n°27 – 27/06/26 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI

01 – Marinella Correggia*: Terremoto in Venezuela, 920 vittime e ancora 50mila dispersi
Doppia scossa Ieri la presidente ha aggiornato il bilancio ufficiale delle vittime
02 – Due potenti terremoti hanno colpito il Venezuela. Morti e feriti – I terremoti di magnitudo 7.2 e 7.5 sono stati avvertiti anche in altri Paesi, con edifici evacuati in aree lontane come l’Amazzonia brasiliana. (Redazione Pagine Esteri)*
03 – Commissione inchiesta Onu: “A Gaza bambini presi di mira deliberatamente. È genocidio”
Le Nazioni Unite tornano ad accusare Israele di crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Tel Aviv respinge le accuse e parla di “documento propagandistico”. (*)Redazione Pagine Esteri
04 – Eliana Riva*: Bambini palestinesi uccisi con intenzione. Onu: «È genocidio» Palestina La Commissione d’inchiesta delle Nazioni unite: il 30% delle vittime di Israele a Gaza sono minori. Dalla «tregua» almeno uno al giorno
05 – Teresa Barone*: Pensione, età media in aumento: la classifica INPS per genere e Regione
06 – Di Hamilton Nolan *: How Things Work – STATI UNITI. La sinistra socialista in fermento per le primarie a New YorkIl voto, in vista delle elezioni di medio termine per il Congresso, terminerà domani e indicherà la consistenza della crescita dei Democratic Socialists, l’ala più progressista del Partito Democratico, su quella moderata. I primi risultati già vanno in quella direzione.
07 – BREXIT. Dieci anni dopo i britannici ci ripensano: meglio in Europa – Due terzi (66%) ritengono che la Brexit sia stata “negativa” per il Regno Unito e abbia peggiorato quasi tutte le questioni a cui tengono, tra cui il costo della vita, la crescita economica, le opportunità per i giovani.

 

 

01 – Marinella Correggia*: TERREMOTO IN VENEZUELA, 920 VITTIME E ANCORA 50MILA DISPERSI
DOPPIA SCOSSA IERI LA PRESIDENTE HA AGGIORNATO IL BILANCIO UFFICIALE DELLE VITTIME

I morti accertati sono saliti a 920, i feriti a 3.360: ieri la presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodriguez ha aggiornato il bilancio ufficiale delle vittime provocate dalle due scosse di terremoto (di magnitudo 7.2 e 7.5; fra le più gravi nella storia moderna dell’America latina) che la sera del 24 giugno hanno colpito il Venezuela. Ma sono ancora decine di migliaia le persone con le quali non si hanno contatti, anche per via della difficoltà nelle comunicazioni. «I soccorsi sono molto difficili. Oltre 50mila sarebbero i dispersi» ha dichiarato a Ginevra Tom Fletcher, responsabile Onu per gli aiuti umanitari. Le cifre sui dispersi, in continua evoluzione, non sono ufficiali (le dà il sito web dedicato https://desaparecidosterremotovenezuela.com/ che cerca di favorire i contatti). Fra gli italo-venezuelani si contano tre morti, cinque feriti e 35 dispersi.

DOMINGA, italo-venezuelana, è scampata al secondo terremoto della sua vita. Il primo fu da bambina, nel Belice (1968); in seguito la famiglia si trasferì in Venezuela. Il 24 giugno il suo palazzo a Caracas, costruito con criteri antisismici fissati dopo il terremoto del 1967, è rimasto in piedi ma è lesionato; tutti gli abitanti si sono rifugiati presso parenti. Hanno tenuto anche le torri del Parque Central, sempre nella capitale, dove vive Ernesto Wong Maestre, docente cubano, attivista dell’associazione Trisol del Alba: «Ma in quel breve lasso di tempo ho pensato che la mia vita fosse finita». Sono quasi sette milioni i colpiti dal terremoto, secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim).

LA GUAIRA (dove nel 1999 un’alluvione fece migliaia di vittime) è l’epicentro della tragedia, come morti e distruzioni. Persone ancora sotto le macerie, altre senza casa, ospedali in emergenza – sono stati inviati sul posto presidi chirurgici mobili per interventi d’urgenza. Le squadre di soccorso, insieme a volontari e cittadini, continuano a cercare dovunque, con macchinari limitati, per individuare superstiti. Rodriguez ha annunciato la militarizzazione della Guaira, con l’invio delle Forze armate nazionali bolivariane (Fanb) che affiancano le unità di soccorso e coordinano la contingenza umanitaria. Intanto il ministro dell’interno Diosdado Cabello ha smentito le «notizie false» su uno tsunami post-sisma.
La mobilitazione della comunità internazionale vede la presenza anche di paesi che da decenni si oppongono al Venezuela. Giovedì un contingente della Repubblica Dominicana è stato il primo a raggiungere La Guaira. Si sono mossi rapidamente anche Brasile, Colombia, Cuba, Salvador, Messico, e via via diversi altri Stati, dall’India alla Svizzera, dalla Spagna alla Francia.
DALL’ITALIA ieri è partita con un aereo militare la missione con unità di soccorso coordinata dal Dipartimento della Protezione civile in collaborazione con i vigili del fuoco e il ministero degli esteri; segue oggi un secondo velivolo. Immediato anche il sostegno del Vaticano. La Cina (che conta alcuni suoi cittadini fra le vittime) fornirà assistenza sia nell’immediato che per la ricostruzione.
Arriva anche i sostegno, con risvolti molto politici, dagli Stati uniti. Militari statunitensi, guidati dal generale Kevin J. Jarrad, sono a Caracas per coordinare l’intervento di Washington con gruppi di soccorritori e la fornitura di immagini aeree per la valutazione dei danni. Gli Usa hanno anche annunciato che aiuteranno a individuare le necessità di recupero del paese nel lungo periodo, con la creazione di un fondo di 150 milioni di dollari per il lavoro di varie organizzazioni.
*(Fonte: Il Manifesto – Mirella Correggia. Collabora con diverse testate tra cui ‟il Manifesto”. Tra i suoi libri: Manuale pratico di ecologia quotidiana)

