n°11- 07/03/26 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI

01 – Gad Lerner*: La degenerazione di due imprevisti del Novecento – Israele e Iran Non manca il richiamo blasfemo alla festività ebraica di Purim per santificare i bombardamenti e, di nuovo, promettere agli israeliani l’impossibile: cioè che sarà la volta buona, la svolta definitiva.
02 – Andrea Medda*: Ilaria Salis sulla nuova Flotilla: la sfida annunciata verso Cuba
l’eurodeputata con Avs Ilaria Salis al Parlamento Europeo
03 – Giorgio Trucchi*: L’OFFENSIVA DI WASHINGTON CONTRO LE BRIGATE MEDICHE CUBANE.
04 – Marco Santopadre *: Guerra all’Iran: un Trump in confusione divide gli Stati Uniti – Non sembra che l’opinione pubblica statunitense – seppur per motivi diversi – abbia accolto con entusiasmo la nuova aggressione militare contro l’Iran.
05 – Alessandro Volpi *: La strada più pericolosa: perché Donald Trump ha deciso di bombardare l’Iran
06 – Luciana Cimino *: L’economia femminista “cura” la guerra – Lotto sempre Intervista alla docente dell’Università La sapienza di Roma, Marcella Corsi.
07 – Claudia Fanti*: Un assalto tira l’altro: «Poi toccherà a Cuba, sono i suoi ultimi momenti» – America latina Il tycoon riunisce a Miami leader e amici latino-americana – Una guerra senza precedenti: aumentano gli obiettivi, calano le difese
08 – Marina Catucci*: Giustizia alla Trump: «Ora l’Iran è il perdente del Medio oriente» – La guerra grande Un report dell’intelligence Usa precedente alla guerra definisce «improbabile» un cambio di leadership. Tornano i meme della Casa bianca: videogiochi, sport e film di Hollywood usati per una campagna comunicativa crudele e propagandistica.
09 – Antonio Martone *: L’Iran preso sul serio – L’urto bellico scatenato dalle forze israelo-americane sull’Iran agisce su una realtà che non è solo geografica o militare ma profondamente storico-temporale.
10 – Ritratto di famiglia: Trump, Epstein e la Silicon Valley – Tra controllo dei corpi e nuovo ordine tecnologico. Trump pochi giorni fa al Congresso ha snocciolato una serie di orpelli discorsivi per dimostrare che tutto sta procedendo per “Rendere l’America Ancora Grande”.

 

 

 

01 – Gad Lerner*: La DEGENERAZIONE DI DUE IMPREVISTI DEL NOVECENTO – ISRAELE E IRAN NON MANCA IL RICHIAMO BLASFEMO ALLA FESTIVITÀ EBRAICA DI PURIM PER SANTIFICARE I BOMBARDAMENTI E, DI NUOVO, PROMETTERE AGLI ISRAELIANI L’IMPOSSIBILE: CIOÈ CHE SARÀ LA VOLTA BUONA, LA SVOLTA DEFINITIVA (*)

OSCENO È LO SGUARDO SUADENTE RIVOLTO DA BIBI NETANYAHU AL POPOLO IRANIANO – «NON SIAMO NEMICI», «NON PERDETE QUESTO APPUNTAMENTO» – NEL VIDEO CON CUI ANNUNCIA QUESTA ENNESIMA GUERRA «PREVENTIVA», PIANIFICATA E SCATENATA D’INTESA CON L’ALLEATO TRUMP.
Non manca il richiamo blasfemo alla festività ebraica di Purim per santificare i bombardamenti e, di nuovo, promettere agli israeliani l’impossibile: cioè che sarà la volta buona, la svolta definitiva. Tanto più menzognere risuonano le parole d’amicizia dedicate agli iraniani per sollecitarli all’insurrezione se ricordiamo che mai ne furono rivolte di simili ai vicini di casa palestinesi, cui si nega perfino di essere una nazione.
Sono appena tornato da Israele con uno degli ultimi aerei decollati prima del blocco dei voli, portandomi dietro un’immagine.
Quella di uno striscione esposto nella piazza del quartiere ebraico della città vecchia di Gerusalemme, sovrastante il Muro del Pianto. C’è scritto: Make Gaza jewish again, cioè «Facciamo tornare Gaza di nuovo ebraica». Altro che ricostruzione, altro che Board of peace. Il culto della forza su cui si fondano i nazionalismi, insieme all’autoproclamazione di essere il popolo-vittima, ha bisogno di uno stato di guerra permanente. Radicare nella società israeliana l’idea che l’antisemitismo è eterno – A olam kulò negdenu, ovvero «il mondo è tutto contro di noi» – funge da alibi morale, e con ciò rivendica l’esenzione dal rispetto del diritto internazionale.
Fino a ieri Netanyahu era in svantaggio nei sondaggi per le elezioni dell’autunno prossimo. Ora calcola che una vittoria sull’Iran lo riscatterebbe conservandogli il potere. Ma è davvero possibile una vittoria definitiva? Quand’anche l’operazione militare israeloamericana provocasse la caduta degli ayatollah, non è forse già visibile in campo il prossimo nemico esistenziale con cui battersi?
Lo ha raccontato Michele Giorgio su questo giornale: Naftali Bennett, il principale concorrente di Bibi, sostiene che il problema per Israele non sia tanto l’Iran quanto il “muro sunnita” fondato sull’asse della Turchia di Erdogan con il Qatar, l’Egitto e sullo sfondo l’Arabia Saudita, potenze amiche degli Usa ma aspiranti all’egemonia regionale, cominciando da Gaza.
Il partner militare dell’aggressione all’Iran, l’affarista mitomane e ondivago che siede alla Casa Bianca, già più di una volta ha imposto a un Netanyahu recalcitrante la sua necessità di non inimicarsi le petromonarchie del Golfo e la Turchia.
L’ammirazione per la brutalità d’Israele e lo pseudosionismo delle estreme destre suprematiste, compresa quella italiana, sono soggetti a voltafaccia tutt’altro che impensabili. Certo, ripensandolo un anno dopo, fa impressione l’abbaglio di chi ha tifato Trump contro i democratici Usa in quanto un isolazionista punterebbe a chiudere le guerre anziché scatenarle. Ammettere di essersi sbagliati talvolta gioverebbe alla credibilità dell’informazione.
Comunque vada a finire l’attacco all’Iran, ormai sappiamo che le guerre-lampo non esistono più. Se pure durasse pochi giorni, estende lo stato di guerra all’intera regione mediorientale e rende precarie alleanze considerate strategiche, come gli accordi di Abramo.
I nodi vengono al pettine. Pur nella loro evidente diversità i due contendenti – la Repubblica islamica dell’Iran e lo Stato d’Israele – sono accomunati dall’essere due imprevisti storici del Novecento che degenerano rivelando il proprio anacronismo: l’uno come teocrazia, l’altro come etnocrazia. Nemici ideologici che non confinano ma si attaccano da duemila chilometri di distanza. Un assurdo generato dallo sconquasso della contemporaneità.
Riprendo a scrivere su il manifesto dopo più di quarant’anni, grato a chi mi accoglie. All’epoca, nel 1982, mi toccò fra l’altro raccontare il distacco degli ebrei italiani dalla sinistra avviatosi dopo l’attentato al Tempio Maggiore di Roma. Oggi è l’ebraismo stesso a doversi ripensare sviluppando pensiero critico, l’unico antidoto alla guerra continua.
*(Fonte: Il Manifesto – Gad Lerner, giornalista)

 

02 – Andrea Medda*: ILARIA SALIS SULLA NUOVA FLOTILLA: LA SFIDA ANNUNCIATA VERSO CUBA
L’EURODEPUTATA CON AVS ILARIA SALIS AL PARLAMENTO EUROPEO

UNA MISSIONE CONTROVERSA E CHE FARÀ DISCUTERE: ILARIA SALIS HA COMUNICATO LA DECISIONE DI SALIRE SULLA NUOVA FLOTILLA VERSO CUBA.
Nei giorni scorsi aveva condiviso due “immagini dell’orrore” come da lei stessa definite. Adesso, invece, Ilaria Salis è tornata alla carica annunciando un lungo viaggio e una nuova battaglia. L’eurodeputata con Avs è pronta a salire a bordo della nuova Flotilla, direzione Cuba con l’intento dichiarato di “infrangere collettivamente il bloqueo “.
Ilaria Salis e la nuova Flotilla verso Cuba
La nuova battaglia di Ilaria Salis sta facendo discutere. L’eurodeputata con Avs ha deciso di imbarcarsi su una Flotilla che ha l’obiettivo di entrare illegalmente a Cuba, sfidando così l’embargo degli Stati Uniti. Dopo quanto accaduto nei mesi scorsi per la Striscia di Gaza, ecco una nuova missione pronta a partire con l’obiettivo annunciato di “infrangere collettivamente il bloqueo “. Questa volta non dovranno fare i conti con l’Israele di Benjamin Netanyahu, ma con gli Stati Uniti di Donald Trump.
L’ANNUNCIO E LA SFIDA VERSO CUBA
“Rotta su Cuba! “, ha scritto apertamente la Salis nel suo post social. “Dal 17 al 21 marzo mi unirò alla colonna europea del convoglio ‘Nuestra América’, una nuova flottiglia civile che sfiderà l’embargo illegale imposto dagli Stati Uniti a Cuba – un assedio infame che sta letteralmente strangolando la popolazione dell’isola”.
La Salis ha quindi aggiunto: “Dall’Italia porteremo medicine e, insieme a persone e gruppi provenienti da tutto il mondo, proveremo a infrangere collettivamente il bloqueo. Per salvare vite, difendere il diritto del popolo cubano all’autodeterminazione e riaffermare il rispetto del diritto internazionale”, ha concluso la donna comunicando anche i dati per eventuali donazioni e contributi alla missione.
Immediate le reazioni con utenti che l’hanno sostenuta e hanno manifestato gradimento per l’azione e altri che, invece, l’hanno letteralmente massacrata con insulti e frasi scioccanti: “Dovrebbero arrestarti”, si legge tra i vari commenti di hater.
*(Andra Medda – giornalista)

 

03 – Giorgio Trucchi*: L’OFFENSIVA DI WASHINGTON CONTRO LE BRIGATE MEDICHE CUBANE

NEGLI ULTIMI GIORNI, CIRCA 170 MEDICI CUBANI HANNO LASCIATO L’HONDURAS, DOPO CHE L’ATTUALE GOVERNO DEL CONSERVATORE NASRY ASFURA HA DECISO DI NON RINNOVARE L’ACCORDO INTERISTITUZIONALE, FIRMATO DURANTE L’AMMINISTRAZIONE DELL’EX PRESIDENTE XIOMARA CASTRO E SCADUTO LO SCORSO 25 FEBBRAIO. UNA SCELTA CHE NON SORPRENDE E CHE LO STESSO ASFURA HA CATALOGATO COME “UNA DECISIONE DI POLITICA ESTERA”, VISTI I LEGAMI DI ESTREMA SUDDITANZA DELLA NUOVA AMMINISTRAZIONE HONDUREGNA NEI CONFRONTI DEGLI STATI UNITI E L’OFFENSIVA LANCIATA DA DONALD TRUMP CONTRO CUBA.

