n°46 – 22/11/25 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI

01 – Enrico Tomaselli *: Sul voto del Consiglio di Sicurezza. Che Russia e Cina perseguano una politica fondamentalmente basata sulla difesa degli interessi nazionali, è cosa che dovrebbe essere ben nota.
02 – Rivalutazione pensioni estero: quali regole 2026?
03 – Brasile: LEADER GUARANI UCCISO IN UN ATTACCO ALLA SUA COMUNITÀ
04 – LA SETTIMANA – L’Ucraina al bivio, crescita più alta del previsto per l’Eurozona, il mantra delle semplificazioni
05 – Mattia Marasti*: Modesta e a favore dei più “ricchi”: le criticità della manovra del governo Meloni.
06 – Pasquale Liguori *: Palestina oltre la mistificazione della pace. Qui sta la potenzialità rivoluzionaria della Palestina: non nel fornire un modello già pronto, ma nell’aprire una breccia nella percezione del possibile.

 

 

01 – Enrico Tomaselli *: SUL VOTO DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA. CHE RUSSIA E CINA PERSEGUANO UNA POLITICA FONDAMENTALMENTE BASATA SULLA DIFESA DEGLI INTERESSI NAZIONALI, È COSA CHE DOVREBBE ESSERE BEN NOTA.

Anche se trattandosi di potenze che agiscono su scala globale ciò ovviamente comporta una proiezione politica – e quindi un posizionamento – ben al di là del territorio nazionale e della più stretta area d’influenza. Com’è facilmente comprensibile, questo comporta anche delle assunzioni di responsabilità, nei confronti dei paesi partner, e più ampiamente implica una proiezione dell’immagine di sé offerta al mondo – e su cui si costruisce un rapporto non solo di fiducia e stima, ma anche di affidabilità. Sapere che se Mosca o Pechino assumono una posizione, che la si condivida o meno, si può però essere certi che la sosterranno coerentemente.
Ritengo che questo sia un tratto distintivo della politica internazionale di entrambe i paesi. Ragion per cui è con un certo stupore che ho registrato la votazione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, nella serata di ieri, che ha tra l’altro contraddetto le mie relative previsioni.
Il voto, ricordiamo, era sulla proposta di Risoluzione 2803 presentata dagli Stati Uniti, e ricalcava sostanzialmente – accentuandone taluni tratti negativi – il cosiddetto piano Trump in 20 punti, relativamente al conflitto nella Striscia di Gaza. La Russia, che pure aveva avanzato una sua proposta, decisamente più equilibrata, al momento del voto ha deciso di non opporre il veto, così come ha fatto la Cina, dando via libera alla Risoluzione statunitense, approvata con 13 voti favorevoli, 0 contrari e 2 astensioni (Cina e Russia appunto).

Benché notoriamente nessuno dei due paesi abbia un interesse primario nella questione palestinese, e anzi Mosca – nonostante ripetuti screzi con Israele – sia quasi equidistante rispetto alle due parti in conflitto, resta il fatto che la scelta dell’astensione – neanche del voto contrario – ha consegnato agli USA un successo diplomatico veramente gratuito. Al di là della delusione, di chi – come il sottoscritto – si aspettava una presa di posizione più incisiva, quale tra l’altro la proposta avanzata da Mosca lasciava presagire, resta da capire la ratio di tale decisione.

Tra l’altro, cosa di certo non sfuggita a un diplomatico come Lavrov, gli Stati Uniti stanno da tempo cercando di riconquistare il controllo dell’ONU, per farne uno strumento di copertura e legittimazione delle proprie decisioni, puntando in prima istanza all’elezione di un proprio candidato come prossimo Segretario Generale. E questo successo – col suo rovescio, la resa russo-cinese – indiscutibilmente ne rafforza le ambizioni e le possibilità.

Che senso può quindi avere la posizione di Mosca e Pechino? Soprattutto alla luce del fatto che la Russia aveva presentato una sua proposta, ma non ha minimamente cercato di arrivare a una mediazione tra le due bozze di Risoluzione.

C’è chi ha avanzato l’ipotesi di un do ut des, che ovviamente non si può astrattamente escludere, anche se francamente risulta difficile immaginare in cosa potrebbe consistere. Non si vede quale contropartita potesse valere queste astensioni. Oltretutto, soprattutto la Russia avrebbe in tal caso molto più semplicemente potuto mostrare un minore interesse per la questione, ridimensionando così la rilevanza del voto; scegliendo invece di avanzare una sua proposta, per poi lasciarla cadere, ha fornito un assist a Trump – che infatti si è subito precipitato a celebrare la sua vittoria.

