
La villa nella giungla e la luce del risveglio delle coscienze.
Un omaggio a Francesca Albanese, relatrice speciale ONU sui Territori
di Vittorio Stano
Il violento tramonto di Israele è opera di Israele. Sta trattando l’orrore del 7 ottobre come questione di vita o di morte, quindi a sfida mortale, risposta mortale. Vendetta da consumare liquidando tutti: uomini, donne, bambini, trasformando la guerra in strage senza fine contro gli “animali umani” palestinesi.
Israele è in guerra dalla sua nascita. La vita di Israele è stata una guerra senza fine, ma dal 7 ottobre il “popolo eletto“ ha eletto domicilio nella giungla, habitat di bestie selvagge.
Il 7 ottobre la giungla è esondata nella villa sotto specie di Hamas, indomiti partigiani, terroristi, per gli israeliani.
Tutti, anche donne, bambini e anziani, da sterminare senza pietà.
“…Se non puoi terrorizzare i terroristi, devi sterminarli” , Moshe Dayan dixit, senza distinguere per sesso ed età.
Il popolo palestinese degradato ad aggruppamento di bestie terroriste. Per cui ogni bambino nasce terrorista e come adulto o anziano deve morire perché tale.
Il rifiuto di riconoscere le ragioni dei palestinesi, induce gli israeliani a considerarli dei mostri da sterminare. Siamo al genocidio. La vendetta, tuttora in corso a Gaza, è stata allargata ad almeno altri sei fronti: da Giudea e Samaria (Cisgiordania) a Libano e Siria, dal Mar Rosso (Huti) all’Iraq. Fino all’Iran, teatro centrale.
La guerra infinita destinata a distruggere tutti i nemici della patria sta sfibrando la nazione ebraica e ne ha compromesso irrimediabilmente la reputazione degli israeliani nel mondo, anche americani e tedeschi inclusi.
La fine del sionismo.
Israele fu per unire gli ebrei . Oggi li divide e si divide. Israele si volle “Luce delle nazioni “. Oggi è uno Stato paria: un paese isolato dalla comunità globale a causa delle gravi violazioni dei diritti umani e mancato rispetto delle regole internazionali. E’ evidente la progressione verso la catastrofe dagli effetti incalcolabili, ben oltre il Medio Oriente.
Il 7 ottobre spartiacque.
Israele ha scambiato il sentiero dell’ultima sconfitta (il 7 ottobre) per l’autostrada della Vittoria Finale. Israele oggi affronta milizie che nel “terrorismo” esprimono colossale inferiorità simmetrica. La speranza dei suoi nemici è spingere lo stato ebraico al suicidio.
Intanto la Palestina è diventata la bussola morale dei nostri tempi. Può salvarsi e tutti noi insieme a lei (Francesca Albanese).
In questo tempo in cui il mondo sembra tragicamente diretto verso la disumanizzazione del più fragile e il dominio esclusivo del più forte, immaginare il futuro “…significa rifiutare che sia l’orrore ad avere l’ultima parola, e far sì che la civiltà sia un compito che ciascuno di noi può scegliere di fare proprio. Il nostro slancio emotivo può trasformarsi in manifesto esternato dal sentimento di un’opera d’amore: la Palestina offre al mondo UNO SPIRAGLIO DI LUCE che invita ad aprire gli occhi ed agire.
Sognare, criticare, emanciparsi, resistere, nutrire, piangere, curare, danzare, ritornare diventano forme di una stessa pratica collettiva: azioni che tutti noi possiamo compiere per vivere nel presente secondo giustizia.
La Palestina da oltre un secolo subisce la violenza coloniale in tutte le sue forme. Sono tanti quelli che hanno sofferto, sperato, indagato; chi ha avuto il coraggio di dire la verità mentre tutto intorno imperversavano le menzogne, e di chi la verità l’ha pagata con la vita; di chi porterà per sempre le ferite della violenza ma anche di chi quella violenza l’ha commessa; di chi ha sentito il peso dell’oppressore e non si è arreso di fronte al desiderio di essere libero.
