
01 Eliana Riva *: – Tempesta e «tregua» senza aiuti uccidono 14 palestinesi a Gaza – Guerra Fredda Dal 10 ottobre non entrano né tende né caravan. Alluvioni e gelo fanno crollare gli scheletri degli edifici e trascinano via i rifugi.02 – Carè e Nicolaci portano alla Camera dei Deputati il docu-film “Italian Way”.
03 – Andrea Cegna*: L’Argentina cambiata, in peggio, da due anni di Milei – Due anni dopo l’arrivo di Javier Milei alla Casa Rosada, la narrazione dominante racconta un’Argentina che avrebbe finalmente “rimesso ordine ai conti” e trovato una strada per uscire dal caos economico degli anni precedenti.
04 – Luca Kocci*: l vescovo Giovanni Ricchiuti: «La Cei all’opposizione del governo italiano e dell’Ue» – Intervista Parla il presidente nazionale di Pax Christi: «Bene smarcarsi da qualsiasi appoggio alle politiche di riarmo»
05 – Emiliano Brancaccio*: I sedicenti patrioti che non difendono l’acciaio italiano.
06 – Geraldina Colotti *: Venezuela-Usa, geopolitica dell’ultimatum.
07 – Anna Fabi *: Legge di Bilancio 2026, verso il testo finale tra nuove tasse e stretta sugli affitti
08 – Luciana Cimino*: Bernini attacca ancora gli studenti: «Piccoli Landini e Schlein» – A Bologna Medicina: dopo i pasticci il Mur ci ripensa, tutti in graduatoria
01 Eliana Riva *: – TEMPESTA E «TREGUA» SENZA AIUTI UCCIDONO 14 PALESTINESI A GAZA – GUERRA FREDDA DAL 10 OTTOBRE NON ENTRANO NÉ TENDE NÉ CARAVAN. ALLUVIONI E GELO FANNO CROLLARE GLI SCHELETRI DEGLI EDIFICI E TRASCINANO VIA I RIFUGI.
SERVIREBBERO MONTAGNE DI SABBIA, SISTEMI PER IL PRELIEVO IDRICO, MATERIALI IN LEGNO PER RIPARARE E BLOCCARE IL VENTO, SOSTEGNI IN FERRO E DI ALTRO GENERE PER TENERE IN PIEDI LE TENDE. È SOLO IL MINIMO INDISPENSABILE PER AFFRONTARE UNA TALE EMERGENZA, RESA CATASTROFE IN UNA TERRA BOMBARDATA SENZA SOSTA PER DUE ANNI, CON UN SISTEMA FOGNARIO INESISTENTE, INFRASTRUTTURE CIVILI DISTRUTTE E QUASI DUE MILIONI DI SFOLLATI.
Ma Israele non permette l’ingresso dei kit di emergenza. Ancora una volta, lo denunciano le Nazioni unite: «Set di strumenti base, sacchi di sabbia e pompe dell’acqua, materiali da costruzione come legname e compensato rimangono bloccati a causa di restrizioni di accesso di lunga data».
LO CONFERMA l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), che fa parte del sistema Onu: «Questi materiali sono fondamentali per riparare e rafforzare le sistemazioni temporanee contro le continue piogge e mitigare le inondazioni», ha aggiunto l’agenzia intergovernativa, sottolineando che la tempesta Byron ha messo a rischio elevato quasi 795mila sfollati interni. Israele impedisce l’ingresso anche delle aste di supporto per le tende, sostenendo, come per centinaia di altri prodotti di uso comune, che potrebbero essere usate per scopi militari.
Ventisettemila tende sono state distrutte in 24 ore, secondo i dati della protezione civile. Forti piogge e violente raffiche di vento hanno trasformato i rifugi in trappole mortali e almeno tredici edifici sono crollati. «È un altro tipo di guerra – ci dicono da Gaza – Chi non ha una casa sicura è costretto ad andar via. Ancora una volta». A Beit Lahiya, nel nord della Striscia, cinque persone sono morte ieri quando la casa-rifugio in cui si trovavano ha ceduto. A Rimal, Gaza City, il muro di un’abitazione bombardata è caduto sulle tende degli sfollati, causando due vittime.
A Sheikh Radwan, sempre nei pressi della città di Gaza, un edificio di cinque piani è crollato all’improvviso. All’interno si erano rifugiate otto persone, tutte appartenenti alla stessa famiglia. La protezione civile ha scavato tra le macerie per ore: i soccorritori si sono infilati sotto i solai, hanno ricavato tunnel per raggiungere i sopravvissuti. Alla fine hanno salvato sei persone, mentre altre due sono state ritrovate cadavere. Sempre a Sheikh Radwan, le squadre di soccorso hanno portato in salvo i residenti di una casa semi crollata.
SONO STATE QUATTORDICI in tutto le vittime di ieri. Altri due bambini sono morti assiderati, tre in 24 ore. La famiglia di Hadeel al-Masri viveva in una casa rimasta senza tetto dopo un bombardamento israeliano e il bambino di nove anni è diventato viola dal freddo. Suo nonno ha raccontato ad al-Jazeera che il piccolo è arrivato all’ospedale al-Rantisi con una temperatura di 33-34 gradi. I medici hanno detto che gli organi erano in sofferenza e nel giro di poche ore Hadeel si è spento. Dopo Fahaf Abu Jazar, di otto mesi, deceduta giovedì nella sua tenda, un’altra neonata, Taim al-Khawaja, è morta ieri nel campo profughi di Shati, a Gaza City.
L’ORGANIZZAZIONE internazionale per le migrazioni ha dichiarato che è necessario e urgente consentire l’ingresso di mezzi pesanti per rimuovere le macerie e cominciare la ricostruzione. Ripulire Gaza dalle tonnellate di detriti e bombe inesplose è fondamentale anche per la realizzazione del piano Trump per la Striscia, che vedrebbe una prima zona di ricostruzione «modello» a Rafah: il progetto non sembra essere cambiato dopo l’uccisione di Abu Shabab, il leader della milizia mercenaria pro-israeliana che controllava parte della città del sud. Secondo il sito israeliano Ynet News, il presidente degli Stati uniti starebbe facendo pressioni su Tel Aviv perché si assuma l’onere e l’impegno della rimozione delle macerie. Il Qatar ha dichiarato questa settimana che Doha non intende finanziare ciò che Israele ha distrutto e che dovrebbe dunque ricostruire. Secondo fonti citate dall’articolo, Tel Aviv avrebbe accettato di pagare e sovrintendere sia alla rimozione dei detriti sia alla ricostruzione. Le stime del Wall Street Journal parlano di 68 milioni di tonnellate di macerie.
