n°29 – 11/07/26 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI

01 – Marina Catucci*: I testimoni: gli agenti hanno aperto subito il fuoco su Salgado Araujo – stati uniti l’uomo assassinato in Texas. Per lui una veglia della comunità.
02 – Mario Sommella*: La cura sotto punteggio – Nell’era del welfare algoritmico anziani, disabili e non autosufficienti rischiano di diventare variabili di costo da ottimizzare, non persone da riconoscere. Viaggio dentro la nuova frontiera dell’esclusione automatizzata
03 – Marco Santopadre *: Quello della Nato ad Ankara è stato un vertice di guerra
Il riarmo lo pagheranno i cittadini europei con le proprie tasse e porzioni consistenti del proprio welfare sacrificato sull’altare della “difesa dalla minaccia russa”.
04 – Barbara Weisz *: Silver Economy, in Italia anziani più ricchi ma anche più fragili – In vent’anni la fragilità percepita degli over 65 è raddoppiata, dal 18,3% al 36,6%, mentre redditi e patrimoni degli anziani crescono e il welfare pubblico arretra.
05 – Anna Fabi *: Stipendi fermi: Italia maglia nera OCSE sui salari reali
06 – Guido Moltedo*: Vaticano a stelle e strisce. E nonostante Trump. Tempi presenti «Papi, dollari e guerre» di Massimo Franco, per Solferino. Il ruolo e le risorse della Chiesa Usa nell’elezione di Leone osteggiata dal tycoon.
07 – Benjamin Selwyn*: Marx e l’economia circolare. Oggi, molti usano il termine “economia circolare” per descrivere un cambiamento nell’utilizzo dei rifiuti industriali senza però mettere in discussione l’attuale modo di produzione. Richiamandosi a Marx, Benjamin Selwyn dimostra che questo uso del termine è concepito per assecondare le esigenze di accumulazione dell’economia capitalista, piuttosto che per indicare un cambiamento radicale nell’utilizzo delle risorse.
08 – Anna Fabi*: Euro digitale al negoziato finale: regole per imprese, servizi, costi, POS e pagamenti elettronici – Dopo il voto dell’Aula di Strasburgo, il confronto con il Consiglio parte a metà luglio e dovrà fissare il tetto alle commissioni e i limiti di detenzione
Il Parlamento europeo ha dato il via libera al negoziato finale sull’euro digitale.
09 – Teresa Barone Trasferirsi in Grecia in pensione, si paga solo il 7% di tasse per i privati,

 

 


01 – Marina Catucci*: I TESTIMONI: GLI AGENTI HANNO APERTO SUBITO IL FUOCO SU SALGADO ARAUJO –
STATI UNITI L’UOMO ASSASSINATO IN TEXAS. PER LUI UNA VEGLIA DELLA COMUNITÀ.

LORENZO SALGADO ARAUJO, L’OPERAIO MESSICANO UCCISO A HOUSTON MARTEDÌ DA UN AGENTE DELL’ ICE, NON ERA IL BERSAGLIO DELL’OPERAZIONE. A RIPORTARLO È STATA LA CNN, CITANDO DUE FONTI SECONDO CUI DA SETTIMANE GLI AGENTI SORVEGLIAVANO UN ALTRO INDIRIZZO: QUANDO HANNO NOTATO IL FURGONE BIANCO DI SALGADO ARAUJO, CON A BORDO QUALCUNO CHE SOMIGLIAVA AL SOSPETTO, LO HANNO SCAMBIATO PER L’UOMO CHE CERCAVANO. IL MEDICO LEGALE DELLA CONTEA DI HARRIS HA DA POCO CLASSIFICATO LA SUA MORTE COME OMICIDIO, PER UNA FERITA DA ARMA DA FUOCO AL TORACE.

A CONTESTARE la versione dell’Ice sono arrivate anche le testimonianze dei tre uomini arrestati durante la stessa operazione, raccolte dal Washington Post tramite l’avvocato Hugo Balderas-Ibarra, che li assiste nel centro di detenzione dove restano trattenuti. Secondo il loro racconto, l’agente ha aperto il fuoco quasi subito dopo essere sceso dal veicolo, e in nessun momento il furgone di Salgado Araujo si è diretto verso di lui: una ricostruzione che smentisce quella diffusa poche ore dopo la sparatoria dal Department of Homeland Security (Dhs) secondo cui la vittima avrebbe speronato un mezzo dell’Ice e usato il furgone come arma per investire l’agente.

A quelle testimonianze si aggiungono ora anche le immagini raccolte nelle ultime ore. Un video amatoriale mostra Salgado Araujo uscire di casa alle 5.54 del mattino, mentre altre riprese, ottenute dall’emittente Kprc, documentano il suo furgone inseguito da due Suv senza contrassegni lungo Wayside Street, prima che svoltasse sulla via dove sarebbe stato ucciso poco dopo. Secondo il figlio Ronaldo, il padre non sapeva che si trattasse di agenti dell’Ice, e temeva piuttosto un furto del furgone, come era già accaduto in passato.

Che qualcosa sia andato storto e ormai è chiaro: lo stesso Dhs ha reso noto che gli agenti coinvolti non indossavano le bodycam. Il dipartimento ha imputato il ritardo nella distribuzione delle telecamere a due shutdown parziali del governo, uno nell’autunno 2025 e uno nei mesi scorsi, che avrebbero rallentato la consegna dell’equipaggiamento a metà degli uffici distaccati sul territorio. Per giustificare la priorità assegnata ad altro equipaggiamento, ha citato un aumento delle aggressioni contro gli agenti che avrebbe superato il 1.300%.

LE SPIEGAZIONI del Dhs non sembrano bastare a placare la tensione nel quartiere. Da mercoledì centinaia di persone manifestano lungo la strada dove Salgado Araujo è stato ucciso, scandendo «Ice fuori da Houston». Tra i manifestanti, l’artista locale Sarah Fisher ha composto un ritratto dell’uomo con adesivi di lavanderia, accompagnandolo con le sigle «Sos» e «Xox». Al corteo ha preso parte anche il deputato democratico Al Green.

LA FAMIGLIA, intervistata dalla Abc, ha denunciato l’assenza di qualsiasi contatto da parte del Dhs o dell’Ice nei giorni successivi alla sparatoria. Sul caso restano intanto aperte due indagini parallele, quella dell’ispettorato generale del Dhs sulla sparatoria e quella dell’Fbi, di Houston sulla presunta aggressione a un agente federale: nessuna delle due ha ancora prodotto conclusioni pubbliche, mentre il dipartimento di polizia di Houston ha ribadito di non avere giurisdizione per indagare su un’agenzia federale.
*(Fonte: Il Manifesto – Marina Catucci, US correspondent @ilmanifesto documentarista, newyorker. Sindrome Americana è il mio podcast su Il Manifesto Americano9.

 

02 – Mario Sommella*: LA CURA SOTTO PUNTEGGIO – NELL’ERA DEL WELFARE ALGORITMICO ANZIANI, DISABILI E NON AUTOSUFFICIENTI RISCHIANO DI DIVENTARE VARIABILI DI COSTO DA OTTIMIZZARE, NON PERSONE DA RICONOSCERE. VIAGGIO DENTRO LA NUOVA FRONTIERA DELL’ESCLUSIONE AUTOMATIZZATA

20250249In Francia esiste un numero, compreso tra zero e uno, che ogni mese contribuisce a decidere il destino di milioni di persone. Più quel numero si avvicina all’uno, più cresce la probabilità di finire nel mirino di un controllo, di vedersi sospendere un sussidio, di essere trattati come potenziali truffatori. Non conta la storia personale, non conta il volto, non conta la fatica accumulata in una vita: conta il punteggio. E fra i fattori che quel punteggio fanno salire, il sistema pubblico francese ha inserito per anni tre condizioni che dovrebbero togliere il sonno a chiunque abbia a cuore la giustizia sociale: l’essere poveri, l’essere senza lavoro e il percepire un’indennità di disabilità.

Non è una fantasia distopica, non è la trama di un romanzo sul futuro. È il presente, ed è già installato dentro le pieghe amministrative di alcune tra le più mature democrazie europee. La chiamano innovazione. Ci raccontano che l’intelligenza artificiale renderà più efficienti i servizi pubblici, taglierà gli sprechi, semplificherà la vita dei cittadini. Ma dietro questa narrazione luminosa si nasconde una domanda che non è tecnica bensì squisitamente politica: chi deciderà, domani, chi ha diritto all’assistenza, alle cure, alla protezione sociale? E soprattutto, con quali criteri, sotto il controllo di chi, con quale possibilità di replica per chi finisce dalla parte sbagliata del calcolo?

È attorno a questa domanda che si gioca una delle partite decisive del nostro tempo. Perché sotto la parola apparentemente neutra «algoritmo» si sta costruendo un dispositivo di potere che rischia di ridisegnare in silenzio il confine tra chi merita di essere curato e chi viene classificato come costo da contenere. Questa inchiesta prova a smontare quel dispositivo, pezzo per pezzo.

1. La favola dell’efficienza
Ogni potere che vuole tagliare i diritti ha bisogno di parole che facciano sembrare naturale ciò che è invece una scelta.

Nel lessico del welfare digitale queste parole sono note: efficienza, razionalizzazione, lotta agli sprechi, contrasto alle frodi. Suonano come buon senso, come amministrazione responsabile del denaro pubblico. In realtà portano dentro di sé un’intera visione del mondo, quella che il neoliberismo ha imposto come orizzonte indiscutibile negli ultimi decenni: lo Stato sociale non come conquista di civiltà, ma come voragine di spesa da prosciugare; il cittadino non come titolare di diritti, ma come potenziale profittatore da sorvegliare.

