n°50 – 20/12/25 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI

01 – Daniele De Michele*: Gramsci e le nonne. La cucina italiana spiegata alla sinistra.
02 – Anna Fabi *: Correttivi alla Manovra 2026 riscritti nella notte, Governo verso un Decreto Collegato
03 – «Giovanna Branca*: Se lo ius soli diventa privilegio si va verso l’autoritarismo» – Educazione americana Intervista alla docente di diritto Pamela Harris: cosa ci si può aspettare dalla decisione della Corte suprema Usa sul diritto sancito dalla Costituzione
04 – On. Nicola Carè*: Australia, Carè: ferma condanna per l’atto di violenza a Bondi Beach. Solidarietà alla comunità ebraica e ai connazionali.
05 – Giambattista Cadoppi*: Dall’Occidente in crisi al modello cinese: la via socialista nel XXI secolo (di Paolo Botta: Cos’è lo stato. Capitalismo, socialismo e democrazia nel XXI secolo).
06 – Marco Bascetta*: C’era una volta l’Unione che Trump odia – Deriva destra Se Trump e il suo entourage attaccano specificamente l’Unione europea (che da tempo non è più un modello di accoglienza) sulla politica migratoria, non è una scelta casuale.
07 – Marta Facchini*: Argentina, tra debito e vite in svendita- TEMPI PRESENTI Parlano Veronica Gago e Luci Cavallero, sociologhe e attiviste di «Ni Una Menos». L’occasione è il loro ultimo saggio che indaga l’autoritarismo della libertà finanziaria
08 – Sicurezza digitale, identità online e competitività: trend 2026 per PMI e professionisti. *

 

 

01 – Daniele De Michele*: GRAMSCI E LE NONNE. LA CUCINA ITALIANA SPIEGATA ALLA SINISTRA. PROPAGANDA UNESCO QUEL PRANZO DELLA DOMENICA AL COLOSSEO IN CUI LA DESTRA SI È MANGIATA NON SOLO IL CIBO. TEMA CHE HA UNA DISCRIMINANTE FONDAMENTALE: IL CAPITALISMO. COME SI PRODUCE E SI VENDE QUELLO CHE MANGIAMO. E PERCHÉ NON TUTTI VI HANNO ACCESSO. POTREBBE INTERESSARE, DUNQUE. INVECE…

Poco tempo fa, quando la presidente del Consiglio ha deciso di fare propaganda alla candidatura della Cucina Italiana come patrimonio Unesco, o, meglio, fare propaganda attraverso la candidatura, lo ha fatto a Domenica In, mangiando al Colosseo con varie celebrity. La segretaria del più importante partito della sinistra ha detto sdegnata: ci sono cose più importanti a cui pensare. Come se il cibo non fosse importante. Come se non fosse un tema sociale e culturale degno di un partito di sinistra.
Eppure, il tema del cibo ha una discriminante fondamentale: il capitalismo. Come questo cibo si produce e si vende. Potrebbe interessare dunque.
Ma questa discriminante viene omessa, e il cibo viene riportato all’aspetto immaginifico: a che fare con la tradizione o con la modernità? Ovviamente entrambe. Ma è lì che si crea l’ambiguità. La destra ha fatto propria la candidatura Unesco, furbamente. Hai un patrimonio culturale collettivo immenso, lo potrai far diventare Manifesto di Italianità, appellandoti all’elemento identitario di nonna, casa, famiglia. Questa idea, per loro necessaria, di immutabilità delle cose, è facilitata dall’idea arcadica del cibo. Perché il cibo è fondamentale nel nostro immaginario. Ne parliamo sempre, prima, durante e dopo ogni pasto.
Ma la destra ha nascosto bene la vera realtà su cui si sostiene il proprio pensiero: il liberalismo, che lo porta necessariamente a pensare il cibo come un prodotto di mercato, da poter vendere a ogni prezzo, anche il minore: contro ogni regola ambientale, senza nessun rispetto del lavoro e ovviamente senza nessun rispetto verso la qualità che un prodotto artigianale esige. Una conserva industriale di pomodoro a 50 centesimi, una pasta industriale a 50 centesimi, sono un concentrato di nefandezze sui diritti essenziali del lavoro, del suolo, della salute.
Dall’altra parte, la sinistra ha dimenticato la regola base che vale in cucina come ovunque. Partire dai bisogni.
Il primo, vitale, ha a che fare con il mangiare. Si mangia tre volte al giorno. Ma c’è chi al cibo non ha accesso. Oppure ha accesso a cibo scadente. La battaglia primaria della sinistra dovrebbe essere l’accesso al cibo, non il biologico, le eccellenze, il made in Italy, la filiera corta. Ma il cibo non è un tema politico, a quanto pare.
Il secondo bisogno, è il lavoro, la falce, sorella del martello. Il lavoro duro nei campi, dei contadini, allevatori, pastori, quello del white trash, dell’uomo bianco negletto, che avrebbe bisogno di considerazione per quel che fa ma che scompare dalle priorità delle battaglie possibili. Si badi bene, ci sono (o c’erano, piuttosto) due, tre pastori a paesino. Basterebbe fare il calcolo per capire il numero di lavoratori non tutelati. Bacino di elettori, volendo. Cui si aggiunge quello delle nonne. Senza ricotta fatta fatta dal pastore di cui ci si fida, le nonne, banalmente, non fanno più cannoli e ravioli. Si rifiutano. Alla modernità che offre prodotti scadenti anche al minor prezzo, non ci credono. Sono baluardi anti-capitalistici, capaci di discernere ciò che è buono da ciò che non lo è. L’homme révolté, diceva Camus, la nonna revoltée aggiungo io. Essere ancestralmente contro ciò che è ingiusto.
Contro di loro, pastori e nonnine, si sono scagliate le norme dell’Ue, baluardo della svolta mercantile e legalitaria della sinistra. Le regole sanitarie, necessarie per la garanzia del consumatore, sono diventate forse il più grande ostacolo per la conservazione di pratiche antichissime e complesse nella piccola produzione artigianale di ricotta, formaggi, salumi. Sono regole create per controllare le medie e grandi produzioni, imposte anche alle centinaia di migliaia di piccolissimi artigiani, che sono il fulcro della cucina italiana. I pastori, per forza di cose, smettono. Mettere a norma di legge una malga che fa burro, una stalla che ha di fianco la stanzetta dove si fa la ricotta costa 30/40 mila euro. Devi conoscere il politico o l’azzeccagarbugli che traffica in fondi europei cui dovrai dare un favore, un voto, dei soldi. I Fondi Ue ti danno la metà a fondo perduto, l’altra a tassi agevolati. Ma devi anticipare. E quei soldi in cassa non ci sono, perché parliamo di minuscole economie basate su vendere tre, quattro ricotte e una ventina di uova al giorno. Ma l’Unione europea è sacra, anche quando ingiusta.
Il terzo bisogno è il linguaggio. Si parla come si mangia. Ha a che fare con l’immaginario, con l’egemonia culturale gramsciana. Quel mondo, sono milioni di lavoratori che non fanno più parte dell’immaginario collettivo, una volta finita l’era dell’Albero degli zoccoli di Olmi, de La terra trema di Visconti, del Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi. I più grandi intellettuali si sono confrontati con quel mondo, se ne sono ispirati, hanno costruito un linguaggio comune con e per il popolo. Ora quel modo di raccontare, rappresentare, identificarsi è svanito. Nessuno se ne interessa, se non pochi, marginalizzati. Il risultato è che in quel pranzo della domenica al Colosseo, la destra si è mangiata il cibo, l’egemonia e Gramsci, con buona pace della sinistra.

