n°26 – 20/06/2026 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI

01 – On. Nicola Care’ *: estero: inter gruppo parlamentare per valorizzare rete e fare sistema
02 – Manuele Bonaccorsi*: Il Parlamento europeo approva la «mozione Rubio» contro Cuba
Unione Europea e Cuba La risoluzione condanna solo il governo cubano, neanche una parola sull’assedio Usa. (NdR – Che vergogna l’Europa in ginocchio da Trump.)
03 – Mariano Heluani*: ARGENTINA. Oltre Milei: Myriam Bregman e la costruzione di un’opposizione dal basso – col peronismo fuori gioco, sul campo oppositore cresce nei sondaggi l’unica opposizione di sinistra, il pts e la sua leader Myriam Bregman.
04 – Pil, il Mezzogiorno cresce più del Centro-Nord: sprint di Calabria e Campania. Nel 2025 aumento dello 0,7% a fronte dello 0,5%, ma la crescita sta rallentando
05 – Giulio De Petra *: Disarmare l’Intelligenza Artificiale
06 – Alfiero Grandi*: La destra ha fallito ma tiene la scena: è ora che l’opposizione si metta al lavoro per l’alternativa.
07 – Eliana Riva*: Israele – Palestina – Tel Aviv non mette limiti all’occupazione. L’angoscia di Gaza: «Pagheremo noi» Terra rimossa «Noi siamo chiusi qui, a Gaza. Se Israele sarà costretto a limitarsi con l’Iran e magari persino con il Libano, dove pensi che scaricherà tutta la sua violenza?»
08 – Francesca Luci*: La sconfitta è servita: gli Usa svelano i punti del Memorandum – Vinto Dallo stop immediato alle sanzioni al controllo di Hormuz a Teheran Ora la firma in Svizzera, parte il negoziato: 60 giorni non basteranno
09 – Luca Celada*: Intelligenza artificiale, negli Usa comincia la ribellione – America oggi Quest’anno dalle cerimonie tenute sui campus è emerso un nuovo genere di video virale. Dalla Florida a San Francisco ogni qualvolta che è stata evocata l’Ia, gli illustri oratori invitati dalle università sono stati subissati dai fischi degli studenti
10 – Lelio Demichelis*: La sinistra nella trappola della tecnica.

 

 

01 – On. Nicola Care’ *: ESTERO: INTERGRUPPO PARLAMENTARE PER VALORIZZARE RETE E FARE SISTEMA
Roma, 16 giu – “Siamo alla 35esima Convention delle Camere di commercio italiane all’estero, è importante per noi parlamentari essere qui presenti perché abbiamo creato un Inter gruppo per la valorizzazione di questa rete: una piattaforma di dialogo tra le CCIE, Assocamerestero e il Parlamento, fondamentale per creare non soltanto un concertamento sui progetti, ma anche un sistema che possa lavorare insieme soprattutto per quanto riguarda le progettualità che le Camere di commercio possono offrire all’estero”. Cosi Nicola Carè, deputato del Pd eletto all’estero e Presidente dell’Inter gruppo parlamentare per la valorizzazione delle CCIE, a margine della 35esima Convention delle Camere di Commercio italiane all’estero, in corso a Genova. “Come parlamentari abbiamo un ruolo importante – ha proseguito Carè -, quello di far conoscere il sistema delle Camere di commercio all’interno del Parlamento, dialogare poi con i ministeri competenti e far capire l’importanza delle comunità italiane all’estero, non solo dal punto di vista imprenditoriale, ma anche da un punto di vista politico, per le relazioni che gli imprenditori o che la comunità stessa in loco hanno con i politici locali, quindi come un servizio ausiliare della grande diplomazia italiana che sta svolgendo all’estero un grandissimo lavoro”. Oggi non cambiano solo i mercati: cambiano gli equilibri geopolitici, le catene di approvvigionamento, gli standard ambientali, le tecnologie, le regole doganali, le modalità con cui le imprese competono nel mondo. Il Made in Italy rimane una forza straordinaria ma la qualità da sola non basta più: serve presenza stabile nei mercati, serve accompagnare le imprese dentro contesti sempre più complesso. In questo, le Camere di Commercio assumono ruoli sempre più importanti. Sono presidi di fiducia: in un mondo che cambia rotta, possono essere la bussola dell’Italia, la chiave per aiutare le nostre imprese a giocare la partita internazionale con maggior sicurezza e ambizione”. “Con questo spirito – ha proseguito – ho promosso l’Inter gruppo parlamentare per la valorizzazione delle Camere di Commercio italiane all’estero. È importante che questo percorso sia trasversale: perché quando parliamo di export e Made in Italy non parliamo di una parte politica, ma di interesse nazionale. L’Italia dispone già di una rete radicata. Dobbiamo crederci di più e sostenerla meglio”
*(On./Hon. Nicola Carè – Circoscrizione Estero, Ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide – Camera dei Deputati – IV Commissione Difesa – Presidente Sezione Bilaterale dell’Unione Interparlamentare Italia- Mongolia – Componente Assemblea Parlamentare NATO- Presidente della Sottocommissione Difesa e Sicurezza NATO – Presidente dei Socialisti e democratici assemblea Parlamentare NATO)

 

02 – Manuele Bonaccorsi*: IL PARLAMENTO EUROPEO APPROVA LA «MOZIONE RUBIO» CONTRO CUBA, UNIONE EUROPEA E CUBA LA RISOLUZIONE CONDANNA SOLO IL GOVERNO CUBANO, NEANCHE UNA PAROLA SULL’ASSEDIO USA. (NdR – Che vergogna l’Europa in ginocchio da Trump.)

Il bloqueo contro Cuba? Non esiste. Le minacce di sanzioni statunitensi ai paesi Ue che commercino con L’Avana? Non pervenute. Le 32 risoluzioni dell’Onu che definiscono illegale il sessantennale assedio contro l’isola? Mai viste. È il contenuto della risoluzione su Cuba votata dal Parlamento Ue nella plenaria del 18 giugno, intitolata non a caso «Sulla repressione politica e la situazione umanitaria a Cuba». Approvata con la stessa maggioranza che il giorno prima aveva decretato l’ennesima stretta sui migranti: dai Popolari all’estrema destra, con l’aggiunta dei liberali di Renew, ma senza Verdi e Socialisti.

L’hanno scritta a Strasburgo, ma il canovaccio è made in Miami. La colpa dell’emergenza umanitaria è tutta del Partito comunista cubano. Le sanzioni Usa non sono citate neppure una volta. Si usano invece le stesse parole del tycoon: uno «stato fallito», «un’emergenza democratica». E la soluzione proposta è la stessa di Rubio: Cuba deve ammainare la bandiera rossa e issare quella bianca, aprire integralmente le sue porte all’economia di mercato e indire elezioni multipartitiche. Subito. Altrimenti l’Ue – viene esplicitamente scritto nel paragrafo 10 – potrebbe rivedere il già flebile accordo di cooperazione con l’Avana.

La risoluzione riesce anche a cancellare la stessa normativa Ue. Il blocking Statute, approvato nel 1999, è una direttiva che vieta a soggetti giuridici europei di conformarsi alle sanzioni unilaterali statunitensi. Gli ultimi due ordini esecutivi di Trump vanno nella direzione opposta: il primo, a gennaio, prometteva sanzioni a tutti i paesi che avessero violato il blocco del commercio di carburanti con Cuba; il secondo, varato a maggio, minacciava ritorsioni sul mercato Usa per imprese di ogni parte del mondo che avessero relazioni commerciali con l’Avana nei settori finanza, miniere, energia. A cui si aggiunge le leggi Helms Burton, varata da Clinton e ancora in vigore: un’azienda non americana che abbia relazioni commerciali con imprese cubane attive nella gestione di beni nazionalizzati può essere citata in giudizio negli Usa. Un corpus normativo minaccioso, sanzioni secondarie che rendono l’Ue già complice di fatto del bloqueo americano. La grave limitazione della sovranità Ue, del suo diritto a commerciare con chiunque, è evidentemente sfuggita all’occhio vigile dei sovranisti di Strasburgo.

Il testo approvato ha visto il voto contrario quasi compatto della sinistra. Anche gli emendamenti di Verdi e Socialisti sono stati bocciati. Tra i pochi salvati ce n’è uno che «condanna fermamente le violazioni dei diritti civili e politici, le detenzioni arbitrarie, le restrizioni della libertà di espressione», etc. Il neo maggioranza europea di destra non ha trovato alcuna difficoltà a votarla e aggiungerla nel proprio testo.
C’è poi il giallo di Ignazio Marino. L’esponente dei Verdi – ex chirurgo e manager sanitario negli Usa – in un suo intervento il 19 maggio annunciava al Parlamento di Strasburgo di volersi recare a Cuba per vedere di persona la situazione degli ospedali: «Non possiamo permettere che le tensioni politiche si traducano nella morte di pazienti indifesi». A Cuba Marino non è mai andato, però ha visitato tra il 26 e il 28 maggio gli Stati uniti come componente di una delegazione della commissione Sanità del Parlamento Ue. Marino (che risulta attualmente consigliere della Cattolica – Tju Research, joint venture tra l’università privata americana Jefferson e il Gemelli) al momento della votazione sulla mozione anticastrista si astiene. Poi (ieri) comunica di aver sbagliato e tramuta la sua preferenza in un voto contrario. Ma la “mozione Rubio” ormai era stata approvata.
*(fonte: Il Manifesto. Manuele Bonaccorsi – Giornalista professionista. Ha lavorato per Liberazione, La Sicilia, Left, La7)

 

03 – Mariano Heluani*: ARGENTINA. OLTRE MILEI: MYRIAM BREGMAN E LA COSTRUZIONE DI UN’OPPOSIZIONE DAL BASSO – COL PERONISMO FUORI GIOCO, SUL CAMPO OPPOSITORE CRESCE NEI SONDAGGI L’UNICA OPPOSIZIONE DI SINISTRA, IL PTS E LA SUA LEADER MYRIAM BREGMAN.

