n° 04 – 17/1/26 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI

01 – Giovanna Branca*: «Non mi avete dato il Nobel. La pace non mi interessa più» Stati uniti Il messaggio di Trump al premier norvegese. E va oltre: «No comment», risponde a chi gli chiede se esclude l’uso della forza in Groenlandia. Ma i dazi a chi si oppone «sono certi»
02 – Andrea Colombo*: L’imbarazzo di Meloni la pontiera per gli eccessi dell’amico americano
Dazi Il governo italiano in bilico tra Bruxelles e Washington
03 – Mario Di Vito*: Referendum, le firme superano il traguardo. Il nervosismo di Nordio – Vizio di riforma La raccolta oltre quota 500.000. Il ministro: «Il ricorso al Tar non è illegittimo, è inutile». E Conte già cavalca il fronte del No. Le opposizioni pressano il governo per posticipare la data del voto. Le difficoltà del Pd: Schlein in disparte, tra l’attivismo del M5s e le trame dei riformisti
04 – Barone Teresa*: Assegno sociale anche senza mantenimento: la Cassazione chiarisce i requisiti. La mancata richiesta del mantenimento non è motivo valido per negare l’assegno sociale in presenza dei requisiti richiesti dalla legge.
05 – Alfiero Grandi *: Referendum, l’ultima forzatura di Meloni per contrastare il No alla riforma della giustizia.
06 – Andrea Valdambrini*: Un milione di firme contro l’accordo tra Ue e Israele: «Decidano i cittadini europei» Palestina/Europa L’alleanza della sinistra europea lancia un’iniziativa cittadina per Gaza. Obiettivo: spingere Bruxelles a rompere i rapporti con il governo genocida di Israele. Intervista alla leader Left, Manon Aubry.
07 – Giovanna Branca*: Minnesota e Illinois fanno causa al governo: «Violata la Costituzione»
Stati uniti Trump: «Sta arrivando il giorno del giudizio». L’Fbi indaga su Good, e non sul suo assassino

 

 

01 – Giovanna Branca*: «NON MI AVETE DATO IL NOBEL. LA PACE NON MI INTERESSA PIÙ» STATI UNITI IL MESSAGGIO DI TRUMP AL PREMIER NORVEGESE. E VA OLTRE: «NO COMMENT», RISPONDE A CHI GLI CHIEDE SE ESCLUDE L’USO DELLA FORZA IN GROENLANDIA. MA I DAZI A CHI SI OPPONE «SONO CERTI»