 

 

02 – DUE POTENTI TERREMOTI HANNO COLPITO IL VENEZUELA. MORTI E FERITI – I TERREMOTI DI MAGNITUDO 7.2 E 7.5 SONO STATI AVVERTITI ANCHE IN ALTRI PAESI, CON EDIFICI EVACUATI IN AREE LONTANE COME L’AMAZZONIA BRASILIANA. (REDAZIONE PAGINE ESTERI)*

Due potenti terremoti consecutivi hanno colpito il Venezuela ieri sera, causando danni ingenti, il crollo di edifici e il panico tra i residenti che si sono riversati nelle strade. Al momento si parla di 164 morti e 971 feriti, ma il bilancio sembra destinato a salire. Secondo alcune stime, tenendo conto della violenza e dei danni causati dal sisma, le vittime potrebbe essere fino a 10.000.
I terremoti di magnitudo 7.2 e 7.5 sono stati avvertiti anche in altri Paesi, con edifici evacuati in aree lontane come l’Amazzonia brasiliana, a circa 1.700 chilometri da Caracas.
In un breve discorso alla nazione tenuto mercoledì sera, la presidente ad interim Delcy Rodríguez ha affermato che i terremoti hanno causato danni in diversi stati, ma non ha fornito cifre sul numero di case ed edifici colpiti, né sul numero di feriti o vittime.
I terremoti hanno danneggiato gravemente il principale aeroporto del Paese, l’aeroporto internazionale Simón Bolívar, al punto da provocarne la chiusura, ha affermato, aggiungendo che le lezioni sono state sospese per diversi giorni.
“Esortiamo la nostra popolazione a mantenere la calma”, ha detto Rodríguez. “Esortiamo all’unità”. Rodríguez ha inoltre chiesto a tutti gli operatori sanitari del Paese di presentarsi negli ospedali per prestare assistenza a chiunque fosse rimasto ferito. Il Ministero dell’Istruzione ha dichiarato mercoledì sera che alcune scuole sarebbero state utilizzate come rifugi e centri di raccolta donazioni.
L’US Geological Survey inizialmente aveva indicato una magnitudo di 7.1 per il primo terremoto, salvo poi correggerla a 7.2. L’epicentro si trovava a ovest della località di Morón, situata lungo la costa caraibica del paese, a circa 168 chilometri a ovest di Caracas. La profondità del sisma era di 22 chilometri.
L’USGS ha segnalato un terremoto ancora più forte, di magnitudo 7,5, appena un minuto dopo. Il secondo sisma ha avuto una profondità di 10 chilometri e il suo epicentro si trovava a 16 chilometri a sud-ovest di Morón.
I terremoti, tra i più forti che abbiano colpito il Venezuela in oltre un secolo, si sono verificati poco dopo le 18:00. Gli abitanti hanno evacuato gli edifici che oscillavano nella capitale Caracas, molti visibilmente scioccati nel vedere interi muri crollati, con mobili visibili dalla strada. Colonne di polvere erano visibili anche in due quartieri della capitale, solitamente frequentati da ristoranti e altre attività commerciali.
La gente è rimasta per le strade per ore, anche dopo il tramonto. Alcuni sedevano per terra abbracciando i loro animali domestici mentre la polvere si accumulava intorno a loro. Edifici crollati, pali della luce abbattuti e detriti bloccavano le strade. In alcune zone della capitale è mancata la corrente elettrica e il segnale dei telefoni cellulari. Pagine Esteri
*(Red:Pagine estere)

 

 

03 – Commissione inchiesta Onu: “A GAZA BAMBINI PRESI DI MIRA DELIBERATAMENTE. È GENOCIDIO” LE NAZIONI UNITE TORNANO AD ACCUSARE ISRAELE DI CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ E CRIMINI DI GUERRA. TEL AVIV RESPINGE LE ACCUSE E PARLA DI “DOCUMENTO PROPAGANDISTICO”. (*)Redazione Pagine Esteri