In questa cornice l’intelligenza artificiale arriva come lo strumento perfetto, perché aggiunge alla vecchia ideologia del rigore una promessa nuova e seducente: la neutralità della macchina. Se a decidere è un algoritmo, ci viene detto, non c’è più arbitrio, non c’è più discrezionalità, non c’è più politica: c’è solo il calcolo oggettivo, freddo, imparziale. È qui che si consuma l’inganno più profondo. Perché presentare come tecnica una decisione che riguarda la dignità delle persone significa sottrarla al conflitto democratico, spoliticizzarla, metterla al riparo dalla discussione pubblica. L’efficienza diventa così non un mezzo, ma una gabbia ideologica: il grimaldello con cui si trasforma il razionamento dei diritti in modernizzazione.

2. I casi che smascherano la retorica La retorica della neutralità si infrange contro i fatti. E i fatti, in Europa, si sono già accumulati con la forza di una condanna.

Nei Paesi Bassi lo scandalo dei sussidi per l’infanzia, il famigerato Toeslagenaffaire, ha travolto tra le ventiseimila e le trentacinquemila famiglie, accusate ingiustamente di frode da un sistema automatizzato che aveva incorporato, tra i propri indicatori di rischio, la doppia nazionalità e i cognomi stranieri. Migliaia di genitori, in gran parte di origine straniera o proveniente dalle ex colonie caraibiche, si sono visti reclamare la restituzione integrale di somme che spesso superavano le decine di migliaia di euro, senza possibilità di rateizzazione, precipitando nella povertà e nella disperazione. Per oltre duemila bambini quella persecuzione burocratica si è tradotta nell’allontanamento dalle famiglie. Nel gennaio 2021 il governo Rutte è caduto proprio sotto il peso di questo scandalo; una commissione parlamentare lo ha definito un caso di ingiustizia senza precedenti, in cui erano stati violati i principi fondamentali dello Stato di diritto; nel 2022 lo Stato olandese ha ammesso ufficialmente di aver praticato un razzismo istituzionale.

Sempre nei Paesi Bassi, il sistema di sorveglianza denominato SyRI, che costruiva un indicatore di rischio incrociando i dati fiscali, previdenziali e lavorativi dei cittadini, era stato disseminato soprattutto nei quartieri poveri e a forte presenza migrante. Nel febbraio 2020 un tribunale dell’Aja lo ha dichiarato illegittimo per violazione del diritto alla vita privata: è stata la prima volta al mondo che un sistema di welfare digitale è stato fermato da un giudice in nome dei diritti umani. Anche il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema era intervenuto per denunciarne i pericoli.

In Francia il sistema di punteggio della Cassa nazionale per gli assegni familiari, in funzione dal 2010, elabora ogni mese i dati personali di trentadue milioni di persone e produce oltre tredici milioni di punteggi di sospetto. A far salire quel punteggio concorrono il basso reddito, la disoccupazione, il fatto di ricevere il reddito minimo e, in alcune versioni documentate del codice, la percezione dell’assegno per adulti disabili. Contro questo meccanismo si è formata una coalizione che oggi conta venticinque organizzazioni, da Amnesty International a La Quadrature du Net, che ne ha chiesto la sospensione al Consiglio di Stato. Un’ammissione tanto più pesante è arrivata da un documento interno del 2025 della stessa amministrazione francese, che riconosce gli effetti discriminatori del proprio algoritmo.

E non è tutto. In Australia il programma automatizzato ribattezzato Robodebt ha falsamente accusato di frode quasi cinquecentomila beneficiari di prestazioni sociali tra il 2015 e il 2019. In Serbia una carta sociale alimentata da oltre centotrenta categorie di dati ha cancellato il diritto all’assistenza economica a circa quarantaquattromila persone. Non parliamo di incidenti isolati, di errori tecnici da correggere con un aggiornamento del software. Parliamo di un modello, di una direzione di marcia, di una logica che si ripete identica sotto latitudini diverse.

3. Il sospetto come metodo di governo
Se si osservano questi sistemi da vicino, emerge una regolarità che nessuna casualità può spiegare: colpiscono quasi sempre gli stessi. I poveri, i disoccupati, i migranti, le madri sole, le persone con disabilità. Non è un difetto accidentale della macchina: è la sua funzione. Questi algoritmi nascono infatti da una precisa scelta politica, quella di dare la caccia alla frode dei più deboli mentre si distoglie lo sguardo dall’evasione dei più forti. Nessun governo ha mai costruito un sistema predittivo altrettanto ossessivo per stanare i grandi evasori fiscali o i capitali occultati nei paradisi offshore. Il sospetto informatizzato si abbatte sui sussidi da poche centinaia di euro, non sulle rendite da milioni.

La studiosa americana Virginia Eubanks ha coniato per tutto questo un’immagine efficace: l’ospizio digitale dei poveri, la trasposizione informatica di quella antica pratica con cui le società hanno sempre catalogato, sorvegliato e disciplinato la miseria. La tecnologia non inaugura la disuguaglianza: la automatizza, la accelera, la riveste di un’aura di oggettività scientifica. E lo fa attraverso un meccanismo insidioso che gli esperti chiamano discriminazione per procura: l’algoritmo impara dai dati del passato che essere disabili, stranieri o madri sole si accompagna statisticamente a un maggiore rischio, e finisce così per punire non un comportamento, ma una condizione di vita. La marginalità stessa diventa una colpa da dimostrare innocente.

Il risultato è un rovesciamento silenzioso di uno dei pilastri della civiltà giuridica: la presunzione di innocenza. Nel mondo del welfare algoritmico il cittadino fragile non è più innocente fino a prova contraria; è sospetto fino a quando i dati non lo scagionano. E poiché quei dati sono opachi, incrociati, spesso inaccessibili persino a chi ne è vittima, la prova d’innocenza diventa una fatica sfibrante, un labirinto burocratico in cui è facile perdersi e impossibile difendersi ad armi pari.

4. Quando la disabilità diventa un fattore di rischio
C’è un punto, in questa storia, che merita di essere illuminato con una luce particolare, perché tocca la carne viva di milioni di persone e rovescia ogni logica di giustizia. La disabilità, che in una società civile dovrebbe attivare automaticamente la protezione, dentro l’algoritmo si trasforma nel suo contrario: un segnale d’allarme, una spia rossa, un fattore che aumenta il punteggio di sospetto. È accaduto in Francia, dove percepire l’assegno per adulti disabili ha significato, per anni, essere collocati più in alto nella scala del rischio. Un paradosso crudele: la condizione che genera il bisogno viene letta dalla macchina come indizio di potenziale frode.

Eppure sarebbe ingiusto, e falso, dipingere la tecnologia come nemica in sé delle persone con disabilità. Per chi, come chi scrive, vive l’esperienza della cecità, gli strumenti digitali possono rappresentare una straordinaria leva di emancipazione. I lettori di schermo, la sintesi vocale, la descrizione automatica delle immagini, i sistemi di riconoscimento vocale hanno abbattuto barriere che per secoli erano parse insormontabili, restituendo autonomia, parola, possibilità di partecipare alla vita sociale e culturale. La stessa potenza di calcolo che può liberare, però, se piegata all’unico criterio del contenimento della spesa, si trasforma in un cancello: non uno strumento per aprire porte, ma un dispositivo per chiuderle, per filtrare, per razionare. La medesima intelligenza artificiale che può dare voce a chi non vede può togliere il pane a chi non è ritenuto abbastanza redditizio.

È questo il bivio. La tecnologia non è né buona né cattiva: è un campo di battaglia. E la posta in gioco è se la fragilità continuerà a essere riconosciuta come tratto costitutivo dell’esperienza umana, da proteggere in nome della solidarietà, oppure verrà ridotta a un’anomalia statistica da gestire, ottimizzare, all’occorrenza espellere dal perimetro dei beneficiari.

5. L’Italia e il miraggio del welfare “proattivo”
Sarebbe consolante pensare che tutto questo riguardi altri Paesi, altre amministrazioni, altri errori. Non è così. Anche in Italia la macchina si sta mettendo in moto, e lo fa con il linguaggio rassicurante dell’innovazione al servizio del cittadino. L’INPS ha avviato oltre settanta progetti di intelligenza artificiale, molti dei quali già operativi, e presenta con orgoglio quello che chiama welfare generativo o proattivo: un sistema che, grazie alla più grande banca dati d’Europa, anticiperebbe i bisogni delle persone invece di attenderne la domanda. Nel dicembre 2025 la logica predittiva ha permesso di erogare settecentomila bonus mamma in soli dieci giorni, e questo dato viene giustamente esibito come un successo.

Ma il confine tra il servizio che anticipa e il sistema che seleziona è sottile, e va sorvegliato con la massima attenzione. Perché nel frattempo la riforma della disabilità ha affidato interamente all’INPS la nuova valutazione di base, quella procedura che incorpora anche l’accertamento della condizione di non autosufficienza e che dal gennaio 2025 è già sperimentata in nove province pilota. Significa che la definizione stessa di chi è disabile e di chi è non autosufficiente, cioè la porta d’accesso a diritti fondamentali, viene concentrata in un unico ente e progressivamente informatizzata. In un Paese dove i non autosufficienti anziani sono già quasi quattro milioni e sono destinati a superare i cinque milioni entro il 2050, dove il Piano nazionale per la non autosufficienza costruisce complicati doppi binari e soglie ISEE fino a sessantacinquemila euro, la tentazione di trasformare l’accertamento del bisogno in un filtro automatico orientato al risparmio è tutt’altro che teorica.

L’Italia non ha ancora avuto il suo Toeslagenaffaire. La domanda, oggi, è se non stia costruendo, silenziosamente, le condizioni perché accada. E la risposta dipende dalle scelte politiche che sapremo imporre prima che i sistemi diventino irreversibili.

