n° 10 – 28/02/26 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI

01 – Walter Massa*: Cuba, il silenzio internazionale non è neutrale – Rotta su Cuba Di Cuba si parla per lo più solo per slogan, oppure non se ne parla affatto. Mentre sull’isola si gioca una partita che riguarda anche la capacità di coniugare giustizia sociale e diritti.
02 –L’uomo della pace ha aperto un altro fronte di guerra. Israele e Stati uniti attaccano l’Iran. Trump vuole il “cambio di regime” a Teheran. (*)
03 – Brevi e brevissime*: – Brasile – Vittoria indigena, in Brasile ritirato il «decreto Tapajos»
04 – Marina Catucci*: Usa – Stato dell’Unione: diritto di voto da negare a donne e minoranze.
05 – Centro, gerarchia, privati. Il paradigma Meloni al referendum – Giustizia Tocca a noi decidere – il 22 e 23 marzo – tra centralizzazione, gerarchie e privato da un lato, oppure, in alternativa, difendere la democrazia, l’uguaglianza, il pubblico
06 – Andrea Marras*: Trump ha deciso: stangata totale alle auto elettriche D.T. ripreso durante un discorso ai membri del suo gabinetto a Washington DC. La fine del fuel content factor e il suo impatto sulle normative
07 – Cose americane e non solo.
Un bravo giornalista ha scritto così, senza mettere i nomi, l’elenco delle persone coinvolte nello scandalo Epstein: “Due presidenti degli Stati Uniti, un fratello del Re d’Inghilterra, Il fondatore di Microsoft, un lord già consigliere di Blair e ambasciatore negli Stati Uniti, un generale e premier israeliano, la consigliera di Obama, il ministro che in Francia inventò la Fête de la Musique e un premier della Norvegia, donne e uomini della finanza ai vertici di JP Morgan, Rothschild, Deutche Bank, un filosofo guru della sinistra radicale e un amico di nazisti e vate del movimento MAGA, immancabile un membro della famiglia reale saudita.
08 – Laura Pennacchi *: Il cambio di paradigma e le politiche economiche – Per affrontare l’alternativa servono un nuovo modello di sviluppo, degli investimenti necessari e lavoro in quantità e qualità adeguate. L’Italia potrebbe essere un laboratorio dibattito economico

 

 

01 – Walter Massa*: CUBA, IL SILENZIO INTERNAZIONALE NON È NEUTRALE – ROTTA SU CUBA DI CUBA SI PARLA PER LO PIÙ SOLO PER SLOGAN, OPPURE NON SE NE PARLA AFFATTO. MENTRE SULL’ISOLA SI GIOCA UNA PARTITA CHE RIGUARDA ANCHE LA CAPACITÀ DI CONIUGARE GIUSTIZIA SOCIALE E DIRITTI.

Sono tornato da Cuba con una consapevolezza più nitida: vi è oggi l’urgenza di una questione cubana da porre sul tavolo dato che l’isola sta attraversando uno dei passaggi più difficili della sua storia recente come sta ben raccontando Roberto Livi su queste pagine. Intorno a questa crisi pesa un silenzio internazionale inaccettabile e che troppo assomiglia al lungo silenzio che ha contraddistinto la questione palestinese.
La crisi economica è evidente. Blackout prolungati, carenza di carburante, inflazione che erode salari già fragili, difficoltà negli approvvigionamenti di beni essenziali. La vita quotidiana è segnata da code e adattamenti continui. Ma sarebbe politicamente scorretto leggere tutto questo senza nominare il blocco economico statunitense e le sue estremizzazioni più recenti, che continua a limitare in modo strutturale l’accesso al credito, ai mercati, alle tecnologie. Da quasi settant’anni. Non è una formula ideologica: è un dato materiale che incide sulla vita delle persone.
Ma non c’è stata minima traccia di rassegnazione nei miei incontri. Anzi, c’è la netta convinzione di rappresentare una faglia oltre la quale si apre un baratro e dunque ci si continua ad attrezzare per resistere al momento (resistere senza nessuna poesia ma come atto concreto di ribellione) e si continua a investire su energie rinnovabili e gas. Nell’incontro con il presidente Miguel Díaz Canel è stato strabiliante sentirsi dire che per il 47% l’energia di Cuba è oggi prodotta da fotovoltaico e, appunto gas. Nonostante il cappio stringa con ancora più violenza, i cubani investono per sciogliere quel nodo mortale. Pronti a tutto.
All’Avana ho incontrato dirigenti istituzionali, rappresentanti delle organizzazioni sociali, esponenti del mondo culturale. Il confronto con Abel Prieto, alla guida della Casa de las Américas, è stato particolarmente significativo: abbiamo parlato di cultura come presidio di libertà, di cooperazione internazionale, ma anche della fatica quotidiana di tenere aperti spazi di produzione culturale in un contesto di scarsità materiale crescente.
Allo stesso tempo, nei dialoghi con giovani, operatori culturali, attivisti sociali, politici ho colto domande di rinnovamento, di maggiore partecipazione, di apertura al mondo. C’è una società viva, oserei dire forte, che non può essere ridotta a una rappresentazione caricaturale, né in senso celebrativo né in senso criminalizzante. Cuba è più complessa di come spesso viene raccontata qui dalle nostre parte e bisogna andarci, viverci per comprendere quella meravigliosa complessità. Che non è altro che umanità.
Quello che mi colpisce, tornando in Italia, è l’assenza quasi totale di una riflessione seria in Europa. Come caduto per troppo tempo anche per la Palestina. Due simboli che rappresentano l’idea di mondo di questa terrificante internazionale nera.
E anche per Cuba si parla per lo più solo per slogan, oppure non se ne parla affatto. Mentre sull’isola si gioca una partita che riguarda il diritto internazionale, la sovranità dei popoli, ma anche la capacità di coniugare giustizia sociale e diritti. Il silenzio delle istituzioni europee e di larga parte della comunità internazionale non è neutralità: è una chiara scelta politica di sudditanza al gigante alleato.
Da presidente dell’ARCI penso che il nostro compito sia tenere insieme due principi non negoziabili: l’opposizione netta a ogni forma di assedio e ingerenza, e la convinzione che partecipazione democratica, pluralismo e diritti siano elementi imprescindibili di qualunque percorso di trasformazione. La solidarietà non può essere cieca, ma non può nemmeno essere selettiva.
Perché Cuba non è una cartolina ideologica. È un Paese reale, con persone reali, che oggi affronta un passaggio storico delicatissimo. All’Avana ho sentito quanto siano importanti le relazioni costruite in trent’anni di cooperazione culturale, politica e di solidarietà. Oggi più che mai servono ponti, non isolamento. Perché l’isolamento non produce democrazia. E il silenzio non è mai una soluzione.
*(Walter Massa. da dicembre 2022 è Presidente nazionale dell’ARCI.)

