risorse umane a cui si sta assistendo (con la Germania e satelliti capofila in Europa e con molti altri importanti paesi interessati a fungere da idrovore di forza lavoro specializzata e acculturata: Canada, Australia, Brasile, ecc.) avviene, a differenza che negli anni \u201960, in un momento di grave crisi economica e anche demografica e senza alcuna programmazione bilaterale; quella multilaterale, si chiama appunto, libera circolazione, ma va comunque e sempre da sud a nord. Quello della crisi demografica \u00e8 un dato molto sensibile che giustifica anche le reazioni politiche e dell\u2019opinione pubblica che si registrano in occidente e, per un altro verso, quella, molto interessata, degli ambienti economico-imprenditoriali.<\/p>\n<p>E\u2019 una delle ragioni per cui la reazione di alcuni governi (pi\u00f9 compassionevoli) si distingue da quella di altri (pi\u00f9 xenofobi); l\u2019interesse dei tedeschi per i siriani, non \u00e8 una novit\u00e0 dell\u2019ultim\u2019ora. Il cuore mercantilista dell\u2019Europa deve tamponare un riduzione demografica di oltre 10 milioni di persone da ora al 2040-2050.<\/p>\n<p>Nel 2012, sono entrati in Germania 1.081.000 immigrati, una cifra che \u00e8 la maggiore dalla fine della seconda guerra mondiale, a parte gli anni della caduta del muro, quando fu superata per l\u2019arrivo di uebersiedler ed aussiedler, cio\u00e8 degli oriundi tedeschi che vivevano oltre cortina. La Germania sa, e lo dice, che per mantenere integro il suo potenziale produttivo ha bisogno di saldare il deficit demografico.<\/p>\n<p>Come non costituisce una assoluta novit\u00e0 l\u2019atteggiamento infastidito della Gran Bretagna verso la crescente mobilit\u00e0 intereuropea che ha portato recentemente Cameron a ipotizzare la sospensione degli ingressi sia di extracomunitari che di intracomunitari \u201cse non hanno un lavoro\u201d (57.600 solo gli italiani arrivati qui da marzo 2014 al marzo 2015), stabilendo un limite proporzionale alla disponibilit\u00e0 di impiego, per l\u2019ingresso di persone in un paese da tempo deindustrializzato e completamente terziarizzato, ma ormai saturo, nonch\u00e9 devoluto agli interessi della City, che per ben operare necessita di una certa tranquillit\u00e0 interna\u2026<\/p>\n<p>Certamente dentro la grande confusione causata dagli effetti sociali della crisi, molte reazioni sono di natura tattica o vertenziale con la UE, come la chiusura dei confini dell\u2019Ungheria di Orban (che a rigore sarebbe solo un territorio di transito) o di altri paesi dell\u2019est europeo, in modo da rassicurare le rispettive opinioni pubbliche e da rafforzare l\u2019approccio identitario, mentre gli stessi paesi vivono notevoli flussi emigratori (in particolare la Polonia e la Romania).<\/p>\n<p>Ma non si pu\u00f2 dire che essi non abbiano buon gioco nell\u2019affermare che l\u2019arrivo dei profughi attuali \u00e8 stato causato dalle decisioni autonome di alcune potenze dell\u2019Europa occidentale che senza chiedere il loro parere hanno proceduto ad azioni di guerra unilaterali (Francia e Gran Bretagna in primis, con il nostro consueto benestare o ignavia).<\/p>\n<p>Tornando all\u2019Italia, appare molto singolare che il dibattito sull\u2019immigrazione non contempli, se non in modo marginale, la storia migratoria di questo paese, ma soprattutto che ignori il parallelo consistente ritorno della nuova emigrazione: potrebbe essere, secondo logica, un ottimo argomento di contrasto delle posizioni xenofobe, ma in verit\u00e0 il problema \u00e8 che aprirebbe un pericoloso versante di discussione sul declino del paese e dunque sul fallimento, oggettivo, delle sue classi dirigenti passate ed attuali che non non sono in grado di valorizzare il proprio capitale umano. Oltre ad una conferma inequivocabile, e da occultare, dei disequilibri interni alla UE che allo stato dei fatti, appaiono insanabili.