{"id":10887,"date":"2017-04-15T19:04:33","date_gmt":"2017-04-15T17:04:33","guid":{"rendered":"http:\/\/www.filef.net\/2017\/04\/15\/10195-la-crisi-come-guerra-globale-di-sergio-segio-rapporto-sui-diritti-globali-2012\/"},"modified":"2017-04-15T19:04:33","modified_gmt":"2017-04-15T17:04:33","slug":"10195-la-crisi-come-guerra-globale-di-sergio-segio-rapporto-sui-diritti-globali-2012","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=10887","title":{"rendered":"10195 LA CRISI COME GUERRA GLOBALE di Sergio Segio* Rapporto sui diritti globali 2012"},"content":{"rendered":"<p>\t\t\t\t20121007 02:26:00 guglielmoz<\/p>\n<p>\u00c8 tornata la lotta di classe, ci dicono le cronache di questi mesi dense di conflitti di lavoro e di territorio. Ma quella che domina la scena globale, incidendo in profondit\u00e0, non \u00e8 la lotta di resistenza dei lavoratori stritolati dagli effetti della crisi o dei ceti medi che cercano di opporsi alla propria irruente proletarizzazione. All\u2019opposto, \u00e8 una lotta di classe dall\u2019alto, che promana dalle classi dominanti mondializzate e che \u00e8 silenziosamente ed efficacemente in corso dagli anni Ottanta. Una \u201ccontrorivoluzione\u201d o un \u201cgrande balzo all\u2019indietro\u201d \u2013 a seconda delle diverse definizioni utilizzate da alcuni autori \u2013 che si sostanzia in un recupero di profitti, privilegi e potere che il precedente ciclo di lotte e di cambiamenti degli anni Sessanta e Settanta avevano concretamente e in profondit\u00e0 messo in discussione in molti Paesi europei e negli Stati Uniti<\/p>\n<p>. \u00abLa caratteristica saliente della lotta di classe della nostra epoca \u00e8 questa: la classe di quelli che da diversi punti di vista sono da considerare i vincitori \u2013 termine molto apprezzato da chi ritiene che l\u2019umanit\u00e0 debba inevitabilmente dividersi in vincitori e perdenti \u2013 sta conducendo una tenace lotta di classe contro la classe dei perdenti. \u00c8 ci\u00f2 che intendo per lotta di classe dopo la lotta di classe\u00bb: cos\u00ec il sociologo Luciano Gallino nel suo ultimo libro (La lotta di classe dopo la lotta di classe, a cura di Paola Borgna, Laterza, 2012).<\/p>\n<p>&#9632; LA RESURREZIONE DEL COLOSSO DAI PIEDI DI ARGILLA<br \/>\nCinque anni di crisi non hanno per nulla invertito questa tendenza: la finanza e il capitalismo globali, pur essendone direttamente responsabili, non hanno visto mettere in discussione la propria supremazia, del resto da tempo fuori controllo. Anzi: i profitti e i patrimoni dei \u201cvincitori\u201d continuano introduzione a lievitare, mentre milioni di persone sono precipitate nella povert\u00e0 e nella disoccupazione.<br \/>\nIl dato pi\u00f9 recente e appariscente \u00e8 venuto dalla classifica aggiornata quotidianamente e in tempo reale da \u201cBloomberg\u201d, il Bloomberg Billionaires Index: ebbene, in pochi mesi, da gennaio ad aprile 2012, il patrimonio delle 40 persone pi\u00f9 ricche del mondo si \u00e8 accresciuto di 95 miliardi di dollari arrivando a superare il trilione di dollari (http:\/\/topics.bloomberg.com\/bloomberg-billionaires-index ).<br \/>\nLa ragione della sostanziale impunit\u00e0 del sistema finanziario e dell\u2019imperturbabile sfrontatezza con la quale il colosso dai piedi di argilla \u00e8 stato rimesso immediatamente in piedi, facendone pagare interamente i costi ai lavoratori e alle classi medie di tutto il mondo \u2013 e dell\u2019Europa in modo particolare, e della Grecia in maniera pi\u00f9 drammatica e accentuata \u2013 \u00e8 assai semplice: da tempo, ben prima dell\u2019esplodere della crisi, i governi avevano sostanzialmente abdicato ai propri ruoli e poteri, cedendone progressive quote agli organismi sovranazionali come il Fondo Monetario, le Banche centrali, l\u2019Organizzazione mondiale del commercio, le reti non trasparenti delle corporation e delle lobby industriali e finanziarie che hanno il proprio santuario non a caso in Svizzera, nell\u2019annuale assise del World Economic Forum a Davos.<\/p>\n<p>&#9632; MOVIMENTI, VECCHI E NUOVI<br \/>\nQuesta analisi non \u00e8 particolarmente nuova: il movimento altermondialista e le reti del World Social Forum la vanno ripetendo e articolando da quasi tre lustri senza che tali verit\u00e0 e consapevolezze siano riuscite a modificare il corso degli avvenimenti n\u00e9 a influenzare la governance mondiale; ci\u00f2 dovrebbe indurre una specifica riflessione sul ruolo, gli strumenti, i limiti e l\u2019efficacia possibili dei movimenti nell\u2019epoca della globalizzazione.<br \/>\nEvidentemente, non basta avere ragione per trasformare la realt\u00e0. Occorre costruire il  necessario e allargato consenso, saper istruire e governare i processi, essere in grado di dotarsi degli strumenti complessi, organizzativi oltre che teorici, capaci di diventare davvero lievito e motore del cambiamento e di rendere credibile l\u2019alternativa. I movimenti pi\u00f9 recenti, Indignados e Occupy Wall Street in primo luogo, ci stanno provando, con ingenuit\u00e0, entusiasmo, generosit\u00e0, determinazione e capacit\u00e0 di innovazione. E sapendo muovere da idee forza semplici, cosa in Italia \u00e8 sempre risultata pi\u00f9 difficile, per eccessive frammentazioni, minore autonomia rispetto alla politica tradizionale e forse pure per una certa inclinazione alla complicazione, a leaderismi e passatismi.<br \/>\nLa parola d\u2019ordine We are the 99 percent \u00e8 tanto esatta quanto comunicativamente efficace; tanto \u00e8 vero che nel mese di ottobre del 2011 si contavano occupazioni in pi\u00f9 di 95 citt\u00e0 di 85 Paesi nel mondo, mentre negli USA le occupazioni avevano interessato oltre 600 comunit\u00e0. Lo stesso vale per i valori fondanti dell\u2019esperienza di Occupy e di Zuccotti Park, che agli inizi si \u00e8 coagulata a partire da una richiesta assai semplice: \u00abChiediamo che Barack Obama istituisca una commissione presidenziale con il compito di porre fine all\u2019influenza che ha il denaro sui nostri rappresentanti a Washington\u00bb (Scrittori per il 99%, Occupy Wall Street, Feltrinelli, 2012). Tanto semplice da apparire semplicistica. Eppure, in radice, gran parte delle questioni stanno proprio in questa potenziale distruttivit\u00e0 connessa al potere del denaro, non pi\u00f9 temperata da valori e filosofie, da regole e culture, come in altre epoche storiche.