n°22 – 23 maggio 2026 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI

01 – Fulvio Grimaldi*: Cantico per l’Iraq – Damnatio memoriae – “Saddam l’hanno fatto gli americani, Hamas l’ha fatto Israele”
02 – Paula Jesus*: In fuga dalla violenza dei clan: narcotraffico, politica e migrazioni forzate in America Latina
03 – Karlo Raveli*: Disputa operaia esplosiva. Per rivolgersi alle origini realmente determinanti di fenomeni spaventosi come guerre, genocidi, degenerazioni climatiche, ambientali, ecologiche o elettromagnetiche, e la stessa ormai sempre più emergente crisi di riproduzione della specie – caso italiano in testa…?
04 – Il sistema di corruzione di Trump e del mondo MAGA ha raggiunto un punto di non ritorno. 04 – Il sistema di corruzione di Trump e del mondo MAGA ha raggiunto un punto di non ritorno
05 – Le sveglie all’Europa, a rischio marginalizzazione, sanzioni Ue ai coloni, parte la sfida a Starmer
06 – Andrea Cegna*; Bolivia. Le barricate di La Paz e la memoria viva della rivolta- Dall’assedio di La Paz alla marcia per la terra, la mobilitazione di campesinos e operai svela il volto autoritario di un potere che reprime i movimenti e tutela l’agro business.
07 – Israele ferma ancora con la forza la global sumud flotilla. La gsf riferisce che militari israeliani sono saliti a bordo di diverse imbarcazioni, mentre il convoglio tentava di proseguire verso la striscia di gaza (*)
08 – Francesca Luci*: La partita sotto il mare di Hormuz: controllo dei cavi, altro che greggio
Orizzonte di fuoco L’ultima suggestione mediatico-politica a Teheran. Ma tra il dire e il fare… Sul fondale passa un’enorme mole di dati. Paesi del Golfo i più esposti alla minaccia
09 – Marina Catucci*: Cuba e Taiwan, gli altri due dossier che tengono impegnati gli Stati uniti. NEW YORK Esteri Gli Stati uniti stanno affrontando questa settimana due dossier internazionali paralleli, nei quali si intersecano i rapporti con la Cina: la vendita di armi a Taiwan e la crescente pressione su Cuba.

 

 

01 – Fulvio Grimaldi*: CANTICO PER L’IRAQ – DAMNATIO MEMORIAE – “SADDAM L’HANNO FATTO GLI AMERICANI, HAMAS L’HA FATTO ISRAELE”

SQUALIFICARE L’AVVERSARIO, SEPPELLIRLO SOTTO UN URAGANO DI CALUNNIE, CREARE UN’OPINIONE PUBBLICA DELUSA, DISGUSTATA, SCORAGGIATA CHE, CONSIDERANDO MALE MINORE LA GUERRA ALL’ESISTENZA DEL MOSTRO, TI SEGUA NEL TUO INTENTO DI FARLO FUORI. Creare un ambiente mediatico e, ove possibile, anche accademico, dell’intrattenimento, per non lasciare più alcuno spiraglio al dubbio che, sotto una campagna del genere, vi possa essere qualche intenzione malevola e strumentale. Dare ampio spazio alle ONG dei diritti umani, efficaci soprattutto sui sinceri democratici, quelle di un” Occidente che ha certo difetti, ma niente di paragonabile a una dittatura o a dei terroristi”.
Sono tecniche che conosciamo fin da quando le praticavano gli storici del Senato Romano e di cui le religioni, monoteistiche ed esclusiviste, hanno colto il valore evangelizzatore: contro gli eretici bastava diffondere la voce che quel blasfemo negava il Cristo dio, o quella donna, andando a raccogliere legna nel bosco dopo il tramonto, sicuramente cercava incontri satanici.
Tutto vero, ampiamente noto ai minimamente armati di diffidenza verso chi ti bombarda con verità dall’alto, per cui resta difficile cascare ancora preda del vittimismo accusatorio di un Netanyahu, o credere a chi, a innesco di ogni protesta colorata in Iran, presenta il caso risolutivo. Una ragazza “ammazzata dalla polizia”, che magari poi risuscita in Germania (Neda Soltan 2009); o un’altra, “pestata a morte”, ma deceduta in ospedale di un male cronico (Mahsa Amini 2022); o una terza, “lapidata per aver resistito alle violenze del marito”, ma rilasciata dopo una condanna a otto anni per aver ucciso con l’amante il marito, mediante veleno e scosse elettriche (Sakineh Mohammadi, 2006).

Nei miei quasi settant’anni ne ho viste. A partire da quando, nel mondo del dopoguerra, “tutti i tedeschi sapevano dei lager e sono responsabili” e io, ragazzino da quelle parti, mi ricordavo di quanto quei tedeschi fossero rimasti stravolti ed esterrefatti all’emergere degli scheletri viventi da Auschwitz o Dachau.
E a continuare quando, testimone della strage di 14 civili a Derry, Nord Irlanda, 1972, sotto i colpi dei parà di Sua Maestà, la sera sentii il generale Sir Robert Ford, comandante in capo, affermare che quei parà si erano dovuti difendere dai terroristi dell’IRA, di cui non c’era stata l’ombra.

MONETA DI NERONE SFREGIATA
Non ho raccontato niente di particolarmente inedito. Ma avendo scritto nel titolo damnatio memoriae, vale a dire sanzione postuma di “indegnificazione”, per malefatte vere o false, torniamo a Roma dove ne sono stati specialisti gli storici legati alla casta feudataria e usuraia del Senato, come Tacito o Svetonio, nei confronti di imperatori che a quel Senato sottraevano poteri e sostenevano le ragioni della plebe, tipo Caligola o Nerone. Una damnatio, la loro, che pochi e a fatica storici moderni sono riusciti a incrinare. Del resto, niente di insolito: raramente la storiografia prescinde dal vento che tira. Cosa che vale in termini analoghi per i rapporti che il nostro mainstream intrattiene con i poteri finanziari. E con quelli dei loro membri che manovrano il mestolo.
Qui voglio parlare di due esempi dell’argomento in questione, che incidono sulla mia personale e professionale vita ed esperienza e continuano a inserire uno specchio deformante tra lo sguardo dell’opinione pubblica e la realtà. Saddam Hussein, “uomo degli americani” ieri e, oggi, Hamas, formazione “creata, o, quanto meno, lasciata nascere e svilupparsi, da Israele”. Ne va, sia dell’assoluta superiorità degli uni, che ne perpetui il poter e il prestigio, sia del valore morale dell’altro, da annichilire tramite negazione dell’asserita identità e della dignità di antagonista nel nome dei deboli e perseguitati.

LA RESISTENZA, DA FRATELLANZA MUSULMANA PALESTINESE A HAMAS
È una lunga vicenda, segnata da varianti e trasformazioni, quella della resistenza islamica in Palestina. Ne ho visto i primordi nel 1970. Con altri volontari “internazionali”, sul tipo delle Brigate di Spagna, mi sono trovato a fianco di militanti palestinesi di varia matrice, islamica, marxista, nazionalista. Operavamo da basi ricavate dalle grotte sulle colline che guardano la valle del Giordano occupata da Israele. È in quegli anni che, fondato da Sheikh Ahmed Yassin (poi assassinato da Israele) e da altri esponenti palestinesi della Fratellanza Musulmana, nasce, prodromo di Hamas, il Centro Islamico, associazione impegnata soprattutto in azioni umanitarie e di welfare per i profughi nei campi e nelle aree emarginate dei centri urbani.
La leggenda di un Israele che avrebbe favorito l’evoluzione dell’organizzazione combattente Hamas, trae spunto dal fatto che Tel Aviv, vedendo nel prevalere della motivazione religiosa su quella nazionalista dell’OLP di Arafat, aveva accettato di buon grado la moltiplicazione delle moschee (solo a Gaza da 77 nel 1967 a 150 nel 1986). Analogamente aveva tollerato anche il sostegno finanziario del Qatar ai funzionari e dipendenti delle entità religiose. Sostegno, che non essendo consentite banche palestinesi, doveva superare il controllo delle autorità israeliane, con relative alterazioni di destinazione e perfino riduzione delle somme, come denunciate dal governo di Hamas.

Il contributo di Israele alla nascita e allo sviluppo di quello che poi, prendendo le distanze dalla Fratellanza Musulmana, sarebbe diventato Hamas, affermato soprattutto da coloro che hanno firmato il ripiegamento degli Accordi di Oslo e la progressiva integrazione collaborazionista alla colonizzazione d’insediamento ebraico, finisce lì. E sparisce anche lo strumentale occhio chiuso sulla crescita dell’influenza islamica, tollerata perché avrebbe spaccato la coesione politica e sociale di una popolazione pur sempre insofferente all’occupazione. Qualcuno nei servizi israeliani si era presto accorto che i centri islamici e le moschee, esenti dai controlli della Sicurezza, si stavano trasformando in santuari politici clandestini.
La prima Intifada, esplosa infatti nel 1987, anno di fondazione di Hamas, e, di più, la seconda del 2000, vedono affiancati gli islamisti, Fatah e le altre organizzazioni dell’OLP. Con Fatah, lacerato dal contrasto tra l’antica burocrazia scaturita dalle mediazioni a perdere con l’occupante sancita da Oslo e la nuova e combattiva generazione guidata da Marwan Barghuti, Hamas trova crescente consenso. Al punto che, tolta di mezzo la figura carismatica di Barghuti, che io ho avuto il privilegio di incontrare e intervistare poco prima del suo arresto nel 2002 e della condanna a cinque ergastoli, nel 2006 Hamas si assicura la vittoria in tutti i territori occupati alle ultime elezioni concesse dal presidente dell’Autorità Palestinese, il quisling Mahmud Abbas.

2002, MARWAN BARGHUTI CON CHI SCRIVE – AHMED YASSIN, FONDATORE DI HAMAS
IL MITO DELL’ONNIPOTENZA VUOLE HAMAS “COSA NOSTRA”
Torna a circolare, col debutto del quarto di secolo di potere di Benjamin Netnyahu, la teoria di Hamas favorito, se non addirittura creato, da Israele. La diffondono i rivali e concorrenti politici del premier, scaricandogli la responsabilità di una Gaza fuori controllo e di una Cisgiordania dove i collaborazionisti dell’ANP fanno fatica a contenere, in combutta con l’esercito e l’intelligence israeliani, i mai spenti fermenti di rivolta. La condividono con entusiasmo tutti i propagandisti politici e mediatici per i quali è esistenziale sostenere gli attributi di invincibilità e onnipotenza dei governi del popolo eletto.

È in virtù di questa necessità di asserire una non discutibile superiorità dello Stato sionista e dei suoi strumenti, condizione della sua immunità, che l’operazione di Hamas “Alluvione di Al Aqsa” del 7 ottobre 2023, offre il destro per rinnovare e intensificare l’assunto di un Israele padrone di Hamas. Quell’attacco, che avrebbe superato le insuperabili barriere fisiche, elettroniche e di I.A. dell’apparato di controllo israeliano, mai più avrebbe potuto verificarsi, si giura, senza che Israele lo abbia voluto o, quanto meno, lasciato fare.

Si trascura il dato che, dopo i due anni, 2018-2019, dell’offensiva di massa lanciata dalla popolazione di Gaza con “la Grande Marcia del ritorno” al limite del territorio occupato da Israele, in cui all’IDF è bastato fare del cecchinaggio sui manifestanti (234 morti) per porre fine alla protesta, Israele fosse convinto di aver ridotto al silenzio ogni resistenza. Si sorvola anche sulle forti divergenze venutesi a creare tra una dirigenza di Hamas da anni in esilio nel Qatar e sottoposta alle pressioni dei collaborazionisti del Golfo e l’intransigente e sempre più indipendente forza di combattimento di Gaza, sotto la guida di Yahya Sinwar.

