n° 08 – 14/02/26 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO.

01 – Giovanni Carrosio*: Sanitari di tutto il mondo – Storie Sanzioni per chi non caccia i medici che Cuba esporta ai paesi in crisi: al diktat Usa cedono Guatemala, Paraguay, Bahamas, Guyana… Ma ce ne sono oltre 30mila. Anche in Calabria)
02 – NATO, CARE’*: audizione sullo stato delle relazioni transatlantiche negli attuali scenari di crisi
03 – Estero, Carè*: confronto sull’evoluzione dell’Alleanza Atlantica, Indo-Pacifico e Mediterraneo
04 – Claudia Fanti*: «Possono rovesciare governi ma non vincere un popolo» – Quale futuro per Cuba Intervista allo scrittore e teologo della liberazione brasiliano Frei Betto (**)
05 – Il cardinale di Gerusalemme Pizzaballa: «Il Board of Peace operazione colonialista» (*)
06 – Eman Abu Zayed*: Reportage – «C’è solo acqua salata», come le lacrime di Gaza. DEIR AL BALAH
Reportage dalla Striscia L’offensiva israeliana ha distrutto il 90% degli impianti di desalinizzazione, i raid prendono di mira i camion-cisterna e il blocco totale impedisce i rifornimenti. Una madre, una ragazzina, un autista e un sindaco raccontano la sete della Palestina
07 – Sebastiano Canetta*: La Conferenza di Monaco avverte: «Trump il distruttore»
BERLINO – Conferenza di Monaco 2026 Nella relazione ufficiale dell’evento che inizia venerdì la minaccia Usa.
08 – Argentina, proteste contro la riforma del lavoro a Buenos Aires: scontri davanti al Parlamento.
Quando il capitale ritorna, non fa mai prigionieri.
09 – Nicola Casale*: Palestina e Iran nella crisi dell’imperialismo e del capitalismo.

 

 

01 – Giovanni Carrosio*: SANITARI DI TUTTO IL MONDO – STORIE SANZIONI PER CHI NON CACCIA I MEDICI CHE CUBA ESPORTA AI PAESI IN CRISI: AL DIKTAT USA CEDONO GUATEMALA, PARAGUAY, BAHAMAS, GUYANA… MA CE NE SONO OLTRE 30MILA. ANCHE IN CALABRIA)

Varese, 2020: l’arrivo dei medici cubani che verranno impiegati nell’ospedale da campo di Crema per l’emergenza Covid Varese, 2020: l’arrivo dei medici cubani che verranno impiegati nell’ospedale
L’11 febbraio il Guatemala ha annunciato la cessazione progressiva del programma di cooperazione sanitaria con Cuba. Quattro centododici operatori sanitari, di cui 333 medici, che dal 1998 lavorano nelle aree indigene e rurali del paese centroamericano, saranno gradualmente rispediti a casa. Il ministero della salute ha parlato di «analisi tecnica» per «rafforzare il sistema sanitario nazionale». Nessuno ci ha creduto.
NON CI HA CREDUTO Fernando González Davison, esperto guatemalteco di relazioni internazionali, che ha ricordato come i medici cubani fossero andati esattamente dove nessun altro voleva andare: nelle comunità indigene devastate da quarant’anni di guerra civile, nei villaggi dove la corruzione aveva svuotato gli ambulatori e i giovani laureati guatemaltechi rifiutavano di trasferirsi.
Non ci ha creduto Philip J. Pierre, primo ministro di Santa Lucia, che ha denunciato pubblicamente le pressioni americane sul suo governo affinché interrompesse persino l’invio di studenti a formarsi a Cuba, definendo la situazione «un problema enorme». E non ci crede nessuno che abbia seguito la cronologia dei fatti.
A FEBBRAIO 2025, il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato restrizioni sui visti per i funzionari cubani coinvolti nelle missioni mediche all’estero, estendendo la misura a qualsiasi funzionario straniero giudicato complice del programma. Ha definito le missioni mediche cubane una forma di lavoro forzato. Ad agosto, le sanzioni hanno colpito funzionari brasiliani e grenadini. Nel frattempo, uno dopo l’altro, i paesi hanno ceduto: il Paraguay, le Bahamas, la Guyana, Antigua e Barbuda.
Quest’ultimo caso è tra i più eloquenti: il primo ministro Gaston Browne aveva difeso per tutto il 2025 il programma cubano come essenziale per la tenuta del sistema sanitario nazionale, per poi cancellarlo a dicembre senza fornire alcuna spiegazione pubblica, sostituendo i medici cubani con personale reclutato in Ghana.

IL MECCANISMO è sempre lo stesso. Washington minaccia restrizioni sui visti e ripercussioni commerciali. I governi, quasi tutti dipendenti dagli Stati Uniti per commercio, aiuti e sicurezza, capitolano. E i poveri restano senza medici.
Bisogna guardare i numeri per comprendere la portata di ciò che si sta smantellando. Dal 1963, oltre 600mila operatori sanitari cubani hanno prestato servizio in più di 160 paesi. Nel 2019, le Nazioni Unite stimavano circa 30mila medici cubani attivi in 67 nazioni. Cuba, undici milioni di abitanti, un’isola strangolata da sei decenni di embargo, è il paese con la più alta densità di medici al mondo: 8,4 ogni mille abitanti, contro i 2,6 degli Stati Uniti. Cuba fornisce più personale medico ai paesi in via di sviluppo di tutti i paesi del G8 messi insieme.
In Honduras, tra il 1998 e il 2003, nelle aree servite dai medici cubani la mortalità infantile è scesa da 30,8 a 10,1 per mille nati vivi, quella materna da 48,1 a 22,4. Nel 2004, il Guatemala ha conferito ai 1.700 medici cubani presenti nel paese l’Ordine del Quetzal, la più alta onorificenza dello Stato. Quando il terremoto ha colpito il Kashmir pakistano nel 2005, 2.400 operatori sanitari cubani hanno curato 1,7 milioni di pazienti in 32 ospedali da campo, donati al paese al termine della missione. Un paese con cui Cuba non aveva neppure relazioni diplomatiche.
E POI C’È la Calabria. Dal 2022 centinaia di medici cubani lavorano negli ospedali di Cosenza, Vibo Valentia, Crotone, Reggio Calabria e Catanzaro, in una regione dove la sanità pubblica è sotto commissariamento da oltre un decennio. Il governatore Roberto Occhiuto, esponente di Forza Italia, ha firmato l’accordo con la Comercializadora de Servicios Médicos Cubanos perché, semplicemente, non c’era alternativa. I medici italiani non vogliono lavorare negli ospedali calabresi.
Quelli cubani sì. Il programma prevede oggi di arrivare a mille medici cubani nella regione. I pazienti calabresi, come ha scritto Il Post, usano espressioni come «boccata d’ossigeno» e «indispensabili».
La questione dello sfruttamento esiste. Non si può ignorare che il governo cubano, attraverso la società statale Csmc, trattiene una parte significativa dei compensi destinati ai medici. In Calabria, dei 4.700 euro lordi mensili corrisposti dalla Regione, secondo un’inchiesta della giornalista Annarel Grimal, al singolo medico ne arriverebbero circa 1.200. Nelle Bahamas, i medici ricevevano il 15 per cento dei 12.000 dollari mensili pagati dal governo locale. Sono cifre che pongono interrogativi legittimi.

MA LA PRETESA che siano Marco Rubio e l’amministrazione Trump a farsi paladini dei diritti dei lavoratori cubani è una delle più spettacolari inversioni retoriche della politica contemporanea. Rubio, figlio dell’esilio cubano di Miami, ha costruito la sua intera carriera politica sulla promessa di strangolare il governo dell’Avana. Il suo mandato come segretario di Stato ha coinciso con un’escalation senza precedenti: sette misure contro Cuba nel solo primo mese, compresa un’ordinanza esecutiva che minaccia sanzioni ai paesi terzi che forniscono combustibile all’isola. Non si tratta di proteggere i medici cubani. Si tratta di tagliare la principale fonte di valuta pregiata di Cuba, stimata in circa 6 miliardi di dollari nel 2021, e di eliminare il più potente strumento di soft power dell’Avana.
L’ironia è feroce. Gli Stati Uniti, che non riescono a garantire l’accesso universale alle cure ai propri cittadini, dove 27 milioni di persone non hanno assicurazione sanitaria e l’aspettativa di vita è in calo, pretendono di insegnare sanità pubblica a un paese che ha costruito la più grande scuola di medicina del mondo per i poveri del pianeta. La Elam, Escuela Latinoamericana de Medicina, fondata nel 1999 all’Avana, ha formato gratuitamente oltre 30mila medici provenienti da 122 paesi, compresi 250 cittadini statunitensi, quasi tutti afroamericani, ispanici e nativi americani provenienti da comunità svantaggiate, che oggi lavorano nelle aree più povere degli Stati Uniti.

L’OFFENSIVA CONTRO le missioni mediche cubane non riguarda i diritti umani. Riguarda il fatto che un piccolo paese sotto embargo dimostra ogni giorno, con i suoi medici nei villaggi più remoti del Guatemala, nelle terapie intensive della Calabria, negli ospedali donati al Kashmir, che la salute può essere un diritto e non una merce. È una lezione che il mercato non può tollerare. E che Washington, con la complicità di governi troppo deboli per dire no, sta cercando di cancellare.
Chi pagherà il prezzo non sarà Rubio, né l’ambasciata americana a Città del Guatemala. Saranno i pazienti delle comunità indigene del Petén. Saranno i calabresi di Vibo Valentia. Saranno tutti coloro per i quali un medico cubano era l’unico medico possibile
*(Giovanni Carrosio insegna Sociologia dell’ambiente e Sistemi a rete, territorio e sviluppo all’Università di Trieste. È membro del Coordinamento del Forum Disuguaglianze e Diversità e presidente dell’associazione Aree Fragili.)

