n° 01/3 del 10-01-2026 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI

00 – Alfiero Grandi *: REFERENDUM GIUSTIZIA, PERCHÉ È DECISIVO FERMARE LA DESTRA
01 – On. Nicola Carè*: Esteri, Carè: auguri di buon lavoro a Nicola Lener, nominato Ambasciatore d’Italia a Canberra.
02 – Andrea Carugati*: «ITALIA FERMA? NON È COLPA MIA». MELONI, UNA PREMIER PER CASO. La conferenza stampa Dall’Ilva ai salari alle pensioni, tre ore in difesa. «Con Mattarella non sempre d’accordo»
03 – Marina Catucci*: Minneapolis dice basta. E l’Ice colpisce ancora a Portland, la marcia verso la Casa bianca a Washington dei manifestanti anti-Ice foto Ap/Jose Luis Magana la marcia verso la Casa bianca a Washington dei manifestanti anti-Ice – foto Ap/Jose Luis Magana
04 – Mattia Marasti *: L’America fascista di Trump. Nelle scorse ore l’ICE ha ucciso Renee Nicole Good, una donna americana di 37 anni che lascia tre figli. L’uccisione è avvenuta durante uno dei raid anti migranti da parte di quello che è, di fatto, il braccio armato dell’amministrazione Trump. Dopo averle sparato tre volte, gli agenti dell’ICE hanno inoltre allontanato un medico che si era offerto di prestare soccorso
05 – Francesca Berardi: Breve storia del presunto “furto” del petrolio venezuelano lamentato da Donald Trump.
06 – Davide Matrone *: L’OMICIDIO DEI 32 CUBANI A CARACAS E LA STORIA DELLE RELAZIONI TRA CUBA E VENEZUELA.

07 – Mario Di Vito*: La diplomazia spuntata di Roma, che spera negli amici americani. Self-service Alberto Trentini e gli altri. Timida apertura alla nuova premier di palazzo Chigi. Per Pilieri si è mossa Sant’Egidio.
08 – Redazione*: «Meloni nasconde i problemi reali, non si discute con la pistola sul tavolo» Critiche del centrosinistra «Meloni racconta un’Italia che non esiste». Dopo la conferenza stampa della premier, le opposizioni attaccano su tutti i fronti, dall’economia alla politica estera. La novità vera è l’annuncio di voler fare una nuova legge elettorale a colpi di maggioranza.

 

 

00 – Alfiero Grandi *: REFERENDUM GIUSTIZIA, PERCHÉ È DECISIVO FERMARE LA DESTRA

Sul referendum costituzionale ci sono novità importanti. Anzitutto è stato costituito il Comitato della società civile per il No presieduto da Giovanni Bachelet, che si affiancherà a quello dei magistrati dell’Anm e si raccorderà con i partiti che hanno promosso il referendum contro la legge Nordio che arriva a modificare la Costituzione pur di intaccare l’indipendenza della magistratura.
Il Comitato presentato il 19 dicembre alla stampa ha convocato un importante appuntamento: un’assemblea nazionale il 10 gennaio, che sarà sia l’occasione per presentare le ragioni del No che per allargare il nucleo promotore del Comitato a tutte le associazioni che aderiranno e a personalità ed esperti disposti ad impegnarsi nel convincere elettrici ed elettori che la sfida del referendum è cruciale e non riguarda solo i magistrati ma tutti i cittadini, il futuro stesso della Costituzione e della nostra democrazia.
È evidente che l’assemblea del 10 gennaio deve registrare un successo se si vuole che la campagna per il No prenda la forza necessaria. Quindi, tutti dobbiamo contribuire per raggiungere un risultato significativo.
Inoltre la presentazione in Cassazione di un nuovo quesito referendario da parte di un gruppo di cittadini per il referendum sulla legge Nordio offre un’opportunità che va colta. La presentazione di una nuova richiesta di referendum costituzioni le blocca anzitutto il tentativo del governo di fare un blitz per anticipare il più possibile la data del voto (ne ha parlato Nordio) perché ora si dovrà attendere il 30 gennaio per fissare la data del voto, come del resto prevede la legge.
Va quindi sostenuta la raccolta delle firme, non tanto per ottenere il referendum, che come sappiamo è già stato chiesto dai parlamentari, ma per contribuire alla campagna elettorale per il No, per fare valere le ragioni contro la riforma Nordio e per invitare alla partecipazione attiva, fino al voto.

ESAUTORATO IL PARLAMENTO, IL GOVERNO ALL’ATTACCO
La partecipazione attiva è una chiave fondamentale per ottenere il risultato di fermare la legge e nelle prossime settimane va fatto tutto il possibile, e anche di più, per mobilitare e convincere elettrici ed elettori a partecipare al voto, a non astenersi, perché il risultato in un referendum costituzionale come questo dipende direttamente da chi avrà più voti in quanto non esiste quorum di validità: chi ha la maggioranza dei voti vince il referendum. Dobbiamo usare questo argomento in tempi di astensione crescente e di distacco dei cittadini dalla partecipazione attiva insistendo sul fatto che chi va a votare decide il risultato.
Del resto il governo ha talmente voluto la legge Nordio da imporla al Parlamento impedendo qualunque modifica nei 4 passaggi previsti per l’approvazione di modifiche della Costituzione. In questo modo ha compiuto una scelta grave che in pratica riduce il Parlamento a un ruolo di mera ratifica delle decisioni del governo per di più su una materia costituzionale che richiederebbe un consenso più largo della maggioranza. Insomma, il centrodestra ha approfittato del premio di maggioranza del 59% regalato dalla legge elettorale a una coalizione che ha ottenuto solo il 44% dei voti.

I TRE OBIETTIVI DELLA DESTRA PER STRAVOLGERE LA COSTITUZIONE
Per tutte queste ragioni sarebbe un grave errore sottovalutare questo appuntamento referendario. La maggioranza di destra ha tre obiettivi di fondo tra loro collegati, ciascuno sostenuto da ogni settore della destra. Ora è in campo l’attacco al ruolo della magistratura, ma è evidente che se il governo verrà sconfitto avrà difficoltà anche sul premierato, cioè sull’elezione diretta del capo (di qui “capocrazia”) che accentrerebbe i poteri nella figura del presidente del Consiglio. La discussione che è iniziata sulla legge elettorale conferma che il governo vuole ottenere una maggioranza di parlamentari anche senza averne una nelle urne e per di più vorrebbe indicare il capo del governo sulla scheda. Una sorta di antipasto del premierato che però cozza con la Costituzione e i poteri che essa assegna al presidente della Repubblica a cui spetta il compito di nominare il presidente del Consiglio. Il premierato infatti riduce drasticamente il ruolo del Parlamento e toglie poteri al presidente della Repubblica.

A QUESTO SI AGGIUNGE L’AUTONOMIA REGIONALE DIFFERENZIATA CHE È STATA DURAMENTE
sanzionata dalle sentenze della Corte costituzionale ma che il ministro Calderoli, su delega di Giorgia Meloni, sta cercando di aggirare. Ad esempio i preaccordi con 4 regioni (governate dalla destra) sono identici facendo venire meno 2 requisiti pretesi dalla Corte: la dimostrazione che le funzioni richieste hanno vere motivazioni nella singola regione e che non siano messi in discussione i diritti dei cittadini delle altre regioni, ma appunto i protocolli sono identici. Anche la protervia del governo nell’insistere perfino contro le sentenze della Corte costituzionale conferma che occorre che vengano tenuti presenti anche gli altri obiettivi del governo nel momento in cui si andrà alle urne sul referendum sulla magistratura.
In sostanza le destre confermano che vogliono stravolgere la Costituzione democratica ed antifascista per riscrivere le regole su punti fondamentali. Questo potrebbe essere solo l’inizio di una deriva accentratrice ed autocratica della nostra democrazia che assomiglierebbe così all’America di Trump e all’Ungheria.