Le Nazioni Unite tornano ad accusare Israele di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra nei confronti della popolazione palestinese di Gaza e della Cisgiordania. A sostenerlo è l’ultimo rapporto della Commissione indipendente d’inchiesta istituita nel 2021 dal Consiglio per i diritti umani dell’Onu, un documento che concentra l’attenzione soprattutto sulle conseguenze della guerra e dell’occupazione sui bambini palestinesi.
Secondo gli investigatori, il deliberato bersagliamento dei minori palestinesi rappresenta uno degli elementi più significativi emersi dall’inchiesta. La Commissione afferma che uccisioni e ferimenti di bambini sono proseguiti anche dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco a Gaza, nell’ottobre del 2025, e sostiene che le violazioni commesse durante il conflitto continuino a produrre effetti devastanti sulla vita di centinaia di migliaia di minori.
Le conclusioni del nuovo rapporto si inseriscono in un filone investigativo già avviato nei mesi precedenti. Nel settembre dello scorso anno la stessa Commissione aveva pubblicato uno studio giuridico nel quale concludeva che le strategie militari adottate da Israele a Gaza erano orientate a provocare la morte di un numero elevato di palestinesi e a compromettere la capacità di riproduzione della popolazione della Striscia. Anche allora gli esperti avevano parlato di genocidio. Il nuovo dossier approfondisce in particolare l’impatto delle operazioni militari sull’infanzia palestinese, descrivendo quella che definisce una distruzione sistematica delle condizioni necessarie alla crescita e allo sviluppo dei bambini.
L’indagine prende in esame le denunce relative all’uso della tortura, di trattamenti inumani e degradanti e di violenze sessuali e di genere contro minori palestinesi, soprattutto durante arresti di massa e periodi di detenzione. Gli investigatori hanno inoltre analizzato gli effetti degli attacchi contro ospedali, cliniche e altre strutture essenziali per l’assistenza all’infanzia, evidenziando le conseguenze sulla salute delle madri e dei neonati.
Particolare attenzione viene dedicata anche alla distruzione del sistema educativo. Il rapporto descrive gli attacchi contro le scuole e sottolinea come la perdita di strutture educative e assistenziali abbia lasciato migliaia di bambini privi di protezione, sostegno e istruzione. Secondo la Commissione, l’interruzione prolungata delle attività scolastiche avrà effetti duraturi sulla formazione di un’intera generazione.
Gli esperti delle Nazioni Unite mettono inoltre in relazione l’aumento della mortalità infantile con le condizioni di vita imposte alla popolazione di Gaza durante e dopo il conflitto. Mancanza di cure mediche adeguate, malnutrizione, carenza di acqua potabile e servizi sanitari insufficienti avrebbero compromesso in modo grave la salute dei minori. A questi danni si aggiungono quelli psicologici: traumi, stress cronico, perdita di familiari e disabilità permanenti che continueranno a segnare la vita di molti bambini anche negli anni futuri.
Per il presidente della Commissione, Srinivasan Muralidhar, le conseguenze subite dall’infanzia palestinese non potranno essere cancellate rapidamente. “Anche se le bombe e le armi dovessero tacere a Gaza e in Cisgiordania, i bambini palestinesi non si riprenderanno semplicemente dall’oggi al domani”, ha dichiarato. “La distruzione della loro salute, della loro istruzione e del loro sviluppo è irreversibile”. La Commissione chiede quindi a Israele di cessare immediatamente tutte le violazioni che colpiscono i minori palestinesi e di adottare misure concrete per garantire la protezione dei civili.
Israele ha respinto il rapporto, definendolo un documento propagandistico e privo di credibilità. In una nota diffusa dalla propria rappresentanza presso le Nazioni Unite a Ginevra, ha accusato la Commissione di “ignorare le violenze commesse da Hamas il 7 ottobre 2023” e di “perseguire un approccio ostile nei confronti dello Stato israeliano”.
*( Redazione, Pagine Esteri)

 

 

04 – Eliana Riva*: BAMBINI PALESTINESI UCCISI CON INTENZIONE. ONU: «È GENOCIDIO» PALESTINA LA COMMISSIONE D’INCHIESTA DELLE NAZIONI UNITE: IL 30% DELLE VITTIME DI ISRAELE A GAZA SONO MINORI. DALLA «TREGUA» ALMENO UNO AL GIORNO

ISRAELE PRENDE DELIBERATAMENTE DI MIRA I BAMBINI PALESTINESI. PER DISTRUGGERNE LA VITA, L’INFANZIA, LA FAMIGLIA, L’ISTRUZIONE, LA SALUTE MENTALE. IL GENOCIDIO PROSEGUE: LO HA MESSO NERO SU BIANCO LA COMMISSIONE INTERNAZIONALE INDIPENDENTE D’INCHIESTA DELLE NAZIONI UNITE SUL TERRITORIO PALESTINESE OCCUPATO, COMPRESA GERUSALEMME EST, E ISRAELE.