«NO COMMENT» È LA RISPOSTA DI TRUMP AL GIORNALISTA DI NBC NEWS CHE GLI CHIEDE, IN UNA BREVE INTERVISTA TELEFONICA, SE INTENDE ESCLUDERE L’USO DELLA FORZA PER ANNETTERE LA GROENLANDIA. CERTA INVECE L’ARMA DEI DAZI: IN ASSENZA DI UN ACCORDO CHE CEDA LA GROENLANDIA AGLI STATI UNITI «LO FARÒ AL 100%».
POCHE ORE PRIMA dell’intervista, ieri, era stato reso pubblico da Pbs un messaggio inviato domenica dal presidente Usa al primo ministro norvegese Jonas Gahr Store: «Caro Jonas: considerato che il tuo Paese ha deciso di non darmi il Nobel per la pace per aver fermato otto guerre e passa, non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla pace. Anche se sarà sempre predominante, ora potrò pensare a ciò che è meglio e giusto per gli Stati uniti d’America». E il messaggio non finisce con l’orgoglio ferito del presidente che ha comunque messo le mani sul premio Nobel, benché di seconda mano. «La Danimarca – continua Trump impartendo una sua personale lezione di storia – non può proteggere quella terra dalla Russia o la Cina, e in ogni caso perché avrebbe un “diritto di proprietà?”. Non ci sono documenti scritti, solo una nave che è approdata lì centinaia di anni fa, ma anche noi avevamo navi che sono approdate lì». L’Alleanza atlantica dovrebbe finalmente ripagare Trump della sua benevolenza, chiosa il presidente: «Ho fatto più io per la Nato che ogni altra persona dalla sua fondazione, e ora la Nato dovrebbe fare qualcosa per gli Stati uniti. Il mondo non è sicuro finché non avremo il controllo totale della Groenlandia».
NELLA SUA LEZIONE storica Trump scorda – ammesso ne sia mai stato al corrente – due accordi siglati dal suo paese con la Danimarca: uno, firmato nel 2004 per conferire agli Usa un ampio accesso militare al territorio autonomo, riconosce la Groenlandia come «parte eguale della repubblica di Danimarca». In precedenza, nel 1916, quando Copenaghen aveva venduto le Virgin Islands agli Usa, una clausola dell’accordo recitava che gli Stati uniti «non obietteranno all’estensione sull’intera Groenlandia degli interessi politici e economici del governo danese». Difficile però immaginare che degli accordi con un paese straniero incutano in Donald Trump del rispetto, quando la stessa Costituzione Usa è sotto attacco fin dal suo insediamento, un anno fa.
Anche i cinesi, per parte loro, obiettano alla sua ricostruzione geopolitica: «Esortiamo gli Stati uniti – ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino Guo Jiakun – a smettere di usare la cosiddetta “minaccia cinese” come pretesto per cercare propri egoistici tornaconti». Silenzio da Putin, che pregusta il suo ruolo nel Board of Peace di Gaza.
NELL’INTERVISTA a Trump di Nbc, gli è anche stato fatto notare tra le righe che la sua impuntatura con la Norvegia è poco sensata, dato che – come ha poi ribadito il primo ministro norvegese – non è il governo di Oslo a designare il vincitore del Nobel per la pace, ma una commissione indipendente. «La Norvegia lo controlla assolutamente, a dispetto di ciò che dicono», è stata la risposta di Trump. Che ha anche mandato un messaggio all’Europa in subbuglio per le sue minacce: «L’Europa dovrebbe concentrarsi sulla guerra fra Russia e Ucraina perché è evidente cosa gli abbia fruttato. È a questo che l’Europa dovrebbe pensare, non la Groenlandia».
NON LA PENSANO come lui i senatori e deputati Usa (in maggioranza democratici, con qualche repubblicano) che hanno concluso ieri la loro visita di solidarietà in Danimarca. Uno di loro, il senatore repubblicano Thom Tillis, ha attaccato su X la minaccia dei dazi ai paesi che si oppongono all’annessione: «Il fatto che un gruppetto di “consiglieri” spingano in direzione di un’azione coercitiva per impossessarsi del territorio di un alleato va oltre la stupidità». Del «gruppetto» fa probabilmente parte il segretario del Tesoro Usa Scott Bessent, che dal forum di Davos ha chiamato «molto poco saggio» qualunque tentativo di rappresaglia contro i desiderata di Trump: ha detto che vuole la Groenlandia, e «andrebbe preso in parola».
*( Giovanna Branca, giornalista de Il Manifesto, analizza le giravolte e le minacce di Trump: l’esercito si prepara all’attacco all’Iran)

 

02 – Andrea Colombo*: L’IMBARAZZO DI MELONI LA PONTIERA PER GLI ECCESSI DELL’AMICO AMERICANO DAZI IL GOVERNO ITALIANO IN BILICO TRA BRUXELLES E WASHINGTON

L’ITALIA E GLI ALTRI GRANDI PAESI EUROPEI PARLANO LINGUE DIVERSE, QUASI OPPOSTE. I MINISTRI DELLE FINANZE DI FRANCIA E GERMANIA, LESCURE E KINGBELL, SI PRESENTANO INSIEME DI FRONTE ALLA STAMPA PER AFFERMARE CHE LA UE DEVE ESSERE PRONTA A USARE OGNI MEZZO, ANCHE SE POCO DOPO IL CANCELLIERE MERZ HA SFUMATO PARECCHIO I TONI. L’ITALIA FRENA. NON SOLO SULLO STRUMENTO DI COERCIZIONE, EVOCATO PROBABILMENTE SOPRATTUTTO A SCOPO DI DETERRENZA, MA ANCHE SULLE CONTROSANZIONI PER 93 MILIARDI CHE INVECE SONO NON UNA POSSIBILITÀ MA UNA PROBABILITÀ.

