
01 – Alastair Crooke *: Il quadro finanziario e geopolitico mondiale in un momento di imminente disordine.
02 – Un crimine storico: l’ONU consegna Gaza ai suoi carnefici. Dice l’autore della Newsletter BettBeat qui sotto riportata, che “la salvezza non verrà dall’alto”: giustissimo ed assodato! Dice che quello consumato in sede ONU il 17 novembre è “un tradimento”.
03 – Alfiero Grandi Autonomia, premierato e legge Nordio: il puzzle eversivo della destra. O4 – Alfiero Grandi*: Crescono i comitati per il No, la legge Nordio è un tassello dell’attacco governativo alla Costituzione
05 – Marzio Bartoloni*: Trapianto record: cuore viaggia da Atene a Torino per 1.600 chilometri senza mai smettere di battere. Il ricevente è un uomo di 65 anni affetto da una grave cardiomiopatia dilatativa post-infartuale in attesa del trapianto da circa un anno
06 – Barbara Weisz *: Autonomia differenziata in quattro Regioni: come funzionerà
07 – Geraldina Colotti *: Venezuela. Trump: “Ho già deciso, ma non ve lo dico”. Caracas è pronta.
08 – Giuseppe Gagliano *: Non c’è pace per la Ue. Sembra una barzelletta, ma purtroppo è il riassunto dello stato dell’Unione Europea.
01 – Alastair Crooke *: IL QUADRO FINANZIARIO E GEOPOLITICO MONDIALE IN UN MOMENTO DI IMMINENTE DISORDINE
IL TENTATIVO DI TRUMP DI COSTRUIRE UNO “SCENARIO BUDAPEST” – OVVERO UN VERTICE PUTIN-TRUMP BASATO SULLA PRECEDENTE “INTESA” IN ALASKA – È STATO ANNULLATO UNILATERALMENTE (DAGLI STATI UNITI) TRA LE POLEMICHE. PUTIN AVEVA AVVIATO LA TELEFONATA DI LUNEDÌ, DURATA DUE ORE E MEZZA. A QUANTO PARE, CONTENEVA DURE DICHIARAZIONI DI PUTIN SULLA MANCANZA DI PREPARAZIONE DEGLI STATI UNITI A UN QUADRO POLITICO, SIA PER QUANTO RIGUARDA L’UCRAINA, MA SOPRATTUTTO PER QUANTO RIGUARDA LE PIÙ AMPIE ESIGENZE DELLA SICUREZZA DELLA RUSSIA.
Tuttavia, quando è stata annunciata dalla parte americana, la proposta di Trump era tornata (ancora una volta) alla dottrina di Keith Kellogg (l’inviato statunitense per l’Ucraina) di un “conflitto congelato” sulla linea di contatto esistente prima di qualsiasi negoziato di pace, e non viceversa.
Trump doveva sapere ben prima che i colloqui di Budapest venissero discussi che questa dottrina Kellogg era stata ripetutamente respinta da Mosca. Allora perché ha ribadito la sua richiesta? In ogni caso, lo scenario del vertice di Budapest ha dovuto essere annullato dopo che la telefonata di “impostazione” concordata in precedenza tra il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov e il Segretario di Stato Marco Rubio si è scontrata con un muro. Lavrov ha ribadito che un cessate il fuoco in stile Kellogg non avrebbe funzionato.
Parrebbe che l’amministrazione statunitense si aspettasse che le sue minacce di fornire all’Ucraina missili Tomahawk, nel contesto dell’inasprimento della retorica statunitense sugli attacchi in profondità alla Russia, avrebbero esercitato una pressione sufficiente a far accettare a Putin un congelamento immediato, rimandando sine die ogni discussione sui dettagli e una soluzione più ampia.
Secondo quanto riferito, gli analisti militari russi hanno detto a Putin che le minacce di Trump erano un bluff: anche se le forniture di Tomahawk fossero state rese disponibili, la quantità sarebbe stata limitata e non avrebbe inflitto alcuna sconfitta tattica o strategica alla Russia.
Il corso degli eventi implica che o Trump non abbia colto questa “realtà” russa, nonostante due anni di ripetute dichiarazioni secondo cui la Russia non avrebbe ceduto a un “congelamento immediato”. Oppure in alternativa che gli interessi del “denaro sporco” si siano abbattuti duramente su Trump, dicendogli che un vero processo di pace con la Russia non era consentito. Così Trump ha annullato l’intero scenario, borbottando ai media che un incontro a Budapest sarebbe stato “una perdita di tempo”, lasciando la sua amministrazione (il Segretario al Tesoro statunitense Bessent) ad annunciare nuove sanzioni contro le maggiori compagnie petrolifere russe, accompagnate da un appello agli alleati a unirsi a loro.
Ricordiamolo: la realtà “russa” è che Putin non vorrebbe ripetere l’errore del 1918, quando la Russia firmò l’umiliante pace di Brest-Litovsk, sotto la pressione della Germania. Putin ripete spesso che furono proprio le pressioni per “fermarci e basta” nel 1918 a costare alla Russia il suo status di grande potenza, e a farle perdere intere generazioni di russi. Lo sforzo colossale di milioni di persone fu barattato con l’umiliante pace di Brest-Litovsk. Seguirono caos e collasso.
Putin rimane concentrato sulla realizzazione di una nuova architettura di sicurezza a livello europeo, sebbene la capricciosità e i vincoli invisibili di Trump mettano in discussione nuove chiamate o nuovi incontri da parte di Putin. Putin è furioso: molte “linee rosse” russe sono state oltrepassate; l’escalation è alle porte, forse a un livello senza precedenti.
Gli europei, imperterriti dall’annullamento dell’incontro di Belgrado, stanno promuovendo un “nuovo/vecchio” piano in dodici punti che escluderebbe concessioni territoriali e prescriverebbe un cessate il fuoco lungo le attuali linee del fronte. Gli strati dominanti occidentali stanno rendendo la situazione estremamente chiara: la Russia deve essere sconfitta. L’escalation è già iniziata: sono state annunciate nuove sanzioni UE sulle importazioni di gas russo nell’UE e sono stati lanciati attacchi notturni alle raffinerie di petrolio in Ungheria e Romania (quest’ultima è uno stato NATO). Ancora una volta, il messaggio agli stati dell’UE è chiaro: nessuna arretramento. Il primo ministro polacco Donald Tusk ha sottolineato su X il punto: “Tutti gli obiettivi russi nell’UE sono legittimi”. L’UE è chiaramente disposta a fare qualsiasi cosa per fare la guerra da sola e costringere all’adesione.
Considerato che Kiev non può prendere in considerazione l’idea di ritirarsi da qualsiasi parte del suo territorio – mentre la Russia mantiene la preponderanza della forza – è difficile immaginare come un negoziato sia fattibile in questo momento. Probabilmente, la questione dell’Ucraina sarà risolta con una prova di forza. L’urgenza dell’UE nel tentativo di conquistare Trump riflette probabilmente il timore dell’accelerazione e dell’accumulo di vittorie militari russe.
Tutta questa agitazione in Russia si sta verificando mentre Bessent si reca a Kuala Lumpur per contestare la risposta della Cina all’improvvisa estensione da parte degli Stati Uniti – dopo aver tenuto colloqui commerciali apparentemente promettenti – dei controlli sulle esportazioni di prodotti tecnologici importati dalla Cina. La Cina ha risposto promulgando controlli sulle terre rare per rappresaglia.
Trump, furioso, è esploso, minacciando la Cina con dazi del 100%. Il mercato azionario statunitense, seguendo uno schema consolidato, è inizialmente crollato, ma Trump ha rapidamente pubblicato un annuncio ottimistico in tempo per l’apertura del “mercato dei futures”, e gli acquirenti si sono precipitati, con le azioni che hanno raggiunto massimi storici. Per gli americani, tutto è andato bene.
Tuttavia, lunedì scorso, il linguaggio elogiativo e positivo di Trump nei confronti della Cina è inaspettatamente salito all’undicesimo volume: “Penso che quando termineremo i nostri incontri in Corea del Sud [con Xi], la Cina e io avremo un accordo commerciale davvero equo e davvero ottimo”, ha affermato Trump. Ha espresso la speranza che la Cina riprenda gli acquisti di soia americana dopo il crollo delle importazioni di Pechino a causa dello stallo tariffario. Ha anche esortato la Cina “a smettere con il fentanil “, accusando le autorità cinesi di non aver frenato le esportazioni dell’oppioide sintetico e dei suoi precursori chimici.
E solo per assicurarsi che il mercato azionario raggiungesse un nuovo record, Trump ha aggiunto che non pensa che “la Cina voglia invadere Taiwan”.
Tuttavia, ora che Mosca ha effettivamente posto fine allo scenario “Budapest” degli Stati Uniti, la domanda è: anche il presidente Xi deciderà che continuare con i capricci di Trump non vale l’inevitabile angoscia (l’incontro in Corea del Sud non è ancora confermato)? E l’angoscia sembra destinata a salire alle stelle.
