n° 06 – 30/01/26 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI

01 – Chiara Cruciati*: Nella Striscia uccisi 71mila palestinesi, ora lo dice anche Israele. Il conto. Dopo due anni a confutare il bilancio del ministero della salute anche l’esercito ammette: la cifra è giusta (ndr, per difetto). E continua a salire.
02 – Davide Longo*: Florida, ora Trump deporta anche i cubani (ma solo i proletari). America oggi, L’Ice colpisce anche Little Havana, la potente (e di destra) comunità cubana di Miami.
03 – Micaela Bongi*: Un patto contro le donne, Destra Complimenti alla prima donna presidente del consiglio, quella donna che, secondo l’ex deputata per mancanza di voti Barbara Saltamartini che ha persino scritto un libro in proposito, avrebbe «mandato in […]
04 – A un anno dal ritorno alla presidenza di Donald Trump, Amnesty International ha lanciato l’allarme sulle crescenti pratiche autoritarie e sulla devastante erosione dei diritti umani negli Usa.
05 – Alessandro Volpi*: A Davos abbiamo visto che anche il “padrone” Trump ha un padrone.
06 – Giovanna Branca*: Lotta sull’Ice al Senato. Incombe lo shutdown. Guerra incivile. I democratici si oppongono ai finanziamenti alla milizia mascherata. Lo «zar del confine» in Minnesota: «Dovete collaborare con noi».
07 – Lorenzo Pace*: Nuove misure digitali per semplificare i servizi ai cittadini e prevenire frodi statali. L’Isee anti-frode, la carta d’identità per gli over70, la tessera elettorale digitale.

 

 

01 – Chiara Cruciati*: NELLA STRISCIA UCCISI 71MILA PALESTINESI, ORA LO DICE ANCHE ISRAELE. IL CONTO DOPO DUE ANNI A CONFUTARE IL BILANCIO DEL MINISTERO DELLA SALUTE ANCHE L’ESERCITO AMMETTE: LA CIFRA È GIUSTA (ndr, per difetto). E CONTINUA A SALIRE.

A Gaza l’offensiva israeliana ha ucciso oltre 71mila palestinesi dal 7 ottobre 2023, un bilancio che continua a salire perché la tregua resta solo sulla carta e che è dato per sottostimato da diversi organismi, a partire da una delle più autorevoli riviste scientifiche del mondo, Lancet.
Sottostimato per ragioni fattuali: non tiene conto dei dispersi sotto le macerie, almeno 10mila secondo le stime, né dei palestinesi morti per cause considerate indirette, fame, mancate cure, freddo. E non può tenere conto del destino di migliaia di gazawi catturati dalle forze israeliane di occupazione e inghiottiti dalle sue carceri: se siano vivi o morti, è impossibile saperlo.
RESTIAMO su quel numero, 71mila, calcolato dal ministero della salute di Gaza tra immense difficoltà, a partire dal collasso del sistema sanitario. Per due anni, noti opinionisti occidentali hanno attraversato giornali e tv per dirci che no, non era attendibile perché proveniente da un’entità di parte, il governo di Gaza, dunque Hamas. A nulla è servita la storia: in tutte le offensive precedenti, i numeri messi a disposizione da quel ministero si sono sempre rivelati esatti.
Tra i negazionisti, in prima fila, le autorità israeliane che in diretta sulle principali emittenti del mondo hanno smentito quel bilancio, definendolo «fuorviante e inaffidabile». Ora è lo stesso esercito israeliano ad ammetterlo: la stima è giusta e non include, aggiunge, i palestinesi scomparsi sotto le macerie. L’esercito sta analizzando i dati per stabilire quanti di quei 71mila uccisi fossero combattenti di Hamas o di altri gruppi armati palestinesi. In passato, anche quello più recente, Israele ha considerato sospettati tutti i maschi adulti.
QUALSIASI SIA il numero, in ogni caso, restano intatte le pratiche e le politiche israeliane, identificate come genocidiarie a prescindere dai bilanci per il loro obiettivo: distruggere il gruppo in tutto o in parte e rendere Gaza un luogo invivibile. Fine ultimo: spingere più palestinesi possibile a lasciare la propria terra. Un obiettivo che non viene meno e prosegue nonostante la «tregua» nominale.
I morti a Gaza si accumulano tutti i giorni. Ieri sono tornati a casa quindici cadaveri, nei sacchi, dopo il ritrovamento dell’ultimo ostaggio deceduto, il soldato Ran Givli, come parte dell’accordo di scambio. La riconsegna, gestita dalla Croce rossa, è avvenuta all’ospedale al-Shifa di Gaza City. Non è dato sapere chi siano: come in tutti i casi precedenti, i palestinesi tornano a casa senza nome, irriconoscibili, decomposti e spesso fatti a pezzi. Una pratica che fa il paio con la dissacrazione del cimitero di al-Batsh, devastato dall’esercito nella ricerca del corpo di Givli. Nemmeno da morti si è tutti uguali.
PROSEGUONO anche i raid, da al-Maghazi a Al-Bureij. Ieri due palestinesi sono stati uccisi a est di Khan Younis: dal 10 ottobre, entrata in vigore della «tregua», Israele ha ucciso almeno 490 palestinesi. Il resto della popolazione, allo stremo, attende la riapertura del valico di Rafah, data per certa ma costantemente rinviata. Ora si parla della prossima settimana. È dato, invece, in arrivo a Washington a metà febbraio il premier israeliano Netanyahu, per la settima volta da gennaio 2025.
*(Chiara Cruciati – Redattrice Esteri/vicedirettrice al manifesto)

 

02 – Davide Longo*: FLORIDA, ORA TRUMP DEPORTA ANCHE I CUBANI (MA SOLO I PROLETARI). AMERICA OGGI L’ICE COLPISCE ANCHE LITTLE HAVANA, LA POTENTE (E DI DESTRA) COMUNITÀ CUBANA DI MIAMI.