“ARRIVA FIN QUI FACENDO CAMPAGNA CONTRO LA CASTA. NON È CASTA MA SI È GIÀ TRASFERITO IN UN QUARTIERE PRIVATO COME TUTTI GLI ALTRI POLITICI. MILEI È UN IMPIEGATO DEI GRANDI IMPRESARI CHE CON LUI PUNTANO A FARE MOLTI PIÙ GUADAGNI. NON È UN LEONE, È UN MICETTO COCCOLONE DEL POTERE.”
Questa la replica di chiusura della tribuna politica a cui Myriam Bregman partecipa come candidata a presidente nelle elezioni 2023 per il Frente de Izquierda y de Trabajadores Unidad (FIT) a cui appartiene il suo Partito de los Trabajadores Socialistas (PTS). Nonostante il 2,7% ottenuto alle elezioni questa replica è considerata la più efficace e contundente a un Milei che da lì a poco avrebbe vinto le presidenziali al ballottaggio.
Trascorsi oggi 30 mesi di governo Milei si inizia a percepire la accelerazione verso le elezioni presidenziali e legislative che si terranno tra un anno e mezzo con la sensazione che il fenomeno libertario sia in una fase discendente. La macelleria sociale delle politiche iperliberiste è stata devastante e la narrazione anticasta è affogata in una serie di scandali che coinvolgono il cerchio magico del “León”. Nell’ultimo rapporto pubblicato dall’agenzia demoscopica Tendenze viene misurato l’andamento del sentimento prevalente nella società argentina e quello con maggior crescita risulta essere la rabbia, che passa dal 10% a dicembre 2025 oltre il 30% a maggio 2026. Dal sondaggio si evince che il 40% dice di “non arrivare a fine mese” e un 20% di arrivarci ma avendo tagliato in modo significativo il consumo familiare [1].
Tagli alla sanità, alla scuola e università e una riforma di un già molto libero quadro normativo del lavoro da un lato, riduzione di tasse verso i latifondisti dell’agricoltura, apertura alle importazioni con ripercussioni notevoli sull’industria locale dall’altro stanno riportando alla realtà chi pensava di non essere colpito dalla motosega da cui era rimasto affascinato.
Sono anche mesi di scandali che raggiungono il ridicolo. Il più significativo è quello del portavoce e capo di gabinetto Adorni, alla sua prima nomina assoluta, il quale si districa da settimane non sapendo giustificare spese e patrimoni per nulla coerenti con gli ingressi. Dopo mesi di richieste di giustificazioni da parte delle autorità federali, mantenendo appoggio e fiducia incondizionati da Milei, il meglio che ha potuto produrre è stato addurre aver trovato del denaro nell’appartamento del padre alla sua morte e aver fatto trading in crypto dal 2013 e aver ritrovato solo recentemente una sua chiavetta usb contenente centinaia di migliaia di dollari in bitcoin. Questo ed altri simili episodi portano verso il non inedito effetto del movimento anticasta che, una volta arrivato al potere, diventa velocemente casta con capacità di gestione della corruzione anche minore rispetto ai predecessori.

Nonostante Milei abbia vinto contro il peronismo alleandosi al secondo turno con il centro destra di “Juntos por el Cambio”, alla flessione del gradimento di Milei non corrisponde una crescita di consensi nel campo peronista.

“Nel Senato i peronisti avevano la maggioranza assoluta appena eletto Milei” ci dice Alejandra Arreguez, dirigente del PTS. “La legge ‘Omnibus’, legge quadro con cui Milei ha introdotto riforme tragiche per i lavoratori e rafforzato l’esecutivo è passata con tutti i voti del peronismo il ché li lascia completamente squalificati come opposizione”. Il peronismo ha fornito copertura e voti a La Libertad Avanza – il partito di Milei – sia a livello nazionale che nelle province federali, arrivando a formare dei fronti unitari peronisti – libertari in casi come quello di Tucumán col governatore peronista Jaldo. C’è da notare che la legge “Omnibus” e le successive norme approvate applicano un quadro normativo simile a quanto Rodrigo Paz vuole realizzare in Bolivia e mentre in Bolivia si verificano sollevamenti e rivolte, in Argentina la passività della società è molto legata anche alla azione di appoggio della burocrazia peronista e sindacale alle politiche di Milei.

In questo contesto estremamente dinamico e drammatico, col peronismo fuori gioco, sul campo oppositore cresce e si impone nei sondaggi l’unica vera opposizione a Milei, il Partido de los Trabajadores Socialistas (PTS) e la sua principale leader, Myriam Bregman. Questo spostamento di opinione è tutt’altro che scontato, il PTS è un partito di estrazione trotskista, erede del MAS (Movimiento al Socialismo), con un programma condiviso nel Frente de Izquierda de los Trabajadores. Il programma, articolato in 10 macro-punti molto radicali, prevedono misure come il non pagamento dell’enorme debito estero con il Fondo Monetario Internazionale e la nazionalizzazione di qualsiasi gestione di risorse naturali e delle principali infrastrutture. In un Paese in cui l’anticomunismo è molto radicato e l’opinione è storicamente polarizzata, la crescita del consenso a sinistra è già di per sé una notizia rilevante.

A maggio di quest’anno, di 11 istituti demoscopici ingaggiati 8 danno Bregman in testa al gradimento nel Paese. Il punto di attenzione è il divario tra questo gradimento e l’effettivo sbocco elettorale che Bregman potrà avere nelle elezioni del 2027, come vedremo più avanti.

Myriam Bregman, detta “la Rusa” (“La Russa”), classe 1970, nasce e cresce tra due paesini della provincia di Buenos Aires da una famiglia ebrea, i suoi nonni arrivano dall’Europa a inizi del 900 come una buona parte della popolazione argentina. Non particolarmente politicizzata in famiglia, è quando si trasferisce nella capitale per la sua carriera universitaria in Legge nell’università di Buenos Aires che inizia la sua ininterrotta militanza nel PTS.

Una volta divenuta avvocata, fa della sua professione uno strumento di militanza politica dirompente. È lei tra gli artefici della battaglia giuridica che porta i lavoratori della fabbrica di ceramiche Zanon ad ottenere il titolo di proprietà legittimando l’occupazione e di fatto l’esproprio della società che chiudeva i battenti per bancarotta. [2]
“Milita attivamente da una vita, ha messo in galera genocidi, di fatto la prima sentenza per genocidio lo ottiene lei nella causa contro l’ex capo della polizia bonaerense durante la dittatura militare del ’76 Etchecolatz, in cui lei era la parte querelante come avvocato di Julio Lopez, vittima di sequestro e torture”, ci dice ancora Arreguez. La causa è significativa anche perché il giorno in cui era prevista la sua deposizione, Julio Lopez viene fatto sparire, diventando di fatto il primo desaparecido in democrazia e per di più sotto un governo peronista accusato da più parti quanto meno di negligenza nelle investigazioni sulla sparizione di Lopez.

Sono tanti altri gli esempi in cui Bregman si distingue come avvocata oltre che nella diretta militanza politica e alla partecipazione alle istituzioni in cui viene eletta nel 2017 nelle legislative della provincia di Buenos Aires e come deputata nazionale nel 2017 e nel 2023. Una traiettoria quindi di impegno nella difesa dei diritti umani, della lotta femminista e dei lavoratori che si può definire immacolata.
L’attività parlamentare, insieme a colleghi come Nicolás del Caño, è di opposizione concreta e diretta dal suo primo mandato. Su temi economici, diritto dei lavoratori, diritti umani e civili è sempre coerente e negli ultimi due anni è di totale intransigenza alla destra di La Libertad Avanza. Bregman, come tutti i parlamentari del PTS, trattiene dalla dieta percepita solo una piccola parte cedendo il resto a dei fondi di solidarietà diversi dalle casse del partito. Bregman continua a guadagnarsi da vivere principalmente dal suo lavoro di avvocato.
Ricapitolando, un Milei scricchiolante sul fronte delle politiche economiche e della retorica anticasta e sul fronte morale da un lato. Bregman con una storia di proposte economiche alternative, opposizione coerente, rinuncia ai privilegi, una reputazione immacolata e il peronismo squalificato dall’altro. Sono queste le principali condizioni che determinano il “fenomeno Bregman”, ma non solo.
L’attitudine comunicativa di Bregman è di concretezza e di semplicità. Senza cadere in slogan populisti o nella comunicazione propagandista ha la capacità di centrare le questioni e proporre una via concreta di azione. C’è anche un fattore probabile ma non provato, il sottile razzismo che striscia nella società argentina anche in settori progressisti: Bregman è bionda, caucasica, si presenta e parla come una professionista di classe media. In settori del ceto medio progressista questo aspetto potrebbe avere un certo peso e contribuire al crescere del consenso.

Il fenomeno ha dei numeri contrastanti, purtroppo non inediti per la sinistra in Argentina. Già altri leader della stessa area, come Zamora negli anni ‘80 nel Movimiento al Socialismo, ottennero consenso popolare che poi però al momento del voto non si tradusse in altrettanta rappresentatività.

I motivi sono vari e il primo è il sistema elettorale e di governo. In un sistema presidenzialista a elezione diretta col ballottaggio in doppio turno, un candidato che non viene ritenuto “elegibile” porta alla logica del “voto utile” e alla scelta del male minore. La non eleggibilità passa per una difficoltà nella società nel vedere la sinistra radicale come forza di governo, che sappia o addirittura che voglia governare e nell’approvazione delle azioni di lotta e opposizione che convive con uno scetticismo sulla proposta del programma di governo.

E nei sondaggi questo aspetto si evince già prima delle elezioni. Bregman presenta un indice di gradimento del 42% -il più elevato tra i leader al giorno d’oggi – contro il 39% di Milei e un indice di considerazione negativa del 50% contro il 60% di Milei, con il differenziale più vantaggioso gradimento/non gradimento tra i leader monitorati. Ma se ci spostiamo sulle intenzioni di voto, abbiamo un 14% di “voto sicuro” mentre il 24,7% si esprime con un “potrei votarla”. Sono numeri importanti, significativi, ma che in qualche modo potrebbero cristallizzare anche una “maledizione” ricorrente dei leader di sinistra che riescono ad avere una popolarità: “sono d’accordo con lei, è brava e mi piace ma alla fine non la voto”. [3]

Quindi quale futuro a sinistra? Iniziamo col dire che la questione elettorale è presente ma non totalizzante all’interno di un partito che è ben attento a portare un progetto rivoluzionario e non riformatore.