<\/p>\n<p>Infatti, come non \u00e8 pensabile una soluzione dell\u2019emergenza immigratoria soltanto con buone politiche di accoglienza e di integrazione, ma intervenendo sulle cause profonde del fenomeno \u2013 il che implicherebbe politiche di cooperazione bilaterali e multilaterali adeguate, che, in fin dei conti, dovrebbero mettere in discussione l\u2019attuale modello di globalizzazione e inaugurare un protagonismo in politica estera sganciato dagli interessi di Usa, o Francia e Gran Bretagna -, cos\u00ec non \u00e8 possibile pensare ad una corretto approccio verso la mobilit\u00e0 inter-europea se non viene sciolta la questione del differenziale di produttivit\u00e0 e quindi di un riequilibrio tra la Germania e i paesi del sud Europa, cosa che mette inevitabilmente in discussione i trattati e l\u2019Euro.<\/p>\n<p>Nella discussione sulle migrazioni vi \u00e8 quindi da essere accorti: il fenomeno migratorio costituisce la cartina di tornasole o la prova del nove della stabilit\u00e0 del sistema; in questo caso costituisce la conferma della sua pericolosa instabilit\u00e0 e di un ampio disordine globale. Un disordine cha ha nomi e cognomi. Che andrebbero sempre ricordati, mentre l\u2019unico a farlo con costanza e utile approccio pedagogico, sembra essere sempre, e solo, Papa Francesco.<\/p>\n<p>Rispetto a ci\u00f2, le letture compassionevoli, come, all\u2019opposto, quelle xenofobe o quelle secondo cui i flussi migratori costituirebbero una strategia di destabilizzazione dell\u2019Europa da parte degli USA, sono accomunate da una sindrome di spostamento del problema e delle responsabilit\u00e0.<\/p>\n<p>Allo stesso tempo, non \u00e8 infondato sostenere che le migrazioni vengano usate sul piano economico per contenere il costo del lavoro, attraverso una sorta di importazione di pezzi di terzo mondo all\u2019interno dei confini nazionali; o sul piano politico per strutturare dinamiche di conflitti tra poveri, in particolare tra le classi medie impoverite dalla crisi e le nuove etnie \u2013 analogamente a quanto fanno molti compassionevoli quando tentano di mettere in conflitto le vecchie e nuove generazioni del paese per approdare alla modernit\u00e0 e distruggere i residui di welfare -. E\u2019 anche un argomento condivisibile che vi sia bisogno di gestire in modo attento gli ingressi per evitare situazioni esplosive, a partire dalla distribuzione degli immigrati sul territorio e nelle citt\u00e0, cosa che non pu\u00f2 essere riservata esclusivamente alle periferie\u2026<\/p>\n<p>Ma bisogna che sia chiaro che non stiamo parlando di un epifenomeno, ma del centro stesso delle contraddizioni sistemiche, rispetto alle quali un nuovo equilibrio pu\u00f2 essere raggiungo solo attraverso un riequilibrio delle ragioni di scambio tra nord e sud o, se si vuole, con il superamento dell\u2019attuale disordine globale magari attraverso un equilibrio policentrico tra Occidente e Brics \u2013 che non pu\u00f2 escludere l\u2019Africa \u2013 e attraverso un nuovo equilibrio all\u2019interno dell\u2019Europa. Una cosa un p\u00f2 diversa dell&#8217;\u201daiutarli a casa loro\u201d.<\/p>\n<p>A questo proposito, \u00e8 opportuno ricordare che l\u2019evoluzione dei movimenti migratori ha registrato negli ultimi anni una novit\u00e0 interessante: l\u2019unica area del sud del mondo che ha visto ridursi il flusso emigratorio \u00e8 il Sud America.<\/p>\n<p>Anzi, i dati indicano un ritorno consistente di ex emigrati dal nord America o dall\u2019Europa, compresi flussi importanti di sud europei che eleggono il sub continente a nuova terra promessa. Anche se, in quest\u2019area, vi sono correnti di migrazioni interne verso Argentina, Brasile e Venezuela da paesi come la Bolivia, il Per\u00f9 o la Colombia. Ci\u00f2 vuol dire che l\u2019evoluzione politica del sub-continente nel suo complesso, e di alcuni paesi in particolare, pur tra alti e bassi e con le continue interferenze USA, \u00e8 positivo e solidale. Un\u2019 indicazione spesso ignorata da buona parte della sinistra europea.