Forse, tuttavia, il passaggio di Trump a un linguaggio così eccessivamente positivo nei confronti della Cina riflette qualcos’altro: forse uno sviluppo scioccante per Trump e gli Stati Uniti?
Ci si aspettava che il neo-insediato Primo Ministro del Giappone, Sanae Takaishi, una volta insediatosi, avrebbe adottato una forte retorica anti-cinese, rafforzato l’alleanza con gli Stati Uniti, aumentato la potenza militare del Giappone e contenuto Pechino.
Eppure è successo il contrario.
Nel suo primo discorso alla nazione, Takaishi ha affermato che non avrebbe sostenuto la guerra commerciale degli Stati Uniti contro la Cina e non sarebbe diventata uno strumento di pressione economica statunitense. Ha criticato apertamente la politica tariffaria di Trump, definendola “l’errore più pericoloso del XXI secolo”.
La Reuters ha commentato che la sua posizione è stata del tutto inaspettata a Washington. Un vero shock. È emerso che, da quando ha assunto l’incarico, il nuovo Primo Ministro ha tenuto una serie di incontri con le più grandi aziende giapponesi, che le hanno trasmesso un messaggio unificato e urgente: semplicemente, l’economia giapponese non sopravvivrà a un’altra guerra commerciale.
Poi, una settimana dopo il suo insediamento, ha espresse apertamente il suo sostegno alla Cina, attuando la più grande svolta in politica estera dalla Seconda Guerra Mondiale. La Cina non era più il “nemico”.
È iniziata una nuova era in Asia. Trump è sotto shock: ha accusato Takaishi di aver tradito i principi del libero scambio. La CNN l’ha definita una “pugnalata alla schiena” da parte di uno stretto alleato.
Ma il peggio doveva ancora venire: i sondaggi mostravano che il Primo Ministro godeva del 60% di sostegno per la sua posizione sull’indipendenza economica del Giappone, e più del 50% sosteneva anche la sua posizione sulla Cina!
Bloomberg ha sganciato un’ulteriore bomba: Takaishi ha avviato, in collaborazione con Cina e Corea del Sud, una ricalibrazione strategica dell’architettura monetaria asiatica in risposta al crescente uso del potere economico da parte di Washington come leva finanziaria. Cina, Giappone e Corea del Sud stanno costruendo un’area monetaria comune. Lo scambio trilaterale proposto consentirebbe ai tre di regolare gli scambi commerciali, estendere la liquidità e gestire le crisi attraverso le proprie valute, in completa indipendenza dall’Occidente.
Se questi progetti dovessero maturare, si intaccherebbe l’impalcatura del primato del dollaro statunitense, sottraendo il 15% del commercio globale alla sfera del dollaro e, probabilmente, si assisterebbe al crollo dell’intero equilibrio di potere asiatico (filo-occidentale).
E va oltre: la visione di Takaishi si integrerebbe con l’implementazione del sistema di compensazione digitale SCO/BRICS in tutta l’Asia centrale. Eppure Trump vuole lo smantellamento dei BRICS, insieme a qualsiasi altra minaccia all’egemonia del dollaro statunitense. Aspettatevi un’escalation: ulteriori minacce di dazi.
Se la Cina non rispondesse con sufficiente entusiasmo all’offensiva di Trump, la situazione probabilmente si intensificherebbe di pari passo con l’escalation nei confronti della Russia (Venezuela e forse Iran). Trump ha già minacciato il Giappone di sanzioni, anche se questo sembra destinato solo ad avvicinare il Giappone alla Cina, dove ora risiede il predominio degli interessi commerciali giapponesi.
Ci attende un periodo volatile, probabilmente caratterizzato da violente oscillazioni nei mercati finanziari.
Russia e Cina rimangono strettamente allineate sulle questioni geopolitiche, ed entrambe potrebbero avere altri motivi per continuare a dialogare con Trump (anche solo per evitare di innescare inavvertitamente una crisi finanziaria in Occidente di cui saranno accusate), o per scopi di deconflittualità militare. Ma sembra che, più che per questi soli Stati, le tattiche di leva di Trump si stiano ritorcendo contro di loro, mentre la crisi del debito e del credito negli Stati Uniti si aggrava sempre di più.
Ognuna di queste relazioni geopolitiche potrebbe incendiarsi. Ucraina-Russia, Venezuela, Iran, Siria, Libano, Pakistan-India e, naturalmente, Gaza e Cisgiordania, sono solo alcuni dei punti caldi. La situazione è fragile; Trump esiste al di là dell’analisi strategica, e gli europei sono privi di una vera leadership e sono internamente immersi in una psicosi bellica.
Come dice un vecchio proverbio viennese: “A Vienna la situazione è disperata, ma non seria” (ovvero non aspettatevi che qualcuno in Occidente reagisca con un minimo di sobrietà).
*(Alastair Crooke, ex diplomatico britannico ed è il fondatore e direttore del Conflitti Forum con sede a Beirut, un’organizzazione che sostiene l’impegno tra l’Islam politico e l’Occidente.)
02 – UN CRIMINE STORICO: L’ONU CONSEGNA GAZA AI SUOI CARNEFICI. DICE L’AUTORE DELLA NEWSLETTER BETTBEAT QUI SOTTO RIPORTATA, CHE “LA SALVEZZA NON VERRÀ DALL’ALTO”: GIUSTISSIMO ED ASSODATO! DICE CHE QUELLO CONSUMATO IN SEDE ONU IL 17 NOVEMBRE È “UN TRADIMENTO”.
Non concordiamo con tale giudizio poiché per noi è assodato che l’ONU è un consesso del potere capitalistico mondiale dove si cerca di far quadrare i conti fra i diversi e contrapposti interessi di Stati e blocchi” capitalistici, comunque e sempre orientati dal loro comune obiettivo di contenere e stroncare ogni potenziale di forza rivoluzionaria che si manifesti ai quattro angoli del mondo.
L’atto di “tradimento istituzionale” siglato dal Consiglio di sicurezza il 17 novembre con un voto schiacciante di 13 a 0 e l’astensione dei due pezzi grossi russo e cinese, non è che l’ultimo atto di una lunga storia di infame e criminale real-politik delle diplomazie e cancellerie borghesi. Vogliamo ricordare fra gli altri e in quanto particolarmente infame e criminale, la liquidazione del grande patriota rivoluzionario africano Patrice Lumumba avvenuta sotto la copertura ONU. Anno 1961!
Sono passati 64 anni da quella operazione criminale e la situazione è ben diversa: la forza rivoluzionaria in Palestina e in tutta l’Asia occidentale è ben lontana dall’essere liquidata. Nonostante tutti i pesanti colpi subiti, l’Asse della Resistenza è in piedi. Non è stato (ancora) disarmato. Non è in ginocchio. Gli accordi criminali siglati in sede ONU senza alcun voto contrario e con l’astensione di Russia e Cina, devono “essere ratificati” sul campo di battaglia a Gaza, in Libano, nello Yemen, in Iran.
Questo tradimento conferma che la salvezza non verrà dall’alto. Ogni bambino giustiziato, ogni crimine barbaro sancito dalle Nazioni Unite, dimostrano che questo sistema è incurabile e che è giunto il momento di porvi fine.
Il voto di lunedì non è stato solo un tradimento della Palestina; è stata una dichiarazione di guerra contro tutti coloro che credono nella dignità umana. Il Consiglio di Sicurezza ci ha mostrato chiaramente di cosa si tratta.
Le maschere sono finalmente cadute. Il 17 novembre 2025, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha commesso quello che sembra essere uno degli atti di tradimento istituzionale più oltraggiosi della storia umana. Con un voto di 13 a 0, con due astensioni, l’organismo creato per prevenire il genocidio ha ufficialmente consegnato il controllo dei sopravvissuti di Gaza, tra cui decine di migliaia di bambini orfani, agli sterminatori.
Questo non ha nulla a che fare con la diplomazia. Né con il compromesso. Questa è la soluzione finale dell’élite globale al problema palestinese: trasformare le vittime del genocidio in schiave dei loro carnefici.
La risoluzione presentata come il” piano di pace” di Donald Trump sovverte tutti i principi che dovrebbero governare il diritto internazionale. Pone Gaza sotto il controllo di un” Consiglio di Pace” guidato dallo stesso Donald Trump, lo stesso Trump che ha trasferito l’ambasciata americana a Gerusalemme, ha tagliato gli aiuti ai rifugiati palestinesi e ha dato a Netanyahu carta bianca per attuare la pulizia etnica. Questo consiglio ha il compito di” coordinare” le sue iniziative con Israele, lo stato genocida, per governare il popolo che ha cercato di sterminare per due anni.
RILEGGETELO ATTENTAMENTE. LE VITTIME DEVONO ESSERE DISARMATE. GLI AUTORI, INVECE, RIMANGONO COMPLETAMENTE ARMATI.