È proprio di questi giorni la disposizione del presidente ecuadoriano Daniel Noboa di rompere i rapporti diplomatici con la maggiore delle Grandi Antille ed espellerne il personale accreditato. Per promuovere “libertà, sicurezza e prosperità nella regione”, Noboa, Asfura e altri 10 presidenti latinoamericani allineati fedelmente agli interessi di Washington si riuniranno con Trump il prossimo 7 marzo. Limitare la presenza e l’influenza politica ed economica di Cina e Russia in America Latina, raccattare sostegno diplomatico (e logistico) all’ultima avventura trumpiana in Medioriente e rafforzare la “Dottrina Donroe” nel continente in vista delle elezioni in Colombia e Brasile, sembrano essere i veri obiettivi dell’incontro.
In questo contesto, l’attacco sistematico dei governi vassalli a Cuba assume una rilevanza particolare. Sgretolare la credibilità del lavoro svolto dalle brigate mediche in giro per il mondo diventa un tassello strategico per l’amministrazione Trump. Proprio per questo, lo scorso anno gli Stati Uniti hanno annunciato un ampliamento delle restrizioni sui visti a quelle persone che si beneficiano del presunto “sfruttamento del lavoro” dei medici cubani all’estero. Cuba è stata inoltre inserita in una lista nera di nazioni che non compiono gli standard minimi di lotta contro la tratta delle persone. Nel mirino ci sono lavoratori e funzionari del governo cubano e di quelle nazioni coinvolte in programmi legati alle missioni mediche.
Misure in perfetta continuità con le politiche adottate da Trump durante il suo primo mandato. Sono quasi 150 le disposizioni che hanno inasprito la famigerata Legge Helms-Burton. L’attacco alle brigate mediche non è altro che l’ennesimo tentativo di delegittimare il prestigio internazionale di cui gode uno dei bastioni della politica solidale della rivoluzione cubana. Si dà inoltre un’ulteriore spallata agli ingressi di divisa nell’isola.
Quattro sono i pilastri del servizio medico cubano verso l’estero: brigate mediche di risposta immediata (durante l’epidemia di Covid, la brigata Henry Reeve ha soccorso circa 1,26 milioni di persone in 40 nazioni), creazione di strutture sanitarie pubbliche all’estero, formazione medica per stranieri e cura di pazienti stranieri a Cuba.
Dal 1963, data d’inizio del lavoro delle brigate mediche, la patria di Martí ha mandato più di 400 mila tra medici e infermieri in 180 Paesi. Cuba investe ogni anno il 6,6% del Pil in concetto di assistenza ufficiale per lo sviluppo, la proporzione più alta al mondo. Se la compariamo con lo 0,39% della media europea e lo 0,17% degli Stati Uniti, abbiamo un’idea dell’enorme apporto realizzato nonostante l’asfissia del bloqueo statunitense. Prima della decisione di vari stati latinoamericani di fare a meno del sostegno medico cubano, le brigate operavano in circa 60 Paesi, più del 40% dei quali non pagava nulla per il sostegno ricevuto.
“La decisione del nuovo governo honduregno è in sintonia con la politica anti cubana di Washington e con l’ondata neoconservatrice nella regione. Questo mette in evidenza la mancanza d’indipendenza in politica estera del nuovo governo e pregiudica principalmente la popolazione più povera”, dice a Pagine Esteri, Dyron Roque Lazo, membro della Segreteria operativa di ALBA Movimientos.
Per il cattedratico ed educatore popolare, il provvedimento non tiene nemmeno in conto l’integralità dell’intervento realizzato, che non consiste solo nell’assistenza medica diretta alla popolazione, ma anche nell’offerta di borse di studio a studenti honduregni. “Purtroppo non è la prima, né sarà l’ultima volta che un governo asservito darà le spalle alla propria gente per garantire gli interessi statunitensi. Per questo noi condanniamo con forza tale decisione”.
Dall’aeroporto “Ramón Villeda Morales”, nel nord dell’Honduras, l’ambasciatore cubano Juan Loforte ha ricordato l’importante lavoro svolto dai membri della brigata medica, che durante i due anni di permanenza si sono distribuiti tra ospedali, cliniche e centri di salute in 17 dei 19 dipartimenti del Paese, realizzando circa mezzo milione di visite e almeno diecimila interventi chirurgici.
In particolar modo, il diplomatico ha voluto sottolineare quanto fatto con il programma Operación Milagro. “Sono state create cinque cliniche oftalmologiche, realizzando più di 40 mila visite specialistiche e almeno 7 mila operazioni”. Migliaia di persone con scarse capacità economiche, che devono fare i conti con una sanità estremamente deficitaria e che non hanno accesso a cliniche private in cui i costi di queste operazioni variano tra i 4500 e i 5700 dollari.
Per Amable Hernández, ex direttore dell’Istituto nazionale di previdenza sociale per i dipendenti pubblici, ente statale che insieme al ministero della Sanità, a quello di Progettazione strategica e all’Istituto di previdenza sociale del settore scolastico hanno firmato la convenzione biennale con Cuba, la decisione di non rinnovare l’accordo è totalmente assurda.
“Ogni centro oftalmologico ha la capacità di visitare dagli 80 ai 120 pazienti e di realizzare dalle 10 alle 15 operazioni al giorno, tutto completamente gratis. Quello che il governo dovrebbe fare è rinnovare l’accordo e mandare giovani medici honduregni a Cuba per specializzarsi in oftalmologia e creare risorse per il futuro. Qui non importa il colore politico o l’ideologia, ma il bene della gente. Chiudere queste cliniche è inumano, miope e attenta contro la salute visuale della popolazione”, assicura Hernández a Pagine Esteri.

Particolarmente aggressiva la campagna di disinformazione lanciata da settori legati al partito di governo, con il sostegno dei principali mezzi di comunicazione in mano alle grandi famiglie e ai gruppi di potere oligarchico, che sono arrivati addirittura a ipotizzare che i medici fossero “spie del regime cubano” o comunque persone strapagate che nulla avevano a che fare con la professione medica.
“Sono state inventate molte cose e ci dispiace. Quello che però è veramente importante è l’apprezzamento della gente per il lavoro svolto. Abbiamo sentito l’affetto, il sostegno e la solidarietà della gente e siamo orgogliosi di avere portato a termine la missione”, ha sottolineato l’ambasciatore Loforte.
Oltre all’Honduras, anche Guatemala, Paraguay, Bahamas, Guyana, Antigua y Barbuda, San Vicente y las Granadinas hanno iniziato il ritiro delle missioni mediche. In particolare, il governo “progressista” di Bernardo Arévalo in Guatemala ha annunciato la fine dell’accodo di cooperazione che data quasi 30 anni. Il progressivo ritiro dei 412 operatori sanitari cubani, di cui 333 medici, che lavoravano in 16 dei 22 dipartimenti, specialmente nelle zone rurali con un alto grado di inaccessibilità, dà l’idea del grado di subordinazione al governo statunitense.
“La relazione tra Cuba e Honduras è di vecchissima data. Qui si sono esiliati molti indipendentisti cubani e la presenza delle brigate mediche solidali risale agli uragani Fifi (1974) e Mitch (1998). Hanno salvato vite, hanno raggiunto le zone più isolate. Hanno svolto un lavoro impressionante. Non possiamo accettare che l’ingerenza straniera stronchi un’esperienza così importante per la nostra gente”, manifesta a Pagine Esteri, Erasto Reyes, presidente dell’Associazione di amicizia Honduras Cuba.
Negli ultimi 25 anni, i medici cubani hanno realizzato 30 milioni di visite, decine di migliaia di operazioni chirurgiche, di cui 80 mila interventi oftalmologici, e quasi 1700 giovani si sono laureati in medicina a Cuba.
“Condanniamo la decisione del signor Asfura che colpisce gli strati più poveri della popolazione. Condanniamo l’atteggiamento di totale sottomissione agli interessi di Washington. Rifiutiamo gli attacchi indiscriminati a Cuba, al diritto all’autodeterminazione dei popoli, all’uso di meccanismi di pressione per sottomettere chi non si adegua”, conclude Reyes.
*(Giorgio trucchi –

 

04 – Marco Santopadre *: GUERRA ALL’IRAN: UN TRUMP IN CONFUSIONE DIVIDE GLI STATI UNITI – NON SEMBRA CHE L’OPINIONE PUBBLICA STATUNITENSE – SEPPUR PER MOTIVI DIVERSI – ABBIA ACCOLTO CON ENTUSIASMO LA NUOVA AGGRESSIONE MILITARE CONTRO L’IRAN.

Un sondaggio condotto tra sabato e domenica da Reuters/Ipsos rivela che appena il 27% del campione è a favore dell’ennesima avventura militare, mentre il 43% si dichiara contrario e ben il 29% non si pronuncia. L’elemento ancora più interessante è che solo il 55% degli elettori repubblicani appoggia il presidente, mentre i democratici si dichiarano contrari al 74%. Il sondaggio evidenzia anche che per il 56% degli americani (il 23% dei repubblicani, l’87% dei democratici e il 60% dei cittadini non schierati) il tycoon è troppo propenso ad utilizzare la forza militare.
Un altro sondaggio, condotto da YouGov rileva un 34% di approvazione a fronte di un 44% di contrari. Tra i repubblicani il sostegno sale al 69%, ma tocca il fondo tra gli elettori democratici (10%) e tra gli indipendenti (20%). La metà degli intervistati afferma che potrebbe sostenere un’azione militare prolungata se si concludesse con l’imposizione di un governo filoamericano a Teheran o la fine del programma nucleare.
Anche una rilevazione della CNN, pubblicata ieri, ha evidenziato che il 59% del campione disapprova la guerra di Trump e il 60% non crede che il presidente abbia una strategia chiara.
A pesare sono vari fattori: l’infondatezza delle ragioni addotte per giustificare l’attacco, il pericolo di un’escalation che mandi di nuovo all’aria tutto il Medio Oriente e finisca per mettere a rischio gli interessi statunitensi, il rischio di un aumento record del prezzo degli idrocarburi, la possibilità di un alto numero di vittime tra i militari coinvolti.
Il prolungamento degli attacchi e l’allargamento del conflitto a tutto il Medio Oriente – già in atto dopo le rappresaglie iraniane contro le petromonarchie del Golfo e la decisione israeliana di bombardare il Libano – possono ridurre ulteriormente la quota di statunitensi propensi ad appoggiare Trump, il che potrebbe influire sull’appoggio ai repubblicani alle elezioni di medio termine previste per novembre.
Le contraddittorie dichiarazioni del presidente non contribuiscono di certo a rasserenare gli animi. Sabato il tycoon ha assicurato che gli attacchi sarebbero durati «due o tre giorni». Domenica, invece, al New York Times ha detto che gli Stati Uniti e Israele sono pronti a continuare i bombardamenti contro l’Iran «per quattro o cinque settimane». Ieri in un’altra dichiarazione, dopo aver detto che «l’azione militare andrà avanti finché sarà necessario» ha paventato la possibilità di una rischiosissima invasione di terra.
Anche rispetto alle motivazioni alla base dell’aggressione militare il team della Casa Bianca rimane sul vago. L’azione militare servirebbe, secondo Trump e i suoi, a provocare o a favorire un “regime change” a Teheran, indebolendo il regime e la sua struttura repressiva; di qui gli inviti, lanciati alla popolazione iraniana, ad “approfittare” del momento per cacciare gli ayatollah. Però in alcune dichiarazioni il presidente americano ha affermato di voler perseguire per l’Iran una strategia “alla venezuelana”, lasciando intendere che dopo l’uccisione di Khamenei e la decapitazione della direzione del regime Washington potrebbe permettere alle seconde file di governare il paese per conto degli Stati Uniti.