 

02 – NATO PA, CARE’: AUDIZIONE SULLO STATO DELLE RELAZIONI TRANSATLANTICHE NEGLI ATTUALI SCENARI DI CRISI
Roma 12. feb.- Alla Camera dei Deputati, la Delegazione italiana dell’Assemblea parlamentare della NATO ha svolto un’importante audizione con Mariangela Zappia, Presidente dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, dedicata all’analisi dello stato delle relazioni transatlantiche alla luce delle crisi che attraversano lo scenario globale. Il confronto ha consentito di approfondire le trasformazioni in atto negli equilibri geopolitici, in un contesto segnato da conflitti, tensioni strategiche, competizione tra potenze e nuove minacce ibride. In questa fase complessa, il legame tra Europa e Stati Uniti si conferma un elemento centrale per la tenuta dell’architettura di sicurezza internazionale. L’esperienza diplomatica della Presidente Zappia – maturata presso le Nazioni Unite, a Washington, in ambito NATO e nei consessi multilaterali come G7 e G20 – ha offerto una lettura autorevole e concreta delle dinamiche in corso, evidenziando la necessità di consolidare il coordinamento politico e strategico tra alleati. È emersa con chiarezza l’esigenza di rafforzare il dialogo transatlantico non solo sul piano della difesa, ma anche su quello economico, tecnologico ed energetico, ambiti nei quali le interdipendenze sono sempre più profonde. La coesione tra alleati rappresenta oggi una condizione essenziale per affrontare sfide globali che richiedono risposte condivise e lungimiranti. In uno scenario internazionale in rapida evoluzione, servono responsabilità, capacità di analisi e visione strategica. Il rapporto transatlantico continua a essere un pilastro per la sicurezza collettiva, per la stabilità delle istituzioni democratiche e per la tutela dei valori che accomunano le nostre società.” Così Nicola Carè. Capogruppo dei socialisti e democratici dell’assemblea parlamentare Nato.
*(On./Hon. Nicola Carè – Circoscrizione Estero, Ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide – Camera dei Deputati – IV Commissione Difesa)

 

03 – Estero, Carè*: CONFRONTO SULL’EVOLUZIONE DELL’ALLEANZA ATLANTICA, INDO-PACIFICO E MEDITERRANEO – “UN INCONTRO PROMOSSO DALL’AMBASCIATRICE D’AUSTRALIA IN ITALIA JULIANNE COWLEY HA OFFERTO L’OCCASIONE PER RIFLETTERE SU UNA TRASFORMAZIONE PROFONDA DEGLI EQUILIBRI INTERNAZIONALI: INDO-PACIFICO E MEDITERRANEO ALLARGATO, PUR LONTANI SULLE MAPPE, SONO OGGI LEGATI DA DINAMICHE STRATEGICHE SEMPRE PIÙ STRETTE. IL CONFRONTO HA MESSO IN EVIDENZA COME LE GRANDI QUESTIONI DEL NOSTRO TEMPO NON CONOSCANO CONFINI REGIONALI.
La guerra di aggressione russa contro l’Ucraina, la sicurezza delle rotte marittime, la resilienza delle istituzioni democratiche di fronte a pressioni esterne e campagne di disinformazione sono sfide che impongono risposte comuni, fondate sulla cooperazione tra Paesi che condividono valori, responsabilità e rispetto dello Stato di diritto. Il dibattito è stato arricchito da interventi di altissimo profilo. Il gen. Max A.L.T. Nielsen del NATO Defense College ha illustrato l’evoluzione dell’Alleanza Atlantica, sottolineando quanto le partnership globali siano ormai centrali per la sicurezza euro-atlantica. Il Prof. Rory Medcalf AM dell’ANU National Security College ha spiegato perché la stabilità dell’Indo-Pacifico non sia una questione distante per l’Europa, ma una componente diretta della sua sicurezza e prosperità. Tom Rogers AO ha infine posto l’accento su un tema cruciale e spesso sottovalutato: la tutela dei processi elettorali come elemento chiave della sicurezza nazionale, soprattutto in un’epoca segnata da interferenze, manipolazioni e minacce ibride. Un confronto intenso e stimolante, che conferma una verità sempre più evidente: in un mondo interconnesso, la sicurezza non si difende per compartimenti stagni, ma attraverso alleanze solide, fiducia reciproca e una visione condivisa del futuro.” Così il deputato eletto all’estero del Pd, Capogruppo dei socialisti e democratici in assemblea Parlamentare Nato, Nicola Carè.
*(On./Hon. Nicola Carè (PD) – Circoscrizione Estero, Ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide – Camera dei Deputati – IV Commissione Difesa)

 

04 – Claudia Fanti*: «POSSONO ROVESCIARE GOVERNI MA NON VINCERE UN POPOLO» – QUALE FUTURO PER CUBA INTERVISTA ALLO SCRITTORE E TEOLOGO DELLA LIBERAZIONE BRASILIANO FREI BETTO (**)

Se gli amici si vedono al momento del bisogno, il profondo legame che unisce lo scrittore e teologo della liberazione brasiliana Frei Betto al popolo cubano ha superato ogni test. L’autore del celeberrimo libro Fidel y la religión, nato da una lunga intervista a Fidel Castro su cristianesimo e rivoluzione, frequenta l’isola caraibica da oltre quarant’anni – solo nel 2025 ci è andato sei volte – collaborando dal 2019 con il governo cubano nel Piano di sovranità alimentare ed educazione nutrizionale (Plan San) sostenuto dalla Fao, a partire dalla sua esperienza in Brasile con il programma “Fame Zero” del primo governo Lula.

CONVINTO CHE, COME HA SCRITTO IN PASSATO, SE IL SOCIALISMO FALLISSE A CUBA, «SAREBBE LA FINE DI TUTTA LA SPERANZA STORICA DELL’UMANITÀ», IL FRATE DOMENICANO HA SUBITO ACCETTATO DI CONVERSARE CON NOI SUL MOMENTO DRAMMATICO CHE STA ATTRAVERSANDO L’ISOLA.

LA FIRMA DA PARTE DI TRUMP DI UN ORDINE ESECUTIVO CHE MINACCIA SANZIONI A CHIUNQUE VENDERÀ PETROLIO A CUBA È SOLO L’ULTIMO ATTO DI UN’AGGRESSIONE INFINITA CONTRO L’ISOLA. CI SARÀ MAI FINE A QUESTO ACCANIMENTO?
Già l’inclusione di Cuba nella lista dei paesi promotori del terrorismo da parte dei governi Trump 1, Biden e Trump 2 ha colpito duramente l’economia dell’isola. Basti pensare che i turisti dell’Europa Occidentale in visita al paese saranno considerati dalla Casa Bianca come potenziali terroristi. Eppure Cuba è storicamente nota per la sua lotta contro il terrorismo. In questo quadro, la maggior parte dei canali bancari per le transazioni finanziarie sono bloccati, ostacolando enormemente le importazioni – Cuba importa l’80% degli alimenti che consuma – e le esportazioni: nichel, tabacco, miele, rum, servizi medici ed educativi. L’intera matrice energetica cubana è basata sul petrolio, somministrato da tre paesi che, in questo momento, si trovano tutti in difficoltà: la Russia, l’Iran e il Venezuela. Il Messico, è vero, ha offerto una quota di petrolio considerevole, pari, lo scorso gennaio, a 84.900 barili. Ma, dopo l’ordine esecutivo di Trump, tutto rischia di peggiorare. Anche se Cuba riesce a produrre almeno 30mila barili di petrolio al giorno, ne servono almeno 100mila. Così, la carenza di energia provoca, in tutto il paese, frequenti blackout, i quali incidono pesantemente sull’agricoltura, i trasporti, l’industria e il turismo. Di certo, in questo momento storico, la solidarietà nei confronti di Cuba acquista un’importanza fondamentale.

IN QUALI CONDIZIONI SI TROVA OGGI IL POPOLO CUBANO?
Si registra un’involuzione nelle condizioni di vita della popolazione. A causa delle difficoltà economiche, l’esodo, soprattutto dei giovani, è intenso. I salari si sono deteriorati. Nei mercati gli alimenti si trovano, ma l’inflazione è alta. Tra la popolazione si stanno accentuando le disuguaglianze: quanti ricevono dollari o euro dall’estero, dai familiari che sono emigrati, possiedono un potere d’acquisto di cui la maggioranza non dispone. Malgrado tutto, il governo sta adottando diverse misure per far fronte alla situazione e il popolo mostra un’eroica resilienza dinanzi alla crisi. Con il Piano di sovranità alimentare stiamo cercando di sostituire i prodotti importati, passando per esempio dal pane di frumento al pane di manioca o di mais, che il paese produce. E in questo quadro abbiamo creato i Sal, Sistemi alimentari locali, con personale formato per incentivare la produzione agricola in chiave agroecologica. Inoltre, la Cina ha cooperato in maniera esemplare con impianti di energie rinnovabili destinati all’agricoltura.

SI SENTE SPESSO PARLARE DI UNA CRESCENTE REPRESSIONE DEL DISSENSO. È IN ATTO ANCHE UN’INVOLUZIONE DEMOCRATICA?
Da questo punto di vista, credo ci sia stata al contrario un’evoluzione. Il presidente Díaz-Canel ha dato vita a un governo itinerante. Ogni mese visita due o tre province insieme ai suoi ministri, dialogando con il popolo e cercando soluzioni locali alle diverse difficoltà. Si registra un appello più forte alla partecipazione popolare.

FIN DOVE PUÒ ARRIVARE LA RESILIENZA DEL POPOLO CUBANO?
Cuba è un esempio di resilienza e dignità. In questi 67 anni di rivoluzione le difficoltà sono state permanenti, basti pensare all’invasione della Baia dei Porci nel 1961, alla crisi dei missili nel 1962, alla guerra in Angola tra il 1975 e il 1991, al Periodo Speciale tra il 1991 e il 1995, per finire con l’embargo imposto dagli Usa. I cubani sono orgogliosi della loro indipendenza e della loro sovranità. Non vogliono che il futuro del paese sia il presente dell’Honduras o del Guatemala. È un popolo istruito, colto, con un marcato talento artistico, specialmente nel balletto, nelle arti plastiche e nella letteratura. A Cuba sono nati il mambo, la rumba, il cha-cha-cha, el danzón, la timba, la salsa. È innegabile che molti cubani siano stanchi delle attuali difficoltà economiche, ma tutti sanno che una Cuba capitalista tornerebbe a essere fatalmente il “bordello dei Caraibi”, ricettacolo di miseria, droghe e criminalità. Le politiche governative sono a favore dell’intera popolazione, e non di una classe o di un settore privilegiato. I tre diritti umani fondamentali – alimentazione, salute ed educazione – sono strutturalmente garantiti a tutto il popolo. Il sistema di salute è gratuito e così l’istruzione, fino all’università. E ogni famiglia riceve, ogni mese, un pacco di viveri, benché la sua qualità sia pregiudicata dalla crisi che attraversa il paese.