E NON SI TRATTA di «vittime collaterali», come il governo israeliano ha continuato a sostenere, tentando inutilmente di rendere tollerabile il massacro di oltre 20mila bambini e bambine palestinesi. Le bombe sganciate sui piccoli di Gaza non sono nemmeno «errori di calcolo», ma attacchi intenzionali del cui esito Israele è perfettamente consapevole.

La Commissione ha raccolto e verificato migliaia di materiali, condotto interviste da remoto e in presenza con vittime, testimoni, operatori sanitari, avvocati, giornalisti e accademici. Patologi indipendenti sono stati chiamati ad analizzare referti medici, radiografie, fotografie, video, audio. Mentre il ministero della salute di Gaza e l’Autorità nazionale palestinese hanno risposto alle domande degli esperti Onu, Israele ha completamente ignorato tredici richieste di informazione o accesso agli atti, liquidando poi il report come «diffamatorio».

I DATI RACCONTANO che l’esercito ha spazzato via il 2% dell’intera popolazione infantile della Striscia, che rappresenta il 30% di tutte le vittime di Gaza. L’alto numero di bambini uccisi e feriti è attribuito all’uso di armi esplosive ad ampio raggio in aree densamente popolate. Lo studio documenta anche un modello sistematico di azioni che prendono intenzionalmente di mira i bambini. Accade quando i militari colpiscono le aree in cui i più piccoli giocano o raccolgono la legna, quando bombardano le tende degli affollati campi profughi, le scuole-rifugio, i siti di distribuzione di acqua e cibo, le abitazioni di famiglia.

La Commissione ha documentato una serie di omicidi a sangue freddo, elencando le unità militari responsabili. Come l’assassinio della piccola Hind Rajab e della sua famiglia, colpiti da un carro armato che si trovava a pochi metri dalla loro automobile. O quello di un ragazzino di 15 anni ammazzato da un cecchino mentre evacuava sventolando un panno bianco. O ancora, gli spari del quadricottero che hanno causato lesioni cerebrali a un neonato di 10 giorni, colpito mentre veniva allattato dalla madre in una tenda di Nuseirat. Sia i quadricotteri che i fucili da cecchino sono dotati di telecamere ad alta risoluzione, sensori a infrarossi, visione notturna i quali, secondo il rapporto, garantiscono la definizione degli obiettivi che si decide di colpire. I militari avrebbero visto che si trattava di bambini.
A CIÒ SI UNISCE la violenza riproduttiva, la distruzione di scuole, ospedali, l’assedio che non permette cure pediatriche né di intervenire come si dovrebbe sui circa 21mila bambini resi disabili. Anche in Cisgiordania gli sfollamenti e la chiusura delle scuole prendono deliberatamente di mira i bambini, rapiti, arrestati, interrogati senza la presenza di un adulto e torturati nelle carceri israeliane. Azioni incitate da una violenta retorica pubblica che normalizza l’uccisione di minori palestinesi e incoraggia i soldati a colpirli anche senza ordini espliciti.

La Commissione ribadisce le conclusioni del settembre 2025 e afferma che a Gaza le autorità e l’esercito israeliano hanno commesso e continuano a commettere il crimine di genocidio, che crimini di guerra si susseguono in Cisgiordania e a Gerusalemme est.
NEL RAPPORTO, il targeting dei bambini diventa uno degli elementi centrali per dimostrare l’intento genocidario: l’infanzia rappresenta la continuità biologica, sociale e politica del gruppo palestinese. Uccidere i bambini, mutilarli, privarli della salute, della scuola, della famiglia e della possibilità stessa di crescere significa, secondo la Commissione, aggredire il futuro dei palestinesi, spezzarne la sopravvivenza collettiva e compromettere l’esistenza stessa del gruppo.
E il «cessate il fuoco» non è servito a spegnere l’intento genocidario. Secondo l’Unicef, l’agenzia Onu per l’infanzia, in otto mesi Israele ha ammazzato in media un bambino palestinese al giorno. L’organizzazione descrive la tregua come «un’illusione crudele e mortale» che da ottobre ha causato la morte di almeno 265 bambini.
Anche lunedì un «doppio colpo» israeliano ha ucciso una giovane studentessa che tornava a casa dopo aver sostenuto un esame scolastico. Ieri, invece, un quadricottero ha sparato sulle tende del campo di al-Mawasi, uccidendo una persona e causando diversi feriti. La Commissione Onu ha concluso chiedendo di imporre sanzioni immediate a Israele, di fermare il commercio militare, di arrestare funzionari israeliani destinatari di mandati della Corte penale internazionale.

 

05 – Teresa Barone*: PENSIONE, ETÀ MEDIA IN AUMENTO: LA CLASSIFICA INPS PER GENERE E REGIONE- DAL RENDICONTO CIV-INPS GLI UOMINI ESCONO A 62 ANNI IN TRENTINO E A 66 IN CALABRIA, E PER LE DONNE SI VA DAI 64 DELL’ALTO ADIGE AI 67 DELL’UMBRIA.