Hamas, nei suoi impenetrabili (perfino per Palantir) tunnel, si era preparato da quattro anni su come superare in volo le barriere, accecare i radar, tagliare la corrente agli apparecchi elettronici. Nelle prime ore del mattino di quel 7 ottobre era riuscito a occupare Erez, la base posta a guardia del principale valico di Gaza, nella quale erano collocati i comandi militari e tutte le strumentazioni per far funzionare l’apparato di sorveglianza. L’IDF ne risultò accecato e fu costretto a improvvisare quell’intervento tardivo, ricorrendo a elicotteri e carri armati, che produsse una battaglia di due giorni. In questa, tra fuoco incrociato e bombardamento con armi pesanti, in dotazione solo all’IDF, di edifici in cui Hamas era penetrato per prendere ostaggi da scambiare con i suoi prigionieri, si provocava un migliaio di vittime, metà delle quali militari.
Netanyahu si sarebbe assunto la responsabilità di una tale debacle per guadagnare il pretesto di radere al suolo Gaza? Da mesi i suoi avversari politici premono invano perché un’inchiesta faccia luce su quel 7 ottobre. È vitale per la forza intimidatrice di Israele che nel mondo continui a circolare la convinzione che lo Stato Sionista abbia sacrificato qualche suo insediamento e perfino suoi cittadini per poter riaffermare una sua inscalfibile supremazia. A dispetto del fatto che, comunque, di un mito si tratta, visto che ben due campagne di guerra contro il Libano, 1982 e 2006, hanno visto la sconfitta di Israele per mano di Hezbollah. E che, in quasi tre anni di sistematici stermini, Israele non è riuscito a chiudere la partita con Hamas a Gaza o, oggi, con Hezbollah in Libano.

L’IRAQ DELLA RIVOLUZIONE
Ho frequentato l’Iraq con una certa assiduità per quasi trent’anni, dal 1977 alla fine di quell’Iraq. Successivamente, senza Saddam, o senza un popolo che ne avesse ripreso il cammino, c’era poco da rimanervi coinvolti. Almeno fino ai giorni della nascita delle “Forze di Mobilitazione Popolare” e, con la mitica liberazione di Mosul, della loro vittoria sullo Stato Islamico lanciato contro l’Iraq dal vecchio aggressore e da quello nuovo, turco.
Da corrispondente dallo Yemen per la regione Corno d’Africa, Mar Rosso e Golfo Persico del periodico The Middle East, fui spedito a Baghdad per una serie di reportage su quell’entità ancora poco conosciuta che era l’Iraq di Saddam. Specificamente su un processo rivoluzionario ininterrotto, dal 1958 del rovesciamento della monarchia imposta da Londra, in cui Saddam già aveva svolto un ruolo di primo piano, fino alla rivoluzione del 1968, guidata da Saddam e che portò al potere il partito Baath (“Rinascita”) arabo, laico e socialista. Saddam divenne poi formalmente presidente dell’Iraq nel 1979 con un governo composto dal Baath, dal PC iracheno e dal Partito Democratico Curdo.
Ho incontrato a Baghdad quello che poi sarebbe diventato un grande amico, Nassif Awad, direttore del quotidiano Ath Thawra, palestinese della Nakba come tanti altri collocati in posizioni di responsabilità nell’apparato di Stato iracheno. Uomo di spessore intellettuale e grande combattente antimperialista. Nassif mi avrebbe poi nominato corrispondente da Roma per il suo quotidiano e lo sarei stato anche per il “Baghdad Observer”, quotidiano in lingua inglese.

La prima guerra del Golfo l’ho potuta trasmettere al TG3 per come ci veniva illustrata dai dispacci dall’unica fonte attendibile, Al Jazeera. L’embargo, i bombardamenti di Clinton, la guerra di Bush del 2003, la resistenza, li ho vissuti sul campo, tra gli iracheni. In una prima fase il mio racconto è apparso su “Liberazione”, fino a quando la tolleranza di un Bertinotti, oppositore liberale delle “dittature”, non venne a esaurirsi. Poi quel racconto è stato raccolto in questi documentari.

LA PRIMA ESECUZIONE
Il 30 dicembre del 2006 il presidente dell’Iraq, Saddam Hussein, ovviamente un “dittatore” nella valutazione dei suprematisti occidentali, veniva impiccato, sotto supervisione degli occupanti statunitensi, tra ingiurie e percosse di un clerico, ambiguo arruffapopolo, Moqtada Al Sadr, di obbedienza prima iraniana e poi saudita. È tuttora sulla breccia in parlamento, mai impegnato nella resistenza all’invasore e occupante. L’esecuzione, scritta nei programmi di imperialismo e sionismo decenni prima della guerra, avvenne tre anni dopo l’invasione, al termine di un processo-farsa durante il quale tre avvocati dell’imputato furono assassinati e numerosi testimoni a difesa vennero espulsi, percossi e incarcerati.
Ai conquistadores di Washington, che gli avevano assicurato un salvacondotto per l’estero e la vita se avesse ordinato alla Resistenza di arrendersi, ha opposto lo stesso rifiuto con cui per trent’anni aveva risposto alle minacce, alle blandizie e alle aggressioni di USA, Israele, Nato e della Coalizione dei Volenterosi che aveva compreso anche l’Italia.
Nel corso del cosiddetto processo, Saddam, svergognando e ridicolizzando i suoi accusatori e boia, dimostrava di che tempra fosse un iracheno che, dopo aver guidato due rivoluzioni contro il regime colonialista e contro la destra reazionaria, in trent’anni aveva contribuito a costruire la nazione più progredita, socialmente equa, coerentemente antimperialista e antisionista dell’intero Medio Oriente. Una nazione in cui le componenti etniche e confessionali, sunniti, sciti e curdi, cristiani e musulmani, convivano in pace e fratellanza, condividendo le istituzioni dello Stato e le attività sociali. Frequenti erano i matrimoni misti Nessuna carta d’identità aveva mai identificato gruppo etnico o religioso.
Ha retto, contro incessanti aggressioni, complotti filo-occidentali, attentati, rivolte istigate dai neocolonialisti, embarghi genocidi, i bombardamenti di Clinton, le guerre dei due Bush, la guerra con l’Iran istigata da Kissinger con le famigerate parole: “Noi vogliamo che questi due paesi si dissanguino a vicenda”. Concetti ripetuti dalla Segretaria di Stato Albright, quando a domanda rispose: “Sì, sono convinta che 500.000 bambini uccisi dalla prima guerra del Golfo e dalle sue conseguenze, siano un prezzo giusto” (serve a ricordare che idiozia e malvagità non sono l’esclusiva dell’attuale presidente USA).
L’Iraq era uno degli Stati che noialtri ci impuntiamo a definire “autocratico” (definizione che evitiamo in riferimento ai nostri fornitori e amici delle orrende dinastie schiaviste del Golfo), per la spocchiosa indisponibilità a comprendere imprescindibili condizioni storiche e culturali da noi lontane. “Autocratico”, perché un popolo schiacciato per secoli da oppressione e sfruttamento coloniali ha voluto perpetuare la fiducia in chi lo aveva liberato. “Autocratico”, oltre tutto, perché risulta difficile mantenere porte e finestre aperte e strade libere, quando hai un nemico potentissimo e privo di scrupoli che ti assedia, si infiltra, cerca incessantemente di trovare occasioni ed elementi per la destabilizzazione.

IL MIO IRAQ
Io ci sono stato nell’Iraq di Saddam. Sono stato, anni ’70, ’80, ’90, nella Baghdad spumeggiante delle accademie d’arte, delle scuole gratuite in tutti i gradi, dell’alfabetizzazione compiuta, delle organizzazioni di donne assurte a parità con gli uomini a tutti i livelli della politica e delle professioni, dei sindacati che agli operai costruivano le case, della sanità gratuita pari a quella cubana, degli ospedali visitati da pazienti da tutto i Sud del mondo, delle università frequentate gratis da milioni di studenti stranieri, di quartieri in crescita secondo i canoni di un’architettura attenta alla storia e alla qualità della vita, tra contadini per la prima volta padroni della loro terra, tra puerpere che godevano di ferie di maternità doppie delle nostre. E, last but not least, dei 350 profughi palestinesi insediati, diversamente da Libano e Giordania, in appositi quartieri nuovissimi e inclusi nei meccanismi scolastici, sanitari e lavorativi della nazione.
Ci sono stato, in Kurdistan, quando, per la prima volta nella storia, quattro dei 20 milioni di curdi sparsi in quattro paesi e in due di questi sempre esclusi e decimati, ebbero riconosciuta la loro identità, un autogoverno con tanto di parlamento, un’università e la loro lingua posta al pari in tutta la nazione di quella araba, il loro partito, PDK, incluso nella coalizione di governo. Era la fine di un ordinamento gerarchico tribale di stampo medievale, con la tirannia assoluta di capitribù predatori e narcotrafficanti e quella dei maschi sulle donne. Furono poi un paio di questi capitribù a vendere, in cambio di un po’ di man bassa sul petrolio, se stessi e i loro sudditi al predatore straniero, soprattutto israeliano, e ad opporre la massima resistenza alla laicizzazione del paese, alla liberazione delle donne, alla fine dello schiavismo feudale.

Ero in Iraq quando, spedito da Reagan, il Segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, chiese a Saddam di riaprire a un Israele privo di risorse energetiche l’oleodotto Kirkuk-Haifa. In cambio avrebbe avuto dagli Usa rivelazioni satellitari sui movimenti e sulle basi delle forze di Teheran. Il futuro torturatore di Abu Ghraib fu rispedito a casa con le pive nel sacco. E le pive erano lo stesso rifiuto che Saddam aveva opposto alle pressioni e ai ricatti succedutisi dalla rivoluzione e dalla nazionalizzazione del petrolio in poi allo scopo di ricondurre l’Iraq allo stato di un obbediente e redditizio sceiccato.
C’ero quando l’Iraq, dovette difendersi dal più spietato embargo inflitto, assieme a quello di Iran e Cuba, a un popolo innocente, complice l’Italia, e vi resistette, mantenendo i capisaldi della sua giustizia sociale, della sua forza morale, della sua coesione patriottica Praticamente da solo, nell’isolamento della “comunità internazionale”, antimperialisti “democratici” e brezhneviani compresi, e sotto i costanti eccidi delle bombe dei taumaturghi veltroniani Clinton e Blair. A quelle bombe, capeggiati da Denis Halliday, Coordinatore ONU, in tanti dall’Italia e dal mondo offrimmo a Bagdad i nostri corpi come scudi umani, perché quel presidente fosse costretto a mettere sul proprio conto, oltre a quelle un po’ scure, spendibili, qualche imbarazzante pelle bianca. I bombardamenti furono sospesi.
Per poter riprendere il genocidio servivano due Torri Gemelle fatte saltare. Ovviamente fatte saltare da Saddam.

FINE DEL SOGNO
E c’ero infine, ancora una volta, aprile 2003, la guerra del secondo Bush, per filmare dalle finestre, frantumate dalle esplosioni, dell’albergo Al Mansour, la mia bella Baghdad antica e giovanissima, perciò intollerabile, che andava a fuoco. Per primo, il grande edificio delle telecomunicazioni e della tv, con dentro i miei colleghi iracheni. La voce dell’altro andava subito spenta. Come a Belgrado, come a Tripoli, come a Teheran. Che il pubblico non si facesse idee sbagliate….

Arrivava l’ultima ondata dei barbari, quella delle stragi e di un uranio che continua e continuerà a seminare morti e deformità per generazioni, occultato dall’impennata oscena delle imposture e denigrazioni recepite avidamente o pigramente da tutti. Quella che sentivo rilanciare dalla terrazza, dove erano installate le tv occidentali, da ex-colleghe RAI come Lilli Gruber, o Giovanna Botteri del mio TG3, fresca del suo tifo per il mercenariato NATO dell’UCK nel Kossovo, preludio di una carriera onoratissima in Occidente. Quando il popolo iracheno, inerme, non aveva più altro da sbattere in faccia ai suoi assassini che la forza inaudita della normalità della vita, il rifiuto del panico, la determinazione a proseguire quella resistenza per decenni, per secoli, che già aveva eliminato dalla regione l’impero mongolo, quello ottomano, quello britannico.
A Baghdad, sul carro dell’invasore, giungeva la feccia dei rinnegati e prezzolati fuorusciti in Occidente, per succhiare al paese sbranato il sangue avanzato dal banchetto imperialista. Avevo lasciato Saddam che, a sorpresa, era apparso nella periferia della Baghdad occupata per dare il via alla resistenza e mi trovavo affiancato, sul taxi in fuga verso Amman, da un pullmino di Stato iracheno. A un posto di ristoro lungo i mille chilometri di deserto i suoi passeggeri mi si rivelarono funzionari del Ministero per gli Affari Palestinesi che stavano portando alle vittime del nazisionismo l’ultima consegna di aiuti: 20mila dollari per le famiglie dei caduti, 10mila per quelle cui era stata rasa al suolo la casa. Alle loro spalle bruciava il paese in cui non sarebbero più potuti tornare. Forse quello è stato l’ultimo provvedimento pubblico di uno Stato pugnalato a morte.