Le dichiarazioni sulla volontà di porre fine per sempre al programma nucleare iraniano ed impedire così che Teheran si doti di testate nucleari appaiono poi alquanto contraddittorie anche ai settori meno distratti dell’opinione pubblica interna, visto che lo stesso Trump aveva assicurato già nei mesi scorsi che i pesanti bombardamenti di giugno avevano completamente distrutto gli impianti necessari all’arricchimento dell’uranio.

Per cercare di convincere gli americani della bontà della propria azione, ieri Trump ha nettamente esagerato, affermando che «l’Iran è una minaccia colossale non solo per il Medio Oriente, ma anche per l’America, i suoi missili potrebbero raggiungere l’America. (…) Il regime possedeva missili capaci di colpire l’Europa e le nostre basi, e presto avrebbe avuto missili capaci di raggiungere la nostra splendida America».

Anche sul carattere “preventivo” dell’attacco israelo-statunitense a Teheran i dubbi sono diffusi, soprattutto dopo che domenica alcuni funzionari del Pentagono hanno ammesso, durante un briefing a porte chiuse al Congresso, che nessuna informazione di intelligence suggeriva che l’Iran avesse intenzione di attaccare le forze statunitensi schierate nella regione.
Non stupisce che Gideon Rachman, in un editoriale sul Financial Times, abbia scritto che il piano di Donald Trump per il futuro dell’Iran manchi di realismo e ignori le sanguinose lezioni apprese da Washington in Medio Oriente negli ultimi venti anni.
Anche il Washington Post ha dedicato un editoriale molto critico alla mossa della Casa Bianca. Secondo il quotidiano la decisione di imbarcarsi in una massiccia campagna di bombardamenti dell’Iran rappresenta «la decisione di politica estera più rischiosa» del mandato di Trump. «Il pericolo di lanciare bombardamenti senza portare a termine l’operazione è che i leader iraniani potrebbero diventare più determinati che mai a ottenere una bomba per scoraggiare futuri attacchi» afferma il WP. Se non ci sarà un’occupazione del paese, l’ipotesi più probabile è che il regime diventi ancora più repressivo e vendicativo, oppure che il paese di 93 milioni di abitanti «si frammenti lungo linee etniche» scatenando guerra civile e instabilità che potrebbero causare all’intervento degli eserciti dei paesi confinanti.
Trump ha messo in allarme ed ha scontentato anche una parte importante della base del “movimento Maga”, con alcune figure decisamente schierate a destra – da Tucker Carlson a Milo Yiannopoulos, da Cassandra McDonald a Nick Fuentes – che hanno descritto la decisione di bombardare l’Iran come “malvagia e disgustosa”, accusando il presidente di trascinare il paese in una guerra che obbedisce esclusivamente agli interessi di Israele.
L’ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene si è unita al coro di coloro che affermano di aver appoggiato Trump per avere “zero guerre e l’America first” e ora si ritrovano con un presidente attivo in un conflitto dietro l’altro.
Sui social circola un video di Charlie Kirk – l’influencer di estrema destra che dopo esser stato assassinato nel settembre del 2025 è entrato nel pantheon dell’alt right trumpiana – che prima di morire denunciava quella che definiva l’ossessione degli Stati Uniti per l’Iran «patologicamente malata». Altri ricordano quando Donald Trump – era il 2016 – prometteva ai suoi sostenitori che in caso di vittoria avrebbe smesso «di correre a rovesciare regime stranieri di cui non sappiamo nulla».
Oppure quando il presidente, lo scorso anno, esautorò il suo consigliere alla sicurezza John Bolton, accusandolo di tramare con gli israeliani per coinvolgere gli Stati Uniti in un conflitto con l’Iran che la Casa Bianca ha a lungo definito non prioritario e a rischio di scatenare la Terza Guerra Mondiale.
Anche alcuni parlamentari repubblicani come Rand Paul, non ostili di per sé alla scelta di Trump, rimproverano però al presidente di aver per l’ennesima volta iniziato una “guerra presidenziale” mettendo il Congresso davanti al fatto compiuto. Il senatore della “destra libertaria” Thomas Massie, invece, si è espresso apertamente contro la guerra. E non sono pochi coloro che accusano il tycoon di puntare più a farsi acclamare come eroe della storia americana che al benessere del paese.
La retorica sulla necessità di “liberare il popolo iraniano” utilizzata da Trump e dai suoi a molti degli ambienti reazionari che sostengono Trump sembra un’argomentazione propria dei Democratici e non in linea con le promesse “pacifiste” che durante la campagna elettorale del 2024 riuscirono a mobilitare milioni di elettori tradizionalmente non repubblicani. Molti dei suoi ormai ex sostenitori accusano “potus” di utilizzare la guerra contro l’Iran per distogliere l’attenzione dal suo coinvolgimento nei crimini di Jeffrey Epstein.
Il vicepresidente JD Vance e alcuni influencer dell’area Maga si stanno spendendo parecchio per convincere la base repubblicana che il conflitto durerà poco e non risucchierà gli Stati Uniti in un pantano prolungato e rischioso. Ma le continue giravolte di Trump e l’ammissione da parte del Pentagono che quattro militari statunitensi sono già morti stanno provocando nuovi allarmi.
Intanto al Congresso – in cui i due schieramenti sono divisi da pochi voti – la gestione delle autorizzazioni e dei finanziamenti militari diventa terreno di scontro. Nelle prossime ore infatti il Congresso dovrebbe votare una risoluzione sui poteri di guerra del presidente che stabilisce che Trump debba ottenere l’autorizzazione del parlamento prima di poter ordinare la continuazione delle azioni militari contro Teheran. Il testo è stato presentato da un deputato democratico della California, Ro Khanna, e dal repubblicano del Kentusky Thomas Massie.
Tra i Democratici – la maggior parte dei quali attacca la scelta bellicista di Trump esclusivamente per opportunità, essendo il partito all’opposizione – solo l’ala sinistra, rappresentata dal sindaco di New York Zohran Mamdani, dalle deputate Alexandra Ocasio-Cortez e Rashida Tlaib e dal senatore Bernie Sanders, critica l’intervento militare in sé. La maggior parte del partito contesta soprattutto l’esautoramento del parlamento. Ma c’è anche chi difende Trump, come l’influente senatore John Fetterman, molto vicino a Israele. – Pagine Esteri

* (Fonte: Pagine Esteri – Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica e movimenti sociali. Scrive anche di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria)

 

05 – Alessandro Volpi *: LA STRADA PIÙ PERICOLOSA: PERCHÉ DONALD TRUMP HA DECISO DI BOMBARDARE L’IRAN

IL PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI RICORRE ALLA RICETTA PIÙ TIPICA ED ESTREMA DEL CAPITALISMO: ARMI, GUERRE, ENERGIA E FINANZA, UNA SEQUENZA CON CUI L’AMMINISTRAZIONE CERCA DI SALVARE UN IMPERO IN PROFONDA CRISI FACENDO PAGARE IL CONTO A TUTTO IL PIANETA CON MORTI, DISASTRI AMBIENTALI E MOLTIPLICAZIONE DELLE DISUGUAGLIANZE. C’È DAVVERO POCO DA FESTEGGIARE. SOPRATTUTTO PER I DEBOLI INTERESSI ITALIANI. L’ANALISI DI ALESSANDRO VOLPI
Come avvenne per la guerra all’Iraq dove l’attacco fu motivato dal riarmo di Saddam Hussein, anche nel caso dell’Iran le motivazioni di Donald Trump sono legate al “pericolo” nucleare degli Ayatollah. I media italiani sono solerti nel credere a questa lettura, aggiungendovi le notazioni relative alla “lotta di liberazione” dei giovani iraniani. In realtà le cose sono diverse ed è necessario mettere in fila alcune riflessioni.
La prima: gli Stati Uniti stanno attraversando una profonda crisi legata alla debolezza del dollaro e alla difficoltà di collocare il proprio gigantesco debito federale di quasi 40mila miliardi di dollari. Per evitare la fuga dal dollaro e per trovare compratori del debito hanno la necessità di obbligare le petromonarchie ad accettare pressioni in tal senso. Nel 2025, infatti, i Paesi del Golfo hanno ridotto le proprie riserve in dollari e in debito Usa, comprando oro, che per la priva volta ha superato nei fondi sovrani e nelle banche centrali di quei Paesi la valuta americana. Si tratta di una situazione pericolosissima per la tenuta dei conti pubblici di Trump, che così rischia il default. In quest’ottica l’attacco all’Iran, la destabilizzazione dello Stretto di Hormuz, la prospettiva di condizionare quel transito in modo decisivo sono determinanti per riportare le petromonarchie sulla via della dollarizzazione esclusiva.

In secondo luogo, Trump ha deciso di puntare sui combustibili fossili per rilanciare la propria affannata economia. In questo senso, gli Stati Uniti devono avere il controllo di tutte le rotte petrolifere e gasiere, dal Mar Rosso a Suez e allo Stretto di Hormuz. Abbattere l’Iran significa togliere peso agli Houti e dunque normalizzare alcuni transiti, compreso Suez, decisivi per portare il gas “naturale” liquefatto (Gnl) ai Paesi europei che hanno sviluppato una dipendenza cruciale dopo le sanzioni alla Russia. Nella stessa logica poter piantare la bandiera americana su ogni area dove ci sono riserve energetiche ingenti, dal Venezuela all’Iran, dalla Groenlandia alla Nigeria, significa davvero dare un sottostante reale a un’economia che ormai non cresce più dell’1% e matura un duro scontro sociale interno.