<\/p>\n<p>&#9632; LE DISEGUAGLIANZE ESPLOSIVE<\/p>\n<p>Una mutazione ben evidenziata dalla diseguaglianza, divenuta non solo manifesta realt\u00e0 ma obiettivo perseguito. Se negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso i compensi medi dei top manager arrivavano a 40 volte l\u2019importo del salario di un operaio o di un impiegato mentre oggi ammontano a 300 volte, con punte sino a 1.000 volte, significa che si \u00e8 rotta una proporzione plausibile e accettabile tra le diverse figure e ruoli che partecipano al processo di produzione della ricchezza sociale ma anche che il denaro, ovvero la finanza, \u00e8 divenuto un valore-potere in s\u00e9 e che a s\u00e9 tutto subordina.<br \/>\nSecondo i dati del Congressional Budget Office statunitense, tra il 1992 e il 2007 i 400 americani pi\u00f9 ricchi hanno avuto un incremento del reddito del 392%, ma le loro tasse sono calate mediamente del 37%; nel 2007, il 20% degli americani pi\u00f9 ricco possedeva l\u201985% della ricchezza nazionale, mentre l\u201980% della popolazione solo il 15%. Tendenze analoghe sono registrate dall\u2019OCSE anche negli altri Paesi. In Italia, dicono i dati della Banca d\u2019Italia, alla fine del 2008 la met\u00e0 pi\u00f9 povera delle famiglie deteneva il 10% della ricchezza totale; a fronte, il 10% pi\u00f9 ricco possedeva quasi il 45% della ricchezza complessiva. Da ultimo, sempre l\u2019OCSE ci dice che l\u2019Italia \u00e8 al 23\u00b0 posto su 34 Paesi per livello di salario medio netto, peggio persino di Irlanda e Spagna, e che nel 2011 ha perso una posizione rispetto all\u2019anno precedente.<br \/>\nQuando solo dieci persone possiedono beni e capitali per circa 50 miliardi di euro, tanto quanto i tre milioni di italiani pi\u00f9 poveri (Giovanni D\u2019Alessio, Ricchezza e disuguaglianza in Italia, Questioni di Economia e Finanza, Banca d\u2019Italia, n. 115, febbraio 2012), significa che il sistema non solo \u00e8 profondamente iniquo ma non pi\u00f9 sostenibile. Il mondo, allora, \u00e8 tanto guasto da essere divenuto marcio.<br \/>\nMettere in discussione quel potere e quelle esplosive diseguaglianze, per quanto ingenuo e utopico possa apparire, vuol dire riprogettare le forme e i modi del vivere e del produrre, il lavoro e il consumo, la politica e l\u2019economia, il rapporto con il presente e quello con il futuro, il sistema di relazioni e le forme dell\u2019abitare i luoghi, le citt\u00e0 e il pianeta, l\u2019ambiente e il rapporto con le nuove generazioni. Occorre, insomma, ripensare i paradigmi che presiedono ai processi di globalizzazione e le istituzioni che li governano, in direzione di una riconversione ecologica dell\u2019economia, di una trasformazione degli stili di vita, di una nuova democrazia, di un\u2019universalizzazione dei diritti.<br \/>\nUna questione che, oltre che urgente, \u00e8 divenuta vitale e globale. \u00abLa transizione dal controllo delle multinazionali sulle risorse della Terra \u00e8 diventata fondamentale per la sopravvivenza della democrazia e per la libert\u00e0 degli uomini\u00bb, scrive Vandana Shiva nel suo ultimo libro, indicando anche i cambiamenti<br \/>\nnecessari da compiere. Tra di essi, il passaggio dalla competizione alla cooperazione; il passaggio dalla globalizzazione delle multinazionali alla localizzazione economica basata sulla minimizzazione dello sfruttamento di risorse naturali; il passaggio dal consumo illimitato a una cultura di conservazione, dalla monocultura gerarchica a culture inclusive basate sulla diversit\u00e0 e sui diritti della Madre Terra (Vandana Shiva, Fare pace con la Terra, Feltrinelli, 2012).<\/p>\n<p>&#9632; L\u2019ALTERNATIVA NECESSARIA E LA NEOLINGUA DEL LIBERISMO<br \/>\nNaturalmente, tutto ci\u00f2 \u00e8 tanto indilazionabile e necessario quanto improbabile. Poich\u00e9 i \u201cvincitori\u201d, di cui scrive Luciano Gallino, negli scorsi decenni hanno alterato in profondit\u00e0 non solo i rapporti di forza e le procedure democratiche, ma \u2013 prima, assieme e pi\u00f9 in l\u00e0 \u2013 le precondizioni del cambiamento. Tra di esse, le categorie d\u2019interpretazione, la possibilit\u00e0 di sguardo critico, il linguaggio stesso, espungendone ogni possibile smagliatura rispetto alla vigenza del Nuovo ordine mondiale, appunto fondato sul potere del denaro, sull\u2019uso indiscriminato e irresponsabile delle risorse naturali e sul dominio dell\u20191% sul 99% della popolazione. Taluni correttori dei programmi di scrittura del computer segnalano come scorretta e desueta la parola \u00abalternativa\u00bb, suggerendo di modificarla con \u00abscelta\u00bb oppure con \u00abpossibilit\u00e0\u00bb. Forse in futuro sar\u00e0 cancellata direttamente dal software; per ora, basta sostituirla con sinonimi che sfumino ogni idea di radicalit\u00e0, di alterit\u00e0 di modello.<br \/>\nLa neolingua del neoliberismo ha sapientemente e pervasivamente plasmato e asservito a s\u00e9 buona parte dei media, dell\u2019industria culturale e della produzione di immaginario, proprio come in precedenza aveva fatto con la politica.<br \/>\nSi vuole, insomma, che il mondo globalizzato dominato dal sistema neoliberista non preveda alternative ma semmai solo varianti.<br \/>\nEppure, agli inizi della crisi, era sembrata farsi strada l\u2019idea di una necessaria \u201clegittima difesa\u201d collettiva rispetto ai guasti e al domino di catastrofi che il sistema finanziario ha prodotto con la sua ipertrofia, riguardo alla quale basti solo un dato citato da Vladimiro Giacch\u00e9 (in Titanic Europa, Aliberti, 2012): nel 1980 il valore complessivo a livello globale delle attivit\u00e0 finanziarie era all\u2019incirca corrispondente a quello del PIL mondiale; nel 2007, quando si comincia a evidenziare la crisi, la proporzione rispetto al PIL era divenuta del 356%.