n°16 – 11/04/2026 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI

01 – Nicola Carè incontra l’Ambasciatrice australiana Julianne Cowley: al centro il rafforzamento della partnership tra Australia, Italia e Unione europea

02 – Iain Chambers*: il disegno antidemocratico della nuova mappa coloniale – la guerra grande la punizione dell’iran o di gaza non riguarda le libertà delle persone. È la negazione dei diritti altrui e comporta anche la riduzione del nostro diritto di dissentire.

03 – Carlo Formenti *: l futuro dell’ordine mondiale secondo Amitav Acharya

04 – Anna Fabi *: Carta Europea della Disabilità, come fare domanda sul sito INPS

05 – Alessandro Beloli*: Panoramica dei 56 conflitti in corso nel mondo: è davvero la “terza guerra mondiale a pezzi”?

06 – Luigi Pandolfi*: L’affare diventa fisico, ora il petrolio “vero” costa un patrimonio. Il fondo del barile Il greggio spot (consegna subito) tocca i 147 dollari, quello futures (consegna a giugno) è sotto i 100. È così conteso che non si trova più

 

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01 – On. NICOLA CARÈ(PD): INCONTRA L’AMBASCIATRICE AUSTRALIANA JULIANNE COWLEY: AL CENTRO IL RAFFORZAMENTO DELLA PARTNERSHIP TRA AUSTRALIA, ITALIA E UNIONE EUROPEA Nicola Carè ha incontrato l’Ambasciatrice d’Australia in Italia, Julianne Cowley, in un confronto approfondito sui nuovi sviluppi che stanno rafforzando il rapporto tra l’Australia, l’Italia e l’Unione europea, in una fase internazionale in cui cooperazione strategica, sicurezza economica, innovazione e relazioni commerciali assumono un valore sempre più centrale. Nel corso dell’incontro, l’Ambasciatrice australiana in Italia ha richiamato alcuni passaggi centrali che delineano la nuova fase dei rapporti tra Australia e Unione europea. In particolare, ha affermato: “Tre elementi di rafforzamento ci avvicineranno ulteriormente: il partenariato in materia di sicurezza e difesa; i passi positivi compiuti dall’Australia verso l’adesione all’Associazione Horizon Europe; e l’accordo di libero scambio, che apporterà benefici a entrambe le parti, tra cui l’accesso a minerali critici (importanti per il settore della difesa italiano) e l’opportunità per l’Australia di beneficiare ulteriormente del settore manifatturiero avanzato e delle competenze italiane. L’Ambasciatrice ha poi sottolineato: “L’Australia e l’Unione europea hanno profondamente rimodellato la loro relazione. Riconoscendo che la distanza non è più una barriera e basandosi su tre nuovi pilastri di cooperazione, la nostra partnership è oggi più stretta e strategica che mai.” Soffermandosi quindi sul significato politico e strategico degli accordi recenti, ha dichiarato: “Gli accordi firmati dalla Presidente von der Leyen e dal Primo Ministro Albanese vanno oltre il commercio: aprono la strada a una cooperazione più profonda in materia di sicurezza e prosperità. L’Europa e l’Australia stanno definendo una nuova partnership per rafforzare la resilienza, in un momento in cui è necessario collaborare su sfide comuni, tra cui le minacce informatiche e ibride, la sicurezza economica e la lotta al terrorismo. ”Nel corso del confronto è emerso anche il ruolo centrale dell’Italia in questa cornice di collaborazione. Come evidenziato dall’Ambasciatrice: “L’Italia svolge un ruolo fondamentale in Europa; l’accordo di libero scambio crea maggiori opportunità per le imprese australiane e italiane di investire, crescere e innovare insieme negli anni a venire.” Infine, particolare attenzione è stata dedicata al valore del Made in Italy e alla percezione estremamente positiva che esso continua ad avere in Australia: “Gli australiani nutrono una profonda ammirazione per il marchio “Made in Italy”. Con l’introduzione di nuove tutele e l’eliminazione dei dazi, potremo godere di una quantità ancora maggiore di prodotti italiani di alta qualità.” Al termine dell’incontro, Nicola Carè ha dichiarato: “Il colloquio con l’Ambasciatrice Julianne Cowley ha confermato con grande chiarezza quanto il rapporto tra Australia, Italia e Unione europea stia assumendo un valore sempre più strategico in una fase storica nella quale sicurezza, innovazione, cooperazione economica, ricerca, sviluppo industriale e difesa degli interessi comuni non possono più essere considerati temi separati, ma parti integranti di una stessa visione politica e istituzionale, fondata sulla capacità di costruire relazioni solide, moderne e lungimiranti tra Paesi amici, rafforzando al tempo stesso il ruolo dell’Italia come interlocutore credibile, protagonista in Europa e punto di riferimento per promuovere crescita, stabilità e nuove opportunità concrete per le imprese, i territori e le nostre comunità.” *(On. Nicola Carrè – deputato)

 

02 – Iain Chambers*: IL DISEGNO ANTIDEMOCRATICO DELLA NUOVA MAPPA COLONIALE – LA GUERRA GRANDE LA PUNIZIONE DELL’IRAN O DI GAZA NON RIGUARDA LE LIBERTÀ DELLE PERSONE. È LA NEGAZIONE DEI DIRITTI ALTRUI E COMPORTA ANCHE LA RIDUZIONE DEL NOSTRO DIRITTO DI DISSENTIRE