Inoltre un clima di guerra nel Golfo sta facendo aumentare le commesse delle petromonarchie alle società statunitensi: Lockheed Martin, Northrop Grumman e L3Harris aumenteranno il volume delle loro commesse arabe e i loro titoli saliranno così come salirà il prezzo del petrolio. A beneficiarne saranno le note Big Three, BlackRock, Vanguard e State Street che sono i principali azionisti delle major delle armi e dell’oil&gas. In cambio i super fondi continueranno a comprare debito Usa, di cui detengono già circa il 40%.
Nella stessa logica si muove la speculazione sull’energia fossile. Il prezzo del petrolio, in poche ore, è schizzato a 80 dollari il barile e viaggia verso i 100 e quello del gas, ad Amsterdam, ha superato i 40 euro/MegaWattora perché la speculazione dei derivati si è messa subito in moto. La strategia di Trump è chiara: le operazioni in Venezuela, Nigeria e Iran servono a controllare le riserve petrolifere e a far salire i prezzi delle esportazioni degli Stati Uniti che ormai fondano gran parte della loro economia sui combustibili fossili. Il presidente usa la ricetta più tipica del capitalismo: armi, guerre, energia e finanza, una sequenza con cui cerca di salvare un impero in profonda crisi facendo pagare il conto a tutto il Pianeta con morti, disastro ambientale e moltiplicazione delle disuguaglianze.
In questo scenario, l’attacco all’Iran rientra nel progetto economico del “Grande Israele” che deve essere il perno della tenuta della dollarizzazione per tutta l’area mediorientale e il “socio” dell’amministrazione Trump nei grandi affari di quel perimetro secondo il modello del Board of Peace, vera sede domestica di gestione finanziaria ed economica del nuovo imperialismo.
Infine, è evidente che ormai Trump ha rotto ogni indugio e ha scelto la strada più pericolosa per tentare di salvare il capitalismo statunitense ricorrendo a piene mani allo strumento militare e scommettendo, come un giocatore d’azzardo, sulla mancata risposta degli altri soggetti internazionali. È sicuro, infatti, che l’Unione europea e i Paesi assoggettati, come l’Italia, non fiateranno, al di là di qualche inutile starnazzo, e spera che la Cina e la Russia non reagiscano o magari ne approfittino per accentuare le loro pressioni su aree di interesse specifico. Si tratta di una scommessa gravissima perché, almeno nel caso della Cina, la destabilizzazione dell’Iran non pare proprio accettabile.

DI FRONTE A TUTTO CIÒ L’INEFFABILE MINISTRO DEGLI ESTERI ANTONIO TAJANI HA DICHIARATO CHE GLI STATI UNITI E ISRAELE, CON IL LORO ATTACCO ALL’IRAN, HANNO “TUTELATO” TUTTI. ORA, A PROPOSITO DELLA TUTELA ITALIANA CI SAREBBE QUALCOSA DA ECCEPIRE, AL DI LÀ DELL’OBBROBRIO DELL’USO UNILATERALE DELLA FORZA.
L’Italia importa dal Qatar circa 6,5-7 miliardi di metri cubi di gas all’anno. In questo senso il Qatar rappresenta circa il 10-12% del fabbisogno totale di gas italiano ma la sua importanza è ancora maggiore se si considera solo quello liquefatto. Circa il 45% di tutto il gas liquefatto che arriva in Italia via nave proviene infatti dal Qatar (principalmente attraverso il terminale di Rovigo e, più recentemente, Piombino). Nel marzo 2026 il Qatar viene indicato come il primo fornitore assoluto di Gnl per l’Italia. L’area del Golfo (Iraq, Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi) fornisce poi una parte consistente delle importazioni di greggio, sebbene la Libia rimanga spesso il primo fornitore singolo. L’Iraq è diventato uno dei partner principali mentre Arabia Saudita e Kuwait forniscono quote variabili tra il 5% e l’8% ciascuno del greggio totale importato. Complessivamente, circa il 25-30% del petrolio importato dall’Italia proviene da Paesi che si affacciano sul Golfo Persico.
Alla luce di ciò mi sembra evidente che una guerra nell’area costerà decisamente molto al nostro Paese, a famiglie e imprese, perché impennerà il costo dell’energia, peraltro, oggetto, come è noto, di forti speculazioni finanziarie. Il prezzo del gas, infatti, che viene ancora definito ad Amsterdam, è probabile che lieviti, e venga reso ancora più alto dalla necessità italiana di approvvigionarsi sul mercato spot. Naturalmente, crescerà la quota di importazione dagli Stati Uniti, con un ulteriore aumento dei prezzi. Vale la pena ricordare infine che, sebbene l’interscambio sia diminuito drasticamente negli ultimi anni a causa delle sanzioni (attestandosi intorno ai 700 milioni di euro nel 2025), l’Italia resta il secondo partner commerciale dell’Iran in Ue dopo la Germania. Il ministro Tajani pare davvero aver un’idea confusa della “tutela degli interessi italiani”.
*(Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento. Il suo ultimo libro è “Nelle mani dei fondi” (Altreconomia, 2024)

 

06 – Luciana Cimino *: L’ECONOMIA FEMMINISTA “CURA” LA GUERRA – LOTTO SEMPRE INTERVISTA ALLA DOCENTE DELL’UNIVERSITÀ LA SAPIENZA DI ROMA, MARCELLA CORSI
«Il governo ha paura di modelli economici alternativi e li reprime, attaccando il corpo delle donne». Marcella Corsi, ordinaria di Economia politica presso l’università La Sapienza di Roma, tra le fondatrici della rivista inGenere.it e presidente della International association for feminist economics (Iaffe), spiega le ragioni della mobilitazione di questo fine settimana.
PERCHÉ SPECIFICARE CHE UNO SCIOPERO È FEMMINISTA?
Bisogna ricordare che l’otto marzo nasce da movimenti popolari, guidati dalle donne, in varie parti del mondo. Non è una festa: è una rivendicazione dei diritti delle donne, in particolare delle lavoratrici. La pratica dello sciopero oggi è più che mai necessaria a fronte di un attacco frontale a questi diritti. Basti pensare in Italia a quello che è successo con la mancata approvazione del congedo di paternità obbligatorio o al ddl Bongiorno sugli stupri, che è diventata una norma sul dissenso e non sul consenso. L’esempio islandese, dove i clamorosi scioperi delle donne nel 1975 e nel 2023 hanno portato a riforme importanti, dimostra come in realtà il lavoro, spesso invisibile, delle donne sia in grado di bloccare un Paese. A questo lavoro deve essere dato il valore che merita.
ANCHE GUARDANDO ALL’ESTERO LO SCENARIO È INQUIETANTE. NELLA PIATTAFORMA DI CONVOCAZIONE DELLO SCIOPERO IL TEMA DEL MILITARISMO È PREPONDERANTE.
Perché le guerre e le crisi fanno parte della logica del capitalismo, che è un sistema di produzione basato sullo sfruttamento e sulla disuguaglianza. È un sistema di potere per pochi contro i molti. I conflitti, come quelli attuali, sono strumentali al mantenimento di uno status quo e al perseguimento di nuove aree di profitto. Ci sarebbe da stupirsi di quanto siamo riusciti a stare in pace, eventualmente. Ma la pace si è ottenuta attraverso il diritto internazionale, quello che adesso viene calpestato dalle destre. Per avere la pace è fondamentale adottare un paradigma economico alternativo, come quello proposto dall’economia femminista, basato sui rapporti mutualistici, sulla cura intesa come un modo diverso di guardare alle relazioni fra gli esseri umani, come un «preoccuparsi per il mondo» nel suo insieme.
Negli ultimi anni i governi e le organizzazioni transnazionali hanno presentato l’economia di guerra come inevitabile.
Ci sono diverse pratiche di economia femminista realizzate nel mondo, dal Sud America all’India, che confermano che un diverso modo di fare economia è possibile. Sono appena tornata dall’Argentina dove ho incontrato cooperative di donne attive nei quartieri periferici di Buenos Aires in grave disagio economico e sociale. Ci si aspetterebbe di trovare una logica puramente di conflitto, dove le persone competono per le poche risorse disponibili; invece le donne si sono organizzate per gestire i servizi per la comunità, come la raccolta dei rifiuti, trovando anche una fonte di reddito. Sono forme di economia mutualistica che partono dal basso e che però devono essere sostenute dalle istituzioni. Ci deve essere un ruolo proattivo dello Stato che permetta un modello diverso di interrelazione fra gli esseri umani basato sulla cura.
IN ITALIA SAREBBERO POSSIBILI ESPERIENZE COME QUESTE?
Certo e ci sono anche state. Ma ci sono due questioni che si intrecciano: la mancanza di spazi sociali e la repressione. I modelli sociali ed economici alternativi nascono purché ci siano gli spazi per gestirli. In Italia mancano luoghi dove incontrarsi e organizzarsi. L’attacco delle destre ai centri sociali, ultimi in ordine di tempo il Leoncavallo a Milano, Askatasuna a Torino e Spin lab a Roma, così come quelli ai comitati di quartiere, come il Quarticciolo nella capitale, o il decreto Caivano, stanno peggiorando la situazione. Il governo Meloni cerca di vendere gli sgomberi come lotta all’illegalità ma la popolazione che ha convissuto con queste realtà per decenni, frequentando le palestre popolari e i servizi per le famiglie o i banchi alimentari durante la pandemia, sanno benissimo che non sono dei luoghi di malaffare ma di benessere. Anche i decreti sicurezza che colpiscono il dissenso fanno parte di questo disegno e sono la controprova che le destre hanno paura di queste forme di economia alternativa. Sanno che sono possibili ma che non sono sicuramente in linea con la logica capitalista o neoliberale.
ALLO SCIOPERO TRANSFEMMINISTA HANNO ADERITO ANCHE DIVERSI SINDACATI, IN PARTICOLARE QUELLI DEI SETTORI DELLA SCUOLA E DELLA CONOSCENZA E QUELLI DEL TERZIARIO. NON È UN CASO.
Sono i settori in cui c’è la maggiore concentrazione di donne: l’istruzione lo è da sempre anche per fenomeni di segregazione formativa. E sono anche quelli che hanno subito pesantemente le scelte politiche degli ultimi decenni. La ricerca e la scuola sono stati molto attaccati da questo governo e non troppo sostenuti da quelli precedenti. Il terziario sta subendo ancora i contraccolpi della pandemia, il lavoro che si è ricreato nel frattempo è soprattutto precario e iper femminilizzato, nel senso di non dignitoso. Quindi hanno tutti i motivi per scioperare e per farlo l’otto marzo.
*(Luciana Cimino – giornalista. Ha lavorato per lunghi anni all’Unità e scritto per diversi giornali. Oggi si occupa di comunicazione e di qualità dell’informazione nella più importante agenzia italiana: HDRÀ.)