SECONDO IL SITO d’informazione statunitense Axios, Trump avrebbe anche invitato Italia e Germania a sciogliere gli indugi e prendere parte al «Board of peace», l’organismo che controllerà Gaza sotto la guida del tycoon. I funzionari statunitensi avrebbero inoltre informato i diplomatici europei che, se non si decideranno a inviare truppe a Gaza all’interno della Forza internazionale di stabilizzazione (Isf), l’esercito israeliano non si ritirerà dalla Striscia. Le pressioni di Washington sugli Stati occidentali e su quelli arabi si fanno più consistenti, mentre Trump avrebbe deciso di nominare due generali statunitensi alla guida della Isf.
02 – Carè e Nicolaci, PORTANO ALLA CAMERA DEI DEPUTATI IL DOCU-FILM “ITALIAN WAY”
“NEI GIORNI SCORSI HO PROMOSSO, INSIEME AL CONSOLE D’ITALIA A PERTH FEDERICO NICOLACI, LA PRESENTAZIONE DEL DOCU-FILM “ITALIAN WAY. STORIE E FUTURO DEGLI ITALIANI IN AUSTRALIA OCCIDENTALE” ALLA CAMERA DEI DEPUTATI.
Si tratta di un’iniziativa centrale del Festival Italian Way, pensata per celebrare Perth Capitale della Creatività Italiana nel Mondo 2025 e, soprattutto, per rendere giustizia alle storie, ai volti e al futuro della nostra comunità italiana in Western Australia”, Così Nicola Carè deputato italiano eletto all’estero in questa circoscrizione. “Tra i partecipanti – ricorda Carè- anche l’Ambasciatrice del Commonwealth d’Australia in Italia, Julianne Cowley, l’Ambasciatore designato d’Italia in Australia, Nicola Lener, l’Ambasciatore Pier Francesco Zazo, già Ambasciatore a Canberra, la Vice Direttrice Asia Pacifico alla Farnesina, Valentina Muiesan, l’Ambasciatore Stefano Stefanini, già Console d’Italia a Perth. All’incontro hanno preso parte rappresentanti della comunità italo-australiana del Western Australia, tra cui l’imprenditore Sam Castelli, il presidente della Dante Alighieri, Alessandro Vero, e il professor Mario Siervo della Curtin University. Il docu-film, realizzato da un gruppo di giovani italiani residenti in Australia, tra cui Livio Koné e Nicola Onnis e con la partecipazione del noto storyteller Stefano Tiozzo restituisce l’eredità di una presenza italiana che ha plasmato interi settori della società locale e l’energia delle nuove generazioni che ne proiettano il lascito nel futuro. Molto emozionante anche la partecipazione di Sam Castelli, tra i protagonisti del docu-film, volto e voce di una generazione di imprenditori italo-australiani che ha saputo trasformare il coraggio dei nonni e dei genitori in nuove opportunità, senza mai perdere il legame con l’Italia. Le sue parole e le immagini del film hanno restituito al pubblico l’orgoglio di chi ce l’ha fatta lontano da casa, ma continua a sentirsi parte di una stessa famiglia nazionale. Nel mio intervento ho voluto sottolineare che Italian Way non è soltanto un progetto culturale, ma un ponte di affetti e responsabilità tra l’Italia e una delle sue comunità più dinamiche nel mondo. Dietro ogni storia raccontata nel docu-film ci sono valigie piene di speranze, sacrifici silenziosi, figli cresciuti tra due lingue e due culture. Il film mette al centro Perth e l’Australia Occidentale come laboratorio di creatività e innovazione, dove la presenza italiana – dalle prime migrazioni del dopoguerra fino alle nuove mobilità di giovani professionisti, ricercatori e imprenditori – continua a generare valore economico, sociale e culturale. L’iniziativa alla Camera si è conclusa con un lungo applauso, come a voler trattenere ancora per qualche istante le immagini e le voci arrivate dall’altro lato del mondo. Un applauso rivolto non solo agli autori e ai protagonisti del docu-film, ma a tutti gli italiani che, in Western Australia, continuano ogni giorno a scrivere una pagina di storia italiana fuori dai confini nazionali. “L’evento testimonia il contributo straordinario delle nostre comunità all’estero, che in Australia- come nel resto del mondo – sono state, spesso inconsapevolmente, i migliori ambasciatori che l’Italia potesse desiderare”, ha commentato il Console Nicolaci, esprimendo un sentito ringraziamento all’Ambasciatore Paolo Crudele per la sua guida al termine della sua missione in Australia.
*(On./Hon. Nicola Carè – Circoscrizione Estero, Ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide – Camera dei Deputati – IV Commissione Difesa – Presidente Sezione Bilaterale dell’Unione Interparlamentare Italia- Mongolia – Componente Assemblea Parlamentare NATO)
03 – Andrea Cegna*: L’ARGENTINA CAMBIATA, IN PEGGIO, DA DUE ANNI DI MILEI – DUE ANNI DOPO L’ARRIVO DI JAVIER MILEI ALLA CASA ROSADA, LA NARRAZIONE DOMINANTE RACCONTA UN’ARGENTINA CHE AVREBBE FINALMENTE “RIMESSO ORDINE AI CONTI” E TROVATO UNA STRADA PER USCIRE DAL CAOS ECONOMICO DEGLI ANNI PRECEDENTI.
È una storia comoda, utile, rassicurante, che rimbalza tra i grandi gruppi mediatici e gli attori economici del paese, fino a riflettersi nelle analisi di quei centri internazionali che vedono con favore qualsiasi governo disposto a fare ciò che altri non hanno il coraggio di fare: tagliare, privatizzare, comprimere, disciplinare.
