
01 – 01 – Eman Abu Zayed*: GAZA CITY Mille giorni di genocidio, Gaza conta il suo vuoto. Striscia continua Oltre 2,4 milioni di persone a Gaza vivono in condizioni di bombardamenti continui, sfollamenti e privazioni sistematiche. L’offensiva israeliana ha provocato una distruzione massiccia delle infrastrutture: oltre il 90% della Striscia.
02 – Francesco Pallante*: Il commento della settimana – Tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta del Novecento, Parlamenti eletti con legge elettorale proporzionale approvarono le più incisive riforme che hanno trasformato l’Italia dal punto di vista sociale, economico e politico, dal dopoguerra a oggi.
03 – Signora Meloni, Mattei preso sul serio – Lezioni d’autore (*) – Il 10 giugno 1960 Enrico Mattei firma un accordo con il governo tunisino per la costruzione di un impianto petrolifero. Questi sono gli appunti preparati per il discorso che doveva tenere a Tunisi, un discorso mai pronunciato…
04 – Marina Catucci*: Tutti i redditi del presidente: Trump guadagna 2 miliardi – America oggi La maggior parte dalle criptovalute che lui stesso ha normato: la Casa bianca è un affare.
05 – Sebastiano Canetta*: ll gasdotto Nord Stream saltò in aria «per ordine delle autorità ucraine»
06 – Claudia Fanti*: Aiuti in divisa, l’occupazione dolce del Venezuela devastato dal sisma. America latina Militarizzato gli stati di La Guaira e Vargas, l’assistenza la fanno (lentamente) le forze armate nazionali “in stretto coordinamento” con un generale degli Stati uniti. E sopra la testa dell’organizzazione comunitaria
01 – Eman Abu Zayed*: GAZA CITY MILLE GIORNI DI GENOCIDIO, GAZA CONTA IL SUO VUOTO.STRISCIA CONTINUA OLTRE 2,4 MILIONI DI PERSONE A GAZA VIVONO IN CONDIZIONI DI BOMBARDAMENTI CONTINUI, SFOLLAMENTI E PRIVAZIONI SISTEMATICHE. L’OFFENSIVA ISRAELIANA HA PROVOCATO UNA DISTRUZIONE MASSICCIA DELLE INFRASTRUTTURE: OLTRE IL 90% DELLA STRISCIA.
A mille giorni dall’inizio della guerra in corso a Gaza, i dati ufficiali diffusi dall’ufficio stampa governativo rivelano una delle più gravi catastrofi umanitarie della storia moderna. L’entità della distruzione, delle perdite di vite umane e del collasso umanitario riflette una situazione senza precedenti che colpisce ogni aspetto della vita nel territorio.
Oltre 2,4 milioni di persone a Gaza vivono in condizioni di bombardamenti continui, sfollamenti e privazioni sistematiche. L’offensiva israeliana ha provocato una distruzione massiccia delle infrastrutture: oltre il 90% della Striscia.
DAL 7 OTTOBRE 2023 è stata confermata l’uccisione di oltre 73mila palestinesi, mentre circa 9.500 persone risultano ancora disperse, molte delle quali si ritiene siano sepolte sotto le macerie. Bambini e donne rappresentano una percentuale significativa delle vittime: oltre 21.500 i primi, 12.500 le seconde. Migliaia di famiglie sono state completamente sterminate o ridotte a un unico sopravvissuto. Il bilancio umanitario tra i bambini è particolarmente devastante: oltre 520 neonati sono venuti al mondo solo per essere uccisi poco dopo, mentre più di mille bambini di età inferiore a un anno sono morti a causa dei bombardamenti, della fame o della mancanza di cure mediche. Migliaia di madri e padri hanno perso la vita, lasciando orfani decine di migliaia di bambini.
Sono stati inoltre numerosi gli attacchi mirati alle infrastrutture civili essenziali. Sono stati uccisi oltre 1.700 operatori sanitari, 262 giornalisti e 145 membri della protezione civile, con un grave impatto sui servizi di emergenza. Il sistema sanitario è stato spinto sull’orlo del collasso, con ripetuti attacchi a ospedali, ambulanze e strutture mediche. Il numero dei feriti ha superato le 173mila persone, di cui oltre 40mila soffrono di disabilità permanenti; amputazioni, cecità e paralisi. Migliaia di casi richiedono riabilitazione a lungo termine e cure specialistiche, oggi non disponibili a causa del collasso della sanità.