 

07 – Claudia Fanti*: UN ASSALTO TIRA L’ALTRO: «POI TOCCHERÀ A CUBA, SONO I SUOI ULTIMI MOMENTI» – AMERICA LATINA IL TYCOON RIUNISCE A MIAMI LEADER E AMICI LATINO-AMERICANA – UNA GUERRA SENZA PRECEDENTI: AUMENTANO GLI OBIETTIVI, CALANO LE DIFESE
Dopo l’Iran «cadrà anche Cuba», ha dichiarato Trump a Politico, già pregustando il momento – «la ciliegina sulla torta» – in cui potrà usare anche nei confronti dell’isola le parole impiegate nella stessa intervista per descrivere l’«ottimo rapporto» con il nuovo governo venezuelano: sotto la sua tutela, «il Venezuela sta andando alla grande» e «Delcy Rodríguez sta facendo un lavoro fantastico» e per di più riconoscente.
Il presidente americano lo ha ripetuto anche ieri davanti ai capi di stato “amici” dell’America Latina che ha riunito nel suo golf resort di Miami per l’iniziativa Shield of The Americas, il misterioso gruppo di appoggio anche militare “per la sicurezza dell’emisfero occidentale” (ma più che altro contro le penetrazioni economiche della Cina) alla cui guida sarebbe destinata l’appena licenziata boss della sicurezza interna Kristi Noem: «Cuba è arrivata agli ultimi momenti di vita», ha detto Trump ai vari Milei, Bukele, Noboa, Klast e un’altra decina di leader di destra del subcontinente.
Che il destino dell’Avana sarà lo stesso di quello di Caracas – dopo aver «tagliato tutto il petrolio, tutto il denaro, tutto ciò che arrivava dal Venezuela, che era l’unica fonte» – Trump ne è sicuro: «Hanno bisogno di aiuto. Vogliono un accordo». Sarebbe stato proprio questo, secondo quanto riferito da una nota dell’ambasciata statunitense, il tema di una riunione con i vertici della chiesa cattolica sostenuta venerdì dal coordinatore per gli Affari cubani del Dipartimento di Stato Rob Allison e dal capo della missione diplomatica Usa a L’Avana Mike Hammer: nel corso del colloquio, si legge nella nota, «si è discusso degli aiuti umanitari dell’amministrazione Trump che la Caritas continua a distribuire nelle province orientali e della necessità che si produca un cambiamento che migliori la situazione di Cuba».
Un cambiamento richiesto anche nelle proteste registrate venerdì notte in varie zone dell’isola, compresa L’Avana, in mezzo ai prolungati blackout che colpiscono gran parte del paese.
È all’opera, tuttavia, anche la giustizia. Dopo il procedimento penale avviato nei confronti di Nicolás Maduro, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, secondo quanto rivelato dal Washington Post, avrebbe costituito un gruppo di lavoro incaricato proprio di esaminare possibili accuse federali contro funzionari del governo cubano: un altro passo verso il tanto agognato “regime change”.
E se il coinvolgimento del Dipartimento del Tesoro nel nuovo gruppo di lavoro potrebbe addirittura indicare l’arrivo di ulteriori sanzioni, lo strangolamento economico ed energetico dell’isola prosegue speditamente. Sotto le pressioni statunitensi, infatti, dopo la Guyana, le Bahamas, Antigua y Barbuda, il Guatemala e l’Honduras, anche la Giamaica ha comunicato mercoledì scorso la decisione di rescindere l’accordo di cooperazione sanitaria in vigore da decenni con Cuba, rispedendo a casa loro 277 professionisti della salute cubani che operavano nel paese.
Una decisione che segue di poco l’appello alla solidarietà espresso dal primo ministro della Giamaica Andrew Holness durante la riunione della Caricom, la Comunità dei Caraibi, lo scorso febbraio a Georgetown, quando aveva esortato ad affrontare «la situazione a Cuba con chiarezza e coraggio», ricordando come «i suoi medici e i suoi insegnanti» abbiano «prestato servizio in tutta la regione».
I frutti di tale servizio hanno lasciato un segno profondo sul sistema sanitario della Giamaica: negli ultimi 30 anni, come ha ricordato in un comunicato il ministero degli esteri di Cuba, i medici cubani avrebbero assistito più di 8 milioni di pazienti, effettuato quasi 75mila interventi chirurgici, assistito oltre 7mila parti e aiutato circa 25mila persone a recuperare o migliorare la vista, rimanendo al loro posto, dopo il passaggio dell’uragano Melissa nell’ottobre del 2025, anche per più di 72 ore consecutive in attività di assistenza medica.
*(Fonte: Il Manifesto – Claudia Fanti. Giornalista, scrive soprattutto di America Latina. Da più di 20 anni scrive sul settimanale Adista e collabora con il Manifesto e con altre testate.)

 

08 – Marina Catucci*: GIUSTIZIA ALLA TRUMP: «ORA L’IRAN È IL PERDENTE DEL MEDIO ORIENTE» – LA GUERRA GRANDE UN REPORT DELL’INTELLIGENCE USA PRECEDENTE ALLA GUERRA DEFINISCE «IMPROBABILE» UN CAMBIO DI LEADERSHIP. TORNANO I MEME DELLA CASA BIANCA: VIDEOGIOCHI, SPORT E FILM DI HOLLYWOOD USATI PER UNA CAMPAGNA COMUNICATIVA CRUDELE E PROPAGANDISTICA.

Nella mattina di sabato Donald Trump ha usato ancora una volta la sua piattaforma Truth Social per parlare di piani bellici e annunciare l’intenzione di lanciare nuovi attacchi contro l’Iran. «Oggi l’Iran sarà colpito molto duramente! A causa del suo pessimo comportamento, aree e gruppi di persone che fino a questo momento non erano stati considerati come obiettivi sono stati seriamente presi di mira».
IL PRESIDENTE Usa si è poi attribuito il merito della nuova linea annunciata da Teheran, che ha dichiarato di non voler più sferrare attacchi contro paesi vicini. Su Truth ha scritto che questa scelta «è stata adottata solo a causa dell’incessante attacco degli Stati uniti e di Israele». «È la prima volta in migliaia di anni – ha proseguito – che l’Iran perde contro i paesi mediorientali circostanti. Loro hanno detto: “Grazie, Presidente Trump”. Io ho risposto: “Prego!”. L’Iran non è più il “bullo del Medio Oriente”, è invece il “perdente del Medio Oriente”, e lo sarà per molti decenni, finché non si arrenderà o, più probabilmente, crollerà completamente».
Gli obiettivi della Casa bianca restano gli stessi: resa incondizionata dell’Iran e cambio di regime sotto supervisione americana. Il secondo obiettivo, però, potrebbe rivelarsi ancora più difficile del primo. Un rapporto classificato del National Intelligence Council (Nic), visto dal Washington Post, conclude infatti che anche un attacco militare statunitense su larga scala difficilmente riuscirebbe a rovesciare la radicata leadership clericale e militare del Paese. La valutazione solleva dubbi sulla capacità di Washington di rimodellare con la guerra l’ordine politico iraniano.
IL RAPPORTO è stato completato prima che Stati uniti e Israele iniziassero le operazioni militari e prende in esame diversi scenari: dall’eliminazione mirata dei vertici iraniani a un attacco più ampio contro l’intera leadership e le istituzioni statali. In entrambi i casi l’intelligence americana ha scritto di ritenere probabile che le strutture della Repubblica islamica riescano a sopravvivere anche all’uccisione della Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, mantenendo la continuità del potere. Secondo il documento, i meccanismi di successione della Repubblica islamica sono stati concepiti proprio per garantire la stabilità del sistema in caso di morte della Guida suprema. I funzionari a conoscenza del rapporto che hanno parlato al Washington Post, hanno spiegato che l’establishment religioso e militare iraniano reagirebbe seguendo protocolli precisi, pensati per preservare la struttura e l’autorità del regime. La possibilità che la frammentata opposizione iraniana riesca a prendere il controllo del Paese è definita «improbabile».
IL NIC RIUNISCE analisti veterani incaricati di produrre valutazioni super partes che sintetizzano il lavoro delle 18 agenzie di intelligence statunitensi, e la valutazione è stata ultimata circa una settimana prima dell’inizio della guerra. La Casa bianca non ha chiarito se il presidente fosse stato informato di questa analisi prima di autorizzare l’operazione militare, che ha ritenuto opportuno annunciare sulle note della Macarena.
Fin dall’inizio del conflitto anche il linguaggio della guerra ha subito una trasformazione. I toni diplomatici sono scomparsi, sostituiti da quella che molti osservatori definiscono una «meme war»: una strategia di propaganda che usa meme, video virali, estetica da videogame e riferimenti alla cultura pop per raccontare e promuovere la guerra sui social, così come è stato fatto per la «Grande deportazione» o contro i manifestanti di No Kings.
Non si tratta di contenuti spontanei prodotti dagli utenti, ma di una narrazione costruita e amplificata dall’apparato comunicativo della Casa bianca e del Pentagono. L’amministrazione Trump diffonde clip e montaggi che mescolano filmati di bombardamenti, musica pop, scene da videogiochi e personaggi della cultura pop statunitense, da Gta a SpongeBob, trasformando l’operazione militare contro Teheran in contenuti virali elementari pensati per TikTok, X e Instagram.
L’OBIETTIVO è duplice: controllare la narrazione del conflitto, presentando le operazioni militari come uno spettacolo eroico, e mobilitare l’ecosistema digitale trumpiano, abituato a comunicare attraverso meme, ironia, crudeltà e cultura internet. La deriva è arrivata al punto che l’attore Ben Stiller ha chiesto alla Casa bianca di rimuovere una clip del suo film satirico Tropic Thunder, utilizzata in un video promozionale dell’attacco all’Iran. «La guerra non è un film», ha scritto Stiller su X dopo che l’account ufficiale della presidenza aveva diffuso un montaggio intitolato Giustizia all’americana, in cui mescolava immagini reali di bombardamenti con scene hollywoodiane.
*(Marina Catucci –

 

09 – Antonio Martone *: L’IRAN PRESO SUL SERIO – L’URTO BELLICO SCATENATO DALLE FORZE ISRAELO-AMERICANE SULL’IRAN AGISCE SU UNA REALTÀ CHE NON È SOLO GEOGRAFICA O MILITARE MA PROFONDAMENTE STORICO-TEMPORALE.