L’INTOLLERANZA DI MELONI PER I CONTRAPPESI ISTITUZIONALI
Perché questo attacco all’indipendenza della magistratura? Perché il governo ha un’evidente vocazione a forzare la mano, ha un’intolleranza nei confronti del dissenso e ancora di più per i contrappesi istituzionali e per questo tenta di interpretare le leggi in modo distorto. Ogni volta che i magistrati intervengono per difendere diritti fondamentali delle persone il governo, a partire da Giorgia Meloni, grida che c’è un’invasione di campo nella politica. Emerge una concezione delle regole che non porta al loro rispetto ma al loro stravolgimento.
Questo è avvenuto sul ponte Messina-Reggio Calabria tentando di non rispettare regole nazionali ed europee, anche se alla fine il governo ha dovuto piegarsi alle ragioni dei magistrati contabili della Corte dei Conti. È avvenuto sui migranti negando il rispetto dei diritti delle persone e ostacolando i salvataggi in mare, con lo spreco e l’assurdità dei centri in Albania. E avviene in tanti altri campi in cui la magistratura ha il dovere di intervenire per svolgere il suo ruolo. Questo infastidisce il governo Meloni che vuole avere le mani libere per decidere quello che vuole senza controlli e condizionamenti.
L’attacco del governo alla magistratura punta a indebolirla a renderla subalterna per ottenere mano libera nelle decisioni. È una grave manomissione della Costituzione.
Con veri e propri atti di bullismo istituzionale verso la magistratura il governo attacca direttamente l’equilibrio dei poteri della nostra democrazia come è stata disegnata dalla nostra Costituzione antifascista.

CSM, UN SORTEGGIO CHE È UN CASO UNICO
Il vero oggetto del referendum è in parte nascosto e incomprensibile, il quesito
costruito sul titolo dato da Nordio alla legge è oscuro. Ad esempio la separazione delle funzioni è ormai in essere visto che i passaggi da giudice a pm e viceversa possono avvenire una sola volta durante la carriera e oltretutto ogni anno sono 20/30 su 9000 i magistrati che chiedono di poterlo fare. E allora: che senso ha amplificare al punto da voler cambiare la Costituzione? Il vero obiettivo dell’attacco è ridurre drasticamente il ruolo del Csm come rappresentanza di tutti i magistrati per dividerlo in 3 parti: un Csm dei pm, uno dei giudici e una nuova Commissione disciplinare che per di più riguarderebbe tutti i magistrati ordinari e nemmeno prevede la possibilità di ricorso sulle sue decisioni, unico caso in tutto l’ordinamento costituzionale.
Particolarmente grave è il sorteggio dei soli componenti della magistratura dei 2 Csm, in modo da ridurre drasticamente la loro capacità di auto rappresentanza. Questa non è una riforma della magistratura, è uno stravolgimento del ruolo dei magistrati che devono poter svolgere il loro lavoro in modo pienamente indipendente, senza condizionamenti del governo. Nei prossimi mesi occorre fare crescere una forte iniziativa per contattare elettrici ed elettori, per fare conoscere, per mobilitare le persone su questi temi. L’esito del referendum, infatti, sarà dirimente per il futuro della nostra democrazia. Si tratta di una battaglia non facile ma è possibile vincerla. Altrimenti l’Italia futura sarà molto peggio.
*( STRISCIAROSSA.IT – Alfiero Grandi )
Firma qui https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/5400034

 

01 – On. Nicola Carè: ESTERI, CARÈ: AUGURI DI BUON LAVORO A NICOLA LENER, NOMINATO AMBASCIATORE D’ITALIA A CANBERRA.
Roma 9 Gen. -“Nel formulare le congratulazioni voglio sottolineare il rilievo strategico dell’Australia per l’Italia sul piano politico, economico e istituzionale, evidenziando come la nomina dell’Ambasciatore Lener rappresenti un passaggio significativo nel rafforzamento della presenza italiana nell’area indo-pacifica. Auspico che il mandato dell’Ambasciatore possa continuare nello sviluppo di una collaborazione solida e articolata tra i due Paesi, fondata su valori condivisi, sul dialogo politico e su un partenariato economico in costante crescita. Viene inoltre richiamata l’importanza dell’azione diplomatica italiana a sostegno delle imprese, della cooperazione scientifica e culturale e della promozione del sistema Paese, in un contesto internazionale in rapida evoluzione.
Nel ribadire i migliori auguri di buon lavoro, voglio evidenziare infine il ruolo centrale della numerosa e storica comunità italiana in Australia, elemento fondamentale di collegamento tra le due Nazioni e risorsa strategica per il consolidamento delle relazioni bilaterali.”
*(On./Hon. Nicola Carè – PD – Circoscrizione Estero, Ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide)

 

02 – Andrea Carugati*: «ITALIA FERMA? NON È COLPA MIA». MELONI, UNA PREMIER PER CASO. LA CONFERENZA STAMPA DALL’ILVA AI SALARI ALLE PENSIONI, TRE ORE IN DIFESA. «CON MATTARELLA NON SEMPRE D’ACCORDO»