Se guardiamo alle reazioni degli altri attori coinvolti, l’impressione è che – come già alla presentazione del piano da parte di Trump – ciascuno reciti la sua parte in commedia, ma pensando comunque di stravolgere il copione a proprio piacimento. È evidente che l’Arabia Saudita – con tutte le sue perplessità – si è accodata in cambio del via libera di Washington all’acquisto degli F-35 (cosa sgradita assai a Israele). E gli altri paesi arabi contano ciascuno su qualche vantaggio da trarne. A loro volta, sia Israele che la Resistenza si sono detti contrari, perché ciascuno vede nel testo della Risoluzione qualcosa di meno e qualcosa di troppo rispetto a ciò che avrebbe voluto.

Ma l’aspetto decisivo che va considerato non è tanto ciò che sta scritto sulla carta, come se ciò automaticamente ne comportasse l’attuazione, quanto piuttosto la fattibilità concreta. Fondamentalmente, la Risoluzione prevede due step: l’introduzione nella Striscia di una forza di interposizione internazionale, con il compito di stabilizzare la situazione e procedere al disarmo della Resistenza, e successivamente il completo ritiro israeliano e l’instaurazione di un organismo – presieduto e nominato da Trump stesso – che dovrebbe gestire l’avvio della ricostruzione (politica e materiale) e poi passare le redini ad un governo palestinese riformato.

Risulta evidente che il primo step è quello critico e al tempo stesso decisivo.

La prima questione è la composizione di questa forza; Tel Aviv la vorrebbe fatta da paesi musulmani vicini agli Stati Uniti, cosicché possano agire da proxy degli interessi israelo-statunitensi, e pensa ad Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Indonesia. A parte il fatto che alcuni di questi hanno già ora delle perplessità, ovviamente le difficoltà maggiori sarebbero per un verso il dover ricoprire un ruolo di fatto anti-palestinese e filo-israeliano, e dall’altro le regole d’ingaggio. Non è al momento chiaro a quale Capitolo farà eventualmente riferimento la missione (ne ho parlato nella puntata CAPITOLI del mio podcast Blitz News), ma comunque la Resistenza palestinese ha già fatto sapere che vuole la forza schierata soltanto lungo i confini (attualmente la linea gialla), e se qualora venisse schierata sull’intero territorio della Striscia la considererebbe come una forza occupante – quindi esposta ad attacchi militari.

Immaginare che paesi terzi, per di più arabo-musulmani, siano effettivamente disponibili ad andare a svolgere un compito che l’IDF non è stato capace di portare a termine in due anni di combattimenti, ricoprendo oltretutto un ruolo di supplenza per Israele, appare francamente una ipotesi a dir poco assai remota. Ma, appunto, quand’anche si trovassero dei paesi disposti a ricoprire questo ruolo, che possibilità avrebbero di disarmare le formazioni combattenti della Resistenza? Come potrebbero, anche con regole d’ingaggio favorevoli, riuscire laddove ha fallito l’IDF? In buona sostanza, quindi, se per un verso l’approvazione della Risoluzione 2803 rappresenta un successo diplomatico per gli Stati Uniti, e apre la strada a una qualche forma di presenza dell’ONU – il che, ad esempio, potrebbe consentire il ritorno della distribuzione degli aiuti in mano all’UNRWA – essenzialmente non comporta alcun passo avanti rispetto allo status quo attuale. Oltretutto, stante il rigetto israeliano e palestinese, la forza chiamata ad applicarla andrebbe a operare in un ambiente sostanzialmente ostile, o quantomeno non collaborativo. E le incognite sul suo operato sarebbero innumerevoli.

Nella migliore delle ipotesi, quindi, il primo step previsto dalla 2803 sarebbe destinato a rimanere incompiuto, e renderebbe di fatto impossibile il passaggio al secondo – la governance trumpiana. Come ha detto il rappresentante russo all’ONU, Nebenzya, la Risoluzione è “un gatto nel sacco”, insomma un acquisto a occhi chiusi.