L’età media della pensione in Italia cambia da una Regione all’altra. In base ai dati dell’ultimo Rendiconto sociale Civ-INPS, gli uomini lasciano il lavoro a 62,3 anni in Trentino-Alto Adige e a 66,2 in Calabria, mentre tra le donne si passa dai 64 anni dell’Alto Adige ai 67 dell’Umbria. La media nazionale è di 64,1 anni per gli uomini e 65,4 per le donne, sotto la soglia di legge di 67 grazie alle uscite anticipate. Dietro il divario c’è la qualità delle carriere: dove sono lunghe e continue si esce prima, dove sono frammentate si attende la vecchiaia.
I numeri sull’età di pensionamento per regione:
la media nazionale di uscita è di 64,1 anni per gli uomini e 65,4 per le donne, contro la soglia di legge di 67 anni;
tra gli uomini si va in pensione prima in Trentino-Alto Adige, a 62,3 anni, e più tardi in Calabria, a 66,2;
tra le donne il divario va dai 64 anni dell’Alto Adige ai 67 dell’Umbria, con il Sud sopra la media;

il Nord anticipa il Sud, perché carriere lunghe e continue aprono più spesso la pensione anticipata;
l’aumento 2022-2025 deriva dalla stretta sulle uscite flessibili e non all’adeguamento alla speranza di vita.

Indice
• Il Sud esce dal lavoro più tardi del Nord
• Età della pensione, classifica maschile per regione
• Le donne lasciano il lavoro più tardi
• L’aumento anagrafico colpisce le pensionate
• Le cause dell’aumento dell’età pensionabile

IL SUD ESCE DAL LAVORO PIÙ TARDI DEL NORD
Rendiconto INPS, pensioni tardive e in calo24 Giugno 2026Il divario territoriale non nasce da regole diverse, uguali in tutta Italia, bensì dalla storia lavorativa. Al Nord le carriere sono più lunghe e continue, con contributi pieni e salari stabili, e così più lavoratori maturano la pensione anticipata e lasciano prima dei 67 anni. Al Sud, dove sono più diffusi lavoro discontinuo, part-time involontario e buchi contributivi, raggiungere i requisiti dell’anticipo è più difficile, e si finisce per attendere la pensione di vecchiaia, che alza l’età media di uscita.
Uscire prima, al Nord, è quindi il segno di carriere solide, non di un sistema più generoso. L’uscita più tardiva al Sud fotografa la fragilità del mercato del lavoro: non si resta in attività più a lungo per scelta, ci si arriva più tardi
.
ETÀ DELLA PENSIONE, CLASSIFICA MASCHILE PER REGIONE
Per gli uomini la classifica dell’età di uscita disegna un’Italia a gradiente, dal Nord-Est dove si lascia il lavoro più presto fino all’estremo Sud. La distanza tra Trentino-Alto Adige, a 62,3 anni, e Calabria, a 66,2, sfiora i quattro anni pieni.
Età media di uscita (uomini)
Regioni
prima dei 63 anni Trentino-Alto Adige, Valle d’Aosta, Veneto
tra 63 e 64 anni Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Piemonte, Marche,
Toscana
tra 64 e 65 anni Liguria, Abruzzo, Molise
tra 65 e 66 anni Umbria, Puglia, Lazio, Sardegna, Basilicata, Sicilia
oltre i 66 anni Campania, Calabria-

LE DONNE LASCIANO IL LAVORO PIÙ TARDI
Le donne escono dal lavoro più tardi degli uomini, a 65,4 anni contro 64,1, e il dato regionale conferma il quadro. I valori più alti sono al Centro-Sud, i più bassi nel Nord-Est, con Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna appaiate a 64,7 anni.
Regione Età media di uscita (donne)
Umbria 67,0 anni
Calabria 66,7 anni
Campania 66,6 anni
Valle d’Aosta 64,5 anni
Veneto 64,4 anni
Trentino-Alto Adige 64,0 anni
Si aggiunge il divario di genere sugli importi: sulle pensioni di vecchiaia l’assegno medio femminile è inferiore del 45% a quello maschile, effetto di retribuzioni più basse, periodi di discontinuità e part-time involontario.
L’AUMENTO ANAGRAFICO COLPISCE LE PENSIONATE
La crescita dell’età non ha toccato uomini e donne allo stesso modo. Tra il 2022 e il 2025 la media di uscita è salita di un anno pieno per le donne e di quattro decimi per gli uomini. Gli incrementi femminili più forti si concentrano al Nord.
Regione
Aumento donne 2022-2025
Friuli-Venezia Giulia +1,3 anni
Emilia-Romagna +1,2 anni
Lombardia +1,2 anni
Piemonte +1,1 anni
Liguria, Molise, Toscana +1,0 anni

Per gli uomini l’aumento massimo si ferma invece a mezzo anno, in Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Sardegna e Veneto. A spiegare lo scarto è la stretta sulle uscite flessibili, che ha gravato di più sulle lavoratrici: la cancellazione di fatto di Opzione donna ha tolto proprio a loro uno dei pochi canali di anticipo. Per orientarsi tra gli strumenti disponibili sono utili le opzioni di uscita anticipata previste per il 2026.