<br \/>\nNel 2008 e 2009 la consapevolezza dei guasti e dei rischi connessi all\u2019ab- norme castello di carte finanziario si era diffusa nelle opinioni pubbliche, ma anche a livello di governi. Quello di Obama, pur ovviamente soccorrendo il sistema per impedirne il tracollo, ha provato a introdurre correttivi, ma immediata ed efficacissima \u00e8 stata la reazione delle potentissime lobbies. L\u2019Europa, sotto il tallone di ferro della Troika, non ci ha neppure provato. Critiche e accuse sono state deviate verso i debiti pubblici e i sistemi di welfare; sul banco degli imputati sono stati subito collocati la classe politica e i partiti, verso cui si sono alimentati i sentimenti di rabbia e la delusione dei cittadini e delle fasce pi\u00f9 colpite. Non che la politica non abbia una significativa quota di responsabilit\u00e0 per il malgoverno della cosa pubblica e per il saccheggio dei beni comuni. Ma quella in corso negli ultimi anni \u00e8 stata una vera e propria operazione di disinformacija e di sollecitazione del populismo e dell\u2019antipolitica a opera dei grandi e sovranazionali poteri economico-finanziari per evitare di pagare il dazio, vale a dire per poter continuare indisturbati a macinare profitti strabilianti e per scaricare su altri le responsabilit\u00e0, gli oneri e i costi della crisi.<br \/>\nDapprima e soprattutto sulla Grecia, con la logica di colpirne (e spolparne) uno per minacciarne e disciplinarne cento.<\/p>\n<p>&#9632; IL NEOCAPITALISMO COLONIALISTA E LA BANCA CHE FA IL MESTIERE DI DIO<br \/>\nCi\u00f2 che \u00e8 successo in Grecia, per volont\u00e0 della Germania ma non solo, dal punto di vista della devastazione del tessuto sociale, \u00e8 paragonabile a una guerra, cinicamente condotta. I prestiti erogati a quel Paese \u2013 soprattutto per garantire le banche \u2013 con il contagocce e imponendo feroci condizioni ammontano a 110 miliardi di euro nel 2010 e ad altri 130 nel 2012. Cifre risibili di fronte a quelle impiegate per salvare i grandi istituti bancari e assicurativi: \u00abNel giugno 2009 il Financial Stability Report della Bank of England rivel\u00f2 che i sussidi e le garanzie offerti dalle banche centrali e dai governi degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e dei Paesi dell\u2019Eurozona a sostegno del sistema bancario ammontavano alla cifra spaventosa di 14.000 miliardi di dollari. Si trattava \u2013 precisava lo stesso Rapporto \u2013 di una cifra equivalente a circa il 50% del Prodotto Interno Lordo di quei Paesi\u00bb (Vladimiro Giacch\u00e9, Titanic Europa, Aliberti editore, 2012).<br \/>\nSolo il salvataggio degli istituti finanziari statunitensi sarebbe arrivato a ben 7.700 miliardi di dollari (corrispondenti alla met\u00e0 dell\u2019ammontare del PIL USA e a 11 volte l\u2019importo degli aiuti ufficialmente ammessi), secondo le rivelazioni di \u201cBloomberg\u201d che ha avuto accesso ai documenti riservati della Federal Reserve.<br \/>\nBasterebbe guardare agli attori, alle biografie e agli incarichi dei personaggi che hanno un ruolo in questa complicata e drammatica partita per capirne genesi, sbocchi e interessi. Prima fra tutte la GOLDMAN SACHS, banca d\u2019affari statunitense tra le pi\u00f9 grandi e la pi\u00f9 influente al mondo, che all\u2019inizio ha preso all\u2019amo la Grecia attraverso un prestito, poi l\u2019ha aiutata a truccare i conti, per consentire infine ai grandi player della finanza globale di azzannarne le carni vive, con la collaborazione attiva delle addomesticate istituzioni europee. Figure chiave della vicenda del debito greco erano, o sono poi diventati, uomini della Goldman: come PETROS CHRISTODOULU, responsabile dei mercati della Banca nazionale greca; come OTMAR ISSING, gi\u00e0 esponente dell\u2019assemblea esecutiva della Banca Centrale Europea.<br \/>\nCome MARIO DRAGHI, vicepresidente della divisione europea di GOLDMAN SACHS TRA IL 2002 E IL 2006, ora presidente della Banca Centrale Europea; vale a dire di quell\u2019organismo che ha dettato il programma economico al governo italiano sin nelle virgole. E che ha espresso direttamente il nuovo Primo ministro greco, LOUKAS PAPADIMOS, vicepresidente della Banca Centrale Europea sino al 2010, insediato come premier nel novembre 2011 per sostituire il socialista George Papandreou, troppo recalcitrante rispetto allo strangolamento neocoloniale sotto la minaccia del default del suo Paese, e del suo popolo, e che ha avuto l\u2019ardire di proporre un referendum consultivo attraverso il quale i greci potessero esprimersi sui sacrifici richiesti.<br \/>\nMa la crisi \u00e8 la nuova forma della guerra e, proprio come avviene da sempre per la guerra tradizionale, essa viene decisa dai generali e dai governi, mentre il popolo non ha diritto di scegliere, ha solo il dovere di andare al fronte a morire.<br \/>\nLo stesso premier italiano MARIO MONTI DAL 2005 \u00e8 stato International ADVISOR PER GOLDMAN SACHS. Ancor pi\u00f9 evidenti e stretti i rapporti con figure centrali dell\u2019Amministrazione USA: dall\u2019ex direttore generale della Goldman Sachs, ROBERT RUBIN, divenuto sottosegretario al Tesoro con Bill Clinton, a Henry Paulson, amministratore delegato della Goldman dal 1999 sino al 2006, divenuto Segretario al Tesoro con George W. Bush. Il travaso e la contiguit\u00e0, per la verit\u00e0, continuano anche con Barack Obama, dato che una delle attuali figure centrali della Federal Reserve Bank, WILLIAM DUDLEY, \u00e8 stato capo economista della GOLDMAN, cos\u00ec come l\u2019attuale capo del personale del Dipartimento del Tesoro, Mark Patterson, gi\u00e0 lobbista della Goldman Sachs (Marc Roche, La banque \u2013 Comment Goldman Sachs dirige le monde, Editions Albin Michel, 2011).<br \/>\nSi tratta di un impero che ha avuto un ruolo preciso e determinante nel creare le premesse e l\u2019innesco della crisi mondiale e la cui potenza \u00e8 effettivamente globale e intramontabile. Del resto, LLOYD BLANKFEIN, che nel marzo 2012 \u00e8 stato riconfermato nel doppio ruolo di amministratore delegato e presidente della Goldman, all\u2019acme della crisi delle banche statunitensi aveva dichiarato al \u201cSunday Times\u201d: \u00abI banchieri fanno il lavoro di Dio\u00bb. \u00c8 un po\u2019 difficile che chi ritenga di esercitare un compito cos\u00ec alto possa convincersi spontaneamente di aver provocato danni catastrofici e che sarebbe meglio farsi da parte. La potenza divina \u00e8 per propria natura infallibile ed eterna.