Mentre scrivo, Israele e gli Stati Uniti stanno bombardando intensamente l’Iran, nel tentativo di distruggere le infrastrutture e spezzarne la volontà. Gaza è il modello, ma l’Iran è vastissimo in confronto. Mentre l’Europa si sta perdendo nelle steppe ucraine, più a sud, sulle alte pianure dell’Iran, la narrazione potrebbe anche prendere pieghe inaspettate. La mappa si dispiega verso est dal Mediterraneo: Palestina, Mesopotamia, Persia, Afghanistan…Tratta da mappe e nomi antichi, questa potrebbe essere un invito a viaggiare con Bruce Chatwin nell’esotismo dell’Oriente, seguendo il suo eroe Robert Byron sulla strada per Oxiana. Potrebbe anche seguire il percorso fervente del cristianesimo vittoriano, desideroso di ristabilire legami vitali con la bussola morale della Terra Santa, o il romanticismo moribondo della cavalleria europea, alla ricerca dello spirito delle Crociate. Questo, insieme all’esercizio apparentemente più neutrale del mondo accademico, fa parte di ciò che Edward Said ha famigeratamente chiamato Orientalismo. Questa vaga eredità culturale è alla base della brutale pragmatica di ciò che oggi in Occidente passa per comprensione politica. Se le dichiarazioni dell’amministrazione Trump potrebbero essere semplicemente liquidate come le farneticazioni di un egemone ormai in declino, ciò che esce dalla bocca di Starmer, Macron, Merz e Meloni condivide la stessa banale semantica. In sostanza, il mondo dell’Asia occidentale e centrale è inferiore. La loro religione è fonte di dogmi fanatici (anche se un viaggio nel sud degli Stati Uniti, o l’ascolto di Pamela White-Cain, la consigliera spirituale di Trump, dovrebbero immediatamente correggere tale presupposto). Se la cultura orientale può essere considerata attraente nel suo esotismo, essa è sostanzialmente superata dalla nostra magia tecnologica. L’Occidente ha vinto, ed è così che ci si aspetta che la narrazione continui. Quindi, l’Oriente è una costruzione, una proiezione immaginaria che riproduce la nostra supremazia. Non si tratta solo di una proposta culturale. È fondamentalmente una proposta politica. Oggi, con l’attacco israelo-americano all’Iran e la resistenza che sta incontrando, alcuni commentatori attenti hanno iniziato a parlare della fine dell’era Sykes-Picot. Si riferiscono all’accordo segreto stipulato nel 1916 tra britannici e francesi per dividere i territori dell’Impero Ottomano in Asia occidentale, che portò alla creazione degli stati artificiali di Iraq, Siria, Libano e Giordania. Mentre il territorio della Palestina storica, posto sotto mandato britannico, era destinato, trent’anni dopo, ad essere consegnato a un gruppo di migranti europei – colonizzatori ebrei – come risarcimento per l’Olocausto. In questa logica coloniale, gli “indigeni” non furono mai consultati. Oggi, proprio come nelle precedenti pratiche coloniali, la Knesset ha appena deciso che la resistenza indigena può essere punita legalmente con l’impiccagione. I confini tracciati sulle mappe a Londra e a Parigi sono diventati realtà sul campo, destinati a rispecchiare le premesse politiche e culturali dell’Occidente. I disordini locali, il rifiuto e la rivolta sono stati in seguito considerati semplicemente come atti di insubordinazione nei confronti di un ordine superiore. I diritti degli altri sono stati messi a tacere, e corpi anonimi disumanizzati e spesso eliminati. L’Iran non è mai entrato pienamente in quell’equazione. Non aveva mai fatto parte dell’Impero ottomano, non era arabo e seguiva una forma distinta di islam. È stato comunque inserito in quella logica rozza. Nel 1953, il suo governo democratico fu rovesciato dall’MI6 e dalla Cia per soddisfare gli interessi petroliferi anglo-americani e fu insediato un regime autoritario filo-occidentale. Oggi vive sotto un altro regime autoritario che insiste sulla propria autonomia dall’Occidente. Ed è proprio questo il punto. Il problema non è l’autoritarismo. I governi occidentali non si tirano indietro di fronte a tali assetti politici. Si pensi al sollievo provato a Washington e a Londra dopo la repressione delle rivolte popolari della “Primavera araba”, per non parlare del sostegno di lunga data alle monarchie micidiali dell’Arabia Saudita e degli Stati del Golfo. Mentre il mondo coloniale di ieri e oggi si ripiega su se stesso, con i migranti contemporanei come precursori, un clima politico sempre più teso in patria ricorre alla repressione. Anziché fare i conti con la storia e le responsabilità politiche di ciò che ha portato alle oscenità del presente, si cerca una soluzione rapida in slogan triti e in manifestazioni pubbliche di stupidità nazionalista. Questa pericolosa accelerazione si riduce all’identificazione retorica e all’eliminazione dei nemici: palestinesi, Iran, Russia, Islam e migranti. Ciò è accompagnato da una crescente sorveglianza e punizione del dissenso pubblico in patria. Osare criticare la politica genocida di uno stato suprematista nel Mediterraneo orientale, che ha esaurito il proprio credito morale, può portare a un procedimento penale in casa. Non è l’unico caso di bancarotta. Questo fa parte di una riduzione generalizzata della sfera pubblica a una semplice approvazione dello status quo. Questa non è democrazia. Cercare di piantare la bandiera della democrazia altrove, ad esempio in Iran (ma allora che dire dello stato di apartheid di Israele?), si ritorce contro, rivelando la sua crescente assenza nel mondo censurato dell’Occidente. Perché pone la questione della democrazia anche, e in modo più eloquente, per noi. La narrativa che sostiene il genocidio a Gaza, l’appoggio senza discussione all’Ucraina e l’attuale bombardamento a tappeto di Teheran è essenzialmente antidemocratica. Restringe la discussione alle distinzioni tra loro e noi. La punizione dell’Iran, o di Gaza e della Cisgiordania, o della Russia, non riguarda i diritti e le libertà delle persone. È fondamentalmente l’imposizione di una mappa coloniale – e qui sionismo e imperialismo occidentale si incastrano perfettamente – sul mondo non occidentale. E se questo significa la negazione dei diritti altrui, sta diventando sempre più chiaro che comporta anche l’arretramento e la riduzione dei nostri diritti di parlare, contestare e dissentire da ciò che apparentemente viene fatto in nostro nome. In questo senso più profondo, la richiesta di pace, proprio come quella dei diritti palestinesi o il rifiuto di avallare l’omicidio di massa degli iraniani, è una richiesta di democrazia. *( Fonte: Il Manifesto – Iain Michael Chambers. è un antropologo, sociologo ed esperto di studi culturali britannico

 

03 – Carlo Formenti *: IL FUTURO DELL’ORDINE MONDIALE SECONDO AMITAV ACHARYA UN’ANALISI CRITICA

Mentre è partito il conto alla rovescia per l’uscita, prevista fra tre mesi per i tipi di Meltemi, dei due volumi di Oltre l’Occidente, firmati da Alessandro Visalli e dal sottoscritto, il tema della crisi dell’egemonia dell’Occidente collettivo è al centro di un numero crescente di opere. Una delle più corpose e recenti è Storia e futuro dell’ordine mondiale. Perché la civiltà globale sopravvivrà al declino dell’Occidente, dell’accademico di origine indiana Amitav Acharya (Fazi editore). Il punto di vista di questo autore è decisamente diverso sia da quello di chi scrive che da quello di Visalli, accomunati da un approccio marxista ancorché eretico: Acharya, come vedremo, è un progressista liberal democratico, assai lontano tanto dal marxismo teorico quanto dalle sue messe in pratica sociopolitiche (vedi la sua scarsa simpatia, per usare un eufemismo, nei confronti dell’esperimento cinese). Tuttavia è proprio questo a renderlo interessante, in quanto certifica che l’egemonia dell’Occidente – gramscianamente intesa come capacità di una élite dominante nazionale o mondiale, di influenzare le idee di classi, popolazioni e nazioni subalterne – non fa più presa nemmeno su quegli esponenti delle élite culturali del Sud mondiale che riconoscono il valore universale di certi aspetti della civiltà occidentale (sia pure contestandone – come in questo caso – il merito esclusivo di averli “inventati”). Articolerò l’analisi delle idee di questo autore in cinque sezioni: definizioni e concetti generali; critica delle presunte radici storiche dell’ordine mondiale occidentale; debiti della civiltà occidentale nei confronti delle civiltà del resto del mondo; ascesa e declino dell’Occidente; l’ordine mondiale post occidentale.

CONCETTI E DEFINIZIONI

Per ordine mondiale Acharya intende “il modo in cui il mondo, o parte di esso, è organizzato politicamente, economicamente e culturalmente e il modo in cui le strutture del potere, i legami economici, le idee politiche e la leadership operano allo scopo di garantire la pace e la stabilità del genere umano”. Il concetto in questione si applica sia agli imperi (per esempio l’impero romano), sia ai sistemi di Stati sovrani (per esempio l’Europa dopo la pace di Vestfalia), sia ai sistemi tributari (per esempio l’impero cinese e gli Stati confinanti). Prima osservazione. Come vedremo dagli esempi di ordini mondiali pre occidentali che l’autore ci propone, per mondo si intende sempre una parte del mondo stesso, sia perché nessuna delle civiltà precedenti a quella occidentale è mai riuscita a dominare l’intero pianeta, sia perché ognuna di esse concepiva il mondo come il proprio mondo, si autoconcepiva cioè come il centro dell’ordine mondiale. Del resto lo stesso Acharya specifica che “l’ordine mondiale non deve necessariamente includere l’intero pianeta”. Seconda osservazione. L’unico processo di mondializzazione che sia riuscito a estendersi al punto da abbracciare (quasi) l’intero pianeta è quello messo in atto dal concerto delle potenze occidentali. Il motore del processo in questione è stato – ma questo non è il punto di vista di Acharya, che come si è detto non è marxista – il modo di produzione capitalistico e non, o almeno in misura assai minore e prevalentemente come ideologia di legittimazione, l’intento di “civilizzare” il resto del mondo. Ciò detto, nemmeno in campo marxista il concetto di “sistema mondo” (1) si applica necessariamente alla totalità del pianeta. Per Fernand Braudel (2), per esempio, nessuno dei sistemi-mondo che si sono succeduti dal Cinquecento a oggi ha mai raggiunto dimensioni realmente planetarie. Viceversa il concetto rigorosamente marxista di sistema-mondo (3) tende ad attribuire al sistema egemone, e allo Stato-nazione che lo incarna in una determinata fase, un dominio planetario. Terza osservazione. Che lo scopo degli ordini mondiali – e ciò vale sia per quelli pre occidentali che per quello occidentale – sia quello di “garantire la pace e la stabilità del genere umano” è ad avviso di chi scrive a dir poco opinabile. Del resto, come lo stesso Acharya dimostra, tutte le “paci” imperiali, da quella romana a quella statunitense, sono state ben poco pacifiche e, più che un fine, sono state il mezzo per garantire il dominio della (o delle) potenza/e egemone/i di turno. Ciò è evidente nel caso dell’ordine occidentale che, mentre celebrava il libero mercato come agente di pace, ne imponeva le regole a colpi di cannone, ma vale anche per quelli precedenti, anche se nel loro caso gli obiettivi prioritari non erano quelli della conquista di nuovi mercati e dell’accumulazione allargata del capitale. Certo, nessun ordine mondiale si è mai basato sul puro dominio, ma ha potuto imporre e conservare tale dominio anche e soprattutto grazie alla propria capacità di esercitare egemonia culturale (senza egemonia il puro dominio non dura a lungo), ma ciò non vuol dire che lo scopo prioritario dei padroni di turno fosse quello di assicurare la pace e la stabilità del genere umano. Descritto il modo in cui Acharya definisce il concetto di ordine mondiale, e anticipate le mie perplessità su tale definizione, passo alle tre tesi di fondo che l’accademico indiano si propone di dimostrare: 1) la costruzione di un ordine mondiale non è appannaggio di una singola nazione o civiltà ma di un’impresa collettiva; 2) nemmeno l’ordine mondiale che nascerà dopo la fine di quello occidentale sarà fondato su una singola nazione; 3) il nuovo ordine post occidentale non sarà il regno dell’utopia ma non sarà una catastrofe e rischierà invece di essere migliore di quello attuale. In linea generale mi sento di condividere tali affermazioni, al tempo stesso condivido solo in parte gli argomenti con cui l’autore le sostiene, ma mi riservo di avanzare le mie critiche a mano a mano che verrò esponendo i contenuti del libro.