 

02 –L’UOMO DELLA PACE HA APERTO UN ALTRO FRONTE DI GUERRA. ISRAELE E STATI UNITI ATTACCANO L’IRAN. TRUMP VUOLE IL “CAMBIO DI REGIME” A TEHERAN. (*)

AGGIORNAMENTI
ore 16
Secondo la tv iraniana Al Alam, Ali Khamenei, Guida suprema dell’Iran, dato per ucciso da Israele, rivolgerà tra breve un discorso alla nazione.
0re 15.30
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato: “Potremmo aver perso qualche comandante, ma non è un problema così grave”.
Secondo alcune fonti il ministro della Difesa iraniano Amir Nasirzadeh e il comandante delle Guardie rivoluzionarie Mohammed Pakpour siano stati uccisi in attacchi israeliani.
Israele ribadisce che è alta la probabilità che sia stato ucciso anche Ali Khamenei, la Guida suprema dell’Iran.
ore 14.30
A Teheran centinaia di iraniani manifestano contro l’attacco israelo-americano.
ore 14.15
I media statali siriani riferiscono che almeno quattro persone sono state uccise e diverse sono rimaste ferite dopo che un missile iraniano è caduto sull’area industriale di Sweida, nella Siria meridionale.
ore 14
Questo screenshot da flightradar24.com mostra il traffico aereo in Medio Oriente alle 12:45 UTC (13.45 in Italia). Le compagnie aeree civili si tengono lontane dall’area di attacco israelo-americano all’Iran.
ore 13.20
“Sono sgomento. Negoziati seri e attivi sono stati ancora una volta compromessi”. Così in un post su X il ministro degli Esteri omanita Badr Albusaidi, che ancora due giorni fa ha mediato l’ultimo round di colloqui tra Teheran e Washington, dopo l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran. “Né gli interessi degli Stati Uniti né la causa della pace globale sono ben tutelati da ciò che sta accadendo. E prego per gli innocenti che soffriranno. Esorto gli Stati Uniti a non farsi coinvolgere ulteriormente. Questa non è la vostra guerra”, scrive il ministro, che ieri aveva incontrato il vice presidente degli Stati Uniti Vance.
ore 13.10
La scorsa settimana, a seguito dei negoziati in corso, gli Stati Uniti e l’Iran erano vicini a concludere un accordo, ma Israele è intervenuto per impedirlo. Lo hanno detto all’emittente statunitense “Nbc” alcune fonti diplomatiche americane.
Intanto il ministero della Difesa del Qatar ha appena dichiarato che una seconda raffica di missili lanciata in direzione del paese dall’Iran è stata “intercettata e neutralizzata” con successo.
Invece l‘agenzia di stampa iraniana Mehr riporta che due studenti sono rimasti uccisi in un attacco che ha colpito una scuola a est della capitale Teheran.
ore 13.00
Il gruppo sciita iracheno Kataib Hezbollah ha annunciato che attaccherà presto le basi militari statunitensi nella regione, in risposta a un attacco aereo che stamattina ha ucciso tre miliziani nell’area di ‪Jurf Al Sakhar, a sud-ovest di Baghdad. Poco dopo del fumo si è levato da una base statunitense vicino all’aeroporto di Erbil, capoluogo della regione semiautonoma curda dell’Iraq, e un giornalista dell’Associated Press nella zona ha udito delle esplosioni.‬
Il ministro degli Interni del Bahrein ha invece dichiarato che le autorità del paese hanno iniziato ad evacuare i residenti dall’area di Juffair, a sud-est della capitale Manama, dove si trova una base navale Usa bombardata stamattina da alcuni missili iraniani.
ore 12.45
Secondo il quotidiano Jerusalem Post, sarebbero stati finora 125 i missili lanciati contro lo stato ebraico dall’Iran durante il primo bombardamento scattato in reazione ai bombardamenti israeliani e statunitensi scattati questa mattina. Di questi, 35 sarebbero riusciti a penetrare nello spazio aereo israeliano mentre gli altri sarebbero stati intercettati.
ore 12.30
L’agenzia di stampa iraniana Fars riporta che il numero di studentesse uccise nel bombardamento israeliano della scuola femminile di Minab, nella provincia di Hormozgan (Iran meridionale) è salito a 40.
ore 12.10
Esplosioni sono state segnalate nella città di Urmia, nella provincia iraniana dell’Azerbaigian occidentale, a circa 50 chilometri dal confine con la Turchia. Intanto il Consiglio per la sicurezza nazionale dell’Iran ha consigliato ai residenti di lasciare la capitale Teheran.
ore 12.00
L’agenzia di stampa statale iraniana IRNA ha riferito che un attacco israeliano ha colpito una scuola elementare femminile a Minab, una città nella provincia di Hormozgan, nell’Iran meridionale. Ha aggiunto che cinque studentesse sono state uccise.
ore 11.50
Israele sostiene di aver ucciso Mohammed Pakpour, comandante della Guardia Rivoluzionaria dell’Iran, ma non ci sono ancora conferme.
ore 11.40
Sono state segnalate esplosioni anche a Tel Aviv.
Secondo l’agenzia di stampa Fars, l’Iran ha preso di mira: la base aerea di Al-Udeid in Qatar, la base aerea di Al-Salem in Kuwait, la base aerea di Al-Dhafra negli Emirati Arabi Uniti e la base della Quinta Flotta degli Stati Uniti in Bahrein. L’agenzia di stampa AFP segnala anche alcune esplosioni avvenute a Riyadh, la capitale dell’Arabia Saudita.
ore 11,30
BAHRAIN. Video del missile iraniano che ha colpito la base logistica della V Flotta americana a Juffair.
ore 10.30
Sarebbero al momento almeno 30 le forti esplosioni registrate in quattro città dell’Iran in seguito all’attacco di Israele e degli Usa. Tra gli obiettivi colpiti a Teheran, oltre alle residenze Khamenei e Pezeshkian, vi sarebbe la sede del ministero dell’Intelligence e della sicurezza, il palazzo della Corte Suprema, la base aerea di Mehrabad e l’area di Qom. Altre esplosioni sono state avvertite a Isfahan, Kermanshah e Karaj. Il portavoce militare israeliano ha affermato invece che “finora tutti i missili lanciati dall’Iran sono stati intercettati”.
ore 10.20
Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Reuters, è stata segnalata una forte esplosione nella capitale degli Emirati Arabi Uniti, Abu Dhabi, evidentemente presa di mira dai missili lanciati da Teheran, con almeno un morto. Altre esplosioni si sono verificate in Kuwait, testimoniate da vari giornalisti. Da parte sua il Bahrein ha confermato che il quartier generale della Quinta Flotta della Marina statunitense a Juffair è stato preso di mira da un attacco missilistico. Il ministero della Difesa di Doha ha invece confermato che un missile iraniano è stato intercettato dai Patriot americani in Qatar nei pressi della base statunitense di al Udeid.
ore 10.10
Due forti esplosioni si sono registrate in Bahrain nella zona di Juffair che ospita il comando della V Flotta della Marina statunitense. Un missile iraniano sarebbe invece stato intercettato in Qatar, il cui governo ha inviato un messaggio a tutti i cellulari raccomandando a tutti i residenti di rimanere in casa o comunque lontano dalle basi militari statunitensi.
ore 10.00
Mike Huckabee, ambasciatore degli Stati Uniti in Israele e dichiarato sionista cristiano, che la scorsa settimana ha suscitato indignazione quando ha affermato che sarebbe “giusto” se Israele si espandesse in tutto il Medio Oriente, ha rilasciato una dichiarazione sui social media ringraziando Donald Trump per aver lanciato l’attacco contro l’Iran. “Tutti i beni e gli interessi americani e israeliani in Medio Oriente sono diventati un obiettivo legittimo. Non ci sono limiti dopo questa aggressione e tutto è possibile, compresi scenari che non erano stati precedentemente considerati”, ha affermato un funzionario iraniano ad Al Jazeera. “Gli Stati Uniti e Israele hanno avviato un’aggressione e una guerra che avranno ripercussioni ampie e durature. Non siamo rimasti sorpresi dall’aggressione congiunta americano-israeliana e abbiamo una risposta complessa e senza limiti di tempo”, ha dichiarato il funzionario, aggiungendo che qualsiasi richiesta all’Iran di moderazione o resa è “inaccettabile e pura illusione”.
ore 9.50
Dopo Haifa, alcune esplosioni si sono registrate nell’area di Gerusalemme mentre le sirene suonano di nuovo ad Haifa ma anche a Beer Sheva, nel sud. Poco prima il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (IRGC) iraniano ha confermato di aver lanciato missili e droni verso Israele.
ore 9.40
“Ringrazio il nostro grande amico, il presidente Donald Trump, per la sua leadership storica. La nostra azione congiunta creerà le condizioni affinché il coraggioso popolo iraniano possa prendere in mano il proprio destino” ha scritto in una nota il premier israeliano Benjamin Netanyahu. “Da 47 anni il regime degli ayatollah grida ‘Morte a Israele’, ‘Morte all’America’. Ha versato il nostro sangue, ha ucciso molti americani e ha massacrato il suo stesso popolo. Non si può permettere che si doti di armi nucleari che gli consentirebbero di minacciare l’intera umanità. È giunto il momento per tutte le componenti del popolo iraniano – persiani, curdi, azeri, baluci e ahwazi – di liberarsi dal giogo della tirannia e portare all’Iran libertà e pace”. “Mi rivolgo a voi, cittadini di Israele: seguite le istruzioni del Comando del Fronte Interno. Nei prossimi giorni, nell’operazione ‘Ruggito del Leone’, tutti noi saremo chiamati a dimostrare pazienza e forza d’animo. Insieme resisteremo, insieme combatteremo e insieme garantiremo l’eternità di Israele. Fratelli e sorelle, cittadini di Israele, poco più di un’ora fa Israele e gli Stati Uniti hanno avviato un’operazione per rimuovere la minaccia esistenziale rappresentata dal regime del terrore in Iran”.
ore 9.30
Si sono udite alcune esplosioni nell’area di Haifa, nel nord di Israele, evidentemente colpita da alcuni dei missili lanciati da Teheran come rappresaglia all’attacco israelo-statunitense scattato questa mattina poco dopo le 8 locali.
Intanto in Iran si sono registrate esplosioni a Teheran, Tabriz, Qom, Isfahan, Karaj e Kermansha.
ore 9.10
Sirene di allarme a Tel Aviv e nel nord di Israele. L’Iran sta rispondendo all’attacco subito con lanci di missili. Intanto attraverso un video caricato sul suo social, Truth, Donald Trump ha inviato un messaggio a Teheran: “Ai membri dei Guardiani della Rivoluzione islamica, alle forze armate e a tutta la polizia, dico che dovete deporre le armi e avere completa immunità, o in alternativa, affrontare una morte certa”.
Intanto alcuni funzionari dell’amministrazione statunitense avrebbero riferito al New York Times che le operazioni militari contro l’Iran saranno più estese rispetto agli attacchi condotti a giugno contro gli impianti nucleari iraniani.
Le Forze armate israeliane e statunitensi hanno attaccato l’Iran questa mattina poco dopo le 8 locali, le 7 in Italia. Israele afferma di aver lanciato un “attacco preventivo” chiamato “Shield of Judah”. Su Teheran sono già stati sganciati decine di missili e bombe. Al momento non si ha un bilancio di morti e feriti, ma fonti non ufficiali parlano di numerose vittime, pare tra i militari della Guardia Rivoluzionaria. L’agenzia iraniana Mehr smentisce che sia stato preso di mira il presidente Pezeshkian. La Guida Suprema Ali Khamenei si troverebbe in una località sicura.
Donald Trump parlando all’opinione pubblica americana ha detto di volere un “cambio di regime” a Teheran e chiede agli iraniani di prendere il mano il governo “quando abbiamo finito”. Ha confermato di aver ordinato una offensiva su larga scala volta “a proteggere il popolo americano”. Sostiene che saranno distrutti i missili balistici iraniani e rivolge pesanti accuse agli iraniani, affermando che Teheran ha rifiutato ogni accordo (alle condizioni americane).
E’ chiaro che le trattative dei giorni scorsi sono state solo una copertura degli americani volta ad ingannare l’Iran. Ingannato anche l’Oman che per giorni ha parlato di “progressi nel negoziato”.
Gli attacchi aerei hanno colpito il centro della capitale iraniana, concentrandosi su Pasteur Street, dove si trovano la presidenza e la sicurezza nazionale, insieme alle zone vicine al complesso della Guida Suprema Ali Khamenei.
Una fonte anonima della sicurezza ha dichiarato alla tv israeliana Channel 12 che l’operazione era stata pianificata congiuntamente per mesi e che la “fase iniziale” dell’attacco dovrebbe durare quattro giorni allo scopo di distruggere la difesa aerea iraniana in modo che i missili Tomahawk (da crociera) americani non vengano abbattuti.
*(NdR – Fonte: Pagine Estere)