IL SETTORE È STATO quasi completamente sopraffatto. Decine di ospedali e centri di assistenza sanitaria di base sono stati distrutti o costretti a chiudere, mentre le flotte di ambulanze e i sistemi di pronto intervento sono stati ripetutamente presi di mira. La grave carenza di medicinali, carburante e forniture mediche ha aggravato la crisi causando decessi evitabili per fame, malattie e patologie non curate.
Anche il sistema educativo è stato devastato. Tutte le scuole di Gaza hanno subito danni di varia entità, con una percentuale elevata di edifici parzialmente o completamente distrutti. Più di 20mila studenti sono stati uccisi e centinaia di migliaia di bambini sono stati privati dell’istruzione. Anche le università hanno subito gravi danni o sono state distrutte, mentre centinaia di insegnanti, docenti universitari e ricercatori sono stati uccisi.
La distruzione di abitazioni e infrastrutture ha raggiunto livelli catastrofici. Più di 335mila unità abitative sono state completamente distrutte, mentre altre centinaia di migliaia sono state parzialmente danneggiate o rese inabitabili. Di conseguenza, più di due milioni di persone sono state sfollate con la forza, molte delle quali vivono in rifugi sovraffollati o in tende provvisorie prive dei beni di prima necessità.
I rapporti indicano che oltre 346 centri di accoglienza e sfollamento sono stati presi di mira, aggravando le condizioni umanitarie già gravi. Più di 130mila tende sono diventate inabitabili a causa dell’usura o delle condizioni meteorologiche, lasciando le famiglie esposte a condizioni estreme.
ATTRAVERSO IL BLOCCO e la chiusura dei valichi di frontiera, per oltre 650 giorni Israele ha impedito l’ingresso di centinaia di migliaia di camion di aiuti. Decine di centri di distribuzione alimentare e mense comunitarie sono stati attaccati, contribuendo ad aggravare la carestia. Sono state segnalate centinaia di morti per fame e malnutrizione, tra cui bambini e pazienti vulnerabili.
Anche il settore agricolo ha subito gravi ripercussioni, con oltre l’87% dei terreni agricoli distrutti o resi inutilizzabili. I settori dell’allevamento e della pesca hanno subito perdite ingenti, riducendo ulteriormente la disponibilità di cibo all’interno della Striscia. Il costo economico complessivo della distruzione è stimato in oltre 80 miliardi di dollari in perdite dirette in 15 settori principali, tra cui edilizia abitativa, sanità, istruzione, agricoltura, industria e infrastrutture. Ciò riflette un crollo quasi totale dei sistemi economici.
MENTRE IL GENOCIDIO raggiunge il traguardo dei mille giorni, Gaza si trova ad affrontare un’emergenza umanitaria senza precedenti, caratterizzata da distruzione diffusa, sfollamenti di massa e collasso sistemico dei servizi essenziali. La situazione continua a deteriorarsi, con avvertimenti urgenti da parte delle organizzazioni umanitarie sulle conseguenze a lungo termine qualora la crisi dovesse protrarsi.
Gaza rimane un simbolo della sofferenza umana in un conflitto prolungato, dove le statistiche non riflettono solo numeri, ma milioni di vite individuali colpite dalla guerra, dagli sfollamenti e dalle perdite.
*(Fonte: Il Manifesto – Eman Abu Zayed, una scrittrice e traduttrice della Striscia di Gaza, ringrazia le persone che in Italia manifestano per il popolo palestinese.)
02 – Francesco Pallante*: IL COMMENTO DELLA SETTIMANA – TRA GLI ANNI SESSANTA E GLI ANNI SETTANTA DEL NOVECENTO, PARLAMENTI ELETTI CON LEGGE ELETTORALE PROPORZIONALE APPROVARONO LE PIÙ INCISIVE RIFORME CHE HANNO TRASFORMATO L’ITALIA DAL PUNTO DI VISTA SOCIALE, ECONOMICO E POLITICO, DAL DOPOGUERRA A OGGI.