“Io credo che il peronismo finirà per ricomporsi per il 2027 nonostante le dispute interne e si andrà per la via del male minore. Un modo rivoluzionario di sfruttare il fenomeno di Myriam è l’organizzazione di una resistenza efficace anche fuori dal sistema parlamentare” ci dice ancora Arreguez. “L’appello di Myriam a organizzarci in comitati territoriali estesa anche a settori che non necessariamente condividono il programma sta avendo livelli di coinvolgimento inattesi. Siamo anche, ma non solo, sul terreno elettorale. La lotta si fa nella società e dobbiamo capire se potrà nascere un soggetto politico più ampio facendo attenzione a non cadere nel riformismo borghese in cui sono cadute esperienze simili come, ad esempio, il Partido de los Trabajadores de Lula in Brasile”.
Il riferimento è alla campagna di Bregman “vos hacés falta” – “tu sei necessario” in cui convoca comitati per organizzare il dissenso, promuovere le lotte e costruire un movimento per un “Partito della Nuova Classe Lavoratrice”.
Se si guarda la piattaforma del Frente de Izquierda de los Trabajadores non si troveranno proposte di riforme del sistema elettorale né del sistema presidenzialista con elezione diretta, che sono gli aspetti che strangolano la rappresentatività della sinistra nelle istituzioni. Il motivo è che, appunto, il PTS partecipa al “gioco” elettorale ma non lo considera centrale. Si mira a qualcosa di più ambizioso, una “assemblea costituente” che dal basso ridisegni e decida sugli aspetti principali dello stato, dalla strategia sulle risorse naturali alla gestione del debito e che in generale metta in discussione il sistema capitalista. Rendere tutti gli incarichi politici revocabili e con salari limitati e una partecipazione popolare nell’amministrazione della giustizia con l’obiettivo di rompere il sistema giudiziario borghese. Questi temi sono tutti contenuti nel “Programa democrático radical” che è una delle guide strategiche del partito trotskista di Bregman.
Non sono quindi le riforme del sistema capitalistico quello a cui questo movimento punta e non sembra che i suoi dirigenti siano di conseguenza ossessionati dal risultato nelle urne quanto invece dalla costruzione di un dissenso organizzato e di una resistenza efficace al rischio di un Mileismo senza Milei, ovvero il prosieguo delle politiche contro i lavoratori sotto l’ombrello di un personaggio un po’ più presentabile.
Fare previsioni in Argentina è forse più difficile che altrove, il contesto cambia in modo drammatico con forte velocità. Un possibile successo elettorale di Bregman all’ora di scegliere il nuovo presidente sembra ancora un cammino difficile da percorrere e un obiettivo forse secondario delle forze che la sostengono almeno nelle dichiarazioni attuali ma allo stesso modo bisognerà guardare con attenzione il risultato a cui arriverà la campagna di organizzazione del dissenso lanciata e il soggetto politico in cui sfocerà. Pagine Esteri
[1] Tendencias consultora – “Informe Nacional – Mayo 2026”
[2] Per una biografia “informale” ma dettagliata https://www.revistaanfibia.com/la-rusa-historia-de-una-troska/
[3] https://www.laizquierdadiario.com/El-fenomeno-Bregman-anatomia-de-una-identidad-de-izquierda, analisi sui dati rilevati da “Tendencias”, per maggiori dettagli sulla composizione del nocciolo di supporto al PTS
*(Mariano Heluani – Engineering and Construction Digital Factory Member · Enel Green Power)

 

04 – PIL, IL MEZZOGIORNO CRESCE PIÙ DEL CENTRO-NORD: SPRINT DI CALABRIA E CAMPANIA. NEL 2025 AUMENTO DELLO 0,7% A FRONTE DELLO 0,5%, MA LA CRESCITA STA RALLENTANDO

Per il quarto anno consecutivo il Sud è cresciuto più della media italiana, trainato dagli investimenti pubblici. I dati a consuntivo del 2025, stimati dalla Svimez (l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno), registrano un Pil delle regioni meridionali aumentato dello 0,7%, rispetto allo 0,5% del Centro-Nord, con un tasso di crescita, però, inferiore al 2024 quando raggiunse l’1 per cento.
Crescita maggiore del Sud per 4 anni di fila non si vedeva dal boom economico del dopoguerra
La Svimez ricorda che la crescita maggiore del Sud per quattro anni di seguito non si registrava «dal boom economico del dopoguerra». D’altro canto, però, il dato del divario di crescita complessiva dell’Italia segna un preoccupante ritardo rispetto all’Unione europea. Nel 2025 il Pil nazionale è cresciuto di mezzo punto percentuale, al di sotto anche dello 0,8% del 2024, e resta stabilmente inferiore alla media Ue a 27, +1,5%.
*(NdR)

 

05 – Giulio De Petra *: DISARMARE L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

L’enciclica di Leone XIV prende il meglio del pensiero critico sulla rivoluzione digitale e lo usa contro la narrazione dominante degli ineluttabili benefici del progresso tecnologico fondato sulla IA
Per chi negli ultimi anni ha cercato di elaborare un pensiero politico all’altezza della rivoluzione digitale l’enciclica di Leone XIV è allo stesso tempo un punto di arrivo e un punto di partenza.
Un punto di arrivo perché mette a sistema la parte migliore del pensiero critico sul digitale e la ripropone con linguaggio semplice e rigoroso.
Un punto di partenza perché, finalmente, sottrae la questione digitale ai suoi confini di settore e ne fa la principale delle ‘cose nuove’, quella che determina la forma del mondo attuale.

ENTRIAMO NEL MERITO.
Già nella introduzione viene dichiarato il punto di vista ‘di parte’ con cui guardare al potere delle ‘nuove tecnologie’: “la questione non si esaurisce nella regolamentazione […] occorre domandarci con realismo chi oggi detenga questo potere […] un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e sul mondo intero”. E questo potere non è degli Stati, “i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di capacità di intervento superiori a quelle di molti governi”. Il potere tecnologico assume quindi oggi “un volto inedito, prevalentemente ‘privato’, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”.

Dunque la ‘regolamentazione’ non basta se non si affronta la questione di chi detiene il potere sulla trasformazione digitale. Che differenza rispetto alla rituale, quanto inefficace, richiesta di regole dei politici ‘progressisti’. Al consolatorio affidarsi alla ‘normativa europea’, ultima trincea politica da difendere dagli assalti di chi vuole liberarsi da ogni vincolo in nome di una ‘competizione’ che riproduca anche in Europa un analogo potere privato sulla tecnologia.

Occorre fare altro e non accettare che “mentre alcuni si contendono futuro delle nuove tecnologie e altri sono impegnati nella riflessione su di esse, la maggior parte delle persone rimane in attesa, osserva da lontano e spera semplicemente che tutto vada per il meglio”.

LA ‘COSA NUOVA’ DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Definito il ‘punto di vista’ si può affrontare di petto la forma e il nome che la questione digitale ha assunto negli ultimi anni, e cioè ‘l’intelligenza artificiale’.
Non si danno definizioni, per le quali si rimanda a una letteratura ormai vastissima, ma si coglie il nodo più sensibile degli attuali sistemi di IA descrivendolo con efficace semplicità: “Tutti noi, compresi coloro che li progettano, conosciamo poco del loro effettivo funzionamento. Le moderne intelligenze artificiali sono infatti più ‘coltivate’ che ‘costruite’: gli sviluppatori non ne progettano direttamente ogni dettaglio, bensì creano un’architettura sulla quale l’IA ‘cresce’. Di conseguenza, aspetti scientifici fondamentali – come le rappresentazioni interne e i processi computazionali di questi sistemi – rimangono al momento sconosciuti”.

Questa reale ‘opacità’, oggi alla base delle molteplici narrazioni sulla effettiva capacità della AI di ‘pensare’, è la forma più seducente della promozione commerciale di questi prodotti dell’industria tecnologica.

CONTRO QUESTA NARRAZIONE LA PRESA DI POSIZIONE È NETTA.
“Occorre evitare l’equivoco di equiparare questa ‘intelligenza’ a quella umana. Questi sistemi imitano alcune funzioni all’intelligenza umana. Nel farlo spesso la superano per velocità e ampiezza di calcolo, offrendo benefici concreti in numerosi campi. E tuttavia questa potenza resta legata esclusivamente al trattamento dei dati: le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze”1.

NON BASTA INVOCARE L’ETICA
Ma il testo dell’enciclica non si limita a questa presa di posizione, e ripercorre l’analisi critica delle possibili conseguenze negative di un uso non consapevole di questi sistemi. Ad esempio sul piano dell’uso personale, segnalando i rischi di tre aspetti: “la facilità di ottenere il risultato, l’impressione di oggettività e la simulazione della comunicazione umana”. O sul piano dell’uso nei processi decisionali, “quando i sistemi di IA, presentandosi come neutrali e oggettivi, rispecchiano e rafforzano stereotipi o posizioni ideologiche di chi li ha progettati e addestrati”.

Ed è a questo punto che vi è l’elemento di maggiore discontinuità politica non solo con le prese di posizione della politica ‘progressista’, ma con le stesse formulazioni di precedenti documenti vaticani. Non è un caso che in tutta l’enciclica non compaia mai il brutto neologismo ‘algoretica’, ma si affermi con chiarezza: “Non basta invocare genericamente l’etica […]. Non serve un’IA più morale, se questa morale è decisa da pochi. Serve una politica più presente, capace di rallentare dove tutto accelera e di proteggere gli spazi in cui le comunità possono ancora partecipare e interrogarsi”.

COMPAIONO QUI DUE ELEMENTI DI GRANDE IMPORTANZA.
Il primo è la positività del rallentamento, “chiedere prudenza, verifiche rigorose e talvolta anche un rallentamento nell’adozione dell’IA non significa essere contro il progresso, ma esercitare una cura responsabile verso la famiglia umana”. Che benefica distanza dalla sciocca retorica progressista dell’innovazione, dall’accusa di ‘luddismo’ scagliata contro ogni pur timida critica dell’ineluttabilità nell’uso dei sistemi di IA!
Il secondo è l’entrata in scena di un attore politico imprevisto: le comunità chiamate a partecipare e a interrogarsi. Non più soltanto gli esperti più o meno arruolati, i proprietari delle tecnologie, gli ‘eticisti’ di professione, ma i tanti senza potere che subiscono le conseguenze dell’innovazione, chiamati a intervenire, a partecipare, a riorientare, a riappropriarsi del maltolto: “Le comunità e i corpi intermedi non possono essere ridotti a destinatari di decisioni prese altrove, ma devono poter contribuire al discernimento e alla vigilanza. Inoltre la proprietà dei dati non può essere affidata solo a privati […]. Essi sono frutto del contributo di molti e non possono essere venduti o affidati a pochi. Serve una creatività in grado di gestirli come uno dei beni comuni o collettivi, nella logica della condivisione”.