La tempistica aggiunge ulteriore oscenità. Per due anni, mentre Israele perpetrava il genocidio a Gaza, il Consiglio di Sicurezza non ha fatto nulla. Mese dopo mese, mentre il bilancio delle vittime saliva a centinaia di migliaia, mentre intere famiglie venivano cancellate dalla mappa, mentre ospedali e scuole venivano polverizzati, mentre ostaggi palestinesi venivano stuprati davanti alle telecamere, mentre la carestia veniva usata come arma contro due milioni di persone, il Consiglio non ha preso alcuna iniziativa. L’uso deliberato, spudorato e ripetuto del veto statunitense ha garantito l’impotenza istituzionale di fronte a un massacro di massa. Le risoluzioni che chiedevano un cessate il fuoco sono state bloccate. Le misure di responsabilizzazione sono state eliminate. I civili non sono stati protetti.
L’inazione divenne la caratteristica distintiva del Consiglio, prova della sua inefficacia e della sua diffusa corruzione. E poi, finalmente, dopo due anni di paralisi, dopo innumerevoli appelli da parte di organizzazioni umanitarie ed esperti di diritti umani, mentre la Corte Internazionale di Giustizia adottava misure provvisorie ritenendo plausibile il genocidio, il Consiglio di Sicurezza agì finalmente. Ma non per fermare il genocidio. Né per proteggere le vittime. Né per chiamare a risponderne i responsabili.
LI HA RICOMPENSATI.
La prima misura sostanziale adottata dal Consiglio di Sicurezza in risposta al genocidio di Gaza è stata quella di affidare il controllo dei sopravvissuti ai responsabili del loro sterminio. Non si tratta di un fallimento. È collaborazione.
Forse il dettaglio più sconvolgente è nascosto tra le clausole di questo accordo: il destino dei bambini di Gaza. Le bombe americane sganciate dall’esercito israeliano hanno reso orfani decine, se non centinaia di migliaia, di bambini palestinesi. Questi bambini traumatizzati e indifesi saranno ora posti sotto il controllo amministrativo della stessa élite miliardaria predatrice che ha viaggiato sul” Lolita Express” di Jeffrey Epstein. Gli orfani di Gaza stanno per diventare bestiame umano nel mercato globale della sofferenza controllato dall’élite.
ANATOMIA DI UN TRADIMENTO
Craig Mokhiber, ex responsabile delle Nazioni Unite per i diritti umani, dimessosi in segno di protesta contro la complicità dell’organizzazione nel genocidio, ha rivelato la portata di questo tradimento in un’analisi schiacciante. Ha sottolineato che il Consiglio di Sicurezza non solo non è riuscito a fermare il genocidio, ma lo ha addirittura premiato. La risoluzione priva i palestinesi del loro diritto all’autodeterminazione, disarma le vittime mentre i colpevoli rimangono pesantemente armati e istituisce un’amministrazione coloniale guidata da Stati Uniti e Israele.
Ma l’aspetto più eclatante di questo tradimento deriva meno da ciò che le potenze occidentali hanno fatto, quanto da ciò che non sono riuscite a fare: non potremmo aspettarci di meglio dagli architetti del capitalismo e dell’imperialismo globali. Il vero abominio risiede nell’inazione di Russia e Cina. Sebbene abbiano espresso aspre critiche al carattere coloniale della risoluzione e ne abbiano riconosciuto la violazione del diritto internazionale, entrambe le nazioni hanno scelto di astenersi piuttosto che porre il veto.
Questa astensione rivela il grande inganno del nostro tempo: l’assenza di una qualsiasi significativa opposizione all’imperialismo occidentale da parte delle principali potenze mondiali. Nella migliore delle ipotesi, competono per il diritto di sfruttare e opprimere. Russia e Cina, nonostante la loro retorica multipolare e anti-imperialista, in ultima analisi servono lo stesso dio che i loro presunti avversari adorano: il dio che incarna l’accumulazione di capitale e il potere statale.
Lunedì, l’élite globale ha dimostrato la sua unità. Di fronte alla scelta tra i bambini palestinesi e gli interessi geopolitici, tutte le grandi potenze hanno scelto i propri interessi. Possono competere per mercati e risorse, ma sono fermamente impegnate a mantenere un ordine mondiale in cui ricchezza e potere le pongano al di sopra della legge, dell’etica e della decenza umana.
Ecco perché lo sterminio della Palestina è sempre stato un progetto globale. Ciò a cui stiamo assistendo, come ho già scritto, non è solo un genocidio perpetrato da Israele, è un genocidio globale contro i palestinesi, perpetrato da tutti gli attori della struttura di potere imperialista.
Questo tradimento infrange l’illusione al centro di tanti movimenti progressisti dell’ultimo decennio: la convinzione che stiamo assistendo a una lotta tra nazioni piuttosto che tra classi. Abbiamo riposto le nostre speranze nei BRICS, nei paesi del Sud del mondo, e nell’emergere di un mondo multipolare in grado di sfidare l’egemonia occidentale.
Il voto di lunedì ha rivelato la patetica ingenuità di questa visione del mondo. Non c’è alcuna differenza significativa tra i miliardari occidentali e quelli del Sud del mondo, tra i criminali di guerra americani e quelli russi. Sono tutti membri della stessa élite globale e, quando i loro interessi fondamentali sono minacciati, serrano i ranghi contro il resto dell’umanità.
La causa palestinese ha rivelato la bancarotta morale dei potenti del mondo. Smaschera i loro inganni e costringe ogni governo, ogni istituzione, ogni leader a scegliere tra giustizia e complicità. Il voto di lunedì è stato la prova definitiva, e tutte le principali potenze hanno fallito miseramente.
Russia e Cina avrebbero avuto il potere di porre fine a questa atrocità con un semplice veto. Ma hanno scelto di dare priorità ai negoziati con gli Stati Uniti sull’Ucraina e agli accordi commerciali rispetto alla vita dei bambini palestinesi.
IL COLLEGAMENTO CON EPSTEIN
Il controllo statunitense su Gaza ha implicazioni terrificanti per chiunque abbia un briciolo di coscienza. La stessa classe di miliardari predatori che ha facilitato e partecipato al traffico di minori di Jeffrey Epstein ora eserciterà autorità amministrativa su decine, se non centinaia, di migliaia di bambini palestinesi orfani.
Questa non è né un’esagerazione né una teoria del complotto, ma la logica conseguenza del controllo di bambini vulnerabili da parte di un sistema che eleva sistematicamente i predatori sessuali ai più alti livelli di potere. Le predisposizioni psicologiche che permettono ai miliardari di distruggere intere economie per profitto – una totale mancanza di empatia, una totale disumanizzazione degli altri e una crudeltà sconfinata al servizio del proprio piacere personale – sono anche quelle che spingono alla predazione sessuale sui bambini.
La rete di Epstein non era un’aberrazione del sistema capitalista, ma la sua espressione più perfetta. Gli uomini che violentavano i bambini sulla sua isola stavano contemporaneamente saccheggiando intere economie attraverso i loro meccanismi finanziari. La stessa capacità di disumanizzazione che li porta a percepire i bambini come merci sessuali li spinge anche a trattare i lavoratori come risorse usa e getta e la popolazione generale come un danno collaterale accettabile nella loro ricerca del profitto.
Oggi, questi predatori o i loro eredi ideologici controlleranno le vite e i destini dei bambini più vulnerabili di Gaza. La” forza di stabilizzazione” che intendono schierare non sarà uno strumento di mantenimento della pace, ma un mezzo per sfruttare, trafficare e consumare i sopravvissuti al genocidio.
“Nella sua lettera di dimissioni del 2023, Craig Mokhiber ha messo in guardia dalla complicità delle Nazioni Unite nel genocidio attraverso la loro inazione. Il voto di lunedì ha dimostrato che questa complicità si è trasformata in partecipazione attiva.”
IL RANTOLO MORTALE DELLE NAZIONI UNITE
La risoluzione di lunedì segna la morte effettiva dell’ONU, diventata uno strumento di oppressione al servizio delle élite. Per 80 anni, l’ONU ha sempre affermato di essere al servizio delle più alte aspirazioni dell’umanità. Questa pretesa è appena morta a Gaza, vittima delle stesse potenze che da due anni attaccano senza sosta i bambini palestinesi.
L’organizzazione, che si proponeva di prevenire un altro Olocausto, ha ora ufficialmente approvato un genocidio in corso. L’organismo che afferma di rispettare il diritto internazionale ha apertamente violato tutti i principi dei diritti umani e dell’autodeterminazione. L’istituzione che afferma di proteggere i più vulnerabili ha consegnato i bambini nelle mani dei loro predatori.
Questo fallimento non riguarda le riforme, ma il sistema stesso. L’ONU ha finalmente rivelato le sue vere intenzioni: legittimare le atrocità piuttosto che combatterle, a patto che servano gli interessi dell’élite. Non protegge i più vulnerabili, ma li consegna ai loro oppressori. Non si preoccupa di far rispettare la giustizia, ma di fornire un quadro giuridico per i crimini più efferati.
Nella sua lettera di dimissioni del 2023, Craig Mokhiber ha messo in guardia dalla complicità delle Nazioni Unite nel genocidio attraverso la sua inazione. Il voto di lunedì ha dimostrato che questa complicità si è trasformata in partecipazione attiva. Il Consiglio di Sicurezza non solo non è riuscito a fermare il genocidio, ma è diventato uno strumento di genocidio, usando la sua presunta autorità per ricompensare i colpevoli e perseguitare le vittime. …
Cosa fare?