 

03 – Brevi e brevissime – Brasile – Vittoria indigena, in Brasile ritirato il «decreto Tapajós»

Le proteste delle popolazioni indigene dei territori sul fiume Tapajós, che da oltre un mese occupano il porto della multinazionale Usa Cargill a Santarém, nel Pará, resistendo da ultimo anche a un ordine di sgombero dell’autorità giudiziaria, hanno ottenuto la revoca da parte del governo federale brasiliano del Decreto n. 12.600/2025. Annullati così i piani di dragaggio dei fiumi Tocantins, Madeira e Tapajós. Il decreto firmato a suo tempo da Lula avrebbe permesso a operatori privati di rilevare le concessioni delle idrovie amazzoniche, inserite nel Programma nazionale di privatizzazione.
MARIELLE FRANCO, VIA AL PROCESSO CONTRO I MANDANTI
Si è aperto ieri davanti alla Prima sezione della Corte suprema di Brasilia il processo ai presunti mandanti dell’assassinio di Marielle Franco, la consigliera comunale di Rio de Janeiro e attivista per i diritti umani uccisa in un’imboscata nel marzo 2018. Alla sbarra figurano l’ex deputato Chiquinho Brazão, suo fratello Domingos Brazão (consigliere della Corte dei conti di Rio) e l’ex capo della Polizia civile di Rio, Rivaldo Barbosa, insieme ai poliziotti militari Robson Calixto Fonseca e Ronaldo Paulo de Alves Pereira. Nel 2024, una giuria popolare a Rio aveva già condannato rispettivamente a 78 e 59 anni di carcere gli ex agenti Ronnie Lessa ed Élcio Queiroz, autori materiali del delitto.
(NdR)

 

04 – Marina Catucci*: USA – STATO DELL’UNIONE: DIRITTO DI VOTO DA NEGARE A DONNE E MINORANZE.IL DISCORSO DI DONALD TRUMP SULLO STATO DELL’UNIONE HA AVUTO PIÙ I TONI DI UN COMIZIO ELETTORALE CHE QUELLI DI UNA RELAZIONE DEL CAPO DELL’ESECUTIVO VOLTA A DELINEARE LA SITUAZIONE DELLA NAZIONE E A STABILIRE LE PRIORITÀ PER L’ANNO A VENIRE.

