{"id":1061,"date":"2017-04-15T18:45:37","date_gmt":"2017-04-15T16:45:37","guid":{"rendered":"http:\/\/www.filef.net\/2017\/04\/15\/11926-migrazioni-passato-e-presente\/"},"modified":"2017-04-15T18:45:37","modified_gmt":"2017-04-15T16:45:37","slug":"11926-migrazioni-passato-e-presente","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=1061","title":{"rendered":"11926 Migrazioni passato e presente"},"content":{"rendered":"<p>\t\t\t\t20160130 15:20:00 redazione-IT<\/p>\n<p>[b]di Lodo Meneghetti[\/b]<br \/>\nQuando alla fine del 1974 apparve il fascicolo monografico (nn. 11-12) del mensile Il Ponte dal titolo \u201cEmigrazione cento anni 26 milioni\u201d, non tutti sembrarono credere alle cifre pubblicate. L\u2019incipit nell\u2019introduzione del direttore Enzo Enriques Agnoletti anticipava seccamente le verit\u00e0 che i numerosi saggi del volume avrebbero dimostrato e che i politici al governo e i ceti dominanti avrebbero preferito tener nascosta o fingere fosse normale vicenda riguardante l\u2019economia mondiale e tutti i popoli: \u00abdall\u2019unit\u00e0 d\u2019Italia non meno di ventisei milioni d\u2019Italiani hanno abbandonato definitivamente il nostro paese. \u00c8 un fenomeno che per vastit\u00e0, costanza e caratteristiche non trova riscontro nella storia moderna di nessun altro popolo\u00bb. Non meno impressionanti i dati presentati nel saggio di Paolo Cinanni, presidente della Filef (Federazione italiana lavoratori emigrati e famiglie).<\/p>\n<p>Nel 1971 i nostri concittadini residenti fuori della patria erano oltre 5.200.000, distribuiti in tutti i continenti con fortissima prevalenza di Europa e Americhe. Aggiungendo gli italiani con cittadinanza straniera acquistata dal dopoguerra, 1.200.000, ne consegue che a quella data fuori del nostro paese esistevano circa sei milioni e mezzo di connazionali. Milioni di vite in gioco, miriade di casi angosciosi nella ricerca di lavoro e di casa, impatto frustrante con lingue sconosciute, inenarrabili sfortune personali e famigliari. Per un risultato appena coerente con la speranza cento tradimenti del sogno e accettazione di ogni tipo di sfruttamento pur di lavorare e di abitare, tant\u2019era pura sopravvivenza la vita in patria, e infine tanta volont\u00e0 di costruire nuova famiglia. Dovremmo definirli, questi emigrati, adottando l\u2019inammissibile invenzione idiomatica attuale, \u201ceconomici\u201d? Il pugliese Ferdinando Nicola Sacco e il piemontese Bartolomeo Vanzetti, l\u2019uno operaio l\u2019altro pescivendolo, onesti \u201ceconomici\u201d anarchici approdati negli Stati Uniti vi trovarono la morte sulla sedia elettrica. Oggi, invece, immigrati in Italia e in altri paesi europei, fuggiaschi o \u201ceconomici\u201d che siano, incontrano la morte in mare o nel carrello di un aereo o nel cassone di un TIR.<\/p>\n<p>Come non commuoversi dinanzi a tante tragedie e non ragionare sulle loro cause? D\u2019altra parte, come dimenticare che una nuova popolazione \u00e8 riuscita a insediarsi qui, a lavorare, a produrre reddito, a contribuire al bilancio attivo nazionale e a ripianare il preoccupante deficit demografico italiano? Quattro milioni e mezzo di persone. Non abbiamo fatto nulla per sostenerne la vitalit\u00e0, in primo luogo nella ricerca di abitazioni dignitose. Cos\u00ec accettiamo, esempio noto e crudele, il \u00abmodo di abitare\u00bb senza casa e persino senza baracca dei raccoglitori di frutta nelle regioni meridionali\u2026Poi sopportiamo i Salvini, i Borghezio, i Maroni\u2026 e consistenti gruppi di concittadini organizzati in formazioni fascistoidi, xenofobe e razziste che, oltre a manifestare sentimenti di puro odio, falsificano la realt\u00e0 sociale per ricavarne consenso; sanno infatti che fuori dei loro movimenti una parte dell\u2019opinione pubblica, incolta e perci\u00f2 propensa a tener per veri luoghi comuni fritti e rifritti sugli stranieri, si presenta come un campo fertile per seminarvi i loro criminosi principi e le loro eversive proposte politiche.