Da Seoul, domenica, la premier ha per la prima volta detto apertamente che «è un errore» la scelta di Trump di «punire» con i dazi gli 8 Paesi che hanno inviato soldati (pochissimi) in Groenlandia. Ma subito dopo ha provato a estinguere la fiamma con tonnellate d’acqua. L’America ha capito male, qui c’è un equivoco, ha pensato che quei soldati fossero contro di lei. Comunque la prima urgenza è «evitare l’escalation».
Come la si possa evitare oggi lo ripete in coro buona parte del governo, chi a chiare lettere, chi tra le righe. Il ministro della Difesa Crosetto fa parte della prima squadra. In uno scambio di battute col leghista Borghi su X non la manda a dire: «I controdazi sono la risposta peggiore». Salvini, figurarsi: «Colpisce la reazione disunita, disorganizzata, scoordinata dell’Europa. Prima di mandare soldati a Parigi e Berlino dovrebbero pensarci. Il governo italiano fa bene a essere prudente».
Il ministro degli Esteri Tajani è meno esplicito ma la posizione è quella: «La linea dev’essere di fermezza ma anche di disponibilità al dialogo. Qualsiasi divisione tra Europa e Usa è un regalo ai competitor e la relazione transatlantica non può mai essere messa in discussione». Sulla carta è una posizione inappuntabile. Solo che bisogna vedere quanto disponibile al dialogo sia Donald Trump.
La premier italiana, si sa, ha cercato di verificarlo subito, già domenica da Seoul. Lo ha chiamato al telefono, si è proposta come mediatrice, poi ha cercato anche la presidente della Commissione europea von der Leyen e il segretario della Nato Rutte, si è tenuta in contatto con gli altri leader europei in vista del Conisglio straordinario convocato per giovedì prossimo.
Sugli esiti della ricognizione telefonica Giorgia non si è fatta scappare un sussurro. Ma dal clima che regna a palazzo Chigi si può facilmente desumere che siano stati poco consolanti. Impossibile interpretare altrimenti l’imbarazzo, i silenzi, il palese pessimismo che si taglia con l’accetta. Persino l’arrivo della premier italiana oggi a Davos è in forse. Dovrebbe esserci ma non è ancora del tutto certo.
L’imbarazzo è comprensibile. La premier italiana è oggi la leader europea che ha più possibilità di essere ascoltata a Washington. Più che una scelta, il tentativo di fare da pontiera è un obbligo. Ma se quel tentativo fallisce si trova per la prima volta sbilanciata, costretta a prendere una posizione netta non solo tra Usa e Ue ma anche all’interno di un’Unione in realtà molto divisa. I 27 non concordano sulla linea dura, che avrebbe ricadute economiche pesantissime per tutti, e figurarsi poi su un’ipotesi estrema come lo strumento anticoercizione. I Paesi che sentono sul collo il fiato di Putin hanno un motivo di esitazione in più: anche se tutti lo negano la china di una guerra commerciale totale porterebbe dritta alla dissoluzione della Nato e quindi dello scudo su cui contano.
Ungheria e Repubblica Ceca, poi, già si stanno tirando fuori dal duello. È vero che anche tutti i partiti della destra europea, da Farage nel Regno Unito alla AfD tedesca fino a Bardella in Francia bocciano le mire voraci di Trump sulla Groenlandia ma una guerra, sia pur commerciale, è altra cosa.
È un quadro che la premier ha ben chiaro. Dunque ieri si è attaccata per tutto il pomeriggio al telefono cercando di dar vita a un «fronte anti-escalation» in grado di bloccare le reazioni più muscolari. In Italia ciò confermerà la critica che tutte le opposizioni muovono, chiedendo alla premier di presentarsi in Parlamento prima del Consiglio: quella di essere ancora una volta allineata con Trump e non con la Ue. Ma oggi questa non è certo la prima preoccupazione di Giorgia Meloni.
*( Andrea Colombo – è un giornalista, scrittore e commentatore politico italiano.)

 

03 – Mario Di Vito*: REFERENDUM, LE FIRME SUPERANO IL TRAGUARDO. IL NERVOSISMO DI NORDIO – VIZIO DI RIFORMA LA RACCOLTA OLTRE QUOTA 500.000. IL MINISTRO: «IL RICORSO AL TAR NON È ILLEGITTIMO, È INUTILE». E CONTE GIÀ CAVALCA IL FRONTE DEL NO. LE OPPOSIZIONI PRESSANO IL GOVERNO PER POSTICIPARE LA DATA DEL VOTO. LE DIFFICOLTÀ DEL PD: SCHLEIN IN DISPARTE, TRA L’ATTIVISMO DEL M5S E LE TRAME DEI RIFORMISTI

«Il ricorso non è illegittimo, ma secondo me è inutile». Inseguito dai cronisti alla Camera, ieri mattina, il ministro della giustizia Carlo Nordio è apparso più prudente del solito nel commentare il raggiungimento del traguardo del mezzo milione di firme per l’indizione del referendum costituzionale sulla sua riforma e gli ultimi sviluppi della vicenda della data e del quesito della consultazione: il consiglio dei ministri avrebbe fissato i giorni del voto per il 22 e il 23 marzo, il presidente della Repubblica Mattarella, come atteso, ha confermato il tutto con un decreto.