LE CAUSE DELL’AUMENTO DELL’ETÀ PENSIONABILE
L’aumento registrato finora ha una causa politica, non demografica. La crescita dell’età di uscita nel quadriennio nasce dalla restrizione dei canali di flessibilità, dalle anticipate a Opzione donna fino alle Quote, e non dall’adeguamento alla speranza di vita, che entra in gioco solo adesso con un mese in più dal 2027 e altri due dal 2028. Quando quel meccanismo si sommerà alle differenze territoriali, l’uscita effettiva si allontanerà ancora, soprattutto per chi non rientra nei canali anticipati.
*(Fonte: PMI.it – Teresa Barone, Giornalista pubblicista, collabora da molti anni con PMI.it occupandosi di imprese e green economy, mondo del lavoro )

 

06 – Di Hamilton Nolan *: How Things Work – STATI UNITI. LA SINISTRA SOCIALISTA IN FERMENTO PER LE PRIMARIE A NEW YORKIL VOTO, IN VISTA DELLE ELEZIONI DI MEDIO TERMINE PER IL CONGRESSO, TERMINERÀ DOMANI E INDICHERÀ LA CONSISTENZA DELLA CRESCITA DEI DEMOCRATIC SOCIALISTS, L’ALA PIÙ PROGRESSISTA DEL PARTITO DEMOCRATICO, SU QUELLA MODERATA. I PRIMI RISULTATI GIÀ VANNO IN QUELLA DIREZIONE.

Pagine Esteri (foto fermo immagina da YouTube) – Più ci si sposta verso sud su Flatbush Avenue a Brooklyn, più la strada si trasforma in quel tipo di vivace e frenetica via commerciale che si trova raramente al di fuori di New York. I nuovi negozi di scarpe da ginnastica, i ristoranti e gli strani negozi che vendono abiti sgargianti da 200 dollari e body a rete si trovano in edifici di mattoni scrostati con insegne di legno dipinte alla buona, e si percepisce la continuità della storia che pulsa, come se si potesse chiudere gli occhi e tornare indietro nel tempo, alle tabaccherie e alle sartorie che occupavano quei luoghi un secolo fa. In mezzo a questa via si erge il rinnovato King’s Theater: incredibilmente maestoso all’interno, con imponenti colonne di legno intagliato ornate da sinuosi fiori e gigli dorati, e ricche tende cremisi con frange dorate. Spettacolare. La sua improbabile magnificenza è in qualche modo accentuata dal fatto che si trova proprio lì, accanto al negozio di liquori a basso costo e al Taco Bell Cantina.
Ieri pomeriggio faceva caldo e il King’s Theater era pieno di socialisti. I posti a sedere nella platea, ogni fila curva incorniciata da eleganti decorazioni in legno, erano occupati perlopiù da giovani di Brooklyn accorsi a un raduno per la mobilitazione al voto organizzato dai Democratic Socialists of America (DSA) nelle ore immediatamente successive alla delirante parata per la vittoria del campionato dei New York Knicks in centro. New York era in festa, baby. Una ragazzina di circa dodici anni si è fatta strada con passo deciso lungo la navata, con un cappellino dei Knicks nuovo di zecca e una maglietta con la copertina dell’album “Ready to Die” di Biggie Smalls, e sembrava portare con sé, con leggerezza, l’entusiasmo di tutta la città. “Questa è la mia politica”, diceva la ragazza con la maglietta di Biggie al raduno socialista del King’s Theater. “Il resto dell’America può unirsi a noi”.
Zohran era lì, e c’era Bernie Sanders, e c’erano tutti i candidati approvati dai DSA che si presentano alle elezioni, tutti a turno con discorsi brevi e incisivi. Questo raduno aveva uno scopo più ampio, una prospettiva più ampia, che non solo reclutare attivisti prima delle elezioni della prossima settimana. I socialisti democratici nel 2026 stanno vivendo un momento che – senza voler essere troppo audace, senza spingermi troppo oltre in termini storici – è più promettente e significativo di qualsiasi cosa abbiamo visto dalla Seconda Guerra Mondiale. Non è un momento passeggero, perché è il frutto di almeno un decennio di lavoro, da quando la prima candidatura di Bernie alla presidenza ha dato il via alla rinascita dei DSA. Sono anni di lavoro organizzativo che finalmente danno i loro frutti. L’era del successo elettorale per la sinistra è arrivata. Sì, è circoscritto geograficamente, e no, non è un’era di dominio politico, ma il sogno di avere una fazione organizzata all’interno del Partito Democratico in grado di spingerlo a sinistra in modo sistematico e irresistibile, con una forza maggiore dei vani appelli alla moralità, è sul punto di diventare realtà.

Considerate questo: Zohran ha vinto le elezioni a sindaco di New York l’anno scorso. La socialista democratica Janeese Lewis George è destinata a diventare la prossima sindaca di Washington, DC. Nithya Raman, vicina ai DSA, è al ballottaggio con la sindaca uscente Karen Bass per la carica di sindaco di Los Angeles. I rossi stanno conquistando le città!