<\/p>\n<p>Se infine consideriamo, dal punto di vista italiano, che a fronte di circa 5 milioni di immigrati, l\u2019Italia conta 4,5 milioni di emigrati nel mondo, pi\u00f9 un buon altro milioni di espatriati negli ultimi 7 anni (in crescita di almeno 2-3 centinaia di migliaia all\u2019anno), la questione andrebbe vista e affrontata in modi originali: siamo pienamente dentro il circuito migratorio in quanto paese che al tempo stesso acquisisce e produce migranti (come ci ricordano da tempo Enrico Pugliese e Francesco Calvanese); cio\u00e8 non siamo tra gli anelli apicali della catena, non facciamo parte dell\u2019elite di paesi che assorbe e basta.<\/p>\n<p>Al di l\u00e0 della penosa discussione tra xenofobi e compassionevoli, avremmo dunque una chance: quella di trasformare emigrazione e immigrazione in una risorsa sociale e politica (oltre che economica), orientando, nella misura del possibile, ingressi e uscite. Gli ingressi, oltre che per il sostegno al nostro sistema previdenziale e per il contributo attuale al Pil, come risorsa di cooperazione con i paesi di origine \u2013 tutta da sviluppare in particolare verso le nuove generazioni -, e le uscite, altrettanto; possibilmente, in questo secondo caso, facendo in modo di non regalare i nostri giovani a media-alta scolarizzazione ai paesi concorrenti, ma piuttosto orientando questi flussi attraverso opportuni accordi bilaterali, verso i paesi che possono costituire i nostri partner strategici del futuro, cio\u00e8 i paesi emergenti o in via di sviluppo, in particolare quelli del Mediterraneo e dell\u2019America Latina.<\/p>\n<p>Cercasi insomma una seria e intelligente politica di accoglienza e di integrazione e un\u2019altrettanto mirata politica di accompagnamento della nuova emigrazione. Politica che, fino a prova contraria, non necessita di lasciapassare esterni. Certamente necessita di risorse: una buona occasione per ricontrattare i parametri per i prossimi decenni, non tanto e solo per l\u2019emergenza, ma per la trasformazione della questione delle migrazioni da grave problema a grande opportunit\u00e0.<\/p>\n<p>Se ci\u00f2 non fosse possibile, dovremo, nostro malgrado, farlo da soli.<\/p>\n<blockquote class=\"wp-embedded-content\" data-secret=\"g3eeerGtu1\"><p><a href=\"https:\/\/cambiailmondo.org\/2015\/09\/21\/migrazioni-dallemergenza-a-alloccasione-geostrategica\/\">Migrazioni, dall\u2019emergenza all&#8217;occasione geostrategica<\/a><\/p><\/blockquote>\n<p><iframe loading=\"lazy\" class=\"wp-embedded-content\" sandbox=\"allow-scripts\" security=\"restricted\" style=\"position: absolute; clip: rect(1px, 1px, 1px, 1px);\" title=\"&#8220;Migrazioni, dall\u2019emergenza all&#8217;occasione geostrategica&#8221; &#8212; cambiailmondo\" src=\"https:\/\/cambiailmondo.org\/2015\/09\/21\/migrazioni-dallemergenza-a-alloccasione-geostrategica\/embed\/#?secret=himpKfzaHN#?secret=g3eeerGtu1\" data-secret=\"g3eeerGtu1\" width=\"500\" height=\"282\" frameborder=\"0\" marginwidth=\"0\" marginheight=\"0\" scrolling=\"no\"><\/iframe><\/p>\n<p>&nbsp;\t\t<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>20150921 22:23:00 redazione-IT [b]di Rodolfo Ricci[\/b] Le vicende delle ultime settimane con l\u2019esplodere dei flussi migratori dalla Siria, che si aggiungono a quelli dall\u2019Afganistan, Irak, <a class=\"mh-excerpt-more\" href=\"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=1183\" title=\"11794 Migrazioni, dall\u2019emergenza all\u2019occasione geostrategica\">[&#8230;]<\/a><\/p>\n<\/div>","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[77],"tags":[],"class_list":["post-1183","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-eminews-2015"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.4 - 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