TRUMP HA DICHIARATO CHE CUBA «NON SOPRAVVIVERÀ». ESISTE QUESTO PERICOLO?
Il pericolo ci sarebbe se gli Usa invadessero Cuba. Tuttavia la Casa Bianca ha appreso dalla storia che la sua potenza militare è in grado di rovesciare governi, non di sconfiggere un popolo. E intervenire a Cuba significa sfidare un popolo. Credo, sì, che l’amministrazione Trump intensificherà le sue azioni terroriste, ma la mia speranza è che il popolo statunitense si pronunci contro il presidente alle elezioni di medio termine, costringendolo a retrocedere, e che il multilateralismo finisca per imporsi. Conserviamo il pessimismo per giorni migliori!
*(Fonte: Il Manifesto, Claudia Fanti, Giornalista, scrive soprattutto di America Latina. Da più di 20 anni scrive sul settimanale Adista e collabora con il Manifesto e con altre testate)
**(Frei Betto – Scrittore e teologo della liberazione brasiliana)

 

05 – IL CARDINALE DI GERUSALEMME PIZZABALLA: «IL BOARD OF PEACE OPERAZIONE COLONIALISTA» (*)

Il Board of Peace è un nuovo organismo internazionale che nelle intenzioni della Casa Bianca dovrebbe occuparsi della gestione e della risoluzione dei conflitti globali6 febbraio 2026
Il cardinale Pier Battista Pizzaballa, patriarca cattolico e biblista italiano dell’Ordine dei frati minori, patriarca di Gerusalemme dei Latini, in occasione dell’incontro con il Patriarca di Gerusalemme tenutosi presso il Convento di San Francesco a Ripa Grande a Roma venerdì 06 febbraio 2026. Il cardinale Pier Battista Pizzaballa, patriarca cattolico e biblista italiano dell’Ordine dei frati minori, patriarca di Gerusalemme dei Latini, in occasione dell’incontro con il Patriarca di Gerusalemme tenutosi presso il Convento di San Francesco a Ripa Grande a Roma venerdì 06 febbraio 2026.

“COSA PENSO DEL BOARD OF PEACE?
PENSO CHE È UNA OPERAZIONE COLONIALISTA: ALTRI CHE DECIDONO PER I PALESTINESI».
Così il cardinale Pier Battista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, intervistato dalla giornalista Rai Maria Gianniti durante un incontro nel santuario di San Francesco a Ripa, a Roma. «Io risponderei molto candidamente – ha premesso Pizzaballa -.
CI HANNO CHIESTO DI ENTRARCI. UN MILIARDO NON CE L’HO PIÙ, MA SOPRATTUTTO IL COMPITO DELLA CHIESA NON È QUESTO. SONO I SACRAMENTI LA DIGNITÀ DELLA PERSONA».
Il Board of Peace è un nuovo organismo internazionale che nelle intenzioni della Casa Bianca dovrebbe occuparsi della gestione e della risoluzione dei conflitti globali. Un progetto che divide profondamente la comunità internazionale e solleva interrogativi sulla tenuta dell’architettura multilaterale costruita nel secondo dopoguerra. Ai Paesi invitati dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump è stato chiesto un miliardo di dollari come quota di adesione.
In Europa sono emerse forti perplessità sulla struttura del Board, che contrasterebbe con alcuni principi costituzionali e con l’autonomia dell’ordine giuridico europeo. Un documento interno del Servizio europeo per l’azione esterna (Eeas) del 19 gennaio scorso ha criticato la «concentrazione di poteri» attribuita al presidente degli Stati Uniti nella proposta del Board e diversi Paesi hanno reagito con prudenza o rifiuto.
*(NdR)

 

06 – Eman Abu Zayed*: REPORTAGE – «C’È SOLO ACQUA SALATA», COME LE LACRIME DI GAZA. DEIR AL BALAH REPORTAGE DALLA STRISCIA L’OFFENSIVA ISRAELIANA HA DISTRUTTO IL 90% DEGLI IMPIANTI DI DESALINIZZAZIONE, I RAID PRENDONO DI MIRA I CAMION-CISTERNA E IL BLOCCO TOTALE IMPEDISCE I RIFORNIMENTI. UNA MADRE, UNA RAGAZZINA, UN AUTISTA E UN SINDACO RACCONTANO LA SETE DELLA PALESTINA
Dall’inizio del genocidio israeliano e dall’imposizione di un blocco totale sulla Striscia di Gaza il 7 ottobre 2023, gli impianti di desalinizzazione dell’acqua hanno quasi completamente cessato di funzionare a causa della grave carenza di carburante.
Secondo l’Ufficio stampa del governo di Gaza, oltre il 90% degli impianti idrici e di desalinizzazione è fuori servizio. Con il collasso delle infrastrutture, migliaia di famiglie sfollate non hanno altra scelta che affidarsi a fonti d’acqua contaminate, salate e non potabili.
NEI CAMPI PROFUGHI e nelle tende, la vita non si misura più in ore di sonno, ma in litri d’acqua che arrivano o non arrivano. Rahma Fadi, madre di sei figli che vive in una tenda vicino al campo profughi di Al-Maghazi, mi ha detto: «Quando i miei figli piangono dalla sete, do loro acqua salata e prego per la misericordia di Dio. Cos’altro posso fare?».
In un’intervista all’inizio di questo inverno, Fadi mi ha raccontato il calvario della sua famiglia. Dall’inizio del genocidio, non ha più accesso all’acqua potabile. Con gli impianti di desalinizzazione fuori servizio da molti mesi, la sua routine quotidiana e quella dei suoi figli è diventata una lunga attesa per un raro camion cisterna che potrebbe arrivare o meno.
Anche quando il camion arriva, l’acqua spesso non è potabile, conservata in taniche di plastica circondate da mosche. Ma lei non ha altra scelta. Mentre parlavo con lei, Fadi era seduta con i suoi sei figli in una tenda logora ad Al-Maghazi, dopo essere stata sfollata dalla sua casa nel nord di Gaza, precisamente nel quartiere di Al-Zaytoun. Ha costruito la tenda con pezzi di stoffa e plastica tesi su fragili pali di legno. All’interno, l’aria è pesante per l’odore di terra umida mescolato a polvere e fumo.
I volti pallidi di Fadi e dei suoi figli riflettono il peso di giorni duri e inesorabili: Salma di dieci anni, Mohammed di otto, Ghada di cinque, i gemelli Omar e Yaqeen di tre e la piccola Zeinab, che non ha ancora compiuto un anno. Tutti indossano abiti laceri che offrono poca protezione dal caldo del giorno o dal freddo della notte.