RALLENTAMENTO E DIGIUNO
Il tema del rallentamento, se non di una moratoria nell’uso della IA, viene ripreso successivamente in tre sezioni.
La prima legata ai processi educativi, che “hanno bisogno di tempi di maturazione, di confronto con la realtà oltre le apparenze e di un cammino paziente. La questione è radicale perché ogni tecnologia educa chi la utilizza. Educare all’uso dell’IA implica quindi educare e decidere quando e per cosa non usarla […]. Dobbiamo educarci a digiunare dall’IA e proteggere i nostri giovani dalla promessa della macchina perfetta, da quella seduzione sottile che fa sembrare inutile il pensiero umano proprio quando è più necessario”2.

La seconda è quella dedicata al lavoro, nella quale si afferma: “Oggi l’intreccio tra automazione, robotica e IA sta trasformando rapidamente la struttura stessa del lavoro. Questo porterà, si dice, grandi miglioramenti per tutti. In realtà i “nuovi modi” di lavorare non sono necessariamente migliori […]. Contrariamente ai benefici dell’IA che vengono pubblicizzati, gli attuali approcci alla tecnologia possono paradossalmente dequalificare i lavoratori, sottoporli a una sorveglianza automatizzata e relegarli a funzioni rigide e ripetitive […]. Ogni introduzione di automazione e di IA dovrebbe essere accompagnata da scelte verificabili di tutela dell’occupazione, di riqualificazione e di partecipazione dei lavoratori, perché la tecnologia sia orientata a liberare tempo e capacità umane, non a produrre esclusione”.
La terza è quella in cui si denuncia che “Gli attuali sistemi di AI richiedono grandi quantità di energia e acqua, incidono in modo significativo sulle emissioni di anidride carbonica e consumano risorse in maniera intensiva. Con l’aumento di complessità, soprattutto nei grandi modelli linguistici, crescono anche i bisogni di potenza di calcolo e capacità di archiviazione, che si appoggiano su un insieme di macchine, cavi, centri dati e infrastrutture energivore”.
Come non vedere in queste affermazioni una sponda autorevole per le comunità che già oggi, ad esempio negli USA, si propongono di contrastare attivamente la creazione di nuovi datacenter nei loro territori.

SCHIAVITÙ E COLONIALISMO
Il tema del lavoro torna con forza in altre pagine del testo vaticano, che riprendono i risultati di alcune importanti ricerche “di nicchia”, ma che si nutrono evidentemente della conoscenza diretta di ciò che sta avvenendo in alcune delle zone più povere del mondo, dove si ripropongono, in forme inedite, schiavitù e colonialismo.

“UNA PARTE SIGNIFICATIVA DEL FUNZIONAMENTO DELL’ECONOMIA DIGITALE SI REGGE SUL LAVORO SILENZIOSO MILIONI DI ESSERI UMANI, IMPIEGATI IN ATTIVITÀ POCO VISIBILI, MA ESSENZIALI: ETICHETTATURA DEI DATI, MODERAZIONE DEI CONTENUTI (SPESSO PESSIMI), ADDESTRAMENTO DEI MODELLI. IN MOLTI CASI SI TRATTA DI GIOVANI, PER O PIÙ DONNE, CHE LAVORANO DURAMENTE PER COMPENSI MINIMI. A QUESTA FATICA INVISIBILE SI AGGIUNGE QUELLA, ANCORA PIÙ BRUTALE, DELL’ESTRAZIONE DELLE RISORSE NECESSARIE ALLA PRODUZIONE DEI DISPOSITIVI E DEI MICROPROCESSORI SU CUI POGGIA L’IA. IN ALCUNE REGIONI DEL MONDO, ADOLESCENTI E BAMBINI LAVORANO IN CONDIZIONI PERICOLOSE NELLA FRANTUMAZIONE DEI MATERIALI DA CUI SI RICAVANO LE TERRE RARE. CORPI SEGNATI, MUTILATI, CONSUMATI PERCHÉ IL FLUSSO DEL CALCOLO NON SI INTERROMPA”.

Ma l’estrazione non riguarda solo la dimensione materiale delle terre rare, e la rivoluzione digitale genera una nuova forma di colonialismo che “non domina solo i corpi, ma si appropria dei dati, trasformando le vite personali in informazioni sfruttabili. Interi territori, soprattutto quelli con minore rilevanza geopolitica e maggiore fragilità strutturale, vengono al presente attraversati da una nuova logica di estrazione: quella di flussi sanitari, profili epidemiologici, mappe genetiche e dati demografici. Sono queste le nuove ‘terre rare’ del potere: informazioni vitali che, una volta correlate, possono essere usate per addestrare modelli predittivi […] e soprattutto selezionare chi e cosa conta.”
Parole che non riguardano solo i paesi poveri ma che ci parlano anche della sempre più stretta collaborazione tra le aziende sanitarie e le Big Tech anche nei paesi più avanzati.

DISARMARE L’IA
E infine la guerra, il mercato di utilizzo della IA oggi più ricco e promettente. L’unico attualmente in grado di ripagare gli enormi investimenti che alimentano la competizione tra le grandi aziende USA.

INTRANSIGENTE È LA CRITICA ALLO SVILUPPO INCESSANTE DI SISTEMI D’ARMA FONDATI SULLA IA.
“Si parla talvolta di ‘agenti morali artificiali’, come se una macchina potesse garantire, con maggiore coerenza di un essere umano, la distinzione tra bene e male […]. L’IA non sottrae il conflitto alla sua intrinseca disumanità: può soltanto renderlo più rapido e impersonale, abbassando la soglia del ricorso alla violenza […] con le vittime ridotte a dati”.

E TORNA ANCORA, E CON PIÙ FORZA, LA CRITICA DI CHI NASCONDE LA REALTÀ DIETRO LE PAROLE.
“Non basta invocare genericamente l’etica: occorre indicare puntuali criteri di discernimento […] la catena delle responsabilità deve restare identificabile e verificabile: chi progetta, chi addestra, chi autorizza, chi impiega deve poter rendere conto delle proprie scelte”. In un contesto in cui “ogni tecnologia che rende più facile colpire senza vedere il volto dell’altro abbassa la soglia morale del conflitto. La selezione dei bersagli e l’impiego della forza non possono confondere combattenti e non combattenti, né ignorare l’impatto sulle popolazioni indifese”.
È A QUESTO PUNTO CHE VA CONSIDERATA QUELLA CHE A NOI SEMBRA L’ESPRESSIONE PIÙ FELICE DELL’INTERO TESTO DELL’ENCICLICA: ‘DISARMARE L’IA’.
Che non significa soltanto reiterare la condanna severa delle armi autonome e, più in generale, delle conseguenze della digitalizzazione della guerra basata sulla IA, ma una consapevolezza più generale dell’impronta militare che caratterizza non solo l’uso, ma le caratteristiche stesse della IA attuale.
“Disarmare l’IA significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare, ma economica e cognitiva. È la corsa all’algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri. Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita […]. L’IA è già ambiente in cui siamo immersi e potere con cui dobbiamo fare i conti. Per questo, non basta regolarla: va disarmata e resa ospitale”.
Per mercoledì 10 giugno la Scuola critica del digitale del CRS ha organizzato un seminario proprio per discutere i temi al centro dell’enciclica di Papa Leone XIV. Qui il link con il programma completo.
Note
1 È facile cogliere l’assonanza con un recente appello formulato recentemente da molti docenti italiani di informatica, https://www.petizioni.com/visione_realistica_intelligenza_artificiale
2 Ritroviamo gli stessi contenuti in una campagna dal basso promossa da insegnanti e operatori della scuola: IA Basta! https://iabasta.ghost.io/fCondividi ShareSalvaWhatsapp
*(Fonte: Sinistrainrete – Giulio De Petra – è un esperto di innovazione digitale. È stato dirigente dell’Autorità per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione (AIPA).

 

06 – Alfiero Grandi*: LA DESTRA HA FALLITO MA TIENE LA SCENA: È ORA CHE L’OPPOSIZIONE SI METTA AL LAVORO PER L’ALTERNATIVA.

I PARTITI DI OPPOSIZIONE DISPONIBILI A CREARE UN’ALTERNATIVA CREDIBILE ALLA DESTRA STANNO SOTTOVALUTANDO ALCUNI PROBLEMI.
Il cambiamento di governo è una necessità, per certi versi un’urgenza. La difficoltà principale è che gli elettori sono sostanzialmente spettatori di quanto accade tra i partiti che non indicano modalità unitarie per partecipare, contribuire a chiudere questo nefasto governo della destra.
Il referendum costituzionale del marzo scorso ne è la prova evidente. A 3 mesi da un risultato eccezionale (elettori che sono tornati a votare e un consenso importante tra i giovani) questa forte indicazione non è stata raccolta. Eppure era la priorità perché non è scontato che i voti nel referendum diventino consensi all’alternativa.
Due sono stati i fattori decisivi: difesa della Costituzione e consapevolezza che quel voto contava e non poteva essere tradito. La discussione tra i partiti sull’alternativa alla destra non è partita bene, non ha saputo parlare alla novità del risultato referendario.
Il tempo stringe, si rischia di perdere la spinta del Referendum

Il tempo stringe. Il rischio di perdere questa spinta propulsiva esiste. L’urgenza dei problemi è tale che si rischiano incomprensioni nel rapporto con elettori che vogliono capire ed essere coinvolti, non solo dai singoli partiti ma in una discussione sul futuro, sulle scelte. Puntare solo sulla legge elettorale, pur importante, può non bastare per arrivare al cuore e alla mente di chi deve essere convinto.