Nel corso di un’ora e 48 minuti di orazione Trump ha spesso spinto con forza affinché il Congresso approvi il Save America Act, una legge che obbligherebbe gli elettori a presentare un documento d’identità al momento del voto e una prova di cittadinanza al momento della registrazione, come il passaporto o il certificato di nascita. Questa proposta di legge viene presentata dal Gop come un modo per combattere le frodi elettorali, mentre i democratici sostengono che, se approvata, potrebbe privare del diritto di voto decine di milioni di americani.
SAVE È L’ACRONIMO di Safeguard American Voter Eligibility Act, ma, nonostante le belle parole, rappresenterebbe una restrizione del diritto di voto. Circa 21 milioni di cittadini statunitensi non hanno facile accesso alle prove di cittadinanza richieste: circa la metà degli adulti americani non possiede un passaporto, e ottenere i documenti necessari può essere costoso e laborioso.
«Vi chiedo di approvare il Save America Act – ha dichiarato Trump durante il suo discorso – per impedire agli immigrati clandestini e ad altre persone senza permesso di votare nelle nostre sacre elezioni americane. Gli imbrogli sono dilaganti nelle nostre elezioni».
Nonostante le dichiarazioni del presidente, i brogli elettorali negli Usa sono estremamente rari. Secondo uno studio dell’Associated Press condotto in Michigan, ad esempio, nel 2024 solo 15 persone apparentemente non cittadine hanno votato, su 5,7 milioni di voti espressi.
La nuova legge sarebbe inoltre penalizzante per le circa 69 milioni di donne che hanno cambiato cognome dopo il matrimonio e il cui nome sul certificato di nascita non corrisponderebbe a quello riportato sui documenti d’identità attuali. Il provvedimento richiederebbe anche la fine della registrazione online, utilizzata in 42 stati, e del voto per posta: «Niente più schede truffaldine inviate via posta», ha detto Trump allo State of the Union. Se non giustificate da «malattia, disabilità, servizio militare, viaggi».

ATTUALMENTE SOLO IL 6% DEGLI ELETTORI SI REGISTRA DI PERSONA, E IL NUOVO OBBLIGO GRAVEREBBE PESANTEMENTE SU CHI VIVE IN ZONE RURALI, A ORE DI DISTANZA DAGLI UFFICI DI REGISTRAZIONE.

TUTTE LE CATEGORIE COINVOLTE IN QUESTE RESTRIZIONI – ELETTORI A BASSO REDDITO, MINORANZE, GIOVANI, DONNE – SONO FASCE ELETTORALI CHE SOLITAMENTE VOTANO PER I DEMOCRATICI.

TRUMP l’ha presentata come una questione di sicurezza nazionale. In base allo stesso principio, la sua amministrazione sta valutando un nuovo obbligo per le banche Usa: verificare le informazioni sulla cittadinanza dei clienti attuali e futuri, sempre nell’ambito della repressione dell’immigrazione. L’obbligo potrebbe arrivare tramite un ordine esecutivo e la sola ipotesi sta suscitando preoccupazioni. Le banche sarebbero costrette a richiedere ai propri clienti documentazione che include passaporti e prove di cittadinanza, e i dirigenti temono che la mossa sia progettata per costringerli a svolgere un ruolo negli sforzi dell’amministrazione di espellere gli immigrati clandestini.
IL LEADER della minoranza dem al Senato Chuck Schumer ha liquidato il discorso di Trump definendolo un «delirio». Il presidente, ha aggiunto,in una sua «bolla», specialmente per quanto riguarda l’economia. E i sondaggi sembrano dargli ragione: nonostante le roboanti affermazioni di Trump al Congresso sulla florida economia statunitense, la disapprovazione generale secondo i sondaggi è alta, inotrno al 60%.
La risposta più diretta a Trump è arrivata da Robert De Niro, che ha partecipato a un contro-evento, lo State of the Swamp (lo stato della «palude») al National Press Club di Washington, tenutosi contemporaneamente al discorso ufficiale. L’attore ha definito il tycoon un «nemico di questo Paese», un «folle», affermando che la nazione è in uno «stato di pazzia». Ha previsto che Trump «non lascerà mai» l’incarico volontariamente e che bisognerà «costringerlo ad andarsene» attraverso una resistenza organizzata e costante, oltre che con il voto.
DE NIRO ha esortato gli americani a «tenersi pronti a scendere in piazza» per fare pressione sui politici e proteggere la Costituzione. Alla fine del suo intervento è apparso visibilmente emozionato e ha affermato di sentirsi «tradito» dal suo Paese, sottolineando la necessità di «resistere, resistere, resistere» per salvarlo dalla distruzione.

 

05 – CENTRO, GERARCHIA, PRIVATI. IL PARADIGMA MELONI AL REFERENDUM – GIUSTIZIA TOCCA A NOI DECIDERE – IL 22 E 23 MARZO – TRA CENTRALIZZAZIONE, GERARCHIE E PRIVATO DA UN LATO, OPPURE, IN ALTERNATIVA, DIFENDERE LA DEMOCRAZIA, L’UGUAGLIANZA, IL PUBBLICO
Il referendum del 22-23 marzo non riguarda solo la magistratura, ma la costruzione del paradigma di governo che Giorgia Meloni sta perseguendo con pazienza. Centralizzazione dei poteri di decisione, regole che creano gerarchie e differenziazione, spazio al privato, ridimensionamento del pubblico, insofferenza a ogni potere di controllo (persino delle corti internazionali) sono i capisaldi di un programma che ha già permeato il nostro Paese. Un progetto che riguarda in primo luogo il modello di Stato, i rapporti tra i poteri, l’idea dei servizi pubblici. Vediamo quello che è già successo, oltre alla ben nota riforma costituzionale che investe la magistratura.
Nei primi mille giorni del governo Meloni, dall’insediamento al 30 giugno scorso, Palazzo Chigi ha introdotto 100 decreti legge, una frequenza analoga a quella dei governi precedenti, ma che questa volta ha riguardato cambiamenti di fondo che sono stati sottratti al ruolo del Parlamento.
A fine 2025, alla Corte dei Conti è stato sottratto per legge il potere di chiamare gli amministratori pubblici a rispondere pienamente dei danni causati da decisioni politiche sbagliate. Il principio di responsabilità è stato sostituito da uno “scudo” contro le richieste di danni erariali. Nel paradigma Meloni, il potere esecutivo deve poter procedere senza Parlamento, deliberazioni e controlli.
Dal 2024 avanza il progetto di autonomia differenziata – nonostante la frenata venuta dalla Corte Costituzionale – con un modello di gerarchia tra le regioni nel riparto delle risorse, negli ambiti di decisione, negli standard dei servizi pubblici da fornire ai cittadini. Si punta a smontare il sistema pubblico, frammentare il welfare, cancellare l’uguaglianza dei diritti.