<\/p>\n<p>Eppure, al tempo delle grandi migrazioni interne, mai cessate dal dopoguerra ma di portata eccezionale negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, provenienza prevalente \u2013 a parte i vicinati regionali \u2013 dal meridione e, all\u2019inizio, anche dal Veneto, destinazione il triangolo industriale, certi comportamenti di istituzioni e di italiani verso italiani potremmo considerarli batteri di una malattia sorta l\u00ec, in seguito rimasta latente e riesplosa ai nostri giorni. La realt\u00e0 e il mito di Piemonte, Lombardia e Liguria, di Torino, Milano e Genova furono richiamo talmente potente da permettere illimitata libert\u00e0 di sfruttamento in ogni senso del bisogno di lavoro e di abitazione che masse di povera gente sradicata dalle loro terre esprimevano con umilt\u00e0 e sottomissione. A questo riguardo assumiamo la citt\u00e0 di Torino degli undici anni dal 1951 al 1961 (studiata nei corsi di urbanistica insieme ad altri contesti nei primi anni Settanta) come maggiormente rappresentativa, simbolo di un\u2019epoca che per alcuni aspetti e per tutt\u2019altre cause sembra riprodursi oggi in diverse aree del paese, come fosse una contorsione della nostra storia sociale.<\/p>\n<p>Torino simbolo dal momento che ne fu raffigurazione la Fiat, industria-richiamo come nessun\u2019altra per tanti connazionali, anche se non era l\u2019azienda a dare lavoro a tutti: \u00abl\u2019importante era essere vicino al benessere, nella citt\u00e0 delle prospettive mirabolanti, lontani dalla fame e dalla miseria\u00bb (C. Canteri, Immigrati a Torino, Ed. Avanti, 1964). Il lavoro si trovava per lo pi\u00f9 nelle fabbriche che vivevano grazie a essa o nei cantieri edili o in una falsa \u00abcooperativa\u00bb di facchinaggio, oppure attraverso diffusi racket delle braccia. Intanto gli immigrati che non fossero piemontesi provenienti dalla campagne o dalle valli (aiutati dai parenti torinesi) dovevano scontrarsi con una legge fascista del \u201939 avversa all\u2019urbanesimo che sar\u00e0 abolita solo nel 1960: per avere un lavoro occorreva possedere una residenza, per ottenere la residenza bisognava avere un lavoro; allora si registravano come lavoratori in proprio, ossia come \u00absoci\u00bb di quelle pseudo-cooperative che li avviavano ai posti di una qualsiasi occupazione teoricamente stabile taglieggiandoli pesantemente sul salario. Oggi in Italia, se raggiungere la residenza avendo un recapito non \u00e8 troppo difficile, purch\u00e9 non la si richieda in comuni amministrati da sindaci leghisti, razzisti, neofascisti e similari, \u00e8 di fatto impossibile conquistare la cittadinanza.