LA RESISTENZA CAMBIA DIVISA, NON BANDIERA
La lotta all’occupante e poi al suo mercenariato ISIS (con cui si era provato ad inquinare la Resistenza, per farne l’obbediente protagonista), costantemente rifornito dagli aerei statunitensi, si è prolungata negli anni. Ha visto il martirio di città storiche come Fallujah, incenerita dal fosforo bianco, la distruzione di un ineguagliabile patrimonio archeologico, a Ur, a Niniveh, Assur, Samarra, il saccheggio del Museo Nazionale e della Biblioteca Nazionale, con reperti risalenti alla Mesopotamia degli Abbasidi, degli Omayyadi, ai sumeri del IV millennio a.C., alla prima scrittura. Poi gli orrori dei centri di tortura alla Abu Ghraib, i massacri di prigionieri compiuti dai britannici a Nassiryia. La città nel cui nome da noi si celebrano vittime che andrebbero attribuite alla nostra complicità.
Governi inventati dal vincitore, formati dagli inevitabili lacchè di ogni compravendita di paesi, corrotti dalle briciole dei proventi delle risorse sottratte e protetti dalla forza armata USA alle spalle, hanno a tratti calmierato la resistenza. Un popolo provato, cui occorrevano tempi e organizzazione, ha dovuto riprendere respiro e accumulare energie, dopo un costo paragonabile solo a quello inflitto, in altre proporzioni, ai palestinesi.
Ci si ricordi che l’Iraq ha pagato la sua insolente autodeterminazione e l’impegno a esserci, non con quel milione di vittime che gli si accreditano. Tra prima e seconda guerra del Golfo, una resistenza di decenni, uccisioni dirette e uccisioni differite, il calcolo più preciso, su dati ONU, elaborati, tra l’altro, dalla rivista Lancet, ci dice 3 milioni. Su 25. Innocenti. E non vi figurano gli sterminati dall’uranio delle presenti e future generazioni.

Oggi il testimone della resistenza, sotto altre bandiere, con nuovi alleati e riferimenti, ma sempre contro lo stesso nemico, è stato preso dalla Forze di Mobilitazione Popolare, Al-Hashad Al-Shabi, componente dell’Asse della Resistenza. Sono le forze che hanno sconfitto a Mosul, incenerita dalle bombe USA, uno Stato Islamico (DAESH, ISIS), ancora una volta lanciato dall’imperialismo contro l’Iraq. Hanno costretto il regime a incorporarle nell’esercito. Sono eminentemente scite, ora che l’Iran si è ritrovato nella causa antimperialista e antisionista comune. Quasi a riprendere quel dialogo mesopotamico tra mondi vicini, quali l’Abbaside di Bagdad e l’Achemenide di Persepoli, protagonisti di una civiltà che ha segnato i millenni.

SECONDA ESECUZIONE: COME SI UCCIDE UN UOMO MORTO
Torniamo a Tacito, uomo dell’oligarchia predatrice, e agli imperatori che favorivano la plebe. Bisognava sradicare Saddam dalla coscienza collettiva, dalla Storia, dalla realtà. Distruggendone la dignità, cancellandone l’identità. Quegli elementi che avrebbero potuto rivivere in chi ne conservasse la memoria. È stato fatto con oculatezza e perseveranza. A partire dalla repressione di una resistenza che, portata avanti nel nome di Saddam per lunghi anni dopo la sua impiccagione, aveva riverberi in tutto il mondo degli oppressi dai grandi poteri. Evidenziava, nella coscienza dei popoli, specie di quelli sotto attacco o pressione Imperial sionista, quali erano stati gli elementi costitutivi, di portata universale, del confronto svoltosi in Iraq tra diritto e violenza, tra autodeterminazione e sottomissione.
Per una vittoria sul campo, minata da quella coscienza, non bastava l’eliminazione fisica del capo e simbolo della resistenza. E così si trattava di togliergli i titoli. Dell’onore, della dignità, della sincerità, dell’etica, del coraggio, del rivoluzionario, cioè di un’intera vita risultata perniciosa ai padroni del mondo. Al suo posto, nella Storia, una macchia sporca.
E fu lanciata la campagna del “Saddam uomo degli americani”, “Saddam armato dagli americani”. Li ho visti, gli armamenti americani dati a Saddam. Erano quelli forniti da Mosca, quando l’URSS riteneva utile e giusto sostenere chi si opponeva all’imperialismo, armi precedenti alla prima Guerra del Golfo, vecchie e logore. Di statunitense in Iraq non c’era nemmeno una colt Smith and Wesson.
Una damnatio memoriae servita a validare trent’anni di aggressione verbale, di bombe ed embarghi dell’Occidente globale. Ad annullare tre decenni di militanza irachena, ispirata, e guidata da Saddam, in difesa del riscatto arabo, della guerra globale al colonialismo, della liberazione della Palestina. Una difesa materiale e politica che superava per quantità e qualità quelle di tutti gli altri, Di chi era rientrato nei ranghi, come l’Egitto di Anwar Sadat e di Mubaraq e di chi era passato ad altre priorità, come Gheddafi per l’Africa, e di chi non ne aveva più la forza, come la Siria.

ERRORI, COME NO: KUWAIT, CURDI…
35 anni al potere, prima con la figura presidenziale formale di Abu Bakr, poi direttamente, e vuoi che uno non commetta errori, magari anche misfatti. Solo che non hanno titoli i manigoldi della nostra parte del mondo che a Saddam attribuiscono errori o misfatti. Ricordiamo l’invasione del Kuwait nel 1991, pretesto per la prima aggressione. Il Kuwait era Iraq, l’hanno tagliato via i britannici per ridurre lo sbocco al mare di un paese pericoloso per essere troppo grande e l’aveva messo in mano al solito beduino incoronato emiro. Il Kuwait s’era messo a pescare petrolio nei giacimenti al di là del confine, in Iraq. Rubava e faceva calare il prezzo del greggio nel momento in cui l’Iraq doveva guadagnare per riprendersi dagli 8 anni di guerra con l’Iran. E Bush aveva fatto dire a Saddam, dall’ambasciatrice, April Glaspie, “a noi non interessa se vi prendete il Kuwait”. Trappola. Saddam c’è cascato.
Dei curdi s’è detto, quinta colonna che israeliani ed euroatlantici hanno consacrato vittima da sostenere. Resta Halabja,1988. Gli aerei di Saddam avrebbero gassato questo villaggio curdo sul confine con l’Iran. 2000 vittime, poi 5.000, infine 8000, quante quelle di Srebrenica in Bosnia, false come quelle. Il Direttore della Scuola di Guerra USA afferma che la strage era da imputare agli iraniani. Chissà. Il dato certo è che delle armi chimiche attribuite a Saddam da Bush e Blair non se n’è trovata traccia in Iraq dal primo giorno a oggi.

UNA PAROLA DEFINITIVA A UN PAIO DI SCARPE IMPOLVERATE
IL PREMIER IRACHENO AL MALIKI PARA BUSH DAL LANCIO DI SCARPE
Chiudo questo mio “cantico per l’Iraq” con un’immagine preziosa. È quella del collega giornalista Muntazer al Zaydi. Il 14 dicembre del 2008, George W. Bush si presenta a Bagdad a celebrare “Mission accomplished”. Muntazer ha saputo farsi accreditare alla conferenza stampa dell’assassino del suo paese. Colpire con la scarpa una persona è considerato nel mondo arabo e musulmano una delle ingiurie delle più gravi. Muntazer se le toglie, le scarpe, e le lancia su Bush. Che, protetto dal premier fantoccio Al Maliki, le scansa di poco.
Muntazer grida: “Un bacio d’addio, bastardo, nel nome degli orfani (5 milioni), delle vedove e di tutti gli assassinati iracheni”.
Viene arrestato, picchiato quasi a morte, imprigionato, torturato, processato per vilipendio e condannato a 3 anni. Fa tuttora il giornalista al Cairo. Non s’è mai pentito. A volte i giornalisti sono combattenti. Come dovrebbero. Nel mondo arabo Muntazer è considerato “Eroe dell’Iraq”. Anche da me.
*(Fulvio Grimaldi (Firenze, 12 maggio 1934) è un giornalista italiano.)

 

02 – Paula Jesus*: IN FUGA DALLA VIOLENZA DEI CLAN: NARCOTRAFFICO, POLITICA E MIGRAZIONI FORZATE IN AMERICA LATINA – CELAYA – IL TESTIMONE CONDANNATO A MORTE IN HONDURAS PER IL RIFIUTO DI FAR PARTE DI UN CARTELLO CRIMINALE, SFUGGITO PER MIRA*: COLO AI SICARI, OGGI EVER ADONYS MONTOYA NÚÑEZ HA TROVATO RIFUGIO IN UNA DELLE ZONE PIÙ PERICOLOSE DEL MESSICO E QUI SI SENTE AL SICURO. LA SUA TESTIMONIANZA È UN RACCONTO DRAMMATICO CHE SVELA ANCHE IL LATO OSCURO DEGLI SFOLLAMENTI INTERNI ALLA REGIONE

«Ero sposato con una delle figlie del capo del cartello honduregno Arnaldo Urbina Soto. Mio suocero voleva che facessi attivamente parte della famiglia». Racconta così Ever Adonys Montoya Núñez, testimone honduregno che oggi vive in Messico, nella regione del Bajío. Proprio in questa regione, territorio conteso dal Cártel Jalisco Nueva Generación e il cartel di Santa Rosa de Lima, che per anni è stata tra le città messicane con i più alti tassi di omicidi, si concentra uno dei conflitti più intensi del centro del Paese per il controllo delle rotte e delle economie criminali locali. Eppure qui il testimone dice di sentirsi al sicuro.

La migrazione forzata nel continente latinoamericano non nasce soltanto dalla povertà o dalla generica ricerca di migliori opportunità di vita. Sono anche casi come questi a motivare la rotta migratoria verso il nord del continente. L’Honduras è da anni uno dei principali paesi di origine dei flussi migratori diretti verso il Messico e gli Stati Uniti. In molti casi è la conseguenza diretta di un contesto diffuso di criminalità organizzata che opprime l’intera regione da nord a sud. Il controllo territoriale esercitato da organizzazioni criminali e la collusione tra potere politico e cartelli provocano sfollamenti interni alla regione.

Il cartello della famiglia Urbina è stato uno dei gruppi criminali più influenti nella storia recente dell’Honduras. Organizzazione originaria del dipartimento di Yoro, responsabile delle rotte di cocaina dirette verso gli Stati Uniti, esercita un dominio capillare sul territorio attraverso il sicariato, l’estorsione, l’appropriazione di terre e la gestione di altre attività illecite, dal disboscamento illegale al controllo dei traffici locali. I suoi tentacoli politici hanno raggiunto i livelli più alti del governo, estendendo l’influenza anche sulla polizia locale e sugli affari giudiziari della zona.

A bassa voce, guardandosi attorno con timore, Montoya Núñez dice qualcosa di noto a tutti, ma che sulle sue labbra suona come una denuncia che ha paura di pronunciare ad alta voce: «Mio suocero era anche il sindaco di Yoro dal 2010 al 2014, successivamente estradato negli Stati Uniti, dove nel 2017 è stato condannato a più di 18 anni per diversi crimini». Il potere politico locale offre copertura istituzionale alle attività illegali, assicurandone l’impunità. «In famiglia si palleggiano gli incarichi politici. Nel 2026 la carica di sindaco del municipio di Yoro è stata infatti tramandata alla sorella». Arnaldo Urbina Soto è stato per anni una figura centrale del potere locale. Oggi, secondo il testimone, la sua influenza non si sarebbe dissolta, ma avrebbe assunto altre forme. La sorella Diana Patricia Urbina Soto è attualmente attiva nella politica honduregna e inserita nelle dinamiche istituzionali locali. Una continuità di potere che, a suo dire, rende impensabile un ritorno sicuro nel suo Paese.

In questo contesto, la proposta di entrare negli affari di famiglia non era un invito, ma un ordine: rifiutare gli è quasi costato la vita. Un vero e proprio feudo. «Io non ho accettato, volevano farmela pagare». Continua: «Sapevo che quel giorno sarebbe arrivato. È successo mentre le mie figlie erano a scuola. Io ero in casa con mia moglie e mia sorella». L’episodio segna l’inizio di una fuga disperata. «Non so come faccio a essere ancora vivo: mi hanno sparato più volte alle gambe, ho riportato traumi cerebrali che mi hanno fatto pensare che nel giro di poco sarei crollato definitivamente». Lui è riuscito a scappare: «Mi sono nascosto nei monti del villaggio di Las Vegas. Ho chiamato mio fratello e gli ho detto dove ero nascosto. Mi ha portato nella città del dipartimento di Olancho». Afferma senza esitazioni: «La famiglia Soto ha ucciso mia sorella, le hanno sparato davanti a me».

