
01 – Andrea Fabozzi*: TRUMPISTA PRIMA DI TUTTO – LA MILITE IGNARA IL VOTO PER LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE È DIVENTATO UN TEST QUASI DEFINITIVO SUI PIENI POTERI E SUL DIRIGISMO DI GOVERNO: GLI ANTICORPI DEMOCRATICI CHE ANCORA CIRCOLANO NELLA SOCIETÀ LO HANNO DECODIFICATO E POSSONO RESPINGERLO.
02 – Francesco Vignarca*: Il costo della guerra e chi ne paga il prezzo – La guerra grande In sei giorni gli Usa hanno speso 11,3 miliardi di dollari. Le aziende di armi festeggiano. In un paese con un debito da 37mila miliardi, il peso scaricato sulla cittadinanza.
03 – Luca Kocci*: «Uccidere i negoziatori è tradimento infame». L’omelia di Zuppi diventa un atto d’accusa – Chiesa Il presidente della Cei nella Giornata di preghiera e digiuno per la pace pronuncia un “j’accuse” durissimo contro Usa e Israele, responsabili dell’attacco all’Iran.
O4 – La crisi di Hormuz rafforza gli Stati Uniti e lascia l’Europa ancora più esposta alla volatilità
di Daniela Finamore — 9 marzo 2026
05 – Shendi Veli*: Get up! Stand Up! Ridere per non soccombere – Stand Up Comedy Dai palchi alla rete esplode in Italia, tra show e critica sociale: dialogo con cinque artiste
06 – Luciana Borsatti *: Il miracolo di Trump: sostituire Khamenei con un altro Khamenei – C’è una battuta amara che gira sui social: gli USA ci hanno messo 20 anni per far tornare al potere i talebani, e una settimana per sostituire Khamenei con Khamenei.
07 – Riccardo Chiari*: Scioperi, troppe restrizioni. Condanna europea all’Italia – La sentenza Vittoria per l’Usb: la legge 146/90 viola la Carta sociale europea. Ora l’Italia dovrà correggere la normativa
01 – Andrea Fabozzi*: TRUMPISTA PRIMA DI TUTTO – LA MILITE IGNARA IL VOTO PER LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE È DIVENTATO UN TEST QUASI DEFINITIVO SUI PIENI POTERI E SUL DIRIGISMO DI GOVERNO: GLI ANTICORPI DEMOCRATICI CHE ANCORA CIRCOLANO NELLA SOCIETÀ LO HANNO DECODIFICATO E POSSONO RESPINGERLO.
NON SIAMO COMPLICI, NON SIAMO COLPEVOLI, NON SIAMO ISOLATI. NON CONDIVIDIAMO MA NEPPURE CONDANNIAMO. QUESTO SOLO OGGI POSSIAMO DIRE DOPO AVER ASCOLTATO IN PARLAMENTO MELONI, CHE NON È MONTALE ANCHE PERCHÉ MONTALE ERA UN GRANDE POETA ANTIFASCISTA.
La presidente del Consiglio certamente non è antifascista e probabilmente non sarà mai grande – si può essere grandi anche nel male. Dopo quasi quattro anni di luna di miele con il Paese, certificata dai sondaggi e favorita da media, industria e finanza, affronta le prime vere difficoltà. Si nasconde e prova a tirare a campare ma così resta troppo lontana dalla sensibilità popolare. La guerra provoca paura e angoscia e Meloni pare inconsapevole dei rischi che corrono Italia ed Europa. Vuole galleggiare aspettando che passi la piena ma per la prima volta ci pare di vederla imbarcare tanta acqua.
Il contesto le è sfavorevole, sono gli ultimi giorni di una campagna elettorale che la sua maggioranza sta perdendo. Vedremo se perderà anche nelle urne, tre mesi fa era certa di vincere tanto da abbracciare una riforma, quella della magistratura, che non era nelle sue priorità ma in quelle di un alleato.
La sconfitta – che ci auguriamo – se arriverà sarà soprattutto sua. Il voto per la separazione delle carriere è diventato un test quasi definitivo sui pieni poteri e sul dirigismo di governo: gli anticorpi democratici che ancora circolano nella società lo hanno decodificato e possono respingerlo.
Meloni dunque è nervosa, i suoi le combinano un pasticcio al giorno quasi volessero favorire il No, i suoi giudizi si appannano. Ma c’è una spiegazione assai meno contingente per spiegare le difficoltà della presidente del Consiglio di fronte all’avvitarsi della guerra globale. Ha a che vedere con la vera natura di una leadership di estrema destra, con tratti eversivi e nostalgici, insofferente ai meccanismi della democrazia che prevedono e tutelano il dissenso, innervata da pulsioni razziste, vittimista in politica interna e revanscista in quella estera. Il coro che l’accompagna canta Meloni come tutt’altra figura: una pragmatica esponente di un conservatorismo moderato. A palazzo Chigi hanno voluto crederci, forse increduli che i tempi in cui erano orgogliosamente anti europei, no vax e complottisti come un qualunque Maga fossero già dimenticati.
Ma Meloni non è sbocciata nella leader rassicurante che i conservatori di questo Paese speravano (l’intera storia dei “liberali” italiani può riassumersi in questa attesa e in questi abbagli) e non può permettersi nessuna concorrenza a destra, arrivi da un leghista cialtrone o persino da un ex generale fascista. La sua adesione al trumpismo è una scelta di convenienza, il tentativo di afferrare una corrente ascensionale, ma soprattutto una collocazione naturale. Se non (ancora) le azioni politiche, le aspirazioni in fatto di deportazioni dei migranti e repressione del dissenso somigliano a quelle del collega americano. Il suo sprezzo per il diritto internazionale non è goffo e ridicolo come quello di Tajani ma altrettanto profondo. Nel Board of peace Meloni ci sta comoda come a braccetto con Orban. Due anni e più di appoggio sostanziale alla pulizia etnica del palestinesi da parte degli israeliani, del resto, hanno già detto tutto sul nostro governo in tema di diritti umani.