Se andiamo un attimo oltre la superficie di quanto appena detto, ci si rende conto che le cose cambiano più per Israele che per la Resistenza. Quest’ultima, infatti, in mancanza dell’attuale situazione starebbe combattendo contro l’IDF sotto le bombe dell’aviazione israeliana. Il prezzo da pagare per questo è sostanzialmente un passo – quanto meno in linea di principio – verso un rafforzamento della separazione tra Gaza e la Cisgiordania (il che è una minaccia all’idea di uno stato palestinese, e favorisce l’ipotesi di due bantustan separati).
Per converso, la presenza della forza internazionale renderebbe assai più difficile per Tel Aviv proseguire con la sua attuale linea di violazione quotidiana del cessate il fuoco. Ammesso e non concesso che la Risoluzione riesca a passare dall’approvazione del Consiglio di Sicurezza alla fase attuativa, l’ipotesi più probabile è che finisca col registrare il congelamento della situazione attuale, con la Striscia divisa in due fette longitudinali, quella a est sotto controllo israeliano e quella a ovest sotto controllo della Resistenza. In attesa che Israele decida comunque di riprendere lo scontro, se e quando lo riterrà opportuno.
C’è da aggiungere che, dato il contesto attuale, è assai probabile che invece Tel Aviv si rivolga a nord, attaccando nuovamente il Libano. Il che potrebbe essere agevolato dal fatto che – grazie alla presenza internazionale – potrebbe distogliere parte delle sue truppe da Gaza. Va tenuto presente, al riguardo, che l’IDF denuncia da tempo una significativa carenza di personale, ed è molto probabile che, in caso di una nuova guerra libanese, l’attacco contro Hezbollah venga portato sia dal confine con i territori occupati in Galilea, sia dal sud siriano, e pertanto la richiesta di forze sul terreno sarebbe significativa.
A conti fatti, quindi, e al di là di effimeri successi diplomatici, la Risoluzione ONU non è in grado di cambiare le carte sul terreno, ma – questo si – può determinare uno stop, fissando appunto lo stato di cose presente per un tempo indeterminato, ma presumibilmente almeno di mesi. Questo è un risultato che fa comodo probabilmente a tutti. Trump ne aveva bisogno per placare i malumori interni, alla base MAGA e non solo, dovuti a un eccessivo appiattimento sulle posizioni israeliane. La Resistenza ne aveva bisogno per dare respiro alla popolazione civile, ricostruire il tessuto amministrativo e riprendere il controllo (non solo militare) del territorio. Israele ne aveva bisogno per mettere a punto la prossima guerra contro il Libano, e magari per arrivare a una grazia presidenziale per Netanyahu.
Ovviamente, però, questo è uno stop a tempo. Tra non molto i problemi si ripresenteranno, e la loro gestione sarà soltanto una responsabilità statunitense. Si può pertanto supporre che, da parte russa e cinese, tutto ciò sia stato calcolato e previsto, e si sia ritenuto che valesse la pena lasciare che Washington vendesse il suo gatto nel sacco. Quando il sacco verrà aperto, il gatto sarà furioso, ma sarà il gatto degli Stati Uniti.
Se Mosca e Pechino si siano fatti altri ragionamenti non è al momento chiaro. C’è da augurarsi che quello summenzionato sia stato quanto meno parte del loro calcolo. Una cosa è comunque sicura: questa Risoluzione non risolve proprio nulla.
*(Fonte: Sinistrainrete – .. Enrico Tomaselli, designer e curatore d’arte contemporanea, condividerà le sue riflessioni sulle dinamiche della guerra.)

 