Le Nazioni Unite parlano di “Internally Displaced Persons” in Centro America. Prima ancora di attraversare una frontiera internazionale, molte persone si spostano da una città all’altra, tentando di sottrarsi a minacce dirette. In un paese territorialmente piccolo, dove le reti criminali sono strettamente interconnesse, restare anonimi è difficile. A maggior ragione se il cartello è familiare, radicato e con estensioni regionali, la possibilità di fuga interna si riduce drasticamente.

Dopo l’aggressione, Montoya Núñez si rifugia nella regione di Olancho, ma comprende rapidamente che restare in Honduras è impossibile. Secondo organizzazioni internazionali, l’America Latina registra uno dei più alti livelli di sfollamento forzato al mondo non legato a conflitti armati tradizionali, ma al controllo territoriale esercitato da gruppi criminali. «Così, una volta che ho iniziato a camminare – racconta – mi sono rifugiato nelle case di sconosciuti che mi hanno assistito. Quando le mie ferite sono state curate, ho deciso di andarmene dall’Honduras. Non avevo possibilità di restare vivo lì, capisci? Non dormivo la notte, ero terrorizzato. Sono partito per il Guatemala, con l’idea di raggiungere il Messico. Il percorso l’ho fatto a piedi, in autobus e in treno». Poi precisa: «Non potevo lasciare il Paese per vie legali: quella famiglia può contare su una rete di collaborazioni anche all’interno delle dogane».

L’autobus è il mezzo più comune lungo la rotta tra Honduras e Guatemala. Le frontiere terrestri sono attraversate ogni giorno da lavoratori, commercianti, famiglie. In questo flusso continuo, un volto in più non attira l’attenzione. A differenza delle carovane visibili o dei gruppi che si affidano ai cosiddetti “coyotes” per lunghe tratte clandestine, il viaggio in autobus permette di frammentare il percorso: una città alla volta, un terminal alla volta, una corsa alla volta. Adottano così una strategia di discrezione: si acquistano biglietti brevi, si cambia mezzo, si evita di restare troppo a lungo nello stesso luogo, non si comunica la destinazione finale. Ogni tappa è provvisoria.

Neanche però questo tipo di spostamento è sicuro. Lungo le strade che collegano Honduras e Guatemala sono frequenti posti di controllo. Le verifiche documentali possono trasformarsi in trattenimenti amministrativi o in richieste di denaro. In contesti in cui la corruzione è strutturale e le politiche migratorie privilegiano l’espulsione e la repressione, l’irregolarità non è solo una condizione giuridica: diventa un mercato. Più persone sono costrette a restare fuori dai canali legali, più si moltiplicano gli spazi di profitto per reti criminali, funzionari corrotti e sistemi di sfruttamento che trasformano la vulnerabilità migratoria in un business. In molti casi, chi fugge dalla violenza del proprio Paese si ritrova esposto a forme di criminalità nuove e sconosciute: entra, infatti, in contatto con sistemi di sfruttamento che non appartengono ai contesti da cui proviene. Questa asimmetria di conoscenza e di potere rende i migranti particolarmente esposti a dinamiche di abuso che non sanno riconoscere.

In questi casi la migrazione non coincide con l’aspirazione al cosiddetto “Sogno americano”. Non si tratta soltanto di sfuggire a una minaccia immediata, ma di prendere atto che il sistema di tutela – polizia, procure, amministrazioni locali e strutture sanitarie – è spesso parte dello stesso ordine criminale. Un ordine che esercita un potere necropolitico, decidendo chi può vivere e chi può morire.
*( Paula Jesus – Fotografa e videomaker. Si occupa di diritti umani e ambientali. Ha lavorato in Palestina, Ucraina, Pakistan, nei Balcani e in diverse città italiane ed europee.)

 

03 – Karlo Raveli*: DISPUTA OPERAIA ESPLOSIVA. PER RIVOLGERSI ALLE ORIGINI REALMENTE DETERMINANTI DI FENOMENI SPAVENTOSI COME GUERRE, GENOCIDI, DEGENERAZIONI CLIMATICHE, AMBIENTALI, ECOLOGICHE O ELETTROMAGNETICHE, E LA STESSA ORMAI SEMPRE PIÙ EMERGENTE CRISI DI RIPRODUZIONE DELLA SPECIE – CASO ITALIANO IN TESTA…?

1 – risulta ormai indispensabile reimpostare concetti come ‘cambiamenti istituzionali’ e persino ‘rivoluzioni’ e così via. A cominciare dal sorpasso del vecchio anticapitalismo di ‘lotta di classe dei lavoratori’ così come da ingannevoli contesti e concetti di ‘popolo’ o ‘nazione’ di stampo stato centrista e colonialista.
ORAMAI APPROCCI GLOBALI DI SIGILLO TECNOFEUDALE OLTRE CHE COSTANTEMENTE PATRIARCALE.
Un salutare detonatore, apparso ultimamente nello Scaffale di Roberto Ciccarelli sul Manifesto del 17.3.2026 con l’articolo “Se l’inconscio va controcorrente e diventa uno dei mezzi di produzione della realtà”. Dove riflette sulla rigenerazione di concetti come lavoro, classe, proletariato e così via. Punzecchiando per esempio così: “la classe è unità degli interessi degli sfruttati e comunità nel desiderio”.
Però noi qui picchiamo ben più a fondo!

2. CON UNA MISCELA ESPLOSIVA SCOPERTA RECENTEMENTE E ORIENTATA VERSO L’INDISPENSABILE SVOLTA EPOCALE: ACCESSIBILE IN VARI BRANI DEFLAGRANTI DI UNA ‘BOZZA OPERAIA’ CARTACEA, FUORI RETE, SEGNALATA QUALCHE TEMPO FA’ PROPRIO QUI IN SINISTRAINRETE DA UN ARTICOLO “SUI QUALIA” (A)
Un abbozzo di dibattito che si rivela per esempio in circolazione tra femministe torinesi – a quanto pare soprattutto di NUDM – che converrebbe recuperare e accomunare in maniera intersezionale tra il più possibile di movimenti sociali radicali. Inclusi logicamente i nostri migranti, visto poi che si occupa parecchio di colonialismo.
Un testo operativo collettivo che sorprende appunto per un potenziale quanto enorme carica dirompente.
Oggigiorno necessaria all’ormai indispensabile ‘transizione epocale’ che a sempre più disalienati e sveleniti esseri umani sociali appare in avvincente crescendo.

Parliamo soprattutto di una mistura scaturita specialmente da chiavi originali e sostanziali di un radicale approccio operaio. Proprio inusuale quanto esplosiva, e in modalità realmente più intense degli stessi paradigmi marxisti tradizionali… inclusi i più recenti d’innovatori ‘operaio massa’ operaio sociale’ dell’operaismo italiano.
Tanto per cominciare, per subito capirci meglio: con un confronto radicalmente anti-patriarcale, cioè precisamente più a fondo dell’attuale patologia sistemica più grave del patriarcato: il virile produttivismo e lavorismo capitalista.
Proprio a partire da una rigenerata e più determinante nozione o concetto di OPERAIO relativamente alle umane qualità, valori e caratteristiche operative naturali e originarie della nostra specie. Cioè avviandosi innanzitutto dalla sublime realtà dell’operare per la riproduzione, la cura e il sostegno comune in naturali collettività solidarie, prima che nell’ambito del lavorare e produrre tra fabbriche, organismi vari, elaborazioni, smercio e mercati, recinzioni, appropriazioni ed altri valori o pregi di proprietà privata (b) e così via… oggi ormai oltretutto con crescenti e inquietanti processi di robotizzazione.

Possiamo anche tentare di dirlo con scarne parole: alquanto discorde rispetto all’attuale dominante, rettilinea e banale sinonimicità di ‘operaio’ è lavoratore’, come vedremo.
Riprendendo così per esempio le ‘dirompenti ricadute’ epistemiche di sagaci intuizioni di Alfred Sohn-Rethel che scopriamo – qui già accennando alle contraddizioni di virile concezione dominante di VALORE, dei valori, che poi abbozzeremo meglio – quando interpreta il capitalismo “come l’assunzione integrale del principio di ‘scambio’ e come la sua estensione a ogni ambito della vita” (c).
Certo Sohn-Rethel, come si evidenzia nel molto vivace articolo di Rolando Vitali segnalato nella nota, non aveva ancora raggiunto le attuali avanzate e profonde chiavi primeggiate dalla bozza accennata, dove si discerne con più risolutezza la diversità dei concetti dell’OPERARE e del LAVORARE. Superando – partendo per cominciare dalle fondamentali questioni della cura! – la dominante e determinante sinonimicità di operaio e lavoratore.
Come molte se non tutte le conseguenti trappole linguistiche prevalenti ‘da secoli’ e più nello sviluppo epistemologico delle scienze sociali… comprese purtroppo quelle ‘di sinistra’…

MA LA STRADA S’ERA GIÀ UN PO’ APERTA, MAGNIFICO ALFRED!

Tentiamo allora di scoperchiare un po’ meglio sto svolgimento operaio riallacciamoci al recente detonatore indicato all’inizio, appunto nel Manifesto del 17 marzo scorso. Lì dove Ciccarelli richiama e si concentra su uno scritto di Andrea Muni “Noi” non è un mezzo. Lotta di classe e godimento”. Che ragiona a sua volta a proposito dell’approccio materialista di Deleuze e Guattari del ‘L’antiEdipo’ sull’assunzione e riproduzione di significati o significanti linguistici condizionanti e prodotti nell’universo del lavoro attuale.

IN QUESTO PATRIARCALE CAPITALISMO IMPERANTE.

Ma allora aggiungiamo: un universo alienato, mercificato, quantificato ed ora sempre più algebrizzato e robotizzato, come del resto già parzialmente evidenziato tempo fa in Sinistrainrete (d). O più di recente nell’articolo di Giorgio Fazio “Democrazia in crisi? Ripartire dal lavoro” del Manifesto 1.4.2026. Citando la “governance (attuale del lavoro) basata sui numeri” di Alain Supiot.
Avvicinandosi persino in certo modo alla contundente radicalità del concetto e paradigma – episteme? – OPERAIO della bozza torinese (?) che stiamo menzionando.
Potremmo tra l’altro a questo punto anche dire: forse più umanamente rigeneratrice che solo socialmente esplosiva…
Eppoi, sempre sui temi fondamentali del valore in generale, oltre che dei valori del lavoro, proprio riagganciamoci a ciò che già proponeva più a fondo lo straordinario André GORZ in ‘Metamorfosi del lavoro. Critica della ragione economica’. Con uno degli esami probabilmente più profondi e sviluppati del lavoro capitalista – sempre collegato o centrato sul marxismo! – ma rimarchiamolo: senza toccare in modo così radicale come risulta nella bozza le contraddizioni in termini di valori di riferimento o di base – non ‘patriarcali’ – appunto a proposito delle discordanze ontologiche del LAVORARE e OPERARE!

Almeno tanto quanto si propone con più innovatrici energie – soprattutto: naturalmente e comunitariamente rigeneratrici – nella reperita versione torinese della bozza.

Tant’è che possiamo riportarci allora al modo in cui lo stesso detonante Ciccarelli proclami apertamente come la stessa concezione tradizionale di ‘classe’ non si produce in NATURA ma soprattutto nella sostanza, almeno finora, come sviluppo della critica all’economia politica.

Poi persino richiamandoci più avanti alla stessa essenza o concetto di proletariato!

E non per caso… vista appunto la profonda o sintomatica scintilla di Gorz di qualche decennio fa!

Certo in senso assai contraddittorio se non contrastante rispetto all’impressionante “Le parole e le cose” di Michel Foucault. Vedasi per esempio il sottotitolo ‘5. La formazione del valore’ nel punto VI della Parte Prima; nella versione italiana di questo suo massiccio testo (Rizzoli). Dove leggiamo per esempio: “Valere, per il pensiero classico, è anzitutto valere qualche cosa, essere sostituibile a tale cosa in un processo di scambio” tra tutto un imponente discorso più o meno su questa linea.