<\/p>\n<p>&#9632; LA PRIMA GUERRA MONDIALE DELLA FINANZA<br \/>\nRicostruendo queste dinamiche e questi intrecci, spesso non trasparenti e compiacentemente sottaciuti dai grandi media, \u00e8 pi\u00f9 facile convenire su una lettura solo apparentemente avventata, secondo cui quello che sta accadendo in Grecia e che a breve potr\u00e0 avvenire in Portogallo, in Spagna e anche in Italia, rappresenta le prove tecniche di una nuova forma di colonialismo.<br \/>\nCome ha scritto Parag Khanna, influente osservatore geopolitico, politologo, consigliere di Barack Obama e Senior Research Fellow presso la New America Foundation: \u00abUn tempo si conquistavano le colonie; oggi si comprano le nazioni\u00bb (I tre imperi \u2013 Nuovi equilibri globali del XXI secolo, Fazi editore, 2009). Naturalmente, per comprarle a prezzi di saldo, occorre prima portarle al default. Esattamente com\u2019\u00e8 avvenuto per la Grecia.<br \/>\nGli scenari resi evidenti dalla crisi rendono cos\u00ec meno apocalittiche e improbabili anche le analisi che vedono avvicinarsi sullo sfondo una nuova forma di guerra (Elido Fazi, La terza Guerra Mondiale? La verit\u00e0 sulle banche, Monti e l\u2019euro, Fazi editore, 2012) e quelle che parlano di Prima Guerra Mondiale della finanza, relativamente alle speculazioni e agli attacchi avvenuti in questi mesi contro l\u2019Eurozona da parte del sistema finanziario anglosassone, come fa in questo volume l\u2019economista Andrea Di Stefano. Una preoccupazione espressa anche da una figura eminente come Jacques Delors, gi\u00e0 ministro delle Finanze con Fran\u00e7ois Mitterrand e presidente per un decennio della Commissione Europea: \u00abForse non pi\u00f9 come nel 1915-1918 e nel 1939- 1945. Ma oggi ci si pu\u00f2 fare la guerra in altri modi, con l\u2019economia, la frode fiscale, il dumping sociale, l\u2019immigrazione\u00bb (in Paolo Valentino, \u00abTroppo cinismo, moneta unica a rischio. Lanciamo gli eurobond gi\u00e0 nel 2012\u00bb, \u201cCorriere della Sera\u201d, 19 settembre 2011).<\/p>\n<p>&#9632; LA GUERRA GLOBALE CONTRO IL PIANETA<br \/>\nTuttavia, quella condotta attraverso le potenti leve dell\u2019economia e della finanza non \u00e8 l\u2019unica guerra globale in corso che minaccia il futuro (ma anche il presente) dell\u2019umanit\u00e0. \u00abL\u2019economia globale delle corporation, fondata sull\u2019idea della crescita illimitata, \u00e8 diventata una guerra permanente contro il pianeta e le popolazioni\u00bb, scrive l\u2019attivista e ambientalista indiana Vandana Shiva (Fare pace con la terra, Feltrinelli, 2012). Anche su questo versante della guerra globale, le armi di distruzione di massa a disposizione e utilizzate senza remore e riserve sono diverse e potenzialmente tutte letali, ad esempio: l\u2019ingegneria genetica, la geoingegneria e le nanotecnologie, i trattati di libero scambio e le guerre commerciali, le tecnologie produttive invasive, la distruzione delle biodiversit\u00e0, le emissioni nocive fuori controllo, l\u2019inquinamento planetario, il consumo vorace del territorio, la desertificazione, la crescita senza limiti, il consumismo divenuto religione, l\u2019appropriazione indebita e incontrollata dei beni comuni e delle risorse naturali. Un pugno di consigli amministrazione e un sistema finanziario onnivoro e insaziabile stanno, insomma, portando il pianeta sull\u2019orlo di un abisso, senza che chi quel pianeta bita ne abbia sufficiente informazione, consapevolezza e dunque capacit\u00e0 di difesa.<br \/>\n\u00abIl potere delle corporation non si limita a convergere con quello dello Stato sull\u2019obiettivo del grande depredamento delle risorse: c\u2019\u00e8 un potere dello Stato formato dalle multinazionali che sta emergendo come potenza militare per imporre in modo antidemocratico un\u2019agenda politica ingiusta verso il pianeta e le sue popolazioni. Ecco come la guerra contro la Terra diventa guerra contro il popolo, la democrazia e la libert\u00e0\u00bb, denuncia ancora Shiva.<br \/>\nCome sempre, assieme alla verit\u00e0, \u00e8 la democrazia a essere la prima vittima di qualsiasi guerra, che essa avvenga con i bombardamenti, attraverso l\u2019aggressione al pianeta e la rapina delle sue risorse oppure mediante l\u2019oscillazione dello spread.<\/p>\n<p>&#9632; TECNOCRAZIE E OBSOLESCENZA DELLA DEMOCRAZIA<br \/>\nQuesto \u00e8, in effetti, un punto nodale: la crisi, o meglio la sua gestione per opera di Troike, grande finanza e poteri forti transnazionali, sta modificando in profondit\u00e0 i sistemi democratici, imponendo premier e compagini governative, dettando programmi, agende e priorit\u00e0. In precedenza, li condizionava di preferenza dall\u2019interno.<br \/>\nEsemplare il caso di Dick Cheney, vicepresidente degli Stati Uniti durante l\u2019Amministrazione di George W. Bush, proveniente dalla multinazionale Halliburton, grande beneficiaria degli appalti miliardari in Iraq, durante e dopo l\u2019intervento militare americano di cui \u00e8 stato tra i fautori principali guarda caso lo stesso Cheney.<br \/>\nNegli scorsi decenni, tra governi e consigli di amministrazione di grandi banche e corporation sono esistite infinite porte girevoli, come le chiama Luciano Gallino, che cos\u00ec riassume: \u00abMolti ministri e consiglieri economici dei presidenti americani e dei capi di governo, nel Regno Unito come in Francia, in Italia come in Germania, sono stati manager di grandi societ\u00e0 finanziarie e hanno portato in politica l\u2019abilit\u00e0 di trasferire direttamente in leggi e decreti gli interessi del mondo industriale e finanziario, con un forte accrescimento del potere del secondo negli ultimi trent\u2019anni\u00bb (La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, 2012).<br \/>\nIl movimento, peraltro, funziona in entrambi i sensi di marcia: politici di professione, terminato il mandato, vengono prontamente accolti in ruoli apicali o comunque ben retribuiti nelle aziende che hanno beneficiato durante l\u2019attivit\u00e0 parlamentare e di governo.