Ma la realtà, osservata al di fuori del recinto retorico costruito dal presidente e dai suoi alleati, racconta qualcosa di molto diverso. Racconta un paese più fragile, più diseguale, più impoverito. Racconta una stabilità artificiale pagata con il dolore sociale. Racconta un’economia che non si sta riprendendo: si sta semplicemente adattando ai colpi ricevuti.
Prima ancora che Milei vincesse le elezioni, quasi tutti gli analisti erano convinti che Sergio Massa avrebbe prevalso al ballottaggio. La vecchia politica, pur logorata, appariva ancora dotata di una forza d’inerzia sufficiente a fermare un outsider radicale, senza partito e privo di una classe dirigente dietro di sé. La sorpresa, a novembre 2023, fu perciò tanto politica quanto sociologica: Milei vinse perché la politica tradizionale era ormai incapace di rappresentare un paese stremato. Il Frente de Todos, dopo anni di gestione tentennante e contraddittoria, si presentava come il simbolo di uno Stato trasformato in un bancomat dalle burocrazie di partito. PRO e UCR erano percepiti come gli amministratori di un sistema che da tempo non garantiva mobilità sociale, né servizi, né sicurezza economica. Soprattutto, erano partiti percepiti come incapaci di assumersi la responsabilità dei propri fallimenti. In questo vuoto, Milei si è inserito scavando negli errori altrui, denunciando la casta, indicando nello Stato il grande nemico, incarnando la rabbia di chi aveva già smesso di credere alla politica prima ancora di smettere di votarla. Ma le politiche del governo Milei, invece che colpire la casta, le grandi famiglie imprenditoriali e i potenti del paese, hanno attaccato le politiche sociali, tagliato le pensioni, ridotto l’accesso alla scuola e alla sanità, imposto discorsi d’odio e di violenza. L’attacco di Milei è stato rivolto a chi lavora, a chi è in pensione, a chi difende l’ambiente e i diritti di genere. La casta per Milei, non era la casta: erano i poveri e le povere.
I due anni successivi sono stati l’applicazione feroce di questa lettura del mondo. Per costruire la promessa del “deficit zero”, Milei ha tentato di trasformare lo Stato nella sua nemesi: un apparato da svuotare, smontare, ridurre a dimensione minimale. Il taglio della spesa non è stato un dettaglio tecnico, bensì l’asse politico dell’intero progetto. E sono stati proprio i tagli a rivelare il vero volto del mileismo, perché hanno colpito in modo diretto ciò che qualsiasi economia minimamente solidale considera irrinunciabile: il sistema pensionistico, i salari pubblici, la scuola, la salute, la ricerca, i trasporti, i sussidi che tengono in vita milioni di persone. Questo ha abbassato il tasso di inflazione, allargando però le maglie della povertà e lasciando più sole le persone. In molte province, dal nord impoverito fino al conurbano bonaerense, il taglio dei servizi e dei trasferimenti ha prodotto un crollo della qualità della vita che nessuna statistica sull’inflazione può occultare.
Il cuore dell’operazione è stato il trattamento delle pensioni. Il governo le ha ridotte in termini reali attraverso un meccanismo semplice nella sua brutalità: l’inflazione correva oltre il 250% annuo nel primo semestre del 2024, mentre gli adeguamenti alle pensioni seguivano criteri ritardati, depotenziati e scollegati dal costo reale della vita. In due anni, il potere d’acquisto dei pensionati si è ridotto di oltre il 30%. Centinaia di migliaia di persone, che già vivevano ai margini, sono state precipitate nella povertà assoluta. È importante comprendere cosa significhi questo: nel modello di Milei, i pensionati non rappresentano una categoria sociale vulnerabile, ma un costo. Il loro impoverimento non è un effetto collaterale: è uno degli strumenti utilizzati per tenere artificialmente bassi i prezzi interni e comprimere la domanda. È parte della strategia generale. La riduzione dell’inflazione, che da dicembre 2023 a ottobre 2025 è scesa dal 25,5% mensile al 2,3%, non è stata frutto di una “cura” economica virtuosa: è stata la conseguenza diretta della caduta del potere d’acquisto di milioni di persone. Una società che non consuma non genera domanda, e una domanda che non esiste abbassa i prezzi. È una stabilità drogata, ottenuta con strumenti che nessuna economia avanzata potrebbe considerare sostenibili.
Questa compressione violenta dei redditi non ha riguardato solo i pensionati. Tutti i salari pubblici sono stati congelati o ridotti in termini reali. I sussidi ai trasporti e all’energia, fondamentali per la vita quotidiana dei più poveri, sono stati tagliati. I servizi sociali sono stati smantellati o depotenziati. L’opera pubblica, tradizionale motore anticiclico dell’economia argentina, è stata paralizzata. Il risultato è stato immediato: la povertà, che aveva fatto registrare un temporaneo calo nel 2024 per effetto della disinflazione, è tornata a crescere appena è svanito quell’effetto statistico. Perché le persone non vivono di percentuali, vivono di ciò che hanno in tasca. E in tasca, in questi due anni, hanno avuto sempre meno. Il consumo interno è evaporato, i negozi hanno chiuso, l’industria è entrata in una delle peggiori crisi della storia recente. A settembre 2025, la capacità produttiva operativa era appena del 61%. Dal 2023 hanno chiuso più di 19.000 imprese e si sono persi oltre 276.000 posti di lavoro. Un paese che si deindustrializza mentre riduce la spesa sociale non può che generare più vulnerabilità, più disuguaglianza e più dipendenza dall’estero.
È qui che emerge con chiarezza il meccanismo che regge l’intero mileismo: per abbassare l’inflazione si è scelta la strada più regressiva, quella di schiacciare la società, non di ristrutturare l’economia. Non è stato affrontato nessuno dei nodi strutturali: non il sistema fiscale regressivo, non la concentrazione economica, non la mancanza di credito produttivo, non la fragilità del mercato interno. Si è scelta invece la via più rapida, quella che produce un effetto immediato, che può essere comunicato con facilità e venduto come successo: ridurre la capacità delle persone di vivere. È questo che significa dire che l’economia è stata drogata: è stata portata artificialmente in una condizione di congelamento, non di guarigione. Come un paziente sedato, l’Argentina oggi sente meno dolore solo perché le è stata tolta la possibilità di muoversi.