A PROPOSITO DELLE RADICI IMMAGINARIE DELLA CIVILTÀ OCCIDENTALE

La costruzione delle presunte radici “classiche” dell’Occidente è un’operazione che ha richiesto cinque secoli, dal Rinascimento ai giorni nostri passando per l’Illuminismo, e ha impegnato generazioni di storici, filosofi e intellettuali europei. Acharya si occupa, in particolare, dell’esaltazione della civiltà greco-romana come antenata dei valori che fondano l’ordine occidentale del mondo. La cultura del sistema greco delle città stato, scrive, è forse quella che più di ogni altra è stata mitizzata a tale proposito. Come già sostenuto da altri (4), Acharya argomenta che quella della Grecia non fu una civiltà “europea” – né del resto si considerò mai tale – bensì mediterranea, “con solide fondamenta asiatiche” (anche se sarebbe più appropriato parlare di fondamenta afroasiatiche, visto l’enorme debito – peraltro riconosciuto – dei Greci nei confronti della civiltà egizia). Dopodiché osserva giustamente che la tesi secondo cui la Grecia avrebbe inventato la democrazia è del tutto insostenibile, se per democrazia intendiamo il sistema che oggi denotiamo con tale parola. Non solo perché la partecipazione del demos alla gestione della cosa pubblica era limitato a un’esigua minoranza di cittadini (ne erano esclusi schiavi, donne e meteci), ma perché ad Atene, come conferma la condanna a morte di Socrate per empietà, le libertà personali potevano essere revocate in ogni momento dal demos. Né la cultura greca, come argomentato più approfonditamente da altri autori (5), può essere in alcun modo considerata “individualista”, era cioè del tutto priva di uno dei principali fattori caratterizzanti della moderna civiltà occidentale. Quanto all’opposizione fra una Grecia democratica, civile ed evoluta a una Persia tirannica e barbara – un’idiozia sancita dai nostri manuali di storia e ribadita da sofisticati filosofi (6), Acharya la liquida ricordando che l’impero persiano ha rappresentato una potenza ben più importante e stabilizzante ai fini degli sviluppi storici successivi, a partire dall’impero alessandrino, il cui fondatore non sgominò l’impero persiano ma ne usurpò il trono, preferendo la monarchia di tipo orientale alla repubblica alla greca. Per tacere del fatto che il lascito della civiltà greca ci è stato trasmesso dalla cultura islamica in un momento in cui quest’ultima ci surclassava sotto ogni aspetto. Ancora più problematico il riferimento al lascito dell’antica Roma. La “democrazia” della Roma repubblicana, assunta a modello dalle grandi rivoluzioni borghesi (in particolare da quella americana che ne esaltava il principio del bilanciamento dei poteri) si fondava su istituzioni che avevano un carattere indiscutibilmente oligarchico. Roma, tanto in età repubblicana quanto in età imperiale, fu una società fondata sulla schiavitù e una potenza espansionista e militarista spietata con i popoli nemici (vedi l’annientamento di Cartagine e il milione di Galli sterminati da Giulio Cesare). Quindi posto che, come sopra affermato, ritengo che nessun ordine mondiale sia mai stato costruito “per garantire la pace e la stabilità del genere umano”, non esiste alcuna possibilità di attribuire tale intenzione a una potenza che, come dichiarò ironicamente una delle sue vittime, “fece un deserto e poi lo chiamò pace”. Quanto al presunto contributo romano all’idea di Occidente, scrive Acharya, esso fu piuttosto un costrutto della Chiesa cattolica, elaborato dopo la caduta dell’impero. Il che rinvia all’altra radice storica della civiltà occidentale che è la religione cristiana, aspetto che nel libro di Acharya non è a mio avviso adeguatamente sviscerato, anche se gli va riconosciuto il merito di non sbandierare le presunte radici ebraico-cristiane che siamo abituati a sentirci spiattellare fino alla nausea da intellettuali che ignorano il carattere ossimorico di quel trait d’union – vedi in proposito l’analisi, FRA GLI ALTRI, DI COSTANZO PREVE (7).