FINITA LA FESTA, CI RESTA IL CIBO COME LUOGO DEI PARADOSSI. PER UN DECENNIO HO VIAGGIATO NELLE CAMPAGNE, NEI PICCOLI PORTI, NELLE PERIFERIE SPERDUTE, TRA LE MALGHE. UN SOLO QUESITO MI PONEVANO QUELLE NONNINE E NONNINI. A CHI LASCIARE QUESTO PATRIMONIO. A CHI TRASMETTERLO? CONFIDARLO?
Nei fatti un patrimonio non è mai tale se non resta attuale, vitale, quotidiano. Una identità che diventa per giunta Nuovo Manifesto di Propaganda di Italianità, ha a che fare con qualcosa che rischia di non avere senso, di non esistere, perché il migliore alleato della destra è il peggior nemico del popolo: il capitalismo, che ha distrutto i mercati, i saperi, l’immaginario.
Ed è lì, che la nemesi arriva in salvo. Chi nei fatti si prende cura delle vacche per il parmigiano? Chi raccoglie pomodori per il sugo? Chi prepara pizze e carbonare nelle nostre osterie? Stranieri.
La cucina italiana, popolare, tradizionale, identitaria, si salva grazie agli stranieri che fanno mansioni che nessun italiano vuole più fare.
*(Daniele De Michele, in arte Donpasta, è un dj, economista, appassionato di gastronomia. Per il New York Times,)

 

02 – Anna Fabi *: CORRETTIVI ALLA MANOVRA 2026 RISCRITTI NELLA NOTTE, GOVERNO VERSO UN DECRETO COLLEGATO. L’EMENDAMENTO DI GOVERNO ALLA LEGGE DI BILANCIO 2026 VIENE ALLEGGERITO: FUORI IL CAPITOLO PREVIDENZA, INCENTIVI E ALTRE MISURE IN UN DECRETO COLLEGATO.

Una notte di lavoro dei tecnici dopo una giornata di scontri politici ha prodotto una nuova versione dell’emendamento di Governo alla Legge di Bilancio 2026. Il testo, arrivato all’alba di venerdì 19 dicembre in commissione al Senato, riscrive profondamente il correttivo presentato dal Governo nei giorni precedenti e segna un netto cambio di rotta: escono dalla Manovra sia il pacchetto previdenziale sia il rifinanziamento degli incentivi 4.0 alle imprese.
La soluzione individuata dall’Esecutivo Meloni sarebbe lo stralcio delle misure più controverse e il rinvio a un decreto legge collegato, da approvare entro la fine dell’anno. Vediamo tutto.

Indice
FUORI DALLA MANOVRA LE NOVITÀ SU PENSIONI E TFR
STOP AL RIFINANZIAMENTO DI INCENTIVI 2025 ALLE IMPRESE
RESTA LA RITENUTA D’ACCONTO SULLE FATTURE B2B
UN DECRETO LEGGE PER RIPESCARE ALCUNE MISURE STRALCIATE
UN FINALE SUL FILO DELL’ESERCIZIO PROVVISORIO
FUORI DALLA MANOVRA LE NOVITÀ SU PENSIONI E TFR

Meloni – PENSIONI: MARCIA INDIETRO IN MANOVRA 2026
Il capitolo previdenza, che aveva portato la maggioranza a un passo dalla crisi di Governo, viene di fatto cancellato dal testo della Manovra. Restano fuori tutte le misure che avrebbero irrigidito le regole di accesso alla pensione anticipata. In particolare, vengono stralciate:
l’ipotesi di allungamento progressivo della finestra mobile per la pensione anticipata, che dal 2032 avrebbe portato l’attesa da 3 a 6 mesi;
la sterilizzazione parziale dei periodi riscattati di laurea ai fini del requisito contributivo, con esclusione crescente fino a 30 mesi dal 2035;
l’introduzione dal 2026 del silenzio-assenso per il conferimento del TFR alla previdenza complementare per i nuovi assunti;
il conferimento del TFR al Fondo Tesoreria dell’INPS per le aziende con più di 50 addetti anche negli anni successivi a quello di avvio.
Le prime due misure hanno innescato in particolare la reazione della Lega, che ha chiesto lo stralcio immediato delle norme. Dopo ore di trattative, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha dovuto cedere alle pressioni del suo partito onde evitare una crisi politica.

STOP AL RIFINANZIAMENTO DI INCENTIVI 2025 ALLE IMPRESE
Dal nuovo emendamento spariscono anche gli interventi a favore delle imprese, a partire dal rifinanziamento di Transizione 4.0 e della Zes Unica del Mezzogiorno. Misure che avrebbero dovuto compensare il taglio dei fondi di Transizione 5.0, ridotti nella rimodulazione del PNRR da 6,4 a 2,6 miliardi. Secondo le stime del ministero delle Imprese, la “lista d’attesa” delle aziende escluse dagli incentivi ammonta a circa 1,7–1,8 miliardi di euro. Il correttivo ritirato dal Governo prevedeva coperture per 1,3 miliardi, da garantire attraverso il ritorno agli sgravi di Transizione 4.0, meno generosi rispetto al nuovo schema 5.0.

Esce dalla Manovra anche la copertura assicurata dal maxi-acconto da 1,3 miliardi a carico delle compagnie di assicurazione, chiamate a versare in anticipo l’85% del contributo al Servizio sanitario nazionale.

RESTA LA RITENUTA D’ACCONTO SULLE FATTURE B2B
Nel nuovo testo torna invece una misura che era già comparsa nelle prime bozze della Manovra: la ritenuta d’acconto sulle transazioni business to business.
È previsto un avvio graduale nel 2028, con aliquota dimezzata allo 0,5% e un gettito stimato in 734,5 milioni di euro. A regime, dal 2029, l’aliquota per le fatture B2B sarà dell’1% con un gettito stimato in 1,469 miliardi annui.

LA MISURA RAPPRESENTA UNA DELLE PRINCIPALI LEVE DI ENTRATA RIMASTE NEL CORRETTIVO.

UN DECRETO LEGGE PER RIPESCARE ALCUNE MISURE STRALCIATE
Per evitare che lo stralcio comprometta l’impianto complessivo della Manovra 2026, il Governo punta ora su un decreto legge collegato, da approvare in Consiglio dei Ministri entro la fine dell’anno. Il provvedimento dovrebbe recuperare alcune delle misure espunte, in particolare i sostegni alle imprese.
Secondo quanto spiegato dal sottosegretario al MEF, Federico Freni, l’obiettivo è garantire che tutte le risorse promesse alle aziende trovino comunque attuazione, anche se fuori dalla legge di bilancio. «Non un centesimo in meno», è la linea ribadita dall’esecutivo.