All’opposto, diciamolo così per ora, di come risuona o si sviluppa in certo modo più a fondo nella BO con un deflagrante ragionamento proletario generale sulla base di un limpido ed eversivo concetto di OPERAIO. Ben oltre i valori di scambio dell’economia ‘politica’ e del classico lavorismo ‘di sinistra’. Trattiamo quindi del significato di operaio ben diverso, più sviluppato e universale o polifunzionale di quello sbrigativo e sistemicamente integrato di lavoratore. Con tutte le sue alienazioni. Poiché esteso alle sconfinate realtà e possibilità esistenziali naturali o artificiali dell’operare. Umanamente e socialmente, possiamo qui proprio dire…

E allora, per riprendere conseguentemente il filo: se non soprattutto come operatività nelle mansioni fondamentali, tangibili e generali di esistenza, riproduzione e cura della specie!

Quindi come significato – ben oltre lo stesso patriarcato! (per non parlare di capitalismo…) – tendente a comprendere tutte le umane operosità e azioni congenite dello sviluppo collettivo intrinseco, comunitario, sano, creativo e naturale.

Quindi, per cominciare: partendo dalle femminili, e diciamo pure MATRILINEARI ma rimosse nella stessa consapevolezza patrilineare culturale, linguistica e così via: quelle della riproduzione, cura e tutto il dispiegarsi in altre assistenze progeniche. E poi in tutte le realtà di infiniti universi operativi umani. Più o meno solidali. Come per esempio la creatività artistica, la ricerca scientifica e così via…

Perciò assumendone appunto le molte solerzie attive di prolificazione, fratellanza, sostegno, salute, desideri, godimenti… come sprigionano le lezioni della magnifica saggia sciamana Lorena Cabnal, femminista comunitaria di uno dei più di 500 popoli tutt’ora più o meno colonizzati dell’Abia Iala (in lingua coloniale “america latina” o “sudamerica” …). Popoli che tra l’altro si stan ‘svegliando’ sempre più. Soprattutto offrendo specialmente a questo punto a tutta la specie ‘sapiens’ approcci concreti di un rigenerato futuro. Molto più decente delle degradazioni accennate nell’introduzione, a proposito delle ‘nostre’ società ‘sviluppate…’.

Futuro finalmente comunitario e ben più attinente alle naturali caratteristiche collettive umane.

Anche la bozza segnala del resto i suoi ‘sentipensare’ è accorpare’ sociali ben più sani e comunitari del presente ‘normale’ pensare ‘civilizzato’. Scintille da effondere sul pianeta. Il più possibile tra le molte migliaia di tuttavia vitali etno-ontologie esistenti…

Parliamo tra l’altro di un testo collettivo che proprio affronta il risplendente argomento della GINEOLOGIA curda in modo molto più approfondito e solidario che tanti altri di “sinistra”. Segnalando cioè l’attuale impeto sociale probabilmente più dinamico e potente – in corso da tempo, a partire dal Curdistan – per un fattibile e forse già prevedibile avvio globale verso quella transizione o mutamento planetario “no kings” indispensabile per tutti.

Che sembra si stia ormai accendendo!

Quindi opereremo e vedremo. Visto che per l’appunto, segnalando un altro bell’esempio, pure gli stupendi zapatisti ‘messicani’ scrutano e si connettono da vari anni con l’evoluzione genealogica ‘Jin, Jiyan, Azadi’ del confederalismo democratico curdo. E trattiamo di un processo già fin d’ora in crescita anti-coloniale reale, di fondo. Contro gli stato-centrismi, tanto per cominciare. Non solo come di fronte attualmente al scellerato e assurdo campione israeliano. Anche appunto a partire da sempre più comunità, paesi e popoli originari dell’Abia Iala, finalmente ormai sempre meno latina. Tutto un continente da dove ci offrono a noi ‘sviluppati’ buoni esempi anche in molti altri campi…

Certo, ecco allora questa sana potenza d’un ordigno per vertenze davvero operative per poter sviluppare nuove formidabili quanto attive deliberazioni rivoluzionarie, oltre che nel fondo – o soprattutto – rigeneratrici umane. E molto di tutto ciò proprio a partire da ben altri VALORI referenziali di quelli ormai purtroppo già installati da millenni nei cosiddetti ‘popoli sviluppati’. Prima di tutto i patriarcali oggigiorno dominanti e corrispondenti a sensi e significati “normali” (normalizzati!) attuali, scolastici e ordinari dei virili linguaggi odierni.

DI ESSENZA DI QUANTITÀ PRIMA CHE DI QUALITÀ!
O DI AVERE SOPRA L’ESSERE, A/E, COME SI RIBADISCE DI FREQUENTE NELLA BO.

Riprendendo tra l’altro il nostro accenno a ‘Le parole e le cose’ di Michel Foucauld richiamato pochi paragrafi fa’, però in un senso assai più radicale e sviluppato, o sviscerato, a proposito dei linguaggi, del ‘parlare’ – sui suoi concetti di ‘teoria del verbo’ è quadrilatero del linguaggio” e così via – in terminologie ed espressioni assieme a tutto il resto del ‘parlare normale’ in codici consueti, convenzionali. Oltre che per mezzo di dominanti è ufficiali” idiomi coloniali, se non imperiali.

Comunque, come rivedremo ancora, ben formattati da robusti concetti quantitativi, produttivistici, economici, ecc. di maschi poteri e VALORI!

Poi oltretutto sempre più algebrici o algebricizzati… assieme alle relative, crescenti e più o meno infettanti recinzioni e itinerari IA (e), QR, eccetera che vorrebbero soppiantare molti naturali contesti, vibrazioni, sensazioni ed esperienze umane genuine, autentiche, empatiche. O ancor più: sane e sinceramente o schiettamente simpatiche…

 

3. ALLORA: CORAGGIO! E RIPRENDENDO PERTANTO SIFFATTO VITALE E AUSPICHIAMO RIGOGLIOSO FILO RECENSORE OPERAISTA.
A COMINCIARE DALL’ESSENZIALE RIANNODANDOCI PIÙ CRITICAMENTE ALLA QUESTIONE STORICO-ANTROPOLOGICA DEL PATRIARCATO. CON I PIÙ POSSIBILI E INTENSI ATTEGGIAMENTI CRITICI DI SENSIBILIZZAZIONE ISPIRATI O ESORTATI DALLE FONDAMENTALI QUANTO ORMAI OGGI RISORGENTI ALTERNATIVE – LA GINEOLOGIA CURDA GIÀ RICHIAMATA COME ESEMPIO – IN GENERALE ORIGINARIAMENTE DIVERSE TRA LORO PER ETICHE NATURALI, SALUTARI E CONGENITE DI MOLTISSIMI POPOLI, CULTURE, COMUNITÀ E MOVIMENTI.

Tra l’assortimento contemporaneo, questa sì una quantità molto valida, di ormai quasi 9 miliardi di esseri umani viventi. Con tutta la nostra immensa ricchezza molteplice etno-ontologica. Specie animale ancora troppo spesso arrogantemente sapiente A/E, ma comunque non infettando ancora del tutto le molte migliaia di ben dissimili culture.

NEI RISPETTIVI E BEN SVARIATI ECOSISTEMI
Quindi, tanto per perseverare, riannodandoci a tutte queste questioni senza separare la critica della cosiddetta ‘economia politica’ dalla critica dell’economia libidinale… proprio come suggeriscono i detonanti spunti lanciati da Ciccarelli.
A partire dai rapporti tra desiderio, godimento e inconscio, specialmente nell’operosità che non tralasciamo di porre in relazione alle qualità e attività umane assolutamente capitali, le cure
A cominciare – come si ricorda spesso nella bozza – dalla e nella matrilinearità. Massima ricchezza umana storicamente falcidiata dal patriarcato, in generale soprattutto fin dal neolitico.
Tornando perciò in modo ancor più esplicito e proprio in funzione deflagrante, quindi nell’aspirazione di una possibile rigenerazione… a diversi paragrafi della BO ‘torinese’ che riscattano tali critiche basilari o essenziali ed esistenziali sul PATRIARCATO. Smascherandone gli specifici dispositivi di fondo basati su essenze A/E dei VALORI e corrispettivi significati impliciti impressi nel LINGUAGGIO predominante (x). Oggi consuetudinario e oltretutto scolastico è culturalmente’ detto ‘normale’. Soprattutto per le giovani generazioni in formattazione.
Non solo parlando dei linguaggi delle cose, caro Foucault, ma ormai di tutte le intercomunicazioni – algoritmiche incluse – dell’esistenza e intensa vitalità collettiva della specie!
Giungendo finalmente, come qui nero su bianco, a definire il capitalismo non solo come una smisurata infermità epocale umana, ma ormai quanto la più sostanziale patologia patriarcale. Oggi oltretutto sorretta e alimentata sempre più intensamente e sottilmente dalla o dalle cosiddette in. artif…li. Vedasi le pubbliche invasioni algoritmiche personali del nuovo impero cinese, oltre quelle dei tecnofeudalesimi ‘occidentali’. Con tutti i loro illeggibili QR, tanto per dirne una.
Si, una patologia preponderante e complessiva da cosiddetti “paesi sviluppati”.
Certo, congiuntamente a varie altre ben correlate e sovente condizionanti, oltre che mondialmente diffuse. Come monoteismi o monogamie. Parlando di quelle formali o ‘strutturali’ e normalizzate, cioè ‘normali’ e quindi di regime, leggi e affini. Innanzitutto negli statocentrismi coloniali, quasi tutti i circa 200 attualmente esistenti. Tra le altre patologie sociali, distopie e disforie personali …come in questo caso l’oggi sempre più diffuse di genere…
Riferendoci appunto per concludere alle più possibili questioni determinanti dei rimossi valori di QUALITÀ vitale, esistenziale ed essenziale nei quali si insinua sta bozza.
Quindi un’essenza per esempio ben diversa dalla cosiddetta ‘corrente teorica radicale’ di scienza e critica del valore di Robert Kurz, con l’importante rivista Krisis, o dell’operare teorico di Michael Heinrich!!
Però son già stati dei bei passi avanti, e fin dal secolo scorso!
(Che poi ci potrebbero condurre tra l’altro a un ulteriore tema essenziale dei valori pure sollevato dalla bozza: la questione delle recinzioni, della proprietà privata e così via, come già riaccendeva per esempio un annetto fa Massimo Filippi, molto bene pure lui in “Se la proprietà privata è un furto della memoria”, nel Manifesto del 31.7.2025…..).
E allora risuoniamolo ancora nel riassumere, riprendendo in questo ambito la questione dei rapporti tra desiderio, godimento e inconscio del detonante Ciccarelli, sempre per riscattarne quelli più naturali, e quindi per cominciare: quelli innanzitutto qualitativi piuttosto che quantitativi e materialistici di ‘virile’ dominio o almeno di standardizzanti poteri economici e produttivistici, finanziari e mercantili, poi di mode e così via…
Proprio a partire da chiavi fondamentali dei sentimenti natali di cura della specie, per esempio! Poi del sentipensare, in movimenti vitali, esistenziali e comunitari. Recuperando per cominciare le più possibili accezioni e infinite interpretazioni dei rapporti solidali e d’affetto.

INSOMMA, PRIMA CHE DI CAPITALE: PARLIAMO DI AMORE.
Pensando addirittura in questo contesto alla maggior ricchezza sostanziale della nostra specie mammifera: le migliaia di lingue del genere umano, di ogni popolo di Madre Terra. Proprio come un’altra buona chiave per scoprire e denudare le evoluzioni d’infezione patriarcale dei rapporti umani. Degli affetti per cominciare, come già di per sé può dimostrare il ‘classico’ caso esemplare (oggi solo culturale?): quello greco. Con la sua rispettiva quantità di affetti coscienti – recuperati dai precedenti e originari animismi ‘sapiens’ più consapevoli – cioè la decina o dozzina di termini costumati o adottati per esprimere ‘amore’. ‘Contro’ il – ‘nostro’ ‘moderno’ e al massimo banalizzato se non persino normalizzato – senso, concetto e vocabolo onnicomprensivo di AMORE!!!
Ecco come la riduttiva – e spesso religiosa – ‘quantificazione’ patrilineare ha circoscritto – e recintato – le infinite e molto diverse qualità di sentimenti o affettività matrilineari, poi collettive, comunitarie. Scaturite in migliaia di secoli d’umanità originaria!
Prima delle neolitiche degradazioni patri-moniali, patriziali, patriottiche, patri-lineari (cominciando dall’assurdo civilizzato del cognome personale…).
Quando potremmo proprio cominciare col segnalare tra l’altro tutte queste illimitate ricchezze dell’immensa quantità di lingue, con le corrispondenti sottili, differenti e infinite musicalità e toni di valore, per le tante o infinite distinte empatie e simpatie comunitarie più o meno manifeste. Di varietà e valori d’emozioni e vibrazioni sconfinate. Tanto per cominciare con le più di 6.000 lingue oggi esistenti e ben riconosciute, UNESCO inclusa. Che poi dan vita a un’incalcolabile miriade di dialetti ‘comunitari’ d’intensità collettive, fraterne.
In un pianeta dove invece solo due centinaia di patriarcal-STATI statocentristi e super PATRI-moniali colonizzano almeno 4 o 5 migliaia di vivi popoli tutt’ora o tuttavia ben esistenti nell’universale e comune Madre Terra. Con rispettivi, infiniti e diversi suoni, musiche, danze, culture, ecosistemi e così viaaa…!!!