Che Meloni malgrado l’etichetta di nazionalista non abbia né la forza né volontà per dire qualcosa di sensato e chiaro contro il disastro che Trump e Netanyahu hanno scatenato e che colpisce direttamente i nostri interessi non è dunque una sorpresa. Che questa latitanza cominci a pesare e ad alienarle qualche consenso invece un po’ sì. È una sorpresa positiva ma scolorirebbe se a questo punto passassimo a parlare dell’opposizione. Meglio fermarsi.
*(Andrea Fabozzi – Cronista parlamentare, al manifesto dal 2001, insegnante di giornalismo a Unisob dal 2010. È direttore del manifesto dal 2023)
02 – Francesco Vignarca*: IL COSTO DELLA GUERRA E CHI NE PAGA IL PREZZO – LA GUERRA GRANDE IN SEI GIORNI GLI USA HANNO SPESO 11,3 MILIARDI DI DOLLARI. LE AZIENDE DI ARMI FESTEGGIANO. IN UN PAESE CON UN DEBITO DA 37MILA MILIARDI, IL PESO SCARICATO SULLA CITTADINANZA.
Undici miliardi e trecento milioni di dollari. In sei giorni. Non è il Pil annuo di un piccolo Stato, ma quanto hanno già bruciato gli Stati uniti nella cosiddetta «Operazione Epic Fury» di attacco all’Iran. Si tratta di circa un miliardo di dollari al giorno solo per i costi operativi diretti; una cifra comunque incompleta perché non include i mesi di preparazione che hanno preceduto i primi bombardamenti dello scorso 28 febbraio.
C’è un rituale ineludibile che accompagna ogni guerra statunitense: la minimizzazione iniziale dei costi. Nel 2003 l’amministrazione Bush garantì che la guerra all’Iraq sarebbe costata al massimo cinquanta miliardi. Sarebbe stata una «passeggiata». Vent’anni dopo, la stima complessiva diretta e indiretta supera gli 8mila miliardi di dollari. Ma ciò non impedisce all’amministrazione Usa di replicare lo stesso schema: quella in Iran è un’altra guerra integralmente scelta e non «obbligata» (perché agita senza che ci fosse una minaccia imminente) con una leadership immotivatamente ottimista sui risultati tattici e strategici e una scarsa pianificazione. E addirittura il Congresso Usa, pur sollecitato a stanziare un supplemento di fondi in emergenza, mostra già alcune resistenze bipartisan.
Il Center for Strategic and International Studies ha stimato il costo delle prime cento ore di guerra in 3,7 miliardi di dollari, di cui tre miliardi corrispondono al solo valore di missili, bombe e intercettori consumati. Degli 11,3 miliardi già citato per la prima settimana scarsa, ben 5,6 sarebbero da ascrivere all’aver «bruciato» munizioni. Facile arrivarci con prezzi unitari di questo tipo: un missile Tomahawk di RTX costa 2,2 milioni; un intercettore del sistema THAAD di Lockheed Martin vale 12,7 milioni; uno per il Patriot tre milioni. Riserve ammassate in decenni vengono consumate nel giro di giorni. Sul fronte opposto, un drone d’attacco iraniano costa appena 35mila dollari a unità. Quando un intercettore che costa milioni è necessario per abbatte un drone da poche decine di migliaia, l’equazione «economica» della guerra è sbilanciata in partenza.
Poi c’è il lungo periodo. Nell’area operativa di «Epic Fury» sono coinvolti oltre 50mila militari americani, esposti a contaminanti e tossine. Se questi veterani chiederanno benefici a un tasso simile a quello delle Guerra del Golfo almeno un terzo sarà ammissibile a un qualche sostegno a vita, aggiungendo tra i 600 e i mille miliardi al costo totale di questa guerra nei prossimi decenni. In un paese già soffocato da un debito pubblico di 37mila miliardi di dollari (dieci volte il livello del 2003). E senza contare i costi indotti dalle conseguenze del conflitto: prezzi del petrolio più alti, inflazione, incertezza per le imprese e minor crescita. Un conto salato che potrebbe di gran lunga superare quello delle spese militari dirette. C’è poi la dimensione ambientale: i bombardamenti su impianti nucleari e raffinerie rilasciano sostanze tossiche le cui ricadute si misurano in decenni, mentre il carburante bruciato da portaerei, bombardieri e migliaia di missili contribuisce in modo tutt’altro che trascurabile alle emissioni climalteranti.
A fronte di questi costi, chi guadagna? In Borsa i titoli dei principali produttori d’armi statunitensi sono tutti saliti e i vertici delle maggiori aziende sono già stati convocati alla Casa bianca per un impegno a quadruplicare la produzione militare. Ben prima del conflitto in Iran, Trump aveva richiesto un aumento del 50% del già mostruoso bilancio del Pentagono: da mille a 1.500 miliardi, il maggiore incremento percentuale dal 1951. Nel contesto bellico e «militarizzato» (anche comunicativamente) attuale sarà molto più probabile l’approvazione della richiesta senza dibattito sulle priorità alternative, mettendo un’ipoteca sul futuro: una volta fissato un nuovo livello di spesa si consolida negli anni ed è estremamente difficile da ridurre.
Ma le prospettive di pace (o anche solo di «stabilizzazione» di una regione) non sono questione di quante bombe si hanno in magazzino. Piuttosto dipendono da scelte politiche, da interessi economici, di chi «paga il prezzo» (diretto o indiretto, economico o sociale). La carenza vera di questo periodo storico e politico non è di munizioni: è di saggezza, di rispetto del diritto, d
*(Francesco Vignarca – Coordinatore Campagne Rete Pace Disarmo)
03 – Luca Kocci*: «UCCIDERE I NEGOZIATORI È TRADIMENTO INFAME». L’OMELIA DI ZUPPI DIVENTA UN ATTO D’ACCUSA – CHIESA IL PRESIDENTE DELLA CEI NELLA GIORNATA DI PREGHIERA E DIGIUNO PER LA PACE PRONUNCIA UN “J’ACCUSE” DURISSIMO CONTRO USA E ISRAELE, RESPONSABILI DELL’ATTACCO ALL’IRAN.