6. Nessun algoritmo è neutrale: chi programma comanda
Il cuore ideologico dell’intera operazione è la pretesa di neutralità. Ma nessun algoritmo cade dal cielo. Ogni sistema è progettato da esseri umani che decidono quali dati raccogliere, quali variabili considerare rilevanti, quali obiettivi perseguire, quali soglie fissare. Dentro ogni riga di codice ci sono interessi economici, priorità politiche, pregiudizi culturali. Vale qui, senza eccezioni, la vecchia legge dell’informatica: se immetti spazzatura, ottieni spazzatura. Se addestri una macchina sui dati di una società diseguale, la macchina restituirà quella disuguaglianza, ma ammantata dell’autorità indiscutibile della matematica.

E c’è una dimensione ulteriore, che collega il welfare algoritmico alle grandi dinamiche del capitalismo contemporaneo. Dietro questi sistemi ci sono spesso colossi tecnologici e società di consulenza privata, che estraggono valore proprio dai dati delle persone più fragili: è la logica di quel capitalismo della sorveglianza che ha fatto dell’informazione personale la materia prima di un’accumulazione senza precedenti. Le funzioni pubbliche più delicate, decidere chi ha diritto a un sussidio, a una cura, a un’assistenza, vengono così esternalizzate a dispositivi opachi, i cui codici sorgente restano segreti persino ai cittadini che ne subiscono gli effetti, come dimostra il rifiuto opposto per anni dall’amministrazione francese a rendere pubblico il proprio. È l’ennesima cessione di sovranità: non più a un mercato astratto, ma a una tecnostruttura privata che si insinua nel corpo dello Stato. È il volto invisibile di un dominio che non ha più bisogno di persuadere, ma soltanto di classificare.

7. La cura è una relazione, non una statistica
Contro questa deriva esistono argini, e vanno nominati. L’Unione Europea, con il proprio regolamento sull’intelligenza artificiale, ha vietato il punteggio sociale e lo sfruttamento delle vulnerabilità legate all’età, alla disabilità o alla condizione economica. È un passo importante, ma fragile: le stesse organizzazioni per i diritti umani avvertono che quel divieto rischia di restare lettera morta se non verrà applicato con nettezza proprio ai sistemi di punteggio antifrode che continuano a colpire i poveri. I tribunali, dall’Aja al Consiglio di Stato francese, hanno mostrato che il diritto può ancora resistere all’automazione cieca. E la nostra Costituzione offre una bussola limpida: l’articolo 2 sulla solidarietà, l’articolo 3 sull’uguaglianza sostanziale, l’articolo 32 sul diritto alla salute, l’articolo 38 sull’assistenza a chi è privo dei mezzi necessari per vivere. Sono i principi che un grande giurista come Stefano Rodotà ha difeso fino all’ultimo, ricordando che la dignità della persona non è negoziabile e non può essere ridotta a un dato.

Ma nessuna norma, da sola, potrà salvarci. Perché il vero motore di questi sistemi non è tecnico, è politico: è la scelta di considerare la spesa sociale un costo da abbattere anziché un investimento di civiltà. Finché resterà intatta quella premessa, gli algoritmi continueranno a essere costruiti per selezionare, filtrare, escludere, quale che sia la legge scritta sulla carta.
Alla fine tutto si riduce a una verità semplice e incancellabile: la cura non è una variabile economica, non è un algoritmo, non è una statistica. La cura è una relazione umana fondata sul riconoscimento della dignità dell’altro, sul farsi carico della sua fragilità come se fosse la nostra. Una società che affida a una macchina la decisione su chi meriti di essere assistito ha già smarrito il senso stesso della parola giustizia. La qualità democratica di un Paese si misurerà sempre più su questo crinale: se la tecnologia sarà usata per ampliare i diritti o per restringerli, per riconoscere le persone o per ridurle a punteggi. Nell’era dell’intelligenza artificiale la domanda decisiva resta quella di sempre, e non ammette risposte tiepide: la fragilità sarà un valore umano da proteggere o un costo da tagliare? Dalla risposta non dipende soltanto il futuro degli anziani e delle persone con disabilità. Dipende ciò che avremo ancora il diritto di chiamare democrazia
*(Fonte: Sinistrainrete – Mario Sommella, è scrittore, saggista e attivista politico. Dopo una lunga esperienza come operaio collaudatore nel settore aerospaziale presso Alenia ..)

 

03 – Marco Santopadre *: QUELLO DELLA NATO AD ANKARA È STATO UN VERTICE DI GUERRA – IL RIARMO LO PAGHERANNO I CITTADINI EUROPEI CON LE PROPRIE TASSE E PORZIONI CONSISTENTI DEL PROPRIO WELFARE SACRIFICATO SULL’ALTARE DELLA “DIFESA DALLA MINACCIA RUSSA”.

L’immagine delle pistole e dei proiettili che il padrone di casa ha regalato ad ognuno dei capi di stato e di governo presenti riassume meglio di mille dichiarazioni il carattere del 36° vertice dell’Alleanza Atlantica di Ankara.
«La deterrenza e la difesa della Nato si basano su un mix appropriato di capacità nucleari, convenzionali e di difesa missilistica, integrate da risorse spaziali e cibernetiche. Ci impegniamo a mantenere il nostro vantaggio in combattimento. Stiamo investendo nella nostra capacità di schierare, potenziare e sostenere le nostre forze armate e di raggiungere i nostri obiettivi in tutti i domini, compresi gli attacchi di precisione in profondità, la difesa aerea e missilistica integrata, i sistemi senza equipaggio, le tecnologie all’avanguardia e le capacità di intelligence. Stiamo sviluppando una rete transatlantica interoperabile per le operazioni belliche e adottando potenti modelli di intelligenza artificiale» recita una dichiarazione finale che parla esplicitamente la lingua della guerra.

Nel frattempo, mandando un chiaro messaggio ai suoi “alleati” europei oltre che a Teheran, Donald Trump ha deciso di riprendere i bombardamenti contro l’Iran, violando il memorandum firmato poche settimane fa. L’accondiscendente Mark Rutte ha applaudito – «non si poteva fare altrimenti», ha detto – mentre i leader europei e quello canadese hanno abbozzato e fatto finta di niente, continuando a subire l’iniziativa di Washington. Anche quando il tycoon ha ribadito senza filtri, durante il faccia e faccia con il presidente turco, le proprie mire sulla Groenlandia che, ha detto, «dovrebbe essere controllata dagli Stati Uniti e non dalla Danimarca».

Poco prima dell’incontro tra i presidenti e i primi ministri degli Stati membri della NATO, Trump ha espresso il suo malcontento nei confronti dei partner dell’Alleanza e si è detto “deluso”. Il tycoon se l’è presa soprattutto con la Spagna che rifiuta di aumentare la propria spesa militare al 5% del Pil entro il 2035 come ordinato da Washington. Ma lo stesso Pedro Sánchez ha ricordato di essere un partner fedele della Nato e che dal 2018 ha triplicato il budget per la difesa rimpolpandolo molto di più di tanti paesi che pure a parole stanno obbedendo a Trump senza protestare.

La Casa Bianca ha ottenuto buona parte dei risultati che si prefiggeva, piegando l’Alleanza alle sue necessità economiche prima ancora che militari. A parte alcune dichiarazioni di circostanza su un aumento del ruolo europeo nell’Alleanza e qualche commessa ad hoc aggiudicata all’industria militare del Vecchio Continente (la più consistente dovrebbe premiare la svedese Saab, con l’acquisto di una decina di aerei radar GlobalEye, destinati a sostituire alcuni degli attuati Awacs), Washington ha ottenuto dai partner europei un aumento generalizzato della spesa militare. La dichiarazione finale ne parla così: «Nel 2025, gli Alleati europei e il Canada hanno aumentato i loro investimenti nei requisiti fondamentali per la difesa di oltre 139 miliardi di dollari. I nostri investimenti ci stanno fornendo le capacità di cui abbiamo bisogno, rafforzando al contempo la nostra base industriale e la nostra resilienza. Oggi ad Ankara annunciamo oltre 50 miliardi di dollari in nuovi appalti e ci impegniamo ad ampliare la capacità produttiva collettiva e a collaborare con l’industria per accelerare l’innovazione».

Le decine di miliardi di euro di maggiori investimenti europei nella “difesa” non solo sgraveranno gli Stati Uniti da una parte importante delle spese finora sostenute per sostenere il suo schieramento militare in Europa, ma riempiranno ulteriormente le casse dell’industria militare americana che si aggiudica la stragrande maggioranza dei contratti per la vendita delle armi e delle tecnologie decisi al “Defence Industry Forum” che ha aperto la kermesse.

«È stato un vertice di grandissimo successo» ha commentato lo stesso Trump dopo aver visto soddisfatti i pronostici della vigilia. È stato soprattutto l’apparato militare-industriale americano a fare la parte del leone. La maggior parte delle armi e delle tecnologie “made in Nato” (formulazione coniata dal fido Rutte) sarà pagata dai paesi europei ma prodotta e venduta da imprese americane, consentendo – la stima è dello stesso Trump – la creazione negli States di 200 mila posti di lavoro. Una vera e propria manna dal cielo per la disastrata economia americana se è vero che nei prossimi anni, ha calcolato il segretario generale della Nato, l’Alleanza movimenterà commesse per ben 300 miliardi di euro che usciranno in gran parte dalle casse statali del Vecchio Continente.

Un meccanismo contenuto in un passaggio della dichiarazione finale – «Stiamo costruendo il futuro: un’Europa più forte in una Nato più forte, un’Alleanza modernizzata. Gli Alleati europei e il Canada, in collaborazione con gli Stati Uniti, si stanno assumendo maggiori responsabilità per la difesa dell’Alleanza» – che indora la pillola per Bruxelles ma non nasconde il cambio di passo.