È dentro questa dinamica che si colloca il trionfo parlamentare di Milei nel 2025. Non è stata una vittoria fondata su un’adesione massiccia al progetto libertario, quanto piuttosto il riflesso della crisi profonda delle alternative. Con un’affluenza al minimo storico del 67,8%, La Libertad Avanza diventa il primo partito del paese. Vince nel deserto, conquista i territori che la politica tradizionale ha abbandonato, si impone in una Provincia di Buenos Aires che per decenni aveva rappresentato il cuore pulsante del peronismo. Milei non ha bisogno di convincere la maggioranza degli argentini: gli basta occupare il vuoto lasciato da chi ha governato prima di lui. È qui che si rivela la natura dell’egemonia libertaria: un potere forte istituzionalmente, ma costruito su una società sempre più debole.
Ora che Milei dispone di un Parlamento più favorevole, i prossimi due anni si preannunciano come una fase di accelerazione. Riforma del lavoro, riforma fiscale, ulteriore riduzione del perimetro dello Stato: tutto indica che il governo intende approfondire la traiettoria intrapresa. Se per imporre la sua “motosega” ha dovuto usare decreti d’urgenza, ora può andare più pesante e più rapido nella sua direzione. La Libertad Avanza ha cannibalizzato tutta la destra ed è diventata il primo partito d’Argentina. Le opposizioni partitiche sono ridotte ai minimi storici; solo i movimenti sociali continuano a resistere, ma con maglie della precarietà e della povertà sempre più larghe è difficile mantenere continuità nelle lotte e trovare il tempo organizzativo necessario. Lo fanno su tanti temi, in ultimo, ora, contro la cancellazione della legge che protegge e difende i ghiacciai e l’acqua. Nonostante tutto, la resistenza dal basso non si ferma: resta l’unica voce critica capace di contrastare il mileismo, anche se la sua forza è costretta ogni giorno a misurarsi con la fatica materiale di chi vive una crisi permanente.
La domanda fondamentale resta inevasa: quanto può reggere un paese dopo due anni di aggiustamento così violento? Quanto può sopportare una società impoverita, con pensionati che hanno perso un terzo del loro reddito reale, con servizi sociali smantellati, con una struttura produttiva indebolita, con un mercato interno in coma? L’Argentina vive oggi in uno stato sospeso, sostenuta da una narrazione che tacita il disagio reale e da una coalizione di poteri economici che beneficia della deregolamentazione selvaggia.
La vera questione non è se Milei abbia portato ordine nei conti pubblici, ma cosa sia stato distrutto per produrre quell’ordine. E soprattutto, se un paese che si impoverisce così rapidamente possa davvero considerarsi stabilizzato. Perché la stabilità che nasce dalla paura, dalla rinuncia ai diritti, dall’impoverimento sistematico e dalla cancellazione dello Stato non dura: semplicemente rimanda l’inevitabile. Quando la società tornerà a bussare, il conto — economico, politico e umano — sarà molto più alto. Pagine Esteri
*(Andrea Cegna agitatore sociale, giornalista e organizzatore di concerti, è redattore di Radio Onda d’Urto, collaboratore di Radio Popolare e “il manifesto”)
04 – Luca Kocci*: L VESCOVO GIOVANNI RICCHIUTI: «LA CEI ALL’OPPOSIZIONE DEL GOVERNO ITALIANO E DELL’UE» – INTERVISTA PARLA IL PRESIDENTE NAZIONALE DI PAX CHRISTI: «BENE SMARCARSI DA QUALSIASI APPOGGIO ALLE POLITICHE DI RIARMO»
Riduzione delle spese militari, disarmo, servizio civile, smilitarizzazione dei cappellani militari. Sono i punti centrali di un’ampia e sorprendente Nota pastorale approvata dalla Conferenza episcopale italiana a novembre e diffusa venerdì (Educare a una pace disarmata e disarmante). Ne abbiamo parlato con monsignor Giovanni Ricchiuti, vescovo emerito di Altamura e presidente nazionale di Pax Christi, movimento che ha contribuito all’elaborazione del testo.
Monsignor Ricchiuti, cosa succede nella Cei?
Finalmente fra i miei fratelli vescovi si muove qualcosa. Credo che il Cammino sinodale, a cui hanno partecipato anche i laici, abbia dato slancio: nel documento finale approvato a ottobre a grandissima maggioranza (dopo che una prima versione era stata respinta dall’assemblea perché troppo timida, ndr) si chiedeva alla Cei di approfondire i temi del disarmo e della pace per immaginare alternative alla politica del riarmo.
Nella Nota pastorale approvata dai vescovi si parla di riduzione delle spese militari e contrasto alle politiche di riarmo, ovvero il contrario di quello che stanno facendo governo Meloni ed Europa. La Cei è all’opposizione?
Nettamente all’opposizione! Spese militari e riarmo non sono la via giusta per affrontare le crisi.
Si fa riferimento anche alla guerra in corso in Ucraina e ai «pesanti investimenti sul piano degli armamenti e delle tecnologie militari che hanno fatto seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Le necessità della difesa – è scritto – non devono diventare occasione per contribuire al riarmo globale di questi anni, distraendo risorse dalla costruzione di una comunità più umana».
È dall’inizio della guerra che la Chiesa sostiene che la soluzione militare non avrebbe portato la pace, ma peggiorato la guerra. Ora, dopo quasi quattro anni, a che punto siamo? L’Europa e l’Italia avrebbero dovuto seguire altre strade: non le armi, ma il negoziato. Quindi fa bene la Cei a smarcarsi da qualsiasi appoggio alle politiche di riarmo del governo.
Nella Nota si elogia la legge 185/90 che regola il commercio delle armi e si chiede una «presa di distanza da quelle realtà economiche che sostengono produzione e commercio di armi», a cominciare dalle banche.
La legge 185 è regolarmente sotto attacco da parte di aziende armiere e governi, invece va difesa con forza, perché è un tentativo di limitare quanto più possibile il commercio delle armi.