UN FINALE SUL FILO DELL’ESERCIZIO PROVVISORIO
Il calendario parlamentare prevede il passaggio finale alla Camera dopo il via libera del Senato, con voto definitivo atteso per il 30 dicembre. A poche ore dal rischio di esercizio provvisorio, il Governo tenta così un’uscita di sicurezza: alleggerire la Manovra, evitare la crisi politica e rinviare le misure più delicate a un decreto separato.
Una strategia che sposta il confronto dai conti di fine anno ai primi giorni del 2026, ma che consente all’esecutivo di arrivare al traguardo della legge di bilancio senza far saltare l’equilibrio della maggioranza.
*(Fonte: PMT.it – Anna Fabi giornalista.)

 

03 – Giovanna Branca*: SE LO IUS SOLI DIVENTA PRIVILEGIO SI VA VERSO, L’AUTORITARISMO» – EDUCAZIONE AMERICANA INTERVISTA ALLA DOCENTE DI DIRITTO PAMELA HARRIS: COSA CI SI PUÒ ASPETTARE DALLA DECISIONE DELLA CORTE SUPREMA USA SUL DIRITTO SANCITO DALLA COSTITUZIONE

Da giugno la Birth right Citizenship, lo ius soli sancito chiaramente dalla Costituzione Usa nel suo 14esimo emendamento – «Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati uniti e sottoposte alla relativa giurisdizione sono cittadine degli Stati uniti e dello Stato in cui risiedono» – e pilastro dell’identità americana, si trova in un limbo legale. A giugno la Corte suprema aveva dato ragione al governo Trump, che al suo insediamento ha emanato un ordine esecutivo che abolisce lo ius soli, dichiarando non valida l’ingiunzione di un giudice federale che ne aveva bloccato l’applicazione. Ma i giudici a super maggioranza Maga non sono entrati nel merito della questione, dello ius soli appunto. Da allora, questo diritto fondativo è appeso a una class action intentata da alcune associazioni per i diritti civili, che ha impedito l’entrata in vigore dell’ordine di Trump. Pochi giorni fa, però, i giudici hanno annunciato di aver “accolto” un caso, Trump v. Barbara, con cui diranno la parola definitiva sulla birthright citizenship. Ne abbiamo parlato con Pamela Harris, docente di diritto alla John Cabot University di Roma.

HA PAURA DELLA DECISIONE DELLA CORTE SUPREMA?
Sì, perché questa Corte non è per nulla affidabile quando si parla del rispetto di sentenze precedenti. Ma anche per quanto riguarda un’interpretazione testuale ragionevole della Costituzione stessa, in questo caso il testo del 14esimo emendamento. Che è molto chiaro, così come il testo dell’Immigration and Nationality Act del 1952. E altrettanto lo è la sentenza della stessa Corte suprema del 1898, Wong Kim Ark, che stabilisce che lo ius soli appartiene a tutti i nati sul territorio Usa (a eccezione di figli di diplomatici e nativi). Ma questa Corte è palesemente schierata, emette una sentenza politica dopo l’altra. Sentenze peraltro ben poco radicate nel diritto. Penso a quella sull’immunità presidenziale, o a un’altra decisione molto importante, di cui si è parlato poco: il caso del 2024 sulla candidabilità di Donald Trump, vista la sua partecipazione a un’insurrezione contro gli Stati uniti, vietata anch’essa dal 14esimo emendamento. I giudici, rigettando l’idea che la sua candidatura fosse incostituzionale, hanno ammesso che a guidarli non è stato tanto il testo della Costituzione ma la loro lettura della Storia.
Il movimento legale per l’abolizione della birthright citizenship, e lo stesso Trump, nel presentare il caso fanno appello all’originalissimo (la corrente legale secondo la quale la Costituzione e la legge vanno interpretate solo nel contesto della loro stesura, e non dei progressi storici e sociali, ndr) dei giudici reazionari, sostenendo che il 14esimo emendamento è stato concepito solo per garantire la cittadinanza agli ex schiavi.
L’approccio originalista lascia spazio a molte interpretazioni creative: vediamo spesso analisi di storici che portano a conclusioni diverse fra loro. Ma in questo caso sappiamo che durante il dibattito al Senato sul 14esimo emendamento si è discusso proprio di chi fossero i destinatari: se solo gli ex schiavi oppure per esempio anche i cinesi, o i gitani – è stato il Senato stesso a decidere che andasse esteso a tutti. E anche per questo motivo alcuni senatori hanno votato contro: la questione era già sul tavolo, non c’era un accordo unanime ma la decisione presa a super maggioranza è stata questa. Ancor più cruciale, nelle argomentazioni del governo, è il significato attribuito a un passaggio dell’emendamento: «Sottoposte alla relativa giurisdizione». Tradizionalmente questo significa essere tenuti a rispettare le leggi del territorio; nell’interpretazione “innovativa” dell’amministrazione Trump questo implica una forma di fedeltà politica al governo. Ma se i cittadini da loro ritenuti “illegali”, e che si vogliono colpire con questo provvedimento, non sono da ritenere soggetti alla giurisdizione statunitense, allora non li si potrebbe neanche deportare – perché si tratta di un atto di giurisdizione. L’obiettivo del governo Trump non ha quindi molto senso legale, ma ha un forte senso politico nella ridefinizione della cittadinanza come contingente alla fedeltà politica. Se la Corte dovesse dare ragione all’amministrazione le conseguenze potrebbero ricadere non solo sui figli degli immigrati senza documenti, ma anche su tutti coloro che vengono etichettati come “non fedeli”. Penso a chi ha la doppia cittadinanza per esempio.

AL SENATO È STATO INTRODOTTO UN DISEGNO DI LEGGE PROPRIO PER ABOLIRE LA DOPPIA CITTADINANZA. E TUTTO QUESTO AVVIENE IN UN CONTESTO DI CRIMINALIZZAZIONE DEL DISSENSO NEI CONFRONTI DEL GOVERNO ALL’INDOMANI DELL’OMICIDIO DI CHARLIE KIRK, A PARTIRE DALL’ORDINE ESECUTIVO CHE ETICHETTA “ANTIFA” COME ORGANIZZAZIONE TERRORISTICA.
Non credo che questo disegno di legge andrà in porto, ma manda comunque un messaggio politico agghiacciante. E vedo senz’altro il pericolo che questa interpretazione della Costituzione rappresenta: è una mossa classica dei regimi autoritari reinterpretare i diritti come privilegi. Infatti nella prima frase dell’ordine esecutivo con cui Trump abolisce lo ius soli si legge: «Il privilegio della cittadinanza statunitense è un dono profondo e senza prezzo». È già tutto in questa parola – privilegio: per la Costituzione la cittadinanza non è un privilegio, ma un diritto. È un passaggio nella trasformazione di uno stato liberale in stato autoritario.