<br \/>\nLa democrazia dopo la democrazia, titola un editoriale di \u201cLimes\u201d (A che serve la democrazia?, n. 2\/2012). Ed \u00e8 ben questo uno degli aspetti centrali, ancora da comprendere e sviscerare adeguatamente, che la crisi ha consegnato al mondo. Le tecnocrazie che prendono piede e i populismi che digrignano i denti alludono a risposte diverse ma simili nei connotati tendenzialmente autoritari.<br \/>\nNon spirano venti di libert\u00e0 dall\u2019impero in declino, gli USA, che continuano a predicare democrazia, ma il sistema globale di cui si suppone essi siano il perno \u00absecerne l\u2019opposto: guerre, anomia, malessere sociale, pi\u00f9 vincoli e meno libert\u00e0. Non proprio il genere di rivoluzione evocata nella belle \u00e9poque clintoniana\u00bb. La situazione non \u00e8 migliore nell\u2019altra met\u00e0 dell\u2019Occidente, quasi un quarto di secolo dopo la caduta del Muro e le tante speranze alimentate: \u00abfine dell\u2019incubo della guerra nucleare nell\u2019Europa violata dalla cortina di ferro; diffusione del benessere secondo gli standard del capitalismo calmierato dallo Stato sociale; ordine democratico; libert\u00e0 al plurale (di movimento, mercato, coscienza, opinione e religione) e al singolare (libert\u00e0 come valore dei valori). Vent\u2019anni dopo, il bilancio non esalta. L\u2019orizzonte \u00e8 piatto. Di promettere non se la sente pi\u00f9 nessuno. Il comunismo sar\u00e0 morto, ma il liberalcapitalismo non scoppia di salute. La democrazia \u00e8 in questione, colpevole di non corrispondere alle attese. Rischia di fungere da capro espiatorio della crisi\u00bb (\u201cLimes\u201d, n. 2\/2012).<br \/>\nCertamente non pu\u00f2 essere considerato faro possibile di rilancio della democrazia il nuovo polo emergente, costituito dai BRICS, in particolare date le logiche imperiali e le situazioni interne di Cina e Russia.<br \/>\nIl vento freddo che spira dall\u2019Ungheria di Viktor Orb\u00e1n, il quale proclama che il parlamento pu\u00f2 funzionare anche senza opposizione, dovrebbe far accapponare la pelle; specie se si accompagna temporalmente alla forte affermazione del Fronte Nazionale di Marine Le Pen al primo turno delle elezioni presidenziali francesi del 22 aprile 2012. Salvo ricordarsi che, con retroterra,    toni e umori di fondo certo diversi, anche nelle Camere italiane l\u2019opposizione appare come un principio e una necessit\u00e0 di rappresentanza resi desueti dalla durezza della crisi e dall\u2019inevitabilit\u00e0 del sostegno a un governo non eletto dal popolo, in una situazione che \u201cLimes\u201d definisce efficacemente e propriamente \u00absabbatico della democrazia dei partiti\u00bb e che al momento accomuna Grecia e Italia, i cui governi sono entrambi espressione di quel tribunale metafisico costituito dai mercati e i cui programmi vengono stabiliti dalle Banche centrali ed eseguiti dagli uomini di riferimento delle grandi banche d\u2019affari e delle potenti lobbies transnazionali.<br \/>\nIl governo delle tecnocrazie \u00e8 una situazione che si pu\u00f2 ritenere necessitata quanto si voglia (lo si fa anche, e autorevolmente, da sinistra, con la posizione ad esempio espressa da Marco Revelli in questo volume riguardo al governo Monti), ma che costituisce obiettivamente uno strappo nel gi\u00e0 sfibrato tessuto democratico.<br \/>\nSi tratta di un processo che, con particolare riferimento all\u2019Europa e al ruolo avuto nella crisi da Francia e Germania, il filosofo tedesco J\u00fcrgen Habermas ha definito di post-democrazia, arrivando a parlare di un silenzioso golpe tecnocratico, di fronte al quale \u00abi cittadini di ogni singolo Paese, che finora hanno dovuto accettare la riallocazione delle responsabilit\u00e0 al di l\u00e0 dei confini sovrani, in qualit\u00e0 di cittadini europei potrebbero far pesare la loro influenza democratica sui governi che al momento agiscono nell\u2019ambito di una zona grigia costituzionale\u00bb (in Habermas, the Last European, intervista di Georg Diez, \u201cDer Spiegel\u201d, 11 novembre 2011).<br \/>\nQuesta realt\u00e0, peraltro, non \u00e8 suscettibile di ritorni indietro, e ci\u00f2 rende improrogabili e urgenti nuove consapevolezze, nuovi paradigmi e anche nuove politiche e nuovi soggetti in grado di imporle, come ha ammonito a fare l\u2019economista ed ecologista Guido Viale: \u00abNon ci sar\u00e0 alcun ritorno alla \u201cnormalit\u00e0\u201d di un tempo: perch\u00e9 il mondo di domani, come gi\u00e0 quello di oggi, sar\u00e0 in preda a sconvolgimenti continui, non solo economici e finanziari, ma soprattutto ambientali; e a rischi sempre maggiori di svolte autoritarie\u00bb (Un programma minimo ma ambizioso, \u201cil manifesto\u201d, 21 aprile 2012).<\/p>\n<p>&#9632; IL CONTAGIO DELLA RIVOLUZIONE DAL BASSO<br \/>\nSe esiste a breve una nuova speranza, pi\u00f9 che nella capacit\u00e0 di reazione interna del sistema politico-partitico, sclerotizzato e in evidenza incapace di autoriforma, essa pu\u00f2 prendere le mosse forse solo dal basso, come auspica Marco Revelli nell\u2019intervista in questo volume, per disintossicarsi dalla \u00abmorfina tecnocratica\u00bb.<br \/>\nCom\u2019\u00e8, in effetti, successo in questi mesi, sia pur pi\u00f9 nel resto del mondo che non in Italia, dove, per il momento, solo i sindacati e in particolare la CGIL sembrano in grado di reagire e di proporre alternative.<br \/>\n\u00abUna lite scoppiata in Tunisia tra un venditore di frutta esasperato e una poliziotta si trasforma in una rivolta panarabica, cos\u00ec forte da portare alle dimissioni alcuni dittatori al potere da anni. La rivoluzione diventa un virus che si diffonde in tutto il bacino del Mediterraneo e minaccia di arrivare fino al cuore dell\u2019Unione Europea: Bruxelles. Negli USA il movimento Occupy Wall Street inizia con manifestazioni pacifiche a New York e ben presto si diffonde in centinaia di citt\u00e0 nel Paese e nel mondo. La rivoluzione \u00e8 rapida, il contagio rapidissimo; tutto succede alla velocit\u00e0 di Twitter\u00bb: cos\u00ec l\u2019economista Loretta Napoleoni sintetizza gli avvenimenti salienti del 2011 (10 anni che hanno cambiato il mondo, Bruno Mondadori, 2012).