E le “banche armate”? Qui la Chiesa dovrebbe fare autocritica, perché molti enti ecclesiastici si avvalgono dei loro servizi…
È vero, ma qualcosa si sta muovendo. E comunque finalmente la Cei dice chiaramente a vescovi e parroci di rinunciarvi. Sarebbe un segno potentissimo se le 226 diocesi e le 25mila parrocchie italiane togliessero i propri conti correnti dalle “banche armate”.
Proprio mentre Crosetto propone di ripristinare il servizio militare, la Nota della Cei – che sicuramente è stata scritta ben prima – lancia invece l’idea di un servizio civile obbligatorio. Un altro elemento di dissenso con il governo?
Chi lo propone sostiene che il servizio militare educa i giovani. Ma perché bisogna educarli con il fucile fra le mani? Educarli a cosa, a fare la guerra? I giovani devono dire di no: in Germania sono già scesi in piazza contro un’analoga proposta, e questo è un grande segno di speranza. Mi piacerebbe che tutti tornassero a cantare Il disertore di Boris Vian, una bella canzone antimilitarista.
La Nota della Cei affronta anche il tema dei cappellani militari, chiedendosi «se non si debbano prospettare diverse forme di presenza, meno direttamente legate a un’appartenenza alla struttura militare». È la proposta di smilitarizzare i preti-soldato?
Pax Christi lo dice da anni: cappellani sì, militari no. È materia concordataria, ma il Concordato non è il Vangelo, si può modificare. Non c’è bisogno di un ordinario militare, basta affidare a un vescovo la responsabilità dell’assistenza spirituale dei militari. Così come non servono cappellani inquadrati nella struttura militare, è sufficiente un semplice prete che entri nelle caserme, come avviene nelle carceri e negli ospedali. È un privilegio da superare.
*(Fonte: Il Manifesto – Luca Kocci, insegnante di italiano e storia nelle scuole superiori. Collabora con il quotidiano il manifesto e con l’agenzia settimanale Adista)
05 – EMILIANO BRANCACCIO*: I SEDICENTI PATRIOTI CHE NON DIFENDONO L’ACCIAIO ITALIANO
AFFRONTARE LE CRISI SENZA UNO STRACCIO DI COORDINAMENTO INTERNAZIONALE AFFIDANDOSI AI SOLI CAPITALISTI PRIVATI. POTREMMO CHIAMARLO “SOVRANISMO PADRONALE” E SINTETIZZA BENE LE COMPULSIONI DEL GOVERNO ITALIANO IN TEMA DI RISTRUTTURAZIONI INDUSTRIALI. IL CASO DELL’ACCIAIO È EMBLEMATICO.
Quando si dice che di necessità si può fare virtù: l’eredità storica di paese carente di materie prime ci ha resi virtuosi nella produzione di acciaio. La siderurgia italiana è tra le più efficienti dal punto di vista del riciclo: circa l’85 percento del prodotto deriva da rottame ferroso, a fronte di una media europea del 60 e una media mondiale di appena il 30 percento. Per questa ragione, l’industria italiana è complessivamente anche la più pulita in assoluto: rispetto alla media mondiale, emettiamo meno della metà di tonnellate di anidride carbonica per ogni tonnellata di acciaio realizzata. Inoltre, a riprova del fatto che il problema principale non riguarda la quantità di occupati, l’acciaio italiano viene realizzato con livelli di produttività senza pari in larga parte del mondo: dal 25 al 35 percento di valore aggiunto in più per addetto rispetto ai principali concorrenti Ue.
Certo, la crisi in corso riguarda principalmente gli impianti ex-Ilva, che sono produttori della quota residua di acciaio primario, ossia non riciclato, di poco superiore al 10 percento nazionale. Con questa giustificazione, Federacciai sostiene che sarebbe meglio disfarsene. E il governo, a ruota, sembra fermo sull’ipotesi di regalare gli impianti a fondi esteri intenzionati a spacchettare, distruggere e rivendere in fretta.
Il problema è che l’acciaio primario rappresenta tuttora un semi-lavorato insostituibile in molte industrie ad alto valore aggiunto. Non a caso, il calo della produzione nazionale si è tradotto in un significativo aumento delle importazioni dall’estero. Ecco un tipico esempio in cui, con un furbo travisamento della questione ecologica, il “sovranismo padronale” si accinge a determinare danni sistemici, nell’interesse di pochi affaristi.
Affrontare la questione secondo logica, invece, richiederebbe un ribaltamento dei termini del problema. Ossia, proprio il fatto che la quota di produzione al centro della crisi è al tempo stesso modesta ma difficilmente sostituibile, consentirebbe di inquadrarla in una strategia di carattere generale. Diciamo pure, senza scandalizzarci: di pianificazione pubblica, per decidere i destini della siderurgia italiana all’interno di un quadro europeo che finora è risultato sbilanciato e contraddittorio.
Nel dibattito sull’acciaio si fa spesso riferimento agli eccessi di capacità produttiva causati dalla superproduzione cinese e dai dazi americani. Questi problemi esistono ma sono secondari. Gli Stati Uniti registrano già un deficit commerciale siderurgico di 18 milioni di tonnellate, quasi il 20 percento della loro produzione interna, circa 11 miliardi di dollari. Quindi, pretendere dagli americani di importare ulteriormente è una partita persa. Quanto all’enorme export cinese, si tratta di un’onda che colpisce tutti ma l’Unione europea sta reggendo bene l’impatto. Infatti, se è vero che siamo in deficit di tonnellate, in valore monetario risultiamo comunque in surplus di circa 5 miliardi di euro.
Lo sbilancio principale dell’acciaio, allora, non è fuori ma è dentro l’Unione europea. Basti notare un fatto. Gli impianti tedeschi riciclano molto meno, inquinano molto di più e sono pure caratterizzati da minore produttività del lavoro. Eppure, la Germania è in surplus di 4,3 milioni di tonnellate, mentre l’Italia è in deficit di 3,5 milioni di tonnellate. Rivendicare un riequilibrio interno all’Ue costituirebbe non solo una legittima istanza nazionale ma anche una giusta proposta di pianificazione ecologica europea.
Sarebbe il caso di sollevare il problema con von der Leyen, che a parole insiste su una siderurgia europea “forte e de carbonizzata”. Ma forse i sedicenti patrioti di Meloni sono troppo indaffarati a cedere l’acciaio italiano a qualche speculatore di passaggio.