E non sono gli unici. Ieri sul palco, Bernie ha citato altri successi: Analilia Mejia, eletta al Congresso nel New Jersey lo scorso aprile, e il suo collega di sinistra del New Jersey, Adam Hamawy, che probabilmente conquisterà un seggio al Congresso quest’anno; Graham Platner nel Maine, testa a testa nella corsa al Senato; Chris Rabb, destinato a conquistare un seggio al Congresso in Pennsylvania; Randy Villegas, un esponente della sinistra che ha sconfitto un democratico moderato in un distretto congressuale competitivo della California; e i progressisti filo-sindacali recentemente vittoriosi con un background operaio che puntano a seggi al Congresso in stati repubblicani o in bilico, come Bob Brooks in Pennsylvania, Brian Poindexter in Ohio e Sam Forstag in Montana. Non tutti questi candidati sono formalmente affiliati al DSA, ma tutti stanno beneficiando, in misura diversa, della svolta a sinistra post-2016 dello spirito del tempo, resa possibile dal lavoro di organizzazione nazionale del DSA.
A New York, abbiamo il privilegio di votare per una lista di candidati democratico-socialisti autentici. Il comizio di ieri vantava cinque candidati all’Assemblea statale approvati dai DSA, seguiti da tre candidati al Congresso: il modesto papà di Park Slope Brad Lander (“Si parla di politici che rappresentano Wall Street o la gente comune”, ha detto la presentatrice Ilana Glazer. “Questo ragazzo potrebbe rappresentare Sesame Street!”); la sobria sindacalista Claire Valdez; e la raffinata educatrice e attivista dell’Upper East Side Darializa Avila Chevalier. Tutti stanno cercando di affermare la supremazia della sinistra nelle competizioni tra democratici. La cosa più importante che le loro vittorie otterrebbero sarebbe dimostrare al Partito Democratico nazionale che i DSA sono una forza con cui fare i conti. Queste elezioni rappresentano un punto di svolta che potrà essere sfruttato nel 2028, quando inizierà la grande battaglia su cosa saranno i Democratici dopo la caduta di Trump.
Da quando in qua, voi elettori progressisti frustrati, avete una lista di candidati da consultare? Questa è la buona politica di partito, qualcosa che non si vedeva a questo livello nella storia moderna del Partito Democratico. Questa è una fazione organizzata all’interno di questo partito schifoso, frustrante e ostaggio delle multinazionali, che può effettivamente vincere e quindi esercitare il potere e costringere i centristi e i candidati finanziati ad ascoltare le richieste della sinistra. Questa è una novità. New York è il centro nevralgico del potere dei DSA, e ciò che accade in queste elezioni newyorkesi ha importanza a livello nazionale, perché più ampia è la testa di ponte che i socialisti riescono a costruire al Congresso e nelle assemblee legislative statali, più forte sarà la loro influenza nel posizionare il partito durante la campagna presidenziale. È meglio pensare al Partito Democratico non come a un’unica organizzazione, ma piuttosto come a un campo di lotta tra molte fazioni politiche diverse. La sinistra, finalmente, potrebbe essere abbastanza forte da non essere estromessa da questo campo quando conta davvero.
Se le elezioni del 2026 andranno bene per i candidati del DSA, sembra molto probabile (basandosi sul buon senso) che AOC si candiderà alla presidenza, diventando l’erede di Bernie e il punto di riferimento per tutta la crescente energia politica della sinistra. Questa è la posta in gioco in queste competizioni a livello locale. Ogni vittoria conta. Dobbiamo tutti pensare al quadro generale. Claire Valdez, ad esempio, si candida contro Antonio Reynoso, che è anch’egli molto progressista e molto favorevole ai lavoratori e che, ne sono certo, sarebbe quasi completamente allineato politicamente con me se fosse al Congresso. Ma una vittoria per Valdez avrebbe l’ulteriore importanza di dimostrare il potere del DSA. Questo, di per sé, è fondamentale, e quindi spero che vinca.
Bernie Sanders ha 84 anni e ci prova da decenni. L’attuale generazione di socialisti eletti rappresenta il culmine del suo lavoro. Lui, come Martin Luther King, non raggiungerà la vetta con noi, ma le sue campagne presidenziali e l’energia che ha infuso nel DSA potrebbero essere il carburante che spingerà una nuova generazione verso quella cima. Voglio che tutti votino per i candidati del DSA nel 2026, non solo perché sono socialista, ma perché ogni voto rappresenta una munizione per la più grande e imminente battaglia della sinistra all’interno del Partito Democratico.
Per tutta la mia vita, la sinistra è stata frammentata, emarginata e spesso demoralizzata, aggrappandosi a piccole vittorie momentanee in un incessante susseguirsi di sconfitte. I successi di Bernie, per quanto inadeguati, hanno dato alla sinistra una speranza elettorale più concreta, ma erano strettamente legati alla sua persona. Ora, finalmente, stiamo assistendo alla possibilità di una politica di sinistra sistemica e organizzata, abbastanza solida da svincolarsi da una singola personalità e prosperare in distretti, sia quelli più probabili che quelli più improbabili, in tutto il paese. “Il nostro lavoro non è mai stato incentrato su una sola persona”, ha dichiarato ieri sul palco Zohran Mamdani, l’uomo più popolare di New York dopo Jalen Brunson. “Il nostro lavoro è stato incentrato su un movimento”.
Non si tratta del DSA. Si tratta della visione di vedere la sinistra americana come un vero e proprio movimento: un movimento per le persone prima del denaro, per i lavoratori prima degli investitori, per i diritti umani prima dei diritti delle multinazionali, per il socialismo prima del capitalismo. Il DSA ha costruito una piattaforma abbastanza solida da portare questa visione nel mainstream politico, e tutti noi gli dobbiamo la nostra gratitudine. Ma siamo tutti sulla stessa barca. Se siamo intelligenti, ci uniremo e attraverseremo la porta che si sta aprendo, invece di continuare a sbattere la testa contro il muro. Queste elezioni sono l’antipasto e il 2028 è l’occasione per un piatto principale di sinistra per l’America. In questo senso, sembra più promettente di qualsiasi altra epoca della mia vita o persino di quella dei miei genitori. L’opportunità bussa alla porta, gente. Salite a bordo. Va bene essere un po’ ottimisti. Seguite New York verso la vetta, ora. Pagine Esteri
*(Hamilton Nolan è un giornalista specializzato in temi del lavoro. Negli ultimi dieci anni ha scritto per Gawker, Splinter, The Guardian e altre testate. Altri suoi articoli sono disponibili su Substack .)