<\/p>\n<p>Non diversa era la condizione degli operai utilizzati all\u2019interno degli stabilimenti di Fiat ma non da questa dipendenti. Erano le organizzazioni a cui il lavoratore \u00absi affiliava\u00bb, dette \u00abenti di offerta di lavoro\u00bb, ad appaltare ogni genere di opere che la fabbrica, ormai avviata a una produzione di massa, aveva convenienza a non esercitare in proprio. L\u2019azienda pagava all\u2019\u201dente\u201d per ogni operaio cifre inferiori anche del 50% agli oneri complessivi sopportati per il dipendente regolare. Cosa fanno oggi le poche fabbriche sopravvissute alla deindustrializzazione del paese se non accettare al loro interno operai estranei all\u2019azienda e ricadenti nel \u00ablavoro somministrato\u00bb?<\/p>\n<p>Cos\u00ec la Fiat mentre da un lato propagandava una prospettiva di benessere per tutti da un altro accompagnava minimi spunti riformisti con politiche duramente discriminatorie. A queste apparteneva anche la piaga della raccomandazione al padrone attraverso i parroci, che potevano avviare a un posto fisso gli iscritti ai loro elenchi di partecipanti in qualche modo alla vita della parrocchia. Uno sguardo all\u2019intera citt\u00e0 all\u2019inizio degli anni Sessanta rivelava che la condizione professionale degli immigrati era comunque ai livelli pi\u00f9 bassi: circa due terzi manovali comuni, 30% ambulanti e artigiani, pochissimi operai specializzati. Eppure molti di loro dopo anni e anni di esperienza non erano pi\u00f9 impreparata forza lavoro idonea solo alle prestazioni pi\u00f9 mortificanti e magari pericolose.<\/p>\n<p>Discriminati e sfruttati sul lavoro, discriminati sfruttati e ricattati per la casa. Vent\u2019anni di cronache quotidiane mostrarono che Torino non ebbe eguali nella speculazione sulle spalle degli immigrati, nuova popolazione giovane di cui la citt\u00e0 aveva pur bisogno per produrre e riprodursi. La classe dirigente torinese le offr\u00ec una gamma di possibilit\u00e0 abitative vergognosa: stalle dismesse ai confini del comune con la campagna, soffitte degradate prive di ogni dotazione igienica nel vecchio centro o nei trascurati quartieri operai, cosiddette \u00abcase alloggio\u00bb invece sudici dormitori in cui si affittava il posto branda, talvolta a rotazione secondo il susseguirsi dei turni lavorativi di otto ore; infine le bidonville da cui le famiglie furono sgombrate con la forza al momento delle celebrazioni del primo centenario dell\u2019unit\u00e0, per essere cacciate nelle cosiddette \u00abcasermette\u00bb prima adibite a ricovero dei sinistrati. Nel caso dell\u2019alloggio decente e di un salario sicuro l\u2019affitto ne sottraeva un quarto se proveniente dall\u2019impiego in Fiat ma fino a met\u00e0 se guadagnato in aziende piccole o comunque subalterne alla grande madre. L\u2019aspirazione dell\u2019immigrato di poter accedere a un alloggio popolare pubblico fu delusa dalla scarsit\u00e0 delle iniziative.<\/p>\n<p>Per parte sua la Fiat manc\u00f2 colpevolmente al dovere di accompagnare con una coerente politica della casa la scelta di forzare vantaggiosamente per s\u00e9 l\u2019immigrazione. La necessit\u00e0, oggi nel paese, di un\u2019estesa attivit\u00e0 di edilizia popolare rivolta anche alla domanda dei \u00abnuovi\u00bb immigrati \u00e8 ignorata dalle aziende che hanno sostituito i vecchi istituti pubblici autonomi. In Lombardia, specialmente a Milano, per gran parte del secolo scorso agiva il pi\u00f9 qualificato Istituto autonomo per le case popolari (Iacp) che realizz\u00f2 quartieri spesso di notevole qualit\u00e0. Il cambio del nome da Iacp ad Aler (Azienda lombarda per l\u2019edilizia residenziale) avvenuto grazie al dominio politico nella Regione di Forza Italia e della Lega mostra lo stravolgimento dei contenuti: non pi\u00f9 istituto pubblico ben identificabile ma azienda come altre, non pi\u00f9 autonomia ma dipendenza dal potere politico, non pi\u00f9 case popolari e precisa destinazione sociale ma pura edilizia residenziale generica dotata di sola identit\u00e0 economica.