I DEBITI DELL’OCCIDENTE NEI CONFRONTI DEL RESTO DEL MONDO

Parto da tre affermazioni di Acharya che trovo illuminanti del suo approccio al tema dei debiti occidentali nei confronti delle storie del resto del mondo. Scrive il nostro: 1) “mi oppongo all’idea che l’odierno ordine mondiale sia un prodotto della storia occidentale”; 2) ”gli ingredienti (di questo) ordine c’errano già negli ordini mondiali precedenti”; 3) “molti degli ideali che riteniamo inventati dall’Occidente sono in realtà nati in altre civiltà”. Queste tesi ci fanno capire che l’operazione di Acharya è, al tempo stesso, idealistica e comparatistica. Mi spiego: Acharya mette a confronto idee, valori ed istituzioni che sono nate in contesti storico geografici profondamente diversi, dalle quali estrae essenze “idealtipiche” che possono essere considerate equivalenti solo se si prescinde dalle concrete matrici storico-culturali che le hanno generate. Si tratta di un metodo che, mentre si propone di rivendicare il primato temporale di certi aspetti culturali delle civiltà pre occidentali che l’Occidente si sarebbe limitato a ereditare e rielaborare, finisce paradossalmente per portare acqua al mulino dell’ideologia occidentalocentrica (termine da preferire al classico eurocentrica, da quando il dominus dell’Occidente collettivo sono gli Stati Uniti), nel senso che rafforza il pregiudizio secondo cui le idee, i valori e le istituzioni occidentali hanno carattere universale, trans storico. Il fatto che l’Occidente non le abbia inventate ma ereditate, da questo punto di vista, è marginale, se non irrilevante, nel senso che basterebbe che l’Occidente riconoscesse il proprio debito per ristabilire un giusto equilibrio fra gli apporti che le varie civiltà hanno dato alla costruzione dell’odierno ordine mondiale. In realtà le cose sono assai più complicate, come dimostrano sia il fatto che la critiche dei Paesi del Sud del mondo alle pretese egemoniche occidentali rivendicano la differenza e l’originalità delle proprie tradizioni civili e culturali, sia il fatto che lo stesso Acharya ammette che l’odierno ordine del mondo è in crisi e che un nuovo ordine post occidentale dovrà necessariamente fondarsi sui contributi innovativi del resto del mondo, e non semplicemente sulla riscoperta delle loro antiche tradizioni. Ciò detto elenco qui di seguito alcune delle civiltà che, secondo Acharya, avevano già sviluppato idee, valori ed istituzioni che sono state fatte proprie dall’Occidente. Il primo ordine mondiale (pur tenendo conto dei limiti con cui tale aggettivo va inteso, vedi sopra) descritto da Acharya è quello costruito dalle antiche civiltà sumer ed egizia che, argomenta il nostro, rappresentano altrettanti esempi, da un lato, di un concerto di città stato autonome benché unite da una comune cultura (Sumer, anche se in epoche successive la Mesopotamia ospiterà imperi quali l’assiro e i persiano), dall’altro di una civiltà che si struttura fin dall’inizio come imperiale e centralizzata (l’Egitto). Fra questi due grandi potenze si costruisce una rete di scambi economici e culturali, di alleanze e rapporti diplomatici, che garantiscono a lungo la stabilità e la pace in un’ampia regione che abbraccia il Medio Oriente e l’Africa Nord Orientale. Un area che, fra le altre cose, ha lasciato in eredità ai successivi ordini mondiali il concetto di monarchia di diritto divino e principi giuridici “progressisti” che garantivano i legami comunitari e la protezione dei più deboli. I due esempi successivi riguardano India e Cina, due subcontinenti che hanno a loro volta ospitato civiltà assai più antiche di quella occidentale e che, come quella sumerica, hanno attraversato una fase “anarchica” (convivenza di una pluralità di entità statuali) successivamente evolutesi in imperi. Nel metterne a confronto antichità e meriti Acharya auspica che gli storici indiani e cinesi rinuncino alle rispettive preferenze nazionalistiche, ma poi smentisce tale premessa non nascondendo la propria predilezione per quella indiana. Entrambe sono antiche, sostiene, ma quella indiana lo è di più; entrambe hanno elaborato raffinati sistemi filosofici che nulla hanno da invidiare alla filosofia occidentale, ma quello cinese è tributario degli apporti del Buddhismo indiano che ha contaminato le tradizioni confuciana e taoista cinese (8). Quanto alla tradizione pacifista che entrambe le civiltà rivendicano, a partire dalle modalità con cui hanno sviluppato i propri rapporti con i popoli e le nazioni confinanti, Acharya considera valida solo la rivendicazione dell’India, della quale scrive che si tratta dell’ “esempio più straordinario di come una civiltà possa esportare le proprie idee politiche e la propria religione in terra straniera senza conquista o coercizione” e celebra l’apologia di Asoka, terzo imperatore della dinastia Maurya (terzo secolo a.C.) in quanto antesignano di una cultura dei diritti umani e della tolleranza religiosa (ma deve ammettere l’esistenza di altre fasi storiche, tutt’altro che “pacifiche”). Della Cina Acharya afferma invece – con giudizio tranchant in contrasto con altre valutazioni (9) – “che non è stata una nazione pacifica”. Per esempio, pur ammettendo che i suoi rapporti di vicinato erano ispirati al modello tributario (vedi sopra) piuttosto che basati sull’aggressione coloniale, aggiunge che tali rapporti erano comunque imposti dai rapporti di forza. Inoltre, citando la celebre spedizione navale dell’ammiraglio Zheng He, la descrive come un progetto colonialista ante litteram, anche se riconosce che si tratta di una tesi opinabile (10). Ciò detto, come cita il regno di Asoka quale esempio di una cultura dei diritti umani e della tolleranza religiosa ante litteram, così ricorda che la civiltà cinese fu ammirata da grandi intellettuali europei – economisti, filosofi e pensatori politici – come Leibniz, Voltaire, Quesnay e Adam Smith e che il suo metodo di reclutamento tramite concorsi dei quadri della burocrazia statale venne assunto come modello democratico, alternativo della tradizione di cooptazione per censo dell’Ancien Regime europeo. Dell’espansione islamica, che attinse una dimensione globale in misura maggiore di quelle sinora citate, Acharya scrive che il suo carattere fu assai meno violento di quanto venga generalmente sostenuto, che si trattò di un dominio tollerante, sotto il quale veniva lasciato spazio ai non musulmani che non di rado assumevano incarichi di vertice nell’apparato burocratico e anche in quello militare; ma soprattutto ricorda che l’Islam si appropriò di ideali greci, persiani, indiani e cinesi arricchendoli con tratti propri, dando vita, nella Spagna islamica, a un bazar di risorse intellettuali caratterizzate da una visione universalista (e in alcuni casi di modernissime concezioni materialiste ed evoluzioniste) che permise a un’Europa sprofondata nell’ignoranza e nel fondamentalismo religioso di recuperare le sue stesse radici cadute nell’oblio. Con l’impero mongolo si raggiungono dimensioni mai più raggiunte in seguito – perlomeno sul piano del dominio territoriale, se non su quello del dominio indiretto mediato dal mercato (11) – da un ordine mondiale. Acharya riscatta l’impero mongolo dall’accusa di essere stato in assoluto il più efferato per le modalità con cui ha realizzato le proprie conquiste (a suo avviso il numero delle vittime dell’espansione mongola è sopravvalutato) e gli riconosce il merito di avere a sua volta contribuito a generare certi presupposti dell’ordine mondiale moderno, fra i quali il fatto di non avere imposto alcun dogma religioso o culturale alle popolazioni sottomesse, il fatto di avere associato a una struttura centralizzata la concessione di autonomie locali e infine di avere operato come un potente “connettore” fra culture e civiltà diverse, in particolare grazie alla sua capacità di garantire la sicurezza degli scambi mediati dalla via della seta, più precari sotto la gestione di Cina e India. Infine Acharya denuncia la sistematica rimozione dei contributi delle civiltà latinoamericane e africane da parte di una cultura occidentale che nega loro qualsiasi rilevanza storica. Vedi l’affermazione di autorevoli monumenti della cultura europea (a partire da Hegel) che hanno definito l’Africa un “continente senza storia”, legittimando la cancellazione della sua vita politica, sociale e culturale (basti citare gli “imperi dimenticati” di Ghana, Mali e Songhai e i vasti sistemi tributari sviluppati sotto il loro dominio). Vedi anche la cancellazione della memoria del fiorente commercio interafricano su lunghe distanze, stroncato dai monopoli coloniali imposti dalle potenze europee, nonché di una visione del mondo comunitaria e solidaristica condivisa da popolazioni anche molto lontane e diverse fra loro (visione che riemerge oggi nell’ideologia panafricanista). Una visione del mondo olistica che ritroviamo nelle antiche culture latinoamericane come l’impero incaico, del quale Acharya ricorda sia i caratteri moderni – una burocrazia e un sistema delle comunicazioni efficienti – sia la capacità d’ispirare ancora oggi una concezione alternativa di sviluppo economico, sociale e umano (12).