Alcuni giorni fa Heydi Sánchez, donna di 44 anni residente a Tampa, Florida, è stata fermata dall’Ice durante un controllo di routine, prelevata dagli agenti e deportata a Cuba. La donna è stata separata con la forza dalla figlia di 17 mesi, ancora in allattamento, oggi affidata alle cure del padre, mentre Sánchez attende a L’Avana di sapere se le sarà permesso o meno dal governo statunitense di tornare in Florida. Le prospettive sono piuttosto fosche: nell’ultimo anno l’amministrazione statunitense ha deportato oltre 1.600 cubani, il doppio dell’anno precedente, colpendo non solo persone di recente arrivo ma anche individui negli Usa da venti o trent’anni. Complessivamente, Trump ha finora deportato più cubani di Clinton, Bush e Obama, durante i loro mandati presidenziali.
Così, esattamente come Heydi Sánchez, due milioni e mezzo di cubani presenti negli Stati Uniti, per la maggior parte residenti in Florida, temono e rischiano la deportazione. Si tratta di un netto cambiamento di passo. Fino al 2024, questa diaspora – considerata “di destra” fin dall’epoca della Rivoluzione Cubana del 1959 – ha goduto di una speciale immunità: dal 1966 numerosi cubani sono protetti dal Cuban Adjustment Act, una legge che prevede automaticamente la concessione di un permesso di permanenza a qualunque cubano illegale presente su suolo statunitense, e pratiche estremamente rapide per ottenere la cittadinanza. Grazie al Cuban Adjustment Act, infatti, qualunque cubano ha potuto richiedere la residenza permanente dopo un anno dall’arrivo nel Paese, e le pratiche per l’ottenimento della cittadinanza sono state estremamente semplificate: un privilegio mai concesso ad altre categorie di migranti latinoamericani pur presenti in gran numero negli Stati Uniti. Una delle fasi culminanti di questa politica del privilegio è stata la direttiva Wet Foot, Dry Foot (piede bagnato, piede asciutto), implementata da Bill Clinton nel 1995 e abolita da Obama nel 2017: i migranti cubani che venivano intercettati in mare erano deportati a Cuba o in un paese terzo, mentre chi riusciva a raggiungere la terraferma veniva automaticamente accolto negli Stati Uniti, ricevendo in breve tempo la cittadinanza.
Le ragioni per questo status di privilegio, durato per decenni, sono di natura eminentemente politica. In generale, fin dal 1959 buona parte dei cubani arrivati negli Stati Uniti mantenevano posizioni fortemente anticastriste e anticomuniste. Buona parte degli esuli cubani più in vista, come Francisco José Hernández, hanno contribuito alla propaganda contro il governo cubano e alla formazione di vere e proprie organizzazioni paramilitari che avevano l’obiettivo dichiarato di rovesciare il governo di Castro con le armi, come dimostra anche la fallita invasione della Baia dei Porci nell’aprile del 1961. Inoltre, le organizzazioni politiche cubane nate nella diaspora, come la Cuban American National Foundation creata nel 1981 proprio da Hernández, ancora oggi agiscono come lobby economiche e politiche, solitamente legate a doppio filo con il Partito Repubblicano, che grazie a questa alleanza ha costruito il proprio successo in Florida, Stato talvolta decisivo nelle elezioni politiche statunitensi. I cubani, infatti, in questo Stato hanno una rilevanza incredibilmente sproporzionata a livello elettorale: essendosi stabiliti in buona parte nella città di Miami e nella contea di Miami-Dade, una delle più grandi e influenti dell’area, la comunità influenza pesantemente l’esito di ogni elezione.
Ma allora come mai l’amministrazione Trump ha deciso per una stretta sulla comunità cubana, da sempre solida alleata del Partito Repubblicano? Innanzitutto, Trump spera che il pugno di ferro in materia di immigrazione gli faccia guadagnare consensi in ampi settori della società, e per questo è più che disponibile a sacrificare la diaspora cubana sull’altare elettorale. In più, ad essere colpiti non sono i grandi centri di potere economico e politico della diaspora cubana, ma operai – spesso con contratti precari – e lavoratori dipendenti, che hanno poca o nessuna possibilità di esercitare una pressione politica. Il caso di Heydi Sánchez, che da anni lavorava nella sanità, è emblematico di questa opportunità politica venata da un profondo classismo.
*(Davide Longo, è uno scrittore e sceneggiatore italiano.)