Il marito di Rahma Fadi, Akram Fadi, 41 anni, lavorava come tassista. Durante lo sfollamento ha subito una ferita alla gamba a causa di un attacco aereo. La gamba gli è stata poi amputata. Di conseguenza, il peso di mantenere la famiglia è ricaduto quasi interamente su Rahma. Oggi, al posto di Akram, è lei a fare lunghe file per l’acqua, aspettando ore solo per riempire alcuni contenitori che devono durare l’intera giornata.
IL 24 DICEMBRE 2025 ho visitato una zona di Nuseirat dove Ruba Al-Amsha, una ragazza di 17 anni, vive con la sua famiglia in una piccola tenda che hanno montato dopo essere stati sfollati dal quartiere di Al-Shujaiya a Gaza. Nel tardo pomeriggio, Ruba era seduta all’ingresso della tenda, circondata da taniche vuote e vecchi contenitori di plastica usati per conservare l’acqua. Le mosche ronzavano incessantemente intorno alla tenda e ai contenitori, senza mai allontanarsi.
Parlando a bassa voce mentre cambiava posizione per alleviare il dolore, mi ha detto: «Da qualche tempo provo dolore alla parte destra, intorno al rene, soprattutto quando bevo l’acqua del serbatoio. L’acqua è salata e a volte ha un odore strano, ma non abbiamo altra scelta».
Ruba non è ancora riuscita a vedere un medico a causa della mancanza di mezzi di trasporto, ma il suo dolore al rene peggiora di giorno in giorno. Secondo i dati diffusi dal ministero della salute di Gaza e dagli uffici medici governativi, tra il 40% e il 42% dei pazienti affetti da insufficienza renale è deceduto a causa dell’interruzione dei servizi di dialisi dovuta alla carenza di acqua ed elettricità e alla distruzione delle strutture mediche.
In assenza di acqua pulita, le tende sono diventate terreno fertile per le malattie. Quello che sta vivendo Ruba non è un caso isolato, ma il riflesso di una crisi sanitaria in peggioramento che si sta consumando in silenzio, pagata con il dolore da corpi fragili.
Questo dicembre ho anche incontrato Mahmoud Abu Rayan, un autista di camion cisterna che ha la grande responsabilità di consegnare questa risorsa vitale alle famiglie nei campi profughi. Mahmoud continua il suo lavoro in condizioni estremamente pericolose, cercando di alleviare le sofferenze degli abitanti di Gaza che dipendono da fonti d’acqua non sicure.
MAHMOUD ABU RAYAN, 42 anni e padre di tre figli, continua la sua missione quotidiana nonostante la carenza di carburante e la costante minaccia dei droni, trasportando acqua ai campi che ne sono privi: «A volte torno a casa esausto e sopraffatto da tutto ciò che ho visto e i miei figli mi chiedono se sto bene. Io rispondo loro: ‘Sono qui per voi’, ma onestamente, in quei giorni non riesco a dormire», racconta.
Prima dell’inizio della guerra, Abu Rayan lavorava in un’officina meccanica, ma ha lasciato il suo lavoro per dedicarsi al trasporto dell’acqua dopo aver compreso la gravità della crisi in escalation. Guardando l’autocisterna scaricare l’acqua davanti a una tenda nel centro di Deir al-Balah, mi ha detto: «So che sto mettendo a rischio la mia vita, ma se non porto l’acqua, cosa dovrebbero bere i bambini?».
A Gaza, prima dell’annuncio del cessate il fuoco, gli autisti dei camion cisterna erano spesso bersaglio dell’occupazione israeliana. Secondo i giornali locali, il 15 settembre 2024 un drone da ricognizione israeliano ha colpito un camion cisterna civile nella zona di Al-Husseina a Nuseirat, uccidendo l’autista, Mohammad Al-Bardawil, e il suo assistente, Samir Al-Salhi, mentre rifornivano di acqua le famiglie sfollate. Abu Rayan può essere considerato una minaccia per Israele: è stato testimone dell’uccisione di persone innocenti, tra cui bambini che trasportavano taniche vuote, in attesa dell’arrivo dell’acqua.
«A volte finisco il carburante prima di terminare il percorso e devo tornare indietro a piedi o chiedere aiuto», dice Mahmoud. La carenza d’acqua, insieme a quella di carburante, rende quasi impossibile fornire acqua. Abu Rayan conferma anche che il pompaggio e il trasporto casuale di acqua in autocisterne non sterilizzate aumenta il rischio di contaminazione, ma aggiunge: «La gente ha sete e non ha altra scelta».
LA LOTTA di Mahmoud Abu Rayan si intreccia con quella di Sajid Ashraf, dipendente del ministero della salute di Gaza e del comune di Al-Zahra. Ashraf, sposato e padre di due figli, lavora ogni giorno in prima linea affrontando le conseguenze della crisi idrica. Ashraf mi ha spiegato che la chiusura degli impianti di desalinizzazione a causa della carenza di carburante ha intensificato la crisi idrica, portando a un aumento delle malattie trasmesse dall’acqua nelle aree densamente popolate.
«Stiamo assistendo a un aumento dei casi di diarrea e avvelenamento, soprattutto tra i bambini e gli anziani. Lavorare in queste condizioni è estremamente difficile. La mancanza di risorse e l’immensa pressione sul sistema sanitario rendono la nostra missione più impegnativa, ma facciamo tutto il possibile per fornire assistenza medica e preventiva».
Ashraf ha anche parlato dei suoi sforzi ad Al-Zahra per aiutare a fornire acqua e pulire gli spazi pubblici al fine di ridurre la diffusione delle malattie: «Nonostante tutte le difficoltà, cerchiamo di essere un sistema di supporto per la comunità durante questa crisi».
SULLA VIA DEL RITORNO a Nuseirat, sono passata davanti a uno dei campi vicino a Deir al-Balah. Delle famiglie erano in fila davanti a serbatoi d’acqua provvisori. I bambini trasportavano vecchi bidoni di plastica, mentre le donne faticavano a riempirli tra lo sporco e i detriti che circondavano i serbatoi. L’aria era densa di polvere e odore di terra secca e i suoni dei bambini che piangevano e gridavano riempivano lo spazio. Sotto il sole, la gente aspettava con ansia l’arrivo di un camion cisterna, che poteva ritardare di ore a causa della carenza di carburante e delle restrizioni alla circolazione.
La crisi idrica a Gaza non è solo un problema tecnico o logistico, ma una profonda catastrofe umanitaria che ogni giorno colpisce la vita di due milioni di persone. Mentre il blocco continua e il carburante rimane scarso, innumerevoli vite sono in bilico tra la sete e il pericolo. È necessaria una risposta internazionale urgente per alleviare queste sofferenze e garantire l’accesso all’acqua potabile a tutti coloro che ne hanno bisogno.
*(Fonte: Il Manifesto -Eman Abu Zayed – è una scrittrice e traduttrice della Striscia di Gaza, ringrazia le persone che in Italia manifestano per il popolo palestinese.

 

07 – Sebastiano Canetta*: LA CONFERENZA DI MONACO AVVERTE: «TRUMP IL DISTRUTTORE»
BERLINO – CONFERENZA DI MONACO 2026. NELLA RELAZIONE UFFICIALE DELL’EVENTO CHE INIZIA VENERDÌ LA MINACCIA USA.

Di fronte al mondo «under destruction», come precisa il preambolo della presentazione ufficiale dell’edizione 2026, si apre dopodomani la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il meeting che fino a domenica prossima riunirà all’Hotel Bayerischer 70 di leader internazionali impegnati nella «difesa dell’ordine globale».

NELLE INTENZIONI IL VERTICE ha l’obiettivo di trovare la nuova quadra alla sfera geopolitica dell’Occidente sempre più sconquassata soprattutto dalle scosse di Donald Trump. Ma nella consueta autorevole lista dei presenti risalta proprio la grande assenza: nonostante fosse il primo degli invitati, il vicepresidente Stati Uniti d’America, J.D. Vance, ieri ha «inaspettatamente annullato» la sua partecipazione alla conferenza, rivela il sito Politico sulla base di fonti informate di ciò che passa per il suo inner-circle. Di ritorno dalle Olimpiadi di Milano-Cortina, il numero due dell’amministrazione Usa l’altroieri è volato verso la capitale dell’Armenia, mentre ieri era in Azerbaijan dove a riguardo dei propri imminenti impegni faceva sapere: «Il mio programma è frenetico. Non so cosa farò dopodomani».

Così dalla Conferenza di Monaco 2026 mancherà esattamente l’uomo che un anno fa sconvolse l’Europa con la dichiarazione-shock: «Ora tocca a voi pagare il conto per la sicurezza del continente». Per gli Usa in Germania ci sarà invece il segretario di Stato, Marco Rubio, anche se la sua non sarà una visita dedicata quanto un passaggio del suo viaggio a Est che poi proseguirà in Slovacchia e in Ungheria a sostenere Orbán.

IN OGNI CASO, il suo discorso è l’intervento più atteso del meeting sulla sicurezza: ridefinirà i rapporti Europa-Usa attualmente ai ferri corti; almeno questo è il suo compito, come tengono a precisare nell’entourage di Trump a Washington. Rubio farà il punto con tutti gli alleati, ovvero trasmetterà la linea del tycoon in termini più edulcorati chiedendo di accelerare sui dossier principali che rimangono spalancati sul tavolo degli alleati Nato: riarmo (con armi Usa), guerra in Ucraina (finanziata dall’Europa) e il nuovo totalizzante scenario dell’Iran.
ALL’ATTENZIONE del governo Merz, padrone di casa e presente con la delegazione più folta del vertice (sarà presente anche Afd bandita per due anni), ma anche dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni. A rappresentare l’Italia alla Conferenza di Monaco sarà il ministro degli esteri Antonio Tajani. Anche a lui è indirizzato il dossier del meeting da cui emerge che la maggiore minaccia alla stabilità globale è Donald Trump. Nero su bianco dalla relazione ufficiale di preparazione dell’evento: «Il mondo è entrato in un periodo di politica demolitrice. Una distruzione radicale, piuttosto che riforme attente e correzioni politiche, ormai è all’ordine del giorno. Il più importante tra coloro che promettono di liberare il proprio Paese dai vincoli dell’ordine esistente e di ricostruirlo come una nazione più forte e prospera è l’attuale amministrazione statunitense. Di conseguenza, a più di 80 anni dall’inizio della costruzione, l’ordine internazionale post-1945 guidato dagli Usa è ora in rovina».
ANCORA IL FOCUS si concentra così sulla realtà geopolitica che fino a un anno fa veniva negata: «Il più potente tra coloro che smuovono le regole e le istituzioni esistenti è il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Per i suoi sostenitori, la politica del bulldozer intrapresa da Washington promette di spezzare l’inerzia istituzionale e di costringere alla risoluzione dei problemi su sfide caratterizzate dallo stallo».
Di più, l’analisi offerta ai partecipanti della Conferenza nel documento programmatico è precisa e spazia a tutto campo, anche se poi i panel-chiave del dialogo saranno prevalentemente quelli dedicati alle armi.
«In molte società occidentali, le forze politiche che favoriscono la distruzione rispetto alle riforme stanno guadagnando slancio. Spinte dal risentimento e dal rimpianto per la traiettoria liberale intrapresa dalle loro società, cercano di abbattere strutture che ritengono impediranno l’emergere di nazioni più forti e prospere. I loro programmi dirompenti si basano su una diffusa disillusione nei confronti delle prestazioni delle istituzioni democratiche e su una pervasiva perdita di fiducia in riforme significative e correzioni di rotta politiche. In tutti i paesi del G7 intervistati per il Munich Security Index 2026, solo una piccola percentuale di intervistati afferma che le politiche del proprio governo attuale miglioreranno le generazioni future».
*(Fonte: Il Manifesto – Sebastiano Canetta è un giornalista free-lance che ha svolto inchieste nel Nord-Est e in Medio Oriente.)