4. ECCO, CARO OPERAIA E OPERAIO, HAI DUNQUE PIGLIATO STI DETONANTI O SUPER-ESPLOSIVI VALORI BEN VOLTI ALLA RIPRESA, RITORNO O RIGENERAZIONE DELLE O DELLA STESSA GENERALE NATURA COMUNITARIA UMANA?
OLTRE PRINCIPI, SCHEMI, MODELLI, CREDENZE, IDEOLOGIE ED ALTRI CONTAGI DI SOTTOMISSIONE E INTOSSICAZIONE DOMINANTE.
E, quasi incredibile, se ne possono scoprire nella bozza degli altri assai essenziali. Appunto in raccordo per esempio con la ribattuta questione delle ‘principesche’ o imperiali patri-colonialità strutturali degli ultimi millenni. Dal neolitico in poi… ma che attualmente ci possono oltretutto condurre realmente all’auto sterminio o estinzione.
È quindi impellente una ripresa o rigenerazione, almeno di recupero di un ormai indispensabile rapporto E/A naturale, scoprendone tuttavia sempre più chiavi man mano. Con gli alimenti attivi di possibili approcci collettivi di ogni cultura ed ecosistema.
Cioè degli altri fattori o fenomeni collettivamente consapevoli e sempre più organici nello sviluppo di profonde transizioni comunitarie o nazionali specifiche. Ben oltre gli statalismi e stato centrismi coloniali, per cominciare. Attraverso maturazioni determinanti di INTERSEZIONALITÀ DI MOVIMENTI SOCIALI in ogni comunità, regione, territorio, paese e così via.
Intersezionalità poi connesse tra popoli e comunità nei campi specifici…
Come già vediamo riaccennando alla già matura e stupenda gineologia mesopotamica che si sta dispiegando.
Mentre in altre condizioni si assaggia l’avvicinarsi anche in altri modi. Basti citare un diverso esempio rimosso dalla ‘cultura’ e intossicazione dominate del ‘Noi Siamo Campi Quantistici Auto-coscienti’ del gran Federico Faggin…
Tanto che si può accennare anche qui a un’altra delle varie riflessioni in questi sensi che offrono Chiara Saraceno e la birbante Laura Balbo (f). Ma qui di nuovo a partire dalla cura?
O dalla fondamentale – per centinaia di migliaia di anni – famiglia matrilineare della nostra specie che oggi sempre sta sbocciando rigogliosamente in molti popoli, anche se ignorata o sommersa dall’intossicazione…?
E quindi, parlando concretamente in termini di movimenti e intersezionalità, riferendoci poi specialmente ai femminismi comunitari (x). Tra le molte altre scintille sempre più in elaborazione e sviluppo, forse in modo simile a come a loro volta risaltano gli o le azzardate artefici di queste bozze operaiste in circolazione. Per poterci avvicinare più attivamente – oltre i vecchi schemi, modelli, credenze religiose, ‘politiche’ o ideologiche – a quella svolta o transizione globale che con sempre più urgenza necessita la nostra varietà mammifera in pericolo! Transizione o salto epocale che in mandarino cinese, la lingua del non auspicabile prossimo impero mondiale, viene denominata con Bianluan (z).
Quando, come e dove ci adopereremo e opereremo nella rigenerazione?
Concludiamo coi dovuti rispetti da operai migranti un po’ solitari.

Note
(a) https://www.sinistrainrete.info/teoria/32328-karlo-raveli-qualia-nei-fermenti-del-valore.html
(b) https://www.sinistrainrete.info/sinistra-radicale/14499-karlo-raveli-proprieta-patriarcato
https://www.sinistrainrete.info/analisi-di-classe/1074-karlo-raveli-precarieta-operaia-leva-decisiva-per-laffossamento-del-capitalismo.html
(c) Rolando Vitali “Alfred Sohn-Rethel, tra il mercato e le astrazioni del pensiero”
https://www.ilmanifesto.it/alfred-sohn-rethel-tra-il-mercato-e-le-astrazioni-del-pensiero
(d) https://www.sinistrainrete.info/lavoro-e-sindacato/11012-karlo-raveli-robotizzazione-e-alienazione-dall-essere-collettivo.html
(e) Le pericolosità delle ‘intelligenze’ artificiali le possiamo pigliare proprio cercando in rete “la differenza tra operare e lavorare”! E allora scopriamo come persino l’IA definisca ormai le “differenze principali” tra OPERARE e LAVORARE, almeno alcune importanti diciamolo così, ma senza poter entrare nella questione di VALORE o valori, come l’esploratrice bozza pone in rilievo.
Per capirci meglio basterebbe pigliare ‘operaismo’ da Wikipedia, drasticamente superato nella bozza. Oppure – per insistere – rivedendo i corrispondenti concetti di ‘operaio massa’ èoperaio sociale’ sviluppati dagli anni ‘70 – per esempio dal gran Toni Negri – che appunto non includono tutte le essenziali operatività umane come le cure in generale o la ben corporea riproduzione della specie. Questioni invece sviluppate a fondo nella bozza! Cioè in modo più profondo, esistenziale, radicale e logicamente anti-patriarcale, ossia in direzione della più grave e basilare patologia delle cosiddette società più o meno ‘sviluppate’. Che appunto – ecco un apporto chiave della B. Operaia – è lo sviluppo patriarcale. Che sta alla base, all’origine ed è presupposto essenziale dello stesso capitalismo!
Esempi di limiti e pericoli (forniti in rete tramite la stessa IA!) ricuperabili in questo video di Alberto Mattiello: youtube.com/watch?v=q-y3Q6mgurc&t=360s
(f) Manif. 18.4.2026 https://www.ilmanifesto.it/laura-balbo-una-sociologa-tra-gli-alieni
(x) Per chi volesse approfondire la questione, come del resto vorremmo poter fare alcuni collaborando a nuove redazioni della bozza operaia, cioè al suo sviluppo, nel corso della redazione di questo articolo si son trovati alcuni riferimenti di gran peso su dissertazioni sempre più prossime alla BO, come per esempio su di un Manifesto a volte generoso:
23.4.2026: “L’imprevista, uno sguardo femminista…” di Alessandra Pigliaru,
30.4.2026: “Quelle genealogie plurime…” di Luca Scafoglio,
5.5.2026: “Itinerari critici” /Ombre Corte, sull’ “L’arcano della riproduzione” di Leopoldina Fortunati, a cura di Benedetta Barone
5.5.2026: “L’internazionalismo della Terra” di Giuseppe De Marzo, a cura di Daniele Nalbone.
E poi in ‘La Tartaruga’ 2025: Emma Holten “Perchè l’economia femminista cambierà il mondo”!
(z) Una buona delucidazione di ‘bianluan’ in ‘La minaccia del caos, ‘Bianluan’, un avvertimento oltre i sorrisi’ di Simone Pieranni, nel Manif. del 15.5.2026.
*( Karlo Raveli)

 

04 – IL SISTEMA DI CORRUZIONE DI TRUMP E DEL MONDO MAGA HA RAGGIUNTO UN PUNTO DI NON RITORNO (*)

IL PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI DONALD TRUMP HA PATTEGGIATO CON L’INTERNAL REVENUE SERVICE (IRS), L’AGENZIA GOVERNATIVA DEPUTATA ALLA RISCOSSIONE DELLE TASSE NEL PAESE, RITIRANDO UNA CITAZIONE IN GIUDIZIO PER LA CIFRA RECORD DI 10 MILIARDI DI DOLLARI. LA CIFRA ERA STATA RICHIESTA IN VIRTÙ DELLE VIOLAZIONI DELL’INTERNAL REVENUE CODE DA PARTE DI UN EX DIPENDENTE DELL’AGENZIA, CHE AVEVA PASSATO LA DICHIARAZIONE DEI REDDITI DI TRUMP AI GIORNALI. INOLTRE, HA RITIRATO ANCHE ALTRE RICHIESTE DI RISARCIMENTO, TRA CUI 230 MILIONI CHIESTI PER LE INVESTIGAZIONI SUI POTENZIALI LEGAMI TRA LA SUA CAMPAGNA E LA RUSSIA DURANTE LE PRESIDENZIALI DEL 2016. IN CAMBIO, HA OTTENUTO SCUSE FORMALI E VANTAGGI CHE HANNO FATTO SCALPORE, DEFINITI DALL’ECONOMISTA PAUL KRUGMAN “UN MODO DI DARE SOLDI DIRETTAMENTE A LUI O A QUALSIASI ALTRA PERSONA PREFERISCA”.

Trump ha, infatti, ottenuto la creazione di un fondo di circa 1,8 miliardi di dollari (1,776 per la precisione, un riferimento ai 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza statunitense) per compensare chi ritiene di essere stato ingiustamente bersagliato dall’amministrazione Biden e dai democratici.

Il fondo, dal nome di “Anti-Weaponization Fund”, è stato da subito criticato come un utilizzo privato del Dipartimento di Giustizia per portare avanti l’agenda privata del presidente. Come ha detto il leader democratico al Senato, Chuck Schumer, “Trump ha citato in giudizio il suo stesso governo e ha ottenuto un fondo di 2 miliardi da elargire ai suoi alleati”.

Tra le possibili vittime che potranno avere accesso a scuse formali del governo e ai risarcimenti, i partecipanti al fallito golpe del 6 gennaio 2021. Il segretario ad interim alla Giustizia, Todd Blanche, nominerà una commissione di cinque persone per gestire il fondo, che possono essere licenziate in qualsiasi momento dal presidente. Come specificato da Vox, si tratta di soldi dei contribuenti che possono essere elargiti agli alleati, e che non devono essere nemmeno richiesti al Congresso: i soldi, infatti, vengono stanziati direttamente dal Judgment Fund, un fondo di denaro illimitato che il governo ha a disposizione per far fronte ai patteggiamenti.

Il Dipartimento di Giustizia ha affermato che potranno chiedere compensazioni tutte le vittime di “guerra legale e strumentalizzazione” e le persone accusate ingiustamente “per ragioni politiche, personali o ideologiche”. Un avvocato di circa 430 partecipanti al golpe del 6 gennaio ha già affermato che cercherà di ottenere soldi per i propri clienti.

Come è stato scritto su Bloomberg, “definendo i membri della cerchia trumpiana come vittime, il presidente e il suo segretario alla giustizia a interim stanno cercando di cancellare la storia e (…) forse il fondo andrebbe chiamato con un nome accurato: fondo fraudolento”.

Trump ha detto di sapere molto poco del fondo e di non essere stato coinvolto nella sua creazione, mentre il vicepresidente JD Vance, durante una conferenza stampa, si è rifiutato di garantire che chi ha partecipato al golpe del 6 gennaio, anche attaccando la polizia, non abbia diritto a risarcimenti. Nelle sue parole, infatti, si tratterebbe di persone che “non ricevono nessuna simpatia quando si parla di sentenze sproporzionate”.

Il leader della maggioranza al Senato, il repubblicano John Thune, ha fatto sapere di “non essere un fan del fondo”, mentre il democratico Chris Van Hollen è stato molto più duro, definendolo “un’oscenità e uno schema corrotto e illegale”. Esperti legali, poi, hanno contestato la validità del fondo: come scritto sul Wall Street Journal, non sembrerebbe esserci alcuna connessione tra le richieste legali di Trump nella sua citazione in giudizio e le persone che possono fare domanda per ricevere le compensazioni pecuniarie. Inoltre, a differenza di altri fondi di questo tipo, tra cui viene citato quello per le vittime degli attentati terroristici dell’11 settembre 2001, questo non è stato istituito dal Congresso. Peter Kreisler, che è stato segretario alla Giustizia a interim nell’amministrazione Bush, ha detto al quotidiano di New York che siamo di fronte al “pretesto per creare un meccanismo per fare qualcosa di illegale, cioè far sì che il tesoro paghi privati a discrezione del presidente”.