«UCCIDERE QUELLI CHE SONO GLI INTERLOCUTORI CON CUI SI DEVE O SI DOVRÀ NEGOZIARE» È «TRADIMENTO INFAME DI QUALSIASI REGOLA DEL DIALOGO E DEL RISPETTO! COME SI PUÒ CREDERE DOPO ALLA VOLONTÀ DI CONFRONTO?». IL CARDINALE PRESIDENTE DELLA CEI MATTEO ZUPPI, NELLA GIORNATA DI PREGHIERA E DIGIUNO PER LA PACE VOLUTA DAI VESCOVI ITALIANI, PRONUNCIA UN DURISSIMO ATTO DI ACCUSA CONTRO USA E ISRAELE – ANCHE SE MAI CITATI DIRETTAMENTE – RESPONSABILI DI AVER ATTACCATO L’IRAN E UCCISO LA GUIDA SUPREMA AYATOLLAH ALI KHAMENEI NEL PRIMO GIORNO DEI BOMBARDAMENTI SU TEHERAN, LO SCORSO 28 FEBBRAIO.
Il presidente della Cei riprende le parole pronunciate da papa Leone XIV a San Pietro durante l’Angelus del primo marzo quando le bombe israeliane e statunitensi avevano appena iniziato a cadere sull’Iran («fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile») e le rilancia, trasformandole in un invito ai cattolici alla preghiera ma anche in un severo j’accuse ai coloro che usano la guerra per fare politica. «Una spirale diviene un meccanismo di cause e di effetti che nessuno riesce a controllare anche se può fare credere di esserne in grado», ha detto Zuppi nell’omelia dei Vespri celebrati ieri sera nella Collegiata di San Biagio di Cento (Ferrara). «È sempre una sconfitta quando la logica della forza pretende di sostituirsi alla paziente arte della diplomazia», che «è tutt’altro che prendere tempo, dilazionare, non risolvere i problemi. Non è illusione, anzi è lucida comprensione che, se ascoltata, può permettere di fermare la terribile illusione della forza».
Sono migliaia le parrocchie e le comunità cattoliche italiane che ieri hanno aderito alla Giornata di preghiera e digiuno per la pace promossa dalla Cei organizzando veglie, Via Crucis e altre iniziative, ricordando anche padre Pierre al-Rahi, parroco di Qlayaa, nel Sud del Libano, ucciso lo scorso 9 marzo in un bombardamento israeliano mentre soccorreva un parrocchiano ferito in un precedente raid. A guidare i momenti di preghiera anche molti cardinali e vescovi, come appunto Zuppi che ha presieduto i Vespri a Cento.
«Senza trattativa si produrranno soltanto una serie infinita di guerre con la spietata logica di abbattere il nemico. Ma chi è nemico? Chi lo definisce tale? Migliaia di persone sono state eliminate, civili che non hanno niente a che vedere con il conflitto, certamente diventati a loro insaputa e senza nessuna responsabilità un obiettivo, qualcuno li definisce spietatamente “obiettivi spazzatura”», ma non «possiamo accettare che le persone siano danni collaterali», ha aggiunto il presidente della Cei. La guerra è «omicidio, suicidio e deicidio», «la guerra è inutile, è sempre una sconfitta per tutti, anche chi vince è uno sconfitto. Chi può credere di vincere o distruggere completamente l’altro? Solo un accordo potrà mettere la situazione in equilibrio. Chi pensa che la guerra sia un ordine non conosce la storia e ha perso la memoria. Cosa resta dopo una guerra? La distruzione, danni ambientali, odi, povertà che preparano quella successiva».
L’appello finale di Zuppi è alle religioni perché si impegnino per la pace. Ma anche e soprattutto alla politica perché metta da parte «nazionalismi» e «tribalismi» che spingono alla «frammentazione» e al «disprezzo verso le istituzioni internazionali» e invece sappia costruire quei «meccanismi capaci di garantire una interdipendenza che sfugga alla terribile e distruttiva logica della forza».
*(Luca Kocci insegna Italiano e Storia nelle scuole superiori a Roma, scrive su il manifesto e Adista, ha pubblicato articoli su Dimensioni)
O4 – Daniela Finamore*: LA CRISI DI HORMUZ RAFFORZA GLI STATI UNITI E LASCIA L’EUROPA ANCORA PIÙ ESPOSTA ALLA VOLATILITÀ
LA CRISI NEL GOLFO PERSICO NON RIGUARDA SOLO IL MEDIO ORIENTE E RIVELA LA FRAGILITÀ DELLA STRATEGIA ENERGETICA EUROPEA DEGLI ULTIMI ANNI. DOPO MOSCA LA DIPENDENZA -ANCHE ITALIANA- NON È FINITA MA HA SOLO CAMBIATO DIREZIONE. PER GLI ESPORTATORI DI GAS NATURALE LIQUEFATTO STATUNITENSI È UNA MANNA: SE LE TENDENZE ATTUALI CONTINUERANNO ENTRO IL 2030 GLI USA POTREBBERO ARRIVARE A FORNIRE TRA IL 75 E L’80% DEL GNL IMPORTATO DALL’EUROPA. L’ANALISI DI DANIELA FINAMORE DI RECOMMON
Il blocco dello Stretto di Hormuz, causato dall’escalation militare seguita agli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, sta mandando in pezzi la sicurezza energetica europea. Da lì, infatti, passa circa un quinto del commercio globale di gas naturale liquefatto (Gnl) e una quota significativa del Gnl che arriva nei terminal europei, soprattutto dal Qatar, attraversa proprio il passaggio marittimo tra Iran e Oman. Non è un dettaglio marginale neppure per l’Italia.
Nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’allora ministro degli Esteri Luigi Di Maio si recò in Qatar insieme all’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi per negoziare nuovi accordi di fornitura di Gnl destinati a garantire la “sicurezza energetica” del Paese. Oggi il Qatar resta uno dei pilastri di questo sistema: nel 2025 il Gnl ha coperto circa un terzo dei consumi italiani di gas e circa il 24% del Gnl importato in Italia proviene dal Qatar. Non a caso la compagnia statale QatarEnergy ha appena dichiarato la “force majeure” su alcune forniture di Gnl dopo attacchi alle infrastrutture energetiche del Paese, una clausola che consente di sospenderle temporaneamente e riguarda anche i contratti di lungo periodo con compagnie europee, tra cui appunto Eni.
Secondo una recente analisi dell’Institute for energy economics and financial analysis (Ieefa), una chiusura dello Stretto potrebbe mettere a rischio circa il 10% delle importazioni europee di gas naturale liquefatto. I mercati del gas reagiscono in tempo reale a queste dinamiche. Negli ultimi giorni i prezzi del gas europeo sono schizzati alle stelle, riaccendendo i timori di una nuova fase di volatilità energetica. Per Paesi fortemente dipendenti dalle importazioni come l’Italia questo potrebbe avere risvolti molto concreti: instabilità dei prezzi, con costi più alti per imprese e famiglie e il rischio che le bollette tornino a salire.
La crisi nel Golfo Persico non riguarda solo il Medio Oriente. Rivela qualcosa di più profondo: la fragilità della strategia energetica europea degli ultimi anni.
Non è la prima volta che accade. Già con la guerra in Ucraina e se n’erano visti gli effetti sul mercato energetico europeo. Dopo il 2022 l’Europa ha costruito nuovi terminal di rigassificazione e ha aumentato massicciamente le importazioni di gas naturale liquefatto. Questa strategia ha permesso all’Europa di superare lo shock energetico iniziale e di diversificare le forniture, ma ha anche prodotto una nuova realtà: la dipendenza energetica non è scomparsa, si è semplicemente spostata. E qui entrano di nuovo in ballo gli Stati Uniti che oggi sono diventati il principale fornitore di Gnl dell’Unione europea. Nel secondo trimestre del 2025 hanno coperto circa il 27% di tutte le importazioni di gas europee e circa il 58% del gas liquefatto importato dal continente. Secondo diverse analisi se le tendenze attuali continueranno entro il 2030 gli Stati Uniti potrebbero arrivare a fornire tra il 75 e l’80% del Gnl importato dall’Europa.
In altre parole: la dipendenza energetica europea non è finita. Ha cambiato direzione. Il gas liquefatto viene spesso presentato come una soluzione che garantisce sicurezza e flessibilità, ma in realtà lega l’Europa a un mercato globale molto più volatile.
A differenza dei gasdotti, infatti, il Gnl è una commodity globale: le navi metaniere vanno dove il prezzo è più alto. In caso di tensioni internazionali Europa e Asia competono per gli stessi carichi. Il risultato è un sistema energetico in cui i prezzi possono cambiare drasticamente nel giro di pochi giorni.
Come osserva Seb Kennedy in un’analisi pubblicata da Energy Flux, “questa guerra è una manna per gli esportatori di Gnl statunitensi e una catastrofe per tutti gli altri”. Ogni shock geopolitico nel mercato globale del gas tende oggi a rafforzare la posizione degli Stati Uniti come fornitore dominante. Più aumenta l’incertezza su altri produttori o su alcune rotte marittime, più il Gnl americano diventa centrale per l’equilibrio del sistema.
Questo rafforza il peso geopolitico degli Stati Uniti nel sistema energetico globale. Per l’Europa, invece, significa entrare in un sistema molto più instabile, esposto alle crisi geopolitiche, alla competizione con l’Asia per gli stessi carichi di Gnl e alla volatilità dei mercati.
L’Italia è pienamente inserita in questa nuova geografia energetica. Non è una coincidenza che nelle ore successive all’attacco statunitense contro l’Iran il governo italiano abbia convocato immediatamente Eni e Snam per valutare possibili contromisure e monitorare l’impatto sul sistema energetico nazionale. Su queste contromisure, tuttavia, si sa molto poco: nessun dettaglio è stato reso pubblico su quali scenari siano stati discussi e su quali strumenti il governo intenda utilizzare. Eni ha firmato nel 2025 un contratto ventennale con la società statunitense Venture Global per l’acquisto di circa due milioni di tonnellate di Gnl all’anno. Snam gestisce gran parte delle infrastrutture di trasporto e rigassificazione che permettono l’arrivo di questi carichi nel Paese. Dietro c’è anche la finanza italiana: Intesa Sanpaolo è tra le principali banche europee coinvolte nel finanziamento di nuovi progetti Gnl negli Stati Uniti, con miliardi di dollari destinati negli ultimi anni allo sviluppo di nuovi terminal.
Il risultato è che una parte crescente del sistema energetico europeo, e italiano, è ormai legata all’espansione del gas liquefatto statunitense. La narrativa della “liberazione dal gas russo” ha quindi nascosto un paradosso: l’Europa ha sostituito la dipendenza dai gasdotti russi con una dipendenza da un mercato globale molto più instabile in cui rotte marittime, conflitti regionali e competizione tra continenti possono ridisegnare gli equilibri nel giro di poche settimane.
I “vincitori” di questa partita sono le grandi compagnie fossili che continuano a beneficiare dell’instabilità geopolitica. Le crisi energetiche, come si è visto già nel 2022, si traducono spesso in profitti straordinari per i produttori di petrolio e gas. Un paradosso che rende ancora più evidente il nodo politico della questione energetica europea.