Le storie di chi ha danzato anche in mezzo alle macerie, di chi ha nutrito la sua famiglia di speranza quando non c’era niente da cucinare, di chi ha pianto e di chi ha rivendicato il diritto politico a farlo, di chi prova a curare le ferite di un popolo con la verità, con un carico di farmaci o con una canzone; di chi ha custodito la chiave della casa da cui fu scacciato 5 generazioni fa. E dopo 5 generazioni la custodisce ancora.
Sono le azioni personali, di ciascuno di noi: persone di tutti i popoli e di tutte le età chiamate ad agire come anticorpi sani di una società malata, che costruiscono l’unico ponte possibile tra l’incubo e il sogno, tra l’apocalisse e la LUCE DEL RISVEGLIO delle coscienze. Quello palestinese è un trauma collettivo cronico. E’ stress traumatico continuo. La costante mancanza di sicurezza blocca ogni possibilità di trovare sollievo. Il dolore, oltre che dalla paura, deriva dall’umiliazione quotidiana e dal crollo della fiducia verso qualsiasi istituzione: un tradimento sistematico del senso di giustizia. La ferita è un’ipoteca sul futuro di un popolo. Questa sofferenza è destinata a trasformarsi in trauma trans generazionale, una memoria di dolore che passerà di padre in figlio.
Immagino che per gli israeliani che si oppongono alla violenza e alla guerra sia difficile comprendere come dei connazionali, giovani, in gamba, abbiano potuto sparare a vecchi, donne, bambini e neonati e sparare a sangue freddo. Come si fa a sparare a un neonato? E’ la domanda che pose un giornalista a un giovane americano di 22 anni, reduce dal Vietnam nel 1969. Il giovane è invalido per sempre nel corpo e nell’anima.
“Non lo so!” fu la risposta. “Ce lo ordinavamo i nostri superiori… Dovevamo sparare su tutti , poi sarebbe stato Dio a fare la cernita . Così celebravamo morte e distruzione”.
I soldati dell’IDF fanno lo stesso e mentre uccidono innocenti si fanno i selfie con i cadaveri e li spediscono ai loro cari per dimostrare il loro “valore” e sangue freddo in battaglia. …….
Noi non controlliamo capitali, algoritmi o armi, ma vediamo sempre più chiaramente: l’Umanità ha un nemico comune. E’ il perverso sistema che facilita il genocidio del popolo palestinese e crea enormi disuguaglianze economiche e sociali. Le libertà fondamentali sono l’ultima strada pacifica che possiamo perseguire per contrastarlo. Il primo passo è: smettere di chiamare normalità ciò che normale non è! Una volta che hai visto l’ingiustizia, non puoi più far finta di niente.
Sognare.
Sognare per i palestinesi significa: restare, resistere, immaginare tra le rovine e oltre le rovine. Il sogno è un appello all’altro compagno di sventura, ma rivolto in primo luogo a noi: “Se non sogniamo la liberazione per tutti, tradiamo la nostra umanità. Sognare la Palestina significa sognare la possibilità ancora viva, di un ordine internazionale non fondato sulla forza, ma sulla Giustizia.
Un tempo c’è stato qualcuno che ha sognato un mondo senza schiavitù, un mondo in cui le donne potessero votare, un mondo in cui il lavoro dei bambini fosse proibito; un mondo in cui persone dalla pelle di qualsiasi colore potessero usare gli stessi bagni o bere acqua dalla stessa fontanella.
Il sogno è ferita e cura; l’immaginazione è una forma di guarigione, una medicina che tiene in piedi il popolo palestinese e lo sorregge. La Palestina è il centro morale del XXI secolo. Sognarla significa scegliere l’Umanità. Bisogna impedire all’orrore di avere l’ultima parola e far sì che sia la civiltà ad essere scelta da ognuno di noi.
Il genocidio non è un frutto di esplosioni irrazionali. E’ la manifestazione di una violenza sistematica e burocratizzata, dove lo sterminio diventa l’esito logico di un apparato che ha cancellato l’altro, giuridicamente e moralmente. E’ la trasformazione del crimine in una prassi amministrativa, PROTETTA DAL SILENZIO di chi ha deciso di voltarsi dall’altra parte.