Il sacrificio di altri residui pezzi del welfare state europeo avverrà sull’altare della difesa dalla minaccia della Russia, che la dichiarazione finale definisce una “minaccia a lungo termine” per l’Alleanza. Questo nonostante il comandante in capo delle forze armate della Nato, il generale Grinkevich, sostenga che Mosca non rappresenta un pericolo immediato visto che non cerca lo scontro con l’Europa.
Anche se per ora l’ingresso di Kiev nella Nato è stato rinviato a data da destinarsi, il vertice ha confermato l’impegno a destinare 70 miliardi all’Ucraina nel 2026 e altrettanti il prossimo anno. Anche in questo caso ad aprire il portafoglio saranno europei e canadesi. «L’Ucraina contribuisce alla sicurezza transatlantica e gli Alleati sono uniti nel loro incrollabile sostegno all’Ucraina nella difesa della sua libertà, sovranità e integrità territoriale. Gli Alleati europei e il Canada finanziano attualmente la stragrande maggioranza dell’assistenza alla sicurezza fornita all’Ucraina attraverso mezzi bilaterali e multilaterali. Gli Alleati sottolineano che tale sostegno deve essere equo, prevedibile e sostenibile a lungo termine» recita il quarto dei sei punti diffusi alla fine dei lavori. – Pagine Esteri

*) Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica e movimenti sociali. Scrive anche di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria)

 

04 – Barbara Weisz *: SILVER ECONOMY, IN ITALIA ANZIANI PIÙ RICCHI MA ANCHE PIÙ FRAGILI – IN VENT’ANNI LA FRAGILITÀ PERCEPITA DEGLI OVER 65 È RADDOPPIATA, DAL 18,3% AL 36,6%, MENTRE REDDITI E PATRIMONI DEGLI ANZIANI CRESCONO E IL WELFARE PUBBLICO ARRETRA.

L’Italia è il paese più longevo dell’Unione europea, e il rapporto Censis «Invecchiare nell’Italia della longevità. Come costruire un Paese a misura di anziani» rovescia un luogo comune: i suoi over 65 sono la generazione economicamente più solida di sempre, con redditi familiari cresciuti del 20,4% reale in vent’anni mentre quelli medi delle famiglie arretravano. È però anche la fascia più fragile mai rilevata dall’istituto, e da questa distanza tra ricchezza accumulata e bisogno di assistenza dipendono le scelte di previdenza e welfare dei prossimi anni.

Indice

La fragilità raddoppia in vent’anni
• Quando gli italiani si sentono anziani
• Anziani più ricchi delle generazioni precedenti
• Il conto della longevità scaricato sulle famiglie

LA FRAGILITÀ RADDOPPIA IN VENT’ANNI
In vent’anni la piena autosufficienza tra gli over 65 è scesa dal 78,8% al 62%, 16,8 punti percentuali persi in una sola generazione. La quota di chi, pur autonomo, chiede comunque aiuto nel quotidiano è raddoppiata dal 18,3% al 36,6%: il 31,7% ne ha bisogno di tanto in tanto, il 4,9% incontra parecchie difficoltà nelle attività ordinarie e l’1,4% si dichiara totalmente non autosufficiente.
Sul fronte pubblico, il riparto del Fondo per le non autosufficienze fino al 2027 muove risorse verso assistenza domiciliare e caregiver, un argine che il rapporto giudica comunque insufficiente rispetto a una platea di fragilità in crescita.

QUANDO GLI ITALIANI SI SENTONO ANZIANI
Per gli attuali over 65 la vecchiaia comincia in media a 76,7 anni, ben oltre la soglia anagrafica dei 65. Le risposte si distribuiscono su un ampio ventaglio di età:

ETÀ INDICATA COME INIZIO DELLA VECCHIAIA
QUOTA DEGLI OVER 65
65 anni 5,7%
70 anni 16,6%
75 anni 24,5%
80 anni 28,7%
85 anni 14,5%
Nessuna età precisa 9,5%
Non indica un’età 10,0%

AL DI LÀ DELL’ETÀ, PER IL 69,4% È LA PERDITA DI AUTOSUFFICIENZA A SEGNARE L’INGRESSO NELLA VECCHIAIA, DAVANTI ALLA MORTE DI AMICI E COETANEI (24,9%) E DEL CONIUGE (22,3%); PENSIONAMENTO (8%) E NASCITA DEI NIPOTI (4,2%) CONTANO ORMAI POCO.

ANZIANI PIÙ RICCHI DELLE GENERAZIONI PRECEDENTI
La ricchezza netta media delle famiglie guidate da un over 65 tocca i 303.397 euro, sopra la media nazionale, ed è cresciuta del 40,6% reale in vent’anni mentre quella dell’insieme delle famiglie si fermava al 5,2%. È il fenomeno per cui la ricchezza italiana si concentra nelle famiglie degli over 65. Cresce in parallelo la presenza al lavoro: gli occupati tra 65 e 89 anni sono saliti da 343.000 nel 2005 a 866.000 nel 2025. Il 36,4% dei longevi sostiene economicamente figli e nipoti, a conferma di una fascia tutt’altro che a carico.

IL CONTO DELLA LONGEVITÀ SCARICATO SULLE FAMIGLIE
Quando serve assistenza, il 52,7% degli anziani conta sui figli e il 49,6% su coniugi e conviventi, mentre le reti pubbliche coprono una quota minima: solo l’1,9% può appoggiarsi a infermieri o assistenti domiciliari delle strutture pubbliche. Il 6,7% ricorre a badanti pagate di tasca propria e il 7,8% non ha nessuno su cui contare.

LA SOLITUDINE AMPLIFICA IL RISCHIO: VIVE SOLO IL 29,5% DEGLI OVER 65, QUOTA CHE SALE AL 37% OLTRE I 75 ANNI E A UNA PERSONA SU DUE DOPO GLI 85.

Con famiglie più piccole e proiezioni che portano gli anziani a 18,9 milioni, il 34,6% della popolazione entro il 2050, il modello che delega tutto ai parenti mostra la corda. Il rapporto vede la longevità un costo progressivamente privatizzato, che spinge verso strumenti di copertura individuale come la pensione integrativa con garanzia long term care.
*(Fonte: PMI.it – Barbara Weisz.

05 – Anna Fabi *: STIPENDI FERMI: ITALIA MAGLIA NERA OCSE SUI SALARI REALI
OCCUPAZIONE AI MASSIMI E DISOCCUPAZIONE AL 5% MENTRE IL POTERE D’ACQUISTO È ANCORA INDIETRO DEL 6,1%: I DATI OCSE 2026 E COME STIMARE IL NETTO DALLA RAL.

C’è un paradosso al centro del mercato del lavoro italiano nel 2026: mai così tanti occupati, mai così indietro gli stipendi. Il Paese crea lavoro a ritmi record e porta la disoccupazione ai minimi storici, eppure tra le grandi economie avanzate è quello che ha recuperato meno del potere d’acquisto bruciato dall’inflazione del 2022. La fotografia arriva dalle Prospettive dell’OCSE sull’occupazione 2026, in base alla quale i salari reali risultano sotto i livelli del 2021 mentre l’occupazione tocca il suo massimo.

In sintesi, i dati della scheda “Italia” dell’OECD Employment Outlook 2026 (Geographic Disparities in Jobs and Incomes):

• salari reali inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre 2021, il divario più ampio tra le grandi economie OCSE;
• disoccupazione al 5% a maggio 2026, minimo storico e in linea con la media OCSE del 4,9%;
• tasso di occupazione record del 62,8% nel primo trimestre 2026, ancora 9,3 punti sotto la media OCSE;
• salari reali previsti in calo dello 0,9% nel 2026 e in crescita di appena lo 0,2% nel 2027;
• il 7%-18% di dipendenti privati vincolato da clausole di non concorrenza, sotto la media OCSE del 20-30%.

Indice
• Occupazione ai massimi storici e salari ancora indietro
• Salari, Italia maglia nera delle grandi economie OCSE
• Salari italiani stimati in calo anche nel 2027
• Occupazione e divari territoriali tra i più ampi dell’area OCSE
• Le clausole di non concorrenza frenano mobilità e salari
• Occupazione ai massimi storici e salari ancora indietro
• Il lato occupazionale è la parte in salute del bilancio italiano. La disoccupazione è scesa al 5% a maggio 2026, minimo storico e in linea con la media OCSE (4,9%), mentre l’occupazione ha toccato il record del 62,8% nel primo trimestre. Il calo dei disoccupati, 1,5 punti in un anno, muove per giunta in direzione opposta al resto dell’area: in due terzi dei Paesi OCSE il tasso è tornato a salire, e l’Italia rientra nel ristretto gruppo dell’Europa meridionale, con Grecia, Portogallo e Spagna, dove ha continuato a scendere.

La lettura dei salari ribalta il segno. La forza del mercato del lavoro non si è trasferita alle retribuzioni: il potere d’acquisto bruciato dall’inflazione del 2022 non è ancora tornato indietro, ed è qui che si concentra la parte critica dei dati OCSE.

Salari, Italia maglia nera delle grandi economie OCSE
Tra le grandi economie, l’Italia è quella con il divario più ampio nel recupero del potere d’acquisto dopo lo shock inflazionistico del 2022. Nel primo trimestre 2026 i salari reali italiani sono cresciuti dell’1,3% su base annua ma quasi soltanto per effetto dell’inflazione tornata bassa, e sono ancora inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre 2021. L’economista OCSE Andrea Garnero, tra i curatori del rapporto, ha sintetizzato il divario come «20 giorni di lavoro gratis» rispetto al 2021, a parità di potere d’acquisto.