Merita richiamare alla memoria le principali, affinché se ne possa cogliere a pieno la portata:
• la nazionalizzazione delle imprese energetiche e l’istituzione dell’Enel (1962);
• la scuola media unica, gratuita e obbligatoria (1962);
• la riforma della previdenza sociale secondo il modello retributivo (1969);
• l’abolizione delle gabbie salariali (1969); lo Statuto dei diritti dei lavoratori (1970);
• la legge sul divorzio (1970); l’attuazione delle previsioni costituzionali in tema di referendum (1970);
• l’istituzione delle regioni ordinarie (1970); la riforma fiscale nel senso della progressività (1974);
• la trasformazione del diritto di famiglia in nome della parità tra i coniugi (1975); la legge in tema di concessioni edilizie e oneri di urbanizzazione (1977);
• la legalizzazione dell’aborto (1978); la chiusura dei manicomi (1978); la legge sul Ssn (1978).
I cultori delle alchimie elettorali – i sacerdoti della governabilità – non sono, oggi, in grado di spiegare come sia stato possibile che assemblee legislative elette con legge elettorale proporzionale “pura” abbiano potuto approvare riforme così ampie e incisive.
La spiegazione è che proprio perché si trattava di assemblee in cui nessun partito aveva da sé la maggioranza, tutti i partiti erano costretti a dialogare tra loro. In apparente paradosso, quelli di allora erano Parlamenti assai più “decidenti” di quelli odierni: e lo erano grazie al fatto che quando si giungeva, infine, alla decisione, ciò accadeva perché si era prima svolto un attento procedimento deliberativo, capace di realizzare il massimo del consenso e il minimo dell’imposizione possibili. Non a caso molte delle decisioni di allora sono durate a lungo; alcune durano a tutt’oggi.
Quale Parlamento odierno sarebbe capace di decisioni altrettanto suscettibili di proiettarsi nel futuro? Altro che tagliole, ghigliottine, canguri e analoghe figure del libro degli orrori parlamentari! Allora ci si scontrava e ci si confrontava, si assicurava al dibattito il tempo necessario e si giungeva, infine, a deliberazioni dotate di straordinaria solidità politica. Il culto odierno della governabilità impedisce il confronto e la discussione. Le audizioni degli esperti, gli emendamenti delle opposizioni, l’illustrazione di posizioni alternative servono a poco: alla fine, quel che conta non è la ragionevolezza delle argomentazioni, è la forza dei numeri. La democrazia – come ha scritto Alfonso Di Giovine – è diventata la sorella stupida della matematica. È per questo che l’approvazione di una legge elettorale che favorisca la formazione di una maggioranza assoluta non è desiderabile. Perché una tale legge, gonfiando artificialmente le posizioni di alcuni, irrigidisce il confronto politico, rendendolo, di fatto, impossibile. Il Parlamento è svuotato d’ogni ruolo, il Governo è elevato al centro del sistema.
Eppure, nonostante la favola della fine delle ideologie, quella italiana è, oggi, una società divisa, per ideali e interessi, almeno tanto quanto lo era la società italiana d’un tempo. Allora, però, con le divisioni si sapeva fare, realisticamente, i conti.
Oggi non più. Sotto questo aspetto, una legge elettorale proporzionale sarebbe virtuosa proprio per via di quello che è, usualmente, considerato il suo vizio: il fatto di non assegnare ad alcuna forza politica la maggioranza assoluta, così costringendo le diverse componenti della società, di cui le forze politiche sono espressione, a tornare a parlarsi tra loro. Alla scontata obiezione secondo la quale un Parlamento plurale non potrà realmente funzionare è agevole replicare che il compito del Parlamento nei sistemi democratici pluralisti è esattamente questo: rendere possibile, grazie alla mediazione della rappresentanza, quel dialogo che nella immediatezza della società è assai più complicato. Forze politiche che godono di maggioranze artificiali create dalle leggi elettorali non saranno disponibili a dialogare con le controparti: saranno sempre tentate dalle imposizioni di forza. Le file dei loro eletti saranno colme di yes-men e yes-women, perché il Capo (parola democraticamente inaccettabile, rientrata nel lessico politico per responsabilità delle leggi elettorali) ha bisogno non di pensatori critici, ma di esecutori fedeli. Al contrario, partiti politici che possono contare in Parlamento solo sulla forza che realmente hanno nella società saranno per forza di cose aperti al dialogo e al confronto e necessiteranno di personale politico a ciò adeguato: si batteranno perché la discussione abbia per esito una soluzione la più vicina possibile alle proprie posizioni, ma non avranno timore del compromesso, una volta spesi tutti i loro argomenti.