E PERÒ i promotori della raccolta firme si sono rivolti al Tar: perché la richiesta dei parlamentari validata dalla Cassazione a metà novembre) conta più di quella di 500.000 cittadini? Questa è la domanda fondamentale. E la partita è aperta: la prassi dei referendum costituzionali ha sempre previsto l’attesa di 90 giorni dall’approvazione definitiva della legge prima di chiamare il popolo alle urne. Questa volta il governo ha deciso di agire di fretta. Legittimo, forse. Ma di sicuro è una prima volta. E quando si parla di Costituzione le prime volte non sono quasi mai piacevoli.
«Aspettiamo la decisione del Tar il 27 gennaio – ha proseguito Nordio -, deciderà il giudice amministrativo. Abbiamo sempre detto che la magistratura, anche quella amministrativa, è sovrana e indipendente…».

SARÀ, ma il raggiungimento delle 500.000 firme in 24 giorni è una notizia che piomba su una campagna referendaria che sin qui non ha riservato molti momenti rilevanti di dibattito politico. Da una parte ci sono i mini comitati del Sì che si aggrappano a qualsiasi polemica alla ricerca di visibilità (l’ultima è il buffo esposto in procura dei radicali contro l’Anm che con i suoi cartelloni sulla riforma genererebbe «allarme sociale»). Dall’altra il «comitatone» del No della «società civile» (con tutti i partiti dell’opposizione ad accompagnarlo) è nato soltanto sabato scorso e ancora non si è davvero mosso. C’è attesa anche per il comitato del Sì delle forze della maggioranza, che pure si è costituito da qualche settimana, ma che stenta a entrare in partita. C’entrano qualcosa, in questo senso, i litigi sul suo finanziamento: FdI ha chiesto 1000 euro a ciascun parlamentare per la propaganda, ma Lega e soprattutto Forza Italia storcono il naso, perché in effetti si tratterebbe di dare soldi a un soggetto politico che fa capo in via quasi esclusiva al partito della premier. E insomma, il regalo appare evidentemente troppo grosso.
Dunque, mentre i sondaggi danno il No in crescita e il Sì in calo (dato fisiologico di ogni referendum costituzionale, anche se i favorevoli alla riforma sarebbero avanti di una decina di punti percentuali), il dibattito tutto sommato langue. E solo ieri, con la raccolta delle firme che ha ormai raggiunto il suo obiettivo e che verosimilmente crescerà ancora nei prossimi giorni, si è visto qualche lampo.

IL LEADER del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte ha parlato del raggiungimento del mezzo milione di firme come di «un risultato incredibile» e di un «segnale dirompente» raggiunto «nonostante il lavaggio del cervello a reti unificate» e «nonostante un governo che snobba e ridicolizza la partecipazione». L’ex premier lo aveva lasciato intuire già sabato al centro Frentani di Roma durante il battesimo del comitato della «società civile»: la battaglia referendaria lui ha intenzione di cavalcarla fino in fondo e non ha alcun problema ad alzare il tiro, nella convinzione che una vittoria del No sarebbe una mazzata tremenda al governo di Giorgia Meloni.

LA STESSA COSA ancora non si sente di farla la segretaria del Pd Elly Schlein, che pure appoggia il No ma che continua a restare in disparte. Il problema, per lei, è che un’eccessiva polarizzazione del dibattito potrebbe portare a esisti fatali per la sua leadership, anche perché i cosiddetti riformisti sono schierati a favore della riforma e non aspettano altro che un suo passo falso. Così, a celebrare il raggiungimento delle 500.000 firme ci ha dovuto pensare la deputata Debora Serracchiani: «È la prima volta che una riforma costituzionale non viene toccata dal parlamento, questo non è una forzatura nei confronti non solo del parlamento ma della Carta costituzionale. Ed è per questo che noi abbiamo sostenuto e continuiamo a sostenere questa raccolta firme, senza la quale saremmo di fronte all’ennesima forzatura, che in parte c’è comunque stata».

DA QUI il pressing sul governo per spostare la data in avanti. «Bisogna informare quanti più cittadini possibile», è il coro di quelli del No. Già, perché la velocità con cui il governo punta a chiudere la partita, oltre ad essere inedita, ha una spiegazione semplicissima, quasi banale: tagliare i tempi della discussione, impedire che la questione diventi politica, capitalizzare l’apparente vantaggio. Per salvaguardare il governo, non soltanto la riforma.
*(Mario Di Vito, Cronista politico, si occupa per lo più di giustizia e ingiustizia. Ha scritto alcuni libri, l’ultimo è “La pista anarchica” (Editori Laterza)

 

04 – BARONE TERESA*: ASSEGNO SOCIALE ANCHE SENZA MANTENIMENTO: LA CASSAZIONE CHIARISCE I REQUISITI. LA MANCATA RICHIESTA DEL MANTENIMENTO NON È MOTIVO VALIDO PER NEGARE L’ASSEGNO SOCIALE IN PRESENZA DEI REQUISITI RICHIESTI DALLA LEGGE.