Per esempio la situazione dell’ex Ilva, la più grande acciaieria europea. Oggi ridotta in condizioni che gridano vendetta, con il rischio di una crisi senza via d’uscita. Giustamente il presidente della Puglia Decaro ha proposto che lo Stato prenda direttamente in mano l’azienda per il periodo necessario, facendo l’ineludibile riconversione green e gli investimenti necessari, come già hanno fatto con successo altre aziende in Europa e in Italia.

Purtroppo il governo è parte del problema. Un ministro incapace, con paraocchi ideologici sta continuando ad assistere impotente alla crisi dell’azienda, peggio sta cercando colpevoli, quasi dandone per scontato il tracollo: ora i giudici, prima i sindacati o gli ambientalisti, oppure chi c’era prima, senza capire che è evidente che non è capace di fare il Ministro e l’azienda rischia di non avere un futuro. È intervenuto per lo scudo a protezione dei commissari. I lavoratori, le aziende dell’indotto, il tessuto sociale e l’ambiente devastato non hanno alcuna protezione. Eppure l’Italia ha bisogno di acciaio (es: eolico) ma rischia di regalare il mercato a chi nella precedente gestione ha cercato di fregarsi il mercato dell’ex Ilva e di spolpare l’azienda.

Nei 14 miliardi che l’Unione europea presterà all’Italia per spingere sulle rinnovabili potrebbero esserci le risorse per un intervento di emergenza con investimenti, con leggi e comportamenti che salvano il lavoro e l’azienda dagli errori precedenti.

È un esempio, la lista è lunga. Confindustria intende continuare a difendere il governo? Se ne assuma la responsabilità invece di continuare a chiedere risorse nello scambio con l’appoggio a scelte di politica economica prive di senso.

I partiti che si pongono l’obiettivo di mandare a casa la destra e di governare l’Italia fuori da una morsa mortale (tra una sostanziale stagnazione e conti pubblici che vanno verso la zona di pericolo) debbono indicare le alternative. Con scelte nette, perfino drastiche, ad esempio i soldi per nuove armi non ci sono, Trump o non Trump.

Le risorse che ci sono vanno finalizzate allo sviluppo, alla qualità dell’occupazione, alla crescita dei redditi da lavoro per avviare il superamento di un’occupazione cresciuta solo perché il lavoro è povero. La trappola della povertà va sminata. Una politica Keynesiana sui redditi è indispensabile, altrimenti l’impoverimento aumenterà.

Creare una “alternativa per la Costituzione”

È giunto il momento di indicare gli interventi che vengono proposti ad elettrici ed elettori da tutto lo schieramento di opposizione, che non è più il centro sinistra ma non piace il nome campo largo. Un suggerimento: alternativa per la Costituzione. Antonio Polito se ne farà una ragione.

Il recente referendum costituzionale ha difeso con forza la Costituzione. Ora ne vanno attuati i principi fondamentali con coerenza. La coalizione alternativa deve dire chiaro che per 5 anni non ci saranno modifiche della Costituzione. Punto.

Una pausa nella bulimia delle manomissioni alla Costituzione.

Gli 80 anni della Repubblica sono stati ricordati con orgoglio come una svolta democratica di cui il voto delle donne è l’emblema. Tra meno di due anni festeggeremo la Costituzione, in vigore dal 1° gennaio 1948. Il nuovo governo dovrà fare di questo anniversario il propellente della sua iniziativa di attuazione.

Quali sono i provvedimenti per i primi 100 giorni di governo? Quali richiederanno più tempo? Occorrono scelte nette, forti, chiaramente comprensibili.

Tassazione, basta con il gioco a rimpiattino sulla patrimoniale. Può essere utile in un quadro di politica fiscale, non si può procedere a pezzi. Lenin pensava all’anello di una catena, non all’anello in sé. Il fisco italiano è iniquo, pesa su alcuni mentre altri ridono e tanti non capiscono perché appassionarsi ad una discussione che li lascia comunque nel disagio attuale.

La tassazione deve tornare ad essere progressiva, su tutti i redditi, a qualunque titolo, secondo la capacità economica. Se una parte paga meno di quanto dovrebbe o non paga affatto è inevitabile che chi paga venga tartassato. Non è la patrimoniale la distinzione ma arrivare ad una tassazione progressiva equa su tutto. Non si può più continuare a togliere mattoni, ad esentare una parte, così crolla tutto.

La patrimoniale può essere utile dentro una risistemazione complessiva della tassazione. Del resto il centro sinistra ebbe resistenze sulla Tobin tax, poi la introdusse Monti, noto estremista.

Aggiungo fisco e nucleare. Il governo vuole tornare al nucleare prendendo a sberle due tornate referendarie in cui ha vinto il No a mani basse. Lo fa fingendo che quello proposto sia nuovo, non è così, è sempre basato sulla fissione che nulla c’entra con la fusione nucleare ancora oggetto di studi ed esperimenti.

Così la destra al governo (non di governo) prende a schiaffi la democrazia, che forse conosce poco visto che dopo un referendum costituzionale che ha bocciato le sue proposte sulla magistratura vuole vendicarsi dei referendum del 1987 e del 2011, dimenticando che il responso dei referendum non può essere ignorato. È un problema di democrazia. La Corte costituzionale va chiamata a pronunciarsi.

L’Unione europea concede 14 miliardi in prestito in 3 anni all’Italia per aumentare l’indipendenza energetica attraverso le fonti rinnovabili. La destra ha abbozzato, non ha soldi, ma insiste sul nucleare, quindi dovrà trovare miliardi perché i conti Banca d’Italia chiariscono che il nucleare ha costi molto più alti dell’eolico off shore e del fotovoltaico, e l’elettricità prodotta costerà molto di più. Occorrono miliardi pubblici per compensare la non competitività del nucleare, prima o poi la proposta arriverà. Non è vero che il nucleare compensa la mancata continuità delle rinnovabili che può essere realizzata con idroelettrico e accumuli congrui che Terna ha già in programma di realizzare. Il nucleare è rigido, si rischia di dover spegnere le rinnovabili per dare spazio al nucleare. L’amministratore delegato di A2A ha chiarito agli azionisti che non conviene, troppi soldi, troppo rigido, energia elettrica più cara. Il governo si prepara a tirare fuori soldi per il nucleare di cui per ora non parla? Sono nei 14 miliardi di prestito?
Il nucleare Smr produce scorie, mentre non sappiamo dove mettere quelle che abbiamo, per di più resta pericoloso. Nel pdl del governo c’è la delega al governo ad emanare norme per un’unica autorizzazione sulle centrali, la sua, saltando i poteri dei comuni, delle province, delle regioni e ignorando le popolazioni. Qui l’autonomia differenziata è a rovescio.

20/25 CENTRALI “PICCOLE” IN REALTÀ IL DOPPIO DI ALCUNE IN SMANTELLAMENTO, SPARSE PER L’ITALIA IN TEMPI IN CUI I LAMPI DI GUERRA TENGONO CON IL FIATO SOSPESO LE POPOLAZIONI INTERESSATE IN TANTE AREE DEL MONDO.
Occorre opporsi a una destra che odia i referendum perché hanno bocciato regolarmente le sue leggi. Occorre dire no al nucleare e se necessario chiedere alla Corte costituzionale cosa ne pensa. Se non resterà altra via sarà necessario promuovere un nuovo referendum abrogativo.
L’ostruzionismo sulla legge elettorale dovrebbe andare di pari passo a quello sul nucleare, è questione di democrazia.
È inaccettabile la legge elettorale della destra, fatta per non perdere il potere. La proposta non è riformabile va respinta. Il punto chiave è il pacchetto degli eletti regalati a tavolino, 70 deputati, 35 senatori. È questo che consente l’accordo a destra perché ciascuno avrà una fetta del premio di maggioranza. Se riusciranno ad approvarla va chiesto alla Corte costituzionale un giudizio subito. Se la legge risultasse incostituzionale il parlamento resterebbe in carica comunque.

Se riuscisse questa manomissione della democrazia la Costituzione verrebbe stravolta. La coalizione alternativa per la Costituzione va costruita ora. Chi ha idee e proposte inizi ad avanzarle, una sorta di “fabbrica per il programma” dal basso.
(Alfiero Grandi, ex- sindacalista CGIL già Parlamentare)

 

07 – Eliana Riva*: ISRAELE – PALESTINA – TEL AVIV NON METTE LIMITI ALL’OCCUPAZIONE. L’ANGOSCIA DI GAZA: «PAGHEREMO NOI» TERRA RIMOSSA «NOI SIAMO CHIUSI QUI, A GAZA. SE ISRAELE SARÀ COSTRETTO A LIMITARSI CON L’IRAN E MAGARI PERSINO CON IL LIBANO, DOVE PENSI CHE SCARICHERÀ TUTTA LA SUA VIOLENZA?»

«Noi siamo chiusi qui, a Gaza. Se Israele sarà costretto a limitarsi con l’Iran e magari persino con il Libano, dove pensi che scaricherà tutta la sua violenza?». Le testimonianze che raccogliamo in queste ore dalla Striscia sono quasi tutte cariche di angoscia, come questa di Khalil, residente di Gaza City.

DA MESI i palestinesi si chiedono che fine abbiano fatto i paesi mediatori, dove sia andato a morire il cosiddetto piano di pace del presidente Usa Donald Trump e che razza di cessate il fuoco sia quello durante il quale vengono ammazzate 998 persone. «Lo sappiamo come funziona. Se gli Stati uniti raggiungono in Medio Oriente un accordo che Israele non vuole, a pagare sono i palestinesi», dice Areej da Deir al-Balah. Subito dopo la notizia di un accordo tra Washington e Teheran, il ministro della difesa Israel Katz si è affrettato a dichiarare che Tel Aviv occuperà Gaza «senza alcun limite di tempo», così come intende fare con le aree invase in Libano e Siria. E che le zone saranno «sgomberate» dagli abitanti, di cui verranno distrutte le case e i villaggi.