 

03 – Micaela Bongi*: UN PATTO CONTRO LE DONNE, DESTRA COMPLIMENTI ALLA PRIMA DONNA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, QUELLA DONNA CHE, SECONDO L’EX DEPUTATA PER MANCANZA DI VOTI BARBARA SALTAMARTINI CHE HA PERSINO SCRITTO UN LIBRO IN PROPOSITO, AVREBBE «MANDATO IN […]

Complimenti alla prima donna presidente del consiglio, quella donna che, secondo l’ex deputata per mancanza di voti Barbara Saltamartini che ha persino scritto un libro in proposito, avrebbe «mandato in tilt il femminismo». La foga repressiva del governo Meloni più che altro sembra aver mandato in tilt il cervello degli agenti di polizia.
Ieri pomeriggio hanno accerchiato e costretto letteralmente contro un muro il piccolo gruppo di femministe e rappresentanti dei centri antiviolenza (una quarantina in tutto) che manifestavano pacificamente davanti al Senato. E manifestavano proprio contro la violenza. In particolare contro la nuova versione del cosiddetto ddl stupri, di fatto un aggiornamento dell’attuale legge sulla violenza sessuale inizialmente concordato tra maggioranza e opposizione per introdurre il principio del consenso, come tra l’altro indicato dalla Convenzione di Istanbul.
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Ma Meloni è notoriamente anticonvenzionale e dunque è solita ribaltare anche principi elementari della convivenza civile e delle relazioni umane in nome della lotta al wokismo, quello che una volta era detto “buonismo” o “dittatura del politicamente corretto”. Ecco quindi che per mandare in tilt la femminista Elly Schlein, dopo averci siglato un “patto” Giorgia Meloni lo ha stracciato e così la sua maggioranza ha potuto stravolgere il testo sul consenso. Un testo che secondo quanto promesso dalla leghista avvocata Giulia Bongiorno avrebbe avuto bisogno solo di alcune correzioni tecniche, ma dal quale invece, come in uno scherzo di pessimo gusto, è stata cancellata del tutto proprio la parola “consenso” sostituita, con perversa ironia per questa destra autoritaria, da “dissenso”. Del resto l’ansia securitaria della prima donna presidente del consiglio (che infatti pretende di essere chiamata “il presidente”) la porta a proteggere soprattutto il suo fianco destro dall’assalto cattivista di Matteo Salvini, passando come una panzer sul corpo delle donne.
I corpi delle donne ieri li hanno materialmente immobilizzati i poliziotti schierati davanti al senato, dove per far fronte alle manifestanti era stata data disposizione di allestire uno schieramento di forze dell’ordine degno di un raduno di hooligan inferociti. Superati gli iniziali distinguo e imbarazzi, a quanto pare il governo cerca di offrire un’immagine magari non all’altezza ma sufficientemente muscolare agli agenti dell’Ice, i pretoriani di Trump in arrivo in Italia.
Quanto accaduto ieri dentro e fuori le aule parlamentari è grave di per sé e paradigmatico, il diapason del melonismo al governo. In un clima che si appesantisce, aggravato da una torsione sempre più cinica della campagna referendaria (come nell’uso spregiudicato perfino della tragedia di Cras-Montana, scaraventata contro la magistratura come categoria astratta) e da una competizione a destra tra chi partorisce la misura più feroce contro i soggetti più fragili. Uno scivolamento regressivo che meriterebbe riflessioni serie e iniziative adeguate, oltre i soliti slogan. Le guerricciole interne ai partiti e tra i partiti e i leader delle opposizioni non sono più soltanto stucchevoli, sono insostenibili.
*(Micaele Bongi – Vicedirettrice del manifesto dal 2023)

 

04 – A UN ANNO DAL RITORNO ALLA PRESIDENZA DI DONALD TRUMP, AMNESTY INTERNATIONAL HA LANCIATO L’ALLARME SULLE CRESCENTI PRATICHE AUTORITARIE E SULLA DEVASTANTE EROSIONE DEI DIRITTI UMANI NEGLI USA. (*)