Se il tradimento di lunedì ci insegna qualcosa, è che la salvezza non verrà dall’alto. Nessun governo, nessuna organizzazione internazionale, nessuna istituzione globale ci salverà dai poteri che stanno distruggendo il nostro mondo. Gli stessi interessi di classe che hanno portato il Consiglio di Sicurezza a consegnare i bambini palestinesi ai loro carnefici contribuiscono anche alla crisi climatica, alla disuguaglianza di ricchezza che condanna miliardi di persone alla povertà e al complesso militare-industriale che trae profitto da guerre perpetue.
L’alternativa non è tra l’imperialismo americano e il socialismo del Sud, tra il neoliberismo europeo e l’oligarchia russa, ma tra la classe dirigente globale e il resto dell’umanità. Tra coloro che riducono gli altri a semplici merci e coloro che credono nella dignità intrinseca di ogni individuo. Tra un sistema che premia i predatori con ancora più potere e un mondo incentrato sulla cooperazione e la solidarietà umana.
La resistenza palestinese continua nonostante il disimpegno di tutte le principali potenze mondiali. La loro lotta ci ricorda che la vera liberazione non viene dai potenti, ma dagli oppressi; non dalle istituzioni, ma dalle lotte collettive; non dai governi, ma dal popolo stesso.
Ogni bambino assassinato a Gaza, ogni orfano consegnato agli assassini dei propri genitori, ogni crimine di disumanizzazione avallato dalle Nazioni Unite ci ricorda che questo sistema è incurabile e che è giunto il momento di smantellarlo
03 – Alfiero Grandi Autonomia, premierato e legge Nordio: il puzzle eversivo della destra.
Alla vigilia delle elezioni regionali del 23-24 novembre, il governo ha rimesso in moto l’autonomia regionale differenziata, aggirando le due sentenze della Corte Costituzionale sulla legge Calderoli e i vincoli che queste hanno introdotto. Per questo ha firmato pre-intese con quattro regioni – Veneto, Lombardia, Piemonte, Liguria – lasciando di stucco i presidenti di altre regioni, come Occhiuto della Calabria, che avevano chiesto prudenza e voce in capitolo. In sostanza, Calderoli procede verso l’autonomia differenziata con quattro regioni del Nord e scrive nelle pre-intese che l’avvio formale sarà entro il 31/12/2025.
Ora a Occhiuto sarà chiaro che, oltre alle prestazioni sanitarie che la sua regione paga già ogni anno per l’assistenza ai calabresi al Nord (ben 308 milioni nel ‘24), i presidenti leghisti di Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria stanno dando l’assalto alla diligenza del bilancio sanitario nazionale per ottenere più potere e più quattrini. A spese, è ovvio, del Mezzogiorno.
Il Sistema Sanitario Nazionale verrebbe così indebolito e i sistemi regionali sarebbero sempre più divaricati tra loro, dimenticando la lezione del Covid che suggeriva di costruire un più forte sistema sanitario pubblico nazionale, a partire dall’assistenza territoriale, che è più o meno nelle stesse condizioni di quando non riuscì a frenare un afflusso ingestibile di malati negli ospedali. Le case della salute, quando ci sono, non hanno personale sanitario per funzionare decentemente.
Questo regionalismo miope ed egoista spingerà, se entrerà in funzione, alla privatizzazione della sanità e all’affondamento del pilastro sanitario nazionale, secondo il quale ciascuno deve ricevere cure secondo le sue esigenze, in qualunque parte d’Italia, e ciascuno deve contribuire secondo la sua capacità.
Zaia ha calcolato che dopo l’accordo formale saranno disponibili 300 milioni, Fontana ha detto 600, e a loro avviso aumenteranno; del resto, Calderoli lo ha confermato. In una finanza pubblica come quella italiana e in una situazione economica di stagnazione (che non è diventata recessione solo per i fondi del PNRR), se qualche regione prende di più, altre riceveranno di meno e la solidarietà verrà cancellata. Eppure, questa è anche una previsione della sentenza 192/24 della Corte Costituzionale, visto che non sono previste risorse aggiuntive.
Passate le elezioni, le amministrazioni regionali devono chiedere subito alla Corte Costituzionale se siano legittime queste pre-intese, che puntano ad approfondire la divaricazione tra le regioni in contrasto con le sue stesse sentenze. Queste avevano vietato di parlare di intere materie trasferite e stabilito che anche le singole funzioni possono essere trasferite solo con motivazioni e condizioni precise (la Corte parla di istruttorie ad hoc), condizioni che queste pre-intese ignorano, essendo sostanzialmente fotocopie l’una dell’altra, il contrario delle specifiche ragioni regionali. Meglio fermare il percorso prima che prenda consistenza.
Calderoli ha firmato le pre-intese su preciso mandato di Giorgia Meloni. Dalle pre-intese emerge un attacco ai contratti nazionali di lavoro nella sanità, con la possibilità di introdurre differenziali retributivi per il personale solo in alcune regioni, a svantaggio delle altre, provocando un esodo di personale dal Mezzogiorno; Occhiuto predisponga una nuova richiesta di medici cubani. Possibile che la Cisl resti in silenzio di fronte a questo scempio?
Nuova è la forza con cui Giorgia Meloni ha rilanciato il “premierato” nel comizio di Padova. Sarebbe un errore sottovalutarne occasione e contenuti. È in difficoltà l’approvazione della legge elettorale che Giorgia Meloni riteneva potesse iniziare a costruire un premierato di fatto in attesa della riforma costituzionale. Le difficoltà sono essenzialmente due: la prima è che il nome del Presidente del Consiglio sulla scheda elettorale è in aperto contrasto con i poteri del Presidente della Repubblica, che ha facoltà di scelta sul Premier, quindi è incostituzionale; la seconda è che nella maggioranza, Salvini e Tajani (Lupi può accontentarsi di molto meno) dovrebbero rinunciare a indicare le loro candidature di bandiera, perdendo voti e ruolo a favore di Fratelli d’Italia.
Questi ostacoli hanno spinto Giorgia Meloni a rilanciare il premierato con tutta la sua carica eversiva nei confronti della Costituzione, nella convinzione che la legge Nordio – che attacca l’indipendenza della magistratura – possa essere approvata dal referendum popolare. Tocca a noi smentire questa previsione, perché dopo l’approvazione della legge Nordio il cammino potrebbe essere spianato per altri colpi di mano del governo, come premierato e autonomia differenziata, in barba alla Corte Costituzionale.
LA LEGGE NORDIO CONTRO I MAGISTRATI È L’ARIETE CHE PUNTA A SFONDARE LE DIFESE E I DIFENSORI DELLA COSTITUZIONE. SOTTOVALUTARNE LA PORTATA E IL PERICOLO SAREBBE UN GRAVE ERRORE POLITICO.
Finora la destra è partita in anticipo per la campagna referendaria, puntando a organizzare un vero e proprio plebiscito per il Sì alla Nordio; l’opposizione è in ritardo. Bisogna assolutamente recuperare, perché spiegare cosa è in gioco nel referendum richiede tempo e molto lavoro. Giorgia Meloni si è convinta che da quel varco possa passare anche il premierato e, se per riuscirci deve “mollare” alla Lega l’autonomia differenziata, pazienza. L’opposizione politica e la società civile che difendono la Costituzione devono reagire all’altezza della sfida, a fianco dell’ANM
Le pre-intese sono testi che impegnano i vertici politici, ma l’obiettivo è farli diventare realtà. E pazienza se la Corte ha fatto sentenze contrarie: sarebbe un altro capitolo del contrasto verso una magistratura “impicciona” e invasiva, perfino un argomento elettorale da usare in modo spregiudicato.
L’intervento dei magistrati su atti e decisioni che questo governo pensa di avere il diritto di adottare (dimenticando di avere avuto in regalo il 15% dei seggi parlamentari in più rispetto al 44% di voti ottenuti) è il nemico da battere e ridimensionare a ogni costo. Perfino a costo di rotture, perché l’intervento di controllo della magistratura è considerato un’invasione di campo (Giorgia Meloni lo ha detto chiaro). Trump ha fatto scuola e i profili eversivi si moltiplicano negli Usa come in Italia.
Basta ricordare l’attacco del governo allo sciopero generale della Cgil del 12 dicembre, deridendolo anziché cercare di capirne le ragioni. La verità è che, per fortuna, la Cgil sta cercando di rappresentare le sofferenze e le angosce del mondo del lavoro, di guidare la critica e la protesta. Cosa dovrebbe fare un sindacato? Abbandonare a sé stessi i siderurgici dell’Ilva, con il risultato di indebolire drasticamente il sistema produttivo e occupazionale italiano? Per questo bisogna sostenere fortemente lo sciopero e le manifestazioni del 12 dicembre, ma questa battaglia non è separata dalla sfida referendaria sulla legge Nordio che attacca l’indipendenza della magistratura.