QUALI SAREBBERO LE CONSEGUENZE SE VENISSE ABOLITO LO IUS SOLI?
Innanzitutto l’insicurezza permanente dello status, con tantissime persone a rischio deportazione. E c’è anche il rischio di creare un bacino di persone senza una cittadinanza di nessun tipo: se dei bambini sono nati negli Stati uniti non è detto che il paese di provenienza dei genitori riconosca la loro cittadinanza.
C’è una forte componente razziale: la Corte suprema ha appena consentito a Ice e Border Patrol di fermare le persone sulla base del colore della pelle.
Sembra proprio che stiamo tornando a un mondo in cui è legittimo discriminare apertamente in base alla razza.
*(Giovanna Branca – Ha una consolidata esperienza in diritto ambientale nell’ambito di operazioni di bonifica di siti industriali, recupero di aree industriali dismesse)

 

04 – On. Nicola Carè*: AUSTRALIA, CARÈ: FERMA CONDANNA PER L’ATTO DI VIOLENZA A BONDI BEACH. SOLIDARIETÀ ALLA COMUNITÀ EBRAICA E AI CONNAZIONALI.

Roma, 14 dicembre – «Esprimo la più ferma e netta condanna per il gravissimo episodio di violenza verificatosi a Bondi Beach, che colpisce profondamente l’intera comunità australiana e desta forte preoccupazione anche tra i nostri connazionali», dichiara Nicola Carè, deputato italiano residente a Sydney. «Atti di questa natura sono del tutto inaccettabili e rappresentano una grave violazione dei principi di sicurezza, legalità e convivenza civile».
«In queste ore il mio pensiero va alle vittime, ai feriti e a tutte le persone presenti, in particolare ai membri della comunità ebraica che si erano riuniti per celebrare la festività di Hanukkah, trasformata tragicamente da momento di festa e condivisione in un’esperienza di paura e dolore. A loro, alle famiglie colpite e agli italiani residenti che si trovavano sul posto desidero esprimere la mia più sincera vicinanza e solidarietà».
«Sono in costante contatto con le autorità australiane competenti e con i rappresentanti della comunità italiana locale, in stretto raccordo con le strutture del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, per essere costantemente aggiornato sull’evoluzione della situazione e per verificare che tutti i nostri connazionali ricevano l’assistenza necessaria. Confido nell’azione delle forze dell’ordine australiane e nel pieno coordinamento istituzionale».
«Questo episodio, che appare inserito in un clima crescente di odio e intolleranza, richiama con forza la necessità di contrastare ogni forma di antisemitismo e di violenza motivata dall’odio. Rinnovo infine la mia piena disponibilità a collaborare con le istituzioni italiane e locali, nell’interesse e a tutela degli italiani che vivono in Australia, riaffermando con determinazione che la violenza non può e non deve mai trovare spazio nelle nostre società».
*(On./Hon. Nicola Carè – Circoscrizione Estero, Ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide – Camera dei Deputati -)

 

05 – Giambattista Cadoppi*: DALL’OCCIDENTE IN CRISI AL MODELLO CINESE: LA VIA SOCIALISTA NEL XXI SECOLO (DI PAOLO BOTTA: COS’È LO STATO. CAPITALISMO, SOCIALISMO E DEMOCRAZIA NEL XXI SECOLO).

IL SAGGIO DI PAOLO BOTTA “CHE COS’È LO STATO” ANALIZZA CON GRANDE LUCIDITÀ LA CRISI STRUTTURALE DEL CAPITALISMO CONTEMPORANEO E LA RIDEFINIZIONE DELLO STATO COME ATTORE CENTRALE NELLA REGOLAZIONE DEI PROCESSI ECONOMICI, SOCIALI E TECNOLOGICI DEL XXI SECOLO. L’AUTORE SVILUPPA UNA PROSPETTIVA ORIGINALE CHE INTRECCIA CRITICA MARXIANA, ANALISI GEOPOLITICA E RIFLESSIONE SULLE NUOVE FORME DI SOCIALISMO, PONENDO PARTICOLARE ATTENZIONE ALL’ESPERIENZA CINESE COME PARADIGMA ALTERNATIVO ALLA CRISI OCCIDENTALE.
Questo saggio si configura come un’opera di fondamentale importanza per la comprensione delle dinamiche socio – politiche contemporanee. L’autore non si limita a commentare l’attuale crisi dello Stato – nazione, ma procede a una ricognizione teorica radicale dei concetti di Potere, Politica e Stato. Il risultato è una tesi audace e ben argomentata: lo Stato non è affatto in declino, ma ha semplicemente rimodulato la sua sovranità e il suo protagonismo, spesso nascondendoli dietro le narrazioni ideologiche della globalizzazione e del neoliberismo. L’intero impianto logico, che culmina nell’analisi della strategia statale, compresa quella sulle diverse forme di socialismo, è di un rigore ammirevole e di una pertinenza ineguagliabile.
I. Il decostruzionismo metodologico: superamento dei falsi miti. Il fraintendimento dello Stato e il Mito antistatalista
Il punto di partenza è la critica al mito anti – statalista che ha dominato il dibattito occidentale dal Trattato di Maastricht in poi.
L’autore espone chiaramente come la narrazione neoliberale abbia dipinto lo Stato come un’entità inefficiente e corrotta, responsabile del fallimento del “compromesso keynesiano” (1945 – 1975), con l’intento di proclamare l’autonomia e l’intoccabilità dell’economia.
Il saggio capovolge questa prospettiva con fermezza. L’autore sostiene che questa non è una “reale marginalizzazione”, ma un “ripensamento del suo ruolo”, uno spostamento strategico delle sue funzioni. La presunta impotenza dello Stato è definita un mero “auspicio” ideologico, mentre a livello concreto il suo “protagonismo” è rimasto inarrestabile.
Dalla Globalizzazione come alibi alla visione pan – politica
La critica si estende al concetto di globalizzazione, smascherato come una “giustificazione razionale” (alibi) per imporre la riduzione dell’intervento pubblico e l’adeguamento delle politiche del lavoro alla “concorrenza internazionale” basata sui bassi salari. La globalizzazione, lungi dall’essere un movimento spontaneo, è presentata come il risultato di un “di segno” consapevole dei maggiori poteri internazionali.
Per contrastare gli approcci scientifici insufficienti (monofattoriale e multifattoriale), l’autore propone una “visione pan – politica della società”. In quest’ottica, lo Stato è un'”entità strettamente e oggettivamente riscontrabile” e un “fenomeno puramente politico”, distinguendosi dalla politica popolare (partiti, sindacati, movimenti sociali). La sua centralità deriva dal monopolio della forza (secondo Weber) e da una sovranità che, si afferma, è distinta da quella popolare. Questa distinzione non è un esercizio astratto, ma la chiave per comprendere le sue performance strategiche.
II. Lo Stato e l’economia: il capitalismo come fenomeno politico
Uno degli aspetti più notevoli dell’analisi è il modo in cui il saggio demolisce l’idea di un capitalismo unitario e autonomo che determina in ultima istanza le scelte politiche. L’autore argomenta che il capitalismo non può essere considerato un “soggetto politico unitario” a causa della sua intrinseca non – unitarietà organizzativa e dei conflitti interni.
Al contrario, lo Stato, in virtù della sua fisionomia omogenea, esercita un'”influenza molto forte” sul modo di produzione capitalistico. La domanda cruciale che emerge è: il capitalismo assume forme differenti nei diversi contesti politici (e quindi statu ali) entro i quali è costretto ad agire? La risposta è affermativa. Il saggio sottolinea che il capitalismo, con un approccio puramente liberista e anti – interventista, non esisterebbe come tale. L’intervento statale non è un’anomalia, ma la condizione sine qua non del sistema.