In un rapporto diffuso oggi, l’organizzazione per i diritti umani ha documentato l’aumento delle pratiche autoritarie sotto la presidenza Trump, come la chiusura dello spazio civico e l’indebolimento dello stato di diritto, che stanno erodendo i diritti umani negli Usa e non solo.
“Sotto la presidenza Trump, stiamo assistendo a una pericolosa traiettoria che ha già prodotto un’emergenza dei diritti umani”, ha commentato Paul O’Brien, direttore generale di Amnesty International Usa. “Infrangendo le regole e concentrando il potere, l’amministrazione Trump sta cercando di rendere impossibile a chiunque di chiamarla a rispondere del suo operato. Non c’è dubbio che queste pratiche autoritarie stiano erodendo i diritti umani e aumentando i rischi per i giornalisti e per le persone che esprimono dissenso: manifestanti, avvocati, studenti e difensori dei diritti umani”.
Il rapporto di Amnesty International illustra 12 aree, interconnesse tra loro, in cui l’amministrazione Trump sta facendo a pezzi i pilastri di una società libera: gli attacchi alla stampa e all’accesso all’informazione, alla libertà di espressione e di protesta pacifica, alle organizzazioni della società civile e alle università, agli oppositori politici e alle voci critiche, ai giudici e agli avvocati, al sistema legale e al giusto processo.
Il rapporto denuncia anche gli attacchi ai diritti delle persone migranti e rifugiate, l’uso come capri espiatori di determinate comunità, i passi indietro nella protezione dalla discriminazione, l’impiego delle forze armate per finalità interne, lo smantellamento delle misure anti-corruzione e di quelle per chiamare a rispondere le imprese del proprio operato, l’espansione della sorveglianza senza controlli significativi e i tentativi di indebolire i meccanismi internazionali istituiti per proteggere i diritti umani.
Queste tattiche autoritarie si stanno rafforzando a vicenda: studenti vengono arrestati e portati in carcere per aver protestato nei campus, intere comunità vengono invase e terrorizzate da uomini dell’Ice (l’Agenzia federale che si occupa d’immigrazione) col volto coperto, la militarizzazione delle città sta diventando la norma.
Allo stesso tempo, le intimidazioni alla stampa rendono più difficile denunciare le violazioni dei diritti umani; le rappresaglie contro chi protesta dissuadono le persone dal prendere la parola; l’aumento della sorveglianza e della militarizzazione aumenta il prezzo che chi dissente è chiamato a pagare; gli attacchi ai tribunali, agli avvocati e agli organismi di controllo rendono più difficile chiamare in causa chi compie violazioni dei diritti umani.
Queste tattiche stanno chiaramente erodendo i diritti umani: le libertà d’espressione, di protesta pacifica, di stampa, di accesso all’informazione; all’uguaglianza e alla non discriminazione, al giusto processo, alla libertà accademica, alla libertà dagli arresti arbitrari; e ancora il diritto di chiedere asilo, di ricevere un processo equo e persino quello alla vita.
AMNESTY INTERNATIONAL denuncia da tempo pratiche simili in stati di ogni parte del mondo. I contesti sono differenti, ma i governi consolidano il potere, controllano l’informazione, screditano chi li critica, puniscono il dissenso, restringono lo spazio civile e indeboliscono i meccanismi istituiti per accertare le responsabilità
“L’attacco allo spazio civico e allo stato di diritto e l’erosione dei diritti umani negli Usa rispecchiano una tendenza globale vista da Amnesty International per decenni e contro la quale avevamo messo in guardia”, ha sottolineato O’Brien. “Va sottolineato che, secondo la nostra esperienza, le pratiche autoritarie sono pienamente intrecciate e che le istituzioni nate per limitare gli abusi di potere sono già gravemente compromesse”.
Nel suo rapporto, Amnesty International elenca una serie di raccomandazioni al potere esecutivo, al Congresso, alle amministrazioni statali e locali, alle agenzie incaricate dell’applicazione della legge, ad attori internazionali, a governi terzi, a imprese come quelle tecnologiche e all’opinione pubblica affinché si respingano le pratiche autoritarie e s’impedisca la normalizzazione della crescente repressione e dell’aumento delle violazioni dei diritti umani.
Amnesty International chiede azioni urgenti per proteggere lo spazio civico, ripristinare le garanzie dello stato di diritto, rafforzare i meccanismi per accertare le responsabilità e assicurare che le violazioni dei diritti umani non siano mai accettate né considerate inevitabili.
“Possiamo e dobbiamo intraprendere un cammino differente. Le pratiche autoritarie prendono piede solo quando è permesso loro di venire normalizzate. Non possiamo permettere che questo accada negli Usa. Insieme abbiamo l’opportunità e la responsabilità di alzare la voce in questi tempi così sfidanti della nostra storia e di proteggere i diritti umani”, ha concluso O’Brien:
(Fonte: Amnesty Iternational)

 

05 – Alessandro Volpi*: A DAVOS ABBIAMO VISTO CHE ANCHE IL “PADRONE” TRUMP HA UN PADRONE. A GUIDARE IL WORLD ECONOMIC FORUM DI DAVOS E A INTRODURRE L’INTERVENTO DEL PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI È STATO LARRY FINK, AMMINISTRATORE DELEGATO DI BLACKROCK, IL PIÙ GRANDE GESTORE DI RISPARMI AL MONDO. Lo stesso fondo che potrebbe piazzare un suo altissimo dirigente alla Fed, al posto del detestato Jerome Powell. Senza BlackRock il dollaro faticherebbe a reggere. L’analisi di Alessandro Volpi