Sono tutti aspetti legati tra loro dal filo rosso (o nero?) di una destra che concepisce il ruolo di governo come un atteggiamento di rottura verso la Costituzione e le istituzioni della Repubblica. Infatti, non riconosce pienamente neppure la Costituzione, perché antifascista e democratica, mentre questa destra ha in mente una “carpocraziani” che assomiglia molto alle autocrazie.
Sul piano economico, questo governo sequestra il drenaggio fiscale di lavoratori e pensionati e lo redistribuisce a chi lo appoggia sotto forma di mancette e bonus che prima criticava. In sostanza, procede su una linea neo-corporativa, del tipo “a te sì, a te no”. Ma questa politica economica, che pure cerca di mantenere il controllo del bilancio pubblico, ha la contropartita che non si fa nulla per il futuro: non si mettono risorse sull’innovazione e sulla formazione, si vivacchia, male, e solo i soldi del PNRR consentono di evitare per ora la recessione. Ma continuando a erodere il grosso dei redditi da lavoro e da pensione, l’Italia è condannata sempre più alla povertà, alla frattura sociale, al declino. Non basta più contrastare le singole iniziative delle destre e del governo, occorre fare risaltare una piattaforma alternativa che dimostri che un’altra politica economica è possibile per ottenere risultati importanti.
Infine, allarma anche l’attacco al Presidente della Repubblica. Se il capogruppo di FdI mette il Quirinale nel mirino, è evidente che Giorgia Meloni pensa di procedere comunque nelle sue scelte, anche se eversive dal punto di vista costituzionale, malgrado le osservazioni e i dubbi che il Presidente della Repubblica potrebbe opporre in quanto garante della Costituzione vigente e della preoccupazione democratica sempre più diffusa.
Non illudiamoci, l’attacco alla Presidenza della Repubblica è un atto di bullismo politico in vista di un attacco ad ampio raggio alle istituzioni democratiche disegnate dalla Costituzione, repubblicana e antifascista.
La vittoria del No nel referendum costituzionale bloccherebbe l’attacco all’indipendenza della magistratura e questo sarebbe già importante in sé, ma scoraggerebbe anche un disegno più ampio, economico, sociale e istituzionale, che punta a colpire istituzioni e organizzazioni sociali e finirebbe per spaccare l’Italia.
Per questo deve finire il ritardo nella costruzione del Comitato unitario delle associazioni e delle personalità per il No, che avrà bisogno di tempo per parlare con le persone, per spiegare, per mobilitare, per arrivare appunto alla vittoria del No nel prossimo referendum costituzionale. Non va mai dimenticato che questo referendum non ha quorum: è valido con qualsiasi numero di votanti. Quindi, chi vota partecipa e decide.
Inoltre, il quesito sulla scheda è scritto in oscuro burocratese per responsabilità di Nordio e dei suoi collaboratori. Quindi, per il voto occorre avere fiducia in una interpretazione che spiega il NO in modo convincente. Anche per questo non possiamo perdere tempo.
*(da www.strisciarossa.it – Alfiero Grandi
O4 – Alfiero Grandi*: CRESCONO I COMITATI PER IL NO, LA LEGGE NORDIO È UN TASSELLO DELL’ATTACCO GOVERNATIVO ALLA COSTITUZIONE
Entra in campo un’area di 120 associazioni che cercheranno di coinvolgerne tante altre per dare vita ad uno schieramento sociale il più ampio possibile per sostenere le ragioni del No, per fermare la sfida all’indipendenza della magistratura che è il nucleo patogeno della Nordio
Martedì si riunirà la Via Maestra per costituire il Comitato per il No nel referendum sulla legge Nordio. Entra in campo un’area di 120 associazioni che cercheranno di coinvolgerne tante altre per dare vita ad uno schieramento sociale il più ampio possibile per sostenere le ragioni del No per fermare l’attacco all’indipendenza della magistratura che è il nucleo politicamente e istituzionalmente patogeno della Nordio.
Sono già in campo i magistrati con il comitato promosso dall’Anm e i partiti che hanno chiesto il referendum popolare. Lo hanno chiesto anche i partiti di governo, una vera stranezza politica visto che hanno approvato la legge costituzionale forti di una maggioranza “drogata” dalla legge elettorale in vigore che ha trasformato il 44 per cento dei voti nel 59 per cento dei parlamentari, un regalo del 15 per cento.
Era naturale che le destre attendessero il responso delle urne, invece hanno raccolto le firme convinti di vincere il referendum, mentre la vittoria del No annullerebbe la fatica del governo di scrivere questa legge imposta al parlamento impedendo qualunque modifica, all’opposizione e anche alla maggioranza.
C’è chi cerca la terza via, ma come potrebbe esistere visto che il governo ha voluto questo testo senza sentire ragioni e imponendolo – forte dei numeri parlamentari – e ora vuole un plebiscito di conferma.
Omaggi e critiche
Questa legge non è solo un omaggio postumo a Berlusconi. Forza Italia gli ha dedicato le modifiche della Costituzione per intaccare l’indipendenza della magistratura. Il governo vuole una conferma plebiscitaria per portare avanti il premierato, cioè il capo assoluto che dovrebbe guidare il governo e ridimensionando il presidente della Repubblica (guarda caso al centro di attacchi) riducendo il parlamento ad un mero ruolo di ratifica delle decisioni del governo (cioè del capo o della capa).
Questo governo non sopporta le critiche, sia quelle della società sintetizzate nell’importante sciopero generale della Cgil del 12 dicembre e nelle manifestazioni dei giovani per Gaza e contro il riarmo, sia quelle dei magistrati che sono il corpo previsto dalla Costituzione per attuare le leggi e garantire il rispetto dei diritti dei cittadini, fermando interpretazioni incostituzionali o contrarie a normative sovranazionali.
Il governo è allergico alle osservazioni delle varie magistrature e le ha unite nella critica di invasione del campo della politica, mescolando giudici e accusa, corte dei conti e cassazione. Tutti nel ruolo dei cattivi che mettono i bastoni tra le ruote.
La Corte costituzionale ha bocciato buona parte della legge Calderoli sull’autonomia regionale differenziata ma il governo se ne frega ed insiste sui propri obiettivi, firmando in Veneto un’intesa (come in Lombardia, Piemonte e Liguria) che contiene contenuti sanzionati, pur sapendo che il risultato sarebbe rompere l’unità nazionale dell’Italia in settori come la sanità, i contratti di lavoro, le pensioni, ecc.
COMPORTAMENTO EVERSIVO
Il governo ha un comportamento eversivo verso la Costituzione repubblicana ed antifascista, vuole intaccare l’indipendenza dei giudici, mettendo a rischio i diritti dei cittadini, attacca il presidente della Repubblica per ridimensionarlo e il parlamento è ridotto a ratifica dei diktat del governo. Le norme sulla sicurezza hanno l’obiettivo di reprimere le manifestazioni dei giovani e gli scioperi dei lavoratori che come all’ex Ilva difendono occupazione e industria siderurgica nazionale.
Il referendum costituzionale sulla controriforma Nordio sarà la prima prova elettorale che dovrebbe dare il via libera alla riduzione del ruolo dei giudici e dell’accusa e dare segnale verde agli altri provvedimenti, a partire da una legge elettorale conveniente e realizzare il premierato, completare l’autonomia differenziata, rendere inefficaci le proteste sociali togliendo loro la protezione delle leggi e di una magistratura indipendente, silenziando la stampa. Il tasso di trumpismo nel governo sta aumentando.
La legge Nordio è presentata come separazione delle carriere, ma ai livelli attuali non giustifica stravolgere la Costituzione, in realtà è il cavallo ruffiano che punta ad impedire che i magistrati si autorappresentino, come oggi, eleggendo il Csm. Si vuole spaccare il Csm in due e estrarne a sorte i componenti, per di più con la creazione di un diverso organo disciplinare per i magistrati, ma unico per tutti.
La legge Nordio va bloccata, impedendo un ritorno al passato, tanto più che Nordio trova normale la coincidenza con le idee di Gelli.
*(Alfiero Grandi – Vicepresidente Coordinamento per la democrazia costituzionale)
05 – Marzio Bartoloni*: TRAPIANTO RECORD: CUORE VIAGGIA DA ATENE A TORINO PER 1.600 CHILOMETRI SENZA MAI SMETTERE DI BATTERE. IL RICEVENTE È UN UOMO DI 65 ANNI AFFETTO DA UNA GRAVE CARDIOMIOPATIA DILATATIVA POST-INFARTUALE IN ATTESA DEL TRAPIANTO DA CIRCA UN ANNO
I PUNTI CHIAVE
UNA RIVOLUZIONE CHE SUPERA LA BARRIERA DEL TEMPO
COME È FUNZIONATO IL PRELIEVO
IL TRAPIANTO E IL DECORSO
Per la prima volta un cuore da Atene viene trapiantato a 1600 km di distanza senza mai interrompere il suo battito, nell’ospedale Molinette di Torino. Un cuore da trapiantare che è stato tenuto battente non solo durante il traporto, ma anche durante l’impianto nel paziente. Il caso è stato gestito a Torino dall’ospedale Molinette, i cui responsabili parlano di “superamento di una nuova frontiera”. L’organo, prelevato da una donatrice ad Atene non è stato più fermato, per un totale di 8 ore fra viaggio e operazione. “Una rivoluzione che permette di superare la barriera del tempo” affermano alla Città della Salute. Il ricevente è un uomo di 65 anni affetto da una grave cardiomiopatia dilatativa post-infartuale in attesa del trapianto da circa un anno. “Una volta di più – ha commentato Federico Riboldi, assessore alla Sanità della Regione Piemonte – il Sistema Trapianti della Regione Piemonte si conferma ai vertici italiani ed europei con un trapianto di cuore di eccezionale difficoltà tecnico-organizzativa.