ASCESA E CRISI DELL’ORDINE MONDIALE OCCIDENTALE

Nella parte del libro dedicata all’ascesa e crisi dell’ordine mondiale occidentale, Acharya affronta una serie di temi troppo ampia per poterli analizzare e descrivere nello spazio ridotto di un articolo, per cui scelgo di evidenziarne quattro: come sono riusciti l’Europa prima e l’Occidente collettivo poi a stabilire il proprio dominio sul mondo; come si sono auto assolti dai crimini commessi per costruire il proprio ordine mondiale; quali effetti ha avuto tale dominio sulla loro capacità di capire il resto del mondo; quali fattori hanno determinato la crisi dell’ordine mondiale occidentale. Acharya identifica la nascita dell’ordine mondiale occidentale con la pace di Vestfalia che, nel Seicento, ha posto fine alle guerre di religione che avevano a lungo dilaniato l’Europa. Si tratta di un evento che ha creato un sistema di Stati sovrani nel Vecchio Continente e ha instaurato un “doppio standard” globale: all’interno del sistema si afferma un ordine antiegemonico almeno in linea teorica (13) – in ragione del quale è proibito sottomettere i vicini più deboli e vigono i principi di non ingerenza negli affari altrui, nonché di parità e uguaglianza fra i vari membri del sistema; al suo esterno, la Pax europea favorisce l’imperialismo delle singole potenze che possono liberamente occupare i territori del resto del mondo e opprimerne e sfruttarne le popolazioni. Come ha potuto l’Occidente, che fino a poco prima era a un livello inferiore, tanto sul piano economico quanto sul piano culturale (14), rispetto agli ordini mondiali descritti nel paragrafo precedente? Come è nato il sorpasso o, come altri l’hanno definita- vedi Kenneth Pomeranz (15) – , la Grande Divergenza fra Occidente e resto del mondo? Com’è noto, la stragrande maggioranza degli storici occidentali la attribuiscono a fattori di supremazia endogeni al sistema, quali la superiorità tecnologica (navi, vele e cannoni), la crescita economica stimolata dalla concorrenza reciproca fra Stati europei, le scoperte scientifiche (16), o addirittura le condizioni sociopolitiche create dalla stessa “arretratezza” dell’Europa (è la tesi di Samir Amin (17)). Contro questa vulgata, Acharya si schiera con la minoranza di coloro, vedi fra gli altri i già citati Pomeranz e un autore come Eric Williams (18) che associano la sostituzione dei precedenti ordini mondiali da parte di quello occidentale con il ruolo strategico giocato da imperialismo e colonialismo. Senza la “scoperta” dell’America e la sanguinosa espropriazione delle risorse dei popoli amerindi cui hanno partecipato Spagna, Portogallo, Inghilterra e Francia; senza lo sfruttamento e l’impoverimento dell’India (19) e di altri Paesi asiatici da parte delle Compagnie delle Indie Orientali inglese e olandese, senza l’osceno commercio triangolare di schiavi fra Africa, Europa e America, l’economia europea non avrebbe potuto svilupparsi ai ritmi con cui si è sviluppata grazie alla rapina delle risorse altrui. Mentre la supremazia occidentale alimentava instabilità, ingiustizia e disordine, secoli di dominio hanno indotto l’Occidente a coltivare arroganza e ignoranza nei confronti del resto (in questo termine, “resto”, sono implicite l’arroganza e l’ignoranza in questione) del mondo. E su questi sentimenti si sono bastate le giustificazioni ideologiche del dominio. Come la giustificazione della schiavitù da parte di un campione del liberalismo europeo quale fu John Locke; come lo specioso argomento in base al quale la schiavitù era esistita in Africa anche prima dell’arrivo dei colonialisti occidentali (20); come l’appello al superiore standard di civiltà occidentale (“il fardello dell’uomo bianco”) che venne fatto valere anche nei confronti di civiltà come l’indiana e la cinese, nate quando l’Europa era ancora territorio di tribù selvagge; come la piaga del razzismo, alimentata persino da giganti del pensiero illuminista come Kant, Hume ed Hegel, (per inciso, Acharya condivide la tesi del sopra citato Eric Williams, secondo il quale fu la schiavitù a generare il razzismo come giustificazione ideologica di una lucrosa pratica commerciale, e non viceversa). Acharya smonta infine il mito del presunto “anticolonialismo” degli Stati Uniti. A smentirlo basterebbe il genocidio delle popolazioni autoctone, sistematicamente sterminate con l’obiettivo di impadronirsi delle loro terre – considerate terrae nullius in quanto non tutelate dal diritto di proprietà, vale a dire la principale, se non l’unica, attestazione di appartenenza al mondo “civile”. Si aggiunga la guerra aggressiva contro il Messico che ha permesso agli Stati Uniti di appropriarsi di un terzo del territorio di quella nazione, per concludere con la dottrina Monroe, formulata nel 1823 dall’omonimo presidente e rinnovata e ampliata da Theodore Roosevelt a fine Ottocento e da Donald Trump ai nostri giorni, che stabilisce la clausola di esclusione di altri interessi occidentali nell’area caraibica e centro-sud americana, riservate al dominio esclusivo statunitense. Quanto alla pretesa di erigersi a garante delle libertà e della democrazia mondiali da parte di Washington, non si vede come possa essere rivendicata da una nazione che ha fondato la propria ricchezza sullo sfruttamento della schiavitù e sul prolungamento dei suoi effetti fino ai giorni nostri, nei quali la parità di diritti per la popolazione afroamericana resta un miraggio. Del resto, i ricorrenti riferimenti al modello “democratico” della Roma repubblicana conferma che l’ideale di democrazia statunitense si ispira all’ammirazione dei Padri fondatori della Rivoluzione per il sistema romano del bilanciamento dei poteri, mentre sorvola sul carattere oligarchico di quel modello “classico”, che viene oggi riproposto da un sistema di rappresentanza che garantisce ai super ricchi il monopolio pressoché esclusivo sugli incarichi di rappresentanza politica. * * * * Ragionando sulle cause della progressiva erosione dell’ordine mondiale occidentale, Acharya respinge la tesi secondo cui la decolonizzazione del Terzo Mondo sarebbe stato l’esito di un “ritrarsi” volontario delle potenze occidentali dai loro possedimenti. Così come rifiuta l’idea che i nuovi Paesi nati dal processo di decolonizzazione avrebbero “copiato” il modello westfaliano dell’Occidente. In particolare, contro coloro che descrivono il processo di emancipazione del Terzo Mondo come frutto di una serie di riforme dall’alto, promosse da élite formatesi nelle capitali occidentali, sostiene che tale processo fu l’esito di movimenti rivoluzionari guidati da leader locali sostenuti dalle masse popolari e non da ristrettì strati intellettuali. Il concetto stesso di Terzo Mondo (oggi sempre più rimpiazzato da quello di Sud globale) nasce negli anni Cinquanta alla Conferenza di Bandung, un’assemblea di nazioni di recente autonomia che venne fortemente osteggiata dalle grandi potenze occidentali le quali tentarono in tutti i modi di manipolarne gli esiti. A quell’evento fece seguito la nascita del movimento dei Paesi non Allineati che, svincolandosi dalla polarizzazione fra Usa e Urss generata dalla Guerra fredda, tentò di indirizzare verso obiettivi autonomi di sviluppo economico, politico e sociale i Paesi usciti dalla lunga interruzione che l’imperialismo e il colonialismo avevano imposto alla loro evoluzione storica. Nell’anaizzare la lunga fase storica che ha portato al rovesciamento dei rapporti di forza fra Occidente e resto del mondo, emergono tuttavia i limiti connaturati all’approccio liberal democratico di Acharya e alla sua manifesta idiosincrasia nei confronti del marxismo e delle sue incarnazioni storico-politiche. Parlando del principio di autodeterminazione dei popoli, per esempio, manca qualsiasi riferimento alla formulazione che ne diede Lenin e all’apporto decisivo che la Rivoluzione Russa ha dato ai movimenti di liberazione nazionale prima e dopo la Seconda guerra mondiale. Parlando della lotta della Cina contro il dominio straniero (occidentale e giapponese) esalta Sun Yat-sen ma non spende una parola su Mao e sulla Rivoluzione del 1949, che fu il vero inizio della emancipazione e della successiva ascesa della Cina. Parlando delle rivoluzioni latinoamericane valorizza – giustamente – l’ispirazione che tali movimenti hanno ricevuto dalle civiltà originarie del subcontinente, ma si limita a citare in merito le tesi di Mariategui (il grande marxista peruviano che forse apprezza in quanto “eretico”) senza accennare alla rivoluzione cubana né, tanto meno, a Fidel Castro. La crisi dell’ordine mondiale occidentale e i sintomi dell’emergenza di un ordine alternativo sono descritti in termini prevalentemente economici: la crescita esponenziale dell’interscambio commerciale fra Paesi del Sud globale e la percentuale sempre più elevata del PIL mondiale che essi rappresentano. Ma come si è arrivati a tale risultato malgrado la feroce opposizione politico-militare oltre che economica dell’Occidente collettivo, malgrado l’ininterrotta catena di golpe, militari, regime change, manovre finanziarie e altre aggressioni perpetrate in Africa (21), America Latina e altrove? Acharya non riesce a dare risposte convincenti a questi interrogativi, né come stiamo per vedere, a delineare uno scenario convincente di ordine mondiale post occidentale.