02 – RIVALUTAZIONE PENSIONI ESTERO: QUALI REGOLE 2026?
Per il 2026 quanto sarà la rivalutazione della pensione per chi risiede estero oppure se sarà previsto un esplicito blocco in Manovra per questi trattamenti, come era avvenuto nel 2025.
Nel testo della Manovra 2026 attualmente all’esame del Senato, non è previsto il blocco della rivalutazione delle pensioni degli italiani residenti all’estero.
La Legge di Bilancio dello scorso anno aveva invece previsto questa misura, ma in via eccezionale per il solo 2025. Il blocco dello scorso anno, contenuto nel comma 180 della Legge 207/2024, riguardava le pensioni dei residenti all’estero di importo superiore al minimo INPS.
PENSIONI 2026, rivalutazione da gennaio: ecco gli aumenti per fasce di reddito 10 Novembre 2025
In mancanza di ulteriori modifiche normative, nel 2026 riprenderà l’indicizzazione anche per questi trattamenti previdenziali, seguendo le regole ordinarie previste per tutte le altre pensioni, ossia con meccanismo a tre fasce. La rivalutazione 2026 è al 100% per i trattamenti fino a quattro volte il minimo (intorno a 2mila 400 euro lordi), scende al 90% fra quattro e cinque volte il minimo (fino a 3mila euro circa) e al 75% per le pensioni più alte. Queste percentuali si applicano all’indice annuo di incremento dell’inflazione misurato dall’ISTAT, atteso tra l’1,4 e l’1,7% circa.
Si fa presente che fino a quando la Manovra non sarà definitivamente approvata in Parlamento potrebbe essere soggetta a ulteriori modifiche, di conseguenza per avere certezze bisogna attendere che sia terminato l’iter e che non spunti una nuova penalizzazione all’ultimo momento.
*( ndr)

 

03 – Brasile: LEADER GUARANI UCCISO IN UN ATTACCO ALLA SUA COMUNITÀ

PROPRIO MENTRE ALLA COP30 SI DISCUTE DELLE TERRE INDIGENE, IL 16 NOVEMBRE, NELL’OSCURITÀ DELLA DOMENICA MATTINA, ALCUNI AGGRESSORI SI SONO SCAGLIATI CONTRO UNA COMUNITÀ INDIGENA NEL SUD DEL BRASILE APRENDO IL FUOCO E UCCIDENDO UN LEADER GUARANI KAIOWÁ E FERENDONE ALTRI QUATTRO.
A colpi di pistola, 20 aggressori hanno preso di mira la comunità guarani di Pyelito Kue, che aveva recentemente rioccupato una parte della sua terra ancestrale. Hanno sparato alla testa a Vicente Fernandes Vilhalva, 36 anni, uccidendolo. Gli uomini armati hanno aperto il fuoco e bruciato le case e gli effetti personali della comunità, e altri quattro Guarani sono rimasti feriti.
Uno dei leader di Pyelito Kue ha detto a Repórter Brasil, in forma anonima: “Eravamo circondati. I sicari non sono venuti per parlare, hanno solo iniziato a sparare. Noi non abbiamo armi, non abbiamo possibilità di difenderci. Ci siamo ritirati e ci siamo recati al villaggio, ma hanno continuato a sparare… Hanno bruciato tutto nell’area che stiamo rivendicando: le nostre capanne, le pentole, le sedie…”
L’attacco mortale – il quarto contro la comunità di Pyelito Kue nelle ultime due settimane – è solo l’ultimo episodio di una violenta aggressione che gli allevatori conducono da decenni contro i Guarani Kaiowá.
“Noi, popolo Guarani Kaiowá, condanniamo gli attacchi che sono avvenuti nella Tekoha Pyelito Kue e che hanno causato la morte di un leader. La nostra lotta è per la vita, per la terra e per ‘Tekoha Guasu’ (il nostro intero territorio ancestrale)… Non accettiamo più di essere trattati come invasori nella nostra stessa terra” ha affermato in una dichiarazione l’organizzazione dei Guarani Kaiowá, Aty Guasu.
Vicente deceased
Il corpo di Vicente Fernandes Vilhalva circondato dai compagni Guarani Kaiowá. © Aty Guasu
La comunità guarani kaiowá di Pyelito Kue e altre comunità guarani kaiowá della regione furono sfrattati con violenza dalle loro terre, nello stato brasiliano di Mato Grosso do Sul, decenni fa. Da allora, quasi tutta la loro terra è stata occupata da agroindustrie e allevamenti di bestiame. Alla loro resistenza e ai tentativi di rivendicare la propria terra sono seguiti attacchi violenti, e spesso mortali.
Le famiglie guarani di Pyelito Kue sono state costrette a vivere per oltre dieci anni in un’area affollata di 97 ettari, con poco spazio per coltivare orti. A causa della fame, a inizio novembre hanno deciso di rivendicare un’altra parte della loro terra nel Territorio Indigeno Iguatemipeguá I. Questo lembo di terra, in cui è stato ucciso Vicente, è occupato dalla Fazenda Cachoeira, un enorme allevamento di bestiame gestito da Agropecuária Santa Cruz e Agropecuária Guaxuma, compagnie che esportano carne.
La FUNAI, l’Agenzia brasiliana agli Affari Indigeni, aveva delimitato l’area nel 2013: uno dei primi passi verso la demarcazione. Tuttavia, il processo è in stallo da allora, in violazione della legge brasiliana e internazionale, e i Guarani sono costretti a subire attacchi violenti e uccisioni da parte di allevatori e polizia che agiscono nell’impunità, con il sostegno di politici locali. L’accordo ufficiale preso tra i pubblici ministeri, la FUNAI e i Guarani nel 2007, e le recenti promesse di demarcazione territoriale del Presidente Lula, non sono stati rispettati.
Vicente Fernandes Vilhalva, portavoce del popolo Guarani Kaiowá, assassinato il 17 novembre 2025
Secondo alcuni testimoni, in quest’ultimo attacco sono coinvolti la Polizia Militare brasiliana e membri del Dipartimento per le Operazioni di Frontiera (Departamento de Operações de Fronteira).
“LA COSTITUZIONE RICONOSCE I NOSTRI DIRITTI, E LO STATO BRASILIANO HA IL DOVERE DI PROTEGGERE I NOSTRI POPOLI” SI LEGGE NELLA DICHIARAZIONE DI ATY GUASU.
“Chiediamo il sostegno della società civile, delle organizzazioni per i diritti umani, dell’Ufficio del Pubblico Ministero Federale, della FUNAI, del Ufficio del Difensore Pubblico Federale per monitorare il caso e garantire la sicurezza delle famiglie guarani kaiowá di fronte al clima di odio e alle minacce che si stanno intensificando”.
“Una settimana fa, a Belém, il Presidente Lula ha riconosciuto che le terre indigene sono cruciali per combattere i cambiamenti climatici. Ha detto che ‘forse’ non è stata riconosciuta adeguatamente una parte sufficiente delle loro terre” ha dichiarato oggi la Direttrice generale di Survival International, Caroline Pearce. “La morte di Vicente è la cruda realtà di questo mancato riconoscimento: popoli indigeni sfrattati, espropriati, privati della loro terra, dei loro diritti, dei loro mezzi di sussistenza – e della loro stessa vita”.