UNA RIVOLUZIONE CHE SUPERA LA BARRIERA DEL TEMPO
Si tratta di un tipo di trapianto innovativo rispetto al quale l’Italia ha fatto da apripista: il primo trapianto al mondo di cuore sempre battente, dal prelievo all’impianto, è stato infatti eseguito lo scorso anno nell’Azienda ospedaliera di Padova. Ma qui c’è la grande novità che il cuore che poi sarebbe stato trapiantato nelle sale operatorie della Cardiochirurgia (diretta dal professor Mauro Rinaldi) del Centro Trapianti di Cuore e di Polmone dell’ospedale Molinette della Città della Salute e della Scienza di Torino, ha ripreso a battere a 1600 km di distanza, quella che separa Torino e Atene, e non è più stato fermato neanche durante il suo impianto nel torace del ricevente, per un totale di 8 ore. Una “rivoluzione”, appunti, che permette di superare la barriera del tempo perché il cuore è artificialmente perfuso durante tutte le fasi del trapianto (trasporto e impianto) senza soffrire per l’ischemia legata alla mancanza di sangue (di solito l’organo ha un tempo massimo di ischemia di 4 ore per essere trapiantato).
COME È FUNZIONATO IL PRELIEVO
Una donatrice greca in un ospedale di Atene viene segnalata dal Centro Nazionale Trapianti, diretto da Giuseppe Feltrin, e dal Centro Regionale Trapianti del Piemonte, diretto da Federico Genzano Besso, al Centro di Trapianto di Cuore della Città della Salute e della Scienza di Torino, diretto dal professor Mauro Rinaldi. Un’équipe prelievo delle Molinette, formata da Erika Simonato, da Matteo Marro, dal professor Andrea Costamagna e dalla dottoressa Domitilla Di Lorenzo, partita da Torino nel tardo pomeriggio raggiunge la Grecia con un jet privato. A mezzanotte inizia il prelievo. Il cuore viene prelevato e, dopo essere stato alloggiato in una macchina che permette di ripristinare la sua perfusione durante il trasporto (Ocs Heart, Transmedics) viene fatto ripartire. Il cuore ricomincia a battere nella macchina di perfusione ad Atene e trasportato in questo stato (battente) a Torino. Nel frattempo un paziente di 65 anni, affetto da una grave cardiomiopatia dilatativa post-infartuale in attesa del trapianto da circa un anno, viene portato nella sala operatoria della cardiochirurgia e preparato a ricevere il trapianto.
IL TRAPIANTO E IL DECORSO
Il cuore arriva in sala operatoria battendo nella macchina di perfusione per circa sei ore. Il ricevente è in circolazione extracorporea e il suo vecchio cuore malandato è già stato espiantato. A differenza della pratica abituale, il cuore da trapiantare non viene fermato, ma viene collegato alla circolazione extracorporea che sta mantenendo in vita il paziente. In questo modo il cuore nuovo può essere staccato dalla macchina di perfusione usata per il trasporto mantenendo la perfusione stessa e il battito cardiaco. Il trapianto eseguito dal professor Massimo Boffini, dal professor Antonino Loforte e dalla dottoressa Barbara Parrella, coadiuvati dall’anestesista dottoressa Rosetta Lobreglio, viene condotto con il cuore che batte naturalmente, prima sorretto dalle mani dei chirurghi e infine nella sua posizione naturale, ovvero nel cavo pericardico del paziente. Il decorso post-trapianto si è svolto in maniera regolare e il paziente è stato trasferito dalla Terapia Intensiva (coordinata dalla dottoressa Anna Trompeo) al reparto di degenza ordinaria della Cardiochirurgia dopo pochi giorni. “Una storia a lieto fine che ancora una volta diventa esempio delle eccellenze della nostra Città della Salute e della Scienza a livello europeo e del valore dei nostri operatori”, ha evidenziato il direttore generale Cdss Livio Tranchida.
*(Fonte: sole24Ore – Marzio Bartoloni – È caposervizio del Sole 24 ore alla redazione di Roma. Dopo una laurea in giurisprudenza ha conseguito un master alla scuola di giornalismo)
06 – Barbara Weisz *: AUTONOMIA DIFFERENZIATA IN QUATTRO REGIONI: COME FUNZIONERÀ
LOMBARDIA, VENETO, PIEMONTE E LIGURIA VERSO L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA SU PROTEZIONE CIVILE, PREVIDENZA INTEGRATIVA, PROFESSIONI E FONDI PER LA SANITÀ.
Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria, le quattro regioni che fin dall’inizio hanno dichiarato l’intenzione di utilizzare la legge sull’autonomia differenziata, hanno firmato la pre-intesa per il riconoscimento per le quattro materie che non richiedono i LEP (Livelli Essenziali delle Prestazioni): protezione civile, previdenza complementare e integrativa, professioni, coordinamento della finanza pubblica in ambito sanitario.
Si tratta di un passaggio chiave della normativa (al centro di un processo di revisione, in attuazione di una sentenza della Corte Costituzionale, che però non riguarda le materie non soggette alla definizione dei LEP).
VEDIAMO COSA SUCCEDE ORA.
INDICE:
AUTONOMIA DIFFERENZIATA SU MATERIE NON LEP
LE MAGGIORI AUTONOMIE DELLE REGIONI
AUTONOMIA DIFFERENZIATA SU MATERIE NON LEP
Sin dall’inizio Veneto, Lombardia e Piemonte, a cui poi si è aggiunta la Liguria, si sono mosse per intraprendere il percorso che consente agli enti locali di avere autonomia legislativa su determinate materie. I consigli regionali hanno conseguentemente votato le relative delibere e inviato la richiesta formale al Governo. Successivamente si è svolto un negoziato che ha portato alle pre-intese. Nei prossimi 60 giorni dovranno esprimersi la Conferenza Stato Regioni e il Parlamento e, a quel punto le intese arriveranno nuovamente sul tavolo del Consiglio dei Ministri per l’approvazione definitiva.
Il presidente uscente del Veneto, Luca Zaia, annuncia come imminente anche l’avvio dell’iter parlamentare del disegno di legge delega sui LEP, che invece riguarda la norma generale.
LE MAGGIORI AUTONOMIE DELLE REGIONI
PER QUANTO RIGUARDA I CONTENUTI, TUTTE E QUATTRO LE REGIONI HANNO CHIESTO L’AUTONOMIA SULLE STESSE MATERIE.
Il Veneto avrà maggior discrezionalità nella gestione delle spese sanitarie, potrà consentire al presidente di emanare ordinanze in caso di emergenza in deroga alle normative sia statali che regionali, istituire nuove figure professionali e in generale gestire una serie di elementi relativi alle professioni, fra cui gli standard di formazione. Potrà anche promuovere e finanziare forme di previdenza integrativa.
Anche la Lombardia dovrebbe liberare nuovi fondi sulla sanità: «avremo la possibilità di affrontare le necessità del territorio senza i vincoli assurdi che riguardano le percentuali delle diverse voci di spesa – sottolinea il presidente Attilio Fontana -. Abbiamo calcolato che potremo utilizzare circa 600 milioni di euro, reperendoli da altri capitoli, per investirli negli incentivi per il personale, in un aumento delle prestazioni del servizio sanitario e in generale nel potenziare le risposte alle esigenze dei lombardi».
Per quanto riguarda la protezione civile, il presidente può dichiarare lo stato di emergenza senza dover aspettare la deliberazione del Consiglio dei Ministri.
*(Fonte: PMI, it – Barbara Weisz giornalista)
07 – Geraldina Colotti *: VENEZUELA. Trump: “HO GIÀ DECISO, MA NON VE LO DICO”. CARACAS È PRONTA.
“Nadie nos roba la alegria”, nessuno può rubarci l’allegria. Le note della canzone si diffondono nella piazza della Gioventù, dove i bambini e i grandi si alternano nei giochi sportivi o affollano le bancarelle da cui emana odore di frittelle. A Caracas, in uno dei tendoni che ospitano i dibattiti della Fiera del libro, si leva la voce stentorea del Maggior Generale Orlando Ramón Romero Bolívar. Dal 2024, l’alto ufficiale è stato nominato Comandante nazionale della Milizia Bolivariana, un corpo di difesa civico-militare che, nel gennaio del 2020, è stato formalmente elevato al rango di componente speciale della Forza armata nazionale bolivariana (Fanb) mediante con una riforma costituzionale.