L’ORDINE POST OCCIDENTALE SECONDO ACHARYA. CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Lo spazio che Acharya dedica alla propria visione dell’ordine mondiale post occidentale è collocato nella parte finale del libro ed occupa uno spazio relativamente limitato rispetto alle parti precedenti. Le sue tesi in merito (parzialmente anticipate all’inizio di questo articolo) sono sintetizzabili in tre affermazioni: 1) Il futuro ordine mondiale sarà post occidentale e non solo post americano. Si tratta di un punto di vista che considero non solo condivisibile ma anche essenziale per il seguente motivo: l’idea dei teorici del sistema mondo, e in minor misura di uno storico della lunga durata come Braudel, è che ogni ordine mondiale sia incarnato da una determinata potenza e che il suo tramonto coincida con l’emergere di un nuovo ordine, incarnato da un’altra potenza egemone. Agli Stati Uniti potrebbe per esempio subentrare la Cina. Acharya nega quest’ultima possibilità (lo stesso vale per chi scrive, anche se i motivi con cui la neghiamo sono radicalmente diversi, come vedremo fra poco) e sostiene che in futuro non ci saranno più le condizioni perché una sola potenza svolga tale ruolo. 2) In assenza di un nuovo dominus dell’ordine mondiale, scrive, non emergerà un ordine multipolare (caratterizzato cioè dall’equilibrio fra un limitato numero di grandi potenze) bensì un ordine che definisce multiplex, alla cui costruzione parteciperanno cioè non solo i Paesi di ogni parte del mondo, ivi comprese le piccole-medie potenze, ma anche imprese, ONG, movimenti, associazioni e quant’altro. Dissento da questa visione irenica che mette sullo stesso piano entità eterogenee sia per natura (statuali, politiche, economiche, culturali, ecc.) che per “peso” specifico. Tale visione potrà apparire gradevole agli occhi delle sinistre postmoderne, che la vedranno come una realizzazione dei propri valori pacifisti, “orizzontalisti” e politicamente corretti, ma è solo apparentemente e ingannevolmente irenica, come lo stesso Acharya ammette implicitamente con la terza affermazione che riporto qui di seguito. 3) Il nuovo ordine, scrive, non sarà il paradiso perché nessun ordine mondiale sarà, così come non è mai stato, esente da conflitti e guerre. E con questo presupposto “realista”, che ritengo difficilmente contestabile, viene a cadere la tesi precedente. Quest’ultima è equiparabile sia all’utopia degli economisti piccolo borghesi che negano l’inevitabile tendenza alla concentrazione dei capitali (la concorrenza, che dovrebbe mettere tutti sullo stesso piano, divora se stessa creando i presupposti che consentono al grande di mangiare il piccolo), sia alla ridicola finzione secondo cui capitalista e lavoratore si presenterebbero sul mercato del lavoro con gli stessi diritti (a parità di diritti, commenta Marx, prevale la legge del più forte). Il mondo multiplex sognato da Acharya non si realizzerà mai e, ove si realizzasse, si convertirebbe rapidamente, nella migliore delle ipotesi, in un mondo multipolare. La critica che ho appena avanzato è analoga a quelle anticipate in precedenza, con le quali converge nell’identificare il limite principale dell’analisi di Acharya nella sua visione liberal-democratica (ancorché in versione “altermondista”), che manca della lucidità analitica che solo un approccio storico di ispirazione marxista è in grado di fornire. Così il suo elenco dei “meriti” degli ordini mondiali pre occidentali rischia di vedere in caratteristiche come la tolleranza religiosa e culturale, la mitezza nei confronti dei sudditi in generale e dei più deboli in particolare, l’atteggiamento pacifico verso le nazioni e i popoli confinanti, ecc. altrettante anticipazioni che la civiltà occidentale avrebbe “copiato” da quelle precedenti, pur misconoscendone il valore. Ma in questo modo, da un lato, si pecca di anacronismo (si attribuiscono cioè a certi tratti culturali un’essenza e un valore trans storici) e dall’altro si confermano paradossalmente le pretese di universalismo della civiltà occidentale (può darsi che hanno “copiato” dal passato certi valori, ma ciò non ne inficia il presunto carattere universale). Del resto Acharya fatica a riconoscere il fatto che civiltà diverse possono elaborare valori, non solo diversi da quelli certificati dall’attuale ordine mondiale, ma anche ugualmente, se non più, in grado di contribuire alla stabilità e alla pace mondiali. Tipico il suo radicale pregiudizio anticinese (antimarxista e anticomunista) che gli fa affermare che la Cina non sarà la nuova potenza egemone non perché, come afferma la sua leadership politica, non nutre affatto tale ambizione, bensì perché non dispone di sufficiente forza militare per realizzarla. Concludo dicendo che, malgrado tutti questi limiti, il libro di Acharya è un’opera lodevole e utilissima per vari motivi. In primo luogo perché, malgrado le sue cinquecento pagine, può essere definito una specie di pamphlet per la chiarezza espositiva che lo rende una lettura gradevole anche per non addetti ai lavori; poi perché contiene un’ampia messe di notizie e informazioni sulla storia delle civiltà non occidentali e pre occidentali (da raccomandare caldamente alle nostre nuove generazioni, alle quali viene tuttora insegnata una storia anacronisticamente eurocentrica); infine perché pur peccando di un certo utopismo, e di una visione “di parte” (leggi filo indiana) nel delineare i tratti di un ordine post occidentale, ha il merito indiscutibile di far capire anche al lettore sviato da pregiudizi eurocentrici che la fine dell’attuale ordine mondiale non sarà un’apocalisse, bensì un’occasione di cambiamento positivo. *(Carlo Formenti – è un giornalista e scrittore italiano)

 

04 – Anna Fabi *: CARTA EUROPEA DELLA DISABILITÀ, COME FARE DOMANDA SUL SITO INPS

Disability Card rifinanziata dal Decreto Fiscale 2026 con 1,6 milioni di euro. Requisiti, domanda INPS, agevolazioni attive e versione digitale. Il Governo ha stanziato 1,6 milioni di euro per la Carta europea della disabilità per tutto il 2026. La misura, inserita nel Decreto Fiscale, serve a evitare interruzioni nell’attesa che l’Italia recepisca la direttiva UE 2024/2841, che prevede una nuova versione della Disability Card con validità uniforme in tutti i Paesi membri. Nel frattempo, l’attuale casta resta operativa e può essere richiesta gratuitamente all’INPS, dando accesso a sconti su trasporti, cultura e tempo libero in Italia e in Europa. Indice • Requisiti per ottenere la Disability Card • Domanda INPS e procedura di rilascio • Agevolazioni e convenzioni attive • Validità, versione digitale e valore come documento di identità • Direttiva UE 2024/2841 e tempi di recepimento • Requisiti per ottenere la Disability Card La Carta europea della disabilità (CED) è rilasciata a tutti i soggetti in condizione di disabilità media, grave o di non autosufficienza, appartenenti alle categorie individuate nell’allegato 3 del DPCM 5 dicembre 2013, n. 159. Non sono previsti requisiti di reddito. Possono richiederla gratuitamente: 1. invalidi civili maggiorenni con invalidità dal 67%; 2. invalidi civili minorenni; 3. cittadini con indennità di accompagnamento; 4. cittadini con certificazione ai sensi della Legge 104/1992, articolo 3, comma 3; 5. ciechi e sordi civili; 6. invalidi e inabili ai sensi della legge 222/1984; 7. invalidi sul lavoro con invalidità certificata superiore al 35%; 8. invalidi sul lavoro con diritto all’assegno per l’assistenza personale e continuativa o con menomazioni dell’integrità psicofisica; 9. inabili alle mansioni ai sensi della legge 379/1955, del DPR 1092/1973 e del DPR 171/2011, e inabili ai sensi della legge 274/1991, articolo 13, e della legge 335/1995, articolo 2; 10. cittadini titolari di trattamenti di privilegio ordinari e di guerra. 11. Il QR Code stampato sul retro della tessera consente di verificare in tempo reale la condizione di disabilità del titolare, senza necessità di esibire verbali o certificati cartacei.

DOMANDA INPS E PROCEDURA DI RILASCIO La domanda può essere presentata direttamente dal cittadino, anche dal rappresentante legale nel caso di minori, oppure tramite delega alle associazioni di categoria autorizzate dall’INPS: ANMIC, UICI, ENS e ANFFAS. Si utilizza il servizio online dedicato sul portale dell’Istituto, accessibile con SPID di livello 2, CIE o CNS. Il sistema verifica in automatico lo stato di invalidità o di handicap presente negli archivi INPS. Il richiedente deve soltanto caricare una fototessera in formato digitale — la procedura la adatta automaticamente ai requisiti tecnici — e, solo in alcuni casi, allegare la copia di un documento di invalidità. In particolare, è necessario allegare ulteriore documentazione quando si tratti di: verbali cartacei antecedenti al 2010 e verbali rilasciati dalla Regione Valle d’Aosta o dalle Province autonome di Trento e Bolzano, con dichiarazione di conformità all’originale ai sensi del DPR 445/2000; stati di invalidità riconosciuti da sentenze o decreti di omologa a seguito di contenzioso giudiziario, indicando il Tribunale e la data del rilascio del titolo.