A gennaio 2026 è stata approvato il disegno di legge delega sulla sanità che autorizza il governo a stravolgere e smantellare il Servizio sanitario nazionale. Si mettono al centro gli “ospedali di terzo livello” (tra cui gli Irccs, i grandi ospedali di fondazioni private e religiosi, le aziende ospedaliere universitarie), ospedali di eccellenza separati dal territorio e posti sotto il diretto controllo del governo – che deciderà criteri, nomine e priorità – e con finanziamenti speciali, sottraendoli alle regioni. A queste ultime si riducono le risorse per l’insieme dei servizi, mentre aumenta ancora lo spazio ai privati (finanziati con soldi pubblici): un addio alla salute come diritto fondamentale, all’universalismo, all’assistenza territoriale.
A novembre 2025 è stata approvata la legge delega sulle “semplificazioni” in cui – tra le altre misure – si assegna al governo la delega a stravolgere l’università, che in questi mesi è già stata investita dal Decreto sulle nuove figure precarie (giugno 2025); dal Decreto sulla riforma dell’Anvur (gennaio 2026), l’Agenzia di valutazione della ricerca che da soggetto indipendente diventa strumento di controllo da parte del Ministero; dalla nuova legge sui Concorsi universitari in dirittura d’arrivo alla Camera.
L’università – di cui finora si è parlato pochissimo – è un banco di prova fondamentale perché in questi anni è stata colpita da riduzioni dei finanziamenti, approcci aziendalisti, aumento delle gerarchie tra gli atenei, indebolimento del proprio ruolo sociale. L’Italia è tra i paesi europei con la minor quota di laureati (il 23% sulla popolazione tra i 25 e 64 anni, la metà della Francia) e con la più alta emigrazione: nel 2011-2024 sono usciti dal paese 630 mila giovani tra i 18 e 34 anni; nel 2024 il 40% degli emigrati era laureato; in dieci anni il numero di ricercatori trasferiti all’estero è di circa 14 mila.
Nel novembre scorso 140 Società scientifiche hanno sottoscritto un documento che suona il campanello d’allarme: “si profila oggi il rischio di un ulteriore arretramento: un sistema sempre più centralizzato, meno libero, meno capace di produrre sapere critico e innovazione”.
Il centralismo viene affermato attraverso i criteri di assegnazione di risorse, la pervasività dei regolamenti del Ministero, i poteri di controllo dell’Anvur. La gerarchizzazione viene realizzata con la concentrazione di fondi alle università maggiori, con l’esito di indebolire le università periferiche e meridionali, che da anni vanno perdendo studenti.
L’università pubblica viene ridimensionata e destrutturata. La ricerca si è retta su 35 mila precari, il 40% del personale; hanno cinque profili professionali diversi e molti sono già alla scadenza dei contratti. L’insegnamento si regge su 33 mila docenti a contratto. Con le nuove norme sui concorsi si indeboliscono i criteri di qualità e si torna a bandi locali. Infine, la privatizzazione: le università telematiche private hanno ora 300 mila iscritti; la più grande è la Multiversity Spa, che controlla Pegaso, Mercatorum e San Raffaele Roma, di proprietà del fondo azionario inglese CVC Capital Partners. Con i suoi 170 mila studenti, nel 2024 ha incassato oltre 70 milioni di profitti (il 13% del fatturato). Uno scambio tra bassa qualità – il rapporto tra docenti e studenti è dieci volte più alto che negli atenei pubblici – e lauree facilitate – si possono fare esami online – reso possibile dalle regole del Ministero: anziché investire per il diritto allo studio, la politica del governo ha creato una scandalosa posizione di rendita per i profitti privati.
L’elenco delle politiche che introducono controlli centrali, gerarchie e privati potrebbe continuare a lungo, con esempi che riguardano la scuola, le istituzioni culturali, l’assistenza, le infrastrutture, l’ambiente. Ed è già pronto, infine, il salto di qualità del paradigma Meloni: i progetti per il premierato come forma di governo e per una riforma elettorale ancora più maggioritaria aspettano solo il successo al referendum sulla magistratura per diventare operativi.
*** (Alessandra Algostino, Donatella Della Porta, Chiara Giorgi, Francesco Pallante, Mario Pianta)

 

06 – Andrea Marras*: TRUMP HA DECISO: STANGATA TOTALE ALLE AUTO ELETTRICHE D.T. RIPRESO DURANTE UN DISCORSO AI MEMBRI DEL SUO GABINETTO A WASHINGTON DC. LA FINE DEL FUEL CONTENT FACTOR E IL SUO IMPATTO SULLE NORMATIVE

IL FUTURO DELLE AUTO ELETTRICHE DOPO TRUMP
Trump ha deciso di introdurre nei nuovi parametri di efficienza sulle auto elettriche, per “buona pace” delle case automobilistiche.
Negli Stati Uniti, l’amministrazione Trump ha deciso di rivedere sostanzialmente le modalità di calcolo dell’efficienza delle auto elettriche. Questa mossa arriva in un momento cruciale per l’industria automobilistica, che sta cercando di adattarsi a normative sempre più stringenti sulla riduzione delle emissioni. La decisione riguarda l’abolizione del “fuel content factor” (FCF), un meccanismo che ha finora consentito ai veicoli elettrici di apparire molto più efficienti nei calcoli ufficiali rispetto ai loro equivalenti a benzina.
LA FINE DEL FUEL CONTENT FACTOR E IL SUO IMPATTO SULLE NORMATIVE
La decisione di eliminare il fuel content factor è stata annunciata dal Dipartimento dell’Energia (DOE). Ciò avrà un impatto significativo sulla conformità agli standard CAFE (Corporate Average Fuel Economy). Questo meccanismo, parte del più ampio petroleum-equivalency factor (PEF), ha permesso alle auto elettriche di essere valutate con un’efficienza fino a sette volte superiore rispetto a quella calcolata in base al contenuto energetico della benzina. In questo modo, le case automobilistiche potevano migliorare sensibilmente la media di flotta con un numero relativamente basso di veicoli elettrici.
L’eliminazione del moltiplicatore ridurrà il valore di conformità delle auto elettriche rispetto agli standard CAFE di circa il 70%. Questo cambiamento è stato accelerato da una sentenza della Corte d’Appello dell’Ottavo Circuito. La sentenza, emessa nel settembre 2025, ha dichiarato il meccanismo contrario alla legge. Di conseguenza, il DOE ha ufficializzato la rimozione del moltiplicatore, pur mantenendo formalmente in vigore gli standard CAFE, ma con pressioni regolatorie significativamente ridotte.
IL FUTURO DELLE AUTO ELETTRICHE DOPO TRUMP
La National Highway Traffic Safety Administration (NHTSA) ha proposto di abbassare ulteriormente il requisito medio di flotta per il 2031 a 34,5 miglia per gallone, rispetto alle 50,4 mpg stabilite per il 2024. Questa mossa potrebbe influenzare le strategie industriali dei produttori automobilistici, poiché le auto elettriche non avranno più il peso regolatorio per migliorare la media di flotta come in passato. In un contesto dove la domanda di veicoli elettrici appare meno dinamica del previsto, le case automobilistiche potrebbero decidere di rallentare l’investimento in queste tecnologie, concentrandosi invece su pick-up e SUV a benzina, tradizionalmente più redditizi.
Con la riduzione della pressione regolatoria, è probabile che i produttori adottino strategie più diversificate, bilanciando l’offerta tra veicoli a batteria e quelli tradizionali. Questa decisione potrebbe avere implicazioni a lungo termine sul mercato automobilistico, influenzando non solo le politiche aziendali ma anche le scelte dei consumatori in materia di mobilità sostenibile
*(Fonte: News Mondo – giornalista)