 

08 – ARGENTINA, PROTESTE CONTRO LA RIFORMA DEL LAVORO A BUENOS AIRES: SCONTRI DAVANTI AL PARLAMENTO. QUANDO IL CAPITALE RITORNA.
È di almeno 37 il bilancio dei manifestanti arrestati durante i violenti scontri scoppiati davanti al Parlamento argentino, mentre il Senato discute la riforma del lavoro promossa dal governo. Lo rendono noto i principali media argentini, precisando che, secondo le autorità cittadine, almeno quattro agenti delle forze di sicurezza sono rimasti feriti.
Scontri e arresti davanti al Parlamento argentino mentre il Senato discute la riforma del lavoro voluta da Javier Milei. A Buenos Aires almeno 37 manifestanti sono stati fermati, secondo i media locali, e quattro agenti sono rimasti feriti.
La protesta, voluta da sindacati e organizzazioni sociali, ha portato in piazza migliaia di persone. Una parte del corteo ha cercato di forzare il cordone di sicurezza che bloccava l’accesso al Congresso: sono volate pietre, bengala e bottiglie incendiarie. La polizia ha risposto con idranti e gas lacrimogeni. Un giornalista dell’Agence France-Presse ha riferito di almeno due feriti, un poliziotto e un manifestante. Il governo ha parlato di “violenza organizzata”, mentre lo stesso presidente Milei ha ribadito che la riforma “andrà avanti”.
Al centro dello scontro c’è la cosiddetta legge di “modernizzazione del lavoro”, un disegno di legge di 213 articoli approvato dal Senato con 42 voti favorevoli e 30 contrari e ora atteso alla Camera. Il testo prevede un profondo riassetto delle norme sul lavoro: estensione della giornata lavorativa fino a 12 ore tramite maggiore flessibilità degli orari, ampliamento dei periodi di prova, riduzione degli oneri per le imprese e nuove regole sui licenziamenti che restringono i casi di reintegro e ridimensionano le indennità.
“NON POSSIAMO CREDERE CHE IN ARGENTINA SI DISCUTA UNA LEGGE CHE CI FAREBBE TORNARE INDIETRO DI 100 ANNI”, HA DETTO ALL’AGENZIA AFP, NEL MEZZO DEGLI SCONTRI, L’AVVOCATO FABIO NUNEZ.
Il provvedimento interviene anche sul diritto di sciopero, introducendo limitazioni nei servizi considerati essenziali, e apre alla contrattazione collettiva a livello aziendale, indebolendo il ruolo dei sindacati nazionali. Tra i punti più contestati c’è la revisione delle ferie e dei riposi: le opposizioni sostengono che la riforma metta in discussione l’impianto delle tutele storiche, comprese le ferie annuali e il pagamento degli straordinari, favorendo una maggiore discrezionalità delle aziende.
(NdR)

 

09 – Nicola Casale*: PALESTINA E IRAN NELLA CRISI DELL’IMPERIALISMO E DEL CAPITALISMO.
Ecocidio imperialismo e liberazione della Palestina, con un commento sul funerale della resistenza palestinese celebrato dal Pungolo Rosso non per la specifica (a dir poco, relativa) importanza del gruppo nel panorama della sinistra rivoluzionaria, ma perché rappresenta in modo evidente la deriva che una buona parte di tale sinistra ha baldanzosamente impresso alla sua evoluzione (in stretta analogia, peraltro, con parti della sinistra antagonista). Al di là della constatazione dell’abisso senza fine di certe formazioni, propongo alla discussione alcune considerazioni su Palestina e Iran e, più in generale, sull’imperialismo e il capitalismo.

L’articolo del Pungolo rivela la voglia smisurata di dichiarare morta la resistenza reale che i palestinesi e l’Asse della Resistenza sono in grado di mettere in campo per promuovere, in alternativa, la propria soluzione ideale (e idealista), che consiste nelle solite formulette general-generiche (rivoluzione di area che sia al contempo anti-imperialista e anti-capitalista) che si sostanziano nel chiedere ai palestinesi e alle masse arabe di accettare la direzione di chi le elabora, cioè di loro stessi, i pungolanti, appunto.

Tipico atteggiamento euro-centrico, che, nel caso del Pungolo, rivela la base materiale dell’euro-centrismo comunista, l’assoggettamento a tutti i comandi dell’imperialismo, appena velato da contorti e contraddittori discorsi anti-capitalisti e anti-imperialisti. Nel caso del Pungolo si tratta di un’abitudine consolidata, con il trionfalistico can can che ostenta per ogni rivoluzione colorata messa in scena dall’imperialismo, anche quando è di evidentissima fattura come l’ultima tentata in Iran, in cui Mossad, Cia, Israele, Usa hanno persino sbandierato il loro ruolo manipolatorio sul campo e nella sfera informativa per trasformare proteste pubbliche dal contenuto economico in disordini messi in atto da loro agenti sul terreno. Per di più con sanzioni strangolatorie che da 47 anni impediscono all’Iran la stabilità economica e con il ricorso alle manovre per provocare un’improvvisa svalutazione della moneta alla fine di dicembre, esplicitamente rivendicate da Bessent (ministro del Tesoro Usa) a Davos. Dio ceca chi non vuol vedere!

Che palestinesi e masse arabe possano abbracciare tali direzioni è (per loro fortuna) del tutto escluso. Ma questo lo capisce anche il più scemo dei pierini. E, infatti, lo scopo ultimo di certe formulazioni è solo quello di conservare la propria piccola setta. Per evitare di offendere le sette che sono davvero fondate su fedi profonde, è bene precisare che nel caso del Pungolo (e di altre sette auto-definitesi comuniste) si tratta di serrare delle piccole claque plaudenti a un capo o a un gruppetto di capi (di solito in lotta tra di loro…). Misera fine dei tentativi di costruire partiti et similia in epoche in cui le classi oppresse non hanno alcuna spinta a ribellarsi. Misera fine di un intero ciclo storico del movimento operaio occidentale.

Che la resistenza palestinese e dell’Asse sia, sul piano militare e politico, in difficoltà è visibile a tutti. Ma chi la dirige e chi la pratica (comprese le masse palestinesi di Gaza) è consapevole fin dall’inizio dell’impossibilità di conseguire una vittoria sul piano militare, dato lo squilibrio di forze, né di potere risolvere nel breve periodo in modo completo la questione palestinese. Le richiamate sette hanno ridotto il concetto stesso di rivoluzione a una semplicistica sequela: rivolta delle masse, presa del potere e sua consegna alla congrega di illuminati che tenevano già pronto il partito e il programma necessari all’uopo. Anche questa visione, peraltro, dimostra la completa soggezione al capitale imperialistico, il quale vive oggi proprio nella spasmodica ansia del tutto e subito, o si vince o si perde, e nella logica binaria delle tecnologie informatiche: 0-1, on-off, bianco-nero.

Se non si fosse obnubilati da questa parodia della rivoluzione, si potrebbe comprendere perché per i palestinesi il 7 ottobre sia stato un atto rivoluzionario, non di una rivoluzione ideale, ma dell’unica possibile, data la realtà delle forze sul campo. Un tentativo obbligato che ha dovuto tener conto del fatto che era in procinto, con gli Accordi di Abramo, la soluzione finale ai loro danni. O tentare di mettere in campo la resistenza con le forze disponibili o perire. Non c’era tempo per aspettare quelli del Pungolo… E senza aspettare pungolate sulla rivoluzione d’area, i palestinesi hanno ardentemente invocato l’attivizzazione delle masse arabe e islamiche. Che, escluso l’Asse, non c’è stata, neanche in Cisgiordania, o non è stata all’altezza. Sarebbe semplicistico spiegarlo con la repressione subita. I gazawi, ben altrimenti repressi, non si sono sottratti al conflitto. I motivi, perciò, vanno cercati altrove. Non è il caso di farlo qui. Solo una battuta: forse perché l’invocazione non è stata corredata dalle perfette formulette del Pungolo e con la sua firma autentica?

Israele super-potenza dell’area

Sul conflitto palestinese ho già scritto in altre occasioni (1, 2 e 3), richiamo qui solo un aspetto.

Con il 7 ottobre tutto il quadro politico dell’Asia Occidentale è stato messo in movimento e sono chiaramente visibili nuove linee di aggregazioni che coinvolgono diversi stati. Questi, senza abiurare i rapporti con gli Usa, dimostrano che la fiducia in essi non è più scontata come prima, proprio perché gli Usa si sono chiaramente schierati con Israele che si sta rivelando una bestia insaziabile di vite (che finché sono palestinesi non glie ne frega niente, ma se rischiano di essere anche qatarioti, la cosa si fa preoccupante…), territori e risorse. Ciò, combinato con la resistenza dell’Asse e dell’Iran, ha fatto saltare gli Accordi di Abramo. Questi erano concepiti come schieramento anti-Iran che avrebbe conferito a Israele il definitivo ruolo di potenza militare e politica dominante su tutta la regione. Stati importanti della regione (Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Egitto) dimostrano ora di rifiutare la sottomissione a Israele e cercano di tessere alleanze economiche, commerciali, finanziarie, militari svincolate dallo stretto controllo Usa/Israele, e stanno già attivamente contrastando le azioni Israele/Emirati in Yemen, Sudan e Corno d’Africa, i sauditi stanno persino aprendo a rapporti con Hezbollah. Borghesie e monarchie che fanno i propri interessi, sotto l’ombrello dell’imperialismo, ma che percepiscono come questo non garantisce più né la stabilità né la sicurezza, ed è del tutto sbilanciato a favore di Israele. A ognuno di loro non importa nulla dei palestinesi, anzi temono che la determinazione di questi ad auto-governarsi si propaghi anche ai propri popoli. Tuttavia, fosse solo per contenere Israele, li sostengono in qualche, pur debolissima, misura.

Con ciò i palestinesi hanno vinto? Se applichiamo l’ansia fasullamente rivoluzionaria del Pungolo, no. Se guardiamo ai fatti nella loro complessità, misurandoli con le esigenze dell’imperialismo e del capitalismo, si può vedere che il progetto di Israele somma potenza dominatrice della regione sia divenuto molto problematico. E ciò ha effetti su tutto l’equilibrio dell’imperialismo della regione e oltre, e apre, perciò, possibilità nuove anche per la libertà dei palestinesi dall’oppressione.

Un passo indietro. Il piano di super-potenza regionale di Israele deriva dal combinarsi di due distinte esigenze di Israele e dell’imperialismo.