CARTA EUROPEA DELLA DISABILITÀ: RILASCIO E DUPLICATO INPS L’INPS deve concludere il procedimento entro 60 giorni dalla presentazione della domanda completa. La card è prodotta dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato e viene spedita a casa da Poste Italiane. L’INPS invia comunicazioni via email o SMS sullo stato dell’istruttoria, sulla stampa e spedizione della tessera e su eventuali problemi relativi alla foto allegata o alla consegna.

AGEVOLAZIONI E CONVENZIONI ATTIVE CARTA EUROPEA DELLA DISABILITÀ: SERVIZI AGEVOLATI IN BANCA I titolari della CED possono accedere ad agevolazioni esibendo la tessera, senza ulteriori formalità. Le convenzioni sono attivate tramite protocolli d’intesa tra l’Ufficio per le politiche a favore delle persone con disabilità della Presidenza del Consiglio e i soggetti pubblici o privati aderenti. I principali ambiti di applicazione riguardano: trasporti pubblici, con sconti o gratuità su treni, autobus e traghetti — Trenitalia, ad esempio, riconosce il viaggio gratuito per l’accompagnatore e la riduzione del 50% sul biglietto per i minori under 15 titolari della card; cultura e tempo libero, con ingressi ridotti o gratuiti in musei statali, siti archeologici, teatri, cinema e parchi; servizi bancari e finanziari, grazie al protocollo d’intesa sottoscritto tra ABI e Acri che prevede condizioni agevolate per i titolari della carta. L’elenco completo e aggiornato delle convenzioni attive è consultabile sul sito dedicato del Governo.

VALIDITÀ, VERSIONE DIGITALE E VALORE COME DOCUMENTO DI IDENTITÀ La Disability Card è valida fino alla permanenza della condizione di disabilità e, in ogni caso, per non più di dieci anni dal rilascio, al termine dei quali può essere richiesto il rinnovo. L’INPS può verificare in qualsiasi momento la sussistenza dei requisiti e procedere alla revoca della tessera se le condizioni vengono meno. Dal 2024 la CED è disponibile anche in versione digitale su App IO, nell’ambito dell’IT Wallet. Il QR Code digitale ha lo stesso valore legale della tessera fisica e può essere esibito direttamente dallo smartphone. A marzo 2026 il Ministero dell’Interno ha inoltre abilitato la Disability Card come documento valido per votare alle consultazioni elettorali e referendarie.

DIRETTIVA UE 2024/2841 E TEMPI DI RECEPIMENTO Nel 2024 l’Unione europea ha approvato la direttiva 2024/2841, che istituisce una nuova Carta europea della disabilità e un Contrassegno europeo di parcheggio con validità uniforme in tutti i 27 Stati membri. I due strumenti, più ampi rispetto all’attuale Disability Card, puntano a eliminare la frammentazione normativa che oggi limita il riconoscimento della disabilità nei viaggi all’interno della UE. Gli Stati membri devono recepire la direttiva entro il 5 giugno 2027 e rendere le nuove disposizioni pienamente operative entro il 5 giugno 2028. L’Italia ha avviato il percorso con la legge delega n. 36 del 17 marzo 2026, che fissa i criteri per i futuri decreti attuativi, ma questi non sono ancora stati approvati. Lo stanziamento di 1,6 milioni nel decreto fiscale del 27 marzo 2026 serve proprio a colmare il vuoto tra la card attuale e il nuovo sistema europeo, garantendo la continuità del servizio in questa fase di transizione *(Anna Fabi – Esperta di Economia, Fisco e Information Technology, scrive da anni di attualità legata al mondo delle piccole e medie imprese.)

 

05 – ALESSANDRO BELOLI*: PANORAMICA DEI 56 CONFLITTI IN CORSO NEL MONDO: È DAVVERO LA “TERZA GUERRA MONDIALE A PEZZI”?

OGGIGIORNO NEL MONDO SONO ATTIVI 56 CONFLITTI DI DIVERSA ESTENSIONE E INTENSITÀ CHE COINVOLGONO OLTRE 92 PAESI (PIÙ O MENO DIRETTAMENTE), ITALIA COMPRESA. DALLA PALESTINA ALL’UCRAINA, DAL MYANMAR AL MESSICO, VEDIAMO UNA PANORAMICA DI QUESTE GUERRE, CHE HANNO PRODOTTO NEL SOLO 2024 ALMENO 233.000 VITTIME.

Come riportano enti come l’ACLED e lo IED, attualmente nel mondo sono in corso 56 conflitti – il numero più alto dalla Seconda Guerra Mondiale – che coinvolgono direttamente o indirettamente almeno 92 Paesi, Italia compresa, e che hanno costretto oltre 100 milioni di persone a migrare, sia internamente sia all’estero, per sfuggire alle violenze. Negli ultimi cinque anni, inoltre, gli episodi o eventi violenti associabili a situazioni di conflitto sono quasi raddoppiati, passando da oltre 104.000 nel 2020 a quasi 200.000 nel 2024 (di cui metà rappresentati da bombardamenti). Questi eventi hanno causato oltre 233.000 decessi nel solo 2024, una stima che, purtroppo, è molto probabilmente al ribasso. La situazione è così precaria che già da anni vari analisti e persone di rilievo, ad esempio il papa, parlano di una “terza guerra mondiale a pezzi”. Nel video qui sopra e, più in sintesi, nell’articolo che segue, facciamo una panoramica della situazione. Carta con i principali Paesi che attualmente presentano conflitti o scontri violenti nel mondo. Più il colore è scuro più il numero di vittime è stato alto negli ultimi anni. Credits: Futuretrillionaire Le cause delle guerre attuali Le cause dell’escalation di violenza nel mondo e della progressiva militarizzazione di molti Stati sono molteplici, ma due elementi chiave sono rappresentati dai cambiamenti tecnologici e dall’aumento della competizione geopolitica globale. L’uso militare di tecnologie come i droni – cresciuto di oltre il 1.400% dal 2018 – e di ordigni esplosivi improvvisati ha reso più semplice ed economico per gruppi non statali condurre attacchi significativi. In Yemen, ad esempio, i ribelli Houthi hanno utilizzato queste tecnologie per sfidare potenze maggiori come gli Stati Uniti e i loro alleati, ma l’uso di simili strumenti è evidente nel conflitto russo-ucraino. In parallelo, il passaggio da un mondo unipolare, dominato dagli USA, a un mondo multipolare ha contribuito alla proliferazione dei conflitti. La relativa debolezza degli USA, le loro divisioni interne, la loro incapacità di intervenire in diversi quadranti, infatti, ha permesso a Paesi e gruppi armati che prima non si sarebbero mai azzardati a muoversi, ad attivarsi e a muovere guerra o ad attaccare altri Stati o altre realtà regionali. Inoltre potenze come Cina, Russia e Turchia, solo per citarne alcune, stanno sempre più cercando di influenzare aree colpite da conflitti per provare a creare una propria rete di alleanze sempre più estesa. Al contempo, l’Unione Europea, emblema della pace dopo la Seconda Guerra Mondiale, sembra incapace di proiettare la propria influenza per prevenire o fermare le guerre.

I principali conflitti in corso nel mondo Tra i principali conflitti attuali, troviamo la guerra in Palestina, dove dal 2023 ci sono state oltre 50.000 vittime, soprattutto nella Striscia di Gaza. Israele ha intensificato l’uso della forza in risposta agli attacchi di Hamas, mirando a rafforzare la propria posizione militare in Medio Oriente e a indebolire i nemici regionali, tra cui Hezbollah e l’Iran. Quest’ultimo è in una situazione precaria, sia a livello interno sia internazionale, aggravata dal recente cambio di regime in Siria, che ha visto la caduta di Bashar al-Assad. Nel giugno 2025 la crisi in Medio Oriente è sfociata nell’apertura di un nuovo fronte di guerra tra Israele e Iran, iniziata con un attacco aereo da parte di Israele all’Iran in cui sono stati colpiti i siti nucleari con la motivazione dichiarata di fermare il programma nucleare iraniano in modo da impedire un possibile sviluppo di ordigni nucleari da parte del Paese islamico. Anche gli Stati Uniti sono entrati in questo conflitto in supporto a Israele con bombardamenti mirati agli obiettivi nucleari iraniani.

