
di Guglielmo Bozzolini
Il 10 giugno scorso, all’età di 92 anni, ci ha lasciato Jean Ziegler, una delle voci più autorevoli, coraggiose e appassionate della Svizzera contemporanea. Sociologo, scrittore, parlamentare socialista, relatore delle Nazioni Unite per il diritto all’alimentazione, egli è stato soprattutto un intellettuale che non ha mai accettato di osservare il mondo dalla distanza rassicurante dell’accademia. Ha scelto invece di schierarsi, di prendere posizione, di mettere il proprio sapere al servizio di chi aveva meno voce e meno potere.
Per il movimento sindacale e per le organizzazioni dei migranti Jean Ziegler non è stato soltanto una figura pubblica di rilievo internazionale. È stato un compagno di strada. Una persona che ha saputo comprendere, spesso prima di altri, le difficoltà, le discriminazioni e le ingiustizie vissute da centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori immigrati.
Negli anni in cui l’economia svizzera cresceva grazie anche al lavoro degli immigrati italiani, molti di essi vivevano in condizioni di forte precarietà. Lo statuto dello stagionale separava le famiglie, limitava i diritti, costringeva molte persone a vivere nell’incertezza. Era la Svizzera delle baracche, dei dormitori, dei bambini nascosti per paura dell’espulsione, delle iniziative xenofobe che periodicamente mettevano in discussione la presenza stessa degli stranieri.
In quegli anni Jean Ziegler fu tra coloro che ebbero il coraggio di denunciare pubblicamente queste contraddizioni. Lo fece quando non era ancora conveniente farlo, e una parte significativa dell’opinione pubblica preferiva ignorare ciò che accadeva dietro il successo economico del paese. La sua critica non nasceva da ostilità verso il suo paese, ma dall’idea che una democrazia autentica dovesse avere il coraggio di confrontarsi con le proprie ombre.
Per questa ragione il suo percorso si è spesso incrociato con quello delle organizzazioni dell’emigrazione italiana, delle Colonie Libere Italiane, dei sindacati e delle realtà che operavano per l’inclusione sociale e culturale dei lavoratori migranti. Ziegler riconosceva nell’organizzazione collettiva uno strumento fondamentale di emancipazione. Era convinto che i diritti non fossero concessioni benevole, ma conquiste ottenute attraverso la partecipazione e la lotta sociale.
La sua attenzione per il mondo del lavoro non si limitava però alla realtà svizzera. Fin dagli anni Settanta comprese che la globalizzazione economica stava creando nuove forme di sfruttamento e nuove disuguaglianze. Mentre molti celebravano senza riserve l’espansione dei mercati, egli ne denunciava i costi umani. Dietro ogni statistica vedeva persone concrete: lavoratori privati dei diritti, contadini espulsi dalle loro terre, comunità impoverite dalla concentrazione della ricchezza.
La lotta contro la fame nel mondo rappresenta probabilmente il capitolo più noto della sua attività pubblica. Come Relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto all’alimentazione, visitò decine di paesi e documentò situazioni drammatiche. Ma il suo messaggio fondamentale era semplice: la fame non è una fatalità. In un pianeta che produce cibo sufficiente per tutti, la fame è il risultato di rapporti di potere, di scelte economiche e di ingiustizie sociali. Per questo motivo la considerava uno scandalo morale prima ancora che un problema economico.
Questa capacità di collegare le vicende locali alle dinamiche globali è stata una delle caratteristiche più originali del suo pensiero. Quando parlava di un lavoratore immigrato in Svizzera, vedeva anche i processi economici internazionali che avevano spinto quella persona a lasciare il proprio paese. Quando denunciava la povertà nel Sud del mondo, richiamava le responsabilità delle economie più ricche. Quando difendeva i diritti sociali, ricordava che essi sono indivisibili e universali.
Per oltre sessant’anni ha sostenuto le stesse convinzioni fondamentali: la dignità umana viene prima del profitto; la solidarietà è più importante della competizione; i diritti non possono essere subordinati agli interessi economici.
In un’epoca nella quale il linguaggio della politica tende sempre più a ridursi a gestione tecnica dell’esistente, Jean Ziegler ha continuato a parlare di giustizia, di uguaglianza, di emancipazione. Ha ricordato che la democrazia non è soltanto un insieme di procedure, ma anche la capacità di garantire condizioni di vita dignitose a tutte e a tutti.
La sua scomparsa rappresenta una perdita, ma rappresenta anche un invito a proseguire il lavoro che egli ha svolto per tutta la vita: difendere i diritti di chi è più vulnerabile, contrastare ogni forma di esclusione e costruire una società più giusta.
Per questo Jean Ziegler appartiene alla storia di tutti coloro che, ovunque nel mondo, continuano a credere nella giustizia sociale, nella solidarietà e nella dignità del lavoro.
FONTE: https://www.sinistrasindacale.it/2026/06/21/jean-ziegler-un-compagno-di-strada-del-movimento-sindacale-di-guglielmo-bozzolini/
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