Oltre alla vita democratica, persino la qualità della classe politica finirebbe col trarne beneficio
*(Fonte: Il Manifesto – Francesco Pallante, è professore ordinario di Diritto costituzionale dell’Università di Torino)
03 – Signora Meloni, Mattei preso sul serio – Lezioni d’autore (*) – IL 10 GIUGNO 1960 ENRICO MATTEI FIRMA UN ACCORDO CON IL GOVERNO TUNISINO PER LA COSTRUZIONE DI UN IMPIANTO PETROLIFERO. QUESTI SONO GLI APPUNTI PREPARATI PER IL DISCORSO CHE DOVEVA TENERE A TUNISI, UN DISCORSO MAI PRONUNCIATO…
«Io sono qui per rispondere al vostro appello d’investimenti e per aiutarvi nella lotta contro il sottosviluppo.
Non ho paura della guerra in Algeria.
Non ho paura della decolonizzazione.
Io credo alla decolonizzazione non solo per ragioni morali di dignità umana, ma per ragioni economiche di produttività.
Senza la decolonizzazione non è possibile suscitare nei popoli afroasiatici le energie, l’entusiasmo necessario alla messa in valore dell’Africa e dell’Asia.
Ora le ricchezze dell’Africa e dell’Asia sono immense.
La geografia della fame è una leggenda: è legata solo alla passività, all’inerzia creata dal colonialismo nelle popolazioni autoctone.
Faceva comodo al colonialismo incoraggiare la fatalità, la rassegnazione. Io leggo sempre i vostri discorsi e quello che più mi ha colpito è la lotta contro la fatalità e la rassegnazione.
Ho lottato anch’io contro l’idea fissa che esisteva nel mio Paese: che l’Italia fosse condannata ad essere povera per mancanza di materie prime e di fonti energetiche. Queste fonti energetiche le ho individuate e le ho messe in valore e ne ho tratto delle materie prime.
Ma, prima di far tutto questo, ho dovuto fare anch’io della decolonizzazione perché molti settori dell’economia italiana erano colonizzati anzi, direi, che la stessa Italia meridionale era stata colonizzata dal Nord d’Italia!
Il fatto coloniale non è solo politico: è anche, e soprattutto, economico.
Esiste una condizione coloniale quando manca un minimo d’infrastruttura industriale per la trasformazione delle materie prime. Esiste una condizione coloniale quando il giuoco della domanda e dell’offerta per una materia prima vitale è alterato da una potenza egemonica: anche privata, di monopolio e di oligopolio.
Nel settore del petrolio questa potenza egemonico-oligopolistica è il cartello. Io lotto contro il cartello non solo perché è oligopolistico ma perché è malthusiano, e malthusiano ai danni dei Paesi produttori come ai danni dei Paesi consumatori.
Il cartello è anglosassone, ma io non sono contro il mondo anglosassone. Gli indipendenti americani sono miei amici e hanno molto peso in America e ne avranno ancora di più se ci sarà in America a novembre una amministrazione.
Io ho ristabilito la legge della domanda e dell’offerta perché ho tagliato tutti i nodi gordiani, tutte le strozzature («goulots d’étranglement») alla produzione, al trasporto, al raffinaggio, alla distribuzione. Ho visto diminuire la benzina in Italia a 100 lire al litro facendo risparmiare miliardi al consumatore italiano. Voglio far risparmiare anche gli altri se si associano con me.