IN UCRAINA, IL CONFLITTO È ORAMI AL TERZO ANNO E CONTINUA AD ESSERE IL PIÙ MORTALE AL MONDO. LA RUSSIA STA GUADAGNANDO TERRENO PER NEGOZIARE CON GLI STATI UNITI DI TRUMP DA UNA POSIZIONE DI FORZA, MA I FUTURI PROBABILI COLLOQUI RESTANO ESTREMAMENTE COMPLESSI. In Myanmar sono attivi quasi 200 gruppi armati differenti, spesso legati a etnie locali. In Pakistan il 2024 è stato uno degli anni più violenti dell’ultimo decennio, con un peggioramento della sicurezza, specialmente lungo il confine con l’Afghanistan. Nel maggio 2025 il Pakistan è stato coinvolto anche in una serie di attacchi e contrattacchi con l’India, suo nemico storico. In Africa, regioni come il Sahel, il Sudan e il Corno d’Africa sono teatro di conflitti tra gruppi jihadisti, mercenari russi e altre entità paramilitari. In America Latina, situazioni di estrema precarietà persistono in Paesi come Haiti, Venezuela e Messico, dove i cartelli della droga continuano a diversificare le loro attività illecite. PROSPETTIVE FUTURE In sintesi e per concludere, il numero crescente di conflitti e Paesi coinvolti negli scontri è allarmante. La proliferazione di gruppi armati, l’uso di nuove tecnologie, l’aumento della spesa militare e l’instabilità geopolitica stanno incrementando la violenza contro i civili e il rischio di guerre più estese è sempre più alto (senza per forza sfociare in una Terza Guerra Mondiale). Senza uno sforzo comune verso la pace, le prospettive per il futuro rimangono perciò cupe continua su: https://www.geopop.it/panoramica-dei-56-conflitti-in-corso-nel-mondo-e-davvero-la-terza-guerra-mondiale-a-pezzi/ https://www.geopop.it/ *( Alessandro Beloli – , geografo, divulgatore, viaggiatore, ex content creator di Geopop e influencer in elenco AGCOM)

 

06 – Luigi Pandolfi*: L’AFFARE DIVENTA FISICO, ORA IL PETROLIO “VERO” COSTA UN PATRIMONIO. IL FONDO DEL BARILE IL GREGGIO SPOT (CONSEGNA SUBITO) TOCCA I 147 DOLLARI, QUELLO FUTURES (CONSEGNA A GIUGNO) È SOTTO I 100. È COSÌ CONTESO CHE NON SI TROVA PIÙ La tregua annunciata tra Stati Uniti e Iran avrebbe dovuto segnare una svolta, almeno sul fronte energetico. In teoria. Perché nello Stretto di Hormuz – ancora saldamente sotto controllo iraniano – la realtà racconta altro. Mercoledì, primo giorno pieno dopo l’accordo, sono transitate appena 5 navi. Nessuna petroliera. Nei giorni precedenti, pur con i combattimenti in corso, il traffico era ridotto ma non così: 10 navi al giorno, circa. Comunque poca cosa rispetto alle oltre 100 imbarcazioni che passavano regolarmente prima del 28 febbraio. OGGI LE NAVI DEVONO COORDINARSI PREVENTIVAMENTE CON TEHERAN PER POTER TRANSITARE, MENTRE RESTA SUL TAVOLO L’IPOTESI DI UN PEDAGGIO DI CIRCA UN DOLLARO A BARILE PER LE PETROLIERE, CHE POSSONO TRASPORTARNE OLTRE DUE MILIONI PER VIAGGIO. LE CONSEGUENZE si vedono soprattutto nel mercato fisico, quello del petrolio consegnato subito. Come riporta il Financial Times, raffinerie europee e asiatiche fanno a gara per assicurarsi i carichi disponibili, nel tentativo di compensare quelli bloccati nel Golfo Persico. Kpler – società specializzata nel tracciamento dei flussi di materie prime – ha rilevato che ben 68 petroliere vuote sono state dirottate verso gli Usa, il cui export di greggio è aumentato ad aprile del 30%. Un affare d’oro per le major americane, che stanno vendendo all’estero a prezzi stellari. Molto meno per i cittadini statunitensi, che alla pompa, complice la speculazione, pagano il carburante quasi il doppio (benzina +40%, diesel +53%). La corsa ai barili ha spinto i prezzi a livelli eccezionali. Il «Forties Blend» – uno dei greggi del benchmark Brent, principale riferimento mondiale per il petrolio scambiato via mare – ha toccato ieri 140-147 dollari al barile, superando persino i picchi della grande crisi finanziaria del 2008. Si tratta di prezzi reali, pagati per consegne immediate. Ed è qui che emerge la frattura. Mentre il greggio spot (consegna subito) raggiunge livelli record, il greggio Brent futures – consegna a giugno – resta intorno ai 96-97 dollari. Una differenza enorme, che segnala una distanza crescente tra la realtà materiale del mercato e le aspettative finanziarie. Quando il prezzo spot supera quello delle scommesse (futures) si entra in «backwardation»: il petrolio oggi vale molto più di quello di domani. Può capitare. Ma in questo caso la «backwardation» è estrema e riflette una vera emergenza. ALTRI SEGNALI confermano la tensione: gli scambi si spostano fuori dai circuiti ufficiali, molte infrastrutture energetiche nella regione del Golfo sono danneggiate e la capacità produttiva di alcuni Paesi chiave è ridotta. Anche in caso di riapertura completa di Hormuz, pertanto, ci vorrebbero settimane per riportare i flussi a un livello regolare. Intanto, una lettera dell’associazione degli aeroporti europei (Aci Europe) avverte che le riserve di carburante per l’aviazione negli scali europei si stanno rapidamente assottigliando. Gli aeroporti dell’Ue rischiano una «carenza sistemica» di jet fuel se il traffico di combustibile non riprenderà stabilmente entro tre settimane, con effetti pesanti sulla connettività e sull’economia continentale. Fin qui la dimensione del mondo reale: scarsità, logistica bloccata, ricadute sulla vita quotidiana. Tradotto: carburanti più cari, inflazione, difficoltà crescenti per le classi popolari e per il sistema produttivo. POI CI SONO i mercati finanziari. I futures, molto più bassi dei prezzi spot, riflettono la scommessa che la crisi sia temporanea. La finanza guarda già oltre l’emergenza, prezzando un ritorno alla normalità che sul terreno non si vede. Ed è proprio in questo scarto che si inserisce la speculazione. Un esempio. Nelle ore precedenti all’annuncio della tregua si sono registrati movimenti anomali: circa 950 milioni di dollari puntati sul ribasso del petrolio, attraverso vendite massicce di futures concentrate in un arco di tempo brevissimo. Poco dopo, l’annuncio del cessate il fuoco ha effettivamente fatto crollare i prezzi finanziari. EPISODI SIMILI, già osservati in prossimità di altri annunci del tycoon, alimentano il sospetto che qualcuno disponga di informazioni in anticipo. Numeri. Negli anni pre-guerra si scambiavano circa 300.000 lotti di futures sul Brent al giorno; nelle ultime quattro settimane i volumi sono raddoppiati, superando 1 milione di lotti quotidiani, pari a 1 miliardo di barili negoziati. L’analista Vandana Hari, Ceo di Vanda Insights, avverte: «Il mercato dei futures rischia di diventare il terreno di gioco esclusivo degli speculatori, un covo di insider trading». DUE MONDI contrapposti. Da un lato, navi ferme, rotte insicure, scarsità fisica, prezzi che pesano sulla vita materiale delle persone. Dall’altro, la crisi come opportunità di profitto. Nulla di nuovo nel capitalismo contemporaneo. A parte la spregiudicatezza del biscazziere-in-chief della Casa Bianca. *(Luigi Pandolfi. Giornalista economico e saggista, scrive di economia e politica su vari giornali, riviste e web magazine. Collabora con Il Manifesto)

 

 

 

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