Davanti a un pubblico attento e all’interno di un panel composto da dirigenti politici, comunitari, e intellettuali, Bolívar imparte un corso di “difesa integrale” in caso di aggressione militare da parte degli Stati uniti. Il punto di partenza è il libro del deputato del Psuv, Carlos Sierra, autore prolifico che finalizza le proprie articolate riflessioni a progetti concreti che, di solito si trasformano in legge dello Stato. In questo caso, si tratta del volume: Más allá de la locura, Claves para la salud mental (Vadell hermanos Editores), Oltre la follia. Chiavi per la salute mentale. Un libro che invita a combattere gli effetti della “guerra cognitiva” rafforzando l’empatia e il legame sociale: per costruire, in concreto, la “transizione al socialismo”.
All’entrata, su un banchetto improvvisato, sotto un pezzo di cartone con la scritta: “Fuera el invasor”, Fuori l’invasore (da usare come messaggio semplice da esporre nelle strade in caso di attacco), vi sono oggetti di ogni tipo. Materiali che lo sviluppo tecnologico ha reso desueti, ma che qui sono tornati utili nei vari momenti in cui l’opposizione golpista ha sabotato il sistema idrico, provocando micidiali black out, e messo fuori uso l’avanzatissimo sistema di trasmissione dei dati del Consiglio nazionale elettorale: vecchie ricetrasmittenti collegate alle marmitte delle moto, pezzi di tessuto a diversi colori da appendere come segnali ai semafori, specchietti da borsetta da trasformare in messaggeri del sole, o pietre millenarie luminose, che possono accendere il fuoco, oppure essere usate come polvere da mortaio. Essenziale, è conoscere la mappa del territorio, in base alla tecnica del compasso che, da un punto determinato che si moltiplica da un condominio alla nazione intera, si espande a raggera. È lo stesso concetto del potere popolare, essenza dell’unione civico-militare, che implica l’assunzione piena della corresponsabilità, declinata della costituzione bolivariana, e che chiama ogni persona a decidere in quanto individuo o individua, cosciente del suo essere sociale: nella “democrazia partecipativa e protagonista”, nessuno può permettersi di essere spettatore.
Tanto meno in presenza di una minaccia così incombente com’è quella annunciata dalla potenza più forte del pianeta, quella degli Stati uniti, che può arrivare dal cielo, dai porti o da terra, mediante mercenari motivati dalla taglia di 50 milioni di dollari, messa da Trump sulla testa del presidente Maduro.
Più probabile è che, per cominciare, l’opposizione golpista rappresentata da Maria Corina Machado, cerchi di provocare qualche azione destabilizzante: per presentarsi – questa è la denuncia del governo – come il non plus ultra delle perseguitate politiche in vista di un probabile viaggio a Oslo, il 10 dicembre, per ricevere il sostanzioso Nobel per “la pace” (un milione di dollari).
L’importante, però, qui, è non lasciarsi intimorire, non farsi depistare dalle false notizie, né dai concetti ambigui che – dicono i dirigenti bolivariani ai giornalisti e alle istituzioni internazionali – presentano la situazione come un “aumento delle tensioni” fra due contendenti, gli Stati uniti e il Venezuela. Niente di più fuorviante, mentre si tratta di un’aggressione a senso unico di una potenza imperialista contro un governo socialista, che scommette sulla pace con giustizia sociale, e che vuole mantenere sotto il controllo popolare le straordinarie ricchezze che possiede.
Maduro lo sta ripetendo ai quattro venti, circondandosi di un popolo festante e deciso, che lo accompagna mentre canta “Imagine”, di John Lennon o quando riceve i pastori evangelici statunitensi che gli hanno inviato una lettera, o i giuristi internazionali, o i parlamentari che, nel mondo, accompagnano “la diplomazia di pace” venezuelana. Intanto, il 23 novembre, si prepara un altro appuntamento elettorale, quello per scegliere e priorizzare i progetti comunitari da finanziare nelle “comunas” per rafforzare il potere popolare e la democrazia partecipativa.
Nella notte di venerdì scorso, le agenzie stampa avevano annunciato la presenza di due navi da guerra statunitensi a 50 km dalla costa venezuelana dello Stato di Falcón: in acque internazionali, ma nella Zona economica Esclusiva (Zee) venezuelana. I dati satellitari e i registri marittimi indicavano che le due imbarcazioni – il cacciatorpediniere USS Stockdale e l’incrociatore USS Gettysburg.2 navigavano in formazione, costeggiando Aruba e Curaçao prima di posizionarsi di fronte alla costa venezuelana.
Intanto, il Comando Sud ha pubblicato un video di un’altra imbarcazione nei Caraibi che veniva “eliminata” con quattro presunti narcotrafficanti a bordo: i quali sono stati uccisi, secondo la pubblicazione su X, nel ventesimo attacco, che ha portato a 80 il numero degli “omicidi mirati” perpetrati dagli Stati uniti, nonostante le proteste dei governi progressisti dell’area, a cominciare dalla Colombia di Gustavo Petro (ma anche del moderato presidente cileno in scadenza, Gabriel Boric).
La campagna militare in corso ha anche iniziato a generare attriti con gli alleati degli Stati uniti: il Regno unito ha smesso di condividere intelligence con gli Usa sulle imbarcazioni sospettate di traffico di droga per evitare di essere complice degli attacchi, che il Regno unito considera illegali, al pari dell’Onu. Una decisione analoga era stata presa da Petro, che ha ordinato al suo paese di sospendere lo scambio di intelligence con gli Stati Uniti fino a quando gli attacchi non cesseranno. Tuttavia, il Dipartimento di Giustizia Usa ha informato il Congresso che il governo non necessita della sua approvazione per condurre gli attacchi, i quali, secondo numerosi esperti, violano la legge statunitense e internazionale.
Da giovedì scorso, l’amministrazione Trump ha inquadrato il suo dispiegamento militare vicino al Venezuela sotto il nome di “Lancia del Sud” (Lanza del Sur), senza fornire altri dettagli sugli obiettivi se non quelli, già noti, di una generica missione per eliminare il traffico di droga verso il territorio nordamericano (le cui rotte non passano dal Venezuela).
Il Washington Post ha rivelato in esclusiva che Trump aveva avuto un incontro, sempre venerdì, con il Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, e altre autorità del Pentagono per discutere una serie di opzioni messe sul tavolo per portare avanti la strategia militare contro il Venezuela (ma anche contro Cuba e il Nicaragua). Una delle riunioni più importanti si è tenuta giovedì e ha incluso il Vicepresidente JD Vance, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Stephen Miller, il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, e il Capo dello Stato Maggiore Congiunto, il generale Dan Caine.
Il quotidiano della capitale ha citato un funzionario, rimasto anonimo, secondo il quale le forze dispiegate nei Caraibi stavano aspettando ordini per attaccare e rispondere a eventuali contrattacchi. Lo stesso funzionario ha detto che il presidente Usa è “molto bravo a mantenere l’ambiguità strategica: una cosa che fa molto bene è non dettare né trasmettere ai nostri avversari quello che vuole fare dopo”. E, infatti, rispondendo a una domanda dei giornalisti, a bordo dell’Air Force One, Trump ha alimentato le speculazioni su un’azione imminente contro il Venezuela, rifiutando però di rivelarne i dettagli: “Non posso dirvi cosa sarà, ma in un certo senso ho già preso una decisione”, ha affermato. Successivamente, ha però anche sostenuto che Maduro gli ha chiesto di incontrarlo, e che egli “incontra tutti” e non esclude di incontrare anche il presidente venezuelano. Nel frattempo, si è scatenata un’altra ridda di ipotesi “imbeccate” da Machado e soci, secondo cui Maduro avrebbe proposto agli Usa una “transizione di due o tre anni” prima di lasciare il potere: proposta che sarebbe stata “rifiutata”. Quella della “transizione” è una vecchia litania, prima di Juan Guaidó e ora di Machado, che starebbe meditando di procedere a un’altra “autoproclamazione” del suo candidato di facciata, Eduardo González Urrutia in qualche paese “amico” che ha accettato di accogliere le truppe Usa contro il Venezuela.
Il Segretario alla Guerra degli Stati Uniti, Pete Hegseth, ha per parte sua acceso l’allarme internazionale dopo aver rivelato pubblicamente l’esistenza e la portata di tre operazioni militari che segneranno la nuova dottrina di sicurezza dell’amministrazione Trump. Secondo le sue parole, queste azioni non sono semplici manovre tattiche: sono dimostrazioni di forza che ridefiniscono la postura statunitense di fronte ai suoi avversari globali e regionali, in America latina e non solo.