La rinuncia all’assegno di mantenimento o agli alimenti non è, di per sé, una causa ostativa alla concessione dell’assegno sociale. A chiarirlo è la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 33316 del 19 dicembre, che interviene su uno dei profili più controversi nella valutazione del diritto alla prestazione assistenziale.

Indice
1. Assegno sociale e stato di bisogno effettivo
2. La rinuncia al mantenimento non incide sul diritto
3. I requisiti per l’accesso all’assegno sociale
Assegno sociale e stato di bisogno effettivo
Secondo i giudici di legittimità, il presupposto centrale per il riconoscimento dell’assegno sociale resta lo stato di bisogno effettivo, da verificare esclusivamente sulla base dei redditi concretamente percepiti dal richiedente, in rapporto alla soglia fissata annualmente dalla legge.
Non assumono rilievo, ai fini dell’esclusione dal beneficio, redditi meramente potenziali o ipotetici, né altre forme di autosufficienza economica presunta.
La rinuncia al mantenimento non incide sul diritto
La Corte precisa che la mancata richiesta dell’assegno di mantenimento, così come la rinuncia agli alimenti, non può essere interpretata come indice automatico di autosufficienza economica. Si tratta di scelte personali che non incidono sul diritto all’assegno sociale, purché siano rispettati i requisiti previsti dalla normativa.
In altri termini, l’ente previdenziale non può negare la prestazione assumendo che il richiedente avrebbe potuto disporre di risorse economiche diverse da quelle effettivamente dichiarate.
I requisiti per l’accesso all’assegno sociale
L’assegno sociale resta una prestazione assistenziale fondata su due condizioni precise: il rispetto del limite reddituale stabilito dalla legge e il possesso del requisito anagrafico. Al di fuori di questi parametri, non possono essere introdotti criteri ulteriori o valutazioni discrezionali legate a comportamenti individuali.
La pronuncia della Cassazione rafforza quindi un orientamento che tutela la finalità dell’assegno sociale come strumento di sostegno minimo al reddito, destinato a chi si trova in una situazione di bisogno accertata sulla base di dati oggettivi.
*(Fonte: PMI. it – Barone Teresa, giornalista)

 

05 – Alfiero Grandi *: REFERENDUM, L’ULTIMA FORZATURA DI MELONI PER CONTRASTARE IL NO ALLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA

IL GOVERNO HA IMPOSTO LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA AL PARLAMENTO E ORA VORREBBE IMPORLA AD ELETTRICI ED ELETTORI TAGLIANDO I TEMPI PREVISTI DALLA LEGGE PER LA RACCOLTA DELLE FIRME E PER LA CAMPAGNA ELETTORALE. L’ESECUTIVO HA INFATTI COMPIUTO UNA EVIDENTE FORZATURA FISSANDO LA DATA DELLA CONSULTAZIONE PER IL 22 E 23 MARZO. HA LANCIATO UNA SFIDA A QUEI CITTADINI CHE SOSTENGONO IL NO ALLA RIFORMA NORDIO E STANNO RACCOGLIENDO LE FIRME AVENDO COME SCADENZA (PREVISTA DALLA LEGGE) IL 30 GENNAIO. PER QUESTO, DI FRONTE A QUESTA SCELTA DEL GOVERNO MELONI, LA RACCOLTA DEVE CONTINUARE CON ANCORA MAGGIORE IMPEGNO E QUESTO RAFFORZERÀ ULTERIORMENTE LE RAGIONI DI TUTTO LO SCHIERAMENTO DEI SOSTENITORI DEL NO.