IL NEO – ASSOLUTISMO E LA CRISI DELLA DEMOCRAZIA LIBERALE
A riprova della centralità e dell’autonomia dello Stato, l’autore introduce il concetto di “neo – assolutismo”. Esso descrive un processo di accentramento dei poteri negli Stati occidentali, dove la sovranità dello Stato prevarica quella popolare, depotenzializzando la politica democratica e lo Stato costituzionale. Il neo – assolutismo è una “condizione permanente” degli Stati occidentali, simile concettualmente, ma più pervasiva dello “Stato d’eccezione” (Schmitt/Agamben)1 professando ideali democratici e liberali, mantenga il controllo strategico attraverso apparati autonomi e scelte che non sono sempre rintracciabili nel dibattito parlamentare.

Questo dimostra come lo Stato, pur professando ideali democratici e liberali, mantenga il controllo strategico attraverso apparati autonomi e scelte che non sono sempre rintracciabili nel dibattito parlamentare.

III. L’ANALISI DEL SOCIALISMO: TATTICA E PROGETTO
La sezione dedicata alla natura delle politiche keynesiane e socialiste rappresenta l’apice dell’originalità del saggio. L’autore distingue nettamente tra due tipi di adozione del socialismo, basati sulla logica strategica dello Stato:

A. IL SOCIALISMO PROVVISORIO (O TATTICO)
Il saggio classifica le politiche adottate dagli Stati occidentali (come il “compromesso keynesiano” del dopoguerra) come “socialismo provvisorio”. Questa etichetta è un riconoscimento del fatto che tali politiche, pur essendo socialiste nei contenuti (piena occupazione, crescita salariale, massiccia presenza dello Stato nei settori strategici), erano destinate a essere abbandonate.

Lo Stato le adottò non per convinzione ideologica, ma per necessità strategica. Furono la risposta all’esigenza di ottenere il consenso popolare dopo l’esperienza bellica. Inoltre, fornire un modello alternativo al “socialismo reale” in un contesto di Guerra Fredda (fattore geopolitico) e, infine, gestire il dissenso interno e le crisi di sistema attraverso un forte intervento pubblico.
Il “socialismo provvisorio” è, quindi, uno strumento politico – monetario usato dallo Stato per stabilizzare il sistema; una volta che la necessità (la competizione con il Socialismo Reale) è venuta meno, lo Stato è tornato alle logiche neoliberali, dimostrando la sua piena autonomia decisionale. Del resto, il liberalismo “puro” era già collassato (Wall Street, 1929) prima del socialismo “puro”. Alcuni autori hanno infatti parlato paradossalmente del Novecento come del secolo della vittoria del socialismo2. Naturalmente intendevano per “socialismo” quello che Botta chiama “socialismo provvisorio”.

B. IL SOCIALISMO PROSPETTICO (O STRUTTURALE)
In netto contrasto, l’autore identifica in Paesi come la Cina un “socialismo prospettico” (o “neo – socialismo”). Questa scelta non è tattica, ma strutturale e definitiva, ed è pienamente inserita nelle lotte anti – coloniali.

L’adozione del socialismo in questi Paesi fu una risposta esistenziale e una necessità storica per salvaguardare l’esistenza e la sicurezza dello Stato di fronte alla colonizzazione e alla sottomissione occidentale, garantendo al contempo uno sviluppo rapido.
Botta mette in discussione la narrazione dominante secondo cui il capitalismo globale rappresenterebbe la fine della storia e la forma definitiva dell’organizzazione umana. L’autore ribalta questa tesi: lo Stato non scompare ma si riconfigura, e i suoi modelli emergenti non vengono più dall’Occidente, bensì da Oriente. Botta individua dunque nella “via socialista cinese” una delle risposte più innovative alla crisi del capitalismo neoliberale. Lungi dal proporre un ritorno all’economia pianificata di tipo sovietico, egli mostra come la Cina abbia saputo articolare un modello di economia mista in cui il partito – stato conserva la direzione strategica dei processi produttivi, mentre il mercato opera come strumento, non come fine.
L’analisi del caso cinese è estremamente lodevole. La Cina è presentata come un'”alternativa reale al liberismo politico”, dove l’identificazione tra Stato e Partito Comunista funge da “costituzione vivente”. Questo modello ha vanificato il dualismo Stato/ società civile tipico dell’Occidente e ha portato a un “nuovo tipo di democrazia” con uno “sviluppo economico incredibile” e successi oggettivi (abolizione della povertà per 850 milioni di persone).
La tesi centrale è che la Cina rappresenta la dimostrazione concreta della possibilità di un socialismo del XXI secolo capace di produrre crescita, innovazione e stabilità, senza adottare le logiche di espropriazione neoliberale tipiche dell’Occidente. L’autore mostra con chiarezza che il socialismo non è una nostalgia del passato, ma una possibilità viva e in trasformazione, capace di incorporare la tecnologia e la pianificazione come strumenti di libertà collettiva.
Nel suo complesso, il testo offre una visione del socialismo come progetto storico aperto, capace di rinnovarsi nei suoi strumenti pur mantenendo la finalità emancipatrice. È una lettura che si colloca controcorrente rispetto alle narrazioni dominanti sul “fallimento del socialismo” e sulla “fine della storia”, e propone invece una riflessione rigorosa e concreta sul futuro del potere pubblico, della sovranità economica e della giustizia sociale.
Questo approccio non solo chiarisce il perché diversi Stati adottano politiche simili con esiti diversi, ma ribadisce il principio guida del saggio: la scelta tra liberismo, keynesismo e socialismo è sempre dettata dalla Strategia Geopolitica dello Stato, e non da un determinismo economico astratto.