Associandomi con voi tengo conto che voi avete oggi l’interesse di un Paese consumatore ma domani («inshallah») di un Paese produttore. Il cartello vi può creare una raffineria, ma sarà una ciste nel vostro corpo economico. Non vi farà male ma non vi farà neanche bene.
Io voglio creare qualcosa di più di una raffineria: voglio creare un polo di sviluppo economico nel Sud tunisino. Voi mi avete chiesto delle pompe di benzina Azienda generale italiana petroli: io vi ho offerto una rete di stazioni di servizio e di motel che vi risolverà il problema turistico. Voi mi avete chiesto di farvi una raffineria ed io vi offro una industria petrolchimica.
Ma vi offro anche un mercato per l’eccedente della vostra produzione e vi offro soprattutto la parità, la cogestione, la formazione di un élite tecnologica perché non siate il ricevitore passivo di una iniziativa straniera, ma siate soggetto non oggetto di economia.
Io avrò delle critiche in Italia (perché non una raffineria in Sicilia?) e voi subirete delle pressioni angloamericane. Non lasciatevi spaventare. Io non mi sono spaventato; il Marocco non si è spaventato. Non spaventatevi neanche voi».
*[tratto da MEM Memoriale Enrico Mattei]
04 – Marina Catucci*: TUTTI I REDDITI DEL PRESIDENTE: TRUMP GUADAGNA 2 MILIARDI – AMERICA OGGI LA MAGGIOR PARTE DALLE CRIPTOVALUTE CHE LUI STESSO HA NORMATO: LA CASA BIANCA È UN AFFARE.
OGNI MESE DONALD TRUMP, 80 ANNI, INCASSA 6.484 DOLLARI DI PENSIONE DALLA SCREEN ACTORS GUILD, IL SINDACATO DEGLI ATTORI DA CUI HA DATO LE DIMISSIONI NEL 2021 DICHIARANDO DI NON VOLERVI PIÙ ESSERE ASSOCIATO. UNA PENSIONE GUADAGNATA GRAZIE A UNA COMPARSATA DEL 1992 IN “MAMMA, HO PERSO L’AEREO 2” E AD ALCUNI CAMEI TELEVISIVI. Questa pensione sindacale compare nel suo bilancio insieme a oltre due miliardi di dollari di entrate provenienti da altre fonti.
A rivelarlo è la divulgazione annuale obbligatoria dei redditi presidenziali, pubblicata dall’Office of Government Ethics, che copre il 2025, primo anno del secondo mandato di Trump, e si estende su 927 pagine: la più lunga mai presentata da un presidente americano. La lunghezza da sola è già una storia: la disclosure di Barack Obama era di 8 pagine, quella di Joe Biden di 11.
IL DATO CHE DOMINA il documento è la svolta crypto del 47° presidente. Trump, che fino al 2024 aveva definito le criptovalute «una truffa», deve aver cambiato idea e nel 2025 ha incassato oltre 1,4 miliardi di dollari dal mondo digitale. Il singolo accordo più redditizio è stato un contratto di licenza con “Celebration Coins” per il suo meme coin $TRUMP, lanciato tre giorni prima del suo insediamento che gli ha portato 635 milioni di dollari. A questi si aggiungono oltre 526 milioni dalla vendita di token legati a World Liberty Financial, la società crypto co-fondata dai figli Eric e Donald Jr. Le sole entrate da criptovalute del 2025 hanno più che raddoppiato l’intero patrimonio netto che, nel 2024, gli era stato attribuito da Forbes. Oggi Forbes stima il suo patrimonio netto a 6 miliardi di dollari.
Il business tradizionale ha comunque continuato a girare: le proprietà immobiliari, i golf club e i resort hanno generato complessivamente oltre 500 milioni, con un aumento del 15% rispetto all’anno precedente. La sola Mar-a-Lago ha incassato 77 milioni, contro i 50 del 2024.
AI PROFITTI IMMOBILIARI si sommano 52 milioni in diritti di licenza per l’uso del nome Trump su proprietà estere, soprattutto in Medio Oriente, un business che Trump aveva congelato durante il primo mandato ma non nel secondo. Tra le voci minori, ci sono 4,7 milioni in royalties per i “Trump Watches”, 208mila dollari per la Bibbia a marchio presidenziale e oltre 86 milioni in accordi stragiudiziali con aziende mediatiche come Abc, Cbs, Meta e YouTube.