È successo anche ieri, nei pressi di al-Tuffah, dove decine di palestinesi stanno lasciando le proprie abitazioni a causa dell’avanzata israeliana. I testimoni raccontano che l’esercito ha posizionato nuovi blocchi di cemento gialli, definendo in maniera illegittima e arbitraria l’allargamento delle aree occupate. «Quando compaiono i blocchi gialli, il messaggio implicito è che i soldati ammazzeranno chiunque viva o si trovi a camminare nei pressi di quell’area – continua Khalil – Non c’è bisogno che facciamo nulla di particolare, basta che camminiamo, che ci muoviamo, che esistiamo». Mentre i negoziati tra Hamas e il Board of Peace procedevano al Cairo, Israele ha ucciso ieri almeno quattro persone in diversi agguati con droni e aerei. Nel quartiere di Sheikh Radwan, Mohammad al-Habeil e il suo figlioletto Mousa riempivano le cisterne d’acqua sul tetto di casa quando un raid israeliano li ha colpiti senza alcun preavviso, uccidendoli entrambi.

POCHE ORE PRIMA, domenica, i militari avevano ucciso un altro bambino, Rayan Abu al-Ajeen, di tre anni, mentre camminava con il padre nell’area di Wadi al-Salqa, a Deir al-Balah. I due erano vicini alla fattoria di famiglia, fuori dalla linea gialla, il confine che Israele ha eretto per separare il 60% di Gaza che occupa. Ma i militari hanno sparato comunque, colpendo il piccolo alla testa mentre era di spalle. Medici e familiari hanno riferito che il proiettile è entrato dalla nuca e uscito dall’occhio. Suo padre, Bahaa, ferito a una gamba, non ha nemmeno potuto tentare di soccorrere il bambino: i militari lo hanno sequestrato e trascinato dentro la linea gialla, trattenendolo sette ore. Si trova ora in ospedale, in condizioni critiche.

Ieri l’Alto rappresentante del Board of Peace trumpiano è arrivato al Cairo per discutere del disarmo di Hamas, un giorno dopo aver ricevuto la controproposta del gruppo palestinese. Nonostante gli insopportabili massacri di civili inermi e la fame causata dall’assedio israeliano, i mediatori non parlano d’altro. Secondo fonti diplomatiche citate dal Times of Israel, Tel Aviv non sarebbe disposto a lasciare Gaza nemmeno se Hamas deponesse le armi. Soprattutto ora che Netanyahu si trova in una difficile campagna elettorale, impiegato a recuperare voti perduti in seguito all’accordo Usa-Iran. Il gruppo palestinese chiede che Tel Aviv attui la prima fase del cessate il fuoco e domanda garanzie precise sul suo ritiro legato al disarmo.

INTANTO, nella Cisgiordania occupata, i coloni hanno tentato di bruciare vivi i palestinesi che pregavano all’interno di una moschea. È accaduto domenica sera a Burqa, nei pressi di Ramallah. Tra i 40 e i 50 israeliani, molti a volto coperto, hanno dato alle fiamme le auto palestinesi parcheggiate in strada e hanno appiccato il fuoco all’ingresso del luogo di culto. Il fumo è entrato nella moschea, intossicando diversi fedeli. Vetture distrutte anche nella vicina città di Deir Dibwan, attaccata dai coloni. Ieri le autorità israeliane hanno fatto sapere di aver fermato sei sospetti.
*(Eliana Riva – Storica, giornalista, editrice · Esperienza: Rai – Radiotelevisione Italiana · Formazione: Università degli Studi di Napoli Federico II)

 

08 – Francesca Luci*: LA SCONFITTA È SERVITA: GLI USA SVELANO I PUNTI DEL MEMORANDUM – VINTO DALLO STOP IMMEDIATO ALLE SANZIONI AL CONTROLLO DI HORMUZ A TEHERAN ORA LA FIRMA IN SVIZZERA, PARTE IL NEGOZIATO: 60 GIORNI NON BASTERANNO.

Il Memorandum è stato reso pubblico dall’amministrazione americana dopo forti pressioni, lo ha letto un funzionario della Casa bianca ai giornalisti a Evian mentre il presidente ha detto che i leader dei 7 Grandi lo avrebbero «amato». Si articola come anticipato in 14 punti e fissa un quadro preliminare in attesa di un accordo finale da negoziare entro 60 giorni.
Che però, ha fatto sapere subito il presidente Usa, molto probabilmente non basteranno: «Non è una scadenza tassativa». Assai probabile che si andrà oltre.
Sul fronte militare, il Memorandum prevede la cessazione immediata e permanente delle ostilità su tutti i fronti, incluso il Libano, la rimozione del blocco navale americano entro 30 giorni e la riapertura dello Stretto di Hormuz al traffico commerciale, a titolo gratuito, ma soltanto per 60 giorni: dopodiché sarà l’Iran a negoziare con l’Oman la futura gestione dello Stretto.
Sul nucleare, Teheran riafferma di non voler sviluppare armi atomiche e si impegna a mantenere lo status quo del proprio programma durante i negoziati, mentre la questione delle scorte di uranio arricchito e dei livelli di arricchimento resta per ora aperta. A definirla dovranno essere i negoziati tra le parti che si apriranno adesso.
Ma da subito gli Stati uniti si impegnano a emettere deroghe «immediate» per le esportazioni petrolifere iraniane, a sbloccare progressivamente i fondi congelati, senza indicare cifre precise. Ma stabilendo che saranno resi «pienamente disponibili» alla Banca Centrale iraniana man mano che i negoziati avanzeranno, e che sarà cofinanziato, con capitali privati internazionali, un fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione.
Il fondo si attiverebbe solo dopo la firma di un accordo finale ed è condizionato allo smantellamento del programma nucleare militare iraniano, all’accettazione di ispezioni internazionali e alla gestione dell’uranio arricchito. Washington lo presenta come una semplice opportunità di mercato legata a un cambiamento di comportamento del regime; per gli iraniani è invece una forma di compensazione per i danni bellici subiti.
La revoca completa delle sanzioni, comprese quelle Onu e dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Iaea), è rinviata all’accordo definitivo, che dovrà essere ratificato con una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza della Nazioni unite.

Il senatore repubblicano Lindsey Graham, tradizionale alleato di Trump, si è detto «piuttosto scettico» a causa dei «47 anni di inganni» da parte dell’Iran e ha chiesto che l’accordo venga sottoposto all’approvazione del Congresso Usa.

Il senatore democratico Raphael Warnock ha fatto notare che «lo Stretto di Hormuz era già aperto prima della guerra … la domanda è: perché ci siamo ritrovati in guerra?». Gli esperti dell’Atlantic Council, dal canto loro, hanno definito il conflitto un fallimento strategico.

Il nervosismo di Trump sembra essere legato ai giudizi severi di media ed esperti americani che, analizzando i contenuti emersi dell’accordo, vedono il bilancio pendere a favore della parte iraniana. Un’asimmetria che rivela, ancora una volta, la logica della diplomazia trumpiana: annuncio trionfalistico di uno storico accordo, poi rapido ridimensionamento non appena le contraddizioni iniziano a emergere.

Fonti del ministero degli Esteri iraniano hanno dichiarato che esiste la possibilità che il presidente iraniano Massoud Pezeshkian e il presidente statunitense Donald Trump di persona firmino il memorandum d’intesa per porre fine al conflitto tra i due Paesi.

Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha dichiarato che l’ipotesi «è stata sollevata ed è tuttora in fase di valutazione». Le dichiarazioni arrivano dopo che Trump, intervenendo a margine del vertice del G7 a Evian, ha affermato che potrebbe trattenersi, senza dare certezze sulla sua partecipazione alla cerimonia di firma dell’accordo, prevista venerdì a Bürgenstock, in Svizzera. Mentre ci sarà sicuramente il suo vice JD Vance.
Baghaei ha aggiunto che Teheran si è impegnata a riportare alla normalità il traffico nello Stretto di Hormuz entro un termine prestabilito, sottolineando che la gestione della sicurezza dell’area sarà affidata esclusivamente all’Iran, senza il coinvolgimento di attori esterni. Secondo il portavoce, in questa fase la priorità resta la cessazione del conflitto, mentre le questioni relative alle sanzioni e al programma nucleare saranno affrontate in negoziati successivi alla firma dell’intesa.
Riguardo al Libano, il portavoce ha avvertito che l’eventuale prosecuzione delle operazioni militari e dell’occupazione israeliana costituirebbe una violazione dell’intesa e comporterebbe l’adozione di misure appropriate.
La dottrina politica trumpiana è proiettata verso la vittoria a tutti i costi, l’umiliazione dell’avversario e la manifestazione costante del potere. Per soddisfare questa sete di gloria, l’amministrazione non esita a ricorrere a piccoli espedienti che, dal punto di vista morale, restano profondamente discutibili.

Il tentativo americano di stravincere nel caso iraniano sembra però essersi complicato, alla luce della versione finale americana del Memorandum d’intesa.
L’amministrazione americana, nelle stesse ore, sembra volersi prendere la sua rivincita umiliando la squadra nazionale di calcio iraniana. La squadra, essendosi qualificata regolarmente al Mondiale, è costretta a stabilire la propria base a Tijuana, in Messico, invece che negli Stati uniti, e a spostarsi oltre frontiera per ogni partita con un visto americano temporaneo, tornando in Messico immediatamente dopo ogni incontro. Misure che molti osservatori iraniani interpretano come dettate più da ragioni politiche che da esigenze organizzative.
*(Francesca Luci, giornalista, si occupa principalmente di geopolitica e Medio Oriente. Profonda conoscitrice dell’Iran, ha realizzato molte corrispondenze da Teheran. Collabora con “il manifesto” e Pagine Esteri”.)

 

09 – Luca Celada*: INTELLIGENZA ARTIFICIALE, NEGLI USA COMINCIA LA RIBELLIONE – AMERICA OGGI QUEST’ANNO DALLE CERIMONIE TENUTE SUI CAMPUS È EMERSO UN NUOVO GENERE DI VIDEO VIRALE. DALLA FLORIDA A SAN FRANCISCO OGNI QUALVOLTA CHE È STATA EVOCATA L’IA, GLI ILLUSTRI ORATORI INVITATI DALLE UNIVERSITÀ SONO STATI SUBISSATI DAI FISCHI DEGLI STUDENTI

Maggio e giugno negli Usa sono tempo di laurea, e quest’anno dalle cerimonie tenute sui campus è emerso un nuovo genere di video virale. Dalla Florida a San Francisco ogni qualvolta che è stata evocata l’Ia, gli illustri oratori invitati dalle università sono stati subissati dai fischi degli studenti.