IN 21 GIORNI RACCOLTE 350 MILA FIRME
In soli 21 giorni sono arrivate, infatti, più del 70% delle 500.00 firme necessarie per ottenere il referendum e per ottenere per il comitato promotore un ruolo di rango costituzionale, con tutti i diritti connessi. La raccolta delle firme è parte integrante della campagna elettorale per il No che sta iniziando con la formazione dei comitati in tutti i comuni, grazie anche al contributo di tanti sindaci. Il Comitato promotore delle firme ha comunque diritto di opporsi in tutte le sedi alla decisione del governo, che ha anticipato la data del referendum compiendo un atto di imperio.
Il 10 gennaio scorso si è anche presentato a Roma il Comitato per il No contro questa legge che interviene pesantemente su aspetti fondamentali dell’organizzazione della magistratura che presidiano l’autonomia e l’indipendenza di giudici e pubblici ministeri. Nel corso dell’iniziativa è stato confermato il pieno sostegno alla raccolta delle firme che si sta rivelando una importante forma di partecipazione e mobilitazione per fermare la legge Nordio.
Non bisogna mai dimenticare che la divisione dei compiti e l’equilibrio tra i poteri dello Stato (governo, Parlamento magistratura) sono elementi costitutivi della democrazia disegnata dalla nostra Costituzione nata dalla Resistenza. Sarebbe curioso che venisse sottovalutato un cambiamento di questa portata. Tanto più che è parte di un triangolo che comprende, oltre alla legge Nordio, il tentativo di scasso dell’unità nazionale di diritti fondamentali (sanità, scuola, lavoro, previdenza, ecc.) rappresentato dall’autonomia regionale differenziata e il cosiddetto premierato, cioè l’elezione diretta del capo del governo, modalità che non esiste in altri paesi e che il costituzionalista Michele Ainis ha giustamente definito “capocrazia”.
La legge Nordio è un tentativo della destra di imporre una modifica di una Costituzione che non è mai stata interamente accettata dalla destra per la sua radice antifascista e per le caratteristiche di democrazia avanzata. Lo stravolgimento della Costituzione è obiettivo di un governo che ha un carniere di risultati di governo insignificanti, al punto che perfino il mantenimento dei conti pubblici sotto controllo diventa sterile perché non è per niente occasione per ridare slancio e futuro all’Italia. Quindi cambiare la Costituzione diventa un obiettivo utile per cercare di arrivare alle prossime elezioni con qualche risultato forte da esibire di fronte agli elettori.

SENZA IL QUORUM OGNI VOTO CONTA E PUÒ FAR VINCERE IL NO
Ricordiamo che la destra ha avuto nel 2022 un premio di maggioranza del 15%, al punto che con il 44% dei voti ha ottenuto il 59% dei seggi in Parlamento. Ma la destra ha interpretato questo risultato come se avesse ottenuto la maggioranza dei voti. Invece non è così, anzi il risultato che ha ottenuto è dovuto ad una legge elettorale erratica che strapremia le coalizioni e è stato favorito dalle divisioni del centrosinistra. Per di più le soglie di garanzia previste dalla Costituzione sono rimaste quelle precedenti e quindi la maggioranza di destra ha ottenuto un numero di parlamentari che le è bastato per cambiare da sola la Costituzione, anche se non ha raggiunto i 2/3 dei parlamentari e ha dovuto sottostare al referendum, che a questo punto il governo cerca di trasformare in un plebiscito a suo favore.
Il referendum rappresenta quindi un appuntamento politico fondamentale prima delle prossime elezioni politiche. La fretta del governo nasce dalla constatazione che i tempi stanno cambiando e più tempo passa più i dubbi aumentano su una riforma che snatura l’organizzazione della magistratura dividendo il Consiglio superiore della magistratura in 3 parti (due Csm di giudici e pm con i componenti magistrati estratti a sorte, come alla tombola, e un Comitato disciplinare esterno, senza possibilità di ricorso, ma unico per tutti i magistrati, chissà perché). In sostanza si ridimensionerebbe il ruolo e l’autonomia della magistratura, aprendo ad un futuro che non nasconde la volontà di sottoporre i giudici e i pm al controllo del governo.
Questo governo e questa maggioranza non sopportano le critiche, i controlli previsti dalla Costituzione, vogliono le mani libere e hanno la tentazione (molto trumpiana) di decidere anche quello che non è loro consentito. I richiami a Berlusconi sono la ciliegina sulla torta, macabra quanto inaudita. Per questo il referendum deve diventare una netta e chiara sconfessione dei provvedimenti del governo Meloni e anzitutto della legge Nordio. In questo referendum – non essendo previsto il quorum – chi va a votare conta e fa vincere, può essere un utile antidoto all’astensionismo. Non fermiamoci.
*( Alfiero Grandi (Argelato, 24 luglio 1944) è un politico e sindacalista italiano. Alfiero Grandi. Deputato della Repubblica Italiana. Durata mandato, 2001 – 2006.)