“È una vergogna che i Guarani Kaiowá – di Pyelito Kue e di altre comunità – vengano uccisi solo perché vivono nelle loro case, sulla loro terra ancestrale. Il governo del Brasile deve completare il riconoscimento territoriale, proteggere i loro territori e perseguire coloro che li sfrattano e continuano a terrorizzarli”. Pagine Esteri

 

04 – LA SETTIMANA – L’UCRAINA AL BIVIO, CRESCITA PIÙ ALTA DEL PREVISTO PER L’EUROZONA, IL MANTRA DELLE SEMPLIFICAZIONI.

Il presidente francese Emmanuel Macron (a destra) e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky firmano un accordo nella base aerea di Villacoublay, vicino a Parigi, il 17 novembre 2025 (EPA)
La settimana è stata come sempre densa di eventi per Bruxelles e le capitali europee, con la crisi in Ucraina che ha preso nettamente il centro della scena, dopo il nuovo piano di pace presentato dagli Stati Uniti, che anche questa volta chiede enormi concessioni da parte di Kyiv, senza offrire garanzie di sicurezza credibili.
I Paesi di testa dell’Unione, insieme al Regno Unito, si sono attivati per provare a riequilibrare le condizioni. Si vedrà. Intanto, la Russia continua a bombardare l’Ucraina con missili e droni, facendo strage tra i civili.
La settimana europea era cominciata, lunedì, con le nuove previsioni economiche della Commissione, che ha alzato le stime di crescita per l’Eurozona: nel 2025, il Pil dovrebbe salire dell’1,3%, rispetto allo 0,9% indicato a maggio.