*(Fonte: Il Manifesto – Emiliano Brancaccio () è un economista e saggista italiano.)
06 – Geraldina Colotti *: VENEZUELA-USA, GEOPOLITICA DELL’ULTIMATUM
NEGLI UFFICI ADIACENTI IL PARLAMENTO, IN VENEZUELA, UN GRUPPO DI GIORNALISTI COMUNITARI PRODUCE CONTENUTI PER LA MULTIPIATTAFORMA INTERNAZIONALE ROMPIENDO FRONTERAS, COMUNICANDO ALTERNATIVAS (rompiendofronterasmundial@gmail.com ), CHE INTENDE LA COMUNICAZIONE IN TERMINI DI INFORMAZIONE, FORMAZIONE E MOBILITAZIONE GLOBALE: DAI TERRITORI AL MONDO. AL CONTEMPO, RICEVE I REPORT DEI COLLEGHI CHE STANNO ACCOMPAGNANDO IL PRESIDENTE VENEZUELANO, NICOLÁS MADURO, NELLA SUA VISITA AL QUARTIERE POPOLARE DI PETARE, IL PIÙ GRANDE DELL’AMERICA LATINA.
Le televisioni venezuelane trasmettono l’evento in diretta.
“Ehi, guardate qui!” esclama Franklin, che segue in particolare i social. Tutti si voltano verso lo schermo del computer, dove un cronista di opposizione sta trasmettendo “en vivo y en directo” un programma in YouTube. Con tanto di immagini e video di appoggio, sostiene che, in quello stesso momento, Maduro sta scappando in Iran. Nei giorni precedenti, lo davano in fuga verso il Brasile, il Qatar, la Russia… e dipingevano una Forza armata nazionale bolivariana (FANB) sull’orlo di disintegrarsi per le contraddizioni interne. Davano anche per certa la fuga del generale Jesús Rafael Suárez Chourio, figura storica del chavismo, oggi deputato. Per l’estrema destra, in Venezuela, è già iniziata la “transizione post-socialista”.
Tra il serio e il faceto, i giornalisti sbugiardano l’operazione e girano un piccolo video esplicativo. Serve a mostrare come il bombardamento di questo tipo di “informazione tossica”, lanciato da poderose piattaforme con l’algoritmo in poppa, non sia tanto rivolto all’interno del paese, quanto all’esterno, dove si situano i centri di finanziamento del fascismo venezuelano: quelli che spingono per un’aggressione militare da parte di Trump, sponsorizzati dal segretario di Stato, Marco Rubio.
Quegli stessi che accompagneranno il 10 di dicembre la golpista Maria Corina Machado a ritirare il lucroso Premio Nobel della pace: a cominciare dai governanti europei, passando per quelli dei paesi latinoamericani tornati a destra all’ombra di Trump. Gli altri, quelli che manifestano negli Stati uniti e in altre parti del mondo contro l’aggressione al Venezuela, non avranno buona stampa. Anzi, non ne avranno affatto: se non se ne parla, la realtà non esiste.
E così, i venezuelani all’estero rinviano le bufale di cui sopra ai loro parenti rimasti nel paese, i quali li amplificano nelle chat di condominio o in quelle nazionali. Si dà così luogo a un delirio di allarmi e dicerie, già ben descritto dal Manzoni a suo tempo: il meccanismo per cui un pettegolezzo che passa di bocca in bocca si arricchisce di particolari, fino a tornare a chi lo ha inventato per primo senza che questi lo riconosca, e lo rimetta in circolo ulteriormente arricchito di nuove invenzioni.
La funzione di questi think tank della disinformazione globale è quella di alimentare una bolla in gran parte inesistente, anche se basata su minacce reali. Per questo, il governo bolivariano sta moltiplicando le occasioni pubbliche, politiche, culturali e conviviali: con l’obiettivo di riconoscersi e farsi riconoscere rinnovando il legame sociale, e per testare il livello di reazione popolare in caso di aggressione armata. “Continuiamo tutto come sempre, ma stando attenti ai dettagli e in offensiva permanente”, ha riassunto Diosdado Cabello, ministro degli Interni giustizia e pace e vicepresidente del Psuv durante un evento pubblico con le organizzazioni di base.
I “dettagli” sono, per esempio, la cattura di un’aeronave “ostile” entrata nello spazio aereo venezuelano. Sono la “chiusura” dei cieli, imposta alle compagnie aeree dalla pressione Usa, che le ha spinte a interrompere i viaggi verso il paese bolivariano. Un boicottaggio che ha di fatto impedito l’arrivo di centinaia di invitati internazionali che avrebbero dovuto assistere alle giornate di solidarietà internazionali previste a Caracas in questi giorni.
Intanto, il presidente Maduro ha annunciato il passaggio “dalla lotta non armata a quella armata, basata sulla guerra popolare prolungata”. In tutti gli stati di frontiera, e soprattutto in quelli che custodiscono importanti raffinerie, come Falcón o Zulia, la vigilanza è permanente. Si effettuano esercizi di difesa preventiva in unione civico-militare, e si esibisce la forza, la preparazione e la coesione della Fanb, equipaggiata con tecnologie di difesa fornita da Russia, Cina e Iran.
Il messaggio lanciato a Trump è chiaro: gli conviene di più una guerra di aggressione in cui la resistenza popolare può decidere di distruggere i pozzi petroliferi e infiammare tutto il continente, oppure fare affari con il Venezuela in un rapporto di mutuo guadagno? Valutazione costi-benefici che deve aver pesato nella decisione del Tycoon Trump di chiamare al telefono il presidente venezuelano: una procedura inedita per l’amministrazione nordamericana, abituata a esigere e a farsi servire, e non a dialogare da pari a pari.
La telefonata, commentata da Maduro, ha innescato una ridda di speculazioni da parte dell’opposizione, subito riprese dalla stampa occidentale: Trump avrebbe dato un ultimatum a Maduro; questi avrebbe chiesto una montagna di dollari per lasciare il paese; l’aggressione militare al Venezuela sarebbe imminente perché il Pentagono ha ordinato una insolita quantità di pizza, come fece per l’aggressione all’Iraq, eccetera eccetera.