SUL TEMA DEI CONFLITTI di interesse le reazioni sono state immediate. Richard Painter, già consigliere etico alla Casa Bianca sotto George W. Bush, ha dichiarato che «questo è il primo presidente dai tempi precedenti alla Guerra Civile con un conflitto di interessi sostanziale rispetto ai propri doveri ufficiali», sottolineando che il presidente è esentato per legge dalle principali norme sui conflitti di interesse. Il problema strutturale è evidente: mentre decideva le politiche Usa sulla crypto, Trump deteneva partecipazioni enormi nel settore. Quando ha firmato il Genius Act, la legge sulle stablecoin, ovvero una criptovaluta a valore fisso, la sua famiglia ne controllava già una, l’Usd1, emessa da World Liberty Financial. Uno dei maggiori investitori di World Liberty Financial è Justin Sun, un miliardario cinese della crypto che all’epoca era sotto indagine federale: il caso è stato poi archiviato.
LA DISCLOSURE INCLUDE anche gli acquisti di azioni: il 18 agosto 2025 il documento registra tre operazioni consecutive su Apple, Microsoft e Nvidia, ciascuna tra 5 e 25 milioni di dollari. L’acquisto di azioni Nvidia è arrivato esattamente una settimana dopo che Trump aveva annunciato l’accordo che ha permesso all’azienda di vendere chip H20 alla Cina, riaprendo un flusso di ricavi fondamentale per il titolo.
LA CASA BIANCA ha risposto con una dichiarazione della portavoce Anna Kelly: «Né il presidente né la sua famiglia si sono mai impegnati, né mai si impegneranno, in conflitti di interesse». Trump, interrogato dai giornalisti, ha risposto scrollando le spalle: «Ho dei fondi che gestiscono i miei soldi. Non mi occupo dei miei affari personali». E ha aggiunto: «Sto guadagnando perché il mercato azionario sale. Tutti stanno guadagnando. Grazie, presidente Trump».
*(Fonte: Il Manifesto – Marina Catucci – Corrispondente dagli Stati Uniti per Il Manifesto, documentarista, collabora con diverse radio e televisioni italiane.)
05 – Sebastiano Canetta*: IL GASDOTTO NORD STREAM SALTÒ IN ARIA «PER ORDINE DELLE AUTORITÀ UCRAINE»
TRE ANNI E DIECI MESI DOPO L’ATTENTATO AL NORD STREAM LA MAGISTRATURA TEDESCA FORMALIZZA LA PRIMA ACCUSA NEI CONFRONTI DEL PRESUNTO CAPO DEL COMMANDO DI SUB CHE CONDUSSE IL SABOTAGGIO DEL GASDOTTO.
Fra i capi di imputazione contro Serhij Kuznietsov, cinquantenne di nazionalità ucraina, squadernati ieri dal procuratore generale Jens Rommel spicca il «crimine di guerra» dell’attacco a un’infrastruttura strategica civile, così come concepito dal diritto internazionale oltre della Repubblica federale. Ma il dito del togato punta oltre all’autore materiale dell’esplosione della pipeline: «L’uomo e altri militari hanno elaborato il piano su richiesta delle autorità ucraine».
In questo modo, per la prima volta in un atto penale, gli inquirenti ribadiscono inequivocabilmente chi sarebbe stato il mandante della missione coperta al massimo livello istituzionale a Kiev. La conferma di quanto sostenuto dal Bundesgerichtshof – l’Alta corte di Cassazione – sette mesi fa quando dietro alle mani di Kuznietsov e del suo gruppo di sub già individuava la testa di «agenzie di intelligence riconducibili all’Ucraina».
Allora era saltato fuori il nome di Roman Tschervinsky, ex ufficiale dei servizi segreti di Kiev, nel ruolo di organizzatore-capo dell’operazione il cui via libera sarebbe arrivato direttamente dal generale Valery Zaluzhny, all’epoca comandante in capo delle forze armate ucraine e attualmente ambasciatore a Londra.
