{"id":1024,"date":"2017-04-15T18:45:32","date_gmt":"2017-04-15T16:45:32","guid":{"rendered":"http:\/\/www.filef.net\/2017\/04\/15\/11965-brexit-unascia-sui-diritti-dei-lavoratori-migranti\/"},"modified":"2017-04-15T18:45:32","modified_gmt":"2017-04-15T16:45:32","slug":"11965-brexit-unascia-sui-diritti-dei-lavoratori-migranti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=1024","title":{"rendered":"11965 Brexit. Un\u2019ascia sui diritti dei lavoratori migranti"},"content":{"rendered":"<p>\t\t\t\t20160308 19:04:00 redazione-IT<\/p>\n<p>[b]di Carlo Caldarini (Bruxelles)[\/b] \u2013 [i]Un nuovo Dossier a cura dell\u2019Osservatorio fa il punto sulle misure adotatte dal Consiglio europeo, riunitosi a Bruxelles il 18 e il 19 febbraio 2016.[\/i]<\/p>\n<p>In un\u2019atmosfera dominata dall\u2019esigenza di trovare un\u2019intesa con il Regno Unito, per scongiurarne l\u2019uscita dall\u2018Unione europea e di far fronte alla cosiddetta crisi migratoria e dei rifugiati, i 28 capi di stato e di governo 28 hanno convenuto un insieme di disposizioni che avranno effetto a partire dalla data in cui il governo del Regno Unito \u2013 espletato il referendum \u2013 informer\u00e0 il Consiglio della sua decisione di restare o meno membro dell\u2019Unione europea. Disposizioni che, per semplificare, possiamo riunire in due sottoinsiemi.<\/p>\n<p>Da un lato, i leader europei hanno raggiunto un\u2019intesa che rafforza lo status speciale del Regno Unito in seno all\u2019UE, conferendogli maggiore peso rispetto alla governance economica (gestione dell\u2019unione bancaria e ulteriore integrazione della zona euro) e maggiori margini di libert\u00e0 rispetto alla sovranit\u00e0 (meno vincoli per il Regno Unito in rapporto a un\u2019ulteriore integrazione politica dell\u2019Unione europea).<\/p>\n<p>Dall\u2019altro lato \u2013 e di questo intendiamo parlare qui \u2013 sono state adottate diverse misure che non \u00e8 esagerato definire epocali, tese a frenare il cosiddetto \u201cabuso del diritto di libera circolazione delle persone\u201d, riguardanti, pi\u00f9 precisamente, gli assegni per i figli a carico e le \u201cprestazioni a carattere non contributivo collegate all\u2019esercizio di un\u2019attivit\u00e0 lavorativa\u201d.<\/p>\n<p>[b]Indicizzazione delle prestazioni per i figli a carico[\/b]<\/p>\n<p>Per quanto riguarda le prestazioni familiari per figli a carico, i leader europei hanno deciso che la Commissione elaborer\u00e0 presto una proposta di modifica del regolamento 883\/2004 sul coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale, al fine di offrire agli Stati membri la possibilit\u00e0 di indicizzare l\u2019importo delle prestazioni per figli a carico residenti in uno Stato membro diverso da quello in cui il genitore lavoratore soggiorna.<\/p>\n<p>In pratica, se secondo le regole attualmente in vigore \u2013 anzi, in vigore da pi\u00f9 di mezzo secolo \u2013 un lavoratore italiano o polacco che lavora in Germania riceve i medesimi assegni familiari dei suoi colleghi tedeschi, indipendentemente dal paese di residenza dei figli, con le nuove regole gli assegni per i figli residenti nel paese d\u2019origine saranno indicizzati al costo della vita nel paese di residenza, quindi dell\u2019Italia o della Polonia nel nostro esempio, anche se il lavoratore in questione ha un salario tedesco, e versa, quindi, nelle casse fiscali e previdenziali della Germania gli stessi importi dei suoi colleghi tedeschi.<\/p>\n<p>Detto cos\u00ec, sembrerebbe che le misure invocate siano solo, come dire, degli aggiustamenti. In realt\u00e0 esse mettono in discussione i pilastri della libera circolazione delle persone e del coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale. Simili restrizioni erano del resto state gi\u00e0 introdotte  in passato da alcuni stati membri, ma la Corte di giustizia dell\u2019Unione europea ne aveva ordinato il ritiro, ricordando appunto che i lavoratori migranti \u201cgodono degli stessi vantaggi fiscali e sociali dei lavoratori nazionali\u201d (art. 7.2 del regolamento UE 492\/2011, relativo alla libera circolazione dei lavoratori).