<\/p>\n<p>Torino nel 1951 contava 700.000 residenti. Bastarono dieci-undici anni per diventare una grande citt\u00e0 di oltre un milione di abitanti. Arriv\u00f2 una nuova popolazione di mezzo milione di persone, mentre l\u2019esodo fu di sole 160.000. Uno sconvolgimento epocale, un sovvertimento del precedente stato demografico. Nonostante le mille difficolt\u00e0 di accoglimento, di lavoro, di insediamento, insomma di vita urbana lontanissima dal genere di vita dei luoghi di provenienza, fu merito degli immigrati, nuovi torinesi estranei alle tradizioni degli autoctoni, se una citt\u00e0 chiusa in s\u00e9 stessa, sorda e sospettosa per consuetudine di una vecchia borghesia, col ceto operaio tradizionale talvolta anch\u2019esso reticente verso le novit\u00e0, si rifond\u00f2, evolvette \u2013 lentamente \u2013 verso l\u2019accettazione dei compiti che la stessa nuova composizione sociale richiedeva. Ne fu un primo attestato il successo delle celebrazioni per il centenario dell\u2019unit\u00e0. Tuttavia la Fiat, sempre pi\u00f9 estesa, pretendeva ancora la reductio ad unum, cio\u00e8 a se stessa, della rappresentazione di Torino, che infatti tard\u00f2 a superare il dannoso statuto di citt\u00e0 dipendente da una sola imponente monocoltura industriale.<\/p>\n<p>Gli operai immigrati raggiunsero rapidamente la coscienza di classe nel vivo dei rapporti di lavoro e delle relazioni con gli altri lavoratori. Quando nel 1969 il grande sciopero generale non per aumenti salariali, non per diverse condizioni di lavoro ma, prima volta nella storia sindacale e delle lotte, per il diritto alla casa (\u00abcasa uguale a servizio sociale\u00bb lo slogan sbandierato), imponenti manifestazioni conquistarono le strade e le piazze delle citt\u00e0 italiane. Gli operai di Torino, immigrati e torinesi uniti in una comune rivendicazione vitale, mentre partecipavano alla giornata di lotta nazionale potevano vantare di averla preceduta con un\u2019altra giornata di sciopero nella loro citt\u00e0, quando avevano manifestato in massa contro il potere del padronato, al comando il principe della Fiat, vassalli e valvassini obbedienti. Fu vera lotta perch\u00e9 si comand\u00f2 ai poliziotti, per lo pi\u00f9 poveri meridionali grati alle autorit\u00e0 per aver ottenuto un\u2019occupazione, di attaccare duramente i cortei operai: infatti, la ricordiamo ancora oggi con la denominazione impiegata dai quotidiani di allora, \u00abla battaglia di corso Traiano a Torino\u00bb.<\/p>\n<p>Angela Dorothea Merkel \u00e8 intelligente (cio\u00e8 capisce) molto pi\u00f9 degli altri leader europei. Alcuni di loro non lo sono per connaturata inibizione poich\u00e9 sono fascisti e nazisti quasi di\u00adchiarati (Kaczynski e Andrzej Duda, Orban\u2026); altri sembrano come indica la seconda scelta di un qualsiasi dizionario dei sinonimi e dei contrari, idioti \u2013 stupidi; altri ancora, chiamiamoli intermedi, si muovono solo secondo gli umori classisti prevalenti; altri infine, piccoli per piccolezza di patria, devono vivere nell\u2019ombra di uno grosso, adeguandosi.