 

07 – BREXIT. DIECI ANNI DOPO I BRITANNICI CI RIPENSANO: MEGLIO IN EUROPA – DUE TERZI (66%) RITENGONO CHE LA BREXIT SIA STATA “NEGATIVA” PER IL REGNO UNITO E ABBIA PEGGIORATO QUASI TUTTE LE QUESTIONI A CUI TENGONO, TRA CUI IL COSTO DELLA VITA, LA CRESCITA ECONOMICA, LE OPPORTUNITÀ PER I GIOVANI. *(Redazione Pagine Esteri)

Dieci anni dopo i britannici ci ripensano: la Brexit fu un errore, meglio stare nell’Ue. Lo dice un sondaggio svolto dall’European Council on Foreign Relations.
Due terzi dei britannici (66%) ritengono che la Brexit sia stata “negativa” per il Regno Unito e abbia peggiorato quasi tutte le questioni a cui tengono, tra cui il costo della vita, la crescita economica, le opportunità per i giovani, il commercio e la gestione dell’immigrazione.
Tre quarti dell’elettorato britannico vogliono ora legami più stretti con l’Ue. Due terzi ritengono che la Brexit abbia avuto un impatto negativo sul costo della vita; una posizione che ora alimenta la domanda di legami economici più stretti con l’UE (46% degli intervistati a favore, contro il 13% contrario) e trova sostegno persino tra gli elettori di Reform UK con un margine del 49% contro il 20%.
Il 63% dei britannici – inclusi molti elettori di Reform UK e gli ex sostenitori del “Leave” nel 2016 – accetterebbe ora il ritorno della libera circolazione in cambio di un rapporto commerciale più stretto con l’UE.
L’opposizione alla partecipazione del Regno Unito a un esercito europeo è scomparsa, sullo sfondo di alleanze geopolitiche in evoluzione. I britannici scelgono l’Europa rispetto agli Stati Uniti come partner di sicurezza preferito. Solo il 18% dei britannici considera ora gli Usa un alleato, mentre la maggioranza vede i vicini continentali, tra cui Francia, Germania, Polonia e Spagna, come partner con valori condivisi. Il 58% è perciò favorevole a relazioni di difesa più stretti con l’Europa (contro il 19% per gli USA), mentre il 47% si rivolgerebbe all’UE per sostegno in caso di crisi, contro solo il 10% che si rivolgerebbe a Washington.
Commentando i risultati del sondaggio, Mark Leonard, co-fondatore e direttore del European Council on Foreign Relations, ha dichiarato: “Dieci anni fa, la Brexit era il veicolo insurrezionale di una nazione che rifiutava lo status quo. Tuttavia, un decennio dopo, i britannici si rendono conto che le loro speranze di una vita migliore fuori dall’Ue non si sono realizzate e che la Brexit sta minando la capacità del Regno Unito di gestire le questioni a cui gli elettori tengono di più. Questi dati mostrano che la grande maggioranza dei cittadini è aperta a una relazione più stretta. Piuttosto che combattere di nuovo le battaglie del 2016, il governo deve spingere per una nuova relazione con l’Europa che risponda direttamente alle preoccupazioni quotidiane dei cittadini riguardo al costo della vita, alla migrazione e alla sicurezza.
*(Pagine Estere)

 

 

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