Il Trattato sulla manodopera Germania-Italia del 1955 dal punto di vista di un’emigrata

Nella costituzione sia italiana che tedesca vi è scritto come base fondamentale che il lavoro del Governo deve orientarsi a realizzare il bene del popolo per far sì che esso possa vivere una vita dignitosa nel proprio paese. Questa è la massima responsabilità politica.

I governi italiani a partire dal 1868 hanno stipulato 234 accordi bilaterali con vari stati del mondo per incentivare l’espatrio del proprio popolo e non adempiere a questo preciso dovere che hanno verso di esso.

L’accordo con il Belgio prevedeva addirittura uno “scambio”: 200 Kg. di carbone per ciascun emigrato italiano.

I 136 minatori italiani morti nella tragedia di Marcinelle, l’8 agosto 1956, estraevano probabilmente proprio quel carbone che serviva per effettuare lo scambio con altri connazionali.

L’emigrazione è stata vista come via d’uscita per sottrarsi ai propri obblighi costituzionali verso i cittadini, costretti ad abbandonare affetti, radici e dignità per ricominciare da zero altrove, senza alcun reale sostegno da parte dello Stato.

Gli emigrati hanno dovuto affrontare razzismo, sfruttamento, condizioni disumane e sacrifici incalcolabili. Anche in Germania.

Il fatto che la grande maggioranza di essi siano comunque riusciti ad affermarsi sia nel mondo del lavoro che nella propria vita si è basato esclusivamente sulle proprie capacità e le proprie forze. Non sono quel che sono grazie allo Stato italiano, ma nonostante esso.

Oggi si continua ad emigrare. Certamente le condizioni sono differenti ma la motivazione resta la stessa, come resta la stessa anche la responsabilità politica, pur in assenza di nuovi accordi.

Le motivazioni tedesche che hanno portato a questo accordo del 1955 non sono altrettanto “Nobili”.

C’era da ricostruire il Paese dopo la distruzione della guerra. Esisteva il rischio della Piena occupazione e bisognava impedire a tutti i costi che i salari si alzassero; perciò bisognava fare entrare ulteriore manodopera a basso costo dall’estero. Peccato che chiesero braccia da lavoro ma arrivarono esseri umani.

Alcuni ricevettero baracche di legno dove poter dormire. Altri neanche quello. Gli emigrati non erano i benvenuti in Germania e hanno vissuto sulla propria pelle il razzismo verso di loro sotto tutti i punti di vista. Questa situazione è durata decenni.

Dal 1868, oltre 35 milioni di italiani hanno lasciato il proprio Paese.

Ogni accordo bilaterale rappresenta il fallimento politico del governo che l’ha sottoscritto per il quale nessun governo si è presa sinora la responsabilità ammettendo questo fallimento.

Nessuno ha chiesto finora “ scusa” ai connazionali per quel che hanno dovuto subire all’estero.

La non elaborazione della questione dell’emigrazione porta agli attuali problemi, sul diritto di cittadinanza, diritto pensionistico, diritto fiscale, diritto tributario, diritto sociale verso gli emigrati che li rende spesso cittadini di terza classe senza una effettiva e giusta rappresentanza politica.

I Comites, il CGIE non possono rappresentare se non hanno potere decisionale su questioni legate all’emigrazione.

Anche il numero dei Parlamentari previsti per l’estero non è affatto rappresentativo per la quantità dei cittadini che vivono all’estero.

Esigiamo finalmente rispetto e giustizia. Non chiaccchiere paternalistiche o inopportune glorificazioni di un pezzo di storia molto discutibile.

Questa commemorazione non è un giorno di festa, ma di ricordo di un trattato fatto sulla pelle del popolo.

Giuseppa Paglia

(emigrata, figlia di emigrati)

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1 commento

  1. Sono d’accordo con Pina. Lo stato italiano si e’ sempre dimenticato dei suoi emigrati. Soprattutto a livello politico non li ha mai sostenuti

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