<\/p>\n<p>&#9632; L\u201911 SETTEMBRE DEI DIRITTI E DELLO STATO SOCIALE<br \/>\n\u00abL\u2019autunno del capitalismo \u00e8 quasi sempre il duro inverno del proletariato\u00bb, ha scritto Valentino Parlato (\u201cil manifesto\u201d, 28 febbraio 2012).<br \/>\nIl linguaggio potr\u00e0 apparire novecentesco ma la sostanza (e la verit\u00e0) non cambia. Che l\u2019attuale crisi si sia trasformata in un profondissimo attacco e in una resa dei conti rispetto ai diritti e alle residue conquiste delle lotte degli anni Sessanta e Settanta appare del tutto evidente. Lo dimostrano incontrovertibilmente anche i dati e le vicende di questi ultimi mesi, riassunti e analizzati in questo nostro Rapporto, giunto al decimo anno di vita. Non si avesse voglia di perdersi entro i noiosi numeri e le diverse statistiche, basterebbe registrare la considerazione soddisfatta del governatore della Banca Centrale Europea Mario Draghi: \u00abIl modello sociale europeo \u00e8 morto\u00bb (\u201cWall Street Journal\u201d, 24 febbraio 2012).<br \/>\nChe ci\u00f2 fosse necessario \u00e8 una delle grandi menzogne attraverso le quali si \u00e8 provato, spesso riuscendoci, a convincere le vittime della necessit\u00e0 dei sacrifici loro richiesti, o meglio imposti.<br \/>\nIn Italia \u00e8 rapidamente scomparsa anche la sola ipotesi dell\u2019imposta patrimoniale \u2013 che in una forma consistente costituirebbe l\u2019unica vera, adeguata ed equa risposta alla crisi \u2013, mentre il bisturi dei tagli e delle manovre ha inciso senza anestesia e con sempre maggiore profondit\u00e0 nel corpo sociale. Tanto che nel solo 2011 le manovre varate ammontano a ben 89 miliardi di euro (55 miliardi di euro da parte del governo Berlusconi, 34 miliardi da parte dei \u201ctecnici\u201d di Monti).<br \/>\nEppure, le alternative c\u2019erano e ci sono. In Italia l\u2019evasione fiscale arriva annualmente a 120 miliardi di euro, mentre, come denuncia la Corte dei conti, i fenomeni di corruzione sottraggono almeno 60 miliardi e l\u2019economia sommersa giunge a quasi 350 miliardi. Una somma pari al 20% del Prodotto Interno Lordo. Basterebbe recuperare solo la met\u00e0 dell\u2019importo dell\u2019evasione fiscale e della corruzione per vent\u2019anni per azzerare il debito pubblico italiano.<br \/>\n\u00abIl \u201cFiscal compact\u201d europeo e il pareggio di bilancio inserito nella Costituzione cancelleranno i diritti. I diritti, infatti, costano. E se lo Stato non potr\u00e0 pi\u00f9 indebitarsi, lo scandalo della ricchezza dei singoli contro la povert\u00e0 del pubblico sar\u00e0 sancito per sempre. Monti ha gi\u00e0 firmato, Hollande resiste.<br \/>\nLa Francia, per ora, \u00e8 l\u2019unica speranza per l\u2019Europa\u00bb (Giovanni Ferrara, \u201cil manifesto\u201d, 9 marzo 2012). Queste poche righe indicano l\u2019obiettivo dei poteri globali e gli effetti della crisi, indotti con successo dai suoi stessi responsabili. In Italia il pareggio di bilancio \u00e8 stato poi effettivamente inserito nella Costituzione repubblicana con il voto definitivo (e quasi unanime: 235 i voti a favore, solo 11 quelli contrari e 24 gli astenuti) del Senato del 17 aprile 2012. Un provvedimento che alcuni commentatori non hanno esitato a definire a chiare lettere eversivo: \u00abAl di l\u00e0 della gravit\u00e0 di aver utilizzato in maniera impropria e strumentale l\u2019istituto della revisione costituzionale, occorre ricordare che la garanzia dei diritti fondamentali, tra i quali ovviamente sono inclusi i diritti sociali, rappresenta un principio fondamentale della Costituzione italiana e configura un\u2019ipotesi classica di limite alla prevalenza e\/o ingerenza del diritto comunitario sul diritto interno. Quindi, in caso di contrasto tra diritto comunitario e diritto interno prevalgono i principi costituzionali e il governo italiano avrebbe potuto e dovuto da subito anteporre la difesa della Costituzione a regole eversive poste dai mercati finanziari\u00bb (Alberto Lucarelli, Un\u2019altra battaglia di obbedienza civile, \u201cil manifesto\u201d, 20 aprile 2012). Altrettanto drastico il commento del costituzionalista Ferrara: con l\u2019approvazione di tale legge costituzionale, la politica economica \u00e8 sottratta al Parlamento italiano, al Governo italiano, al corpo elettorale italiano.<br \/>\nCon tale approvazione la nostra Costituzione non \u00e8 pi\u00f9 nostra. \u00c8 stata trasformata in strumento giuridico funzionale a un feticcio, quello neoliberista, che la tecnocrazia finanziaria europea interpreter\u00e0 volta a volta dettando le misure che dispiegheranno la mistica del feticcio\u00bb (Giovanni Ferrara, Regressione costituzionale, \u201cil manifesto\u201d, 18 aprile 2012).<br \/>\nSi \u00e8 voluto, insomma, con la concorde partecipazione dell\u2019intero parlamento italiano e di quasi tutti i partiti e in assenza di opposizione sociale, scardinare il sapiente equilibrio della Costituzione per imbrigliare la finanza pubblica, cos\u00ec che quella privata possa ulteriormente spadroneggiare e perseguire il sistematico depredamento dei beni comuni e l\u2019affossamento delle garanzie sociali. Ma, assieme allo Stato sociale e ai diritti, \u00e8 la democrazia stessa che sta barcollando sotto i colpi concentrici dell\u2019ultraliberismo e di governi succubi o direttamente espressione delle tecnocrazie.<br \/>\nLa grande questione, evidente prima della crisi e drammatica dopo, \u00e8 quella distributiva. Come dice in questo volume il giurista Ugo Mattei, ogni eccesso di propriet\u00e0 e di risorse corrisponde obiettivamente a una sottrazione di beni comuni. La forbice della diseguaglianza \u00e8 la spada di Damocle che pende sui destini globali, la cui permanenza \u00e8 in grado di inficiare qualsiasi strategia di uscita dalla crisi. Tanto pi\u00f9 se, come avviene attualmente, le risposte gi\u00e0 introdotte vanno nella direzione di un allargamento di quella forbice.  Con tutte le conseguenze che ci\u00f2 comporta, in termini di vita o di morte.