NON È UN CASO CHE IL FORUM DI DAVOS DI GENNAIO 2026 SIA STATO PRESIEDUTO DA LARRY FINK, L’AMMINISTRATORE DELEGATO DI BLACKROCK, IL PIÙ GRANDE GESTORE DI RISPARMI AL MONDO.
L’obiettivo dichiarato in pressoché tutti i panel è stato infatti quello di convincere la maggior parte della popolazione mondiale ad affidare i propri risparmi al sistema finanziario guidato dai colossi come BlackRock, utilizzando qualsiasi strumento, dalla “tokenizzazione” alla creazione di prodotti finanziari a costi bassissimi, fino alla digitalizzazione dei trasferimenti monetari: l’idea, micidiale, è quella di ridurre in maniera netta la distanza fra il detentore di denaro, anche il più povero, e la finanza dei grandi fondi, in grado così di sorreggere un capitalismo che non è più capace di produrre valore reale. In pratica a Davos si è celebrata l’idea per cui tutti i proletari-risparmiatori devono unirsi per sostenere il capitalismo dei super ricchi e i loro jet privati. Nel frattempo l’obiettivo dei grandi gestori è quello di impossessarsi di ogni spazio del potere.
In tal senso sembra sempre più probabile che Rick Rieder, chief investment officer di BlackRock -in pratica quello che decide dove mettere i 14mila miliardi di dollari gestiti dal fondo- venga nominato da Donald Trump presidente della Federal reserve (Fed), dopo Jerome Powell. Si tratterebbe di un dato davvero rilevante che, di fatto, non ha precedenti nella storia americana. Certo, lo stesso Powell e Paul Volcker avevano ricoperto incarichi in istituzioni private, ma mai nessuno, divenuto capo della Fed, aveva rivestito una carica così apicale.
Soprattutto, la nomina del vertice del più grande gestore di risparmio del mondo alla carica di responsabile della politica monetaria della Banca centrale americana significa che BlackRock è ormai il vero gestore del dollaro. Semplifico molto, senza BlackRock il dollaro faticherebbe a reggere, come dimostra il fatto che ormai meno del 40% delle riserve delle Banche centrali nel mondo sono in dollari. Aggiungerei che BlackRock è azionista di rilievo anche di Ice, la società che gestisce la Borsa di New York. Il “padrone” Trump ha un padrone.
La situazione è resa ancora più complicata dalla formazione del nuovo governo nazionalista di Sanae Takaichi in Giappone che ha portato con sé un forte aumento della spesa militare, in primis in funzione anti-cinese, finanziata con un incremento del debito pubblico. Al tempo stesso la nuova premier ha deciso una riduzione dell’imposta sui consumi per far ripartire la domanda interna. Ma questa duplice mossa, costituita dal riarmo e dalla indistinta riduzione del carico fiscale, ha generato un immediato crollo del debito pubblico giapponese. I titoli a dieci anni hanno perso il 20% del valore con tassi che ormai sfiorano il 3% e le aste sono sempre più difficoltose; si tratta della peggiore crisi da una trentina di anni e soprattutto rischia di essere pericolosissima per un Paese che ha un debito pari al 250% del Prodotto interno lordo (Pil) e ogni incremento dei tassi determina un aumento enorme della spesa per gli interessi.
Ma il problema non è solo giapponese. Da anni, i grandi fondi e le grandi banche internazionali si indebitano in Giappone dove i tassi erano pari a zero per comprare titoli in dollari, a cominciare dalle azioni della Borsa Usa e dal debito statunitense. Se i tassi salgono, cessa il carry trade e crollano gli acquisti di titoli Usa, azioni e debito, con conseguenze devastanti per il capitalismo finanziario. Una nota finale: il Giappone è il più grande detentore estero di debito federale americano con circa 1.200 miliardi di dollari.
Di fronte a tutto ciò, regge sempre meno la narrazione yankee di molti dei nostri quotidiani. Il Sole 24 Ore ha pubblicato un articolo in cui si sostiene che il debito Usa posseduto all’estero abbia raggiunto la cifra record di 9.400 miliardi di dollari, legando questo “record” alle minacce trumpiane. Ora, per essere chiari, la quota di debito Usa nelle mani di compratori esteri sul totale del debito statunitense è la più bassa di sempre, essendo vicina al 25% contro il 49% del 2013. Naturalmente la cifra di 9.400 miliardi dipende dal fatto che il debito è lievitato moltissimo: peraltro il quotidiano di Confindustria dimentica di dire che stanno vendendo debito Usa gran parte dei Paesi più forti, dalla Cina all’India, alle petromonarchie, mentre è aumentata la quota inglese e, fino a pochi giorni fa, quella giapponese, ora in evidente ritirata.
Un’ultima considerazione riguarda la nostra economia quotidiana. La corsa agli armamenti sta gonfiando il debito pubblico dei principali Paesi occidentali, determinando un sensibile rialzo degli interessi da pagare a opera dei singoli Stati. Questo dato genera inevitabilmente una riduzione dell’indebitamento per la spesa pubblica diversa da quella per il riarmo che, peraltro, nel caso europeo è l’unica che non sottosta ai vincoli del Patto di stabilità. Altrettanto pesante, tuttavia, è l’effetto dell’indebitamento per il riarmo sui mutui contratti da famiglie e imprese. Secondo varie stime il tasso di interesse di riferimento potrebbe salire al 5%, con effetti gravosissimi per i bilanci familiari che comportano un aumento del costo finale anche di quasi 80mila euro sul ventennale.
A ciò si aggiungono due ulteriori elementi. La spesa militare è “improduttiva” dal punto di vista economico immediato in quanto produce armi che non vengono “consumate” dai cittadini e non migliorano la produttività. Questo fatto provoca un’immissione di liquidità nel sistema senza aumentare l’offerta di beni civili, alimentando l’inflazione a cui la Banca centrale europea (Bce) risponde tenendo i tassi alti. In secondo luogo, il riarmo alimenta il rischio geopolitico che favorisce la speculazione finanziaria e l’aumento dei prezzi attraverso le scommesse dell’enorme sistema dei derivati, come sta già avvenendo.
*(Fonte: Altreconomia, Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento. Il suo ultimo libro è “Nelle mani dei fondi”)

 

06 – Giovanna Branca*: MINNEAPOLIS. «VOGLIONO IMPEDIRCI DI VEDERE L’UMANITÀ NEGLI OCCHI ALTRUI» – «GLI USA NON MERITANO DI ESSERE VISTI DAL RESTO DEL MONDO COME E ALLEATI O AMICI, QUELLO CHE STA ACCADENDO È SENZA PRECEDENTI». MARK HABER, SCRITTORE (IL SUO ULTIMO LIBRO, L’ABISSO DI SAN SEBASTIANO, È STATO PUBBLICATO DA MARCOS Y MARCOS NEL 2025) E DIPENDENTE DELLA CASA EDITRICE DEL MINNESOTA COFFEE HOUSE PRESS, VIVE A MINNEAPOLIS, LA CITTÀ ASSEDIATA DAGLI AGENTI DELL’ICE.