*(Fonte: Altreconomia – Daniela Finamore – giornalista)
05 – Shendi Veli*: GET UP! STAND UP! RIDERE PER NON SOCCOMBERE – STAND UP COMEDY DAI PALCHI ALLA RETE ESPLODE IN ITALIA, TRA SHOW E CRITICA SOCIALE: DIALOGO CON CINQUE ARTISTE
Per aver osato ironizzare sui drammi dell’Iran contemporaneo la comica iraniana Zeinab Mousavi è stata più volte incarcerata e tenuta anche in regime di isolamento.
Trovare il modo di ridere in un regime liberticida è un esercizio ardito. Eppure la satira, come forma di catarsi pubblica e personale resta una costante delle società umane: un filo su cui far inciampare le convenzioni, svelare le contraddizioni e smascherare i poteri. Un filo che collega la polis ateniese all’impero dei meme.
E se da un lato la risata è un’espressione inestinguibile della libertà umana dall’altro si potrebbe obiettare che oggi si ride fin troppo. La critica culturale statunitense Lauren Michele Jackson in un articolo sul «New York Times», The end of seriousness, mette in guardia dalla tendenza odierna a ironizzare su qualsiasi fatto, anche i più gravi e terribili. When did everything—everything—become ha ha? What kind of laugh is this? Si domanda Jackson, che teme un effetto sedativo di questa rincorsa al distacco cinico, il tic della battuta a ogni costo.
In questo zona grigia tra la risata che sfida il potere e quella che lo lascia agire indisturbato si colloca l’espansione selvaggia, in Italia ma anche nel resto del mondo, di un certo codice comico: la stand up. La genesi è senza dubbio anglosassone, il setting minimalista, palco e microfono. Il clima è di spietatezza totale, in particolare verso di sé.
«Il covid è stato un po’ lo spartiacque, con i locali e teatri chiusi i video dei monologhi hanno iniziato a girare online. Le persone erano rinchiuse e col bisogno di sdrammatizzare. Così si è creato un pubblico e i locali poi hanno iniziato a puntare sulla stand up» è la ricostruzione di Francesca Esposito, insegnante e stand up comedian. Vive a Roma ma è di Napoli dove sarà al teatro Teder, il prossimo 21 marzo con uno spettacolo dal titolo Pensavo meglio.
«La stand up nasce in Italia come spazio di ribellione rispetto alle battute mainstream, ai tormentoni, a quella comicità che era soprattutto per famiglie, che non ti consentiva di operare una critica satirica efficace» racconta Chiara Becchimanzi, attrice e autrice comica, dall’11 marzo in tour con il nuovo spettacolo Eroina. E se Penelope non avesse aspettato. «Dalla prima ondata con Raimondo, De Carlo, Fabbri e altri, che sono stati un po’ i pionieri, e soprattutto Velia Lalli, la santa patrona, all’epoca una delle pochissime donne nel genere. Oggi per fortuna sono tante».
E proprio da una comicità televisiva, quella di Checco Zalone a Sanremo, viene la spinta a provare la strada dello stand up per Simonetta Musitano, artista attualmente in tour con lo spettacolo Cerco solo divertimento. «Facevo già teatro da anni, e avevo fatto anche la drag per un certo periodo, mi ricordo che quando ascoltai in tv questo monologo trito e ritrito sull’uomo che si innamora di una brasiliana salvo poi scoprire che è una donna trans provai un fastidio enorme. Li ho sentito l’esigenza di scrivere in una chiave ironica qualcosa di più autentico e attuale, a partire dall’esperienza di una donna trans. Credo che alla base del processo creativo della stand up ci sia sempre un’urgenza personale».
«La stand up è un genere letterario degenerato, nel senso migliore. Ha qualcosa del saggio, qualcosa del monologo teatrale, qualcosa della confessione e qualcosa della rissa» spiega Giada Biaggi, stand up comedian e autrice. «Ci sono arrivata dalla scrittura. Non mi bastava più scrivere bene, volevo anche prendermi la responsabilità del corpo che dice quelle cose».
E il corpo, eretto, esposto al pubblico senza nascondigli, è un mezzo fondamentale del genere che trova proprio negli spettacoli live il suo format privilegiato. Ma c’è un altro spazio dove il genere imperversa: la rete. La diffusione di video di stand up nei feed di instagram e tik tok e pressoché incontrollata e i nomi più celebri a livello globale raccolgono milioni di seguaci, al pari delle grandi pop star. «Siamo costrette a fare i social, altrimenti si smette di esistere, è un secondo lavoro che chi fa stand up deve affiancare» spiega Frad, comedian, fumettista e tatuatrice presto in giro per l’Italia con lo spettacolo Giuro che non sono cambiata.
«Sui reel di instagram ci autocensuriamo, un po’ per evitare shitstorm un po’ per evitare querele. A teatro o nei locali invece si dice di tutto. Si parla di politica, di guerra, di Trump, di Epstein» racconta Francesca Esposito. Nulla di paragonabile alla teocrazia iraniana ma persino nella mansueta penisola il mestiere del comico può causare problemi. Lo sa bene lo stand up comedian Daniele Fabbri querelato dal presidente del consiglio Meloni per averlo definito «puzzona».
«Detesto l’uso del termine politicamente corretto, per me è come il gender, un’invenzione della destra che non tollera che oggi le minoranze oppresse prendano parola» afferma Frad sullo scontro politico che oggi si scatena anche e soprattutto intorno ai confini dell’ironia. E aggiunge: «Personalmente provo ad attaccare laddove c’è un’oppressione che vivo in prima persona e a deridere i miei stessi pregiudizi quando si tratta di qualcosa che non vivo sulla mia pelle». Mentre per Chiara Becchimanzi funziona diversamente : «Vedo lo spettacolo come un’autocoscienza mia, perché provo a demolire gli stereotipi che subisco e che faccio subire agli altri. E un pò un’autocoscienza del pubblico che ride, certo, ma si ritrova a ridere anche quando non è d’accordo. Ridi, però poi ci ripensi. Trovo che in quel ripensarci ci sia un’analogia con qualsiasi forma di pensiero critico».