<\/p>\n<p>[b]Limitazione nell\u2019accesso alle prestazioni assistenziali di welfare legate al lavoro[\/b]<\/p>\n<p>Con il pretesto di \u201ctener conto del fattore di attrazione di cui gode uno Stato membro\u201d, il Consiglio europeo ha anche approvato una proposta di modifica delle norme europee relative alla libera circolazione dei lavoratori. In pratica, il Consiglio ha ideato un cosiddetto \u201cmeccanismo di allerta e salvaguardia\u201d che dovrebbe far fronte a ipotetiche \u201csituazioni di afflusso di lavoratori provenienti da altri Stati membri di portata eccezionale\u201d. Uno Stato membro, che desideri avvalersi di tale meccanismo, notificherebbe alla Commissione e al Consiglio l\u2019esistenza di una siffatta situazione eccezionale, di entit\u00e0 tale \u2013 si badi bene \u2013 da \u201cledere aspetti essenziali del suo sistema di previdenza sociale\u201d. Tale Stato membro sarebbe cos\u00ec autorizzato (con buona pace del Parlamento europeo che non viene neppure consultato) a limitare l\u2019accesso dei lavoratori stranieri \u201cnuovi arrivati\u201d alle \u201cprestazioni a carattere non contributivo collegate all\u2019esercizio di un\u2019attivit\u00e0 lavorativa\u201d, per un periodo totale massimo di quattro anni dall\u2019inizio del rapporto di lavoro. Il meccanismo della limitazione prevede che un lavoratore sia inizialmente totalmente escluso dalle prestazioni assistenziali di welfare, per poi gradualmente acquisire qualche diritto, in funzione del \u201ccrescente collegamento del lavoratore con il mercato del lavoro dello Stato membro ospitante\u201d.<\/p>\n<p>Ma vediamo di cosa si tratta, esattamente. Nel Regno Unito, per esempio, esistono due prestazioni destinate a compensare la perdita di reddito per i lavoratori disoccupati. La prima, di tipo contributivo, che \u00e8 subordinata al versamento di un certo numero di contributi assicurativi in un determinato lasso di tempo, e dura al massimo sei mesi. La seconda prestazione, cui si pu\u00f2 accedere dopo i sei mesi, \u00e8 di natura assistenziale ed \u00e8 subordinata alla verifica di uno stato di bisogno e, dunque, \u00e8 legata al reddito. Questa seconda prestazione spetta, di norma, anche a coloro che, pur essendo disoccupati, non hanno diritto alla prima prestazione contributiva, in ragione ad esempio di una carriera lavorativa breve e frammentata. Ed \u00e8 proprio questa seconda prestazione che potr\u00e0 essere negata ai lavoratori cittadini di un altro Stato europeo, anche se questi \u2013 non \u00e8 inutile precisarlo \u2013 contribuiscono alle casse fiscali e previdenziali come gli altri lavoratori autoctoni.<\/p>\n<p>[b]Se l\u2019effetto demagogico di una misura \u00e8 pi\u00f9 importante della sua efficacia[\/b]<\/p>\n<p>Va subito detto che, oltre a fare a pugni con decenni di giurisprudenza della Corte di giustizia dell\u2019Unione europea, la premessa stessa su cui si basa l\u2019accordo \u2013 ossia l\u2019esistenza di \u201cflussi di lavoratori di ampiezza tale da produrre effetti negativi sia per gli Stati membri di origine che per quelli di destinazione\u201d \u2013 \u00e8 smentita da tutte le analisi e da tutti gli studi finora conosciuti, compresi quelli della Commissione europea e dell\u2019OCSE.<\/p>\n<p>L\u2019applicazione eventuale di simili regole restrittive avrebbe insomma solo un effetto demagogico. Il reale impatto sulle finanze sarebbe infatti trascurabile. Nel Regno Unito, su 13 milioni di bambini che ricevono assegni familiari, appena 34000, ossia meno del 0,3%, sono residenti in un altro Stato membro. In Germania, per fare un altro esempio, dei 14 milioni di bambini aventi diritto alle prestazioni familiari, solo lo 0,6% vive all\u2019estero.