LA STRAORDINARIA RESISTENZA IN MINNESOTA È RIUSCITA A FAR INDIETREGGIARE, ALMENO UN PO’, L’ASSEDIO DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP. COSA NE PENSA?
Credo che qualcosa sia effettivamente cambiato nell’ultima settimana. È triste che ci siano voluti due omicidi, filmati dai presenti. Testimoni intenzionati a mostrare a tutto il Paese ciò che accade qui da settimane, mesi. Minneapolis ha una storia importante di protesta e di organizzazione popolare, dal basso. Trump e il suo regime pensavano di poter venire qui e che la città si sarebbe semplicemente piegata, lasciando che rapissero i nostri amici e vicini – molti di loro ovviamente provenienti da paesi diversi o non bianchi. Ma non è così che funziona questa città. Da quando Trump è stato eletto la seconda volta, nonostante la sua impopolarità, serpeggia la convinzione per la quale non c’è niente da fare. Ma Minneapolis si è ribellata, e credo che il resto del Paese e del mondo lo abbia visto. E ora si comincia a percepire un’ondata di forza e ottimismo.

DI QUESTA IMPOPOLARITÀ SEMBRA ESSERSI RESO CONTO ANCHE TRUMP, IN VISTA DEL MID TERM. L’OTTIMISMO RESISTE ANCHE DI FRONTE ALLA “RICHIESTA” DELLA MINISTRA DELLA GIUSTIZIA PAM BONDI AL GOVERNATORE TIM WALZ, DI CONSEGNARE LE LISTE ELETTORALI DEL MINNESOTA?
È una dimostrazione di quanto siano corrotti, ma – credo – anche poco intelligenti. Il modo in cui Bondi ha agito prova che il punto non è l’immigrazione. Ciò che vogliono davvero sono i registri elettorali, il punto è restare al potere. Con le liste in mano possono verificare chi sono le persone di cui non contare il voto.

QUALCHE GIORNO FA HA POSTATO UNA FOTO DEL SUO PASSAPORTO, SCRIVENDO CHE ORMAI NON ESCE PIÙ SENZA. COSA SI PROVA A ESSERE ASSEDIATI DA MILIZIANI ARMATI CHE RAPISCONO E BRUTALIZZANO LE PERSONE?
È terrificante. Mia moglie è multirazziale, e non va più da nessuna parte da sola. Non esce di casa senza di me. Andiamo a lavoro e torniamo a casa. Molte persone qui dicono che è come essere tornati ai giorni del Covid. Ci portiamo il passaporto ovunque, o perfino il certificato di nascita. Credo che tutti quelli che conosco ormai non vadano più in giro senza. Per questo ho fatto la foto: perché i miei amici che non vivono qui sappiano che questa è la nostra realtà. Ed è terrificante anche perché gli agenti dell’Ice non sono addestrati. Sono teppa. E in certi casi gli si può anche mostrare i documenti, non fare resistenza: ti prendono lo stesso. È qualcosa che cambia le abitudini delle persone, il modo in cui vivono.

LEI LAVORA CON LE PAROLE: COSA PENSA DELLA NARRATIVA PARALLELA OFFERTA DALL’AMMINISTRAZIONE DEGLI OMICIDI DI GOOD E PRETTI, NONOSTANTE POTESSIMO VEDERE CIÒ CHE ERA ACCADUTO CON I NOSTRI STESSI OCCHI?
È ciò che fanno i regimi autoritari. Lo scriveva Orwell in 1984, a proposito della leadership che esige che non si creda ai propri occhi, ma solo a ciò che dice. A portare un cambiamento è stato proprio il fatto che le persone hanno potuto vedere che si è trattato di esecuzioni, di omicidi. Non essendo intelligenti, Trump e la sua amministrazione non hanno neanche finto che si fosse trattato di un errore. Hanno spinto piuttosto una narrativa in cui c’era una giustificazione. Ma chiunque non abbia subito il lavaggio del cervello ha potuto vedere che era ingiustificabile e crudele. Quando (nel 2015, ndr) Trump è sceso dalla scala mobile per annunciare la sua candidatura, come molti non l’ho preso sul serio. Poi ha fatto un dibattito con Hillary Clinton, e ricordo di aver osservato i suoi movimenti mentre Clinton parlava: andava dietro di lei, le stava addosso, quasi a intimorirla fisicamente. Lì ho sentito un brivido corrermi lungo la schiena. Mi sono detto che dovevamo prenderlo sul serio, che si trattava di un pericolo, di qualcosa di molto grave. L’ho percepito a livello fisico, viscerale.

UN EDITORIALE DEL WASHINGTON POST PARAGONA LA FOTO DEL PICCOLO LIAM CONEJO RAMOS, RAPITO DALL’ICE, A QUELLA DELLA NAPALM GIRL, FATTA IN VIETNAM. È D’ACCORDO?
Trovo che ci siano molti paralleli. Quando un governo o una leadership si lascia andare sfrenatamente alla crudeltà, senza cura per l’umanità, senza alcuna premura, sono tanti i paralleli possibili con le peggiori atrocità commesse nella Storia. Se invece le persone si convincono che in fondo non va così male, si consente a queste azioni di perpetuarsi, o di peggiorare. Qui ci sono genitori che presidiano le scuole, agenti di polizia stazionati per proteggere i bambini a scuola. Come può accadere in una democrazia?

QUEST’ANNO SIAMO STATI TESTIMONI DELL’ATTACCO DI TRUMP ALLA LIBERTÀ DI PAROLA: TUTTE LE VOCI CONTRARIE SONO DIVENTATE «TERRORISMO INTERNO», «PERICOLOSI ANTIFA».

I Maga amano dipingere le situazioni in un modo che non ha attinenza alla realtà. L’uomo che è stato ucciso, Alex, aveva una pistola ma non la stava impugnando. Brandiva un telefono e teneva l’altra mano alzata, era un manifestante pacifico, e stava cercando di proteggere una donna. Siamo qui a protestare per l’uguaglianza, l’umanità, la libertà. Fa paura che i repubblicani vogliano farci perdere la nostra umanità, impedirci di vedere l’umanità nei volti e negli occhi degli altri.