All’università di Arizona Eric Schmidt, ex Ceo di Google, è stato interrotto dalla contestazione dei laureandi, a Stanford (praticamente una consociata di Silicon Valley) è toccato a Sundar Pichai della Google assaporare la rabbia degli studenti. Le bordate hanno certificato il passaggio della tecnologia più totalizzante da problema teorico ad incombente minaccia esistenziale per la generazione che oggi si affaccia ad un mondo del lavoro che promette di esserne stravolto. Gran parte delle proteste, ad esempio, provengono dai programmatori il cui settore presumibilmente “sicuro” è fra quelli più impattati dal vibe coding che utilizza la Ia per comporre software.

CONTEMPORANEAMENTE nulla sembra fermare la corsa all’adozione – e alla capitalizzazione. Quella di Space X ad esempio, che in questi giorni sta ipnotizzando Wall Street, si basa per l’80% sulla proiezione di utili della divisone di intelligenza artificiale (X Ai) della società di Musk. Open Ai e Anthropic avranno a breve opa di simili presumibili entità, in base ai fantomatici utili della «quarta rivoluzione industriale». Il traino dell’intera economia sembra scommesso su sistemi di cui ancora è ancora poco chiaro il funzionamento, le applicazioni e soprattutto gli effetti macroeconomici e sociali.
Eppure sulle conseguenze potenzialmente devastanti, sul mondo del lavoro in particolare, i timori degli studenti sembrerebbero confermati dalle previsioni degli stessi industriali. Una stima “conservatrice” della società di analisi di mercato Forrester ha recentemente previsto la perdita del 6% degli impieghi in Usa entro il 2030, equivalente a 10 milioni di posti di lavoro specializzati. In confronto, la grande recessione ne aveva cancellati circa 8 milioni.

L’entità dei rischi sembrerebbe imporre una priorità globale nel gestire l’emergente settore. Dopo vari posticipi, il 2 giugno, la Casa bianca, che finora aveva rifiutato ogni tipo di regulation (e espressamente vietato ai singoli stati di imporne), ha infine pubblicato un nuovo decreto sulle normative Ia.

MA L’ORDINE ESECUTIVO firmato da Trump si limita a delineare un impegno volontario da parte dell’industria a concedere al governo un periodo di collaudo di 30 giorni prima del rilascio di «sistemi di frontiera» come vengono definiti i modelli più avanzati con funzionalità più autonome. Una finta normativa che sarebbe stata il prodotto di uno scontro fra diverse fazioni nell’amministrazione, una dirigista capeggiata dalla capo gabinetto Suzie Wiles e quella liberista guidata dal sudafricano David Sacks, ministro ombra delle criptovalute e uomo di Silicon Valley (già “Pay Pal mafia”) a Washington.

SE IL DECRETO stesso segnala un riconoscimento di una necessità di intervenire, la debolezza della “norma Trump” conferma che in materia Ia prevale ancora il paradigma della corsa agli armamenti e la direttiva primaria anti-Cina. L’intelligenza artificiale viene considerata risorsa strategica e percepita ancora molto in un’ottica militare.

Esiste la possibilità concreta che l’Ia ridimensioni su vasta scala il lavoro umano. Sostenere gli esautorati si profilerà come imperativo di proporzioni storiche
Chris Olah, il co-fondatore di Anthropic
Per questo ha avuto grande risalto la recente enciclica sul “disarmo” della Ia, da liberare dall’ottica puramente di profitto e dominio. All’interesse con cui è stato accolto l’appello del papa americano ha fatto però riscontro un sostanziale silenzio di Silicon Valley. A pochi è tuttavia sfuggito l’assist che la critica di Prevost ha ricevuto da Chris Olah, il co-fondatore di Anthropic, che a Roma ha sostenuto che esiste «la concreta possibilità che la Ia ridimensioni su vasta scala il lavoro umano. Se questo accade, sostenere gli esautorati si profila come imperativo morale di proporzioni storiche».

LA SVOLTA DELL’AZIENDA produttrice di Claude, considerato il migliore fra i chatbot, è giunta dopo lo scontro che l’azienda aveva avuto con il Pentagono dopo aver imposto limiti all’applicazione dei propri modelli ad armi autonome e sorveglianza di civili. Ma il posizionamento morale dell’azienda di San Francisco continua anche a suscitare molto scetticismo fra gli analisti di settore. Timnit Gebru, polemicamente fuoriuscita da Google e fondatrice del Distributed Ai Research Institute, ha criticato la scelta del pontefice di associarsi ad Anthropic come «Vatican washing». «Il ‘momento romano’ di Anthropic è un vero e proprio capolavoro di riposizionamento del soft power», ha scritto Gebru.
«Inserendosi nell’architettura morale del Vaticano proprio nel momento in cui è sotto il fuoco delle critiche di Washington, l’azienda sta perseguendo diversi obiettivi». Fra questi Gebru ha citato la neutralizzazione di pressioni politiche, l’apertura di nuovi mercati ed il vantaggio di immagine, mentre di fatto continua a siglare appalti di governo (compreso quelli militari col Pentagono).
MENTRE LE POSIZIONI del complesso industriale-Ia e del governo rimangono insomma di sostanziale «ambiguità strategica», quelle dell’opinione pubblica sembrano sempre più improntate alla «diffidenza costruttiva».
Un’indagine Gallup del mese scorso ha ad esempio rilevato che ben il 71% di Americani sarebbe contraria alla costruzione di data center vicino al proprio luogo di residenza. Un tema di emergente accordo bipartisan in un paese pur fortemente polarizzato.
*(Fonte: Il Manifesto – Luca Celada è giornalista, autore e documentarista. Vive da quarant’anni a Los Angeles, trenta dei quali come corrispondente per la Rai. Oggi scrive di cinema)

 

10 – Lelio Demichelis*: La sinistra nella trappola della tecnica.

I MARXISMI E LE SINISTRE di varia tendenza e storia sembrano avere un grosso problema con le macchine e con la tecnica: si ostinano a non voler vedere (cosa diversa dal non vedere, grave in sé) la potenza (il plus potenza della sua volontà di potenza, ma anche il suo potere) della tecnica – che è diversa, seppure funzionalmente integrata, con quella del capitale. E da due secoli le sinistre si illudono che la tecnica sia fondamentale per la liberazione del proletariato – una ingenuità epistemica smentita ogni giorno dalla realtà (che però appunto non si vuole vedere) – e che lo sviluppo delle forze produttive porterà al socialismo/comunismo. O che trionferà il general intellect, quando invece, da tempo ma soprattutto oggi con l’IA siamo alla totale alienazione cognitiva dell’uomo e alla sua totale delega esistenziale/cognitiva alle macchine.
Non si tratta di odiare la tecnica – cosa impossibile, l’uomo non vivendo senza tecnica – o di sognare un nuovo luddismo digitale, ma di iniziare finalmente, da sinistra, a esercitare un doveroso pensiero critico e a costruire una doverosa Teoria critica della e sulla tecnica – oltre a ripristinare un’altrettanta doverosa critica anti-capitalista/anti-neoliberale – aggiornando la Teoria critica della prima Scuola di Francoforte. Una Teoria critica che riconosca – finalmente e in primo luogo – che le macchine moderne non sono le macchine singole di un tempo, ma sempre più convergono in una mega-macchina – e gli uomini con esse, quindi perdendone il controllo e il governo e la definizione politica dei fini. Un riconoscimento urgente e necessario quanto più cresce la sua pervasività (del sistema tecnico, molto più disciplinante/biopolitico/totalitario del capitalismo), sovra ordinandosi sempre più a società, stato, democrazia e individuo. La tecnica (l’innovazione tecnologica) sempre imponendosi cioè come un dato di fatto ineluttabile e immodificabile e mai per scelta e decisione libera e democratica, producendo un gigantesco deficit tecnico di democrazia che però, ugualmente, non si vuole vedere. E l’IA non l’ha inventata il capitalismo, ma discende direttamente da quella che chiamiamo – sviluppandola da Weber e soprattutto dalla prima Scuola di Francoforte (Horkheimer, Marcuse) – razionalità strumentale/calcolante-industriale che è appunto del capitalismo ma che è nell’essenza anche o soprattutto della tecnica. Perché dunque questo ostinarsi delle sinistre a non voler vedere anche il potere e il plus potenza della tecnica? Perché continuare a credere che la tecnica sia liberante, intelligente, virtuosa, razionale quando non lo è più da tempo? Perché continuare a non voler vedere che se la tecnica cerca solo l’esattezza, l’efficienza, l’integrazione, l’automatismo, la standardizzazione/omologazione e l’accrescimento illimitato di sé attraverso lo sfruttamento di uomini e biosfera, allora non può che essere anti-umanistica, anti-democratica, irresponsabile verso le future generazioni? Perché non voler vedere che è la tecnica (e non solo il capitalismo, neppure nella sua ultima perversione, il neoliberalismo) – e proprio per gli elementi appena richiamati – ad avere ucciso/dissolto la classe operaia e la lotta di classe – ma poi anche la società, la democrazia, la libertà, l’idea stessa di socialismo, di liberazione e di emancipazione, di fine dell’alienazione? Ovvero, ragionare oggi di crisi della democrazia senza valutare gli effetti prodotti dalla tecnica sulla polis e sul demos, dalla sua episteme, dalla sua ontologia e teleologia significa non voler vederne la causa prima della crisi, ma solo gli effetti (sovranismi, populismi, tecno-fascismi, trumpismi, melonismi, merzismi, negazionismi, riarmi, draghismi…), che comunque (non dimentichiamolo) sono neoliberali, ma soprattutto funzionali all’accrescimento/riproducibilità con altri mezzi politici del sistema tecnico (oltre che capitalistico).

Perché – ancora – non voler vedere che il taylorismo (oggi diventato anche digitale – S. Bellucci) è la forma/norma perfetta con cui si realizza e si impone l’episteme/logos/razionalità strumentale/calcolante-industriale, cioè suddividere-frammentare-individualizzare come primo movimento, per poter poi meglio e più facilmente, cioè senza quasi resistenza, integrare-sussumere-totalizzare le parti suddivise – è il secondo movimento; e perché non voler vedere che questo è il principio tecnico-politico di tutta la cosiddetta modernità? E ovviamente nessuna libertà e soggettività/autonomia e nessuna democrazia e socialità/solidarietà sono possibili se gli uomini e tutta la realtà è frammentata/scomposta e tutto e tutti sono ridotti a numeri, condizione necessaria per essere meglio calcolabili, meglio integrabili, pianificabili e controllabili. E a questo serve il Big Data – trasformarci in numeri per creare un mondo automatizzato e amministrato dalle macchine (che funzionano solo in base a numeri e calcoli), come temeva sempre la prima Scuola di Francoforte – ed è quella che chiamiamo digitalizzazione delle masse atomizzate/monadizzate, cioè tutti integrati singolarmente e isolatamente, ma massificati nel sistema tecnico.