 

06 – Andrea Valdambrini*: UN MILIONE DI FIRME CONTRO L’ACCORDO TRA UE E ISRAELE: «DECIDANO I CITTADINI EUROPEI» PALESTINA/EUROPA L’ALLEANZA DELLA SINISTRA EUROPEA LANCIA UN’INIZIATIVA CITTADINA PER GAZA. OBIETTIVO: SPINGERE BRUXELLES A ROMPERE I RAPPORTI CON IL GOVERNO GENOCIDA DI ISRAELE. INTERVISTA ALLA LEADER LEFT, MANON AUBRY

BRUXELLES
«Giustizia per la Palestina: fermiamo il commercio con i criminali!». È lo slogan dell’iniziativa dei cittadini europei che chiede di sospendere integralmente l’accordo commerciale e politico che lega Bruxelles a Tel Aviv, nonostante il genocidio a Gaza e le violazioni dei diritti umani nei Territori. È già partita la raccolta firme, lanciata ieri da European Left Alliance (Ela), organizzazione politica nata poco più di un anno fa all’interno della famiglia di Left-Sinistra europea, a cui ha recentemente aderito anche Sinistra italiana.
In una sala a pochi passi dal Parlamento europeo affollata di militanti e politici, molti con la kefiah addosso, si sono alternati esponenti della società civile palestinese e leader della sinistra europea, da Irene Montero (Podemos) a Nicola Fratoianni (Si). Abbiamo incontrato l’eurodeputata Manon Aubry (La France Insoumise), capogruppo di Left all’Eurocamera.

L’iniziativa dei cittadini europei da voi promossa è un atto d’accusa contro le istituzioni europee che non hanno fatto nulla di concreto per Gaza?

È un modo di denunciare la complicità dell’Ue, che attraverso l’accordo di associazione con Israele partecipa al finanziamento del genocidio nella Striscia. Von der Leyen aveva promesso di sospendere la partnership con Israele, ma nel corso dei mesi questa promessa è stata abbandonata. Dato che l’Ue è incapace di decidere, diamo la parola ai cittadini.

Quali sono le tappe principali dell’iniziativa?

Vogliamo arrivare a un milione di firme nei prossimi giorni e mesi. Ufficialmente abbiamo un anno di tempo, ma bisogna fare il più rapidamente possibile: di fronte al massacro non c’è un giorno da perdere. Poi l’esecutivo europeo avrà sei mesi per rispondere e anche il Parlamento dovrà prendere posizione. La mobilitazione democratica è un modo di rispondere al silenzio mediatico, insopportabile, ed è un modo per spingere l’Ue ad agire.

L’Europa è il primo finanziatore in termini di aiuti alla Palestina, ma il presidente Usa Donald Trump vuole escluderla da ogni ruolo decisionale sul futuro di Gaza. Un paradosso?

Le relazioni internazionali sono in una fase di stravolgimento, come si vede nel caso del Venezuela, quando i leader europei si rallegrano dell’azione americana e si congratulano con il rapitore anziché preoccuparsi del rapito. Quanto alla Palestina, non possiamo dimenticare che Bruxelles non vuole rompere il legame privilegiato con Benjamin Netanyahu, diventando così primo finanziatore del genocidio.

L’Ue si trova ora di fronte a un’altra crisi in Asia occidentale, quella che vediamo consumarsi in Iran sotto i nostri occhi. Sta agendo bene?
In questi giorni il regime di Teheran orchestra l’isolamento per reprimere la rivolta del popolo contro l’autocrazia. L’Ue è debole anche in questo caso, mentre avrebbe potuto utilizzare prima una serie di strumenti diplomatici, non semplicemente accettare l’impotenza a cui essa stessa si costringe.
Un’altra crisi internazionale, come quella della Groenlandia, esemplifica bene l’incertezza della politica globale dell’Ue: prima grida «giù le mani», poi cerca il compromesso con gli Usa. Se non si esce da questa ambiguità, l’Europa rischia di scomparire?
Le nuove minacce trumpiane sulla Groenlandia sono la conseguenza diretta dell’incapacità dell’Ue di farsi ascoltare sulla scena internazionale. Bruxelles non ha reagito a una sequenza di violazioni del diritto internazionale, l’ultima il rapimento del presidente venezuelano Maduro. L’atteggiamento compiacente verso la Casa bianca non può che essere percepito come incoraggiamento a violare il diritto internazionale: ieri il Venezuela, oggi la Groenlandia, domani Gran Bretagna o Francia, chissà.
Per Trump al massimo il globo può essere spartito in sfere d’influenza insieme a Putin e Xi Jinping. In questo scenario, all’Europa resta un ruolo?
Se e solo se l’Ue riesce a difendere l’ordine internazionale del Dopoguerra, non quando aderisce al disegno trumpiano. La Sinistra europea non può lasciare che ciò accada. È una delle ragioni per cui dell’iniziativa: il diritto deve prevalere sulla forza.
*(Andrea Valdambrini, giornalista)

 

07 – Giovanna Branca*: MINNESOTA E ILLINOIS FANNO CAUSA AL GOVERNO: «VIOLATA LA COSTITUZIONE» STATI UNITI TRUMP: «STA ARRIVANDO IL GIORNO DEL GIUDIZIO». L’FBI INDAGA SU GOOD, E NON SUL SUO ASSASSINO