Sarebbe questo il livello politico-militare responsabile della luce verde al sabotaggio che la Commissione Ue non esitò a definire «il più grave attentato a un’infrastruttura europea», prima che si spegnessero le voci sulla probabile azione false-flag orchestrata dai russi.
Un particolare politicamente esplosivo, persino più della miscela deflagrante a base di ciclonite e ottogene che ha fatto colare a picco il gasdotto: se le indiscrezioni della stampa di Kiev sono vere, Zaluzhny è in pole-position per sfidare Zelensky e diventare il prossimo presidente dell’Ucraina. Nel caso il governo Merz si troverebbe di fronte a un problema ultra-spinoso. Come si rapporterebbe con lo Stato al cui vertice siede l’uomo che avrebbe dato via libera a un «crimine di guerra» contro la società civile tedesca? A Berlino per ora nessuno vuole neppure immaginarlo, ma sarà impossibile mantenere il silenzio. Sembra che risieda in Germania anche la trentenne ucraina camuffata da uomo che secondo la polizia ha messo la bomba contro l’oligarca Ermolaev tre giorni fa a Montecarlo, il primo attentato di questo tipo nella storia del Principato di Monaco.
Lo è stato anche per Kuznietsov, a quanto pare. Sul tg del primo canale della tv pubblica il servizio sulla sua incriminazione fa perno sulle «prove apparentemente schiaccianti ottenute da Süddeutsche Zeitung, Die Zeit e Ard per cui l’ucraino avrebbe parlato dell’attacco al telefono con parenti e conoscenti mentre si trovava in carcere in Italia. Così si è auto-incriminato. Infine il suo cellulare riporterebbe tracce indicanti il suo coinvolgimento diretto nell’attentato, stando a quanto riferito da fonti della sicurezza.
Al contrario a sentire la difesa di Kuznietsov «il processo finalmente chiarirà i fatti in modo completo e dimostrerà che la condanna dell’imputato non è configurabile» come puntualizza il suo avvocato italiano, Nicola Canestrini, che contesta l’imputazione per crimini di guerra non contenuta nel mandato di arresto europeo sulla cui base l’Italia ha consegnato Kuznietsov alla Germania. Ma fa anche notare come la procura nel castello accusatorio ammette in via del tutto inedita che «l’attacco al Nord Stream si è sviluppato in un contesto di guerra».
In punta di diritto su questo fronte sarà battaglia in tribunale. Con la sola certezza che risulterà impossibile additare il procedimento giudiziario sul Nord Stream come un processo politico. Il procuratore Rommel, per definizione super-partes, anche volendo non è tacciabile di stare dalla parte di Putin: in tasca ha la tessera del Fdp, il partito liberale, tutt’altro che filorusso.
*(Fonte: Il Manifesto. Sebastiano Canetta – è un giornalista free-lance che ha svolto inchieste nel Nord-Est e in Medio Oriente.)
06 – Claudia Fanti*: AIUTI IN DIVISA, L’OCCUPAZIONE DOLCE DEL VENEZUELA DEVASTATO DAL SISMA. AMERICA LATINA MILITARIZZATO GLI STATI DI LA GUAIRA E VARGAS, L’ASSISTENZA LA FANNO (LENTAMENTE) LE FORZE ARMATE NAZIONALI “IN STRETTO COORDINAMENTO” CON UN GENERALE DEGLI STATI UNITI. E SOPRA LA TESTA DELL’ORGANIZZAZIONE COMUNITARIA.
Dopo il devastante terremoto che ha colpito il paese, c’è una prova che la popolazione venezuelana ha già vinto: quella della solidarietà dal basso. Mentre la conta ufficiale dei morti ha superato quota 1.400, più 3.200 feriti – ma oltre 50mila persone risultano ancora disperse e l’Onu stima addirittura in 6 milioni le persone interessate in diversi gradi dalle conseguenze del sisma -, è l’organizzazione comunitaria a rivelarsi la principale linea di difesa del paese.