Quando le bombe impattano sul suolo iranico, stanno penetrando in una materia storico-culturale che ha sedimentato la propria coscienza attraverso duemila anni di invasioni e rinascite. La geopolitica dell’altopiano è inseparabile dalla sua geologia: una fortezza di cinquemila metri di altitudine media che ha costretto ogni potere centrale, dai Sasanidi ai Pasdaran, a sviluppare una psicologia della resilienza come struttura antropologica prima ancora che strategica. L’Iran abita lo spazio come una missione ontologica, percependo sé stesso come il custode di una luce civilizzatrice assediata dalle tenebre esterne del caos – quel concetto archetipico di Aniran che oggi assume le forme del Pentagono o del Mossad, così come in passato avevano preso le fattezze di Gengis Khan o delle compagnie petrolifere britanniche: una topologia del nemico cosmico che ogni generazione riscrive con i materiali del proprio presente.
Questa topologia non è soltanto una metafora: è una teologia millenaria che ha attraversato ogni mutazione religiosa della civiltà iranica senza mai abbandonare la propria struttura profonda. Tutto comincia con Zarathustra – probabilmente tra il XIV e il X secolo avanti Cristo – e con la sua rivelazione di un cosmo spezzato in due principi irriducibili: Ahura Mazda, il Signore Saggio della luce, e Angra Mainyu, lo spirito distruttivo delle tenebre. Questa frattura ontologica non è affatto un mito tribale ma una cosmologia sistematica, la prima nella storia umana a concepire il tempo come dramma morale orientato verso una fine – il Frashokereti, la rinnovazione finale del mondo.
Dall’Avesta zoroastriano discendono, per ramificazione e sincretismo, le grandi correnti spirituali che attraverseranno l’Iran per millenni: il mitraismo, culto solare del patto e della luce che risalirà con le legioni romane fino alle rive del Reno; lo zurvanismo, che eleva il Tempo assoluto a principio supremo al di sopra degli stessi dei; e soprattutto il manicheismo, la sintesi più audace dell’antichità, con cui Mani nel III secolo fonde il dualismo zoroastriano con il cristianesimo gnostico e il buddhismo indiano in un sistema universale di salvezza – perseguitato da Roma, da Bisanzio, dai sasanidi stessi, e tuttavia capace di sopravvivere per secoli dall’Africa settentrionale alla Cina. Quando nel VII secolo le armate arabe spazzano via il regno sasanide e portano l’islam sull’altopiano, non trovano un vuoto spirituale: trovano una civiltà religiosamente ipersatura, abituata da mille anni a pensare la storia come conflitto cosmico, la sofferenza come prova e il tempo come freccia escatologica. L’islam non sostituisce questa struttura: ma tende ad abitarla. La teologia sunnita, razionalista e giuridica, non basta alla sensibilità iranica. È lo sciismo – con il suo culto del martire Husayn a Karbala nell’anno 680, con la sua dottrina dell’Imam nascosto che attende di ritornare per compiere la giustizia finale – a fornire il contenitore perfetto in cui la vecchia escatologia zoroastriana si riversa sotto nuovi nomi. Ahura Mazda diventa Allah; Angra Mainyu diventa Yazid, poi il colonialismo, poi l’Occidente; il Frashokereti diventa il ritorno del Mahdi. I filosofi islamici iraniani – Avicenna, Suhrawardi con la sua Hikmat al-Ishraq, la Sapienza dell’Illuminazione – reintroducono attraverso il pensiero greco e neoplatonico esattamente la metafisica della luce che il profeta Zarathustra aveva predicato sulle steppe. La rivoluzione del 1979 non è dunque un’anomalia: è l’ultima metamorfosi di questa struttura, il momento in cui la teologia del martirio e dell’attesa si converte in tecnologia del potere. E oggi, sotto i bombardamenti, quella struttura si prepara forse a un’altra trasformazione.

La stratificazione millenaria rende l’attuale campagna militare un’operazione paradossalmente molto superficiale. Se l’obiettivo occidentale è il cambio di regime, esso ignora che l’identità iranica è un organismo che vive di inabissamenti e riemersioni: non continuità lineare ma persistenza attraverso la discontinuità, come una vena carsica che scompare e riemerge seguendo una logica interna che la superficie non rivela. La struttura burocratica e il senso dello Stato in Iran precedono l’Islam di secoli e sopravvivranno alla sua attuale forma politica. Esiste una continuità invisibile che lega l’efficienza dei satrapi achemenidi alla rete capillare di potere che oggi coordina la resistenza dall’Iraq allo Yemen. Questa “profondità strategica” non è un’invenzione dei generali di Teheran, ma la proiezione naturale di una cultura che ha considerato l’Asia Centrale e la Mesopotamia come il proprio spazio di influenza molto prima che esistessero gli stati che oggi vi insistono – un’area dove la lingua persiana è stata per secoli il veicolo della diplomazia, del pensiero scientifico e della poesia di corte. Recidere questi legami con il fuoco significa tentare di cancellare una forza storica che la storia ha strutturato e rinnovato per via di scambi, conversioni e sincretismi che nessuna mappa militare riesce a perimetrare.

L’Iran è il perno su cui ruota l’intero destino dell’Eurasia multipolare. Per Pechino e Mosca rappresenta il bastione che impedisce all’egemonia marittima euro-atlantica di chiudere il cerchio attorno al supercontinente, il nodo vivo del corridoio Nord-Sud e della Nuova Via della Seta. Il bombardamento in atto è dunque un tentativo di chirurgia geopolitica volto ad asportare questo perno. Tuttavia, chi compie questo gesto sottovaluta la capacità iranica di trasformare il trauma in risorsa identitaria. Nello sciismo – che è la veste mistico-politica assunta dalla persianità negli ultimi cinque secoli – il martirio non è una sconfitta, ma piuttosto un atto di fecondazione storica, una teologia del differimento che converte la perdita in riscatto futuro. Ogni esplosione rischia di risvegliare un nazionalismo metafisico ancora più cupo e compatto, capace di produrre ciò che si potrebbe definire una tecnocrazia del sacro: una forma di governo in cui la legittimazione religiosa, progressivamente svuotata dei suoi contenuti dogmatici più esposti alla critica, si converte in un dispositivo di mobilitazione collettiva al servizio di uno Stato tecnico-militare. Non più un clero che governa in nome di Dio, ma un’élite tecnocratica che usa la grammatica del sacro – il martirio, la persecuzione, l’attesa escatologica – come architettura del consenso e collante identitario. È lo sciismo senza teologia, o meglio: è la teologia ridotta a ingegneria sociale, la cui efficacia non dipende più dalla fede dei governanti ma dalla sua capacità di strutturare l’esperienza collettiva del nemico e del sacrificio. Quest’eventualità sarebbe, per paradosso, più pericolosa e più duratura dell’attuale Repubblica Islamica: un autoritarismo che ha imparato a fare a meno del sacro come contenuto ma conservandolo come forma.

Il calcolo strategico del bombardamento contiene però un’ironia che nessun targeting committee sembra aver incorporato nei propri modelli. L’Iran è un moltiplicatore di instabilità la cui distruzione parziale genera esternalità che ridisegnano l’intero sistema. Lo Stretto di Hormuz – attraverso cui transita circa il venti per cento del petrolio mondiale – non è una variabile neutrale: nelle mani di un Iran integro che vuole vendere idrocarburi è un corridoio commerciale; nelle mani di un Iran ferito, sanzionato, già espulso dal sistema finanziario internazionale, diventa l’unica leva rimasta, l’arma di chi non ha più nulla da perdere sul piano economico ma può ancora trasformare la propria agonia in crisi energetica globale. Pechino legge questa geometria con la freddezza di chi ha firmato nel 2021 un accordo di cooperazione venticinquennale con Teheran proprio per blindare le proprie forniture energetiche – e vede quella blindatura saltare. Il danno cinese, tuttavia, non è solo petrolifero ma infrastrutturale. Il corridoio Nord-Sud, la rete ferroviaria e portuale che collega la Russia all’Oceano Indiano passando per il nodo iraniano, è uno dei pilastri materiali dell’ordine eurasiatico alternativo a quello atlantico. Senza l’Iran, quella rete si interrompe; e Pechino, che in quel progetto ha investito capitali e visione strategica, percepisce il bombardamento come un attacco alle proprie stesse infrastrutture. C’è infine il livello più sottile, e più paradossale: ogni giorno di guerra nel Golfo non blocca il progetto multipolare ma urgentizza. Quando il petrolio mediorientale diventa instabile e continua a essere prezzato in dollari, la Cina accumula incentivi crescenti a costruire circuiti alternativi – yuan digitale, accordi bilaterali, borse energetiche fuori dal sistema SWIFT. Washington crede forse di colpire l’Iran ma sta accelerando la propria marginalizzazione monetaria. E ogni giorno di conflitto nel Golfo è un argomento in più nei dossier cinesi interni per fare ciò che stava già facendo – solo prima, e con maggiore determinazione.

C’è poi la questione nucleare, ineludibile perché rappresenta la soglia oltre la quale tutti i ragionamenti sulla resilienza diventano secondari. L’Iran ha osservato attentamente i destini di Iraq, Libia e Ucraina – tre Stati che hanno rinunciato o non hanno mai posseduto la deterrenza nucleare – e ha tratto la lezione che nessun trattato internazionale ha potuto confutare: la bomba è una polizza assicurativa contro la sovversione del regime. L’attuale attacco israelo-americano, lungi dal ritardare questa logica, potrebbe rappresentarne l’accelerazione definitiva. Un Iran che sopravvive all’urto senza avere la bomba impara che deve averla; un Iran che nel tentativo di ottenerla viene ulteriormente colpito impara che deve ottenerla prima e più in fretta. Questa spirale è la struttura elementare della deterrenza applicata a un attore che ha già dimostrato di sapere attendere decenni per conseguire i propri obiettivi strategici. Il paradosso finale della campagna aerea, dunque, è che essa potrebbe produrre esattamente il risultato che dichiara di voler impedire – e farlo in condizioni di urgenza e clandestinità che renderebbero la risposta della comunità internazionale strutturalmente tardiva e potenzialmente rischiosa.
La resilienza iraniana è dunque un pattern storico che si è realizzato in condizioni specifiche: pressione graduale, conservazione dell’élite, integrità territoriale sufficiente. Esistono almeno tre scenari in cui il meccanismo di trasformazione di cui ho parlato potrebbe non attivarsi. Il primo è la frammentazione etnica: se il conflitto prolungato dovesse alimentare le forze centrifughe curde, beluche o azere fino alla disgregazione del tessuto statale, la vena carsica non riemergerebbe – si disperderebbe in rivoli. Il secondo è la distruzione della classe tecnica: campagne aeree mirate sulle infrastrutture universitarie e industriali potrebbero produrre una fuga di cervelli irreversibile, privando il sistema della sua capacità rigenerativa interna. Il terzo, forse il più sottile, è l’erosione della narrativa del martirio dall’interno: se una generazione sufficientemente ampia, stanca di essere combustibile di una storia che non la rappresenta, rifiutasse il contratto simbolico su cui si fonda la tecnocrazia del sacro, il sistema perderebbe la sua materia prima più preziosa.
Ed è qui che l’analisi deve cedere la parola, consapevolmente, al riconoscimento che le realtà storiche eccedono il linguaggio della previsione e reclamano quello dell’attesa. L’Iran ha sempre civilizzato i propri conquistatori. Ha assorbito l’Islam trasformandolo in una raffinata metafisica filosofica; ha assorbito i mongoli trasformandoli in mecenati dell’arte e dell’architettura. Non è una garanzia questa. È una costellazione, un pattern che si è ripetuto abbastanza da diventare quasi strutturale, pur restando nella sua essenza contingente. L’attuale aggressione, nel tentativo di risolvere il “problema iraniano”, potrebbe finire per generare l’ennesima metamorfosi di questa civiltà camaleontica: uno Stato che può usare le macerie del bombardamento come fondamenta di un nuovo ordine asiatico, che parla il linguaggio della modernità nucleare con l’accento arcaico dei sovrani guerrieri di Persepoli. L’Iran non è un attore che si può eliminare dal palcoscenico della storia perché ha funzionato storicamente come palcoscenico: una piattaforma di sintesi e di trasformazione che ha visto tramontare tutti gli imperi che hanno cercato di domarlo. Sotto i bagliori delle esplosioni, ciò che forse attende l’Iran è soltanto una prossima pelle. Quale sarà, dipenderà da variabili che nessun bombardiere può calcolare: la volontà delle generazioni che sopravvivranno, la qualità dei loro tradimenti e delle loro fedeltà, e quella capacità tutta iranica di fare della propria ferita una forma oscura ma tenace di autoconoscenza.
*(Antonio Martone insegna Filosofia politica presso l’Università di Salerno. Ha partecipato con numerose voci all’Enciclopedia del pensiero politico, a cura di R. Esposito e C. Galli.)