Suonando un tamburo o imbracciando un mitra di ultima generazione, cantando un rap contro la guerra o gridando consegne rivoluzionarie, il presidente venezuelano moltiplica gli incontri pubblici, si circonda di popolo e mostra l’ampiezza del consenso di cui gode la rivoluzione: né lui né la direzione civico-militare del governo bolivariano si nascondono nei bunker, come invece assicura la stampa di opposizione.
Per festeggiare la prima vittoria elettorale di Chávez, il 6 dicembre del 1998, la cittadinanza ha riempito le sale dei cinema in cui si sta proiettando la serie “Maduro, de Yare a Miraflores”, che racconta la gestazione del processo bolivariano, e fa a gara per farsi fotografare con gli attori.
Nonostante anni di misure coercitive unilaterali, illegali, denunciate con forza in una giornata internazionale indetta all’Onu, l’economia venezuelana continua a vantare la crescita più alta della regione. Lo dice la Cepal e lo ha commentato la vicepresidenta, Delcy Rodriguez, ministra degli Idrocarburi, durante l’esposizione del bilancio annuale in Parlamento. Ormai, come si vede dalle code alle casse dei supermercati e dalle merci che abbondano nei negozi, i venezuelani producono quasi il 90% di quel che consumano anche se devono vedersela con un nuovo picco di devastante inflazione, ossia un nuovo capitolo della “guerra alla moneta”.
Il parlamento ha votato l’Accordo di ripudio che riguarda il saccheggio del patrimonio venezuelano all’estero, e in particolare la vendita fraudolenta della grande raffineria Citgo, basata negli Stati uniti. Un furto derivato dall’autoproclamazione di un governo parallelo, inventato da Juan Guaidó e voluto dagli Usa. Una finzione che mantiene in piedi da 10 anni, un “parlamento” parallelo, messo in atto dall’opposizione nel 2015 e che ora serve a svendere Citgo a pressi irrisori (dopo averla fatta fallire con una gestione appositamente fraudolenta) per pagare onorari milionari agli “autoproclamati” che vivono all’estero. Anche i fondi di Citgo destinati a programmi di assistenza sociale, come il programma di trapianto di midollo osseo della Fondazione Simón Bolívar, sono stati dirottati per i consumi e i piani del “governo parallelo”. Una truffa sbugiardata anche dalla destra che ora fa vita in parlamento, e che ne conosce bene i meccanismi.
Una realtà che, però, non fa notizia, come non trovano spazio sui media internazionali le minuziose inchieste presentate dal governo bolivariano circa i “falsi positivi” che si producono da quando Trump ha deciso di inviare le truppe nel mar dei Caraibi per una presunta lotta al narcotraffico. Intanto, sono state bombardate numerose imbarcazioni, con un bilancio di 83 persone morte, la maggior parte pescatori o civili. Il presidente colombiano, Gustavo Petro, ha invitato la stampa a non usare il termine “narcolancia”, già abbondantemente in uso, per definire le imbarcazioni attaccate, parlando invece di vittime civili e pescatori che cercano di guadagnarsi la vita: persone che sono state disintegrate insieme alle eventuali prove di narcotraffico, e senza diritto al processo.
E tanti conti non tornano. Dalla propria esperienza di lotta al narcotraffico – i cui dati mostrano l’aumento esponenziale del numero di tonnellate di droga sequestrate da quando Chávez ha espulso la Dea – il governo bolivariano evidenzia alcune grossolane incoerenze nei video diffusi dagli Usa: per esempio l’assenza su queste lance della grande quantità di taniche di carburante, necessarie per non rimanere a secco nel percorrere lunghe distanze (quella con la Florida supera i 2.500 km) con un carico illegale che si deve occultare.
L’uso di attacchi aerei contro piccole imbarcazioni ha d’altronde suscitato interrogativi di diritto internazionale e discussioni accese nello stesso Congresso nordamericano, a cui spetta autorizzare azioni di guerra, dicono i deputati Dem, che promettono di presentare una risoluzione in merito. Intanto, in Venezuela, sono arrivate per un’udienza in parlamento le famiglie dei pescatori ammazzati, e anche le voci di alcuni sopravvissuti, che raccontano un’altra realtà.
Nel piazzale del parlamento venezuelano, i giornalisti aspettano i deputati, accompagnati dall’orchestra che si scatena nei ritmi caraibici. Un marcantonio dall’aria gioviale si avvicina per stringerci la mano. Si tratta del generale Chourio, quello che secondo l’ultimo “scoop” dell’opposizione, sarebbe fuggito in Russia. Pagine Esteri.
*(Geraldina Colotti (1956), giornalista e scrittrice, cura la versione italiana di “Le Monde diplomatique”. Esperta di America Latina, ha pubblicato saggi, raccolte di racconti e poesie)
07 – Anna Fabi *: LEGGE DI BILANCIO 2026, VERSO IL TESTO FINALE TRA NUOVE TASSE E STRETTA SUGLI AFFITTI
IL GOVERNO PRESENTA IL PACCHETTO DEFINITIVO DI EMENDAMENTI: STRETTA FISCALE SU AFFITTI BREVI E TRANSAZIONI FINANZIARIE, NUOVE AGEVOLAZIONI PER IMPRESE.
LA LEGGE DI BILANCIO 2026 ENTRA NELLA FASE DECISIVA. DOPO 49 GIORNI DALLA PRESENTAZIONE IN SENATO, IL GOVERNO HA PORTATO IN COMMISSIONE IL PACCHETTO DEFINITIVO DEGLI EMENDAMENTI, MENTRE IL VIA LIBERA FINALE DELLA CAMERA È ATTESO TRA NATALE E FINE ANNO. UNA MANOVRA COMPLESSA, COSTRUITA TRA REVISIONE DELLA SPESA E NUOVI EQUILIBRI FISCALI, CHE PUNTA A GARANTIRE COPERTURE SENZA PENALIZZARE CRESCITA E INVESTIMENTI.
L’Aula si riunisce lunedì 15 dicembre per la discussione della Manovra, con la Conferenza dei Capigruppo convocata per martedì 16 dicembre. Al voto andranno oltre 400 emendamenti selezionati dai gruppi parlamentari. Tra i temi più rilevanti: fondi per gli enti locali, finanziamenti per le metropolitane, risorse aggiuntive per le aree colpite dal sisma.