 

07 – COSE AMERICANE E NON SOLO. UN BRAVO GIORNALISTA HA SCRITTO COSÌ, SENZA METTERE I NOMI, L’ELENCO DELLE PERSONE COINVOLTE NELLO SCANDALO EPSTEIN: “DUE PRESIDENTI DEGLI STATI UNITI, UN FRATELLO DEL RE D’INGHILTERRA, IL FONDATORE DI MICROSOFT, UN LORD GIÀ CONSIGLIERE DI BLAIR E AMBASCIATORE NEGLI STATI UNITI, UN GENERALE E PREMIER ISRAELIANO, LA CONSIGLIERA DI OBAMA, IL MINISTRO CHE IN FRANCIA INVENTÒ LA FÊTE DE LA MUSIQUE E UN PREMIER DELLA NORVEGIA, DONNE E UOMINI DELLA FINANZA AI VERTICI DI JP MORGAN, ROTHSCHILD, DEUTCHE BANK, UN FILOSOFO GURU DELLA SINISTRA RADICALE E UN AMICO DI NAZISTI E VATE DEL MOVIMENTO MAGA, IMMANCABILE UN MEMBRO DELLA FAMIGLIA REALE SAUDITA. (*)
Perché costoro, e una folla di comprimari e aspiranti comprimari, sono stati ospiti, sodali, amici di Jeffrey Epstein? Ape regina che già nel 2008 aveva patteggiato 13 mesi di carcere per traffico sessuale di minorenni, è stato di nuovo arrestato per “traffico di minori e cospirazione” nel luglio 2019 e in agosto s’è suicidato (versione federale) o è stato strangolato in carcere?” Di questa orrenda vicenda che riguarda un pezzo della classe dirigente mondiale colpiscono alcune cose per le quali è ancora giusto indignarsi. Sono stati compiuti abusi su oltre mille vittime, tra cui moltissime minorenni. Epstein ha trasformato la sua isola nel set reale di Sade: un luogo dove il potere assoluto consuma i corpi dei giovani come fossero merci. Colpisce inoltre la “terrificante normalità” con cui i “padroni del mondo” passavano dalla discussione su video di torture a strategie per evadere le tasse o manipolare i tassi d’interesse, intervenire politicamente su vicende mondiali, decidere investimenti miliardari, scambiare informazioni, organizzare incontri tra potenti. La rivista socialista Jacobin ha messo in evidenza che si tratta di “una storia di potere maschile, e di potere sessuale intrecciato a quello economico, finanziario, politico, culturale. Da questo punto di vista, se si guarda ai fatti e ai files attraverso questa lente non stupisce il nutrito elenco di uomini noti o sedicenti progressisti.”“ Tutto questo è rivelatore di come alcune persone della élite mondiale considerassero le donne. C’era una forte componente di classe in tutto questo. Molte ragazze provenivano da famiglie disgregate e da contesti poveri. Alcune di loro avevano subito abusi in famiglia. Ed erano viste, fondamentalmente, come oggetti, se non da usare sessualmente, almeno da avere intorno, quasi come mobili. Erano viste come persone usa e getta.” In un’altra epoca, una frazione di ciò che leggiamo oggi avrebbe fatto cadere governi e azzerato carriere. Nel 2026, invece, assistiamo alla tattica della resistenza passiva: il potere aspetta semplicemente che l’opinione pubblica si stanchi. Pier Paolo Pasolini, nel suo ultimo film e nei relativi scritti (in particolare sul Corriere della Sera poco prima di morire), aveva previsto tutto questo. In Salò o le 120 giornate di Sodoma, Pasolini non parla del passato fascista, ma del “nuovo fascismo”, che nell’anarchia del potere di Salò aveva trovato, secondo lui, una rappresentazione perfetta e universale. Per Pasolini, il potere moderno non vuole più solo obbedienza, ma vuole possedere i corpi, trasformandoli in merce da consumare e distruggere. Il potere di Epstein è l’incarnazione esatta della “Sodoma” pasoliniana: un gruppo di potenti rinchiusi nelle loro “ville/isole” che usano le proprie regole per ridurre la vita umana a puro oggetto di piacere sadico e violento. Come scrisse Pasolini, nulla è più anarchico del potere, perché il potere fa ciò che vuole, e ciò che il potere vuole è arbitrario e assoluto. La vera vergogna, però, è il silenzio delle istituzioni. Il Dipartimento di Giustizia americano ha ammesso che, nonostante i 38.000 riferimenti a Donald Trump e le prove schiaccianti contro decine di potenti, non ci saranno nuove incriminazioni. Com’è possibile? È la prova che la democrazia americana è ostaggio di un’oligarchia che non teme la legge perché è la legge. Se tre milioni di pagine cariche di orrori e corruzione non portano a una singola nuova incriminazione, allora dobbiamo ammettere che il patto sociale è rotto e che la democrazia liberale è davvero in crisi profonda. Ma il fenomeno della sottovalutazione del caso Epstein non riguarda solo gli USA. Colpisce infine come nel nostro Paese la grande stampa e le tv si tengano lontane dal fare considerazioni approfondite, valutazioni culturali. La prosopopea con cui si evocano i valori occidentali è pari soltanto all’indifferenza etica e politica con cui si è trattato il più orrendo scandalo che abbia mai investito le classi dirigenti capitalistiche.
*(NdR)

 

08 – Laura Pennacchi *: IL CAMBIO DI PARADIGMA E LE POLITICHE ECONOMICHE – PER AFFRONTARE L’ALTERNATIVA SERVONO UN NUOVO MODELLO DI SVILUPPO, DEGLI INVESTIMENTI NECESSARI E LAVORO IN QUANTITÀ E QUALITÀ ADEGUATE. L’ITALIA POTREBBE ESSERE UN LABORATORIO DIBATTITO ECONOMICO.

C’è un elemento che dà la misura della profondità del rovesciamento di paradigmi di cui oggi c’è bisogno nell’approcciarsi alla politica economica: il ritorno dell’espressione stagnazione per definire l’andamento delle economie sviluppate. E non si tratta solo della ridefinizione dei rapporti tra grandi aree geopolitiche, con il declino degli Usa (la loro quota sul Pil mondiale passa dal 20% del 2000 al 15%), l’annaspare dell’Unione europea (che esprime comunque il 12% del Pil mondiale), l’avanzare della Cina (la quale esprime il 20% del Pil mondiale, investe il 40% del suo Pil, realizza un avanzo dei conti con l’estero pari a 600 miliardi di dollari).