<\/p>\n<p>&#9632; LA CRISI UCCIDE<br \/>\nLe emozioni non dovrebbero mai supplire ai ragionamenti, allo sforzo dell\u2019analisi, al vaglio lucido degli avvenimenti. Pure, le emozioni possono e talvolta debbono accompagnare e vivificare la disamina razionale, che di per s\u00e9 potrebbe essere cos\u00ec fredda da risultare cinica, e dunque incompleta e anche distorcente.<br \/>\nSe c\u2019\u00e8 un\u2019emozione e un\u2019immagine che possono condensare la lettura della crisi in corso e soprattutto dei suoi effetti, questa ha un nome e una data: Dimitris Christoulas, un farmacista di 77 anni che si \u00e8 sparato a una tempia davanti al parlamento greco il 4 aprile 2012. I motivi li ha lasciati scritti in un biglietto, accusando il governo con parole estreme, ma certo non si pu\u00f2 chiedere moderazione a chi sta per abbandonare la vita con disperazione e per dignit\u00e0.<br \/>\nQuelle parole sono state censurate da quasi tutti i media; persino lo stesso nome di chi le ha volute lasciare come proprio testamento \u00e8 stato occultato dalla stampa greca e da quella internazionale. Eppure, quella morte meritava e merita una riflessione, anche perch\u00e9 non parla solo di un dramma individuale.<br \/>\nCome non lo \u00e8 stato per la vicenda di Mohamed Bouazizi, il venditore ambulante che si \u00e8 dato fuoco il 17 dicembre 2010 in una cittadina della Tunisia centrale per protestare contro i soprusi della polizia che boicottava il suo piccolo commercio. Una forma estrema di protesta che, diversamente, \u00e8 stata enfatizzata dai media mondiali sino a fare di Bouazizi un\u2019icona della Primavera che ha scosso e cambiato diversi Paesi arabi. Un \u201cerrore\u201d che, evidentemente, grandi media e governi non intendono ripetere, preferendo ora silenziare e occultare quelle drammatiche proteste e le loro ragioni.<br \/>\nIndignarsi non basta. Lo dicevamo gi\u00e0 lo scorso anno, ai tempi del libro di St\u00e9phane Hessel. L\u2019indignazione \u00e8 tuttavia premessa e strumento del cambiamento.<br \/>\nIl quale muove dalle necessit\u00e0 materiali, dalle sollecitazioni culturali, dalle teorizzazioni politiche ma anche, e forse prima, da una dimensione etica. Trasformare radicalmente l\u2019esistente, poi, sta diventando questione di vita e di morte, come mostrano le cronache di questo anno e di questa lunga crisi. Crisi che \u00e8 ancora del tutto aperta e anzi suscettibile di peggiorare notevolmente e a spettro decisamente pi\u00f9 ampio le gi\u00e0 difficili condizioni delle fasce deboli delle popolazioni, dei lavoratori in primo luogo, ma anche dei ceti medi.<br \/>\nLa Grecia, insomma, \u00e8 davvero vicina per parafrasare il titolo di un film di Marco Bellocchio, che pochi oggi ricordano (\u00e8 del 1967) e che registrava i cambiamenti radicali che gi\u00e0 bollivano sottotraccia nel corpo sociale e destinati a esplodere l\u2019anno successivo in tutto il mondo e a lasciarvi tracce permanenti.<br \/>\nIl suicidio di Dimitris Christoulas ci ricorda che nella responsabilit\u00e0 politica e di governo non esiste decisione asettica e \u201ctecnica\u201d; nessuno pu\u00f2 davvero tranquillizzarsi chiamandosi fuori dagli effetti delle proprie decisioni, per complicate che siano o necessitate che possano apparire. Lo smantellamento accelerato dello Stato sociale, la rarefazione delle reti di sostegno a chi ha perso l\u2019occupazione e il reddito, l\u2019allontanamento drammatico del miraggio della pensione, la precarizzazione a oltranza del mercato del lavoro, ma anche il credit crunch, le difficolt\u00e0 crescenti per artigiani e piccoli imprenditori producono sofferenza e lacerazione sociale. E, appunto, morte. E, poi, malattia, disagio fisico e psichico.<br \/>\nI dati al riguardo della Grecia sono stati evidenziati dall\u2019autorevole \u201cThe Lancet\u201d e sono obiettivamente sconvolgenti: gli ospedali pubblici hanno avuto tagli del 40%, ma si sono impennate le richieste di ricovero (+24% nel 2010, +8% nella prima met\u00e0 del 2011) non essendo in grado molta parte della popolazione di sostenere i costi delle cure private. \u00c8 cresciuto l\u2019uso di eroina (+20% nel 2009), cos\u00ec come le correlate infezioni da HIV (+52% nel 2011); nonostante ci\u00f2, i servizi per le tossicodipendenze hanno subito una riduzione del 30%. Tragico il bilancio dei suicidi: +17% tra il 2007 e il 2009; +25% tra il 2009 e il 2010; +40% nella prima met\u00e0 del 2011, rispetto al corrispondente periodo dell\u2019anno precedente.<br \/>\nNumeri da emergenza catastrofica, come si vede. Di minor entit\u00e0 ma pur sempre drammatici e allarmanti quelli dell\u2019Italia, dove i dati ISTAT e una ricerca di EURES indicano una crescita significativa dei suicidi con movente economico: erano il 2,9% nel 2000, sono arrivati al 10,3% nel 2009. In maggioranza si tratta di persone che hanno perso il lavoro o comunque che non riescono a trovarlo: 281 casi nel 2005, 275 nel 2006, 270 nel 2007, 260 nel 2008, 357 nel 2009 e 362 nel 2010. Un dato crescente, evidenziato in questi mesi dai media, \u00e8 anche quello degli imprenditori e lavoratori autonomi che si sono suicidati per difficolt\u00e0 economiche: nel 2010 vi sono state 192 vittime tra artigiani e commercianti e 144 tra gli imprenditori e i liberi professionisti (erano state 151 nel 2009), nel 90% dei casi uomini. Ma sono numeri sicuramente inferiori al dato reale, poich\u00e9 spesso queste cause di morte e le loro motivazioni vengono tenute in ambito privato.<br \/>\nStragi di mercato, le ha definite Marco Revelli in un editoriale, ricordando che lo stillicidio di queste morti \u00e8 figlio diretto di una certa cultura economica e sociale, di visioni e teorie economiche divenute dogmi indiscutibili, che governano il mondo e che sono le stesse che caratterizzano convintamente anche l\u2019esecutivo presieduto da Mario Monti. Scrive Revelli: \u00abSe leggiamo con attenzione le qualifiche professionali in questo elenco di necrologi che si allunga ogni giorno di pi\u00f9, vedremo che sono operai, disoccupati, piccoli imprenditori, pensionati: tutte le variegate figure di quel lavoro del cui mercato il governo sta ridisegnando la struttura. E di cui, quelle morti tragiche, ci dicono quanto sia inseparabile dalla vita delle persone. Quanto pericoloso (e criminale) sia l\u2019atto, mentale e pratico, di ridurre il lavoro alla pura dimensione di merce: di cosa che si scambia secondo le leggi oggettive della domanda e dell\u2019offerta\u00bb (\u201cil manifesto\u201d, 20 aprile 2012).