<\/p>\n<p>Per Angela Merkel, incurante di contestazioni e persino di proprie contraddizioni, la Germania ha di nuovo bisogno di immigrati in massa, come nel passato. Solo con l\u2019immissione di popolazione giovane, dice, essa potr\u00e0 riequilibrare lo stato demografico e, udite udite, il si\u00adstema pensionistico. Infatti, il diagramma piramidale della popolazione per et\u00e0 presenta una base molto ridotta e un vertice allargato: pochi giovani e giovani-adulti, tanti anziani. Tassi di natalit\u00e0 minimi (8 per mille, idem l\u2019Italia) e tassi di mortalit\u00e0 superiori (11 per mille, 10 l\u2019Italia), movimenti migratori a parte, minacciano la stessa riproduzione. Tutto questo nonostante la crescita lungo cinque-sei decenni della presenza di stranieri provenienti da diverse nazioni, tuttavia propensi, evidentemente, ad assimilare rapidamente comporta\u00admenti di vita famigliare o personale. Ma si devono risolvere due enormi problemi: assicu\u00adrarlo davvero quel lavoro, del quale il paese sembra avere urgente necessit\u00e0, ai nuovi cit\u00adtadini; garantir loro un\u2019abitazione dignitosa insieme a un coerente modo di vita. Solo cos\u00ec si potr\u00e0 ricostituire un processo relazionale costruttivo e stabile fra rapporti di produzione e riproduzione.<\/p>\n<p>Vogliamo dire, indipendentemente dalla questione tedesca, che la vecchia e durevole lo\u00adgica capitalistica e mercatistica volta a restringere o a espandere la forza lavoro secondo gli investimenti e i disinvestimenti nel gioco fra sviluppo e crisi, pu\u00f2 essere battuta da una realizzata condizione sociale e politica incentrata su due atti: riduzione per tutti del tempo di lavoro, magari prendendo spunto dalla provocazione di Paul Lafargue (i francesi hanno provato\u2026) e radicale modificazione del rapporto fra consumo di beni d\u2019uso e di beni di scambio in favore dei primi, compresi quelli immateriali. In altre parole: parallelamente alla diminuzione del tempo penoso (lo \u00e8 per la stragrande maggioranza), aumento del tempo vissuto con felicit\u00e0 attraverso la cultura, per la crescita di s\u00e9 razionale e sentimentale.<\/p>\n<p>La Germania \u00e8 il pi\u00f9 popoloso paese dell\u2019Unione, ottantuno milioni di abitanti. Gli stranieri sono pi\u00f9 del 10 % (di questi il 20 % vi \u00e8 nato) ma se si aggiungono gli immigrati pervenuti man mano alla cittadinanza tedesca la percentuale quasi raddoppia, 19%. La tumultuosa ricostruzione sostenuta dall\u2019enorme ammontare degli aiuti americani anche in funzione dell\u2019alleanza antisovietica e la gigantesca espansione industriale degli anni Cinquanta e seguenti richiesero un incessante flusso di mano d\u2019opera da altri stati europei. I meridionali italiani espatriarono in massa, insieme ai turchi (che oggi rappresentano la pi\u00f9 numerosa comunit\u00e0 straniera, oltre un milione e mezzo), ai polacchi, ai greci e altri\u2026<\/p>\n<p>Come simbolo del lavoro italiano in terra tedesca scegliamo Wolfsburg (Bassa Sassonia), \u201cCitt\u00e0 del Lupo\u201d. Furono specialmente nostri muratori e artigiani a costruire, insieme alle prime case, la fabbrica della \u201cMacchina del popolo\u201d voluta da Hitler nel 1938. Volkswagen, programma industriale, politico e \u201csociale\u201d bloccato dalla guerra fu rilanciato dopo la scon\u00adfitta, intensificato fortemente dal 1955 e negli anni Sessanta grazie al lavoro degli immi\u00adgrati meridionali. Non fu a caso l\u2019arrivo a Wolfsburg di tantissimi compaesani, fu dovuto a una preferenza, a un atto di fiducia degli industriali e dell\u2019Istituto Federale per il Colloca\u00admento della Manodopera e per l\u2019Assicurazione contro la Disoccupazione.