Il problema è la difficoltà dei salari nel recuperare terreno. Le zone d’ombra non riguardano pertanto l’importo lordo in busta paga: le retribuzioni medie italiane raccontano infatti una gerarchia diversa. C’è infatti anche il filtro del prelievo da valutare. A parità di lordo, il netto italiano è compresso da un cuneo fiscale tra i più alti dell’area OCSE, che riduce la quota di stipendio che arriva in tasca. È una delle ragioni per cui il recupero del potere d’acquisto, già lento sul fronte reale, si fa sentire di più sulle famiglie.
Il calo dei salari reali è un fenomeno aggregato, e sulla singola busta paga si misura partendo dal netto. Per vedere quanto la propria RAL renda oggi in busta, il primo passo è calcolare lo stipendio netto con le aliquote IRPEF e le detrazioni 2026.

SALARI ITALIANI STIMATI IN CALO ANCHE NEL 2027
Le proiezioni OCSE indicano salari reali italiani in calo dello 0,9% nel 2026 e in crescita di appena lo 0,2% nel 2027. Il freno atteso arriva dai recenti rincari energetici, che spingono di nuovo al rialzo l’inflazione, dai pochi rinnovi di contratti collettivi in programma per il 2027 e dal rallentamento in corso del mercato del lavoro. Sono previsioni condizionate, utili per orientarsi e non certezze: dipendono anche dall’evoluzione dei prezzi dell’energia e del contesto geopolitico.

OCCUPAZIONE E DIVARI TERRITORIALI TRA I PIÙ AMPI DELL’AREA OCSE
Il record occupazionale del 62,8% si attesta comunque ancora per circa 9,3 punti sotto la media OCSE (72,1%), confermandosi uno dei valori più bassi dell’area.

Il divario è marcato soprattutto per donne e giovani. E la crescita dell’occupazione ha peraltro rallentato negli ultimi mesi, a differenza degli altri Paesi del Sud Europa.
Sul territorio, il caso italiano diventa estremo: nel quintile delle province con i risultati peggiori la disoccupazione è più di quattro volte quella del quintile migliore, contro un rapporto di circa due nella media OCSE. Dall’inizio degli anni 2010 il divario territoriale nei tassi di occupazione si è ridotto del 10,4%, in linea con gli altri Paesi, e il gap è comunque ampio.
C’è poi un dato che smentisce la mobilità come soluzione automatica: chi lascia le aree a bassa occupazione è in media più giovane, più istruito e più spesso già occupato di chi rimane. Il risultato è che gli spostamenti interni rischiano di ampliare i divari territoriali invece di ridurli, drenando capitale umano dalle regioni che ne avrebbero più bisogno.
LE CLAUSOLE DI NON CONCORRENZA FRENANO MOBILITÀ E SALARI
L’Outlook 2026 collega la debolezza salariale anche alla diffusione delle clausole di non concorrenza, i patti che impediscono al lavoratore, dopo la fine del rapporto, di passare a un concorrente o di avviare un’attività rivale. In Italia, secondo i datori di lavoro, ne è vincolato tra il 7% e il 18% dei dipendenti del settore privato, meno della media OCSE (20-30%), con una tendenza al rialzo segnalata dalle stesse imprese.
L’evidenza citata dall’OCSE indica che queste clausole possono ridurre la mobilità, comprimere i salari e rallentare la produttività, limitando la circolazione di lavoratori e conoscenze tra imprese. È un fronte su cui l’Autorità Garante della Concorrenza italiana sta alzando l’attenzione.
*(Fonte: PMI.it – Anna Fabi, giornalista)

 

06 – Guido Moltedo*: VATICANO A STELLE E STRISCE. E NONOSTANTE TRUMP. TEMPI PRESENTI «PAPI, DOLLARI E GUERRE» DI MASSIMO FRANCO, PER SOLFERINO. IL RUOLO E LE RISORSE DELLA CHIESA USA NELL’ELEZIONE DI LEONE OSTEGGIATA DAL TYCOON.

A un anno dal suo insediamento, Leone XIV è già nella Storia. I viaggi apostolici in Africa e in Spagna mostrano Father Bob perfettamente a suo agio nella veste talare bianca, un leader con una propria connotazione, non più definita per contrasto con il vulcanico predecessore sudamericano. E dire che la sua elezione aveva suscitato grande sorpresa, e non in senso positivo. Un americano? E non un americano effervescente come Tim Dolan, ma un tipo riflessivo, incline, si sarebbe detto, a sopire dopo le turbolenze creative di Francesco.

EPPURE NON È STATA affatto una sorpresa, se è stata, come racconta Massimo Franco in Papi, dollari e guerre (Solferino, pp. 368, euro 22), il punto di arrivo coerente di una lunga e complicata storia, americana e transatlantica. Il filo narrativo che lo spiega meglio è quello del denaro. Nel libro è affrontato con il realismo che merita: il Vaticano, se è indebolito, quando si trova a eleggere il successore di Francesco, lo è anche per ragioni economiche. Il tema dei conti che non tornano è da tempo motivo di divisioni interne, ma anche ragione di riposizionamenti da parte del potere di Roma rispetto agli episcopati più importanti e meglio equipaggiati con i soldi, come quello statunitense. La perdita di centralità dell’Europa cattolica e dei suoi episcopati, quello italiano in particolare, procede con la crescita del ruolo dell’episcopato americano. E dei suoi dollari.

Gli Stati Uniti rappresentano oggi un interlocutore decisivo della Santa Sede, non solo come massima potenza politico-militare dell’Occidente: quarto paese cattolico al mondo dopo Brasile, Messico, Filippine, e prima singola denominazione religiosa del paese, al confronto di un protestantesimo frammentato. Da tempo, inoltre, i cattolici occupano posizioni di rilievo in politica, amministrazione e istituzioni giudiziarie con un’influenza che si dispiega sul piano simbolico e su quello decisionale. Ed elettoralmente il blocco cattolico – che in crescente misura è sovrapponibile alla componente demografica ispanica – è diventato un pezzo decisivo in ogni elezione. Da tempo l’elettorato cattolico si è progressivamente orientato verso i Repubblicani e, con quasi identiche percentuali, perfino verso una figura come Donald Trump, esponente di quel protestantesimo bianco e anglosassone fortemente anticattolico.

L’elezione di un papa americano era tuttavia rimasta nel novero delle ipotesi improbabili sia per il timore di sovrapporre il primato spirituale della Chiesa al primato geopolitico degli Stati Uniti, sia per evitare che il papato apparisse il riflesso religioso dell’egemonia americana. Eppure già nel precedente conclave questa soglia simbolica aveva cominciato a incrinarsi, con la possibile candidatura del cardinale cappuccino di Boston Sean Patrick O’Malley.

Certo, nel momento in cui la potenza economica di una singola Chiesa diventa chiave narrativa dominante, gli ultimi Conclavi possono sembrare guidati da logiche di un’assemblea di azionisti, nella quale prevale chi dispone delle risorse più cospicue: un aspetto reale e spesso rimosso della vita ecclesiale, ma che tende a lasciare in ombra altri fattori non meno decisivi di quest’epoca di forti trasformazioni anche per un corpaccione conservatore come la Chiesa cattolica: le correnti dottrinali, i conflitti ecclesiologici, il peso crescente delle Chiese africane e asiatiche, la ridefinizione del rapporto tra centro romano e periferie globali.

ORA CHE È SUCCESSO, sembra normale che un americano guidi la Chiesa cattolica; ma che ciò avvenga nella più turbolenta epoca della politica statunitense, e mondiale, con al centro un protagonista come Trump, ha i contorni della fantascienza. Due americani che hanno le chiavi del mondo: da una parte un’autorità che parla il linguaggio dell’universalismo e della mediazione; dall’altra un potere politico-personale che si esprime nei termini della forza e del suprematismo. Un confronto non nuovo, anzi a lungo animato, come racconta Franco, da incomprensioni reciproche, ma che oggi sembra raggiungere livelli di frizione che solo l’alta autostima di Leone e la sua conoscenza delle dinamiche americane sembrano riuscire a contenere.

Anche in questo lavoro, Franco intreccia fatti e analisi con il gusto del racconto. Così nello scorrere delle pagine appaiono ritratti ben costruiti, figure larger than life del cattolicesimo statunitense, come i cardinali newyorkesi Spellman e Dolan, e di luoghi come il Collegio americano al Gianicolo. Sono pagine che spalancano un mondo americano nel cuore di Roma.
*(Fonte: Il Manifesto – Guido Moltedo segue da anni la politica statunitense ed è attualmente capo della redazione esteri del quotidiano «Europa». È stato vicedirettore del «Manifesto» e ha collaborato con «Le Monde Diplomatique» e con l’«Harvard International Journal of Press/Politics».)

 

07 – Benjamin Selwyn*: MARX E L’ECONOMIA CIRCOLARE. OGGI, MOLTI USANO IL TERMINE “ECONOMIA CIRCOLARE” PER DESCRIVERE UN CAMBIAMENTO NELL’UTILIZZO DEI RIFIUTI INDUSTRIALI SENZA PERÒ METTERE IN DISCUSSIONE L’ATTUALE MODO DI PRODUZIONE. RICHIAMANDOSI A MARX, BENJAMIN SELWYN DIMOSTRA CHE QUESTO USO DEL TERMINE È CONCEPITO PER ASSECONDARE LE ESIGENZE DI ACCUMULAZIONE DELL’ECONOMIA CAPITALISTA, PIUTTOSTO CHE PER INDICARE UN CAMBIAMENTO RADICALE NELL’UTILIZZO DELLE RISORSE.

Un tempo concetto di nicchia, l’economia circolare è diventata una parola d’ordine, alimentata dall’ansia climatica e da politici e imprenditori desiderosi di rafforzare le proprie credenziali ecologiche. Viene presentata come un new business paradigm. [1] Espressioni come “Riduci, riutilizza, ricicla” sono ormai diffuse ovunque.