<br \/>\nIl giudizio \u00e8 duro, ma non inappropriato se si considera l\u2019esteso carico di sofferenze e, appunto, di morte, che un voto parlamentare o un indirizzo di governo determinano nel corpo sociale. Ferite vere e fatali, in corpore vili, non asettiche decisioni che si vorrebbero neutre e sgravate da responsabilit\u00e0.<br \/>\nIl tema, del resto, ha sfiorato anche l\u2019agone politico, allorch\u00e9, subito dopo due suicidi per motivi economici, il leader dell\u2019Italia dei Valori Antonio Di Pietro, intervenendo alla Camera dei deputati il 4 aprile 2012, ha affermato che il premier Monti avrebbe sulla coscienza queste morti, scatenando cos\u00ec accese polemiche. Ma, al di l\u00e0 delle diatribe, delle accuse e delle reazioni, la sfera politica sembra sempre in altre faccende affaccendata, cos\u00ec che anche problemi di tanta urgenza e drammaticit\u00e0 non trovano davvero riflessione, approfondimento e risposte. E, anzi, non frenano minimamente quei provvedimenti economici che accentuano le difficolt\u00e0 per le fasce pi\u00f9 vulnerabili del mondo del lavoro.<br \/>\nN\u00e9 potrebbe essere diversamente, data l\u2019imperturbabile, e \u201ctecnica\u201d, escalation di tagli allo Stato sociale e ai livelli di diritti e garanzie dei lavoratori che hanno caratterizzato negli ultimi mesi le scelte del governo italiano, in modo ancor pi\u00f9 accentuato degli altri Paesi europei, Grecia a parte.<br \/>\nSulla base di quei perduranti dogmi, ammonisce Revelli, non si potr\u00e0 uscire dalla crisi e dalle difficolt\u00e0 che stritolano i Paesi pi\u00f9 esposti. Non ci sar\u00e0 una fine del tunnel.<\/p>\n<p>&#9632; GLI SCENARI PROSSIMI VENTURI E LA VOCE DELLA STRADA IL NODO \u00c8 QUESTO. Nel nostro piccolo, lo andiamo ripetendo ormai da anni.<br \/>\nLa crisi globale e la necessit\u00e0 del cambiamento, titolavamo la nostra introduzione nel Rapporto sui diritti globali del 2008, ormai quattro anni fa. La crisi, le sue cause, le sue vittime e le soluzioni, era quello dell\u2019anno successivo, nel volume del 2009. Di fronte alla crisi cogliere l\u2019opportunit\u00e0 di uno sviluppo diverso, era il titolo della prefazione al Rapporto 2010 di Guglielmo Epifani, mentre nel volume dello scorso anno Susanna Camusso invitava a Ripensare lo sviluppo, riformare l\u2019economia e il governo globale.<br \/>\nLe cose sono andate esattamente nella direzione opposta: quella della perseveranza del modello neoliberista, dell\u2019assoluta continuit\u00e0 nelle scelte di natura economica globale, della pi\u00f9 totale permanenza di una grande finanza fuori controllo e dei meccanismi che la premiano e riproducono, anzich\u00e9 frenarla e correggerla, della perdurante sottomissione dei governi e dei poteri politici a quelli economico-finanziari, della supremazia delle logiche dei mercati e della loro sregolatezza, anche rispetto a questioni vitali, come quella ambientale ed ecologica.<br \/>\nContinua, imperterrito, anche il grande e criminale spreco di risorse destinate agli armamenti. Nel 2011, secondo i dati SIPRI, la spesa militare mondiale \u00e8 ammontata a 1.740 miliardi di dollari.<br \/>\nCome sempre, in testa gli Stati Uniti, con quasi 700 miliardi; al secondo posto la Cina con poco meno di 130 miliardi di spesa, ma con un primato nel trend di crescita (+119% in termini reali nel periodo 2001-2010 a fronte del +81,3% degli USA e al +82,4% della Russia). Questi dati ci dicono indirettamente quali saranno gli scenari della competizione globale nei prossimi anni, riguardo alla sfera economica ma anche al sempre possibile confronto militare.<br \/>\nLa spesa militare italiana, per il 2011, \u00e8 invece stimata in 34,5 miliardi di dollari, vale a dire circa 26 miliardi di euro, quanto una manovra finanziaria.<br \/>\nMentre, secondo l\u2019annuale Rapporto del Presidente del Consiglio sui lineamenti di politica del Governo in materia di esportazione, importazione e transito dei materiali d\u2019armamento, le autorizzazioni all\u2019esportazione di materiale d\u2019armamento italiano nel 2011 si sono mantenute ai livelli dell\u2019anno precedente, superando i 3 miliardi di controvalore; nel corso del 2011 sono state rilasciate complessivamente da parte del ministero degli Esteri 2.497 (erano state 2.210 nel 2010) autorizzazioni all\u2019esportazione di materiali di armamento.<br \/>\nIl settore bellico, evidentemente, non conosce crisi.<br \/>\nDavanti a questo scenario disastrosamente incipiente, davvero la salvezza pare possibile solo se crescono una consapevolezza e una capacit\u00e0 di mobilitazione, di nuova progettualit\u00e0 e di costruzione di alternative dal basso, dalla societ\u00e0, dai corpi intermedi, dal mondo del lavoro, dalle associazioni e dai movimenti.<br \/>\nCome ha scritto Loretta Napoleoni: \u00abIn assenza di un punto di contatto concreto la \u201cprimavera araba\u201d sar\u00e0 con molta probabilit\u00e0 il preludio dell\u2019autunno caldo europeo, e di un lungo inverno di crisi e crolli economici. Solo allora la voce della strada, quella che si \u00e8 alzata dalle piazze spagnole e che da l\u00ec \u00e8 arrivata fino in Israele e, ahim\u00e8, ha infuocato la Gran Bretagna, far\u00e0 breccia nei parlamenti europei e piazza pulita di tutti i farabutti che vi hanno fatto parte. E non sar\u00e0 tardi per dare inizio al futuro!\u00bb (Loretta Napoleoni, Il contagio, Rizzoli, 2011).<br \/>\n* Coordinatore del Rapporto<br \/>\nRAPPORTO SUI DIRITTI GLOBALI 2012<\/p>\n<p>&nbsp;\t\t<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>20121007 02:26:00 guglielmoz \u00c8 tornata la lotta di classe, ci dicono le cronache di questi mesi dense di conflitti di lavoro e di territorio. 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