L’ITALIA È MAGLIA NERA, CON L’ANDAMENTO PIÙ BASSO TRA I VENTISETTE NEL PERIODO 2025-2027: IL PIL SALIRÀ SOLO DEL 2%, LA METÀ DELLA MEDIA UE.
Continua invece a brillare la stella della Spagna, che nello stesso periodo crescerà del 7,4%.
Tra le ricette più di moda per rianimare l’economia europea, spicca quella della semplificazione normativa, a tutto campo e anche al costo di rimangiarsi decisioni recenti e fino a ieri sbandierate come grandi conquiste. È il caso del rinvio fino a dicembre 2027 delle regole sull’intelligenza artificiale, accompagnato da semplificazioni sulla protezione e gestione dei dati, immediatamente criticate dalle associazioni dei consumatori.
È anche il caso dell’ennesima frenata sulla normativa ambientale che fa da corollario al Green Deal, il piano di rivoluzione industriale verde, che rischia di rimanere ormai senza madre né padre. Mercoledì è arrivata dal Consiglio Ue la richiesta di rimandare al 2026 il regolamento che punta a contrastare la deforestazione nei Paesi terzi. Al sofferto vertice mondiale sul clima, la Cop30 in Brasile, l’Unione Europea ha comunque provato a promuovere un’agenda green, scontrandosi con i petro-Stati, Arabia Saudita in testa.
Dall’economia alla politica, lunedì 17, la Commissione ha formulato le proprie proposte per gli aiuti all’Ucraina: Bruxelles si rifà alle stime del Fondo monetario internazionale, che prevede un fabbisogno di 135,7 miliardi di euro nel 2026-2027, 71,7 miliardi solo l’anno prossimo. Lunedì, Macron ha ricevuto Zelensky a Parigi: Kyiv è pronta ad acquistare 100 caccia Rafale per la propria aviazione.
Martedì 18, il presidente francese ha partecipato con il cancelliere tedesco Friedrich Merz a un summit finalizzato a rilanciare la sovranità europea nel digitale. Quella per l’autonomia strategica dell’Unione è una partita complessa, che vede la Commissione impegnata su molti fronti, come spiega il nostro corrispondente da Bruxelles, Beda Romano. Il tempo rende ancora una volta merito alla capacità di visione di Macron, almeno sui temi di politica internazionale. Il presidente francese aveva lanciato la formula «sovranità europea» già nel 2017. All’epoca, molti la ritennero una provocazione di sapore dirigista. Oggi è un mantra che riecheggia in tutte le capitali europee, ma che manca ancora di un disegno coerente.
È in questo contesto che si inseriscono i piani di riarmo e la “Schengen militare”, il progetto lanciato mercoledì 19 dalla Commissione per facilitare la mobilità di soldati, mezzi e armamenti tra i Paesi dell’Unione. Il piano prevede la modernizzazione dei corridori logistici con un investimento di circa 100 miliardi.
(Fonte: Il Sole 24ore)

 

05 – Mattia Marasti*: MODESTA E A FAVORE DEI PIÙ “RICCHI”: LE CRITICITÀ DELLA MANOVRA DEL GOVERNO MELONI

NEGLI ULTIMI GIORNI LA MANOVRA ECONOMICA HA COMINCIATO IL SUO ITER CHE PORTERÀ ALL’APPROVAZIONE DA PARTE DELLE CAMERE. IN PARTICOLARE, SONO COMINCIATE LE AUDIZIONI IN COMMISSIONE BILANCIO DI CAMERA E SENATO. OLTRE ALLE PARTI SOCIALI, A CONFINDUSTRIA E ALTRI TIPI DI ASSOCIAZIONE DI CATEGORIA, SONO INTERVENUTI I PRINCIPALI ORGANISMI INDIPENDENTI – DALL’UFFICIO PARLAMENTARE DI BILANCIO ALLA CORTE DEI CONTI, FINO ALLA BANCA D’ITALIA E L’ISTAT – CHE HANNO EVIDENZIATO LUCI E OMBRE DELLA MANOVRA DEL GOVERNO MELONI.
LA MANOVRA ECONOMICA DEL GOVERNO SERVE A GIORGIA MELONI NON AL PAESE
In particolare, le analisi hanno rilevato come il taglio dell’IRPEF, per quanto modesto, favorisce in realtà i contribuenti più agiati, pur in un contesto più ampio. Anche la sterilizzazione annunciata da Giorgetti per chi guadagna oltre 200 mila euro appare inefficace. In generale le politiche economiche di Meloni appaiono incapaci di attaccare il problema dei salari e della bassa crescita nel nostro paese. La proposta di un ennesimo condono, per quanto più circoscritto rispetto ai precedenti, rischia di compromettere ancora di più la situazione. Non fa eccezione anche la sanità pubblica: i fondi stanziati sono insufficienti per intaccare i problemi strutturali. Ovviamente ci sono anche dei lati positivi: secondo alcuni studi, nonostante servano maggiori conferme, gli interventi voluti in questi anni avrebbero compensato l’effetto del fiscal drag.
Di cosa parliamo in questo articolo:
TAGLIO IRPEF: CIFRE MODESTE E A FAVORE DEI PIÙ RICCHI
EVASIONE E SANITÀ: I RILIEVI DELLA CORTE DEI CONTI
LA QUESTIONE SANITÀ: ANCHE I DATI ISTAT NON SONO BUONI
LA LEVA FISCALE NON BASTA: CHE COSA DICE BANKITALIA
LA RISPOSTA DI GIORGETTI E LO STATO DEL PAESE