Mentre il tradizionale modello di business “lineare” si basa su: estrazione → produzione → uso → smaltimento, l’economia circolare promette qualcosa di radicalmente diverso. La Fondazione Ellen MacArthur, la sua più importante sostenitrice, la definisce come: «un sistema in cui i materiali non diventano mai rifiuti e la natura viene rigenerata… I prodotti e i materiali vengono mantenuti in circolazione attraverso processi come la manutenzione, il riutilizzo, il ricondizionamento, la rigenerazione, il riciclaggio e il compostaggio.» [2]

La Fondazione, come molti sostenitori dell’economia circolare, la presenta come un sistema vantaggioso per tutti: un bene per il pianeta e un bene per i profitti delle aziende. La sua novità è parte del suo fascino: una rottura con il business-as-usual.

Tra queste aziende c’è BASF, multinazionale tedesca e più grande produttore chimico del mondo, che ha lanciato il suo progetto ChemCycling. I rifiuti di plastica vengono riciclati in una materia prima industriale – l’olio di pirolisi – che viene poi riutilizzato per fabbricare nuovi prodotti in plastica. Un altro esempio, dal settore della moda, è il programma di ritiro di Primark, in cui i clienti donano i propri capi di abbigliamento che non usano più e il rivenditore li ricicla in materiali come isolanti e imbottitura.

Come gran parte del pensiero ecomodernista, le concezioni dominanti dell’economia circolare mirano a rilanciare la crescita capitalistica in questo periodo di crisi ecologica. Non menzionano, non discutono né cercano di superare i rapporti sociali costitutivi del capitalismo – l’accumulazione competitiva e lo sfruttamento del lavoro da parte del capitale – che accelerano la sempre maggior appropriazione della natura da parte del sistema. Al contrario, i nuovi modelli di business vengono presentati come strumenti in grado di garantire una rinnovata crescita attraverso la sostenibilità.

Tuttavia, lungi dall’offrire una nuova via di fuga dall’assalto del capitalismo alla natura, Karl Marx – scrivendo oltre 150 anni fa – aveva già individuato strategie di produzione capitalistica che assomigliano in modo sorprendente all’odierna concezione di economia circolare. Tali intuizioni permettono di collocare il discorso e la pratica dell’economia circolare all’interno di un più ampio percorso di innovazioni nell’ambito del capitalismo industriale.

In una sezione del terzo volume del Capitale intitolata “Utilizzazione dei residui della produzione”, Marx descriveva dettagliatamente come «con il modo di produzione capitalistico si allargano le possibilità di utilizzo dei residui della produzione e del consumo.» Tra questi residui rientrano i rifiuti industriali e i beni di consumo usurati. «Nell’industria chimica, i prodotti accessori che vanno perduti in un’organizzazione produttiva di mole modesta; le limature che risultano dalla fabbricazione meccanica e nuovamente si immettono nella produzione del ferro.» [3] La concorrenza spinge il capitale alla ricerca di soluzioni innovative per ridurre i costi, ma richiede anche ingenti investimenti e conoscenze scientifiche già consolidate per rendere possibile tale riciclaggio/riutilizzo:

Naturalmente, il rincaro delle materie prime costituisce lo stimolo per l’utilizzo dei residui. In complesso, le condizioni necessarie per una tale riutilizzazione si possono così indicare: presenza dei residui in larghe masse, quali si ricavano solo dall’organizzazione del lavoro su vasta scala; perfezionamento del macchinario, per cui materie inutilizzabili nella loro forma originaria possono essere trasformate utilmente per nuove produzioni; progresso della scienza, specie della chimica, da cui dipende l’accertamento delle proprietà utili dei diversi residui.[4]

Inoltre: «L’esempio più notevole in fatto di utilizzo di residui è offerto dall’industria chimica. La quale consuma non solo i suoi propri avanzi, trovando loro nuove forme d’impiego, ma pure quelli delle altre industrie del più vario genere, e ad esempio trasforma il catrame di gas, prima quasi privo di utilità, in colori d’anilina, in alizarina e di recente perfino in medicinali.» [5]

Oltre al riutilizzo dei materiali da parte dell’industria, venivano riutilizzati anche i vecchi indumenti e i vecchi tessuti. Marx cita il rapporto di un ispettore di fabbrica sull’industria laniera britannica:

Un tempo era abitudine considerare con disprezzo e quindi mettere al bando l’approntamento di avanzi e stracci di lana ai fini di una loro ulteriore lavorazione; ma simile pregiudizio è completamente svanito di fronte all’affermarsi dello shoddy trade (industria della lana artificiale) … La richiesta è talmente aumentata che si utilizzano anche tessuti misti di lana e cotone, essendosi trovato il modo di eliminare il cotone, senza danneggiare la lana; e oggi migliaia di operai sono occupati nella fabbricazione di shoddy, con gran vantaggio del consumatore, il quale può ora acquistare del panno di buona qualità media a un prezzo assai mite. [6]

Marx distingueva anche tra l’utilizzo e la riduzione dei rifiuti nella produzione industriale: «da questa economia dei residui della produzione, realizzata con il loro riutilizzo, bisogna distinguere l’economia che si ottiene nella produzione stessa dei residui, ossia la riduzione al minimo degli scarti della produzione e la immediata utilizzazione, in misura massima, di tutte le materie prime e sussidiarie che entrano nella produzione». [7]

Tuttavia, «un tale risultato dipende da ultimo dalla qualità della materia prima medesima… dal perfezionamento dei trattamenti cui la materia prima viene sottoposta prima del suo ingresso nella manifattura». [8]

Marx concludeva la sua analisi sull’utilizzazione dei residui della produzione osservando che «occorre l’esperienza dell’operaio combinato per scoprire e additare come e dove si possa economizzare, quali siano i mezzi più semplici per tradurre in realtà invenzioni già fatte, quali difficoltà pratiche sia necessario superare per realizzare la teoria – per farne cioè applicazione nel processo produttivo.»[9]Qual è il significato dell’individuazione da parte di Marx delle dinamiche dell’economia circolare nell’industria capitalistica delle origini? In primo luogo, ciò smentisce molte delle affermazioni relative alla novità dell’economia circolare. In secondo luogo, evidenzia la relativa flessibilità dell’accumulazione capitalistica dove, attraverso innovazioni competitive, i rifiuti diventano una risorsa produttiva. Marx sottolinea gli ingenti investimenti – da parte dei singoli capitalisti nelle loro fabbriche e da parte dello Stato nel sostegno alla ricerca scientifica – necessari affinché tali dinamiche si verifichino. Infine, evidenzia come, sebbene molte di queste innovazioni nascano dall’ingegnosità dei lavoratori, questi ultimi non ne traggano alcun beneficio. Più profondamente, Marx ha chiarito che mentre le innovazioni industriali generano dinamiche del tipo “economia circolare”, la continua espansione del capitalismo comporta un uso delle risorse sempre maggiore. Nell’ambito dell’accumulazione competitiva, i profitti sono garantiti attraverso lo sfruttamento del lavoro e l’espropriazione della natura come «forza gratuita» del capitale. [10]

L’analisi marxiana di queste dinamiche come parti integranti dell’innovazione e dell’espansione capitalista, ci mette in guardia dal porre le nostre speranze per una vera sostenibilità ambientale nell’economia circolare. Infatti, se da un lato l’interesse per l’economia circolare è aumentato vertiginosamente nell’ultimo decennio, dall’altro è aumentata – attraverso il crescente utilizzo delle risorse – la distruzione dell’ambiente naturale da parte del capitalismo. L’impronta materiale globale – ovvero le materie prime estratte per il consumo finale – è aumentata del 113%, passando da 43 a 92 miliardi di tonnellate tra il 1990 e il 2017, e si prevede che raggiungerà i 190 miliardi di tonnellate entro il 2060.[11] Secondo il Circularity Gap Report, tra il 2018 e il 2023 la quota di materiali primari [al primo utilizzo] che entra nell’economia mondiale è aumentata, mentre la quota di materiali secondari (riciclati) è scesa dal 9,1% al 7,2%.[12]Ciò significa forse che tutte le concezioni dell’economia circolare siano miopi (presentandola come qualcosa di nuovo quando non lo è) o apologetiche (promuovendo il perpetuarsi della concorrenza capitalistica)? Non necessariamente.

Sebbene lo sviluppo tecnologico sotto il capitalismo sia progettato per facilitare un’accumulazione espansiva, Andrea Genovese e Mario Pansera individuano un approccio ecosocialista alternativo alle innovazioni tecnologiche. [13]

Le concezioni dominanti dell’economia circolare presuppongono che l’ingegnosità produttiva dei lavoratori diventi proprietà privata dei loro datori di lavoro. Un approccio ecosocialista pone la democrazia economica – le questioni relative a chi possiede cosa, chi fa cosa, e chi ottiene cosa – al centro della propria analisi.