<\/p>\n<p>Una comunicazione della Commissione europea del 25 settembre 2014 mostra, cifre alla mano, come la popolazione \u201cstraniera\u201d versa nelle casse dei paesi ospitanti, sotto forma di imposte e contributi,  pi\u00f9 di quanto non riceva sotto forma di prestazioni e aiuti vari. Queste conclusioni si basavano su un rapporto indipendente realizzato da ICF GHK per la stessa Commissione europea nel 2013. Lo studio, infatti, ha dimostrato come, tra i beneficiari delle prestazioni sociali, la presenza degli stranieri fosse in realt\u00e0 molto bassa: meno dell\u2019 1% in Austria, meno del 5% in Germania e Paesi Bassi per fare alcuni esempi. E per quanto riguarda la spesa nazionale per l\u2019assistenza sanitaria, il costo attribuibile alla popolazione straniera \u00e8 solo lo 0,2% in media.<\/p>\n<p>Un\u2019altra indagine dell\u2019University College di Londra del novembre 2014, basato su dati ufficiali del governo, ha confrontato il contributo fiscale netto a quello dei vari gruppi di immigrati. Negli anni tra il 1995 e il 2011, il contributo fiscale netto degli stranieri europei \u00e8 stato superiore a quello dei cittadini britannici, per oltre il 10%. E ancora. Nel giugno 2014, IZA World of Labor ha dimostrato come le singole decisioni in materia di immigrazione non siano state prese sulla base della relativa generosit\u00e0 dei sistemi sociali del paese ospitante. Al contrario, anche di fronte a un rischio pi\u00f9 elevato di povert\u00e0, gli immigrati \u2013 anche cittadini UE \u2013 mostrano meno dipendenza dal welfare rispetto agli autoctoni. In breve, ancora una volta versano nelle casse dello Stato ospitante pi\u00f9 di quanto ricevono. E anche quando gli immigrati beneficiano del welfare pi\u00f9 intensamente dei cittadini nazionali, questo \u00e8 dovuto alle differenze sociali, piuttosto che allo status di immigrazione di per s\u00e9.<\/p>\n<p>Il luogo comune, insomma, secondo cui l\u2019immigrazione approfitta della generosit\u00e0 dei sistemi sociali dei paesi ricchi \u00e8 ampliamente smentito dalle statistiche internazionali. Secondo il Rapporto OCSE 2013 sulle migrazioni internazionali, la differenza tra i contributi sociali e fiscali versati dagli immigrati e le prestazioni da questi percepite \u00e8 sempre a vantaggio dei paesi ospitanti e a discapito dei migranti (vedi tabella).<\/p>\n<p>Come abbiamo gi\u00e0 detto, agli occhi di un osservatore distratto, tali cambiamenti potrebbero sembrare soltanto degli aggiustamenti, dettati persino dal buon senso: lotta alle frodi e agli abusi, adeguamento delle prestazioni al costo della vita, eccetera. In realt\u00e0, come ha schiettamente affermato il Vice-Presidente della Commissione europea, si vuole separare l\u2019accesso al mercato del lavoro dall\u2019accesso alla protezione sociale. Se un tale principio venisse applicato oggi nei confronti di \u201cstranieri\u201d e \u201cmigranti\u201d, non \u00e8 difficile immaginare che in seguito lo stesso si potr\u00e0 estendere a tutti gli altri lavoratori. Bruxelles, 7 marzo 2016<\/p>\n<p>Articolo a cura di Carlo Caldarini, Direttore dell\u2019Osservatorio Inca Cgil per le politiche sociali in Europa<\/p>\n<p>[b]Per saperne di pi\u00f9:[\/b]<\/p>\n<p>Dossier a cura dell\u2019Osservatorio<br \/>\n[url]http:\/\/www.osservatorioinca.org\/section\/image\/attach\/Articolo_Brexit.pdf[\/url]<\/p>\n<p>Conclusioni del Consiglio europeo del 18 e 19 febbraio 2016 (in italiano)<\/p>\n<p>Precedente articolo a cura dell\u2019Osservatorio<\/p>\n<p>http:\/\/www.fiei.org\/index.php?option=com_content&#038;view=article&#038;id=129:brexit-un-ascia-sui-diritti-dei-lavoratori-migranti&#038;catid=23&#038;Itemid=163<\/p>\n<p>&nbsp;\t\t<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>20160308 19:04:00 redazione-IT [b]di Carlo Caldarini (Bruxelles)[\/b] \u2013 [i]Un nuovo Dossier a cura dell\u2019Osservatorio fa il punto sulle misure adotatte dal Consiglio europeo, riunitosi a <a class=\"mh-excerpt-more\" href=\"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=1024\" title=\"11965 Brexit. 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