«Non temere, grande popolo del Minnesota, il giorno del giudizio e della vendetta sta arrivando!». Il tono di Donald Trump in un post su Truth Social si fa persino biblico, in reazione probabilmente alle cause appena intentate dallo stato del Minnesota e dall’Illinois contro la sua amministrazione, accusata di aver violato la Costituzione e infranto la sovranità dei suoi stati sancita dal 10mo emendamento quando ha sguinzagliato migliaia di agenti federali nelle zone di Minneapolis e Chicago.
«MIGLIAIA di uomini armati e mascherati del Dipartimento per la sicurezza interna hanno preso d’assalto le città gemelle (Minneapolis e St.Paul, ndr) per condurre raid militarizzati, oltre che fermi e arresti illegali e incostituzionali», si legge nella causa depositata dal procuratore generale del Minnesota Keith Ellison proprio mentre veniva annunciato l’arrivo imminente di altri mille agenti dell’Homeland security a Minneapolis, che vanno ad aggiungersi ai 2.000 che già hanno preso d’assalto la città. Gli agenti «stanno profilando le persone su base razziale, le stanno molestando, terrorizzando e aggredendo – ha aggiunto Ellison in un comunicato – La polizia del Minnesota sta passando un numero incalcolabile di ore a gestire il caos creato dall’Ice. Questa invasione federale delle città gemelle deve finire». La causa del Minnesota chiede al tribunale di dichiarare «incostituzionale e illegale» il dispiegamento massiccio di agenti federali, e di ripristinare l’inviolabilità dei luoghi di culto, delle scuole e degli ospedali.

L’ILLINOIS SI SPINGE ANCHE OLTRE E CHIEDE CHE VENGA PROIBITA TOUT COURT L’ATTIVITÀ DEGLI AGENTI DEL BORDER PATROL NELLO STATO IN ASSENZA DI UNA «ESPRESSA AUTORIZZAZIONE DEL CONGRESSO».
IERI, IL DIPARTIMENTO della Sicurezza interna ha anche dichiarato che non rinnoverà lo status di protezione temporanea garantito ai rifugiati somali (la più grande comunità somala in Usa si trova in Minnesota) in scadenza il 17 marzo.
Nel frattempo, non si fermano le proteste a Minneapolis, che continuano senza sosta dal giorno dell’omicidio – il 7 gennaio – di Renee Nicole Good. La Cnn riporta l’impiego di spray al peperoncino contro i manifestanti, accerchiati da 15 veicoli degli agenti federali. Un video ripreso dall’emittente mostra un gruppo di agenti sbattere a terra e malmenare un uomo – la testa schiacciata a terra dalle gambe di un federale.
D’altronde queste persone armate di fischietto e smartphone per riprendere sono i «terroristi interni» su cui l’amministrazione Trump ha saldamente ancorato la colpa dell’omicidio di Renee Good. Non solo: un’inchiesta del New York Times sull’indagine dell’omicidio condotta dall’Fbi rivela come al centro dell’interesse degli inquirenti non ci sia tanto l’operato dell’agente che le ha sparato tre colpi a bruciapelo mentre cercava di allontanarsi – Jonathan Ross – quanto «i legami» di Good con i gruppi di attivisti contro la «grande deportazione» dell’amministrazione Trump, e le attività “politiche” della donna. Secondo delle fonti anonime citate dal quotidiano, il dipartimento di Giustizia sta «esaminando» un vasto gruppo di attivisti impegnati nelle “sorveglianze di quartiere” contro le operazioni dell’Ice, inquadrandoli come «istigatori» dell’omicidio. Oltretutto, la divisione per i diritti civili del ministero non ha aperto – né aprirà – un’inchiesta sulla violazione dei diritti di Good a opera di agenti del governo federale.
A SOSTEGNO dell’assassino della 37enne sono già spuntati diversi Gofundme, raccolte fondi online. Il principale, avviato da un cittadino del Michigan, ha raccolto in soli tre giorni 489.000 dollari (l’obiettivo è 550.000). Nella descrizione del Gofundme per Jonathan Ross, Good è definita «stupid bitch», stupida stronza, analogo all’appellativo di fucking bitch datole da Ross prima di ucciderla. Il principale donatore, con un contributo di 10.000 dollari, sarebbe il miliardario della Silicon Valley Bill Ackman, hedge fund manager e Ceo di Pershing Square Capital.
*(Fonte: Il Manifesto – Giovanna Branca, Ha una consolidata esperienza in diritto ambientale nell’ambito di operazioni di bonifica di siti industriali)

 

 

 

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