La crisi Ilva «è il dossier più complesso che abbiamo ereditato, nessun governo ha saputo trovare soluzioni stabili», la crisi dell’auto è colpa del green deal europeo ma «lo stiamo correggendo», sui prezzi dell’energia «interverremo», il piano casa per i giovani «arriverà», il potere d’acquisto «è aumentato di 20 miliardi nell’ultimo anno». E ancora: sui salari al palo «l’Istat certifica il lordo, ma noi siamo intervenuti sul netto con il cuneo e i premi di produttività». Certo, la crescita «è bassa», e così anche la produttività ma lo scenario dell’economia italiana «non è catastrofico come voi lo dipingete».
GIORGIA MELONI si presenta alla stampa, nella sala dei gruppi della Camera, dopo un anno esatto dall’ultimo incontro ufficiale, un’eternità: l’ultima volta Trump non si era ancora insediato. Tre ore di domande, dietro di lei un discutibile mosaico di piante tricolori, con alloro e grano e una composizione di ortensie. Se le domande le consentono di bastonare i giudici, dal referendum fino alle presunte scarcerazioni facili, o vertono sulla politica estera, la premier scivola leggera, rivendicando anche l’asse con Trump («Se non sono d’accordo lo dico a lui, mica mi posso mettere a assaltare i McDonald’s»). Così come è a suo agio quando spiega perché alle opposizioni converrebbe la legge elettorale iper maggioritaria, un simil Porcellum, che lei vuole imporre «anche con i voti della sola maggioranza».
I PROBLEMI SORGONO quando si parla di economia, salari, pensioni, bollette, le sempre più numerose crisi industriali. Meloni si innervosisce, ironizza sarcastica sul mancato «ottimismo» del cronista, si aggrappa ai dati sorvolando sui 12 milioni di italiani inattivi che il lavoro nemmeno più lo cercano. Non risponde sul perché abbia affossato il salario minimo, vagheggia un «salario di ingresso» per limitare la fuga all’estero dei giovani che «hanno la percezione di poter trovare in altri paesi salari migliori». Chissà perché.
Sulle pensioni, dopo i proclami elettorali contro la Fornero, balbetta spiegando di aver aumentato l’età pensionabile solo di un mese, mentre la legge dell’ex ministra ne prevedeva tre. «Abbiamo messo miliardi per calmierare le bollette e per abbassare la tasse. L’inflazione ora è all’1,5%, a occhio qualcosa abbiamo fatto»!», s’infervora. «Certo che volevo fare di più, ma non avevo le risorse»!, sbotta. Senza citare la mole di miliardi che il suo governo si appresta a spendere in armi, anche con uno scostamento di bilancio, per onorare i patti Nato firmati con l’amico Trump. «Con noi i salari hanno iniziato a recuperare terreno, ma ci vuole tempo, l’erosione dura da decenni».
Sull’Ilva ricorda che la crisi dura da 13 anni, che la situazione trovata era «compromessa da tutti i punti vista: economico, finanziario e ambientale», che si tratta del dossier a cui il governo «ha dedicato più riunioni, il nostro impegno non è mai venuto meno». «Quando non ci sono annunci significa che ce ne stiamo occupando», ha detto, specificando che il suo governo non accetterà «nessuna proposta che abbia un intento predatorio e opportunistico». Di nuovo, arriva l’invito a magistratura e enti locali a «remare tutti nella stessa direzione. Non possiamo ripetere gli errori del passato».
MOLTO MEGLIO, PER LEI, quando può rispondere alle domande sui maranza (ovviamente annuncia una stretta), o sulle manifestazioni di sinistra e Cgil contro il golpe di Trump in Venezuela: «Mi stupiscono i sindacati, che non vedono la povertà dilagante che c’era con Maduro, una sinistra che piega la realtà alla sua ideologia, sempre dalla parte sbagliata della storia».
Parole incredibili in bocca a una dirigente politica nata nell’Msi, che oggi appoggia il golpe americano contro uno stato sovrano («Ma attaccare la Groenlandia sarebbe un errore e Trump non lo farà»). E così sull’arresto del palestinese Mohammad Hannoun, accusato di aver finanziato Hamas: «Se io fossi come la sinistra direi che loro sono complici de 7 ottobre per averlo invitato ovunque e avergli steso tappeti rossi, ma io non lo farò…».
SULLA SICUREZZA AMMETTE che qualcosa non va, «i risultati sono insufficienti, bisogna cambiare passo». Con ancora più repressione, ovviamente, anche verso i minori. «La sinistra ora mi chiede sicurezza dopo aver contestato il nostro decreto», s’infuria la premier, e via un’altra bastonata ai giudici che «non hanno convalidato l’espulsione dell’imam di Torino Shahin».
E così, mentre la premier contesta i manifesti referendari dell’Anm che accusano la riforma di voler sottomettere i pm al governo, nel suo racconto emerge tutta l’insofferenza per una magistratura indipendente. Che spesso «non rema nella stessa direzione del governo». Con tanto di «appello» a reti unificate: «Lavoriamo rutti nella stessa direzione per garantire sicurezza». Per farlo, dice Meloni, no a amnistie o indulti, ma più carceri, con la promessa di «11mila nuovi posti entro il 2027».
TRA UN ATTACCO E L’ALTRO alle toghe, Meloni comunica che il referendum sulla giustizia sarà il 22 e 23 marzo. Spende parole al miele per Salvini e soprattutto Tajani, «il lavoro che ha fatto in Forza Italia ha del miracoloso, nessuno pensava che il partito dopo Berlusconi avrebbe avuto questo stato di salute». Assicura che la sua maggioranza è compatta anche se discute, «non siamo una caserma», che il governo arriverà a fine legislatura senza tentazioni di elezioni anticipate.
E concede un momento di verità, quando racconta il suo rapporto con Sergio Mattarella: «Non siamo sempre d’accordo ovviamente, l’ha dichiarato anche lui, però c’è una cosa che per me fa totalmente la differenza: quando si tratta di difendere l’interesse nazionale il presidente Mattarella c’è. E questo per me vale tutto, soprattutto nei rapporti con l’estero. Entrambi sappiamo qual è il nostro ruolo e collaboriamo in maniera ottima».
Infine, un passaggio sul suo ipotetico trasloco al Quirinale: «Mi basta quello che sto facendo, non c’è nei miei radar quello di salire di livello. Volentieri vorrei essere pagata per lavorare con Fiorello…».
*(Fonte: Il Manifesto – Giornalista professionista, fotografo, autore di libri, produttore cinema e tv. Ha lavorato per ANSA per oltre vent’anni in qualità primo di redattore)

 

03 – Marina Catucci*: MINNEAPOLIS DICE BASTA. E L’ICE COLPISCE ANCORA A PORTLAND, LA MARCIA VERSO LA CASA BIANCA A WASHINGTON DEI MANIFESTANTI ANTI-ICE FOTO AP/JOSE LUIS MAGANALA MARCIA VERSO LA CASA BIANCA A WASHINGTON DEI MANIFESTANTI ANTI-ICE.

Per la seconda notte consecutiva le proteste hanno attraversato gli Stati Uniti per chiedere l’allontanamento dalle città delle squadre della Immigration and Customs Enforcement (Ice), e giustizia per Renee Nicole Good, la 37enne uccisa a Minneapolis da un agente mascherato.