Per Israele è una questione esistenziale. La sua realtà di piccolo insediamento coloniale occidentale in un ambiente popolato da masse che mai potranno accettare di sottomettersi volentieri al suo dominio e alla sua stessa presenza, lo costringe a cercare una profondità strategica, cioè a conquistare nuovi territori per allargarsi, e, soprattutto, a impedire che i paesi che lo circondano possano costituire una minaccia. Deve, insomma, essere circondato da stati deboli, fragili, frammentati in enclave settarie e in perenne conflitto civile interno (Libano, Siria), oppure totalmente soggiogati e dipendenti da esso o dagli Usa (Giordania, Egitto). Non è sufficiente che i governi di questi stati siano politicamente proni, ma, appunto, gli stati stessi devono essere falliti o a perenne rischio di fallimento. Questo è indispensabile, ma non è bastevole. Oltre la cerchia di paesi circonvicini, è necessario che in tutta la regione dell’Asia Occidentale e dell’Africa Nord Occidentale non esista alcuno stato alla pari di Israele, in quanto potrebbe diventare il catalizzatore di dinamiche di emancipazione delle masse dei paesi falliti o a rischio fallimento, o anche, semplicemente, di ricostruzione di stati stabili, i quali, anche al solo fine di consolidarsi non potrebbero che rifiutare la sottomissione a Israele. La distruzione creativa inaugurata con l’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq e proseguita con le primavere arabe, ha realizzato gran parte di questo piano, ma si è fermata davanti all’ultimo dei sette stati la cui distruzione era programmata: l’Iran, il quale, inoltre, preparandosi all’assalto programmato, ha coltivato la creazione oltre i suoi confini di un’Asse politico e militare di resistenza. Con gli Accordi di Abramo l’assalto all’Iran sarebbe stato portato da tutti gli stati arabi sotto il comando di Israele. Con il sostegno ovvio dell’imperialismo il successo appariva a portata di mano, Israele si sarebbe garantito il dominio incontrastato (indispensabile per sopravvivere) per diversi decenni a seguire.

Essere super-potenza dominante, inoltre, non è meno esistenziale dal punto di vista economico. Israele è un paese privo di risorse materiali ed ha una debolissima struttura industriale e una ridotta agricoltura. Si salvano solo l’industria militare e un’industria high tech fortemente avanzata soprattutto nel settore militare e di sorveglianza e controllo. Questi asset non sono in grado di sostenere a lungo uno stato, che deve, in più, essere costantemente in guerra. Il sostegno finanziario diretto e indiretto dell’imperialismo è, perciò, vitale per la sua sopravvivenza. Ma questo, da un lato, inizia a subire le difficoltà complessive delle economie imperialiste, e, dall’altro, costituisce pur sempre un condizionamento che sarebbe preferibile quanto meno ridurre come importanza (e, infatti, Nethanyahu preconizza la Nuova Sparta). Un Israele super-potenza si eleverebbe sulla vetta dell’appropriazione di valore nella regione, in associazione con l’intero imperialismo, ma anche divenendo, nelle sue gerarchie, un soggetto con un maggior peso proprio, quindi in grado di accrescere, appunto, la quota di valore di cui si approprierebbe direttamente.

Per l’imperialismo Israele super-potenza costituirebbe la presa definitiva di possesso su una regione strategicamente decisiva per il controllo del mondo, dal punto di vista energetico, finanziario, commerciale e militare, e, inoltre, gli permetterebbe di dirottare risorse militari in altri scenari, Asia Centrale e Orientale.

Distruggere l’Iran

Il rischio di fallimento del progetto super-potenza non è l’unico problema per Israele, ma si aggiunge a altri. Il primo è non essere riuscito a divenire la patria di tutti gli ebrei, anzi la maggioranza di essi si guarda bene dal trasferirvici. La gran parte lo sostiene politicamente e finanziariamente, ma non contribuisce a risolvere il grave problema demografico in rapporto alla massa araba interna e circostante. Il secondo è il ruolo storico di vittime autorizzate a massacrare i palestinesi, che nessuna hasbara potrà ormai ripristinare agli occhi delle masse dell’intero mondo. Il terzo si profila con i riassetti nella regione. Il quarto, e più pericoloso, ne deriverebbe, perché se Israele fosse costretto a bloccare la continua espansione in Palestina e altrove, la crisi interna (quinto problema) precipiterebbe in guerra civile, tra l’ampia schiera dei colonialisti e gli altri, rendendo inutile anche la torsione autoritaria cui ricorre per contenere i conflitti interni.

Ciò ha innescato ormai un processo di sua fine immediata? Assolutamente no, ma ne ha fatto emergere, per la prima volta dopo 78 anni, la possibilità. Ciò i palestinesi armati e quelli massacrati quotidianamente a Gaza e Cisgiordania lo comprendono, e continuano a resistere anche con cedimenti parziali. Ciò che è decisivo per loro è non arrendersi e puntare sul fatto che le altre dinamiche innescate, o aggravate, col 7 ottobre proseguano a produrre conseguenze negative per Israele, a logorarlo. Il Pungolo non può comprenderlo, né può comprendere (al di là della pomposa retorica che addobba il suo assoggettamento all’imperialismo) che la rivoluzione non è un atto, ma un processo che si misura, a volte, anche in decenni.

Il rischio di logoramento rende la capitolazione o la distruzione dell’Iran una questione di vita o di morte per Israele. È drammaticamente urgente. È l’ultimo spiraglio per cercare di ripristinare il progetto di grande dominio su tutti. I palestinesi lo capiscono e si augurano che l’Iran resista e di rivedere ancora i missili iraniani che colpiscono Israele. Il Pungolo si augura la distruzione dell’Iran sbandierando una fantomatica rivoluzione socialista con la patetica ricerca sul campo di gruppetti del tutto privi di influenza reale ma che sventolano programmi compatibili con i propri. Chi organizza le rivoluzioni colorate ha perfezionato, da tempo, l’arte di far credere a ognuna delle correnti politiche occidentali che tra i rivoltosi ci siano soggetti che condividono la loro visione politica, in modo da ottenerne l’appoggio. L’invenzione del Rojava socialista e federalista è stata solo l’esempio più sofisticato di questa capacità di spettacolarizzazione ad personam…

La distruzione dell’Iran anti-imperialista, tuttavia, non è più alla portata di Israele e può ottenersi solo con l’intervento diretto dell’imperialismo. Questo è, a sua volta, profondamente interessato a distruggerlo per una combinazione di motivi nell’ambito della sua strategia di ri-consolidare il dominio sul mondo: senza Iran anti-imperialista si potrebbe mettere Israele al vertice della regione e dirottare forze altrove, si aprirebbe un cuneo verso l’Asia Centrale da usare contro Russia e Cina, si interromperebbero le Vie della Seta cinesi, si riprenderebbe il controllo completo sugli stretti della penisola arabica, si eliminerebbe un pericoloso esempio di nazionalizzazione del petrolio, si rinforzerebbe il dominio mondiale sul petrolio per condizionare lo sviluppo di Cina e altri paesi, e si sanerebbe la ferita dell’umiliazione subita con la rivoluzione del ’79.

Gli Usa, e l’insieme dell’imperialismo, non sono più in grado di ingaggiare una lunga guerra che distrugga e sottometta l’Iran. Devono ricorrere ad altri strumenti, mescolando crisi interna e intervento armato. Embargo, pressione finanziaria, economica, politica, minacce, aggressioni di ogni sorta (eliminazione di scienziati, capi militari, Soleimani, probabilmente anche Raisi). I frutti di questa aggressione, in corso da 47 anni, sembravano essere maturi. La rivoluzione inscenata di recente pianificava il disordine diffuso, violenze e scontri generalizzati di durata sufficiente a mettere in difficoltà lo stato e, al contempo, far crescere il consenso internazionale per assestare un durissimo colpo militare, decapitare la dirigenza, instaurare un quisling o, meglio ancora, gettare le premesse per disgregare l’Iran su linee etniche e geografiche.

Il piano è fallito soprattutto sul piano della mobilitazione popolare. Nei primi giorni le manifestazioni erano partecipate e del tutto pacifiche. Quando sono intervenuti i rivoltosi guidati dall’estero, le piazze si sono svuotate, e nonostante questi abbiano assassinato centinaia di poliziotti, civili e bambini inermi, con decapitazioni filmate in stile Isis, nella speranza di suscitare la mobilitazione popolare contro la repressione del governo (in stile Maidan 2014), le piazze sono rimaste occupate solo da loro. Lo stato ha bloccato internet e i terminali di Starlink (affluiti clandestinamente a migliaia), interrompendo le comunicazioni tra i rivoltosi e, soprattutto, con i loro comandi all’estero. La rivolta è stata sedata, e le strade si sono riempite di milioni di cittadini in difesa della sovranità dell’Iran e della rivoluzione islamica.

Il piano è fallito, ma l’obiettivo-Iran continua a essere nel mirino dell’imperialismo e di Israele. Gli Usa minacciano l’aggressione militare, ma non sembrano avere la possibilità di distruzione massiva e definitiva dell’Iran, la vittoria veloce e senza vittime proprie di cui gli Usa avrebbero bisogno per non impelagarsi in una guerra più impegnativa che ne metterebbe a nudo le fragilità militari e politiche, già incrinate dalla Russia in Ucraina. L’Iran dispone di armamenti sufficienti a resistere e infliggere danni rilevanti a Usa e Israele, oltre, a quanto pare, di un sostegno militare di Russia e Cina più importante di quello di cui disponeva nella guerra dei 12 giorni. Se, dunque, un attacco immediato ci sarà, difficilmente sarà risolutivo, ma solo un passaggio di una continua pressione tesa a fiaccare la resistenza iraniana. L’Iran, tuttavia, ha dichiarato l’indisponibilità a scontri telefonati, come quello che ha chiuso la guerra dei 12 giorni, e a reagire a ogni tipo di attacco militare con il massimo di risposta contro Israele e le basi Usa nell’area.

Ripetizione del Venezuela

Nei piani Usa c’è probabilmente un tentativo di ripetere in Iran quanto realizzato con il Venezuela: massima pressione economica e militare con proposte di accordo in cambio dell’attenuazione delle sanzioni se l’Iran accetterà di rinunciare a nucleare, missili e appoggio all’Asse, lasciando, almeno momentaneamente, immutata la struttura del potere interno. Rimuovere o no Khamenei non è decisivo. Per gli Usa sarebbe meglio rimuoverlo al modo di Maduro, con clamoroso successo militare. Ma va bene anche il contrario. L’Iran si dichiara pronto all’accordo solo sulle armi atomiche (alle quali, da parte sua, ha già rinunciato), ma non sulle dotazioni missilistiche e sul sostegno all’Asse. Per gli Usa sarebbe poco, per Israele niente. Di conseguenza, l’aggressione all’Iran procederà fino a quando non sia sconfitto, o fino a quando non siano sconfitti Israele e l’imperialismo.