<\/p>\n<p>Probabilmente valse il riflesso delle prestazioni d\u2019opera risalenti alla fondazione della fabbrica e della citt\u00e0. Ne deriv\u00f2 anche la modifica del termine che designava i lavoratori: dapprima Gastar\u00adbeiter poi, a causa della contrariet\u00e0 degli industriali a considerarli solo \u201cospiti\u201d, S\u00fcdl\u00e4nder. Cos\u00ec il clamoroso successo del Maggiolino (K\u00e4fer) incorporava l\u2019abilit\u00e0 e l\u2019affidabilit\u00e0 degli operai siciliani, calabresi, abruzzesi\u2026 e la loro accettazione di un modo di abi\u00adtare che non aveva nulla dell\u2019abitazione famigliare nella propria regione, seppur povera, magari cadente, igienicamente inadeguata.<\/p>\n<p>Una ricerca svolta presso l\u2019Universit\u00e0 degli studi di Roma Tre, pubblicata nel semestrale Altreitalie[2], presenta un quadro preciso degli alloggiamenti. Non furono usate le vecchie baracche ma si costru\u00ec un Villaggio degli italiani (Italienerdorf) costituito da lunghe \u201ccase\u201d a due piani prefabbricate in legno. Nel 1964 erano 46, nel 1966, 58. Gli immigrati tuttavia continuarono a chiamarle baracche: ognuna con 32 stanze per 2-4 persone, a ogni piano una cucina comune, un gruppo di servizi igienici, un locale \u201cper stirare\u201d (?).<\/p>\n<p>Wolfsburg cambi\u00f2 notevolmente lungo i decenni fino ai giorni nostri. Da luogo-fabbrica de\u00addicato solo alla produzione divenne una citt\u00e0 di oltre 120.000 abitanti dotata di tutte le ri\u00adsorse che ne designerebbero l\u2019abitabilit\u00e0 e la gradevolezza. Lo scrittore Maurizio Mag\u00adgiani, autore di quel romanzo fuori del rigo convenzionale che \u00e8 Il coraggio del pettirosso[3] racconta in un articolo sul Secolo XIX di una delle sue visite[4]. Ha amici compatrioti, del re\u00adsto un quarto degli abitanti ha origini italiane o \u00e8 tuttora nostro concittadino. L\u2019italianit\u00e0 la si trova non solo nei ristoranti nelle gelaterie nei caff\u00e8 ma anche nelle scuole, nelle bibliote\u00adche. Per Maggiani \u00abWolfsburg \u00e8 una bella citt\u00e0\u2026 ricca di verde, funzionale\u2026 i suoi quar\u00adtieri operai sono formati da villette a schiera, separati da parchi e collegati con ampi viali\u00bb.<\/p>\n<p>Il maggior vanto civico \u00e8 la presenza del Phaeno, il pi\u00f9 grande museo scientifico interattivo della Germania dotato di 250 postazioni. Progettato da chi? Diamine, dall\u2019immancabile Zaha Hadid (vogliamo subito paragonarlo col meraviglioso Exploratorium di San Franci\u00adsco, fondato da Frank Oppenheimer nel 1969, un grande spazio entro un\u2019ariosa semplice struttura di ferro, come fosse testimonianza della rivoluzione industriale). Non manca un museo d\u2019arte moderna. Infine la Kulturhaus di Alvar Aalto, che ricordiamo non fra le opere eccelse, funzionava gi\u00e0 nel 1962.<\/p>\n<p>Maggiani discorre con gli amici, tutti hanno in certo modo nostalgia dell\u2019Italia; \u00abma, fatte le ferie se ne tornano a starsene nel cuore della Bassa Sassonia a casa loro, che \u00e8 Wolfsburg, dove il clima non sar\u00e0 un granch\u00e9, ma dove dopo le quattro del pomeriggio nessuno lavora pi\u00f9, si va a passeggiare sui viali, a nuotare nei laghi, al cinema, a teatro, a bere birra sul lungofiume\u2026\u00bb. E la settimana di ferie autun\u00adnali, l\u2019asilo nido sotto casa, le tessere per i musei e le gallerie, il medico che li chiama per accertarsi della loro salute? Allora una specie di paradiso? Forse il nostro simpatico ro\u00admanziere \u00e8 propenso a romanzare, ma non a contar balle. In ogni caso un tale paesaggio urbano e umano non pu\u00f2 riguardare l\u2019intera Germania; e quali conseguenze proprio l\u00ec, nella sede madre dell\u2019azienda, provocher\u00e0 l\u2019attuale vicenda delle emissioni inquinanti truc\u00adcate in certi modelli?