Come scrive sempre Paul Krugman, “quest’ultimo episodio di saccheggio raggiunge livelli senza precedenti. Finora abbiamo assistito a un intreccio tra capitalismo clientelare e insider trading. I plutocrati e le grandi aziende hanno arricchito Trump attraverso canali segreti, in particolare le criptovalute, in cambio di appalti pubblici e favori politici, mentre lo stesso Trump e le persone a lui vicine hanno effettuato operazioni di mercato estremamente redditizie grazie alla conoscenza anticipata delle politiche governative. Ma ora Trump ha eliminato gli intermediari, dicendo di fatto ai suoi funzionari di versare denaro direttamente a lui o a chiunque altro egli favorisca”.
*(Marco Arvati, laureato in scienze storiche, collabora con Valigia Blu su temi di attualità e politica statunitense)

 

05 – LE SVEGLIE ALL’EUROPA, A RISCHIO MARGINALIZZAZIONE, SANZIONI UE AI COLONI, PARTE LA SFIDA A STARMER – IL GATTO LARRY, INQUILINO DI DOWNING STREET DAL 2011, HA GIÀ VISTO ALTERNARSI NELLA RESIDENZA DI LONDRA SEI PRIMI MINISTRI BRITANNICI. CON LA CORSA ALLA SUCCESSIONE DI KEIR STARMER ORMAI AVVIATA, POTREBBE VEDERNE UN SETTIMO EPA/NEIL HALL.

Buongiorno e bentornati su Europa24. Con i riflettori puntati questa settimana su Cina e Stati Uniti e sul summit a Pechino tra i presidenti Xi Jinping e Donald Trump, l’Europa, a rischio marginalizzazione, si interroga sulle sue debolezze e dipendenze, economiche e strategiche. A cominciare da quella sulle materie prime critiche, proprio nei confronti della Cina, su cui ha suonato l’allarme un rapporto del Centro studi dell’Unione europea dedicato ai temi della sicurezza Euiss.
La seconda “sveglia” della settimana è arrivata dall’ex premier ed ex presidente della Bce, Mario Draghi, non nuovo a richiamare l’Europa ad agire per contrastare un altrimenti inevitabile declino. Nel discorso in occasione della consegna del Premio Carlo Magno, ad Aquisgrana, Draghi ha sottolineato la necessità sempre più imprescindibile per il Vecchio continente, orfano del sostegno americano, di fare fronte comune in un mondo «più duro», ripensando i propri meccanismi decisionali e rimettendo in campo strumenti controversi tra i Paesi membri, come il debito comune.
Tra quanti però frenano su questo fronte – la posizione è stata ribadita dal cancelliere, Friederich Merz – c’è la Germania, Paese chiave per guidare una riscossa europea, che peraltro attraversa un momento di difficoltà, se non vero e proprio stallo, sul piano politico, economico e persino strategico: lo conferma il report presentato questa settimana da Kiel Institute e Bruegel, che boccia le spese di riarmo tedesche degli ultimi anni, incentrate su forniture tradizionali e incapaci di guardare con visione prospettica alle guerre del futuro.
Anche la Francia – al netto delle ambizioni di rilancio nello scacchiere geopolitico, certificate in settimana dal presidente Emmanuel Macron in Africa – non sta benissimo, come hanno confermato i dati sulla disoccupazione, tornata sopra l’8% per la prima volta dal 2021. Nè c’è da attendersi un quadro economico particolarmente roseo per l’Europa tutta, con le previsioni di primavera che saranno diffuse la prossima settimana dalla Commissione Ue.
Sull’economia europea, e non solo, continuano a pesare naturalmente le guerre, in particolare il blocco dello Stretto di Hormuz. A questo proposito, la Commissione europea dovrebbe presentare martedì un piano d’azione per affrontare il fortissimo rincaro dei prezzi dei fertilizzanti provocato dalla guerra in Medio Oriente, con ricadute pesanti sul settore agricolo.
Restando in Medio Oriente, sul fronte politico i ministri degli Esteri dell’Unione hanno compiuto in settimana un primo passo contro la deriva israeliana nei Territori palestinesi occupati: un accordo per sanzionare i coloni violenti. È in un certo senso il coronamento di un percorso compiuto negli ultimi mesi dai Ventisette, reso possibile dall’avvicendamento alla guida del governo ungherese; manca tuttavia ancora l’intesa sulla misura più drastica e potenzialmente efficace, l’imposizione di dazi alle merci provenienti dagli insediamenti.
Accelera intanto la crisi nel Regno Unito, dopo la disfatta elettorale laburista alle elezioni municipali in Inghilterra e nazionali in Scozia e Galles. Il premier, Keir Starmer, non getta per ora la spugna né è stato fatto finora un passo formale per sfiduciarlo all’interno del Labour, ma la corsa alla successione è di fatto già partita: prima con le dimissioni del ministro della Sanità, Wes Streeting, che si è quindi candidato a sfidarlo, poi con il via libera del Comitato esecutivo del partito alla candidatura per un seggio del popolarissimo sindaco di Manchester, Andy Burnham, primo passo per una sua discesa in campo.
In chiusura parliamo di social network e intelligenza artificiale, sempre al centro del dibattito in Europa. In settimana la presidentessa della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato che l’esecutivo comunitario sta lavorando a un “Digital Fairness Act”, un regolamento con cui proteggere i più giovani dalla dipendenza dai social, e ha sottolineato i rischi crescenti connessi all’avanzamento dell’intelligenza artificiale. Per una riflessione sulla rottura antropologica rappresentata dall’IA, vi segnaliamo qui un interessante saggio di Bruno Patino recensito sul Sole 24 Ore.

 

06 – Andrea Cegna*; BOLIVIA. LE BARRICATE DI LA PAZ E LA MEMORIA VIVA DELLA RIVOLTA-DALL’ASSEDIO DI LA PAZ ALLA MARCIA PER LA TERRA, LA MOBILITAZIONE DI CAMPESINOS E OPERAI SVELA IL VOLTO AUTORITARIO DI UN POTERE CHE REPRIME I MOVIMENTI E TUTELA L’AGRO BUSINESS.

LA BOLIVIA TORNA A BRUCIARE. MA SAREBBE UN ERRORE LEGGERLA COME L’ENNESIMA CRISI LATINOAMERICANA O COME UNA SEMPLICE RESA DEI CONTI INTERNA TRA IL GOVERNO DI RODRIGO PAZ E IL VECCHIO CICLO POLITICO DEL MAS. PERCHÉ CIÒ CHE STA ACCADENDO IN QUESTE SETTIMANE RACCONTA QUALCOSA DI PIÙ PROFONDO: LA RIEMERSIONE DI UN PAESE CHE, NONOSTANTE TUTTO, CONTINUA AD AVERE UNA MEMORIA VIVA DEL CONFLITTO SOCIALE.

La Paz è blindata da settimane. Plaza Murillo, cuore del potere politico, è circondata da polizia ed esercito. El Alto è praticamente isolata. Le strade che collegano la capitale al resto del paese sono bloccate da barricate, pietre e copertoni bruciati. Le stazioni dei bus sono ferme, l’aeroporto irraggiungibile, iniziano a scarseggiare alimenti, gas e medicinali. Eppure, dentro questo scenario da assedio, la Bolivia continua a mostrare il suo volto più contraddittorio e più reale.

“Questa notte sono andata a camminare attorno a Plaza Murillo”, racconta una testimonianza arrivata da La Paz. “C’erano ancora i resti dei falò e dei gas lacrimogeni. La gola bruciava ancora. E in mezzo a tutto questo ho visto una donna campesina anziana, quasi sorda, con sua figlia e forse sua nipote, che vendeva fave tostate per meno di un dollaro”.

Dentro questa immagine c’è tutta la Bolivia contemporanea: repressione, povertà, resistenza indigena e sopravvivenza quotidiana.

La vittoria di Rodrigo Paz alle presidenziali dello scorso anno era stata interpretata come un doppio rifiuto. Da una parte la stanchezza verso il MAS, ormai percepito da molti settori popolari come una macchina burocratica distante dalle sue origini sociali. Dall’altra il rifiuto di una destra apertamente oligarchica e razzista. Paz aveva promesso equilibrio, modernizzazione, stabilità. Ma nel giro di pochi mesi il suo governo ha finito per rappresentare esattamente ciò che molti boliviani temevano: subordinazione agli interessi agroindustriali, apertura alle privatizzazioni, estrattivismo aggressivo e pieno allineamento geopolitico con Washington.

La scintilla immediata della crisi è stata la questione del carburante. Da oltre un anno il paese vive una crisi di approvvigionamento di benzina e diesel. Il trasporto urbano e quello pesante hanno iniziato scioperi e proteste denunciando anche la pessima qualità del carburante distribuito. Ma il vero salto politico arriva con la Ley 1720 sulla terra, percepita dai piccoli produttori di Pando e Beni come un tentativo di favorire la frammentazione delle terre collettive e l’avanzata dell’agro business.

Da lì nasce una lunga marcia indigena e campesina verso La Paz. Una mobilitazione inizialmente isolata, lasciata quasi sola persino dalle grandi organizzazioni contadine tradizionali, oggi profondamente divise. Poi però qualcosa cambia. Il malcontento si salda.

Entrano in scena i maestri, che chiedono aumenti salariali. La COB, la storica Centrale Operaia Boliviana, dichiara sciopero indefinito. I trasportatori bloccano le arterie principali. Quartieri interi di El Alto si mobilitano contro il governo. E soprattutto cresce una rabbia sociale che non nasce da una singola sigla politica ma dall’intreccio tra crisi economica, esasperazione quotidiana e sensazione di abbandono.

Il governo risponde alternando repressione e clientelismo. I cosiddetti “corridoi umanitari” organizzati per rompere i blocchi hanno provocato morti e centinaia di feriti. Un giovane ha perso un occhio colpito dai proiettili di gomma. Intanto la polizia riceve bonus straordinari e vengono lanciate applicazioni per denunciare i manifestanti.

Ma soprattutto emerge una doppia morale evidente. Quando a mobilitarsi sono campesinos e organizzazioni indigene, il governo parla di destabilizzazione, violenza e infiltrazioni criminali. Quando invece scendono in piazza i potentissimi “cooperativisti” minerari — formalmente cooperative ma nei fatti grandi imprese private che devastano l’Amazzonia e contaminano i fiumi con il mercurio — allora arrivano immediatamente trattative, condoni e concessioni.
È qui che si rompe definitivamente il fragile equilibrio costruito da Paz. Perché in Bolivia la questione sociale non può mai essere separata da quella etnica e territoriale. Quando le wiphala tornano a essere bruciate nelle manifestazioni governative, quando riemergono gruppi paramilitari civici come la Unión Juvenil Cruceñista, quando il potere ignora le delegazioni indigene accampate fuori dal palazzo presidenziale, la memoria coloniale torna a esplodere.
La Bolivia resta un’anomalia latinoamericana perché continua a essere uno dei pochi luoghi dove il conflitto sociale può ancora paralizzare realmente il paese e mettere in crisi il potere statale spaventando quello economico internazionale. È un paese attraversato da enormi contraddizioni, dove dentro le stesse mobilitazioni convivono istanze popolari radicali e corporativismi feroci, solidarietà indigena e pulsioni reazionarie. L’ombra di Morales, che qualcuno metteva al centro dello scontro, è stata subito cancellata. Le lotte di questi giorni sono un monito anche a chi, nel paese, ha voluto burocratizzare e controllare i movimenti sociali.
Ma proprio questa complessità racconta una verità che Paz sembra aver dimenticato: in Bolivia il neoliberismo non arriva mai in un territorio neutro. Arriva sempre sopra una storia di insurrezioni, memoria indigena e organizzazione popolare. È ogni volta che prova a imporsi come normalità, quella storia torna a bussare violentemente alle porte del potere.
*(Andrea Cegna agitatore sociale, giornalista e organizzatore di concerti, è redattore di Radio Onda d’Urto, collaboratore di Radio Popolare èil manifesto”)

 

07 – ISRAELE FERMA ANCORA CON LA FORZA LA GLOBAL SUMUD FLOTILLA. LA GSF RIFERISCE CHE MILITARI ISRAELIANI SONO SALITI A BORDO DI DIVERSE IMBARCAZIONI, MENTRE IL CONVOGLIO TENTAVA DI PROSEGUIRE VERSO LA STRISCIA DI GAZA (*)

Pagine Esteri – Unità della Marina militare israeliana hanno intercettato le navi della Global Sumud Flotilla diretta a Gaza nei pressi delle coste di Cipro. “A 250 miglia da Gaza, in acque internazionali, Israele si sta preparando ad attaccare la Global Sumud Flotilla” (GSF), hanno comunicato gli organizzatori sui social media, poco prima dell’inizio delle intercettazioni.