Per un cambio di regime soft ci sarebbe bisogno, all’interno dell’Iran, di forze dell’establishment pronte ad accettare lo scambio tra anti-imperialismo e ripresa dell’economia senza sanzioni. Ci sono? O se non ci sono ora, possono maturare dopo un’altra serie di attacchi interni ed esterni? Solo l’evoluzione dello scontro potrà chiarirlo. A ogni buon conto, nessun potere è alieno da dover fare i conti con le condizioni in cui opera. Anche Lenin dovette accettare compromessi, con Brest-Litovsk e non solo. Eventuali cedimenti iraniani andrebbero, dunque, valutati nel quadro di gravi difficoltà in cui il paese versa dopo 47 anni di embargo (per contrastare il quale i Brics non hanno ancora completato l’architettura adeguata, né Cina e Russia dispongono delle risorse per sollevare velocemente l’Iran dalle gravi distruzioni causate dall’embargo) e le continue aggressioni. La natura di classe borghese del potere potrebbe rendere maggiore la disponibilità al compromesso, è vero, ma non toglie, tuttavia, che anche gli stessi riformisti siano consapevoli che la rinuncia a missili e Asse non sarebbe il preludio di un’epoca di pace e sviluppo, ma aprirebbe le porte dell’inferno. Anche per il buon borghese iraniano il cedimento non dà garanzia di ritorni positivi…

Il problema, in ultima istanza, è il grado di attivizzazione e di auto-organizzazione delle masse, tanto per impedire qualsiasi cedimento, quanto per assumere direttamente su di sé gli obiettivi anti-imperialisti nel caso in cui lo stato degli ayatollah cedesse, e, allo stesso tempo, anche per imporre una politica interna a vantaggio delle classi sfruttate e contro la speculazione e i privilegi delle classi possidenti. Grado di attivizzazione all’interno del paese, su cui influisce, non di meno, anche quello esterno, negli altri paesi.

Problema risolto?

La rimozione dell’Iran come faro anti-imperialista della regione sarebbe sufficiente per dare compimento al progetto Israele super-dominus? Senza dubbio all’immediato lo rafforzerebbe, gli darebbe via libera a schiacciare ulteriormente i palestinesi, e gli fornirebbe qualche altro decennio di tenuta, ma l’imperialismo può, anche a causa del 7 ottobre, ripristinare il suo precedente equilibrio in Asia Occidentale, o, addirittura, ottenere di renderlo ancora più conforme alle proprie necessità come nel progetto di Grande Israele? Si sono ormai rinforzati nuovi attori, anche con la sponda di Russia e Cina, i quali, se pur accettano volentieri la presenza di Israele, non sono più disposti a servirlo supinamente e convengono su una stabilizzazione regionale come accordo tra varie semi-potenze alla pari. Israele dovrebbe perciò rinunciare non solo alla leadership politico-militare assoluta, ma anche alla permanente espansione e predominanza economica. Per gli Usa un patto del genere potrebbe andare bene: permetterebbe di prendere tempo per lenire le varie ferite aperte (rischio di crisi finanziaria, debito pubblico, dollaro, carenze produttive e di qualità degli armamenti, ecc.) e rinforzarsi, e, al contempo, continuare ed estendere la politica di contenimento e di aggressione a Cina e Russia, i paesi che fanno da sponda alle pulsioni di maggiore autonomia di vari stati dell’Asia Occidentale. Israele potrebbe accettarlo senza conseguenze interne ed esterne? Le necessità e i piani di Israele e Usa rischiano di non coincidere più perfettamente e ciò alimenta uno scontro all’interno dello stesso establishment Usa, tra chi appoggia incondizionatamente Israele e chi teme di essere trascinato in conflitti molto rischiosi, almeno al momento. Ancora più interessante, è il conflitto che emerge nella società Usa. Non negli ambienti di sinistra che possono tranquillamente pensare di essere pro-palestinesi mentre sono anche pro-Israele battendo la grancassa contro l’Iran (bipensiero comune, come si è visto sopra, anche a tanti cespugli inariditi della estrema nostrana…), ma in quelli di destra, in particolare in ambito Maga (che attira molte simpatie proletarie), dove crescono i malumori, anche a seguito dei files Epstein, contro Israel First e la sua influenza sulla politica interna ed estera degli Usa.

Dopo il 7 ottobre l’Asia Occidentale non è più la stessa, e anche gli equilibri che l’imperialismo aveva consolidato vacillano. Si aprono scenari inediti per tutti i soggetti coinvolti. I palestinesi hanno reagito alla mannaia che li minacciava, ma gli esiti definitivi della loro battaglia dipendono anche dalla direzione che questo scompiglio prenderà. E dipende, innanzi tutto, dall’attivizzazione delle masse oppresse e sfruttate dell’intera regione, a cui i palestinesi offrono un esempio di resistenza popolare impressionante, rimasto, finora, confinato all’Asse, ma inascoltato nel resto della regione e del mondo.

Crisi dell’equilibrio imperialistico mondiale

Per comprendere la perturbazione degli equilibri imperialistici in Asia Occidentale è inutile ricorrere ai parametri della geopolitica classica che, per lo più, è ancora ferma allo schema del ‘7-‘800 quando le grandi potenze si contendevano il possesso del mondo nell’ambito di un sistema ancora centrato sul mercantilismo, né sono utili i parametri di inizio ‘900, quando le grandi potenze capitalistiche si contendevano la spartizione del mondo nella fase in cui il loro sviluppo rendeva essenziale il passaggio alla dominazione imperialistica con le specifiche caratteristiche capitalistiche (non più solo colonie ma paesi da invadere con l’esportazione dei capitali sottomettendoli allo scambio ineguale). Quest’ultima fase si è conclusa nel 1945 con la forma dell’imperialismo tuttora vigente, in cui un super-stato che concentra tutti i super-capitali, assieme a una piccola coorte di vassalli felici (copyright del primo ministro belga, Bart de Wever), domina sulla macchina produttiva di valore (che nel capitalismo ha fonte esclusivamente umana, il pluslavoro) ormai completamente globalizzata, e ne espropria la quasi totalità. Gli squilibri in Asia Occidentale e quelli nel resto del mondo si possono comprendere a fondo, dunque, solo inserendoli nel quadro della lotta di classe contemporanea, il cui palcoscenico è divenuto ormai, appunto, l’intero mondo.

Anche l’osservatore più distratto si rende conto che l’ordine mondiale forgiato con i due grandi conflitti del ‘900 scricchiola da tutte le parti. L’osservatore interessato a conservarlo (che risiede sempre nei paesi che ne hanno tratto vantaggio…) imputa la colpa alle potenze revisionistiche, Russia e Cina, e ai loro pruriti imperialistici (la solita opposizione di sua maestà appone a conferma il proprio bollo notarile: sono imperialiste!). L’osservatore interessato a cambiarlo (e, in modo sempre più evidente, le masse di tre quarti di mondo) lo avverte come un peso di cui liberarsi. Le modalità con le quali l’ordine post-45 viene messo in discussione sono diverse, e su molti fronti, ma, ciò che unifica tutto il movimento è la rivendicazione di sviluppo economico, e, di conseguenza, sociale. L’imperialismo lo impedisce in tutti i paesi dominati, oppure ne consente una relativa realizzazione purché sia da esso controllata, produca cioè profitti per sé stesso e briciole per la borghesia compradora locale. Per decenni, la politica è stata quella di destinare i singoli paesi oppressi alla produzione mono-culturale, di una sola materia prima, venduta, sotto il controllo delle borse, alle condizioni ottimali per il capitale imperialistico, che, inoltre, saccheggiava quei paesi con gli interessi sui suoi prestiti, tenendoli sotto controllo. Dopo la crisi degli anni ’70 del secolo scorso, l’imperialismo ha delocalizzato unità produttive in diversi paesi oppressi, accrescendo la forza-lavoro attratta nel processo produttivo, ma appropriandosi di tutto il plusvalore da essa prodotta (ancora oggi l’80% delle esportazioni cinesi non ha marchio cinese, ma delle multinazionali: il proletariato cinese produce plusvalore, le multinazionali realizzano nella quasi totalità i profitti! E che profitti!).

L’accrescimento delle forze-lavoro attratte nel ciclo di riproduzione allargata del capitale nel mercato divenuto ormai mondiale ha suscitato, nei paesi interessati, cicli di lotta di classe che hanno costretto gli stati, da un lato, a fare concessioni, e, dall’altro, a promuovere un maggior sviluppo autonomo, ossia a far crescere il plusvalore interno e la quota di esso appropriata in proprio e non dall’imperialismo. Questi processi sono stati violentemente bloccati dall’imperialismo con aggressioni finanziarie/valutarie (Brasile, Messico, tigri asiatiche) che hanno provocato gravi crisi interne e un ulteriore soggiogamento al debito internazionale.

In Cina si è sviluppato un processo analogo. Il proletariato e i contadini, con migliaia di incidenti di massa, scioperi, pressioni sul partito e sullo stato, hanno attivamente sostenuto le proprie esigenze. Partito e stato hanno dovuto, anche qui, rispondere, da un lato implementando politiche socialdemocratiche (crescita dei salari, riduzione degli orari, sicurezza sul lavoro, riduzione della povertà, sviluppo della sanità pubblica, ecc.), dall’altro cercando di accrescere le quote di profitto trattenute nel paese. La necessità di stabilità interna ha spinto la Cina a divenire più assertiva sul piano internazionale. Il tentativo di bloccare lo sviluppo cinese si è rivelato molto più problematico per l’imperialismo, ed è tuttora in corso.

Il successo della Cina nel combinare sviluppo economico e sviluppo del benessere proletario e contadino ha dato nuova linfa alla rivendicazione di riscatto delle masse sfruttate e oppresse dall’imperialismo in tutto il mondo. A esso si è sommato quello della Russia, con caratteristiche analoghe, e con un ulteriore dato: la capacità di rispondere anche sul piano militare all’assalto per sottometterla e disgregarla. L’esigenza di sviluppo da parte delle masse del mondo oppresso è divenuta ancora più pressante e sempre più connessa all’avversione di chi lo impedisce, l’imperialismo e i suoi principali agenti: Usa e potenze europee.