A New York si sono susseguite tre manifestazioni in 24 ore, ma le piazze si sono riempite anche in città considerate meno militanti, come Las Vegas, Nashville, Indianapolis e Miami. Le iniziative sono rimaste pacifiche, mentre a Minneapolis la tensione continua a salire. I manifestanti che si sono radunati, per il secondo giorno consecutivo, davanti a una delle sedi federali dell’Ice, sono stati respinti con granate stordenti e fumogeni simili a gas lacrimogeno. A poca distanza, genitori e insegnanti del Minneapolis Families for Public Schools hanno tenuto una conferenza stampa per denunciare l’impatto delle operazioni dell’Ice sulla comunità. Le scuole di Minneapolis restano chiuse.
IL GIORNO SUCCESSIVO all’esclusione dell’organismo investigativo statale indipendente dall’indagine dell’Fbi, il sindaco di Minneapolis Jacob Frey ha chiesto all’amministrazione Trump di «accettare la verità» e garantire un’inchiesta imparziale. La procuratrice della contea di Hennepin, Mary Moriarty, insieme all’ufficio del procuratore generale del Minnesota, ha fatto un passo ulteriore, invitando i cittadini a inviare direttamente al suo ufficio qualsiasi video o prova relativa all’uccisione di Good. Moriarty ha spiegato che, pur avendo collaborato in passato con l’Fbi, considera allarmante la scelta di escludere del tutto le autorità statali e locali dall’indagine. E ha ribadito che, malgrado le affermazioni dell’amministrazione Trump sull’immunità totale dell’agente dell’Ice che ha sparato, non funziona così e che «nessuno è al di sopra della legge».
ANCHE LA SENATRICE del Minnesota Tina Smith ha criticato l’estromissione delle autorità locali dall’indagine federale, sollevando dubbi sulla sua credibilità: «Come si può parlare di equità e imparzialità quando Renee è stata definita una terrorista interna prima ancora che si sapesse chi fosse?». Per il governatore Tim Walz, senza un’indagine locale «diventa estremamente difficile immaginare un esito giusto».
Nel frattempo è stata resa pubblica l’identità dell’agente che ha sparato. Si chiama Jonathan Ross, 43 anni, è in servizio presso l’Ice almeno dal 2016 secondo documenti relativi a un procedimento non collegato. A giugno era rimasto ferito durante l’arresto di un uomo guatemalteco senza documenti, poi condannato per averlo investito.
I FUNZIONARI FEDERALI avevano inizialmente rifiutato di identificare l’agente dell’Ice, nonostante il quotidiano locale Minneapolis Star Tribune ne avesse pubblicato il nome già giovedì. Ora, oltre all’identità, è emerso anche un video – presumibilmente girato dallo stesso Ross – che documenta lo scontro culminato nell’omicidio. Il filmato, ottenuto dall’emittente tv Alpha News del Minnesota, mostra Ross scendere dall’auto e muoversi attorno al veicolo di Good. I due scambiano poche parole: «Va bene, amico, non sono arrabbiata», dice la donna. Poi Ross si porta davanti all’auto; il video si interrompe mentre estrae l’arma e spara tre colpi. In sottofondo si sente un agente che dice «fottuta stronza» mentre l’auto si allontana.
La tensione si è alzata di livello anche in Oregon, dove a Portland un’altra sparatoria dell’Ice è avvenuta davanti a un ospedale. Un uomo e una donna, identificati dal Dipartimento per la Sicurezza interna come cittadini venezuelani, sono stati colpiti mentre si trovavano all’interno di un veicolo; le loro condizioni non sono state rese note.
LA SINDACA DI PORTLAND, Keith Wilson, insieme al consiglio comunale, ha chiesto la sospensione di tutte le operazioni dell’Ice fino al termine di un’indagine, mentre centinaia di persone hanno manifestato davanti agli uffici dell’agenzia. Come già accaduto dopo l’uccisione di Good, il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha difeso l’operato degli agenti, sostenendo che l’uomo, indicato come legato a una banda criminale, avrebbe tentato di investire gli agenti. Per il fine settimana sono previste manifestazioni in tutti gli Stati uniti.
*(Marina Catucci. Corrispondente dagli Stati Uniti per Il Manifesto, documentarista, collabora con diverse radio e televisioni italiane.)

04 – Mattia Marasti *: L’AMERICA FASCISTA DI TRUMP. NELLE SCORSE ORE L’ICE HA UCCISO RENEE NICOLE GOOD, UNA DONNA AMERICANA DI 37 ANNI CHE LASCIA TRE FIGLI. L’UCCISIONE È AVVENUTA DURANTE UNO DEI RAID ANTI MIGRANTI DA PARTE DI QUELLO CHE È, DI FATTO, IL BRACCIO ARMATO DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP. DOPO AVERLE SPARATO TRE VOLTE, GLI AGENTI DELL’ICE HANNO INOLTRE ALLONTANATO UN MEDICO CHE SI ERA OFFERTO DI PRESTARE SOCCORSO.

L’amministrazione Trump e i propagandisti MAGA, come Elon Musk, hanno prontamente difeso l’operato degli agenti. Non ci sono, come spiegano diversi esperti, margini legali per giustificare un simile gesto. Al contrario, negare l’assistenza medica è chiaramente una violazione della legge, oltre a un segno della disumanità che caratterizza l’ICE.
Ma questo non è il punto centrale: le leggi, se non si tengono in considerazione i rapporti di forza, restano soltanto un pezzo di carta. E l’amministrazione Trump lo ha dimostrato più volte, come avevamo sottolineato già ad agosto.
La polizia privata di Trump sta seminando morte e paura per le strade americane
Quello che ci troviamo davanti, già chiaro da tempo ma ora autoevidente, è un cambiamento sostanziale nella politica degli Stati Uniti. Se in precedenza la democrazia americana aveva mostrato segni evidenti di cedimento, di fronte a questo avvenimento e alle dichiarazioni dei membri dell’amministrazione appare sempre più difficile parlare degli Stati Uniti come di una democrazia liberale nel senso pieno del termine.
Si tratta di una netta regressione autoritaria impressa dall’amministrazione Trump, che non ha mai fatto mistero – si pensi al Project 2025 – della volontà di occupare lo Stato e imporre il proprio potere sulla società. La franchezza sulla situazione in cui versano gli Stati Uniti ormai non può essere rimandata. Anche Paul Krugman, Premio Nobel per l’Economia, sostiene lo stesso in un suo recente post su Substack:
Quello che voglio fare adesso è dire che dobbiamo essere chiari su ciò che sta accadendo. Il fascismo americano è in marcia, e chiunque si rifiuti di dirlo apertamente, chi trova scuse e finge che Trump e le persone che ha portato con sé non siano dei mostri, è profondamente antipatriottico. Se vogliamo avere una possibilità di salvare la democrazia, il nostro primo dovere deve essere la chiarezza. Niente “normalizzazioni”, niente equidistanze. Solo affrontando la terribile verità possiamo liberarci.”
Quello che osserviamo oggi non è inedito nella Storia, soprattutto in quella del Novecento. I totalitarismi e gli autoritarismi che hanno segnato quel periodo non sono nati dal nulla: si sono costruiti progressivamente, smantellando un pezzo alla volta le basi della democrazia liberale, usando la forza per sovvertire la legge e i diritti civili, spesso in nome di un pericolo presentato come esistenziale per la popolazione.
Quando il fascismo iniziò la sua scalata al potere, si pose come argine al cosiddetto “pericolo rosso”, in un contesto in cui gli scioperi e le mobilitazioni sociali danneggiavano quella borghesia che finì per sostenere il movimento di Mussolini, nel tentativo di reagire a una politica percepita come debole e frammentaria.
Le analogie non sono difficili da individuare. L’amministrazione Trump utilizza gli immigrati e i Democratici – dipinti come una sinistra radicale che inciterebbe alla violenza – per consolidare il proprio potere sugli Stati Uniti. I raid dell’ICE non rappresentano altro che il dispiegamento di forze federali contro Stati e città a guida democratica, con l’obiettivo di minarne l’autorità e, di conseguenza, il pluralismo che costituisce il fondamento stesso della democrazia.
Il fatto che, di fronte ad azioni chiaramente illegali, l’amministrazione abbia scelto di schierarsi apertamente a difesa dell’ICE richiama inevitabilmente alla memoria le parole di Mussolini sul delitto Matteotti. Sia chiaro: il delitto in sé è profondamente diverso. La vittima di Minneapolis non rappresentava un avversario politico di primo piano per l’amministrazione. Ciò che invece collima è il meccanismo di potere: un’autorità che non solo si pone al di sopra della legge, ma se ne fa apertamente beffe.
Il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, ha dichiarato che l’amministrazione fornirà pieno supporto agli agenti dell’ICE, che starebbero semplicemente “portando legge e ordine”.
Proprio in questo sta il nocciolo della questione: non c’è soltanto l’uccisione di una cittadina, c’è il dispiegamento dell’amministrazione nel difendere questi atti fuorilegge e di dare il pieno supporto all’ICE, qualunque cosa faccia, in nome di un presunto “pericolo” per il popolo, colpevolizzando e disumanizzando la vittima.
Una riflessione di questo tipo conduce necessariamente a due corollari. Il primo è la necessità di diffidare da chi invoca la cautela appellandosi al rischio di un “al lupo al lupo”. Le democrazie non muoiono di colpo, ma dopo una lunga agonia. Per questo una strategia minimizzante rischia di rivelarsi controproducente: intervenire quando i segnali sono ormai evidenti significa affrontare una lotta impari.
La situazione che si è venuta a creare pone inoltre un imperativo per gli Stati europei: costruire un’indipendenza strategica da un paese – nostro alleato storico – che ha ormai assunto molte delle caratteristiche tipiche di uno Stato autoritario. I valori dell’illuminismo, della democrazia liberale fatta di pesi e contrappesi, della libertà intesa non solo come rimuovere gli ostacoli dello Stato all’individuo ma anche fornire i mezzi per la sua piena realizzazione nel rispetto delle regole della società dovrebbero essere alla base di un’Europa veramente unita. E questi valori rendono, a oggi, impossibile un’alleanza con gli Stati Uniti di Donald Trump. Ma al di là dei valori, ci sono delle questioni più dirimenti e materiali che l’Europa si trova ad affrontare.
In primo luogo, l’indipendenza militare, come era già apparso evidente nei giorni scorsi, quando l’amministrazione Trump ha reiterato la propria intenzione di annettere la Groenlandia, con il consigliere per la sicurezza interna della Casa Bianca, Stephen Miller, che si è rifiutato di escludere un intervento militare.
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Esiste però un altro ambito altrettanto cruciale, sebbene meno discusso: quello tecnologico. In un mondo come quello attuale, la dipendenza dagli Stati Uniti su questo fronte è vincolante quanto quella militare. E non si tratta soltanto dei social media, ma di infrastrutture fondamentali come il cloud computing, oggi essenziale per il funzionamento stesso degli Stati europei.
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Infine una maggior integrazione economica e una strategia orientata alla crescita che ci renda resilienti in un mondo come quello odierno.
Non c’è però da sottovalutare la volontà degli Stati Uniti di Trump di formare un’internazionale di estrema destra – consapevole della differenza che c’è con la destra radicale. Lo abbiamo visto con l’Argentina, dove il sostegno economico degli Stati Uniti è stato vincolato alla vittoria dell’alleato di Trump Javier Milei.
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Gli Stati europei si trovano quindi anche con una minaccia domestica, cioè i partiti di destra alleati di Trump. Questi proveranno a minare – come già dimostrano paesi come l’Ungheria di Orban – la strada di una maggior indipendenza e coesione dell’Europa per non essere ostaggio e preda delle mire trumpiane. Il contrasto a questi partiti deve essere totale, senza tentativi di flirting come quelli a cui abbiamo assistito all’Europarlamento, con il PPE che si rivolge sempre di più alla destra, e in altri paesi.
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In una recentissima dichiarazione rilasciata al The New York Times Donald Trump ha affermato che solo i suoi giudizi morali possono fermarlo. Si tratta di un’affermazione eversiva, ben al di fuori del perimetro della democrazia liberale: la volontà del leader come unico argine, che non deve rispettare leggi e norme se non quelle che lui stesso si impone.
Non si può quindi non prenderne atto, soprattutto per affrontare la situazione al di fuori degli Stati Uniti. Il problema non è infatti confinato al di là dell’Atlantico: anche in Europa, dove vari partiti di destra utilizzano pericoli pretestuosi – come quello della cancellazione della razza bianca o di una deriva socialista – per accaparrare voti, bisogna distinguere chi sta dalla parte della democrazia liberale e chi invece ne rappresenta un avversario
*(Mattia Marasti è collaboratore di Kritica Economica.)