«Paradossalmente a me è capitato di scandalizzare di più parlando del Papa che non di transizione» racconta Musitano «Però mi rendo conto che la stand up ha ancora un potenziale disturbante perché ad esempio si fa fatica a integrarla nei formati televisivi. Anche quando ti chiamano a farla in tv c’è sempre un tentativo di edulcorare, paradossalmente è un buon segno, vuol dire che funziona».
«Io trovo che dalle donne la cosa che non è ancora accettata è la volgarità. Ed è abbastanza fastidioso» sostiene Francesca Esposito. Mentre Frad trova che uno dei temi più difficili da far passare è la messa in discussione della monogamia: «Anche la radicalità politica fa sempre irrigidire un po’ la platea».
Si, la comicità corrosiva, soprattutto quando coinvolge il genere, spariglia ancora le carte del discorso pubblico. Giada Biaggi lo descrive bene. «Siamo in una fase molto interessante e anche molto nervosa: formalmente il monopolio dello sguardo maschile si è incrinato, ma psicologicamente non è affatto superato. Cioè: molte donne oggi salgono sul palco, scrivono, nominano il desiderio, la rabbia, il disgusto, l’ambizione, e soprattutto ridono degli uomini non come eccezione pittoresca ma come soggetti comici legittimi. Questa cosa, per una parte del pubblico, è ancora perturbante».
«Finché la donna rideva, andava bene; quando ha cominciato a decidere di cosa si ride e di chi, lì è emerso il problema. Perché la comicità è potere simbolico: chi definisce il ridicolo definisce anche la gerarchia. Diciamo che il patriarcato ama molto la satira, finché non riguarda lui».
*(Fonte: Il Manifesto – Shendi Veli – Nata a Tirana, cresciuta a Roma. Ha girovagato in cerca di fortuna tra Londra, Parigi e Berlino. Lavora alla progettazione del manifesto digitale e ogni tanto scrive cose.)
06 – I Luciana Borsatti *: IL MIRACOLO DI TRUMP: SOSTITUIRE KHAMENEI CON UN ALTRO KHAMENEI – C’È UNA BATTUTA AMARA CHE GIRA SUI SOCIAL: GLI USA CI HANNO MESSO 20 ANNI PER FAR TORNARE AL POTERE I TALEBANI, E UNA SETTIMANA PER SOSTITUIRE KHAMENEI CON KHAMENEI.
UNA BATTUTA CHE RIASSUME LA TRAGEDIA DELL’AFGHANISTAN E QUELLA DELL’IRAN DI OGGI, DOVE MOLTI SPERAVANO CHE UNA PUR TRAGICA GUERRA DI USA E ISRAELE CONTRO IL PROPRIO PAESE LI AVREBBE IN POCO TEMPO LIBERATI DELLA REPUBBLICA ISLAMICA.
IL POPOLO IRANIANO LOTTA PER IL SUO FUTURO OLTRE LA GUERRA E IL REGIME
E invece ormai, all’undicesimo giorno di guerra, le vittime civili sono state quantificate dall’agenzia Hrana in 1245 –inclusi 194 minori, fra cui le bambine uccise nell’attacco che ha distrutto una scuola elementare a Minab, nel sud del paese – e a cui si aggiungono altri 327 morti che potrebbero essere sia civili che miliari: un numero che ormai supera il bilancio finale del conflitto dei Dodici giorni dello scorso giugno ma destinato a crescere. Mentre la guerra aperta da Washington e Tel Aviv, in piena violazione del diritto internazionale, ha sì ucciso Ali Khamenei, seconda Guida suprema dopo l’Ayatollah Khomeini, ma ha anche spinto l’Assemblea degli esperti ad eleggere il figlio Mojtaba: un esponente del fronte più oltranzista, vicino alle Guardie della rivoluzione, fautore della linea dura contro i dissidenti interni e ostile a ogni possibilità di negoziato con la Casa Bianca, almeno finché la prosecuzione della guerra non permetterà alla Repubblica Islamica – per gli auspicati effetti di logoramento della controparte statunitense – di trattare da una posizione di maggiore forza. Con la sua elezione annunciata la sera dell’8 marzo, dunque, si può dire che i pasdaran abbiamo preso il totale e definitivo controllo del paese. Pessima notizia per chi sperava in un prossimo cessate il fuoco, dunque, come per tutti gli oppositori e anche per l’ala più dialogante della dirigenza politica.
La scelta dell’Assemblea degli Esperti è chiaramente una decisione presa in stato di emergenza di guerra, ma l’esito non era forse così scontato. Anche la parte moderata e riformista aveva i suoi candidati: si sono fatti i nomi di Hassan Khomeini, il nipote del fondatore della Repubblica Islamica, o dell’ex presidente Hassan Rouhani, il convinto fautore di quell’accordo sul nucleare del 2015 tradito dalla prima amministrazione Trump tre anni dopo. Forse avrebbe potuto essere eletto anche l’ayatollah Alireza Arafi, scelto tra i membri del Consiglio dei guardiani come terzo componente di quel consiglio di transizione previsto dalla Costituzione della Repubblica Islamica proprio per traghettare il Paese nell’interregno. A farne parte c’erano anche il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni-Ejei e il presidente riformista Masoud Pezeshkian. Del resto, secondo alcune voci anche Khamenei senior non avrebbe guardato con favore all’elezione del secondogenito, che di fatto avrebbe sancito una successione dinastica proprio in una Repubblica nata dalla rivoluzione contro la monarchia.
Il processo che ha condotto all’elezione di Mojtaba Khamenei – per la quale era comunque richiesta una maggioranza di almeno due terzi – non risulta essersi svolto in modo del tutto chiaro. Per evitare di essere presa di mira da un nuovo attacco, l’Assemblea non si sarebbe riunita in sessione plenaria e almeno una parte dei voti è stata espressa su delega o da remoto, dopo un dibattito interno sicuramente combattuto.