Il concetto di strumenti conviviali indica che lo sviluppo tecnologico dovrebbe essere progettato dai lavoratori e per i lavoratori e dovrebbe essere orientato al miglioramento delle relazioni sociali umane (facilitando il lavoro e riducendo la giornata lavorativa), piuttosto che al sostegno dell’accumulazione competitiva. Dovrebbe essere liberamente accessibile (open source) e costruito per durare (eliminando l’obsolescenza programmata). Dovrebbe basarsi sulla bio-estrazione: sistemi di produzione progettati per facilitare la riproduzione dei cicli riparatori della natura (come un sistema alimentare sempre più a base vegetale). [14]
Riducendo, e infine eliminando, [il processo di] estrazione-produzione-consumo-smaltimento/rifiuti imposto dall’accumulazione competitiva, sarebbe possibile pianificare razionalmente la produzione per soddisfare le esigenze umane e ambientali del nostro pianeta.
*(Benjamin Selwyn – is Professor of International Development, in the department of International Relations, University of Sussex, UK)

 

Note

[1] Matias Lindale e Carl Alhambra, The Circular Economy: Towards a New Business Paradigm with Support from Public Policy, Stockholm Environment Institute, maggio 2022, sei.org.
[2] What Is the Meaning of a Circular Economy and What Are the Main Principles? Ellen MacArthur Foundation, s.I.m, ellenmacarthurfoundation.org.
[3] Karl Marx e Friedrich Engels, Collette Works, vol. 37, International Pubblicherà, New York 1975, p. 103; tre. it. di Maria Luisa Buggeri, Karl Marx, Il Capitale, Libro terzo, in Marx Engels, Opere, vol. 32, Edizioni Lotta Comunista, Sesto San Giovanni (MI) 2022, p. 132.
[4] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, op. cit., p. 103; tr. it., Karl Marx, Il Capital, Libra torso, op. cit., pp. 132-133.
[5] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, op. cit., vol. 37, p. 104; tr. it., Karl Marx, Il Capital, Libra torso, op. cit., pp. 134.
[6] Reports of Insp. of Factories, Oct. 1863, citato in Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, op. cit., vol. 37, p. 104; tr. it., Karl Marx, Il Capital, Libra torso, op. cit., pp. 133-134.
[7] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, op. cit., p. 104; tr. it., Karl Marx, Il Capital, Libra torso, op. cit., pp. 134.
[8] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, op. cit., pp. 104-105; tr. it., Karl Marx, Il Capital, Libra torso, op. cit., pp. 134.
[9] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, op. cit., pp. 106; tr. it., Karl Marx, Il Capital, Libra torso, op. cit., pp. 135
[10] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, op. cit., pp. 732-737; tr. it., Karl Marx, Il Capital, Libra torso, op. cit., pp. 771-776.
[11] UN Statistics Division, Sustainable Development Goal 12: Responsible Consumption and Production, s.I.m, unstats.un.org.
[12] The Circularity Gap Report, Circle Economy, 2023, p. 9.
[13] Andrea Genovese e Mario Pansera, the Circular Economy at a Crossroads: Technocratic Eco-Modernism or Convivial Technology for Social Revolution? in “Capitalism Nature Socialism”, 32, n. 2, 2021, pp. 95-113.
[14] Benjamin Selwyn e Charis Davis, The Case for Socialist Veganism: A Political-Economic Approach, in “Monthly Review”, 75, n. 9, febbraio 2024, pp. 36-51; tr. it., Veganesimo socialista, Antropocene Ecologia Socialismo, 01.08.2024.

 

08 – Anna Fabi*: EURO DIGITALE AL NEGOZIATO FINALE: REGOLE PER IMPRESE, SERVIZI, COSTI, POS E PAGAMENTI ELETTRONICI – DOPO IL VOTO DELL’AULA DI STRASBURGO, IL CONFRONTO CON IL CONSIGLIO PARTE A METÀ LUGLIO E DOVRÀ FISSARE IL TETTO ALLE COMMISSIONI E I LIMITI DI DETENZIONE. IL PARLAMENTO EUROPEO HA DATO IL VIA LIBERA AL NEGOZIATO FINALE SULL’EURO DIGITALE.

L’Aula di Strasburgo ha approvato la posizione sui tre dossier del pacchetto sulla moneta unica e ha respinto le obiezioni di ECR e Patrioti, aprendo il confronto con il Consiglio UE sul testo definitivo. Per imprese, esercenti e prestatori di servizi di pagamento la posizione votata fissa già l’impianto delle regole su accettazione nei negozi, commissioni di incasso, limiti di detenzione e privacy della moneta pubblica digitale.

In sintesi:
• il voto della plenaria del 9 luglio 2026 (416 favorevoli, 169 contrari, 22 astenuti) respinge le obiezioni di ECR e Patrioti;
• il negoziato con il Consiglio UE, guidato dal relatore Fernando Navarrete del PPE, parte il 13 luglio sotto presidenza irlandese;
• i servizi di base per i cittadini sono gratuiti, mentre le commissioni per esercenti e PSP avranno un tetto europeo basato sui costi;
• le imprese potranno trattenere gli incassi in euro digitale non oltre 24 ore, con pilota di 12 mesi dal 2027 e prima emissione possibile nel 2029.

Indice
• Accettazione nei negozi tra obblighi e deroghe
• Servizi gratuiti, costi e commissioni POS limitate
• La mappa degli obblighi per privati, imprese e banche
• Limiti di detenzione e incassi aziendali entro 24 ore
• Commissioni e limite di detenzione ancora da negoziare
• Privacy offline e smarrimento del dispositivo
• La sfida europea a Visa, Mastercard e PayPal
• Calendario del negoziato e prima emissione

ACCETTAZIONE NEI NEGOZI TRA OBBLIGHI E DEROGHE
La posizione votata obbliga la maggior parte delle imprese ad accettare l’euro digitale, con deroghe per autonomi, piccole e microimprese prive di altri pagamenti digitali. Il nuovo mezzo di pagamento pubblico è pensato per affiancare carte, app e contante come euro digitale come forma elettronica di contante, utilizzabile in tutta l’area euro sia online sia offline.

L’obiettivo politico dichiarato è offrire una soluzione pubblica paneuropea che non dipenda soltanto dai circuiti privati extra-UE. Oltre alle deroghe per i piccoli operatori, il testo prevede rifiuti temporanei dell’incasso in caso di blackout o indisponibilità tecnica del sistema.

SERVIZI GRATUITI, COSTI E COMMISSIONI POS LIMITATE
Per i cittadini i servizi di base sono gratuiti, mentre le commissioni a carico di esercenti e prestatori di servizi di pagamento avranno un tetto unico nell’Eurozona ancorato ai costi. Rientrano nei servizi gratuiti l’apertura del wallet, la detenzione dei fondi e l’accesso ad almeno uno strumento di pagamento, mentre i pagamenti offline sono privi di costi.

COMMISSIONI POS
COMMISSIONI POS: NUOVO PROTOCOLLO MEF PER RIDURRE I COSTI AGLI ESERCENTI
Il tetto alle commissioni degli esercenti segue il principio del no worse off: non potrà superare quanto già applicato dai mezzi di pagamento comparabili e sarà calcolato sul rapporto tra la media ponderata delle commissioni dei circuiti di carte e il valore complessivo delle transazioni degli ultimi dodici mesi. La BCE lega inoltre il progetto agli standard aperti per i pagamenti, pensati per ridurre duplicazioni tecniche e aggiornamenti separati dei terminali.

LA MAPPA DEGLI OBBLIGHI PER PRIVATI, IMPRESE E BANCHE
Il trattamento previsto dalla posizione del Parlamento cambia a seconda che si usi, si distribuisca o si debba adeguare l’incasso all’euro digitale. La tabella riassume gli effetti per ciascun soggetto:

SOGGETTO Cosa prevede la posizione del Parlamento
CITTADINI Servizi di base gratuiti e pagamenti online oppure offline, con il Wallet come alternativa pubblica a carte e app private.
ESERCENTI Accettazione ampia quando l’attività incassa già con strumenti digitali, con verifica di commissioni, aggiornamenti software e condizioni del PSP.
MICROIMPRESE E AUTONOMI Deroga all’obbligo per chi è privo di altri incassi digitali, con esclusione delle attività ancora legata solo al contante.
IMPRESE Incassi in euro digitale trattenibili non oltre 24 ore, con riversamento in blocco verso conto bancario e tesoreria aziendale.
BANCHE E PSP Distribuzione del Wallet, onboarding e servizi aggiuntivi, con tetto alle fee e nuovi standard tecnici europei.

LIMITI DI DETENZIONE E INCASSI AZIENDALI ENTRO 24 ORE
Ogni cittadino avrà un tetto massimo di euro digitali detenibili, fissato dalla Commissione su raccomandazione BCE e rivisto almeno ogni due anni, mentre le imprese potranno trattenere gli incassi non oltre 24 ore. Per le attività commerciali si tratta di un limite infragiornaliero: entro la giornata i negozianti devono procedere al prelievo in blocco degli euro digitali sui propri conti o depositi, con la sola deroga degli eventi di forza maggiore, durante i quali l’accumulo è temporaneamente libero.

La logica è evitare uno spostamento massiccio dai depositi bancari verso moneta BCE. Per questo l’euro digitale è privo di interessi e costruito come strumento di pagamento più che come prodotto di risparmio.

COMMISSIONI E LIMITE DI DETENZIONE ANCORA DA NEGOZIARE
L’importo del tetto alle commissioni e il livello del limite di detenzione non sono ancora fissati e dipenderanno dal confronto tra Parlamento e Consiglio. Sono le due variabili che decideranno il costo effettivo dello strumento per chi incassa e per chi lo distribuisce, e restano il capitolo più aperto del pacchetto.

Sul fronte dei prestatori di servizi di pagamento, il nodo più discusso è la remunerazione lungo la catena dei pagamenti: gli istituti chiedono un compenso per la partecipazione al sistema, mentre il principio del tetto punta a mantenere le commissioni degli esercenti sotto i livelli attuali delle carte. Per un’attività commerciale la differenza pratica tra le due posizioni si tradurrà in quanto costerà davvero accettare l’euro digitale rispetto a un incasso con carta, ed è la ragione per cui il tavolo del trilogo va seguito da vicino da banche, PSP ed esercenti.

PRIVACY OFFLINE E SMARRIMENTO DEL DISPOSITIVO
I pagamenti offline funzioneranno tramite dispositivi locali con principi di privacy-by-design, ma il denaro caricato sul dispositivo va perso se questo viene smarrito, come accade con il contante fisico. Il Parlamento prevede transazioni verificate senza esporre i dati personali, trattati solo nella misura indispensabile al funzionamento del sistema, con tecnologie come le prove a conoscenza zero.