 

05 – Francesca Berardi*: BREVE STORIA DEL PRESUNTO “FURTO” DEL PETROLIO VENEZUELANO LAMENTATO DA DONALD TRUMP.

IL PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI HA DEFINITO LA GESTIONE DEL GREGGIO DI CARACAS DEGLI ULTIMI DECENNI “UN FURTO”, COLLEGANDO L’ATTACCO DEL 3 GENNAIO ALLA RIVENDICAZIONE DI UN PRESUNTO DEBITO. DIETRO C’È UN SECOLO CHE PARTE DAL SUONO DI UN’ESPLOSIONE E ARRIVA ALLA NAZIONALIZZAZIONE DELL’INDUSTRIA E A CAUSE MILIARDARIE DELLE COMPAGNIE STRANIERE. PROVIAMO A FARE CHIAREZZA. LA PRIMA PUNTATA DELLA NUOVA RUBRICA “L’ETÀ DELL’ORO” A CURA

Nel discorso di inaugurazione del suo secondo mandato da presidente, Donald Trump ha fatto un annuncio chiaro al popolo americano: “L’età dell’oro inizia adesso”. A un anno da quel momento chiede agli elettori di tenere duro, di avere fiducia, perché l’età dell’oro sta arrivando. Le promesse sulla fine delle guerre, sulla rinascita dell’industria americana, sulla creazione di nuovi posti di lavoro e sull’abbassamento del costo della vita, non sono state mantenute. Solo il 10% degli americani, i più ricchi, stanno godendo di quest’ epoca luminosa. E intanto interi dipartimenti governativi vengono smantellati o svuotati di senso. La brutale guerra all’immigrazione, una priorità per Trump, è forse l’unico “successo”, anche se i risultati sono inferiori all’obiettivo di un milione di deportati in un anno. Insomma, al di là di una cronaca politica dirompente e incalzante, in che condizioni sono gli Stati Uniti d’America? In attesa della golden age trumpiana, e in vista delle elezioni di midterm, quali sono le questioni che interessano la vita di milioni di americani? Con questo articolo la giornalista Francesca Berardi inaugura “L’età dell’oro”, uno spazio di approfondimento sugli Stati Uniti su Altreconomia.
“Il più grande furto della storia americana”. Poche ore dopo la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, Donald Trump ha descritto così la politica di gestione del petrolio in Venezuela degli ultimi cinquant’anni. Nel corso di una conferenza stampa che avrebbe dovuto chiarire le ragioni del sequestro di Maduro, il presidente degli Stati Uniti ha nominato la lotta al narcotraffico ma ha insistito più che altro su un altro punto: la riscossione di un presunto debito. “Ci hanno portato via il nostro petrolio e le infrastrutture, che oggi sono marce e decadenti. Le compagnie le ricostruiranno”, ha detto.

UNA DICHIARAZIONE ESSENZIALE E SENZA SFUMATURE, IN LINEA CON LO STILE DI TRUMP, CHE NASCONDE PERÒ UNA LUNGA STORIA E UNA ANCOR PIÙ LUNGA SERIE DI IMPLICAZIONI E DOMANDE.
La storia possiamo dire che inizi circa un secolo fa, nel 1922. Siamo a La Rosa, un villaggio della parte occidentale del Venezuela, vicino alla città di Cabimas, sul lago Maracaibo. La Rosa vive di una povera economia rurale ma da anni, nei dintorni, compagnie petrolifere straniere stanno scavando alla ricerca dell’oro nero. La presenza di petrolio in Venezuela era già nota ai coloni spagnoli del 1600 ma con la prima guerra mondiale -con la necessità di combustibile da parte dei Paesi in guerra- grandi compagnie iniziano a investire in esplorazioni approfondite. Tra queste la Venezuelan oil concessions (Voc), una controllata dell’olandese Shell, che decide di trivellare in profondità in un sito conosciuto come “Los Barroros-2”. I lavori iniziano nel luglio del 1922, e cinque mesi dopo, all’alba del 14 dicembre, un suono simile a quello di un’esplosione segna un punto di svolta nella storia economica e politica del Venezuela. Un gigantesco giacimento petrolifero si manifesta al mondo con un getto che fuoriesce dalla terra per oltre 40 metri di altezza, facendo cadere su La Rosa e i suoi abitanti appena svegli una pioggia nera, densa e viscosa, una pioggia di petrolio. Ci vorranno giorni per riuscire a controllare quel getto. Ma quello che noi oggi interpretiamo come un disastro ambientale, al tempo venne più che altro inteso come l’inizio di una nuova epoca.

