Migranti: espellere, trattenere, esternalizzare. Gli orientamenti del Parlamento Europeo fanno vomitare

di Irina Smirnova

 

Non è più una politica migratoria. È una dichiarazione di resa ai principi fondamentali del diritto. E, peggio ancora, una scelta consapevole di trasformare l’Europa in una macchina di espulsione.
Il Parlamento Europeo ha deciso: accelerare i rimpatri, rafforzare la detenzione, esternalizzare le frontiere. E soprattutto aprire la strada ai cosiddetti “hub” nei Paesi terzi, veri e propri centri di confinamento fuori dai confini europei. Una svolta che segna un salto di qualità inquietante nella gestione dei migranti.

 

La nuova linea: espellere, trattenere, esternalizzare

Il nuovo impianto normativo europeo sui rimpatri punta esplicitamente a rendere le espulsioni più rapide e più frequenti, partendo da un dato politico: oggi solo una minoranza delle persone destinatarie di un ordine di rimpatrio lascia davvero l’Unione.

Per “risolvere” questo problema, Bruxelles propone una serie di misure drastiche: maggiore detenzione amministrativa, fino a periodi molto lunghi; procedure semplificate e accelerate; obblighi più stringenti per i migranti, con sanzioni in caso di mancata collaborazione. E soprattutto una novità che segna una rottura politica e morale: la possibilità di trasferire persone verso Paesi terzi anche senza legami reali con quel territorio.

È qui che si consuma il salto: il diritto d’asilo viene svuotato e sostituito da una logica amministrativa di smaltimento.

 

Gli “hub” fuori dall’Europa: deportazione mascherata

Il cuore della nuova strategia è la creazione di centri di rimpatrio in Paesi terzi, i cosiddetti return hubs.

In teoria, dovrebbero servire a “gestire meglio” i flussi. In realtà, rappresentano un modo per spostare il problema fuori dai confini europei, lontano dagli occhi e dalle garanzie giuridiche.

Persone respinte potrebbero essere inviate in Stati terzi sulla base di accordi bilaterali, creando una zona grigia dove i diritti rischiano di dissolversi. Non è cooperazione internazionale. È esternalizzazione della responsabilità. È il tentativo di costruire una frontiera invisibile, dove ciò che sarebbe inaccettabile in Europa diventa praticabile altrove.

 

La logica della “fortezza” e il prezzo umano

Tutto questo avviene mentre il Mediterraneo continua a essere un cimitero. Nei primi mesi del 2026, gli arrivi sono diminuiti, ma il numero di morti resta drammatico: centinaia di vittime in poche settimane. È il paradosso crudele di questa politica: meno arrivi non significa meno sofferenza, ma spesso più pericolo.

L’Europa non sta risolvendo la crisi migratoria. La sta rendendo più opaca, più violenta, più distante. Questa svolta non è neutrale. È profondamente politica.
Introduce un principio devastante: i diritti non sono universali, ma negoziabili. Possono essere sospesi, aggirati, trasferiti altrove.
Si costruisce così un precedente: si può detenere più a lungo; si può espellere più facilmente; si può delegare ad altri Paesi la gestione delle persone. E soprattutto: si può fare tutto questo mantenendo una retorica di legalità.

 

L’era delle deportazioni Ue è iniziata

L’Unione Europea nasce come spazio di diritti, di libertà, di tutela della dignità umana.
Oggi, invece, rischia di diventare l’esatto opposto: una fortezza che respinge, trattiene, deporta.

Non è solo una questione di migranti. È una questione di identità politica e morale.
Perché quando un sistema giuridico accetta di sospendere i diritti per alcuni, prima o poi li indebolisce per tutti. E la domanda non riguarda più solo le frontiere.
Riguarda il futuro dell’Europa stessa.

«L’era delle deportazioni Ue è iniziata», sintetizza trionfante l’europarlamentare svedese Charlie Weimers del partito Demokraterna, gruppo Ecr (lo stesso di FdI). Trionfante era stata anche la reazione del lato destro dell’Aula: applausi in piedi dai conservatori ai banchi più estremi dopo il via libera definitivo alla posizione negoziale sul nuovo regolamento rimpatri.

«La votazione odierna – sostiene Weimers – conferma una maggioranza crescente e stabile a favore di rimpatri più efficaci». Una maggioranza diversa da quella che ha sostenuto la rielezione di Ursula von der Leyen e che riunisce in maniera solida, per ora sulle norme in materia di immigrazione, popolari e destra destra.

Dei 389 SÌ – contro 206 no e 32 astenuti – poco meno della metà sono arrivati dal Ppe (che registra otto defezioni). Tutti gli 83 Patrioti hanno dato parere favorevole, come i 73 Conservatori e riformisti europei (Ecr). Nel gruppo Europa delle nazioni sovrane, di cui fanno parte i tedeschi di Afd, in due non hanno scelto, gli altri 26 hanno dato l’ok. Come 12 parlamentari di Renew e 7 socialdemocratici.

 

Un modello pericoloso

Ora questo testo della vergogna, che segna un altro passo nella deriva trumpiana dell’Unione, passerà alle discussioni del trilogo, con Commissione e Consiglio, e poi tornerà in aula. Quando diventerà legge nasceranno i return hubs, centri di deportazione aperti in paesi terzi per parcheggiare gli “irregolari” rifiutati dagli Stati membri. Le norme non specificano di chi sarà la giurisdizione: se del paese europeo, come nel protocollo Albania, o di quello extra-Ue, come nel modello Ruanda.

La detenzione amministrativa, quella su base etnica di chi non ha commesso reati, viene estesa per motivazioni, tempo e categorie. Dietro le sbarre finiranno anche i minori. Il tempo massimo sale a 24 mesi, dai 18 attuali. Si moltiplicano le motivazioni che legittimano il trattenimento. Potrebbe scattare persino per chi ha in corso una procedura di rinnovo del permesso di soggiorno, in attesa dell’esito.

Le nuove norme prevedono un possibile allungamento della detenzione amministrativa fino a un massimo di 24 mesi, in presenza di condizioni come rischio di fuga o motivi di sicurezza. Rafforzate anche le misure per i soggetti ritenuti pericolosi e i divieti di reingresso nell’Unione.

 

Le prossime tappe

Il voto dell’Europarlamento apre ora la fase dei negoziati tra Parlamento, Consiglio e Commissione europea. Solo dopo un accordo tra le istituzioni il testo tornerà in Aula per l’approvazione definitiva e dovrà ottenere anche il via libera degli Stati membri. A seconda della forma finale – regolamento o direttiva – le nuove norme saranno direttamente applicabili oppure dovranno essere recepite nei singoli ordinamenti nazionali. Il provvedimento ha già sollevato forti critiche da parte della società civile. In particolare, una ventina di organizzazioni impegnate nella tutela dei minori, per i quali potrebbero verificarsi gravi rischi legati all’estensione delle misure detentive. Infatti, secondo le associazioni, il testo consente periodi di trattenimento fino a 24 mesi anche per famiglie con bambini e minori non accompagnati. Una scelta ritenuta incompatibile con il principio del superiore interesse del minore, più volte ribadito da esperti e organismi internazionali.

 

 

FONTE: https://www.farodiroma.it/migranti-espellere-trattenere-esternalizzare-gli-orientamenti-del-parlamento-europeo-fanno-vomitare-irina-smirnova/

 

 

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