TAGLIO IRPEF: CIFRE MODESTE E A FAVORE DEI PIÙ RICCHI
La misura più importante della manovra, come spiegato, riguarda IRPEF: il governo Meloni è intervenuto riducendo l’aliquota sulla quota di reddito che va dai 28 ai 50 mila euro.
Secondo le stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB), la riduzione di due punti percentuali dell’aliquota Irpef sullo scaglione dei redditi sopra i 28 mila euro interesserà circa 13 milioni di contribuenti e comporterà un minor gettito per lo Stato di circa 2,7 miliardi di euro.
Tuttavia, la distribuzione dei benefici è fortemente sbilanciata verso i redditi medio-alti. Solo il 30% dei contribuenti dichiara più di 28.000 euro, ma sono proprio questi a beneficiare della riduzione. Inoltre, poiché in un sistema progressivo ogni contribuente paga le aliquote inferiori su tutte le fasce di reddito precedenti, tagliare un’aliquota intermedia porta vantaggi a chiunque superi quella soglia. Proprio per questo motivo, sottolinea l’UPB, circa il 50 per cento delle risorse destinate alla misura finirà all’8 per cento dei contribuenti con i redditi più elevati, intorno ai 48 mila euro annui.
L’analisi dell’UPB si è poi soffermata su un analisi per categorie, cioè quale tipo di mansione svolgono coloro che beneficiano del taglio dell’IRPEF. Secondo le stime, saranno interessati il 96 per cento dei dirigenti, seguiti dal 53 per cento degli impiegati e dal 37 per cento dei lavoratori autonomi. Soltanto un porzione minoritaria di pensionati e operai sarebbero interessati – rispettivamente al 27 e al 16 per cento. In valore assoluto, sono i dirigenti ad avere un beneficio maggiore, con un risparmio stimato annuo di 408 euro, che va via via a scendere arrivando a 23 euro per i dipendenti.
Per quel che riguarda il calo dell’aliquota effettiva, è piuttosto contenuto, in linea con quanto avevamo scritto in precedenza: si tratta di un intervento di modeste entità.
Successivamente, l’UPB ha analizzato la proposta del governo di congelare questo beneficio per i redditi più alti di 200 mila euro. Questo dovrebbe avvenire attraverso una riduzione forfettaria pari proprio al risparmio massimo di 440 euro sul fronte detrazioni. Ma dalle analisi emerge che l’intervento per contenere le detrazioni interesserebbe soltanto il 32 per cento dei contribuenti con un reddito superiore a 200 mila euro. Tenendo conto di questo si ottiene che il beneficio medio per chi ha un reddito maggiore di 200 mila euro si attesta a 379 euro, di poco inferiore al massimo di 440.
In un paragrafo successivo, l’UPB inserisce l’intervento attuale del governo nel contesto più ampio di questi anni, in cui si è intervenuti sul fronte fiscale per far fronte agli effetti dell’inflazione. Le analisi evidenziano una situazione alquanto disomogenea. la riforma Irpef accentua le disuguaglianze tra diverse categorie di contribuenti, invece di ridurle.
Per i lavoratori dipendenti, il taglio delle aliquote ha un effetto “complementare”: va cioè a colmare il divario nelle fasce di reddito medio-alte, dove gli interventi precedenti avevano avuto un impatto minore. Per pensionati e autonomi, invece, la riforma è “incrementale”, aggiunge quindi nuovi vantaggi a benefici già concentrati nelle stesse fasce di reddito. In particolare, per quanto la discussione possa farsi più tecnica, per i lavoratori dipendenti la progressività è stata determinata soprattutto da bonus e detrazioni, che hanno ridotto il prelievo nelle fasce basse e medie. Pensionati e autonomi, invece, non hanno accesso a questi strumenti e subiscono un’imposizione basata quasi solo sulle aliquote.
Questa divergenza, sottolinea l’UPB, non risponde a criteri di equità orizzontale – cioè trattare in modo simile chi ha un reddito paragonabile – e mette in discussione la coerenza complessiva del sistema tributario. In altre parole, la riforma non semplifica né riequilibra il fisco: lo rende più diseguale e più difficile da giustificare sul piano dell’equità – cioè che a parità di reddito si abbiano trattamenti fiscali equivalenti.