Lo racconta un articolo pubblicato da BBC in occasione del centenario di quell’evento. Nel 1922 la produzione di greggio in Venezuela ammontava a circa 6.000 barili al giorno. Nei dieci giorni che seguirono “l’eruzione” di Los Barrosos -2, è stato stimato che quasi un milione di barili si siano riversati in modo incontrollato nei campi circostanti, per centinaia di ettari. Intervistato da BBC, l’economista venezuelano Igor Hernández, riporta un dato eloquente: gli investimenti degli Stati Uniti in Venezuela passano da tre milioni di dollari nel 1912, a quasi 250 milioni nel 1930. Nel decennio successivo il Venezuela è al centro degli investimenti di compagnie straniere, europee e statunitensi, in particolare la Standard Oil della famiglia Rockefeller, e la Gulf della famiglia Mellon (futura Chevron).

Con quasi un quinto delle riserve mondiali di petrolio nel suo sottosuolo, il Venezuela diventa così il secondo produttore al mondo dopo gli Stati Uniti. Questo non significa che la popolazione benefici dei profitti: il dittatore dell’epoca, il generale Juan Vicente Gómez, si limita a favorire gli investimenti stranieri, lasciando che siano grandi compagnie estere a ricavare ricchezze. Le cose cambiano dopo la morte di Gómez, tra gli anni Quaranta e Cinquanta, quando il Venezuela diviene una democrazia, e pur mantenendo ottime relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, rivendica una fetta dei guadagni delle compagnie straniere. Prima il 40%, e poi, nel 1953, il 65%. Ma la svolta nelle politiche della gestione del petrolio avviene alla metà degli anni Settanta, sotto la guida del presidente Carlos Andrés Pérez, quando viene avviato il processo di nazionalizzazione dell’industria petrolifera e viene fondata la Petróleos de Venezuela S.A. (Pdvsa), ovvero la compagnia petrolifera statale venezuelana.

Le compagnie straniere, soprattutto quelle americane, subiscono un duro colpo: tra loro l’olandese Shell, e le americane Exxon e Mobil (fuse nel 1999) e Gulf Oil. Un articolo del 1977 consultabile negli archivi del New York Times, racconta che vengono risarcite con un miliardo di dollari. Una somma inferiore alla perdita stimata ma l’interesse, anche degli investitori stranieri, non è quello di insistere e pressare il partner venezuelano, quanto mantenere buoni rapporti per l’esportazione di greggio.

La situazione inizia a precipitare negli anni Ottanta, con il crollo del prezzo del petrolio, le pesanti conseguenze sull’economia venezuelana, e violente proteste soppresse nel sangue. Nel 1999, dopo due tentativi di colpo di Stato, viene eletto Hugo Chávez che costituisce uno Stato socialista. Nel 2007 Chávez completa il processo di nazionalizzazione dell’industria petrolifera, e negli anni successivi le compagnie costrette a lasciare definitivamente il Paese, come ExxonMobil e Orinoco Belt, intentano lunghe e complesse cause nei tribunali internazionali per ottenere un risarcimento, per un totale di 60 miliardi di dollari. Solo poche compagnie straniere, come Chevron e la spagnola Repsol, riescono a trovare nuovi accordi con lo Stato venezuelano e a restare operative sul territorio.

Ma il settore, prima con Chávez, e poi con il successore Maduro, è inesorabilmente entrato in crisi. I tecnici specializzati, così come altri milioni di venezuelani, lasciano il Paese guidato da un regime autoritario e corrotto, colpito da una profonda crisi economica, un’inflazione insostenibile e pesanti sanzioni. Le infrastrutture si deteriorano. Secondo le stime del Washington Post, durante il governo di Maduro, le esportazioni di petrolio sono passate da tre-quattro milioni di barili al giorno, a non più di 900.000. E la maggior parte è destinata alla Cina
Ecco, in formato bignami, la storia dietro le rivendicazioni di Trump, a nome di compagnie petrolifere che però -dopo la cattura di Maduro- non hanno voluto pronunciarsi. Certo è che hanno eletto Trump portatore dei loro interessi, considerando che le aziende del settore dei combustibili fossili hanno investito più di 96 milioni di dollari per la sua rielezione nel 2024, e circa 245 milioni per fare lobby al Congresso. A queste somme si aggiungono altri 80 milioni in campagne di comunicazione e una cifra imprecisata investita attraverso i cosiddetti “dark money groups”, ovvero gruppi di donatori che investono in politica senza rivelare la propria identità, grazie a buchi legislativi che di fatto lo consentono.

Ma il più grande elefante nella stanza delle parole di Trump è la messa in pratica del suo piano di vendetta e rivalsa, difficilissimo da realizzare. Lo spiega bene The Economist in un lungo articolo che sottolinea come in Venezuela la drastica carenza di capitali e la mancanza di manodopera qualificata, a fronte di sanzioni ancora in vigore e un mercato globale già saturo, siano ostacoli che richiedono anni e capitali astronomici per essere superati. Secondo la società di consulenza Rystad Energy, per riportare il settore petrolifero venezuelano agli antichi splendori sarebbero necessari circa 110 miliardi di dollari di investimenti: il doppio rispetto a quando le compagnie petrolifere statunitensi hanno investito nel mondo nel 2024. A parte Chevron, l’unica americana ad aver mantenuto un piede nel Paese e quindi forse facilitata, queste aziende sono davvero pronte a investire così tanto? Sono davvero pronte a investire per ricostruire le infrastrutture venezuelane quando lo stesso futuro politico del Paese, nei piani di Trump, è totalmente subordinato al successo di questi investimenti? In attesa di risposte, il presidente degli Stati Uniti guarda già alla Groenlandia, e minaccia Colombia e Messico. Ci attende un lungo anno.

*(Francesca Berardi lavora come giornalista dal 2010, ed è autrice per Chora & Will Media. I suoi lavori sono pubblicati da media italiani e stranieri, tra cui The Guardian, TIME, Pro-Publica, PRX, Internazionale, Domani, Rai Play Sound e Rai Radio 3. Ha vissuto diversi anni negli Stati Uniti, dove ha lavorato come reporter e ha conseguito un MA in Politics alla Columbia Journalism School. Dopo aver preso parte a un programma di giornalismo investigativo, ha lavorato come fellow al Brown Institute for Media Innovation, una collaborazione tra la Columbia e Stanford. Tra i premi ricevuti ci sono il Front Page Award for in-depth reporting, il Premio Lucia per le produzioni audio, il Pod e il premio Ondas. Nel settembre 2024 ha pubblicato il suo secondo libro, “L’invenzione dei tuoi occhi” (Terre di Mezzo)

 

06 – Davide Matrone *: L’OMICIDIO DEI 32 CUBANI A CARACAS E LA STORIA DELLE RELAZIONI TRA CUBA E VENEZUELA. L’OMICIDIO DEI 32 CUBANI A CARACAS E LA STORIA DELLE RELAZIONI TRA CUBA E VENEZUELA