Criticare.
Criticare consiste nell’atto di saper distinguere la Verità dalla menzogna; riconoscere tra molte l’idea che sembra più corretta, più giusta; assumersi la responsabilità di scegliere a quali cause contribuire e come. Invece viviamo in un tempo in cui troppo spesso si giudica senza guardare, si condanna senza conoscere, si liquida senza discutere. Senza vedere non si comprende, senza comprendere non si sceglie davvero, né ci si confronta onestamente. Senza confronto non si costruisce nulla insieme.
Il sostegno incondizionato elevato a ragion di Stato a Israele da parte di un occidente ipocrita dimostra che diversi di questi paesi sono intrappolati nello sguardo degli altri e agiscono per automatismi. E’ necessario che ognuno di questi si assuma la responsabilità delle proprie azioni nel presente senza rimanere prigionieri dei giudizi altrui. Oggi è eclatante l’emancipazione fallita della Germania. Ha fatto più di ogni altro paese per elaborare i crimini commessi nel passato, eppure i tedeschi sono rimasti intrappolati nello sguardo degli altri su questa parte della loro storia. Così il senso di colpa per gli abomini commessi contro gli ebrei viene scaricato sulle spalle dei palestinesi.
Il movimento a guida palestinese per la libertà, la giustizia e uguaglianza BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) ha già convinto decine di Università, fondi d’investimento e aziende a disinvestire da Israele e rescindono contratti con l’industria dell’occupazione.
Non è un gesto simbolico, ma pressione economica reale, dello stesso tipo che contribuì a far crollare l’Apartheid sudafricana. …Se tutto il commercio verso Israele si fermasse oggi, l’occupazione si sgretolerebbe tra domani e dopodomani.
A ognuno spetta il compito di spingere in questa direzione.
La Palestina sta accendendo una luce nelle coscienze degli esseri umani di buona volontà nel mondo. “…dal una! Venite ad aiutarci!”, gridano a tutti noi: uniamoci per costruire il cambiamento. Un cambiamento leggero, trascinante, avvolgente come la Dabke*(1).
Cosa germoglierà da ciò che qualcuno credeva di aver annientato? Senza amore non cresce niente. …. Nei terreni bruciati, germogli spuntano qua e là. Gli alberi sono simili alle persone, proteggono la parte danneggiata e continuano a idratare, a nutrire il corpo….:….
Già nel 1972 il leader FPLP (Fronte Popolare di Liberazione della Palestina) Ghassan Kanafani ci rendeva edotti del tragico destino del suo popolo: “… Abbiamo insegnato a ogni persona di questo mondo che siamo una piccola nazione coraggiosa che combatterà fino all’ultima goccia di sangue per ottenere giustizia per noi stessi, dopo che il mondo non è riuscito a darcela”.
L’incubo palestinese, questo spirito maligno sdraiato da 70anni sul petto della Palestina può avere il suo epilogo nel sogno di una Palestina libera. L’unico ponte possibile tra l’apocalisse e la LUCE è dato dal risveglio delle nostre coscienze, dalle nostre azioni: persone di tutti i popoli e di tutte le età, chiamati ad agire come anticorpi sani di una società governata da ipocriti, corrotti, incompetenti e decadenti.
Note: *(1) Dabke: danza popolare palestinese. Imita i movimenti con cui un tempo si riparavano i tetti di terra e paglia delle antiche case. Quando con il cambiamento delle stagioni un tetto cadeva a pezzi, parenti, amici e vicini di casa accorrevano per ricompattare i nuovi materiali che venivano aggiunti: tutti insieme pestavano forte con i piedi, tenendo il ritmo di una musica che infatti si chiamava “dal’una” (venite ad aiutarci!). Si balla in gruppo tenendosi per mano o a spalla a spalla. E ‘ caratterizzata da passi ritmici, salti ed energici battiti di piedi sul terreno. Sembra sia nata al tempo dei Fenici. Oggi è simbolo di resilienza, unione e attaccamento alla propria terra. Viene eseguita durante momenti di festa come matrimoni, nascite e raccolti.
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