 

10 – RITRATTO DI FAMIGLIA: TRUMP, EPSTEIN E LA SILICON VALLEY – TRA CONTROLLO DEI CORPI E NUOVO ORDINE TECNOLOGICO.TRUMP POCHI GIORNI FA AL CONGRESSO HA SNOCCIOLATO UNA SERIE DI ORPELLI DISCORSIVI PER DIMOSTRARE CHE TUTTO STA PROCEDENDO PER “RENDERE L’AMERICA ANCORA GRANDE”

Dalla colpa agli immigrati per i crimini più efferati, al finto miglioramento dei prezzi sulle merci per gli americani grazie ai famosi dazi, sino a dirsi immune e ignaro di essere all’interno degli Epstein Files, negando la parola di una delle donne violentate dallo stesso di cui in questi giorni si sono magicamente perse le documentazioni. In questo show utile a camuffare la poca soddisfazione per la sua politica interna in vista delle elezioni di midterm non ha esitato a dare certezze sul prossimo obiettivo strategico, l’Iran, realizzato prontamente nei giorni successivi con l’avvio di una guerra diretta da parte di Usa e Israele.

Francesco Dall’Aglio commenta così la conferenza di Monaco per la sicurezza di qualche settimana fa: “è stata, in linea di massima, un gran circo con pochi acrobati e moltissimi clown. I clown non devono però distrarci dalle conclusioni alle quali i nostri leader sono giunti, ovvero che l’Occidente, qualsiasi cosa intendiamo con questo termine, è nei guai. Questa non è una novità ma è sicuramente un problema, e non solo perché in Occidente ci viviamo pure noi: è un problema perché ormai è chiaro che l’unico modo di venirne fuori è la guerra, non quella che la Russia, la Cina e gli altri cattivi faranno a noi, perché non hanno né necessità né intenzione né mezzi per farla, ma quella che noi faremo a loro e per la quale stiamo preparando la nostra opinione pubblica, la nostra legislazione, la nostra economia.” E poi continua elencando i motivi dei guai dell’Occidente: la scarsità di risorse e dunque il colonialismo come strumento adottato su più livelli; la pavida rincorsa alle indicazioni dell’imperialismo USA, tradotto in una sorta di continuo punzecchiamento nei confronti di Russia, Cina e Iran – Paesi che due su tre hanno l’arma atomica.

La strategia di mettere in campo i proxy disponibili a giocare la battaglia occidentale, di colpire economicamente a furia di sanzioni, provocando o curvando “rivoluzioni colorate” non sta funzionando più. A forza di sopravvalutarsi non sembra più essere possibile per l’Occidente nascondere i guai sotto il tappeto, mentre si protrae la guerra in Europa in modo da ristrutturare l’industria bellica con l’obiettivo di risollevare l’economia e si sostanzia il tutto con leva obbligatoria e propaganda, i guai vengono allo scoperto.

La vicenda degli Epstein Files è indicativa in questo senso: un primo dato è l’aver sbattuto in faccia ancora una volta a tutto il mondo la profonda natura patriarcale su cui si fonda e si è sempre fondato il sistema capitalista. Il modo di produzione capitalista non è solo il rapporto sociale di classe: per funzionare ha bisogno di articolarsi e integrare a suo beneficio altri rapporti di dominazione, in particolare di genere e di razza. Questi, oltre a prendere la forma di processi di estrazione di valore economico, vengono amplificati da relazioni sociali (e culturali) di oppressione e violenza. Il dominio maschile è strutturalmente funzionale al capitalismo, così come il dominio basato sulla razza.

Il secondo dato è la normalizzazione: per quanto si sia sviluppato un sentimento di scandalo diffuso, di fatto la reazione maggioritaria è che in qualche modo ci si aspettava una simile situazione. Non per altro dimensioni che dall’alto vengono definite complottiste prefigurano in maniera piuttosto esplicita una sorta di élite globale che, facendo uso di violenze, stupri, manipolazione dell’informazione e, di conseguenza, delle menti, domini il mondo.

In questa vicenda sono due gli attori principali: in primis, i grandi gruppi di potere occidentali che siano sovranisti, MAGA, laburisti, progressisti poco importa, il risultato è una sorta di partito in cui l’unica rigidità da rispettare è mantenere il potere; in secundis, il vassallo dell’imperialismo americano in Medio Oriente, Israele.

Si evincono senza fatica i rapporti stretti, simbiotici, speculari tra Epstein e la genealogia Maxwell con Israele, tramite il rapporto con Ehud Barak, massima espressione dell’apparato militare israeliano con il quale il nesso operativo si consolidò nel dominio della cybersecurity. Per esempio, sfogliando i file qui si evince che Epstein finanziò Carbyne, una tecnologia avanzata per identificazione di soggetti, e in generale finanziò gran parte dell’investimento milionario formalmente intestato a Barak. Tale assetto ha garantito a Israele il controllo su infrastrutture civili estere. Barak è una figura piuttosto centrale dato che è il carnefice di Virginia Giuffre, la prima vittima di Epstein che, dopo essere stata violentata e dopo aver denunciato Epstein è “morta suicida”, come riporta un articolo del Fatto Quotidiano. Al padre di Ghislaine Maxwell, complice di Epstein, come racconta Lavinia Marchetti qui, vennero riservate in Israele esequie equiparate a un saluto di Stato, funerali che vengono riservati agli eroi nazionali anche secondo il Washington Post.

Un elemento che apparentemente risulta poco concreto ma che invece è il cuore di come il sistema capitalista intende aggiornare il suo progetto è il ruolo della scienza.

Se da un lato, il capitalismo attuale mostra tutti i suoi aspetti più beceri, bassi, sporchi dall’altro, investe e punta all’innovazione scientifica e tecnologica come il cavallo di battaglia che ne garantirà la fuoriuscita dalla crisi in cui si trova. Non a caso l’imperialismo statunitense gioca con la narrazione del monopolio cinese che rischia di superarli nell’ambito dell’innovazione tecnologica contribuendo al clima di scontro imminente e per agevolare strette di politica economica.

Infatti, nei Files ciò che risulta inaspettato nella sua concretezza è il legame di Epstein, dunque del coagulo di potere che ha rappresentato e a cui ha permesso di riprodursi, con scienziati e teorici sul tema dello sviluppo cognitivo, del controllo della popolazione e del fascismo, come ad esempio Joscha Bach di cui vi è traccia in questa cartella.

Lo “scienziato cognitivo” tedesco è un teorico dell’intelligenza artificiale, un promotore dell’eugenetica e del transumanismo. In questi scambi viene ricostruito l’utilizzo e la messa a disposizione di argomenti pseudoscientifici per legittimare teorie razziste, sessiste, sino ad arrivare alle ipotesi di esecuzioni di massa di malati e anziani. Nei suoi post apre alle ipotesi di simulazione della realtà aumentata come suggerito da Elon Musk ma è soprattutto Bach a influenzare e modellare una figura come Musk. Vorremmo dire nonostante, ma invece è proprio grazie alle sue tesi che Epstein ha mantenuto un ruolo di primo piano negli ambienti della Silicon Valley anche dopo la condanna del 2008. A parlarne è Nafeez Mosaddeq Ahmed, direttore esecutivo presso l’Institute for Policy Research & Development, una fondazione indipendente con sede a Brighton. È ricercatore presso la Islamic Human Rights Commission di Londra e ha scritto per Fazi Editore alcuni saggi, in particolare l’ultimo riguarda la commissione d’inchiesta sull’11 settembre del Congresso Usa, mostrando che si tratta di un falso e rivelando il fatto che anche il presidente della commissione era in affari con la famiglia di Bin Laden.

Ahmed in un contributo in tre parti dimostra che “i files di Epstein espongono come la gerarchia razziale, l’”ottimizzazione” genetica e persino l’abbattimento della popolazione guidata dal clima” fossero tesi che circolavano all’interno delle cerchie della Big Tech. Le reti private di Epstein hanno di fatto plasmato la Silicon Valley.

La fiducia conquistata da Epstein nella “Broligarchia” della Silicon Valley ha aperto la strada anche all’influenza nel settore del Bitcoin, con l’idea che la via delle criptovalute potesse essere un mezzo per costruire la transizione al di fuori del sistema delle istituzioni per come le conosciamo. Piuttosto paradossale dato che questo interesse non nasceva dall’esigenza di maneggiare un sistema utile a non lasciare traccia dei suoi movimenti bancari, vista la compiacenza di grandi banche che hanno lasciato fare transazioni sospette a Epstein per anni.