In ogni caso, il risultato è stato un vero schiaffo in faccia per il presidente Trump, che nei giorni scorsi non solo si era espresso contro l’ipotesi di Mojtaba (un peso piuma, l’aveva definito), ma aveva anche chiaramente detto di volere voce in capitolo nella scelta del nuovo leader. In questo dimostrando non solo una profonda ignoranza degli assetti istituzionali della Repubblica Islamica e della compattezza che i suoi vertici avrebbero potuto ancora mostrare, ma anche e soprattutto una completa indifferenza alle aspirazioni di democrazia di quel popolo di manifestanti che, in quelle giornate di gennaio finite tanto tragicamente nel sangue di migliaia di vittime della repressione, lui stesso aveva incoraggiato a continuare nella protesta, assicurando perfino che sarebbe venuto in loro aiuto.
Insomma, sembra ormai acclarato che lo scopo della guerra per Trump non è quello di portare la democrazia quanto piuttosto, con ogni probabilità, di controllare il governo e le risorse economiche di un paese per lui non molto dissimile dal Venezuela. E lo dimostra anche l’ultima delle sue ondivaghe e contraddittorie dichiarazioni, affastellatasi scompostamente negli ultimi giorni: “Penso che la guerra sia praticamente completa”, ha detto parlando con la CBS – “[L’Iran] non ha una marina, né comunicazioni, né aeronautica. I suoi missili sono ridotti a una manciata di unità. I suoi droni vengono fatti saltare in aria ovunque, compresa la loro produzione.” E l’esercito americano, ha aggiunto, ha colpito più di 3.000 obiettivi nella prima settimana di operazioni.
Diversi invece resterebbero gli obiettivi di Benjamin Netanyahu, che come noto persegue invece l’obiettivo di indebolire l’Iran e di ridurne a zero la potenziale capacità offensiva – anche a costo di creare le condizioni perché rimanga dilaniato da una guerra civile, alimentata da gruppi di opposizione armati e da frange militanti del separatismo etnico. E che nel frattempo è impegnato nella recente riapertura del fronte libanese con Hezbollah, dove si contano altre centinaia di morti: uno dei tanti tasselli del nuovo ordine medio-orientale che Israele punta a riconfigurare e dominare.
Mojtaba Jr, l’uomo che ha costruito il suo potere nell’ombra
Mojtaba Khamenei, 56 anni, è nato l’8 settembre 1969 a Mashad, secondo di sei fratelli. Oltre al padre, ha perso in uno dei primi attacchi israelo-statunitensi anche la madre, la moglie, un figlio e altri familiari, pagando un alto prezzo anche personale in questa seconda guerra contro il suo paese. Lui stesso sarebbe rimasto ferito e non è ancora apparso in pubblico – al momento in cui scriviamo – per il primo discorso dopo l’elezione.
Da giovane, prima di trasferirsi a Qom per gli studi religiosi, ha partecipato alla guerra contro l’Iraq, mettendo probabilmente così le basi dei suoi solidi legami con i Guardiani della rivoluzione: i quali, come noto, devono proprio a quegli otto anni di conflitto dopo l’invasione di Saddam Hussein, nel 1980, il consolidamento della propria potenza militare, ma anche il primo nucleo di quel potere in economico e industriale che hanno consolidato nei decenni successivi.
L’influenza di Mojtaba Khamenei deriva anche dall’aver direttamente partecipato, quando era in carica il padre, alla gestione dell’ufficio della Guida suprema, ufficio che sovrintende anche a quella vasta rete di fondazioni e istituzioni economiche, che si stima controllino capitali per circa 200 miliardi di dollari. Lui stesso ha un proprio impero economico, con beni accumulati tra Emirati, banche svizzere e immobili a Londra. Nel contempo ha svolto nell’ombra un decisivo ruolo politico, consolidando contatti con istituzioni politiche e di sicurezza, e prendendo posizioni contrarie ai riformisti. Ma la maggior parte degli iraniani non ha mai sentito la sua voce e le sue apparizioni pubbliche sono state finora molto rare, in occasione di cerimonie importanti come quelle per l’anniversario della Rivoluzione dell’11 febbraio.
Gli scenari, dal giro di vite interno alla guerra di resistenza a oltranza
Ma ora, quali scenari si aprono sul piano interno, e quali in rapporto alla guerra aperta da Trump e Netanyahu in piena violazione del diritto internazionale?
“Il mondo sentirà la mancanza dell’epoca di suo padre”, ha dichiarato alla Reuters un funzionario regionale vicino a Teheran. “Mojtaba non avrà altra scelta che mostrare il pugno di ferro… anche se la guerra finisse, ci sarebbe una dura repressione interna”. Insomma, giorni difficili attendono gli iraniani sotto la guida di Mojtaba, con controlli e pressioni più forti insieme a un atteggiamento più aggressivo e ostile all’estero: se il padre era un conservatore intransigente, ma capace di mediare tra i diversi orientamenti politici interni al sistema – tanto da aver dato il via libera ai negoziati per l’accordo del 2015 – Mojtaba non sarebbe insomma un uomo pronto agli accordi, tantomeno con Trump.
Sempre che possa svolgere il suo incarico a lungo: Israele ha chiarito che ogni successore di Ali Khamenei rischia di fare la stessa fine, mentre Trump, ingoiato il rospo della sua elezione, ha chiarito che gli iraniani hanno “commesso un grave errore”. “Non so se durerà”, ha aggiunto parlando con la NBC. E ribadendo nelle ultime ore che ha altre persone in mente per quel ruolo. In questo forse accreditando certe tesi complottiste, secondo cui la scelta di Mojtaba, ora nel mirino come il padre, potrebbe avere prevalso in vista dell’apertura di altre strade, magari per più pragmatiche figure.