Alvin Hansen, già alla fine degli anni Trenta del Novecento, aveva argomentato come la «Grande depressione» di quegli anni non fosse un episodio ciclico ma fosse, in realtà, il sintomo dell’esaurimento di una dinamica di lungo periodo, un altro modo di definire l’equilibrio di sottoccupazione individuato da Keynes. Nei decenni precedenti le economie del G20 crescevano regolarmente del 2 o del 3% l’anno raddoppiando i redditi ogni 25 o 35 anni, mentre ora i tassi di crescita sono tra lo 0,5 e l’1%, il che significa che i redditi impiegano dai 70 ai 100 anni per raddoppiare. Quindi, con l’espressione stagnazione dobbiamo intendere non tassi di incremento del P quantitativamente bassi o nulli (che in effetti non si verificano), ma un’economia drogata a bassi investimenti (basata su una combinazione di crescente diseguaglianza, disoccupazione esplicita o strisciante, bassa produttività), in grado di realizzare una crescita ordinaria solo mediante politiche straordinarie e speciali condizioni finanziarie, le quali, però, incoraggiano il rischio finanziario, un indebitamento malsano, la formazione di bolle (azionarie e non solo) che, a loro volta, pongono le premesse per nuove crisi.

Anche il giusto richiamo di autori come Dani Rodrik a considerare quanto la specificità del modello conosciuto come export-oriented industrialization, e il suo progressivo esaurirsi, sia alla base dello scatenamento della guerra commerciale da parte di Trump, ha a che fare con la questione della stagnazione.

Più in particolare Rodrik argomenta che la prospettiva di allargamento della democrazia e il sentiero di apertura dell’economia mondiale promossi sotto la leadership americana dopo la Seconda guerra mondiale, e seguito per decenni prima dai paesi europei poi dai paesi sottosviluppati, è stato il medesimo per tutti: «fare cose e venderle all’estero». Gli Usa hanno accolto una marea di prodotti e hanno mantenuto, grazie al signoraggio del dollaro, flussi di capitale conseguenti: gli attuali deficit commerciali statunitensi ci dicono che i flussi di capitale esteri hanno permesso ai cittadini americani di vivere al di sopra delle proprie possibilità comprando di più di quanto riuscivano a vendere all’estero, dunque indebitandosi. D’altra parte il sentiero export-led è sempre più difficilmente praticabile per gli stessi paesi esportatori, in conseguenza di cambiamenti sociali e tecnologici (automazione, robot, 3-D printing, ecc.), grazie ai quali le macchine tendono a sostituire crescentemente i lavoratori, vanificando il maggior vantaggio competitivo delle «nazioni povere» e cioè il loro abbondante lavoro a basso costo. Le tariffe di Trump accentuano le difficoltà ma i problemi sono antecedenti. La stessa forsennata rincorsa che si è scatenata per essere primi nell’Intelligenza Artificiale è interpretabile come un modo per fronteggiare i problemi e uscire dai rischi di stagnazione, nella speranza che l’IA ravvivi la produttività nel settore dei servizi sempre più dominante nel futuro.

La rilevanza di tale rincorsa è mostrata dal fatto che il 50-60% dell’economia americana è ora trainata dall’Intelligenza Artificiale e che per accelerarne la dinamica Trump non si perita di adottare incredibili provvedimenti, come un decreto (illecito) che vieta agli Stati di regolamentare, l’allargamento del mercato di Nvidia attraverso l’eliminazione della proibizione della vendita dei chip alla Cina. Così, per combattere la stagnazione si ricorre a due fattori assai controversi: gli investimenti accelerati e incontrollati in Intelligenza Artificiale; la corsa agli armamenti e la spesa in armi e nel settore militare.

Domanda interna e investimenti
In verità per riaccendere la crescita tutti i paesi dovrebbero sviluppare la loro domanda interna, far crescere la loro classe media, mettere in grado i loro settori dei servizi di creare lavori di buona qualità. In particolare i paesi europei – che hanno risposto alle crisi del 2008 e del 2012 con austerità e svalutazione del lavoro per trarne vantaggi competitivi di costo a sostegno di politiche neomercantilistiche proiettate sulle esportazioni – dovrebbero maturare la consapevolezza che politiche fondate sull’austerità e sulla contrazione dei salari per esportare non sono meno dannose dei dazi, così come non sono davvero utili politiche volte a coprire i vuoti di domanda e a sostenere l’offerta attraverso il riarmo e gli armamenti.

Una nuova politica economica deve misurare la sua alternatività attorno a tutte e tre le questioni in discussione: 1) il disegno di un nuovo modello di sviluppo; 2) la progettazione degli investimenti necessari; 3) la generazione di lavoro in quantità e qualità adeguate.

Reclamano un nuovo modello di sviluppo anche le grandi questioni ambientali, gli sconvolgimenti climatici, l’evoluzione tecnologica, le guerre, la ridefinizione degli equilibri geopolitici, di cui i dazi sono solo una delle componenti. L’Europa – specie la Germania e l’Italia – è posta di fronte alla necessità di trasformare radicalmente il suo modello di sviluppo, troppo proiettato verso le esportazioni e quindi esposto alle ritorsioni sui dazi, e di valorizzare la sua domanda interna, soddisfare i suoi bisogni sociali, produrre i beni pubblici europei.

Bisogna tener conto che gli investimenti non si sono mai veramente ripresi dal crollo della crisi del 2007/2008 e che l’enorme liquidità allora creata dal quantitativo easing adottato dalle Banche centrali di tutto il mondo è rimasta largamente utilizzata o ha alimentato la speculazione e la finanziarizzazione.

È ormai chiaro che l’occupazione non viene alimentata stimolando l’offerta di lavoro ed elevando l’occupabilità delle persone con politiche flessibilizzanti perché se l’occupabilità aumenta ma non c’è domanda adeguata, l’occupazione non cresce conseguentemente. Del resto, quello che Pierluigi Ciocca chiama uno «spaventoso equilibrio di sottoccupazione» mostra che a ben poco è valsa in termini di occupazione addizionale la mole di incentivi, benefici fiscali, decontribuzioni, bonus (tutti trasferimenti monetari con presunta efficacia stimolativa solo indiretta) a cui si è fatto ricorso nel tempo specie in Italia e in cui ha brillato l’attuale governo Meloni. Nemmeno ci si può affidare al mito della «fine del lavoro» e della jobles society, smentito ripetutamente dalla storia.

Dunque, il connubio nuovo modello di sviluppo/investimenti/lavoro si rivela fondamentale. Le parole chiave devono diventare: progettualità, piano, programmazione, creazione diretta di lavoro. L’alternatività richiesta può essere messa in atto solo da un operatore pubblico animato da un grande spirito progettuale e, al tempo stesso, in grado di operare non in termini accentrati ma articolando un’architettura aperta e plurale nella logica dello «sperimentalismo istituzionale». Va respinta l’idea che lo Stato debba limitarsi a fornire attività regolatoria e incentivi indiretti o la convinzione secondo cui di politica pubblica si può parlare unicamente in termini di regole della concorrenza (antitrust, privatizzazioni, difesa dei diritti proprietari ecc.) o di finanziamento delle infrastrutture di base. Uno dei difetti maggiori di tali teorie è che da una parte immaginano interventi pubblici «circoscritti» e «occasionali» (come circoscritti e occasionali sarebbero i fallimenti del mercato, mentre essi nella realtà sono «pervasivi» e «strutturali»), dall’altra parte ignorano un elemento fondamentale della storia economica moderna, sottolineato da Mariana Mazzucato: in molti casi il governo non ha soltanto dato «spintarelle» o fornito «regolazione», ha funzionato come «motore primo» della creazione di nuovi mercati, delle innovazioni più radicali, della creazione di lavoro.