Aumenta la Tobin Tax sulle transazioni finanziarie
Cambia anche la fiscalità sulle operazioni in Borsa. La Tobin Tax, oggi allo 0,1%, raddoppierà allo 0,2% nel 2026 per arrivare allo 0,4% nel 2029. Secondo le stime dell’Esecutivo Meloni, la misura a regime garantirà 1 miliardo di euro l’anno. Una scelta che segue l’orientamento europeo di tassare maggiormente i movimenti finanziari ad alta frequenza.
Iper-ammortamento e compensazioni: novità per le imprese
Le imprese potranno contare su una versione potenziata dell’iperammortamento 4.0: sarà esteso ad almeno un biennio e potrà essere programmato con maggiore certezza. Inoltre, verrà eliminato il blocco alle compensazioni tra crediti fiscali e debiti Inps e Inail, che negli ultimi mesi aveva creato difficoltà soprattutto per le PMI impegnate in investimenti agevolati
Resta aperta anche la discussione sull’emendamento relativo alla proprietà delle riserve auree della Banca d’Italia, su cui è atteso un chiarimento dopo l’incontro tra il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e la presidente della BCE Christine Lagarde.
*(Fonte: PMI, it – Anna Fabi, giornalista)
08 – Luciana Cimino*: BERNINI ATTACCA ANCORA GLI STUDENTI: «PICCOLI LANDINI E SCHLEIN» – A BOLOGNA MEDICINA: DOPO I PASTICCI IL MUR CI RIPENSA, TUTTI IN GRADUATORIA
LA MINISTRA PER L’UNIVERSITÀ ANNA MARIA BERNINI NON SI SCUSA E ANZI RADDOPPIA. DOPO AVER DETTO CHE GLI STUDENTI CHE LA CONTESTAVANO AD ATREJU SUL FALLIMENTO DEL SEMESTRE FILTRO A MEDICINA ERANO «POVERI COMUNISTI», IERI È TORNATA AD ATTACCARLI DA BOLOGNA. «BISOGNA CHIAMARE LE COSE CON IL LORO NOME: NON È UNA CONTESTAZIONE DI STUDENTI, SONO STUDENTI DELL’UNIONE DEGLI UNIVERSITARI, QUINDI PICCOLI LANDINI E PICCOLI SCHLEIN CHE PROTESTANO PERCHÉ SONO CONTRARI ALLA RIFORMA», HA DETTO LA MINISTRA DURANTE L’INAUGURAZIONE DELL’UNIVERSITÀ DELL’ONU. PER POI AVVISARE LA MINORANZA: «NON USIAMO GLI STUDENTI COME ARMI IMPROPRIE GLI UNI CONTRO GLI ALTRI. LA POLEMICA POLITICA FACCIAMOLA ALTROVE».
Impossibile, per la Cgil e il Pd. «È un governo inadeguato e una ministra inadeguata – ha tuonato il segretario della Cgil di Bologna Michele Bulgarelli – Nei giorni scorsi hanno messo in discussione l’autonomia dell’Università di Bologna e poi sono arrivati a insultare gli studenti di Medicina». «Sarebbe stato auspicabile che, a mente fredda, Bernini chiedesse scusa agli studenti per la scomposta e imbarazzante reazione ad Atreju invece insiste associandoli a Landini e Schlein – ha commentato Alfredo D’Attorre, responsabile università del Pd – Gli studenti protestano non perché glielo chiediamo noi o la Cgil, ma perché gli era stato annunciata l’abolizione del numero chiuso e dei test a crocette e, invece, si ritrovano entrambe le cose in un sistema di selezione molto peggiorato, che ha creato il caos e che, nella migliore delle ipotesi, farà perdere un anno a due terzi di loro». Anche Cinquestelle e Più Europa attaccano. «Se un gruppo di studenti segnala un meccanismo selettivo percepito come ingiusto e stressante, la risposta delle istituzioni non può essere il bullismo, la derisione o lo scontro verbale», ha dichiarato il pentastellato Sergio Costa. E Riccardo Magi: «Le riforme serie si fanno investendo negli atenei non sulla pelle degli studenti. Bernini dovrebbe dimettersi».
Nonostante le criticità emerse da rettori e medici durante la stesura della riforma, Bernini è andata comunque avanti e anche dopo il caos del semestre filtro rivendica pienamente la scelta dell’abolizione del numero chiuso. «Prima c’erano solamente alcuni che entravano sulla base del lancio della monetina, di un momento di fortuna o di sfortuna, ora si formano per sei mesi e alla fine o riempiono la graduatoria o scivolano sulle materie affini». Ma le proteste degli studenti continuano, così come i ricorsi sulla riforma. «L’organizzazione del semestre filtro di medicina è fallace e incapace di garantire condizioni realmente omogenee e trasparenti. Non può essere questa la risposta alla necessità di formare nuovi medici», ha spiegato l’Udu.
La ministra solo dopo le contestazioni ha ammesso che almeno due dei quesiti somministrati durante le prove erano sbagliati. Adesso tocca ai funzionari del Mur trovare la quadra: una delle ipotesi sul tavolo prevede che gli studenti che hanno affrontato gli esami siano tutti nella graduatoria nazionale che stabilirà l’accesso alla facoltà. Nel dettaglio, i candidati che all’esito del secondo appello avranno conseguito almeno tre 18, saranno i primi della graduatoria; a seguire ci saranno gli studenti che hanno conseguito due 18 e una insufficienza; a scalare tutti gli altri. Chi non ha ottenuto almeno 18 nelle tre materie si vedrà dunque assegnata la sede, e in quell’ateneo dovrà recuperare i crediti formativi mancanti. Gli esiti saranno noti prima di Natale e a gennaio sarà pronta invece la graduatoria nazionale. Anche la ministra aveva assicurato: «non ci saranno sanatori
*(Fonte: Il Manifesto – Luciana Cimino, scrive per il Manifesto, Responsabile comunicazione per Human Foundation dal 2014 a luglio 2016. Per 4 anni è stata media relations consultant per l’agenzia di comunicazione Hdrà- …)
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