Per ora tuttavia l’elezione di Mojtaba – salutata da raduni di massa nelle strade e dal dichiarato sostegno al nuovo leader da parte delle maggiori cariche istituzionali – sembra indicare il progetto della leadership oltranzista di continuare nella guerra ma da una posizione di forza, dimostrando che la Repubblica Islamica è ancora viva e in grado di proseguire nella strategia perseguita finora: quella cioè di coinvolgere l’intera regione, in quanto disseminata di basi USA, in modo da compromettere la stabilità dei mercati energetici e costringere le controparti a venire a patti con una Teheran in posizione di forza – seppur mettendo ad alto rischio le delicate relazioni con le vicine monarchie arabe del Golfo.
*(Luciana Borsatti – È una giornalista italiana. Ha lavorato dal 1990 al 2018 all’Agenzia Ansa, dove è stata anche corrispondente dal Cairo e da Teheran)
07 – Riccardo Chiari*: SCIOPERI, TROPPE RESTRIZIONI. CONDANNA EUROPEA ALL’ITALIA – LA SENTENZA VITTORIA PER L’USB: LA LEGGE 146/90 VIOLA LA CARTA SOCIALE EUROPEA. ORA L’ITALIA DOVRÀ CORREGGERE LA NORMATIVA
Sono troppe le limitazioni imposte dall’Italia al diritto di sciopero nei servizi pubblici ritenuti essenziali. Restrizioni così pesanti da portare il Comitato europeo dei diritti sociali ad accogliere un ricorso presentato dall’Unione sindacale di base, ravvisando una violazione della Carta sociale europea, trattato internazionale del Consiglio d’Europa ratificato anche dallo Stato italiano. “Pur non avendo efficacia diretta nel nostro ordinamento – puntualizza l’avvocato Danilo Conte, che ha redatto il ricorso insieme al collega Marco Tufo – la decisione obbliga il legislatore a porre rimedio a queste limitazioni di un diritto costituzionalmente garantito come quello di sciopero. Nel caso il legislatore non lo facesse, sulla base di questa decisione del Ceds potranno essere i giudici italiani a intervenire in materia”.
Non è la prima volta che il Comitato europeo dei diritti sociali interviene dopo un ricorso sindacale. Era avvenuto accogliendo il reclamo presentato dalla Cgil contro il Jobs Act, riconoscendo anche in quel caso la violazione della Carta sociale europea, perché la normativa italiana non garantiva un indennizzo congruo o la reintegra in caso di licenziamento illegittimo, limitando troppo la discrezionalità dei giudici e il risarcimento del lavoratore. La decisione del Ceds portò diversi giudici del lavoro a sottoporre la questione di fronte alla Consulta, che già aveva parzialmente stigmatizzato l’automatismo dei risarcimenti, ed è poi intervenuta ancora cancellando di fatto una parte dell’impianto del Jobs Act.
“In questo caso – spiega l’avvocato Conte – noi abbiamo denunciato la violazione da parte dello Stato italiano dell’articolo 6 della Carta sociale europea, quello relativo al diritto di sciopero. In particolare, l’Usb ha contestato la compatibilità con i principi sanciti dalla Carta della legge 146/90 che regolamenta il diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali”.
Sul punto il Ceds ha stabilito che una prima violazione è legata alla eccessiva genericità e ampiezza della nozione di servizi pubblici essenziali. “Secondo il Comitato la normativa italiana ha inglobato in questo ambito anche settori che non possono essere ritenuti tali, restringendo così il diritto di sciopero dei lavoratori. Ad esempio, una cosa è il diritto dei cittadini a muoversi, per cui nei trasporti pubblici ci sono delle limitazioni allo sciopero con ‘finestre’ in cui i mezzi circolano. Ben altro caso invece è il trasporto delle merci, quelle non deperibili. Ora è stato sostenuto dalla Commissione di garanzia che anche il trasporto delle armi rientri fra i settori da tutelare”.
La seconda violazione è stata rilevata dal Ceds nell’obbligo che la legge 146/90 impone di comunicare preventivamente la durata dello sciopero, e la terza nel divieto di indirlo in determinati periodi dell’anno o in vicinanza di altre agitazioni, perché il Comitato ritiene che questo restringa eccessivamente l’esercizio del diritto di sciopero in ambiti non riconducibili a servizi realmente essenziali.
Soddisfatto il sindacato di base: “Con questa decisione vengono demoliti tre pilastri della legge 146 – osserva l’Usb – che hanno fortemente indebolito il diritto di sciopero negli ultimi trentacinque anni. Viene di fatto censurato anche l’operato della Commissione di garanzia che, sostituendosi al Parlamento, ha inasprito ulteriormente le restrizioni, e persegue tuttora l’obiettivo di allargare oltre misura la sua sfera di applicazione, anche a settori lavorativi finora rimasti esclusi”.
Sul punto, basta ricordare i provvedimenti sugli scioperi generali del sindacalismo confederale o di quello di base contro il governo, e il blocco del gigantesco sciopero a sostegno della martoriata popolazione della Striscia di Gaza e della Sumud Flotilla. Ora però anche la Commissione di garanzia, che è arrivata a bloccare uno sciopero locale per la concomitanza con la Fiera del cioccolato di Perugia, dovrà tenere conto della decisione del Ceds. E questo malgrado le pressioni del governo Meloni per ridurre ancor di più il diritto di sciopero.
“Ci attiveremo subito in commissione lavoro – anticipa il deputato dem Arturo Scotto – per chiedere un ciclo di audizioni e andare incontro al giudizio dell’Europa. È evidente che l’Italia dovrà adeguare la sua legislazione in materia seguendo i principi individuati dalla sentenza”. “È paradossale che, proprio mentre dall’Europa arriva questa bocciatura – commenta da parte sua il M5s – il governo continui ad ipotizzare ulteriori limitazioni. L’esecutivo prenda atto del pronunciamento europeo e si adegui rapidamente, restituendo piena dignità al diritto”. Dal governo silenzio di tomba, del resto alle richieste di incontro dall’Usb risponde solo via pec.
*(Laureato in scienze politiche è giornalista professionista dal 1995 e redattore de Il Manifesto per il quale ha curato la pagina toscana dal 1998 al 2012.)
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