Nel suo messaggio, Hegseth ha illustrato tre operazioni chiave: L’Operazione Rough Rider, destinata a garantire la libertà di navigazione per le navi statunitensi, in un contesto in cui “potenze rivali” cercano di contestare il controllo marittimo in zone strategiche. L’Operazione Martello di mezzanotte, una missione il cui obiettivo è l’annientamento delle installazioni nucleari iraniane, una delle maggiori minacce percepite da Washington in Medio Oriente. E l’Operazione Lancia del Sud, focalizzata sulla “distruzione dei narcoterroristi responsabili della morte di cittadini statunitensi”, e riferita al “Cartello de Los Soles e alle strutture criminali legate al regime di Nicolás Maduro”. Il funzionario ha accompagnato queste dichiarazioni con un messaggio perentorio rivolto al mondo e agli alleati di Washington: “Trump fa sul serio, e il mondo lo sa. Pace attraverso la forza.”
Un messaggio subito ripreso da Machado, secondo la quale l’invasione armata da parte delle truppe Usa è l’unica via per ottenere “la libertà” del Venezuela. Secondo la “premio Nobel per la Pace”, la guerra di Trump è “assolutamente corretta”, e anzi “salverebbe molte vite”, giacché che “non esistono vie pacifiche per assicurare un cambio al comando del paese” (il suo, ovviamente).
Un comando a cui aspira spasmodicamente e, per questo, offre apertamente le allettanti risorse nazionali al tycoon nordamericano, pronosticando (come fa dai tempi di Chávez) che “il regime ha i giorni contati”. Ora, ha rivolto l’ennesimo appello alla Forza armata nazionale bolivariana, sostenendo che “il tempo della neutralità è finito” e che chi non si schiera a fianco degli Usa, dimostrando “vero patriottismo”, ne subirà le conseguenze. E ha pubblicato un manifesto in cui non lascia dubbio circa la natura ultra-liberista del suo eventuale “programma di governo”.
Viste dalle piazze, che sabato hanno accompagnato massivamente il presidente Maduro e la direzione politica della rivoluzione nella fondazione ufficiale dei Comitati bolivariani di base integrali, le sue appaiono dichiarazioni mortifere e aliene anche per quei venezuelani di classe media che guardano a Washington, ma per nulla al mondo rinuncerebbero alle feste natalizie con tanto di orgia consumistica.
“NADIE NOS ROBA LA ALEGRIA”, DICE LA CANZONE: A DISPETTO DEL RITORNO IN TROMBA DEL “DOLLARO PARALLELO”, CHE SVUOTA IN UN BALENO IL PORTAFOGLIO DEI VENEZUELANI.
Intanto, il comandante della Milizia mostra i pannelli solari che servono per ricaricare i cellulari, le pile, le lampadine. Ascolta i consigli di un anziano comunicatore popolare, che spiega gli antichi sistemi di difesa usati dai popoli originari contro gli spagnoli, rinnovati dalle tecniche di guerriglia usate dai vietnamiti, e ancora praticabili sulla “via degli spagnoli”.
Utili anche contro i droni Usa? Il comandante sorride, lasciando intendere che, grazie agli alleati internazionali, la difesa non è solo “ancestrale”. Poi viene trascinato a ballare. “Siamo figli di Simon Rodriguez: o inventiamo, o perdiamo” – dice una giovane miliziana – sui gringos abbiamo un vantaggio: siamo imprevedibili, per questo non ci capiscono e vengono sconfitti, dai tempi di Bolivar a oggi”
*(Fonte: Pagine Estere – Geraldine Collotti, giornalista. Scrittrice nonché analista internazionale e direttrice della versione italiana di “Le Monde diplomatique”)
08 – Giuseppe Gagliano *: NON C’È PACE PER LA UE. SEMBRA UNA BARZELLETTA, MA PURTROPPO È IL RIASSUNTO DELLO STATO DELL’UNIONE EUROPEA.
OGNI VOLTA CHE AMERICANI E RUSSI SI METTONO ANCHE SOLO LONTANAMENTE A PARLARE DI PACE, DA BRUXELLES A STRASBURGO FINO ALL’ULTIMO EDITORIALISTA EMBEDDED SCATTA LO STESSO RIFLESSO PAVLOVIANO: SCANDALO, TRADIMENTO, “UMILIAZIONE DELL’EUROPA” E, OVVIAMENTE, “DELL’UCRAINA”.
Guai a trattare, guai a fermare la carneficina, guai a mettere in discussione il verbo atlantico: l’unica opzione ammessa è “la vittoria”, possibilmente totale, definitiva, cosmica.
Di chi e a quale prezzo non è dato sapere, ma non disturbiamo i manovratori con domande così volgari.
L’Unione Europea intanto, quella vera, non quella dei discorsi gonfiati di retorica, è ridotta a ciò che i suoi stessi leader fingono di non vedere: un cadavere politico che pretende di fare la morale a chiunque, ma che nessuno prende più sul serio.
Ventisette più uno, con l’Ucraina a mezzo servizio, che brontolano contro Washington e Mosca accusandole di “umiliarli”.
Per essere umiliati bisognerebbe prima esistere, politicamente; qui invece siamo al punto che se togli i comunicati stampa e le conferenze sulla “resilienza”, resta solo il vuoto.
Gli stessi campioni dei “valori europei” che per due anni hanno ripetuto come un disco rotto la formula magica della “sconfitta della Russia”.
La frase tipo: “Non ci sono alternative”, firmata da una delle tante signore simbolo dell’establishment comunitario – estone, finlandese, tedesca, poco importa, sono intercambiabili come le sedie a rotelle nelle corsie d’ospedale.
La guerra come condanna, non come scelta politica.
La pace, solo se “giusta” e adesso pure “dignitosa”.
Per chi? Per Zelensky, naturalmente, al quale bisogna “salvare la faccia” dopo avergli bruciato il Paese.
Traduzione: Mosca si ritira, l’Ucraina torna com’era prima del 2022, e tutti fanno finta di non vedere il Donbass devastato, le leggi sulla discriminazione del russo, i divieti per la Chiesa ortodossa russa, i banderisti trasformati in eroi nazionali, i roghi dei libri in lingua russa, la cancellazione di nomi, simboli e memoria di quella stessa Armata Rossa che aveva liberato anche Kiev dai nazisti veri.
Tutto rimosso, perché altrimenti salta la narrazione del Bene contro il Male.
Nel frattempo, ogni giorno si aggiunge uno strato di cadaveri al mucchio: ucraini al fronte, russi al fronte, civili in mezzo.
L’Ucraina, che a parole si “difende”, nella realtà si svuota, si distrugge, si desertifica.
Ma nulla di tutto questo intacca il fervore bellico delle capitali europee, anzi: più il Paese crolla, più i nostri governanti parlano di “resistenza eroica”.
E più i contribuenti europei tirano fuori miliardi per sostenere un governo che gli stessi rapporti occidentali definiscono corrottissimo, più ci spiegano che si tratta di un investimento per la “nostra sicurezza” e la “nostra libertà”.
La libertà di chi, non si sa.
A mettere la ciliegina sulla torta ci pensa il genio strategico del pensiero unico travestito da analisi.
Prendiamo l’ultimo capolavoro: in un articolo, Nathalie Tocci decide di spiegare al volgo che “La Russia ha perso la guerra”.
Così, in apertura, come se fosse un dato di cronaca: oggi piove, domani sereno, la Russia ha perso.
Poi, per non farsi mancare niente, aggiunge che magari Mosca rischia di “vincere nella trattativa”, ma ha “già perso sul campo”.
Cioè: se ottiene il Donbass al tavolo negoziale è una sconfitta che somiglia molto a una vittoria, ma siccome l’Europa non può ammetterlo, ci inventiamo la formula metafisica: perdere vincendo.
Nessun bisogno di seguire il “ragionamento” fino in fondo: basta l’incipit per capire il livello.
La cosa più istruttiva, però, non è tanto quello che scrive, quanto il fatto che lei diriga l’Istituto Affari Internazionali, uno dei principali centri che “ispirano” la politica estera italiana ed europea.
È il trionfo del merito e delle competenze, ci dicono: se pensi che la Russia abbia perso una guerra che non riesci né a fermare né a vincere, sei perfettamente allineato allo spirito del tempo.
Così l’Europa cadavere continua a parlare come se fosse viva, a minacciare come se avesse ancora forza, a pontificare come se avesse una politica estera che non fosse la fotocopia sbiadita di quella americana.
E ogni volta che qualcuno prova almeno a sedersi a un tavolo – in Alaska, a Washington, a Mosca – dalla capitale del cadavere arriva la stessa reazione: strilli, accuse, anatemi. I risultati li vediamo: la guerra continua, l’Ucraina muore, la Russia si riorienta, gli Stati Uniti trattano e l’Europa paga il conto.
Ma tranquilli: sui giornali potremo leggere ancora per mesi che “Putin ha già perso”.
L’importante è che a non perdere mai siano i posti, gli stipendi e le poltrone di chi questa tragedia l’ha voluta, applaudita e adesso la racconta come una storia di valori.
*(Fonte: Sinistrainrete – Giuseppe Galiano – Presidente del CESTUDEC (Centro Studi Strategici Carlo De Cristoforis) e collabora con la Società Italiana di Storia militare.)
Views: 76
Lascia un commento