<\/p>\n<p>Stiamo osservando una fotografia del 1964: in un\u2019aula scolastica immigrati italiani ascol\u00adtano qualcuno che li sta istruendo sul lavoro da minatori per essere avviati alle miniere carbonifere di Duisburg, Renania Settentrionale-Vestfalia. Tutta la Ruhr rappresentava, a quell\u2019epoca, una delle massime concentrazioni territoriali minerarie (\u00e8 noto che soprag\u00adgiunto il tempo della chiusura, l\u2019intera regione, con le sue citt\u00e0 grandi e piccole, sar\u00e0 tra\u00adsformata in un insieme multicentrico ricco di occasioni culturali, paesaggistiche, turistiche). I cavatori italiani meridionali, a nostra memoria, furono pi\u00f9 fortunati dei loro colleghi emi\u00adgrati in Belgio, dove a met\u00e0 degli anni Cinquanta lavoravano 142.000 minatori, fra i quali 63.000 stranieri comprendenti 44.000 italiani. A Marcinelle, miniera di carbone Bois du Cazier nella periferia meridionale di Charleroi, l\u20198 agosto 1956 a causa di un irrefrenabile incendio morirono 262 minatori, i sopravvissuti furono solo 13. 136 le vittime italiane, le met\u00e0 abruzzesi. Sfogliando le notizie in memoriacondivisa.it leggiamo che il ricordo della tragedia \u00e8 ancora vivo; anche quest\u2019anno nel sito minerario del Bois du Cazier, dal 2012 entrato nel patrimonio mondiale dell\u2019Unesco, si terranno le cerimonie di commemorazione dell\u2019evento.<\/p>\n<p>Ai lavoratori italiani per morire in miniera non occorreva emigrare all\u2019estero. Poco pi\u00f9 di due anni prima dello sterminio di minatori a Marcinelle era stata la Maremma, terra di miniere dove l\u2019attivit\u00e0 della societ\u00e0 Montecatini era iniziata alla fine dell\u2019Ottocento, a essere teatro di una tragedia. Provincia di Grosseto, comune di Rocca\u00adstrada, frazione di Ribolla (in effetti, un villaggio Montecatini), miniera di lignite sezione \u201cCamorra\u201d: nella prima mattina del 4 maggio 1954 una spaventosa esplosione di gris\u00f9 caus\u00f2 la morte di 43 operai. I minatori erano in totale poco pi\u00f9 di 1.400, in forte diminu\u00adzione dal 1948 coerentemente alla politica della Montedison, smobilitare anno dopo anno: condotta che comportava la riduzione delle provvidenze per la sicurezza del lavoro. Il libro \u201cd\u2019epoca\u201d di Luciano Bianciardi e Carlo Cassola I Minatori della Maremma[5] dedica un capi\u00adtolo a La sciagura di Ribolla.<\/p>\n<p>Fu per noi una lettura importante. Due ricercatori che sali\u00adranno la china della letteratura d\u2019autore e della fama fino al vertice ci ragguagliavano sulla storia e la condizione sociale poco conosciute della loro regione, in maniera cos\u00ec accurata e dimostrativa come solo una vocazione allo studio storico e una diretta partecipazione alle vicende potevano permettere. Chi conosceva quale fosse l\u2019abitare per i lavoratori scapoli arrivati l\u00ec provenendo da territori lontani? Ecco i \u201ccamerotti\u201d, costruiti per cacciarvi i prigionieri di guerra. \u201cCostruzioni a un piano, lunghe e strette, divise all\u2019interno in tante stanzette quadrate\u2026gli scapoli\u2026 vivono l\u00e0 dentro, a gruppi di tre o quattro per stanza: brande di ferro, armadietti, pure di ferro, un tavolo, sgabelli\u2026 In cima all\u2019armadietto una cassettina di legno\u2026 La sensazione \u00e8 quella, la caserma\u201d.