Come l’articolo 128 della Costituzione Politica di Cuba prevede, il presidente Miguel Díaz Canel ha emesso il Decreto Presidenziale n° 1147 mediante il quale ha disposto 2 giorni di lutto nazionale sull’isla grande a partire dalle ore sei del 5 gennaio fino alle ore ventiquattro del 6 gennaio e la sospensione di qualsiasi spettacolo pubblico e attività festive. La decisione è stata presa in seguito all’attacco terroristico statunitense a Caracas che ha provocato la morte di 32 cubani appartenenti al primo anello della scorta presidenziale di Nicolás Maduro. I 32 cubani, di cui 20 del Ministero degli Interni (MININIT) che svolgevano operazioni di intelligence e 12 delle Forze Armate Rivoluzionarie (FAR), sono caduti durante i combattimenti diretti contro gli attaccanti o a causa del bombardamento dell’aviazione statunitense. Il governo cubano ha poi pubblicato ufficialmente, nella giornata di ieri, le foto dei caduti sotto la scritta “Onore e Gloria”. Che 32 persone, tra militari e funzionari dello Stato cubano, fossero parte della scorta presidenziale di Nicolás Maduro non sorprende se si considera la oltre ventennale cooperazione che esiste tra i due paesi e le rispettive forze militari e di sicurezza.
La collaborazione tra le Forze Armate Rivoluzionarie di Cuba (FAR) e la Forza Armata Nazionale Bolivariana (FANB) si è intensificata nel corso degli anni 2000, quando i due paesi hanno firmato accordi bilaterali per lo sviluppo e la formazione congiunta dei componenti di tutte le branche della FANB, che includevano viaggi a Cuba per la formazione. In quel momento gli ufficiali cubani hanno iniziato a svolgere un ruolo diretto nella pianificazione all’interno delle FANB. Inoltre, negli accordi firmati da Cuba e Venezuela nel 2008 si sanciva l’assistenza cubana all’Intelligence Militare del Venezuela; l’addestramento di ufficiali della sicurezza venezuelana a Cuba; e la fornitura di consulenti cubani per addestrare e ispezionare le unità militari venezuelane. Secondo fonti della REUTERS, si considera che nel decennio dal 2000 al 2010, in Venezuela sono stati presenti dai 30 ai 40 mila professionisti cubani, cifra che include personale militare cubano che rispondeva direttamente a Hugo Chávez o al Ministro della Difesa, svolgendo funzioni di supervisione e consulenza tecnica.

In passato, le relazioni tra i due paesi non sempre erano state idilliache, anzi. I rapporti cominciarono a cambiare in meglio e a rafforzarsi con la vittoria politica di Hugo Chávez alle elezioni presidenziali del 1999. Tuttavia, Hugo Chávez era stato già invitato da Fidel Castro all’Avana agli inizi dell’anno 1995 ma la visita, narrata nel libro El Encuentro dalla scrittrice cubana Rosa Miriam Elizalde e dal nicaraguense Luis Baéz nel 2005, si tenne nel dicembre del 1994 per eventi interni al Venezuela che modificarono la data della visita. Con quest’incontro e con l’Accordo di Cooperazione globale tra Cuba e Venezuela del dicembre del 2000 si volle consolidare il legame tra i due paesi con lo scopo di rafforzare i vincoli di amicizia e di ottenere un maggiore sviluppo economico, sociale per i popoli di entrambe le nazioni. A partire da quest’anno le relazioni tra i due paesi si sono caratterizzate da varie fasi: da quella marcata dal bilateralismo che va dal 1999 al 2004 a quella della Costituzione dell’ALBA (Alternativa Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América). Dal 2013 con la morte di Chávez e l’arrivo di Nicolás Maduro in Venezuela si sono generati una serie di cambiamenti socio – economici che hanno visto ridurre parzialmente la capacità del Venezuela di sostenere economicamente come prima Cuba, visti i continui attacchi esterni, da parte degli Stati Uniti in primis. Tuttavia, le relazioni hanno garantito una maggiore resistenza cubana di fronte alle aggressioni costanti dei governi statunitensi di Barack Obama, Biden e Donald Trump.

IL TERRORISMO STUTUNITENSE CONTRO CUBA
I 32 morti cubani del 3 gennaio appartengono ad un listone di caduti sotto il terrorismo statunitense nel corso dei 67 anni dal trionfo della Rivoluzione da poco celebrati sull’isola. Cuba ha pagato un prezzo altissimo in termini di vite umane in questi quasi sette decenni di Rivoluzione. Tra i casi più eclatanti quello dell’invasione statunitense a Baia dei Porci nell’aprile del 1961 che provocò la morte di quasi 200 cubani, il famoso attentato terrorista del 15 ottobre del 1976, quando un aereo cubano esplose causando la morte di 73 persone a bordo. Su quell’aereo viaggiavano i 24 sportivi dell’intera squadra di scherma che ritornavano a casa dopo la partecipazione al IV Campionato Centroamericano e dei Caraibi di scherma. Le indagini successive accertarono che l’attentato fu organizzato dal cubano Orlando Bosch e dal venezuelano Luis Posada Carrilles. Quest’ultimo si dichiarò l’autore anche degli attentati a una serie di Hotel di l’Avana nell’anno 1997, quando perse la vita anche l’italiano Fabio di Celmo. Dietro le stragi c’era sempre la regia statunitense della C.I.A.
Contro il terrorismo targato a stelle e strisce contro i cubani si mossero, all’inizio del 2000, una serie di intellettuali di tutto il mondo e oltre 100 deputati laburisti inglesi in una campagna internazionale condotta dal premio nobel della letteratura Nadine Gordimer che produsse anche il famoso libro Il terrorismo degli Stati Uniti contro Cuba, con la partecipazione di prestigiosi autori come Salim Lamrani, Noam Chomsky, Howard Zinn e Gianni Minà.
Fidel Castro durante un discorso del 1° maggio del 2004 dichiarò: “Washington non può permettere che Cuba e Venezuela vivano tranquillamente perché sono dei punti di riferimento per milioni di contadini poveri, disoccupati e senza terra di tutta l’America Latina”. Dopo il rapimento di Maduro alcuni funzionari del governo di Trump hanno dichiarato che le forze speciali degli Stati Uniti hanno un alto sogno: quello di assestare un duro colpo a Cuba. La resistenza contro il terrorismo e l’imperialismo statunitense ha significato – e continua a significare – il sacrificio di migliaia di cubani. Pagine Esteri)
* (Davide Matrone – Docente e ricercatore universitario in Ecuador. Latino americanista. Campagna indigena per il “No” nelle strade di Quito.)

 

07 – Mario Di Vito*: LA DIPLOMAZIA SPUNTATA DI ROMA, CHE SPERA NEGLI AMICI AMERICANI. SELF-SERVICE ALBERTO TRENTINI E GLI ALTRI. TIMIDA APERTURA ALLA NUOVA PREMIER DI PALAZZO CHIGI. PER PILIERI SI È MOSSA SANT’EGIDIO.