LO STESSO È ACCADUTO CON LE LIBERTÀ ACCADEMICHE. E MOLTE UNIVERSITÀ SI SONO PIEGATE AL DIKTAT.
La situazione nelle università è molto grave. Credo che così tante istituzioni e aziende tradizionalmente di spirito aperto si siano piegate per motivi economici. Appena insediatosi Trump ha iniziato a terrorizzare le università, e non sono stati in tanti a dare prova di coraggio, a opporsi. Non solo in campo accademico, ma anche nella cultura. Che si tratti del Kennedy Center o di una casa editrice come nel mio caso: lavoro in una piccola casa editrice, una no profit di grande successo che esiste dagli anni 80.

I TAGLI QUINDI HANNO AVUTO UN IMPATTO DIRETTO ANCHE SU DI VOI?
Assolutamente sì. In quanto no profit viviamo della vendita dei libri e grazie alle sovvenzioni di istituzioni come il National Endowment for the Arts, che è stato sostanzialmente dissolto ad appena sei mesi dall’insediamento di Trump. È semplicemente scomparso. E so che questo ha avuto un impatto anche su molte altre case editrici. A Minneapolis ce ne sono tante, conosciute in tutto il mondo e che pubblicano e traducono testi in tutte le lingue. Oltre a noi c’è per esempio Milkweed Editions, Graywolf Press. È una situazione difficile per tutti noi.
*(Fonte: Il Manifesto – Giovanna Branca, giornalista e fotografa)

06 – Giovanna Branca*: LOTTA SULL’ICE AL SENATO. INCOMBE LO SHUTDOWN. GUERRA INCIVILE I DEMOCRATICI SI OPPONGONO AI FINANZIAMENTI ALLA MILIZIA MASCHERATA. LO «ZAR DEL CONFINE» IN MINNESOTA: «DOVETE COLLABORARE CON NOI»

I democratici al Senato hanno per ora tenuto ferma la barricata: un primo voto per approvare la tranche di finanziamenti al governo federale, necessaria per impedire un nuovo shutdown, non ha raggiunto i 60 voti necessari. Il limite ultimo per impedire la chiusura – stavolta parziale rispetto allo shutdown che a fine dell’anno scorso ha bloccato gli Stati uniti per oltre quaranta giorni – è la mezzanotte di Washington.
LA LEGGE È UN PACCHETTO di finanziamenti per diverse agenzie, osteggiata dai democratici perché include anche 10 miliardi di dollari per l’Ice, la forza di polizia che sta assediando Minneapolis e molte altre città americane (solo nell’area metropolitana di Los Angeles il 28 gennaio sono state riportate quasi 50 operazioni). Per approvare la misura, i senatori dem chiedono che la nota di spesa dedicata all’Ice venga rimossa, e non solo.
Gli agenti dell’Ice devono smettere di andare in giro mascherati, devono indossare la bodycam e non effettuare più arresti e perquisizioni senza mandato. Difficile immaginare che l’amministrazione Trump accetti queste richieste, e in campo ci sono trattative con i repubblicani che lasciano immaginare che i democratici possano approvare il finanziamento del governo, o votare una misura per posticipare lo shutdown, a patto che vengano semplicemente rimossi i finanziamenti alle milizie anticostituzionali ormai diventate l’esercito privato di Donald Trump.
Altrettanto difficile immaginare che, in assenza del rispetto di questa condizione, i democratici decidano di cedere senza incorrere nell’ira dei loro elettori. Ne sanno qualcosa i sette deputati dem alla Camera che hanno votato sì per far avanzare la legge. Durante una funzione religiosa pubblica uno di loro, Tom Suozzi, è stato contestato da un gruppo di cittadini furibondi per il suo voto. «Sono ebreo, e sono convinto che l’unico modo per combattere l’antisemitismo sia allearci a dei suprematisti bianchi», ha gridato con sarcasmo uno dei manifestanti, tutti cacciati dalla sicurezza mentre Suozzi non riusciva neanche ad alzare lo sguardo.
L’esito del voto si saprà troppo tardi per noi, ma la prima spallata dei democratici – poco dopo che Trump dalla Casa bianca si era detto convinto di un accordo – fa almeno sperare.

LO STESSO TRUMP che aveva cercato di mostrarsi più distensivo con i cittadini del Minnesota (la chiamata con il governatore Tim Walz, la cacciata dell’impersonatore della Gestapo e direttore del Border Patrol Gregory Bovino) per poi tornare scrivere sul suo social, mercoledì notte, che Alex Pretti – l’uomo assassinato dall’Ice a Minneapolis – era un «terrorista interno». Anche la conferenza stampa tenuta ieri dal suo «zar del confine» Tom Homan, mandato a Minneapolis al posto di Bovino, non ha dato l’impressione di un tentativo di fare marcia indietro.
Homan non ha parlato di ritiro degli agenti dal Minnesota, ma di loro «avvicendamento». E soprattutto ha continuato ad addossare ai leader democratici dello stato la responsabilità degli eventi futuri: «Un ritiro» degli agenti potrà venire preso in considerazione solo «se collaboreranno con noi».
Una delle vittime più celebri dei raid dell’Ice a Minneapolis, il piccolo Liam Conejo Ramos – 5 anni, cappellino blu e zainetto di Spiderman – è stato incontrato, nel centro di detenzione dove è rinchiuso in Texas insieme al padre, dal deputato texano Joaquin Castro. Liam mangia poco, non fa che dormire e chiedere quando potrà rivedere i suoi compagni di classe, ha raccontato il padre sottolineando i sintomi di una crisi depressiva. E affermando che sia capellino che zainetto sono stati sequestrati.