[6]<\/p>\n<p>L\u2019io narrante di La vita agra, il capolavoro di Luciano Bianciardi, sente la \u201cmissione\u201d di vendicare le vittime della tragedia: \u00ab\u2026venivo ogni giorno a guardare il torracchione di vetro e di cemento [sarebbe la sede della Montecatini a Milano], chiedendomi a quale finestra, in quale stanza, in quale cassetto, potevano aver messo la pratica degli assegni assisten\u00adziali, dove la cartella personale\u2026 di tutti i quarantatr\u00e9 i morti del quattro maggio. Chieden\u00addomi dove, in che cantone, in che angolo, inserire un tubo flessibile ma resistente per farci poi affluire il metano, tanto metano da saturare tutto il torracchione; metano miscelato con aria in proporzione fra il sei e il sedici per cento. Tanto ce ne vuole perch\u00e9 diventi gris\u00f9, un miscuglio gassoso esplosivo se lo inneschi a contatto con qualsiasi sorgente di calore su\u00adperiore ai seicento gradi centigradi. La missione mia\u2026 era questa: far saltare tutti e quat\u00adtro i palazzi\u00bb.[7]<\/p>\n<p>[1] Vedi la prima parte in eddyburg, 2 dicembre 2015.<br \/>\n[2] Katiuscia Curone, Italiani nella Germania degli anni Sessanta: immagine e integrazione dei Gastarbeiter, Wolfsburg 1962-1973, in Altreitalie, rivista internazionale di studi sulle popolazioni di origini italiane nel mondo, n. 33, luglio-dicembre 2006.<br \/>\n[3] Edito da Feltrinelli nel 1995, ha vinto nello stesso anno i premi Viareggio, R\u00e8paci, Campiello. Nel 2010 la quattordicesima edizione.<br \/>\n[4] Maurizio Maggiani, Povera Italia, vista da Wolksburg, in Il Secolo XIX (unito a La Stampa), 31 agosto 2010.<br \/>\n[5] Luciano Bianciardi \u2013 Carlo Cassola, I minatori della Maremma, Editori Laterza, Bari 1956 \u2013 Libri del tempo.<br \/>\n[6] Ivi, p. 50-51. \u00abLe famiglie, che dovettero costituirsi parte civile accettarono le offerte in denaro della Montecatini e il processo si concluse con l\u2019assoluzione di tutti gli imputati e il disastro fu archiviato come \u2018mera fatalit\u00e0. A seguito del disastro la direzione della Montecatini decise la chiusura della miniera, la cui smobilitazione richiese ben cinque anni\u00bb, dal sito memoriacondivisa.it.<br \/>\n[7] La vita agra, 1967, in Luciano Bianciardi \u2013 L\u2019antimeridiano \u2013 Tutte le opere, a cura di Luciana Bianciardi, Massimo Cipolla e Alberto Piccinini. Volume primo. Saggi e romanzi, racconti, diari giovanili, Isbn Edizioni e ExCogita Editore, Milano 2005, p. 595.<\/p>\n<p>fonte: Eddyburg<\/p>\n<p>&nbsp;\t\t<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>20160130 15:20:00 redazione-IT [b]di Lodo Meneghetti[\/b] Quando alla fine del 1974 apparve il fascicolo monografico (nn. 11-12) del mensile Il Ponte dal titolo \u201cEmigrazione cento <a class=\"mh-excerpt-more\" href=\"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=1061\" title=\"11926 Migrazioni passato e presente\">[&#8230;]<\/a><\/p>\n<\/div>","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[78],"tags":[],"class_list":["post-1061","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-eminews-2016"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.5 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\r\n<title>11926 Migrazioni passato e presente - 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