Questo non voler vedere il potere e la pluspotenza della tecnica (e cioè non solo del capitalismo) è la trappola in cui sono caduti tutti i marxismi (rivoluzionari o riformisti che fossero). Una trappola epistemica e poi diventata ontologica/teleologica. Con le cosiddette sinistre di oggi che hanno accettato senza reagire, se non favorito, l’oligopolio/oligarchia delle tante Silicon Valley del mondo, pellegrinando gioiosamente verso di esse; come ieri hanno creduto che la rete (la tecnica) fosse libera e democratica in sé, o che grazie alle nuove tecnologie si sarebbe arrivati al lavoro cognitivo e immateriale, a lavorare meno e ad avere più tempo libero, quando tutto questo non poteva esserlo proprio per l’essenza/episteme della tecnica, che ha prodotto (non poteva non produrre) l’esatto contrario di quanto propagandisticamente promesso.

Ma soprattutto, perché non voler capire/vedere che proprio l’organizzazione di fabbrica (quel taylorismo che è tecnica organizzativa razionale e calcolante e centralistica/autocratica, al di là di ogni illusione o parentesi di democrazia del lavoro, sempre parziale perché mai potendo decidere del capitale – Panzieri) – dove sempre vi è qualcuno che organizza, comanda e sorveglia, oggi un algoritmo, mentre gli altri devono solo eseguire il comando oggi digitale – è la causa vera dell’oppressione sociale e non la proprietà privata dei mezzi di produzione, come già aveva capito, con grande lucidità e chiarezza, la filosofa Simone Weil negli stessi anni in cui Lenin e Gramsci magnificavano invece il modello della fabbrica e il taylorismo?

Questioni che riprendiamo dopo la lettura della bella intervista di Giuseppe Molinari a Christian Marazzi, su Machina di qualche mese fa. Dove però – è il nostro punto di differenza – Marazzi immagina una «ricomposizione di classe a partire dalle infrastrutture digitali», che è qualcosa che ci sembra impossibile, sì che non si può usare (o partire da), per ricomporre la classe, la stessa razionalità (supra), la stessa infrastruttura (oggi digitale) che l’ha scomposta, frammentata, dispersa, individualizzata, diffusa. Ovvero, non si può immaginare un uso diverso della tecnica (ieri l’Urss e oggi la Cina lo dimostrano) usando quella stessa razionalità strumentale/calcolante-industriale capace di accrescere causa sui (cioè a prescindere dall’uomo e dal demos) la propria infrastruttura. E se le macchine oggi apprendono da sole e anche gli sviluppatori non capiscono perché e come lo fanno, non basta cambiare gli sviluppatori (ancora Marazzi), se a monte non si rovescia questa sua epistemica razionalità irrazionale. Come non basta dire, come Anthropic, che ha allenato il suo Claude usando un insieme di tecniche sviluppate per allineare i sistemi di i.a. ai valori umani e renderli utili, innocui e onesti – troppo poco e troppo generico.

Negli ultimi decenni si era scritto molto di post-modernità, post-fordismo e di società post-industriale. In realtà, come scriviamo da molti anni, finalmente con molti altri, nessuna post-modernità e nessun post-fordismo-taylorismo, ma iper-modernità e iper-industrializzazione fordista/taylorista della vita intera dell’uomo e della società (la società intera è diventata una fabbrica, tutti siamo essenzialmente forza-lavoro). La nostra riflessione si spinge però ancora oltre e ridefinisce la modernità con il neologismo di Tecno-archía. Come nel titolo del nostro ultimo saggio, Tecno-archía, o la Nave dei Folli. La banalità digitale del male, pubblicato da DeriveApprodi nella Collana Labirinti.

E se la critica alla modernità non è ovviamente cosa nuova, radicalmente nuovo è dire che è diventata un potere archico. E cercare di riconoscerlo come tale, per deporlo come deve essere contro tutti i poteri archici. E con Tecno-archía intendiamo sì la combinazione di rivoluzione scientifica e industriale; di Bacone e Cartesio e Taylor; di capitalismo e tecnologie; di colonialismo e imperialismo; di complesso militare-industriale-scientifico; di oligarchie e di élite; di ingiustizia e disuguaglianza; di società repressiva. Ma intendiamo soprattutto la razionalità strumentale/calcolante-industriale occidentale, l’episteme della modernità diventata ormai globale – quella razionalità/episteme archica che governa il mondo dagli inizi della modernità e che ha prodotto l’eclisse della ragione illuministica e umanistica. La Tecno-archía è quindi il potere archico non di singoli uomini – come monarchia od oligarchia – ma di un sistema di pensiero fatto solo di numeri, calcolo e calcolabilità/razionalità strumentale e industriale.
Certo, il pensiero è anche calcolo, ma non può essere solo calcolo – e ancora Simone Weil, scriveva: «con il calcolo ci si trova ad avere risolto un problema per una sorta di magia, senza che lo spirito abbia messo in relazione i dati e la soluzione». E oggi calcolano le macchine, noi prendiamo il risultato come esatto, ritenendolo vero e giusto (mentre esatto non sempre è anche giusto), ancora meno mettendo in relazione i dati con la soluzione. E mentre l’uomo calcola credendo di essere intelligente, in realtà obbedisce a schemi generali di adattamento per assecondare i quali deve usare tutta la sua prontezza di riflessi, anzi (secondo Max Horkheimer) la ragione si identifica addirittura con questa facoltà, cioè «la ragione è diventata irrazionale e stupida». E la vita moderna, «sviluppa fino alla perfezione la capacità umana di ubbidire a ogni sorta di segnale e di soddisfare i bisogni immediati a spese della capacità di fare scelte di lungo periodo. Qui sta una delle radici principali della tipica struttura caratteriale moderna» – noi diciamo della Tecno-archía: dominante ma soprattutto egemone e che è prima (ex ante; a priori) del capitalismo e del sistema tecnico, predeterminandoli. Per cui è illusorio pensare (se ancora lo si pensa…) di uscire dal capitalismo se non si esce anche dall’episteme archica della tecnica.

UNA TECNO-ARCHÍA QUINDI – RIASSUMENDO – IN CONFLITTO ONTOLOGICO, TELEOLOGICO – EPISTEMICO:
con la libertà dell’uomo – e soprattutto con la sua libertà cognitiva espropriata dalle macchine e ora dall’intelligenza artificiale (ultima forma di taylorismo) – ricordando che quanto più si è integrati in qualcosa che non si controlla, come appunto i sistemi tecnici/infrastrutture digitali, meno si è liberi; e che la tecnica odia l’imprevedibilità, l’errore umano, i tempi morti, l’eccentricità, la creatività e l’immaginazione – proprio ciò che invece rende libero un uomo, con la democrazia – sì che se la tecnica obbedisce a leggi proprie, allora sta producendo (causa sui) la morte della democrazia. Perché democrazia significa libertà di scelta, e se non c’è questa libertà anche sull’innovazione tecnica allora non si è neppure solo in un deficit di democrazia, ma in un sistema archico.

CON LA BIOSFERA, COME LA CRISI AMBIENTALE DIMOSTRA OLTRE OGNI DUBBIO.
Un neologismo dunque – Tecno-archía – che nasce analizzando l’episteme (il sapere certo, che si impone come verità) della modernità; e quindi la sua ontologia e teleologia: e per ontologia intendendo l’uomo come deve essere-vivere-pensare per essere funzionale al sistema tecnico, stabilendo per lui i criteri, le forme e le norme della sua esistenza (molto più dispositive e disciplinanti di una legge); e per teleologia, le finalità da perseguire per garantirne l’accrescimento incessante secondo l’imperativo del sempre di più, rifiutando ogni limite e ogni responsabilità.
Se dunque la modernità è diventata un potere archico – come cerchiamo di dimostrare nel libro – allora dalla Tecno-archía del numero e del calcolo si deve uscire, in nome della libertà, della democrazia, della biosfera, della responsabilità; ma questo è possibile solo prima riconoscendolo come archico e insieme attivando un pensiero anti-archico/anarchico (ma in un senso tutto diverso dall’anarchismo classico) e cioè democratico, umanistico ed ecologico. Cioè attraverso un pensiero destituente che deponga, rottamandola definitivamente perché nichilista ed eccoci da, la Tecno-archía, ma che sia insieme un pensiero istituente che generi demo-crazia e autonomia (e non più eteronomia tecnica e capitalistica), basandosi su un sapere aude! umano e non macchinico. Come fece il demos dell’antica Grecia quando, prendendo consapevolezza del proprio potere, depose l’oligarchia.
Un pensiero istituente anarchico e quindi davvero democratico (Di Cesare), posto che la democrazia (è la sua bellezza) non ha e non deve avere un’arché, cioè un fondamento chiuso e assoluto (come ieri il Dio della Creazione o le Tavole della Legge, come poi il calcolo con la modernità) – ma principi e valori sì – costruendosi su se stessa e con se stessa (è crazia e non archía).
Per questo serve – è la tesi filosofica del libro – una rivoluzione epistemica, da sinistra. Serve tornare a pensare e immaginare da sinistra – invece di solo calcolare e delegare alle macchine. Una rivoluzione «con nessun altro obiettivo che il bene della libertà» – come scriveva Hannah Arendt a proposito della rivoluzione ungherese del 1956; ma a cui oggi va aggiunto il bene della Terra/biosfera.
Una tesi radicale, definire la modernità – che molte cose buone ha fatto – come un potere archico? Sì, certo. Ma come altrimenti deporre (se non riconoscendola) la radicalità archica della rivoluzione permanente imposta (a prescindere da uomo e biosfera) dalla tecnica – e dal capitale?

*(Lelio Demichelis è sociologo della tecnica e del capitalismo, ha insegnato al Dipartimento di economia dell’Università degli Studi dell’Insubria.)

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