MA L’AMMINISTRAZIONE Trump va dritta per la sua strada. Ieri i procuratori generali di 20 stati democratici hanno contestato, in una lettera aperta, la ministra della Giustizia Pam Bondi per il suo diktat al Minnesota: cedere le liste elettorali dello stato. Che l’intento sia avere gli strumenti per influenzare le elezioni future, a partire dal mid term di fine anno, lo prova anche il raid dell’Fbi, mercoledì, nel centro in cui sono custoditi i voti della Contea di Fulton (quella di Atlanta, in Georgia) dove sono custoditi i voti delle elezioni del 2020 contestate da Donald Trump.
Che all’epoca aveva cercato di farsi dare «11.000 voti» aggiuntivi – quelli che gli mancavano – dal segretario dello stato Brad Raffensperger. Con un mandato, gli agenti dell’Fbi hanno sequestrato i voti, ma anche le liste elettorali di quell’anno, in una contea a maggioranza nera che vota democratico.
OGGI LO SCIOPERO GENERALE SI ALLARGA A TUTTI GLI STATI UNITI.
*( Fonte: Il Manifesto – Giovanna Branca, giornalista e fotografa)

 

07 – Lorenzo Pace*: NUOVE MISURE DIGITALI PER SEMPLIFICARE I SERVIZI AI CITTADINI E PREVENIRE FRODI STATALI. L’ISEE ANTI-FRODE, LA CARTA D’IDENTITÀ PER GLI OVER70, LA TESSERA ELETTORALE DIGITALE.

Tre interventi per rendere più facile la vita delle persone e, al tempo stesso, evitare frodi allo Stato. All’interno del decreto Pnrr, che ha ottenuto il via libera del Consiglio dei ministri il 29 gennaio, trovano spazio l’Isee precompilato, la carta d’identità elettronica a vita per gli over 70 anni e la tessera elettorale digitale. Per questo, l’articolo in questione, è intitolato «misure di semplificazione in favore dei cittadini e dei consumatori».

L’ISEE ANTI-FRODE
In realtà, con le novità per la compilazione dell’Isee, si punta anche a evitare le false dichiarazioni che permettono di ottenere agevolazioni non dovute. Perché da adesso saranno scuole, università, Comuni e tutte le altre PA che riconoscono sconti e bonus in base all’indicatore ad «acquisire d’ufficio i dati strettamente necessari alla concessione della prestazione sociale agevolata attraverso la piattaforma nazionale digitale dell’Inps».
La relazione illustrativa spiega che la norma non comporta nuove spese, «al contrario, la disposizione è suscettibile di determinare effetti positivi, riducendo il rischio di concessioni di borse di studio ed altre prestazioni agevolate in favore di non aventi diritto, sulla base di dichiarazioni non veritiere, potendo le istituzioni universitarie e dell’alta formazione verificare direttamente i dati Isee dichiarati dagli iscritti accedendo d’ufficio alla piattaforma digitale nazionale dati».

LA CARTA D’IDENTITÀ PER GLI OVER 70
Il comma 2, invece, modifica la disciplina della validità della carta d’identità elettronica (Cie) da rilasciare agli ultrasettantenni, con l’obiettivo -si legge – «di semplificare gli adempimenti per gli anziani, ridurre disagi e oneri amministrativi e alleggerire il lavoro dei Comuni, in linea con i principi di semplificazione e proporzionalità».
In particolare, per chi ha almeno 70 anni al momento del rilascio, le carte d’identità emesse dal 30 luglio 2026 avranno una «validità cinquantennale temporale illimitata» e saranno valide per l’espatrio, pur potendo l’interessato chiedere sempre un rinnovo dopo dieci anni per esigenze legate al certificato di autenticazione.

LA TESSERA ELETTORALE DIGITALE
Infine, il terzo comma introduce il rilascio della tessera elettorale digitale in aggiunta a quella da parte del Comune. «A tal fine, viene introdotto il nuovo articolo 13-bis alla legge 30 aprile 1999, n. 120, che prevede al comma 1 che la tessera elettorale possa essere rilasciata in modalità digitale sulla base dei dati integrati nell’Anpr (Anagrafe nazionale della popolazione residente).
Il successivo comma 2 prevede che con uno o più decreti del ministro dell’interno siano definite le caratteristiche tecniche della tessera elettorale in formato digitale, l’eventuale confluenza nel portafoglio digitale italiano (Sistema IT-Wallet) e le modalità di utilizzo digitale ovvero le modalità di utilizzo della copia analogica esclusivamente presso il seggio di iscrizione dell’elettore».
Nel testo approvato è saltato, secondo diverse fonti, lo scudo per gli imprenditori sui lavoratori sottopagati. La norma, che compariva in alcune bozze, secondo quanto riferito non sarebbe stata portata in Cdm, che non avrebbe discusso dell’argomento. E ciò sarebbe accaduto anche a seguito di una serie di interlocuzioni con gli uffici del Quirinale- si ragiona in ambienti parlamentari della maggioranza – che avrebbero espresso dubbi tecnici sulla norma
*(Fonte; 24Ore, Lorenzo Pace, giornalista)

 

 

 

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