«Instancabilmente e senza sosta, senza dormire un minuto, quasi senza mangiare e quasi senza idratarsi», come ha sottolineato il presidente del Parlamento Jorge Rodríguez, le squadre di soccorso venezuelane, e insieme a loro le brigate internazionali, continuano infatti a operare nelle zone colpite. E, tra tanti eroi, c’è pure un cane, Tsunami, un border collie con una storia di maltrattamenti alle spalle, addestrato alla ricerca di persone sepolte sotto edifici crollati e ora diventato, dopo aver contribuito a salvare già una trentina di persone, uno dei simboli della speranza in un paese duramente provato, e a più livelli (un account Instagram che gli è stato dedicato conta oltre 21mila follower).
È in questo quadro, a fronte del forte coinvolgimento della base nell’assistenza alle vittime e nell’organizzazione degli aiuti materiali, che da più parti vengono avanzate critiche nei confronti della militarizzazione dell’assistenza decisa dal governo, con lo stato di La Guaira, come pure quello di Vargas, «totalmente sotto il controllo» delle Forze armate bolivariane. Tanto più che anche la militarizzazione, come ormai tutto il resto, viene realizzata in stretto coordinamento con gli Usa, come indica la riunione sostenuta dal generale statunitense Kevin J. Jarrard, l’ufficiale di grado più alto del Comando Sud schierato sul campo, con il capo della Difesa venezuelano Gustavo González López e altri alti comandanti militari proprio per coordinare le operazioni di soccorso e potenziare la risposta internazionale all’emergenza.
Sulla loro improbabile immagine di benefattori, dopo aver aggredito militarmente il paese, sequestrato il suo presidente, messo le mani sul suo petrolio, gli Usa stanno del resto investendo parecchio, ricevendo per questo la profonda gratitudine di Delcy Rodríguez per «questo gesto di amicizia e cooperazione». Ma anche sollevando allarmi sul rischio che tale intervento si traduca in un maggiore controllo politico e in uno strumento di legittimazione della tutela imperiale, mentre il pensiero corre al 1999, quando Hugo Chavez rifiutò parte degli aiuti offerti dagli Usa per far fronte alle frane provocate da piogge torrenziali eccezionali nello stato di Vargas, con un bilancio di migliaia di morti.
«La nostra missione è chiara: salvare vite e distribuire aiuti in maniera rapida ovunque sia necessario», ha dichiarato il segretario della Guerra Pete Hegseth. E per i «nuovi e grandi amici» degli Usa – Trump dixit – Washington ha stanziato 150 milioni di dollari, mobilitando una squadra di risposta rapida e due brigate di ricerca altamente specializzate, collaborando alla macchina dei soccorsi con navi, aerei e elicotteri e autorizzando trasferimenti bancari e altre transazioni finanziarie, ma solo fino al prossimo 23 ottobre e solo per agevolare gli aiuti
Troppo poco e troppo tardi: come ha dichiarato in un’intervista a «La Vanguardia» l’economista venezuelano Francisco Rodríguez, «molte cose che lo Stato avrebbe potuto fare per prepararsi» a simili catastrofi, come l’acquisto di ruspe e gru per scavare nelle macerie, «non sono state possibili a causa delle sanzioni».
E se è anche per questo che il paese è giunto totalmente impreparato al rovinoso doppio terremoto del 24 giugno, non c’è dubbio che, come denuncia Marea Socialista, la catastrofe naturale si innesti su una prolungata «crisi sociale, economica e istituzionale», segnata, oltre che dall’imposizione delle sanzioni, «dalla malversazione di risorse pubbliche, dal collasso dei servizi essenziali, dall’estrema precarietà della vita e dalla perdita di sovranità». Cosicché, conclude Marea Socialista, «la ricostruzione sarà possibile solo ponendo al centro le comunità, i lavoratori e la società organizzata».
Un compito titanico quello che attende il paese, tanto più se venisse confermato il colossale debito da 240 miliardi rivelato dal «Financial Times»: in tal caso, il paese sarebbe chiamato ad affrontare il più grande progetto di ristrutturazione finanziaria della storia, superando persino il record della Grecia.
*(Claudia Fanti: Giornalista, scrive da più di 20 anni sul settimanale Adista, collabora con “il manifesto” e con altre testate.)
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