IV. STRUMENTI DI GOVERNO E CONSENSO: L’INGEGNERIA SOCIALE
IL SAGGIO SI CONCLUDE CON UN’ANALISI PENETRANTE DEGLI STRUMENTI ATTRAVERSO CUI LO STATO ESERCITA IL SUO POTERE, FONDATO SU UN NECESSARIO “MIX DI COERCIZIONE E CONSENSO”.
L’ottenimento del consenso è gestito attraverso l’ingegneria sociale che si manifesta in due modalità:
Il consenso Élargisseur è basato su concessioni materiali e miglioramenti della qualità della vita (es. il Welfare State), funzionali a ottenere un’adesione sistemica.
Il consenso manipolatorio, come già analizzato da Noam Chomsky, è realizzato tramite la trasmissione dell’ideologia dominante (intesa marxianamente come falsa coscienza) veicolata dai mass – media e dalle agenzie formative (scuola). Questa ideologia impone una visione della realtà sociale “fortemente individualistica” e “utilitaristica”, frammentando il pensiero e impedendo una comprensione sistemica della realtà del potere.
In definitiva, questo volume non è tanto uno studio accademico sullo Stato, ma un manuale di decodificazione della politica moderna. Il suo impianto teorico, la critica fondata all’egemonia neoliberale e, in particolare, l’illuminante distinzione tra le forme di socialismo, ne fanno un’opera di cui si sentirà a lungo l’eco nel dibattito scientifico e militante. Il libro combina chiarezza analitica e profondità critica, restituendo al socialismo la dignità di un pensiero vivo, sperimentale e orientato al futuro. È un invito pressante a guardare lo Stato per ciò che è realmente: il centro del potere politico e l’artefice ultimo della strategia sociale ed economica.
**(Paolo Botta è stato professore a contratto presso le università di Cagliari e La Sapienza di Roma. Ha svolto attività in qualità di docente in varie istituzioni, tra cui l’Istituto Italiano di Studi Filosofici di Napoli. Ha preso parte come relatore a numerosi convegni e seminari. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Non lontano dai padri (Edizioni Lavoro, 1981); La lunga attesa (Edizioni Lavoro, 1991); Identità e classi sociali (Armando, 1995); Il divario digitale nel mondo giovanile (Rubbettino, 2011).
*(Fonte Il Manifesto -Giambattista Cadoppi – giornalista)

 

06 – Marco Bascetta*: C’ERA UNA VOLTA L’UNIONE CHE TRUMP ODIA – DERIVA DESTRA SE TRUMP E IL SUO ENTOURAGE ATTACCANO SPECIFICAMENTE L’UNIONE EUROPEA (CHE DA TEMPO NON È PIÙ UN MODELLO DI ACCOGLIENZA) SULLA POLITICA MIGRATORIA, NON È UNA SCELTA CASUALE.

Se Trump e il suo entourage attaccano specificamente l’Unione europea (che da tempo non è più un modello di accoglienza) sulla politica migratoria, non è una scelta casuale. Né si tratta solo delle trite corbellerie ideologiche sul declino della «civiltà occidentale». Insidiata e inquinata da influenze aliene pronte a sostituirla.
Certo, queste colorite narrazioni mandano in sollucchero il suprematismo bianco Maga, soddisfano gli appetiti dei nazionalismi, rimpinguano tradizioni inventate e consolano frustrazioni popolari alimentate da studiati allarmismi. Tuttavia chi agita simili spettri è ben consapevole di operare sul terreno sul quale l’Unione europea può essere più agevolmente scardinata.
La contrapposizione tra natalità (da incrementare) e immigrazione (da impedire) è la cifra classica di ogni patriottismo fascista. Che i tedeschi del terzo Reich riassumevano nella nota formula del Blut und Boden, sangue e suolo, stirpe e nazione, posti a fondamento di una concezione chiusa, aggressiva, desolatamente omogenea, gerarchica e oppressiva della società. Questa contrapposizione resta ancora oggi la bandiera e la principale offerta dell’estrema destra in tutta Europa. Conclamata senza alcun pudore come la prospettiva più normale del mondo. Fin qui l’ideologia.
C’è però poi la sostanza. La strategia trumpiana che mira dichiaratamente allo smantellamento dell’Unione europea, o almeno a stravolgerne completamente la natura sovranazionale, non ignora che nella questione dei richiedenti asilo sono incistate le contraddizioni più aspre e molte reciproche recriminazioni tra i diversi paesi del Vecchio continente. A cominciare dal controverso regolamento di Dublino nelle sue varie successive formulazioni.
Le dispute sugli obblighi di accoglienza, sulle quote di redistribuzione dei rifugiati, sull’esame delle domande d’asilo, sulle risorse da stanziare sono state e sono all’origine di continui scontri, soprattutto con i paesi dell’est europeo guidati dall’Ungheria.
C’è di che lavorare sulle divisioni. Ma quel che soprattutto conta è la convergenza sempre più accentuata tra le forze centriste e l’estrema destra sul tema dei rimpatri e della deportazione dei richiedenti asilo in paesi terzi scelti arbitrariamente e del tutto estranei alla storia e ai bisogni dei rifugiati in questione. Non siamo poi così lontani da quell’idea di «remigrazione» e dalle pratiche persecutorie che dominano il pensiero neofascista contemporaneo.
I voti della destra radicale sono sempre disponibili per facilitare l’adozione di queste politiche contro rifugiati e migranti e nell’accelerare il loro corso legislativo, come è accaduto la settimana scorsa alla Commissione Libe del Parlamento europeo.

Il primo passo, decisivo, per arrestare e rimettere in questione il processo di integrazione europeo senza darlo troppo a vedere non può che essere la costruzione di una maggioranza, prima occasionale poi stabile, tra i popolari e le formazioni della destra. Ed è proprio sul tema delle migrazioni che le posizioni del Ppe e quelle dei gruppi di destra radicale si rincorrono e si assomigliano sempre di più. In fondo la chiave di ogni sovranismo è prima di tutto la modalità di relazione con lo straniero. La dottrina trumpiana, che auspica il ritorno pieno e integrale allo stato nazione in Europa (per ragioni fra l’altro assai poco ideologiche), sa bene che battere su questo tasto pagherà, incontrando fra l’altro debole resistenza da parte delle fiaccate socialdemocrazie. Ne sia esempio l’accodamento a destra dei socialdemocratici danesi sullo smantellamento del diritto d’asilo, poi rimasti impassibili di fronte alla reazione di disgusto degli elettori che gli hanno voltato in massa le spalle.

Che l’interesse nazionale abbia preso il sopravvento su qualsiasi principio di solidarietà lo dimostra l’indecente chiusura della Germania al flusso di rifugiati provenienti dall’Ucraina. La libera circolazione resta riservata ad armi e denari. L’Europa voluta da Trump si sta già trasformando da sola. E non saranno scatti d’orgoglio, peraltro radi e imbarazzati, a fermare questa degenerazione. È il soggetto politico che a questa trasformazione sta lavorando dall’interno, l’estrema destra europea, che deve essere combattuto senza alcun cedimento.
*(Marco Buscetta – giornalista)

 

07 – Marta Facchini*: ARGENTINA, TRA DEBITO E VITE IN SVENDITA- TEMPI PRESENTI PARLANO VERONICA GAGO E LUCI CAVALLERO, SOCIOLOGHE E ATTIVISTE DI «NI UNA MENOS». L’OCCASIONE È IL LORO ULTIMO SAGGIO CHE INDAGA L’AUTORITARISMO DELLA LIBERTÀ FINANZIARIA

Per Veronica Gago e Luci Cavallero, sociologhe femministe, il debito è un metodo per capire l’Argentina contemporanea. A causa delle continue crisi economiche che colpiscono il Paese, è diventato abituale indebitarsi e ricorrere a strumenti finanziari digitali per integrare redditi scarsi. In un contesto caratterizzato da condizioni di vita estremamente precarie, emerge la «libertà finanziaria». Secondo le autrici, questa riconosce la capacità di agire dell’individuo, stimolando e attivando la sua propensione all’azione, ma allo stesso tempo addestra alla precarietà e spinge a interiorizzarla. Dal momento che porta a chiudersi nell’individualismo, depotenzia l’organizzazione collettiva e il conflitto sociale. In Contra el autoritarismo de la libertad financiera (Tinta Limón), Gago e Cavallero aggiungono all’analisi un ulteriore passaggio: l’abitudine quotidiana di trovare soluzioni alla propria situazione economica è fondamentale per comprendere perché l’appello alla libertà dell’estrema destra risulta efficace.