La funzione offline è il tratto più vicino al contante e comporta un rischio pratico da spiegare ai clienti prima dell’avvio graduale: la BCE dovrà definire a monte le regole di responsabilità, a partire dal rischio del doppio utilizzo dello stesso importo.

LA SFIDA EUROPEA A VISA, MASTERCARD E PAYPAL – PAGAMENTI BANCOMAT
PAGAMENTI UE: BANCOMAT SFIDA VISA E MASTERCARD E TAGLIA LE COMMISSIONI

Il progetto punta a ridurre la dipendenza dell’area euro dai circuiti extra-UE, che oggi gestiscono la quota prevalente dei pagamenti con carta. Secondo i dati BCE citati nel dibattito, Visa e MasterCard coprono circa il 61% dei pagamenti con carta nell’area euro e quasi tutte le transazioni transfrontaliere.
Il voto assume così anche una lettura di sovranità nei pagamenti: una soluzione pubblica paneuropea rafforza l’autonomia dell’Europa rispetto a standard proprietari controllati fuori dall’area euro, in un mercato dove crescono anche le stablecoin ancorate al dollaro.

CALENDARIO DEL NEGOZIATO E PRIMA EMISSIONE
Il trilogo con il Consiglio parte il 13 luglio sotto la presidenza irlandese e punta a chiudere il regolamento entro fine 2026. Il Consiglio ha definito la propria posizione a dicembre 2025 e i due testi sono considerati vicini, condizione che rende plausibile la chiusura entro l’anno.

Il calendario tecnico mantiene tre tappe: sviluppo con i PSP selezionati nel terzo trimestre 2026, progetto pilota di 12 mesi dalla seconda metà del 2027 e prima emissione possibile nel 2029, subordinata all’adozione del regolamento e alla decisione del Consiglio direttivo BCE. Queste scadenze seguono il cronoprogramma dell’euro digitale definito dalla BCE, che banche, PSP ed esercenti hanno davanti fino all’accordo inter istituzionale.
*(Fonte: PMI.it – Anna Fabi, Esperta di Economia, Fisco e Information Technology, scrive da anni di attualità legata al mondo delle piccole e medie impresa)

09 – Teresa Barone TRASFERIRSI IN GRECIA IN PENSIONE, SI PAGA SOLO IL 7% DI TASSE PER I PRIVATI – L’ALIQUOTA UNICA AL 7% VALE SU PENSIONE, AFFITTI E DIVIDENDI ESTERI E DURA TRE LUSTRI: CONTA IL TIPO DI ASSEGNO E VA FATTO UN CALCOLO CASO PER CASO.

La Grecia è diventata la destinazione fiscale preferita dai pensionati italiani che valutano di trasferirsi all’estero dopo la pensione per pagare meno tasse, soprattutto dopo la stretta del regime portoghese iper-agevolato. Il richiamo è un’imposta unica del 7% che non colpisce solo l’assegno previdenziale ma ogni reddito di fonte estera. La convenienza non è però uguale per tutti: dipende da come è maturata la pensione e da quanto è alto l’importo lordo.

In sintesi:
• l’agevolazione dura quindici anni ed è disciplinata dall’articolo 5B della legge greca 4172/2013;
• possono accedervi solo i pensionati non residenti fiscalmente in Grecia per almeno cinque dei sei anni precedenti;
• la domanda va presentata alle autorità fiscali greche entro il 31 marzo dell’anno di riferimento;
• la ripartizione tra Italia e Grecia segue gli articoli 18 e 19 della Convenzione ratificata con legge 445/1989;
• gli ex dipendenti pubblici sono esclusi e continuano a essere tassati in Italia.

Indice
• L’imposta sostitutiva greca al 7% su pensione e redditi esteri
• Chi può trasferire la pensione in Grecia e chi è escluso
• Quanto si risparmia trasferendo la pensione in Grecia
• I requisiti per accedere al regime dei pensionati esteri
• Trasferirsi in Grecia in pensione, residenza fiscale e assegno lordo
• I controlli dell’Agenzia delle Entrate sulla residenza effettiva

L’IMPOSTA SOSTITUTIVA GRECA AL 7% SU PENSIONE E REDDITI ESTERI
Chi trasferisce la residenza fiscale in Grecia paga un’imposta sostitutiva del 7% su pensione e altri redditi di fonte estera per quindici anni, al posto dell’imposizione ordinaria. Il regime è disciplinato dall’articolo 5B del Codice greco delle imposte sui redditi (legge 4172/2013), attivato nel 2020 per attrarre nuovi residenti.

L’aliquota è forfettaria e si applica a prescindere dall’importo dell’assegno. Il punto meno noto è la sua estensione: oltre alla pensione, il 7% assorbe anche dividendi, interessi, plusvalenze e canoni di locazione percepiti fuori dalla Grecia, ad esempio da immobili o titoli italiani. I soli redditi di fonte greca restano soggetti all’IRPEF ellenica ordinaria, che sale fino al 44%.

CHI PUÒ TRASFERIRE LA PENSIONE IN GRECIA E CHI È ESCLUSO
Il regime al 7% spetta ai titolari di pensione privata; gli ex dipendenti pubblici sono esclusi e continuano a essere tassati in Italia. La distinzione nasce dalla Convenzione contro le doppie imposizioni tra Italia e Grecia, ratificata con legge 445/1989.

L’articolo 18 assegna le pensioni private allo Stato di residenza, quindi alla Grecia; l’articolo 19 riserva le pensioni pubbliche allo Stato che le eroga, quindi all’Italia, salvo che il pensionato abbia anche la cittadinanza greca. Un chiarimento dell’Agenzia delle Entrate precisa che a contare è la natura del rapporto di lavoro da cui deriva la pensione, non l’ente che paga l’assegno: chi ha lavorato in enti un tempo pubblici come Poste o Ferrovie deve verificare la qualificazione del proprio trattamento prima di trasferirsi.
Trasferimento all’estero: quali regole e tasse per i pensionati

QUANTO SI RISPARMIA TRASFERENDO LA PENSIONE IN GRECIA
Su una pensione lorda di 30.000 euro l’anno l’imposta greca al 7% è di 2.100 euro, contro i circa 7.100 euro di IRPEF lorda che lo stesso importo sconta in Italia. La forbice si allarga al crescere dell’assegno, perché l’aliquota greca resta fissa mentre quella italiana è progressiva.

Pensione lorda annua Imposta in Grecia al 7%
20.000 euro 1.400 euro
30.000 euro 2.100 euro
40.000 euro 2.800 euro
50.000 euro 3.500 euro
70.000 euro 4.900 euro
In Italia la stessa pensione sconta l’IRPEF per scaglioni (23% fino a 28.000 euro, 35% fino a 50.000 euro, 43% oltre): su 30.000 euro sono circa 7.140 euro, su 50.000 circa 14.140 euro, prima delle detrazioni per redditi da pensione e delle addizionali regionali e comunali. Le detrazioni abbassano il carico effettivo sui redditi più bassi, le addizionali lo alzano di uno o due punti: per il conto netto sul proprio caso conviene partire dall’IRPEF reale.
Per conoscere il risparmio effettivo nel proprio caso basta prima calcolare online l’IRPEF sulla pensione in Italia e poi confrontare le tasse con l’imposizione fiscale in Grecia.

I REQUISITI PER ACCEDERE AL REGIME DEI PENSIONATI ESTERI
Per ottenere il 7% occorre non essere stati residenti fiscali in Grecia per almeno cinque dei sei anni precedenti e presentare domanda entro il 31 marzo dell’anno di riferimento. La platea è quella dei titolari di pensione estera, a prescindere dalla nazionalità.

Gli altri presupposti sono i seguenti:
• provenire da un Paese legato alla Grecia da una convenzione fiscale o da un accordo di cooperazione amministrativa, condizione che l’Italia soddisfa;
• attendere la decisione dell’autorità fiscale greca, che dispone di sessanta giorni per accettare o respingere l’istanza;
• versare l’imposta forfettaria annuale in un’unica soluzione.
• Trasferirsi in Grecia in pensione, residenza fiscale e assegno lordo
• Ottenuta la residenza fiscale greca, il pensionato chiede all’INPS di erogare l’assegno al lordo, presentando la documentazione che attesta l’ammissione al regime ellenico. A quel punto l’Istituto sospende le trattenute IRPEF e le addizionali comunali e regionali, e la tassazione si sposta interamente in Grecia.

Il percorso passa dall’iscrizione all’AIRE, l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero, che formalizza lo spostamento della residenza. È il presupposto perché l’Italia riconosca la potestà impositiva greca sulla pensione privata ed eviti la doppia tassazione sullo stesso reddito.

I CONTROLLI DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE SULLA RESIDENZA EFFETTIVA
L’Agenzia delle Entrate verifica che il trasferimento sia reale: servono l’iscrizione all’AIRE e una presenza effettiva in Grecia di almeno 183 giorni l’anno. Una residenza solo formale, con casa, famiglia e centro degli affari rimasti in Italia, espone alla contestazione dell’estero vestizione e al recupero delle imposte.

PER GLI EX DIPENDENTI PUBBLICI IL CALCOLO NON CAMBIA CON IL TRASLOCO: la pensione è tassata in Italia anche dopo l’iscrizione all’AIRE, quindi il trasferimento non produce il risparmio fiscale che spinge i pensionati privati verso le isole ioniche o l’Attica.

*(Fonte: PMI.it – Teresa Barone, Giornalista pubblicista, collabora da molti anni con PMI.it occupandosi di imprese e green economy, mondo del lavoro e nuove tecnologie applicate)

 

 

DICHIARAZIONE REDDITI 2025 | DAI IL 5X1000 A FILEF

Lascia il primo commento

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.