La socializzazione degli investimenti e la creazione diretta di lavoro
Qui veniamo al punto su cui sono ancora da raccogliere le sollecitazioni del tardo Keynes, quello dell’ultimo capitolo della Teoria generale. Keynes aveva individuato i limiti fondamentali del capitalismo nell’incapacità di dare vita spontaneamente al pieno impiego e nella diseguale distribuzione del reddito e della ricchezza, fenomeni per lui strettamente congiunti. L’influenza che lo Stato deve esercitare sulla propensione a consumare e sull’investimento privato non sarà sufficiente a contrastare una tendenza al ristagno che Keynes considerava intrinseca al capitalismo: a essa si può rimediare soltanto con una socializzazione dell’investimento di natura pubblica, spinta fino a ripristinare il pieno utilizzo di capitale e lavoro, realizzato il quale gli interessi privati possono tornare a essere considerati in grado di guidare l’allocazione ottimale delle risorse. Hyman Minsky – tra i più geniali seguaci di Keynes – era più radicale, ed era stato irreversibilmente segnato dalla rivoluzionaria esperienza del New Deal. Egli coglie un limite più profondo e persistente del processo di investimento capitalistico, che collega all’assetto della finanza e all’instabilità strutturale del capitalismo, ed estende la socializzazione dell’investimento alla banca e all’occupazione reclamando lo Stato come employer of last resort, atto a dare vita a iniziative di «lavoro garantito». Il nodo era, ed è tutt’oggi, la problematicità del processo di investimento capitalistico e la sua relazione con il lavoro, quella problematicità che induceva Keynes a denunziare «l’atroce anomalia della disoccupazione in un mondo pieno di bisogni».

Sono, dunque, i mercati, l’innovazione, la produzione, le attività a dover essere ridisegnati dalle fondamenta in termini drasticamente diversi, in un quadro che ridefinisca la coerenza tra politiche economiche e sociali, tra politiche macro e micro, e precisi le linee evolutive delle problematiche settoriali, tra cui le politiche industriali, quelle per l’innovazione e la Ricerca e Sviluppo, le politiche per la scuola e per l’Università, ecc. Ecco perché ci vogliono istituzioni pubbliche orientate a contrastare i trend naturali: è richiesta l’assunzione di una «progettualità» grandiosa, sulle tracce autentiche del New Deal di Roosevelt. Tale progettualità va finalizzata all’ideazione di un nuovo modello di sviluppo. Il lavoro va considerato non come un fattore tra gli altri ma come un baricentro. In particolare non si può più ricorrere solo a incentivi volti a stimolare indirettamente la generazione di lavoro (come incentivi fiscali, decontribuzioni, bonus, trasferimenti monetari), ma sono richieste strategie di «creazione diretta» di lavoro mediante un insieme articolato di progetti, promosso e veicolato dall’operatore pubblico. La memoria va ai difficili anni Settanta, quando la convergenza delle implicazioni della prima grande crisi petrolifera e delle tremende «inquietudini» sociali dell’epoca – non ultimo un terribile terrorismo – spinse all’adozione di importantissime riforme, tra cui la legge sull’«occupazione giovanile» del 1977 e l’adozione del Servizio Sanitario nazionale nel 1978 (di entrambe fu artefice, con altre e altri, la prima ministra donna italiana, Tina Anselmi).

L’ITALIA UN LABORATORIO PER PROGETTI EMBLEMATICI
Occorre, quindi, fare di «progetti», «programmazione», «capacità progettuale», le vere parole chiave. La questione «progetti» è cruciale, perché con essa è in gioco la possibilità di mutare radicalmente il modello di sviluppo. Solo le istituzioni pubbliche possono tendere a ciò. Invece, paghiamo a caro prezzo, soprattutto in Italia, l’arretramento del perimetro pubblico voluto dall’ostilità allo Stato del neoliberismo, espressosi in esternalizzazioni e privatizzazioni che hanno svuotato, depotenziato e dequalificato le capacità pubbliche.
Le amministrazioni nazionali debbono al blocco del turnover la mancanza di circa 500.000 lavoratori che lasciano vuote altrettante posizioni cruciali: geologi, archeologi, urbanisti, architetti, esperti in beni culturali, pianificatori, economisti, informatici, operatori sanitari e della cura. A questa situazione deprimente, tuttavia, non bisogna rassegnarsi come è implicito, invece, quando si ricorre in modo massiccio e deresponsabilizzante a trasferimenti monetari (di cui è parte anche il reddito di cittadinanza), bonus, incentivi fiscali. Le analisi sui fiscal multiplier, tra cui quelle dell’Ocse e del Fondo monetario internazionale da tempo documentano che, mentre il moltiplicatore in termini di maggiore Pil e di maggiore occupazione della riduzione delle tasse (di cui la decontribuzione è parte) è basso (circa lo 0,5%), il moltiplicatore degli investimenti pubblici può essere particolarmente alto (fino all’1.5% di aumento del PIL nel primo anno e 3% nel medio periodo). Ciò si verifica soprattutto se gli investimenti vengono effettuati in periodi di bassa crescita con bassi tassi di interesse e finanziati in debito (la cui sostenibilità è assicurata da un effetto espansivo cumulato dell’output che si riflette in una diminuzione del rapporto debito/Pil). E del resto è sempre Keynes che ci segnala che «non dovrebbe essere difficile accorgersi che 100.000 case nuove rappresentano un’attività per la nazione mentre un milione di disoccupati sono una passività».
Rispetto a tutto ciò l’Italia può rivelarsi un laboratorio emblematico. Vi sono esempi salutari, piuttosto che gli investimenti in riarmo, di campi in cui può prendere vita il nuovo modello di sviluppo:

1) tenuta del territorio, riassetto idrogeologico, salvaguardia e valorizzazione del paesaggio naturale e artistico (tutela dei bacini idrici, gestione dei corsi dei fiumi, consolidamento dei terreni franosi, messa in sicurezza dagli eventi sismici, manutenzione della viabilità urbana ed extraurbana, tutela delle spiagge, bonifiche e trattamenti dei rifiuti, infrastrutturazione dei porti, ecc.), tutti ambiti da cui possono scaturire tecnologie alternative da utilizzare anche altrove;
2) rilancio delle città (con la valorizzazione degli innumerevoli beni culturali, l’attribuzione di maggior valore alle attività di cura, la bonifica e l’innalzamento della qualità della vita nelle aree interne e nelle periferie, la contrazione dei consumi energetici, l’infrastrutturazione digitale, la nuova mobilità e i nuovi assetti anche in relazione alla modifica delle funzioni tra centro, quartieri periferici, aree più vaste);
3) scuola, Università, ricerca (con la manutenzione e il rinnovamento del patrimonio edilizio, il reclutamento e la formazione del personale, l’offerta di materiale didattico digitale, il completamento dell’obbligo, l’aumento del numero dei laureati, la messa in opera di un sistema di formazione permanente che si ispiri alle 150 ore, uno shock da imprimere alla ricerca di base, il superamento del gap formativo tra Nord e Sud).

*(Laura Pennacchi, economista, più volte eletta in Parlamento, è stata sottosegretario al Tesoro con Ciampi nel primo governo Prodi. È attiva nella Fondazione Basso e coordina il Forum Economia nazionale della Cgil. Ha pubblicato saggi per riviste e libri.)

 

 

 

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