La stabilizzazione di forme diffuse di imprenditorialità e pluri-impiego plasmano una nuova soggettività che si allontana dal vittimismo per inserirsi in quello che le autrici definiscono un «neoliberismo dal basso». Così le politiche di austerità ricadono sui singoli che la traducono in un incentivo per la propria produttività, percependola come un dovere.

«CONTRA EL AUTORITARISMO DE LA LIBERTAD FINANCIERA» PROSEGUE LE RICERCHE DEI PRECEDENTI «UNA LECTURA FEMINISTA DE LA DEUDA» («VIVE, LIBERE E SENZA DEBITI! UNA LETTURA FEMMINISTA DEL DEBITO», OMBRE CORTE 2020) E «LA CASA COMO LABORATORIO», SAGGI IN CUI AVETE APPROFONDITO IL DEBITO USANDO UNA PROSPETTIVA DI GENERE. CHE COSA È LA «LIBERTÀ FINANZIARIA» E CHE RAPPORTO HA CON IL DEBITO?
Gago: La libertà finanziaria costruisce nuovi immaginari: ti fa credere che non stai diventando più povero, ma che al contrario possiedi il potenziale per agire come un creditore-imprenditore. Non ti vedi come qualcuno che si indebita perché il salario si abbassa o perché stai subendo gli effetti dell’inflazione. L’accesso a microprestiti tramite portafogli virtuali trasforma l’impoverimento quotidiano in un’occasione per «mettere in gioco» le tue capacità. È una libertà seducente proprio perché riconosce l’autonomia e la produttività dei soggetti indebitati che smettono di percepirsi come vittime.
Cavallero: C’è un rovescio: un aspetto moralizzatore. Tutto ciò che è comunitario è visto come improduttivo e un disvalore. Nel saggio sottolineiamo un aspetto ulteriore: la «mascolinizzazione» del rischio finanziario. Per i giovani uomini, la libertà finanziaria è uno strumento per esorcizzare l’incertezza esistenziale in un contesto in cui la mascolinità è destabilizzata e non è più «fornitrice», messa in crisi dai movimenti femministi.

QUESTA NUOVA SOGGETTIVITÀ È STATA UN TERRENO FAVOREVOLE PER L’ESTREMA DESTRA DEL PRESIDENTE JAVIER MILEI?
Gago: I discorsi legati all’imprenditorialità appaiono dopo la crisi economica del 2001 di fronte a forti esperienze collettive di autogestione. Il neoliberismo prova a catturare quell’energia vitale dedicata a risolvere i problemi della vita quotidiana, mettendogli addosso una componente individualista. Ma il processo si inceppa perché in Argentina non si è mai costituita pienamente una soggettività moderna e borghese, nel senso classico del termine. La soggettività dell’individuo è sempre stata «fallita» e anomala, deformata dalla sovrapposizione di dinamiche di soggettivazione politica laterali o oblique rispetto alla modernità capitalista. Ciò si riproduce continuamente nei modi attraverso cui il discorso sull’iniziativa economica individuale si connette con dinamiche di autogestione ed esperienze di imprenditorialità collettiva. L’estrema destra argentina ha sfruttato questa situazione con grande abilità: è riuscita a inserirsi nella retorica del «farsi da sé» e dell’individualismo, sfruttando contesti che si discostano dalla competitività neoliberale «da manuale».

Cavallero: Si può studiare il trionfo dell’estrema destra in Argentina attraverso la lente del debito, diventato una forma di soluzione della vita quotidiana già da tempo. Soprattutto per chi lavora nei settori informali, si consolida l’uso di strumenti finanziari usati per ottenere altre entrate: si gestiscono i pochi e svalutati redditi attraverso portafogli virtuali, si sfruttano piccole possibilità speculative per perdere un po’ meno, si sposta denaro da una piattaforma digitale all’altra per avere benefici. Si normalizza la precarietà. È qui che il discorso di Milei attecchisce: il dollaro e il debito, anche con il Fondo Monetario Internazionale, sono un sollievo di fronte all’ansia quotidiana per l’inflazione. Inoltre gestire questa precarietà quotidiana configura soggettività che si sentono al riparo dall’immagine di «parassita» applicata alle persone beneficiarie di programmi pubblici dello Stato. Ciò si intreccia con la costruzione degli «argentini per bene», il racconto moralizzatore per eccellenza del partito La Libertad Avanza.

DEFINITE IL DEBITO UNA FORMA DI «ESTRATTIVISMO COLONIALISTA». IN CHE MODO?
Gago: I meccanismi di indebitamento sono modi di condizionare i progetti di liberazione politica che sono diversi dalla libertà in sé. I primi sono prove, esperimenti aperti: liberarsi dai debiti, dalla dipendenza economica, dai vincoli di genere. Sono pratiche politiche, processi viventi. La libertà finanziaria cerca di chiuderli e catturarli, colonizzando quanto è stato messo in discussione dai movimenti sociali e dal femminismo che hanno organizzato altri tipi di economie, nuove forme di educazione, cura e organizzazione. È contro queste modalità di politicizzazione della riproduzione sociale che l’estrema destra si accanisce, provando a conquistare nuovamente gli spazi che sono stati fondamentali per contestare l’egemonia neoliberale.

Cavallero: Ci riferiamo anche al Fondo Monetario Internazionale. I diversi governi, che hanno stretto accordi con il FMI, hanno accettato di consegnare territori e risorse del Paese rendendolo un laboratorio, una zona di sacrificio. Il debito funziona come un acceleratore della natura estrattivista del capitalismo.

IL DEBITO RAFFORZA LE DIVISIONI DI GENERE?
Gago: Non è la stessa cosa chiedere un prestito se sei una lavoratrice dell’economia popolare senza un lavoro regolare, che dipende dalle vendite in un mercato, o se sei una lavoratrice con un impiego stabile o una donna migrante che deve inviare rimesse al suo Paese. Mentre si presenta come una soluzione efficace per vite e lavori precari, il debito sfrutta questa eterogeneità di situazioni. Inoltre ha a che fare con il lavoro di cura nelle famiglie. Molte delle persone che abbiamo intervistato, ci hanno raccontato che si indebitavano per comprare attrezzature di lavoro per i figli, pagare la riparazione del taxi del marito, mantenere un’attività comunitaria nel quartiere. Soprattutto nel caso delle donne, il debito è sempre legato al mantenimento di una rete. Ha una doppia dimensione: individualizza, ma le donne si indebitano per mantenere un insieme di relazioni.
Cavallero: La prospettiva femminista è fondamentale. Le donne contraggono debiti per sopravvivere, soprattutto per le spese legate al mantenimento dell’economia domestica. Stiamo assistendo anche all’emergere della micro-speculazione che è una strategia per integrare redditi sempre più svalutati.
Una parte del vostro ultimo saggio è dedicata all’impatto che l’attuale governo ha avuto sulle politiche di genere. Parlate di «antifemminismo». Come si caratterizza?