Si parla infatti, in questo articolo di Michela Calculli, di “oltre 15 anni in cui JPMorgan Chase ha gestito i suoi conti, processando più di 4.700 transazioni per un valore complessivo superiore a 1,1 miliardi di dollari. Molte di queste includevano pagamenti a vittime del traffico sessuale negli Stati Uniti, in Europa dell’Est e Russia. Dal 2013 al 2018, dopo che JPMorgan si era sfilata, Deutsche Bank aprì per Epstein più di 40 conti, elaborando milioni in transazioni sospette, strutturate per eludere gli obblighi di segnalazione antiriciclaggio. Tra queste, pagamenti a donne descritti come «rette scolastiche». Nel 2023, le due banche pagarono complessivamente 365 milioni di dollari in accordi extragiudiziali con le vittime. Oggi quattro banche (JPMorgan, Deutsche Bank, Bank of America e BNY Mellon) sono al centro di un’inchiesta parlamentare su oltre 1,5 miliardi di dollari in transazioni sospette”.

Anche la visione che spinge all’abbattimento della popolazione “vulnerabile” per il cambiamento climatico è uno dei campi su cui Ahmed indaga. Nel suo articolo vengono presi in esame in particolare gli scambi con Josha Bach e con Nick Bostrom, i due “scienziati” finanziati da Epstein che hanno contribuito a modellare la definizione delle generazioni future di AI, mostrando come le teorie sul diradamento selettivo della popolazione e dunque discorsi che sostengono la gerarchia umana, non fossero casi isolati ma la vera e propria infrastruttura discorsiva che permea il contesto intellettuale e di ricercatori dell’ambiente della Silincon Valley.

Nick Bostrom è il fondatore della dottrina del “longtermismo” secondo la quale le decisioni morali sono il criterio con cui orientare il benessere delle generazioni future. Riprendiamo la definizione da Treccani:

[William David MacAskill, professore associato a Oxford] Nel 2015, a 28 anni, ha pubblicato un libro che ha lasciato il segno fra gli idealisti dell’economia digitale “Fare meglio del bene” (“Doing Good Better”). Con altri colleghi ha creato il “Centro per l’Altruismo Efficace”. Nel suo ultimo libro predica il “lungotermismo” con alcune premesse che appaiono tanto profonde quanto lapalissiane: il futuro potrà essere buono o pessimo, le nostre azioni determineranno quel che sarà. (Mario Platero, Repubblica.it, 5 dicembre 2022, A&F Economia).

Queste teorie aprono alla colonizzazione dello spazio, idea molto cara a Elon Musk e a un immaginario alimentato da uomini, bianchi e multimilionari che diffondono una nuova definizione della vita, della morte e della morale come criteri universalistici, creata ad hoc nei loro simposi. Queste teorie parlano di allevamento selettivo in utero per migliorare il QI, di sorveglianza globale totale da parte dell’AI come mezzo per prevenire l’estinzione di massa.

Tramite questi rapporti di amicizia, di potere e di soldi – dunque molto più materiali di quanto si possa pensare – Epstein e i suoi hanno fatto sì che la Silicon Valley creasse una visione del mondo in cui si elevasse un’aristocrazia cognitiva autodefinitasi in funzione dell’”ottimizzazione genetica”. Secondo quanto viene riportato come tesi principale nell’articolo di Ahmed, queste idee modellano le tecnologie, definendo quindi il nuovo ordine tecnologico mondiale.

Il messaggio che viene trasmesso è che non esista una verità oggettiva dei fatti ma i fatti sono il prodotto delle opinioni politiche, dove per opinioni politiche si intende il prodotto dell’egemonia culturale derivante dalla transizione tecnologica, banalmente e materialmente determinata dalla provenienza dei suoi finanziamenti e, dunque, da chi detiene il controllo dei grandi capitali a livello mondiale. Queste opinioni politiche si sviluppano nelle cene di lusso, nei meeting tra multimilionari, nei convegni come quelli organizzati dalla Fondazione Edge, nata nel 1996 e appuntamento fisso per i fedeli della Silicon Valley, dove si incontrano coloro che hanno il controllo totale su tutta l’infrastruttura digitale: dal cloud, ai social network, alla vendita della merce via internet.

Emergono dai files collegamenti diretti a Paragon sia con Idan Nurick ed Ehud Barak. Risultano evidenti le collaborazioni dell’azienda di spionaggio cibernetico e la “fortuna” economica di Epstein avvalorando la tesi per cui ci fosse una circolarità fra la rete di élite che emerge dai dati resi pubblici e l’apparato video-sorvegliante israeliano e americano.

Questo genere di presupposti influenzano la produzione tecnologica e la transizione digitale determinandone i criteri, la possibilità di indirizzare l’opinione pubblica in una certa direzione, il controllo e il disciplinamento sociale, l’influenza sugli algoritmi sulla base di teorie tecnonaziste, arrivando a stimolare e orientare guerre.

E’ un terreno che suscita dimensioni in cui il confine tra fatti oggettivi e ipotesi fantasiose è labile, eppure il dato da tenere a mente è il fatto che il tema della transizione scientifica e tecnologica stia a cuore a livello trasversale nella società. Interessa ed è campo di battaglia, a partire dalla dimensione popolare, nei termini per cui vi è stata una cesura netta rispetto al presupposto di neutralità della scienza, prima con la gestione della pandemia e dopo con il genocidio a Gaza, sino ad arrivare, in termini opposti e speculari, a sfiorare i vertici di potere che nel sistema globale hanno individuato in quella dimensione la chiave per la reale possibilità di una transizione egemonica che non preveda il crollo dell’impero americano.

Per rendere tangibile questo obiettivo l’egemonia viene tradotta in maniera biopolitca nel controllo e dominazione dei corpi femminili. In questo senso, la dimensione pseudoscientifica che orienta e plasma il nuovo paradigma che modella il mondo attraverso la transizione digitale e l’intelligenza artificiale ha la sua precipitazione nella forma più antica di dominazione: lo stupro come arma di guerra.

“Secondo quanto riferito da quattro fonti al New York Times nel 2019, Epstein aveva confidato a scienziati e imprenditori il suo piano di «seminare la razza umana con il suo dna», inseminando fino a 20 donne alla volta nella tenuta.” viene riportato dall’articolo apparso su valori.it.

Proprio a partire da questo presupposto e tentando di dare un contributo allo sforzo collettivo necessario per attualizzare una lettura di femminismo materialista in relazione alle vicende Epstein, possiamo fare alcuni ragionamenti che cerchino di andare oltre la constatazione che la realtà supera di gran lunga le fantasie più oscure e violente. La forza per ribaltare lo sfruttamento e la prevaricazione si trova in quei soggetti che, in un mondo in cui l’immaterialità diventa strumento per offuscare il sistema di comando e la gerarchia sociale su cui si basa il capitalismo contemporaneo, riportano l’attenzione alla materialità del rapporto di dominio, quindi le donne e le soggettività non conformi, in primis. La rigidità posta da questi soggetti è un’invarianza a livello globale che rappresenta uno dei terreni di possibilità maggiormente avanzati oggi. La gestione da parte dei governi europei, e non solo, dell’esplicitazione di tale livello di violenza patriarcale emerso dai files, crediamo la dica lunga su quanto la lotta transfemminista ponga una rigidità di classe che le élites globali non possono ignorare. Per quanto siano stati messi in campo tutti gli strumenti per silenziare, delegittimare, cancellare la parola delle donne vittime di violenza non esiste un frame teorico tra le élites globali che possa essere socialmente accettato in cui apertamente si possa giustificare questo livello di abuso, pur vivendo in contesti di forzata normalizzazione di tante altre forme della suddetta violenza. Questo freno non si spiega per una remora morale, umana o politica ma per il timore che suscita la potenziale reazione dal basso, in quanto possibilità materiale di rovesciamento del sistema di potere. Che il dominio patriarcale sia legittimato in varie forme e in generale nella società su tutti i livelli è un assunto ma possiamo ribadire anche in questo caso come possa essere una chiave leggere questa tensione come una leva centrale nell’ottica di contrapposizione al dominio capitalista.

I fatti emersi dallo scambio di mail di Epstein non sono la prova che non esistano più categorie morali ordinarie, la prova del loro superamento l’abbiamo avuta con il genocidio in diretta tv e social a Gaza. Ciò che si tenta di fare passare come una “modernità liquida”, in cui non ci sarebbero rapporti concreti che si sviluppano sui rapporti di produzione, consumo e profitto è soltanto un tentativo per confondere. Settori della società che hanno deciso che fosse sufficiente la loro disponibilità nei confronti dell’informazione e della scienza mainstream non sono da biasimare ma, anzi, il lavoro da fare è quello di costruire collettivamente una scienza autonoma, dal basso e popolare, forse attualizzando forme di luddismo e sottrazione contro le macchine dell’innovazione digitale come pratiche da sperimentare.
Esiste una sorta di “partito universale” in cui palesemente e senza timore alcuno vengono superate deliberatamente le categorie di destra o sinistra, in cui a guidare l’azione è puramente il potere e la garanzia per la riproduzione della minima percentuale di classe che governa a livello mondiale. Questi files ci pongono anche di fronte all’integrazione differenziale all’interno del sistema capitalista egemonico mostrando che chi sta in cima alla classifica degli “intoccabili” rimangono i due blocchi che stanno attaccando il mondo: USA e Israele. A ben guardare i files infatti, ci si rende conto che dalla rete sono escluse quelle che potremmo definire “élites minori”, contrapposte antagonisticamente all’egemonia imperiale americana. Questo sicuramente non per superiorità morale o etica, ma perché vi è un differente accesso alle forme materiali del potere dato dalla globalizzazione del capitale finanziarizzato e alle sue possibilità di esercitare un controllo pressoché illimitato sulle vite dei subalterni. A farne parte sono infatti quelle reti europee e mediorientali vassalle della dimensione imperialista americana, definendo in maniera abbastanza chiara quanto le diplomazie e i governi interni al patto atlantico siano immersi mani e piedi in questa rete. La sbandierata superiorità “occidentale” si manifesta ancora una volta per quello che è realmente: una rete di dominio che mira al totale controllo biopolitico dei subalterni.
Ciò che possiamo cogliere e contro-utilizzare da questi files è la fotografia della soggettività capitalista “globalista” e finanziaria. Questo è l’umano-tipo che caratterizza la borghesia finanziaria globale dei nostri giorni, il prodotto di quella guerra di classe praticata dall’alto negli ultimi 40 anni di neoliberismo. Riprendendo un famoso slogan delle mobilitazioni scaturite dalla crisi del 2008, i file disegnano un’immagine nitida: un ritratto di famiglia di quell’1% che fa la guerra al restante 99.
Si mostra così il vero volto della classe dei possidenti, sublimando tutte le vecchie categorie interpretative dello scontro di classe con una contrapposizione fra alto e basso in base alla propria collocazione nel sistema di dominio capitalista. Pur permanendo discontinuità e stratificazioni mediali di accumulazione di ricchezza e privilegi, la distanza fra questa catena globale del comando e chi sta nelle parti basse della classe iper-proletaria è enorme, paragonabile a quella fra le classi degli imperi schiavili di duemila anni fa.
*(Fonte Sinistrainrete – Red. INFO aut)

 

 

 

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