La GSF riferisce che militari israeliani sono saliti a bordo di diverse imbarcazioni, mentre il convoglio tentava di proseguire verso la Striscia di Gaza in condizioni umanitarie catastrofiche dopo oltre due anni di bombardamenti ed offensive israeliane.

La diretta streaming di GSF ha mostrato attivisti a bordo di diverse imbarcazioni che indossavano giubbotti di salvataggio e alzavano le mani prima dell’avvicinamento di una barca con a bordo delle truppe. Poi i soldati israeliani in tenuta da combattimento sono saliti a bordo di un’imbarcazione e la diretta streaming si è interrotta bruscamente. Secondo notizie ufficiose le forze israeliane avrebbero detenuto almeno 100 passeggeri della GSF e li starebbero portando al porto di Ashdod. Invece nelle scorse settimane, quando avevano intercettato e fermato con la forza in acque internazionali un altro convoglio della GSF, aveva sbarcato tutti gli attivisti a Creta. Ad eccezione di due, portati in Israele e incarcerati in Israele prima di essere espulsi.

La scorsa settimana, oltre 50 imbarcazioni sono partite dal porto turco di Marmarsi, in quella che gli organizzatori hanno descritto come la tappa finale di un viaggio volto a sfidare il blocco navale israeliano di Gaza. Le intercettazioni sono avvenute mentre la sezione turca della flottiglia affermava che una delle sue navi, la Muni, era stata attaccata da imbarcazioni militari israeliane. “La nave Muni della flottiglia è stata attaccata dalle forze di occupazione israeliane. Al momento abbiamo perso i contatti con l’imbarcazione”, ha dichiarato Global Sumud Filosa Turchine in un comunicato pubblicato su X questa mattina.
Circa un’ora prima delle intercettazioni segnalate, il ministero degli Esteri israeliano aveva avvertito la flottiglia di abbandonare la rotta. “Cambiate rotta e tornate indietro immediatamente”, ha scritto in un comunicato. Il ministero ha descritto la missione umanitaria come una “provocazione”.
*(Redazione Pagine Esteri)

 

08 – Francesca Luci*: LA PARTITA SOTTO IL MARE DI HORMUZ: CONTROLLO DEI CAVI, ALTRO CHE GREGGIO – ORIZZONTE DI FUOCO L’ULTIMA SUGGESTIONE MEDIATICO-POLITICA A TEHERAN. MA TRA IL DIRE E IL FARE… SUL FONDALE PASSA UN’ENORME MOLE DI DATI. PAESI DEL GOLFO I PIÙ ESPOSTI ALLA MINACCIA

Niente mine vaganti o missili per paralizzare le potenze occidentali, tutto ciò che serve a Teheran sono i segreti che giacciono nelle profondità dell’oceano. La nuova pressione dei media e di alcuni politici iraniani non guarda più solo al transito del greggio dallo Stretto di Hormuz. A poco meno di 40 km di distanza, dove lo Stretto si assottiglia come una gola stretta, passa qualcosa di infinitamente più prezioso del petrolio che ha costruito l’economia dei Paesi del Golfo Persico negli ultimi cinquant’anni: i fili di fibra ottica che tengono in piedi l’internet globale. È qui, sul fondale marino di acque sempre più tese, che si combatte una nuova forma di guerra: silenziosa, invisibile e digitale.
COME RIPORTATO A SUO TEMPO su queste pagine, la storia comincia dopo che il portavoce militare iraniano e i media legati al Corpo delle Guardie della Rivoluzione, come le agenzie Tasnim e Fars, hanno proposto di imporre tasse di licenza èpedaggi” ai giganti tecnologici americani – tra cui Google, Meta, Microsoft e Amazon – per l’uso dei cavi adagiati sul fondale dello stretto. Secondo il piano rivelato dai media, l’Iran potrebbe rivendicare la sovranità assoluta sul fondale marino basandosi su un’interpretazione dell’Articolo 34 della Convenzione Onu sul Diritto del Mare (Unclos), definendo la presenza dei cavi non autorizzati come «occupazione del suolo iraniano».

L’Iran, pur essendo firmatario della Unclos del 1982, non ha mai ratificato formalmente il trattato. Gli autori della proposta ignorano anche l’Articolo 79, che protegge il diritto di posare e mantenere cavi sottomarini sulla piattaforma continentale degli stati costieri. Ma non importa: in questi giorni ogni paese interpreta e usa la legalità internazionale a proprio vantaggio. Teheran punta a trasformare Hormuz in un hub strategico che generi ricchezza, sul modello egiziano del Canale di Suez, ipotizzando entrate fino a 15 miliardi di dollari annui.

LA QUESTIONE della capacità tecnica iraniana di interferire con queste infrastrutture è oggetto di intenso dibattito tra gli esperti. Sebbene sia improbabile il taglio dei cavi, l’Iran possiede strumenti sofisticati per la guerra asimmetrica subacquea, come sommozzatori da combattimento in grado di effettuare tagli precisi in acque poco profonde; droni subacquei; mezzi autonomi come il Nazir-5 o l’Azhdar, che possono stazionare sui fondali per giorni prima di attivare cariche esplosive.

E ancora, mini-sottomarini tattici capaci di posizionare mine “intelligenti” che potrebbero provocare l’affondamento di navi commerciali e il conseguente trascinamento delle ancore sul fondale, tranciando i cavi – una tattica già sospettata in incidenti avvenuti nel Mar Rosso durante la crisi con gli Houthi.
LO STRETTO DI HORMUZ è un “collo di bottiglia” in cui convergono almeno sette sistemi di cavi principali: Falcon, che collega quasi tutti i paesi del Golfo con India e Africa orientale; Aae-1 (Asia-Africa-Europe-1), che collega il sud-est asiatico all’Europa; Gulf Bridge International, che collega tutti i paesi del Golfo e attraversa acque iraniane; Tgn-Gulf, fondamentale per le comunicazioni aziendali e bancarie tra i paesi del Golfo e Mumbai; e Sea-Me-We 5, arteria ad alta capacità che trasporta enormi volumi di dati tra Europa e Asia.
La situazione è paradossale perché, se l’Iran tagliasse ipoteticamente i cavi, non sarebbero Washington né le Big Tech Usa a soffrirne maggiormente, grazie ai loro data center distribuiti e alle rotte alternative di routing. Le vere vittime sarebbero i vicini dell’Iran nel Golfo Persico. Gli Emirati Arabi Uniti dipendono per oltre il 90% dal traffico che passa attraverso questi cavi. Il Qatar lo stesso, l’Arabia Saudita anche. Un sabotaggio colpirebbe non Stati Uniti e Israele bensì i loro alleati regionali, le cui economie moderne dipendono interamente dal flusso di dati che attraversa lo Stretto.

Teheran stessa è molto meno vulnerabile, in quanto riceve il 60-70% del suo traffico internet via terra – attraverso la Turchia e l’Armenia – e può permettersi di isolarsi mentre i suoi nemici regionali non possono. È un’asimmetria del dolore. E Teheran lo sa.

AL DI LÀ DELLE MINACCE e della retorica, esistono ostacoli significativi all’ipotetico piano iraniano. La stragrande maggioranza dei cavi è stata deliberatamente posata nella metà meridionale dello stretto, ovvero in acque territoriali dell’Oman, proprio per evitare la giurisdizione iraniana. Le leggi Usa vietano categoricamente alle Big Tech di effettuare pagamenti diretti all’Iran, rendendo legalmente impossibile il pagamento di qualsiasi “pedaggio”. Un attacco fisico, ammettono persino gli iraniani, sarebbe una “missione suicida”.
La risposta militare di Washington sarebbe immediata e devastante.
Ma a Teheran basta mantenere viva e credibile la minaccia sullo sviluppo tecnologico dei rivali vicini. E non è poco.
*()

 

09 – Marina Catucci*: Cuba e Taiwan, gli altri due dossier che tengono impegnati gli Stati uniti. Gli Stati uniti stanno affrontando questa settimana due dossier internazionali paralleli, nei quali si intersecano i rapporti con la Cina: la vendita di armi a Taiwan e la crescente pressione su Cuba.

Gli Stati uniti stanno affrontando questa settimana due dossier internazionali paralleli, nei quali si intersecano i rapporti con la Cina: la vendita di armi a Taiwan e la crescente pressione su Cuba.
Washington ha sospeso la vendita di armi a Taiwan da 14 miliardi di dollari. Il segretario della Marina facente funzione americano, Hung Cao, ha dichiarato giovedì alla sottocommissione difesa del Senato che la pausa serve a garantire scorte di munizioni sufficienti per la guerra con l’Iran, contraddicendo il segretario alla Difesa Hegseth che tre giorni prima aveva detto alla stessa commissione che la disponibilità di munizioni non era un problema. La decisione finale spetterà a Hegseth e al segretario di Stato Marco Rubio. Il governo taiwanese ha dichiarato di non essere stato informato di alcuna modifica: «Al momento non ci sono informazioni riguardo ad aggiustamenti che gli Usa intendano fare», ha detto la portavoce presidenziale taiwanese Karen Kuo.
La sospensione si inserisce in un quadro più ampio di ambiguità americana su Taiwan, emerso durante il vertice di Pechino della settimana scorsa. Alla domanda se gli Stati uniti difenderebbero Taiwan in caso di attacco, Trump aveva risposto: «Non voglio dirlo. Non lo dirò». Aveva anche definito la vendita di armi «un ottimo chip negoziale» con Pechino. Il giorno successivo aveva annunciato l’intenzione di chiamare il presidente taiwanese, Lai Ching-te, una mossa che rappresenterebbe una rottura con la prassi diplomatica in vigore dal 1979, quando Washington ha stabilito relazioni ufficiali con Pechino interrompendo quelle con Taipei.

Il Centro per gli Studi Strategici e Internazionali ha stimato che gli Stati uniti hanno consumato più della metà delle scorte prebelliche di quattro tipi di munizioni chiave durante le operazioni contro l’Iran, e che ci vorranno da uno a quattro anni per riportare le scorte ai livelli precedenti, avvertendo che quelle stesse munizioni sarebbero critici in un eventuale conflitto nel Pacifico occidentale.

Su Cuba, parlando da Miami, Rubio ha detto ai giornalisti che l’amministrazione preferisce una soluzione diplomatica ma ha aggiunto di dubitare che sia raggiungibile con l’attuale governo: «La probabilità che accada, dato con chi abbiamo a che fare, non è alta. Cuba si è abituata negli anni a prendere tempo e aspettarci», precisando che ora «non riusciranno ad aspettarci o a prendere tempo. Siamo molto seri, molto concentrati». Intanto, dopo aver incriminato l’ex presidente Raúl Castro, gli Usa hanno schierato la portaerei a propulsione nucleare Nimitz nei Caraibi.

Alla domanda se gli Stati uniti avrebbero usato la forza per cambiare il sistema politico cubano, Rubio ha ripetuto che una soluzione diplomatica resta la preferenza, precisando che «il presidente ha sempre l’opzione di fare tutto il necessario per sostenere e proteggere l’interesse nazionale». Parlando separatamente, Trump si è riferito a un intervento sull’isola: «Sembra che sarò io quello che lo farà», dicendosi anche «felice» di farlo.

Il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez ha risposto che Rubio «mente di nuovo per istigare un’aggressione militare» e il suo vice Carlos Fernández de Cossío ha dichiarato che Cuba eserciterà il proprio diritto all’autodifesa in caso di attacco militare americano.

In questi botta e risposta a distanza la Cina ha dichiarato di «sostenere fermamente» Cuba e ha invitato Washington alla de-escalation e a smettere di minacciare la forza. I senatori democratici Tim Kaine, Ruben Gallego e Adam Schiff hanno depositato giovedì una risoluzione sui poteri di guerra che impedirebbe agli Stati uniti di attaccare Cuba senza autorizzazione del Congresso. «Solo il Congresso ha il potere di dichiarare guerra in base alla Costituzione», ha dichiarato Kaine, accusando Trump di operare con la convinzione che le forze armate siano una guardia del palazzo.
*(Marina Catucci – US correspondent @ilmanifesto documentarista, newyorker.)

 

 

 

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