GAGO: MILEI HA TRADOTTO L’ANTIFEMMINISMO IN POLITICHE DI STATO. HA ATTACCATO DALL’ALTO I PROGRAMMI DESTINATI A PREVENIRE E CONTENERE LE VIOLENZE DI GENERE. IN ALCUNI CASI, HA CRIMINALIZZATO FIGURE DI RIFERIMENTO NEL CAMPO DELLA POLITICA, DEL GIORNALISMO, DELL’ARTE E DELLE ORGANIZZAZIONI FEMMINISTE, IN PARTICOLARE QUELLE DEDICATE ALL’ECONOMIA POPOLARE. LA SUA È UNA CONTROFFENSIVA, UNA STRATEGIA PER DISCIPLINARE IL MOVIMENTO TRANSFEMMINISTA ARGENTINO CHE HA AVUTO RISONANZA ED EFFETTI A LIVELLO GLOBALE.
Cavallero: L’antifemminismo è il vettore di una «scuola della crudeltà»: va oltre le opinioni personali del presidente, e supera le cosiddette guerre culturali, perché è un attacco che si integra in modo organico con le politiche di austerità in cui i soggetti da «sacrificare» sono donne, lesbiche, persone transgender, anziani. Tutti sono presentati come nemici. Il disprezzo verso i movimenti dei lavoratori e delle lavoratrici, verso i femminismi e verso qualsiasi mobilitazione o forma di organizzazione, è la base per la repressione condotta dal governo, i tagli al bilancio e la rimozione delle politiche pubbliche, soprattutto quando sono volte a eliminare le disuguaglianze.
*(Marta Facchini è una giornalista freelance attualmente basata a Buenos Aires. Collabora con Il Fatto Quotidiano, Il Manifesto,)

 

08 – SICUREZZA DIGITALE, IDENTITÀ ONLINE E COMPETITIVITÀ: TREND 2026 PER PMI E PROFESSIONISTI IN COLLABORAZIONE CON REDAZIONE PMI.IT.

Secondo Tinexta Infocert il nuovo anno sarà decisivo per la sicurezza digitale e l’identità online, anche alla luce dei cambiamenti che coinvolgono la AI e l’adozione dell’EDU Wallet: PMI e professionisti possono trarne beneficio investendo in reputazione, fiducia e competitività.
Il rapporto tra imprese, professionisti e tecnologie si sta ridefinendo in base ai grandi cambiamenti che coinvolgono la sicurezza digitale e l’identità online, in continua evoluzione. Il 2025, in particolare, ha visto una notevole accelerazione dell’Intelligenza Artificiale generativa ma anche un incremento dei rischi informatici, che rendono ancora più complesso lo scenario caratterizzato dall’introduzione in Europa di normative specifiche, come l’AI Act e il nuovo eIDAS.
A rivelare le principali tendenze tecnologiche destinate a predominare nel 2026 è l’osservatorio di Tinexta Infocert, che individua tre linee dominanti per governi e imprese: la diffusione delle identità sintetiche, la governance della AI e l’adozione dell’European Digital Identity Wallet (EUDI Wallet).
Per le PMI e i professionisti, quindi, diventa sempre più determinante mettere al centro la sicurezza digitale, adottando strategie efficaci per la protezione dei dati e delle identità digitali nell’ottica di favorire la competitività e la crescita del business.

Indice
• IDENTITÀ SINTETICHE: RISCHI E STRATEGIE A PORTATA DI PMI
• GOVERNANCE DELLA AI: COME EVITARE DANNI ECONOMICI O LEGALI
• EUDI WALLET: IDENTITÀ DIGITALE EUROPEA ENTRO IL 2026
• IDENTITÀ SINTETICHE: RISCHI E STRATEGIE A PORTATA DI PMI
• I DEEPFAKE RAPPRESENTANO L’ESEMPIO PIÙ DIFFUSO DELLE IDENTITÀ SINTETICHE, CHE COMBINANDO DATI REALI E INFORMAZIONI GENERATE DALLA AI POSSONO RAPPRESENTARE UN PERICOLO PER LA SICUREZZA AZIENDALE.

Come sottolinea Tinexta Infocert, le frodi da identità sintetiche sono aumentate del 300% negli USA nei primi tre mesi nel 2025, periodo che è stato caratterizzato anche da una crescita del 100% degli attacchi deepfake.
Le previsioni per il nuovo anno non sono ottimiste: una PMI su tre rischia di subire un attacco basato su identità ibride che potrebbe causare perdite economiche, danni reputazionale e pesanti sanzioni normative. Al fine di tutelare non solo i dati aziendali ma anche clienti e partner, per le imprese diventa necessario investire in questi strumenti:

• verifica delle identità multilivello, che comprenda documenti, biometria e comportamento;
• analisi comportamentale di utenti ed entità (UEBA), per rilevare eventuali anomalie;
• adozione di soluzioni AI per il rilevamento delle frodi;
• Threat Intelligence per monitorare e prevenire le minacce.
• Governance della AI: come evitare danni economici o legali
Anche la governance della AI si sta trasformando in un elemento chiave che incide non poco sulla costruzione della fiducia da parte di clienti e partner, tanto che la gestione sicura dei sistemi intelligenti sta diventando cruciale.
In questo scenario nasce il concetto di AI Trust, Risk and Security Management (TRISM), che ingloba strumenti e risorse volti a garantire sicurezza e trasparenza dei sistemi AI, conformità ai regolamenti vigenti come AI Act e GDPR, gestione etica dei dati per ridurre i rischi reputazionali.

EUDI WALLET: IDENTITÀ DIGITALE EUROPEA ENTRO IL 2026
Entro la fine del 2026 sarà disponibile il nuovo European Digital Identity Wallet (EUDI Wallet), il portafoglio di identità digitale europea che consentirà a cittadini e imprese di identificarsi online accedendo a servizi pubblici e privati in tutta la UE condividendo attributi verificabili in modo sicuro, mantenendo il totale controllo dei propri dati.
Tinexta Infocert mette in evidenza come il Wallet sia destinato a diventare una valida opportunità per le PMI, semplificando i processi di verifica dell’identità e offrendo ai clienti servizi digitali più sicuri. La strada giusta da percorrere è prepararsi in modo efficace per acquisire un vantaggio competitivo nel medio termine, sebbene non tutti gli Stati membri saranno pronti entro la deadline stabilita dalla UE.
Nel 2026, infatti, rimarrà ancora marginale l’uso avanzato delle nuove funzionalità previste dal Wallet, mentre solo entro il 2030 il 90% dei cittadini europei potrà verosimilmente utilizzare questo strumento a regime.
Il nuovo anno, quindi, sarà decisivo per la sicurezza digitale e l’identità online. Non farsi trovare impreparati diventa cruciale per le PMI e i professionisti, che possono realmente trarre benefici dai cambiamenti futuri investendo in reputazione, fiducia e competitività, assicurando la continuità del business.
*(Da di Redazione PMI.it)

 

DICHIARAZIONE REDDITI 2025 | DAI IL 5X1000 A FILEF

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