Questa nuova fase di lotta contro l’imperialismo, dunque, è mossa dalla rivendicazione delle classi sfruttate e oppresse a ottenere un miglioramento delle proprie condizioni di vita attraverso un maggiore sviluppo dei propri paesi. Ciò mette in discussione un caposaldo dell’imperialismo, sviluppo a un polo limitato del mondo e sotto o semi-sviluppo per tutto il resto. Questo sviluppo, tuttavia, può essere realizzato solo con la diffusione a tutto il mondo delle moderne forze produttive, e, con ciò, mette in questione anche un caposaldo del capitalismo, ovvero il possesso delle forze produttive moderne riservato al grande capitale monopolista, che è divenuto, ormai, un mostruoso concentramento della proprietà dei mezzi di produzione: i quattro maggiori fondi Usa totalizzano un capitale che supera la somma dei due maggiori PIL, Usa e Cina, che viene mistificatoriamente denominato capitale finanziario, mentre è in realtà proprietà concentrata di migliaia di aziende produttive in grado di centralizzare la quasi totalità dei profitti prodotti a livello mondiale, controllare tutta la produzione e i mercati di consumo, e, assieme alle grandi banche, FMI e BM, tenere in pugno e saccheggiare interi stati tramite il debito internazionale.

Le masse sono le protagoniste di questo conflitto, ma, al momento, lo conducono tramite gli stati sul modello delle success story di Russia e Cina, che infatti, vedono crescere il loro soft power tra i popoli oppressi nel momento in cui quello Usa crolla e si trasforma (assieme ai vassalli felici) in aperta arroganza e violenza, in terror power. Gli stati già attivi conducono politiche di riforma graduale del sistema internazionale di dominio imperialista, che prende il nome di multipolarismo. Un progetto destinato al fallimento, in quanto il mostruoso capitale imperialistico non può rinunciare neanche a una briciola del valore mondialmente prodotto, anzi ne deve accrescere la rapina perché la sua riproduzione, già in forte crisi, diverrebbe impossibile, e un capitale che non riesce a riprodursi, concludendo ogni nuovo ciclo produttivo con un accrescimento, si svaluta fino a perire. L’impraticabilità o il fallimento del progetto di riforma è potenzialmente in grado di innescare un diretto protagonismo delle masse e aprire, con ciò, una nuova epoca di rivoluzioni. Inoltre, il multipolarismo pianifica un mondo capitalistico in cui lo scambio divenga meno ineguale, e il prelievo di valore da parte del grande capitale monopolistico si riduca, senza necessariamente scomparire. Un capitalismo più democratico a scala mondiale, insomma. L’irruzione diretta delle masse sul terreno dello scontro comporterebbe necessariamente una ben maggiore radicalità, che potrebbe potenzialmente dirigersi contro non la sola diseguaglianza dello scambio, ma contro lo stesso scambio secondo i criteri capitalistici, aprendo la possibilità che il superamento del capitalismo emerga come necessità pratica stessa delle grandi masse sfruttate e oppresse.

Nuovo paradigma imperialistico?

L’equilibrio imperialistico perfezionato con le due guerre mondiali che dura da 80 anni non regge più, e ciò sta aprendo a sconvolgimenti visibili e ad altri che ancora non sono visibili. Il nucleo ristrettissimo di paesi imperialisti non assiste inattivo alla disgregazione del sistema dei suoi privilegi, ma reagisce con una sorta di arrocco, concentrando ancora di più verso gli Usa un maggior volume di risorse (il che implica, copyright già menzionato, il rischio della trasformazione dei vassalli felici in schiavi infelici), dall’altro puntando su tutti gli elementi di forza a disposizione per bloccare l’erosione e indebolire chi la provoca. Tralascio, in questa sede, un’analisi di dettaglio per concentrarmi su un solo punto che aiuta anche a indagare sulla politica che gli Usa stanno implementando con Trump (non senza resistenze interne…).

Trump ha dichiarato a Davos: se cresce l’America crescono tutti, se si ferma l’America per tutti è un disastro. Ha agitato un bastone terribilmente reale: il capitalismo finora ha sempre funzionato con un perno centrale imperialista (raffinato dopo il ’45) che succhia profitti da tutto il mondo ma permette lo sviluppo di altri soggetti imperialisti (potenze europee, Giappone, Canada, Australia) e una sopravvivenza di tutti gli altri paesi tenuti in condizione di sotto-sviluppo o semi-sviluppo. Se si ferma la macchina finanziaria, economica, monetaria, militare, ecc. Usa, tutto il mondo capitalistico va in merda. Questa è la vera forza degli Usa, molto più potente di quella militare, indebolita in rapporto a diversi paesi oppressi. Salvare gli Usa dall’incombente catastrofe deve, perciò, essere preso in carico da tutti. Questo il messaggio del Trump imperialista/capitalista collettivo.

La minaccia sta già producendo evidenti effetti sui vassalli felici ma ne può produrre anche su Cina, Russia, Brics, che non potrebbero in nessun modo colmare il buco nero che si aprirebbe nel capitalismo mondiale. Il circuito degli affari capitalistici si bloccherebbe e anche il più disastrato dei paesi non troverebbe mercati solvibili per le sue produzioni né denaro per acquistare il necessario per sopravvivere. La socializzazione della produzione ha raggiunto un grado di quasi perfetta compiutezza a livello mondiale, e ogni suo blocco creerebbe un disastro in tutti i paesi (come s’è visto, sia pure a un grado contenuto, con l’interruzione delle catene di approvvigionamento provocate con la gestione della psico-pandemia).

Gli Usa di Trump stanno esercitando il massimo di pressione su tutto il mondo, utilizzando tutte le loro potenti leve: minacce militari, proxy di vario tipo (Ucraina, Israele, Isis, Al Qaeda, agenti di rivoluzioni colorate), espulsioni dal mercato mondiale di merci e valuta (sanzioni unilaterali), dazi, blocco dei traffici, ecc., ma, sotto traccia, propongono accordi il cui senso è: possiamo concedere a qualche paese un certo sviluppo in cambio, però, di un robusto incremento del plusvalore dirottato verso gli Usa (strategia, peraltro, non nuova, ma già attuata con la Cina, lasciata sviluppare come officina di plusvalore appropriato dagli Usa). Questo il senso degli accordi proposti con il ricatto dei dazi, la rimozione di Maduro, gli accordi di pace proposti alla Russia, la stessa Cina, e, ora, l’Iran. La diversità rispetto al paradigma precedente di assetto imperialistico consiste nel fatto che, almeno ad alcuni paesi, si concederebbe un maggior sviluppo (non solo prebende alla borghesia compradora, ma qualche briciola anche alle masse), ma incrementando il flusso di plusvalore verso gli Usa (anche attraverso i sovra-profitti promessi dalla nuova forza produttiva dell’IA), e riducendo, per necessità, quello verso gli alleati imperialisti. Inoltre, nel paradigma precedente i paesi ostili venivano sistematicamente distrutti, nel nuovo si fa balenare la possibilità di rimanere integri, a condizione, appunto, che si lascino integrare nel sistema di sfruttamento imperialistico alle nuove condizioni.

Ciò pone diverse domande, cui non è possibile approcciare risposte qui. Si tratta di una scelta momentanea, obbligata dall’indebolimento e rischio di disastro degli Usa, al fine di rinforzarsi e ristabilire per intero il vecchio paradigma? Oppure si tratta dell’apertura di una nuova fase che permette di prolungare, con qualche riforma, gli assetti post-45? Qualunque nuovo assetto, oltre che salvare gli Usa e il loro ruolo imperialista, può salvare a lungo termine anche lo stesso capitalismo? Il capitale sovra-accumulato (tutto nei paesi imperialisti) troverà, cioè, una base produttiva sufficiente per riprendere un ciclo di auto-valorizzazione reale? O almeno per rinviare ancora in modo durevole l’esplosione di tornanti più distruttivi della crisi? O troverà il modo di accumulare nuova forza produttiva al suo interno sufficiente a scatenare una guerra distruttiva delle forze produttive altrui, così da poter far partire un nuovo ciclo di accumulazione sotto la sua egida rinnovata? A cascata ne derivano altre che non elenco nemmeno.

A ogni conto, rimane un problema di fondo: quanto costerebbe al resto del mondo il salvataggio degli Usa e dell’immenso capitale sovra-accumulato nei paesi imperialisti? Se pure la soluzione Trump potrebbe salvare all’immediato gli assetti post-’45, non ci sarebbe alcuna certezza che potrebbe ripristinarli per un altro lungo periodo. Tutti i conflitti sarebbero solo rimandati e la possibilità che ad affrontarli siano direttamente le masse, senza più farsi velo dei propri stati, diverrebbe ancora più concreta. Diverrebbe più concreta anche la necessità di fare i conti non solo con il dominio imperialistico del capitale, ma con il capitale stesso?
Tenuta dell’imperialismo e del capitalismo sono sempre più intrecciati e le condizioni per l’attivizzazione in proprio di grandi masse si fanno sempre più incalzanti. Anche per questo la Palestina è il cuore del mondo. Si apre un ciclo in cui finalmente il tema di superare il capitalismo si imporrà come necessità sul piano pratico dell’azione di massa?

*(Fonte: Sinistrainrete – Nicola Casale (1954), militante per lungo tempo nella sinistra rivoluzionaria, ha scritto numerosi saggi e contributi al dibattito su questioni internazionali, le trasformazioni del capitalismo e dei conflitti di classe. Ha pubblicato, con Nunzio Manieri, Fabbrica chiusa fabbrica occupata, tracce di un nuovo ciclo di lotte di classe, per Novalogos, 2017 e collaborato con Raffaele Sciortino per la stesura di I dieci anni che sconvolsero il mondo. Crisi globale e geopolitica dei neopopulismi, per Asterios, 2019.)

 

 

 

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