La trattativa per la liberazione di Alberto Trentini e degli altri «presos politicos» italiani in Venezuela è di quelle complicate. Anche perché Roma non ha nessuna vera leva diplomatica a sua disposizione per cercare di convincere Caracas. La mediazione, infatti, è tutta nelle mani dello spagnolo José Zapatero (che di connazionali ne ha riportati a casa cinque), del brasiliano Lula e del Qatar. L’Italia è in seconda fila, pur potendo contare sull’appoggio dei più forti di tutti, gli Stati Uniti. È al segretario di stato Marco Rubio infatti che Antonio Tajani si è rivolto per cercare di ottenere quattro liberazioni: oltre a Trentini, gli imprenditori Luigi Gasperin e Mario Burlò e il politico dal doppio passaporto Biagio Pilieri. Neanche un fiato sugli altri detenuti italiani: sarebbero 46 in totale, 28 dei quali considerati politici o il cui arresto si può definire arbitrario, senza accuse propriamente dette.
SIN QUI si ha conferma solo dell’uscita dal carcere del 77enne Gasperin, che era stato arrestato alla fine dello scorso agosto per detenzione e trasporto di esplosivi (probabilmente materiali che servono alle attività petrolifere di cui si occupa), e di Biagio Pilieri, che di italiani aveva i genitori, emigranti siciliani in Sud America negli Anni 50. Lui è finito nel listino di Tajani sostanzialmente perché si era mossa in suo favore la Comunità di Sant’Egidio, che già mesi fa aveva cominciato a bussare alla porta giusta, quella del sottosegretario Alfredo Mantovano.
PIÙ COMPLESSA la posizione di Burlò: il 52enne imprenditore nel settore dell’outsourcing era stato arrestato in Venezuela nel novembre del 2024 dopo essere appena arrivato dalla Colombia. In quel momento la Cassazione non lo aveva ancora assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e ad attenderlo a Torino c’è un procedimento in corso per presunte compensazioni indebite di Iva e Irpef.
TRENTINI, escluso Pilieri, è il detenuto «più politico» del mazzo italiano. Il cooperante è richiuso da 421 giorni nella prigione di El Rodeo senza accuse precise a carico. E dunque la partita per la sua liberazione è tutta diplomatica. Per mesi da Caracas, come merce di scambio, veniva chiesto il riconoscimento del governo Maduro, mai accettato dall’Italia (e dall’Ue) dopo i presunti brogli delle elezioni del 2024. Deportato a New York l’ormai ex leader, ieri mattina uno stringato comunicato di palazzo Chigi si è posto come atto di buona volontà in questa direzione. «Seguo con attenzione la situazione in Venezuela e auspico che con la presidentessa Delcy Rodríguez si apra una nuova stagione di relazioni costruttive fra Roma e Caracas – si legge nella nota firmata da Meloni in persona –. In tal senso esprimo gratitudine per la scelta di avviare la liberazione di detenuti politici, fra i quali anche italiani, e spero vivamente che questo percorso prosegua con ulteriori passi nella medesima direzione». Qualche ora dopo, durante la caotica conferenza stampa d’inizio anno, la premier è tornata sull’argomento per dire che «Trentini non è l’unico italiano detenuto in Venezuela» ma che comunque l’impegno italiano c’è e va avanti «mobilitando tutti i canali: politici, diplomatici e di intelligence». E questo continuerà «fino a quando la signora Armanda non potrà riabbracciare suo figlio».
IL PROBLEMA è che la «diplomazia degli ostaggi» già messa in scena (con successo) ai tempi dell’arresto di Cecilia Sala in Iran, questa volta sembra funzionare meno. Il patteggiamento romano – del 31 ottobre scorso, ma resa pubblica solo pochi giorni fa – del ministro venezuelano Alex Saab e di sua moglie Camilla Fabbri ha di certo un suo valore, ma non è certo un merito ascrivibile al governo. Anzi, nonostante le pressioni arrivate dal Venezuela, la procura di Roma non ha rinunciato a perseguire il reato di cui erano accusati i due (riciclaggio). Su questo né Meloni né nessun ha potuto farci granché.
RESTA in piedi la pista, per così dire, internazionale. Ma c’è una fila da rispettare, o meglio, c’è un discorso più ampio da affrontare: gli Usa sono al lavoro per ottenere un’amnistia generale di tutti i detenuti politici di Caracas (oltre 800), ma la premier ad interim Delcy Rodríguez sta affrontando la trattativa alternando aperture a tentativi di tirare sulle contropartite (la più importante sarebbe ovviamente la sua permanenza al governo del paese). Senza dimenticare che, oltre allo stato di diritto e alla democrazia, il punto centrale di ogni discussione riguarda il petrolio. L’Italia non può che stare a guardare, nella speranza che tutto si risolva nel minor tempo possibile.
*(Mario Di Vito, giornalista. Lavora per il manifesto e per Rivista Malamente)

 

08 – Redazione*: «MELONI NASCONDE I PROBLEMI REALI, NON SI DISCUTE CON LA PISTOLA SUL TAVOLO» CRITICHE DEL CENTROSINISTRA «MELONI RACCONTA UN’ITALIA CHE NON ESISTE». DOPO LA CONFERENZA STAMPA DELLA PREMIER, LE OPPOSIZIONI ATTACCANO SU TUTTI I FRONTI, DALL’ECONOMIA ALLA POLITICA ESTERA. LA NOVITÀ VERA È L’ANNUNCIO DI VOLER FARE UNA NUOVA LEGGE ELETTORALE A COLPI DI MAGGIORANZA.

«Meloni racconta un’Italia che non esiste». Dopo la conferenza stampa della premier, le opposizioni attaccano su tutti i fronti, dall’economia alla politica estera. La novità vera è l’annuncio di voler fare una nuova legge elettorale a colpi di maggioranza. «Ha detto che ci sarà un confronto con tutte le forze politiche ma che alla fine deciderà la maggioranza», punta il dito Avs. «Sembra un’apertura ma è una chiusura totale: è come discutere con una pistola posata sul tavolo».
Da Meloni parole che «tradiscono la protervia di una maggioranza che non ha mai dimostrato la disponibilità ad un confronto vero sul merito delle questioni», rincarano dal Pd. Mentre il segretario di Più Europa Riccardo Magi sintetizza: «L’unica notizia data è che il governo è pronto ad andare avanti a colpi di maggioranza».
«Nemmeno una parola su sanità pubblica, carovita e scuola», dice la segretaria dem Elly Schlein. «Prometteva di abolire le accise e invece le ha aumentate, prometteva di ridurre le tasse e invece siamo ai massimi da 10 anni. Davanti alla sua incoerenza toccherà a noi costruire un’Italia più giusta». Giuseppe Conte contesta la presidente del Consiglio in sette punti, «le sette meraviglie» di un «discorso di insediamento», commenta sarcastico: dalle tasse alle bollette, dalla sicurezza all’Ucraina.
«Dopo tre anni di governo Meloni non ha detto nulla, non ha dato una risposta ai 6 milioni di cittadini che rinunciano alle cure» e ha «taciuto sul riarmo», dice il leader 5s. «Abbiamo scoperto che il diritto internazionale esiste fino al limite stabilito da Trump». Da Avs Angelo Bonelli accusa: «Il governo si aggrappa ai dati Istat sulla disoccupazione formale, ma nasconde i 12,4 milioni di inattivi tra i 15 e i 64 anni, pari al 33,5% della popolazione in età lavorativa, in larga parte donne». Dem e 5 stelle contestano la premier anche sulle pensioni: «Hanno aumentato di un mese, dal 2027, e di altri due, dal 2028, l’età pensionabile. Da Meloni una barzelletta che non fa ridere». «Va nel panico quando le chiedono di parlare dei problemi dell’Italia», ironizza Renzi. «Su sicurezza e tasse è molto in difficoltà».
*(Redazione – Il Manifesto)

 

 

 

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