EVASIONE E SANITÀ: I RILIEVI DELLA CORTE DEI CONTI
La riforma dell’IRPEF è discussa anche nella memoria della Corte dei Conti. La proposta è in linea con il rilancio della domanda aggregata interna e del potere d’acquisto, falcidiato dall’inflazione nel corso degli ultimi anni. Tuttavia, nota sempre la Corte, oltre il 44 per cento delle risorse destinato a questa misura vada ad avvantaggiare contribuenti che hanno un reddito dichiarato tra i 50 e i 200 mila euro. Anche il correttivo proposto da Giorgetti, si legge, non andrebbe del tutto a cancellare il risparmio di 440 euro annui per coloro che guadagnano oltre 200 mila euro, come aveva dichiarato il Ministro dell’Economia: al contrario le analisi della corte suggeriscono che la sterilizzazione dei benefici della riforma, così come proposta dal governo, toccherebbe solo un terzo dei contribuenti che guadagnano oltre i 200 mila euro.
Ma l’aspetto probabilmente più critico della manovra riguarda l’ennesima rottamazione. Si tratta, come avevamo spiegato, di un provvedimento più circoscritto. In particolare, potranno usufruirne coloro che hanno presentato la dichiarazione dei redditi ma non hanno versato, mentre non vale per chi è stato accertato di evasione. Inoltre il periodo di rateizzazione viene aumentato da cinque a dieci anni.
La Corte dei Conti riconosce che provvedimenti come le “rottamazioni” perseguono, almeno in teoria, diverse finalità di politica economica. Da un lato, mirano a recuperare in tempi brevi parte del gettito fiscale che può essere utilizzato poi per vari interventi del governo. Ma anche in questo caso la possibilità di rateizzare fino a dieci anni va nella direzione opposta a questo obiettivo. Un secondo obiettivo, indicato dalla Corte, è che queste misure dovrebbero ridurre i costi amministrativi e gestionali, alleggerendo il carico delle procedure di riscossione e snellendo l’archivio dei crediti non riscossi. Un terzo obiettivo è di natura sociale: offrire un sollievo temporaneo ai contribuenti in difficoltà economica, evitando che il peso dei debiti fiscali si traduca in fallimenti o in ulteriori costi sociali. Su questo però si gioca anche una battaglia politica per rappresentare quei cittadini morosi, che sembra essersi intestato il leader della Lega.
Tuttavia, accanto a questi potenziali benefici, la Corte sottolinea importanti criticità. Le rottamazioni creano infatti problemi di equità, premiando chi non ha pagato rispetto a chi è rimasto in regola, e possono generare aspettative di future sanatorie, alimentando un effetto chiamato azzardo morale: i contribuenti, convinti che arriveranno nuove misure, potrebbero essere meno inclini a rispettare gli obblighi fiscali. Ciò riduce la tax compliance, comportando a sua volta effetti negativi sulla crescita economica. In particolare, questo problema è acuito dal fatto che misure analoghe si ripetono ciclicamente nel nostro paese. Come sottolinea infatti la Corte:
“(…) nell’arco temporale di un decennio si tratterebbe della quinta rottamazione, situazione che evidenzia che, perlomeno sino ad oggi, l’istituto non si è dimostrato strumento idoneo a risolvere i problemi endemici della riscossione, dimostrati dal sempre più elevato magazzino fiscale.”
Pertanto, per quanto vi siano delle ragioni sia di politica economica che squisitamente politiche dietro misure come la Pace Fiscale, queste rischiano di modificare il comportamento degli individui, compromettendo in ultima analisi la sostenibilità e l’efficienza del sistema fiscale nel lungo periodo.

LA QUESTIONE SANITÀ: ANCHE I DATI ISTAT NON SONO BUONI
Un ultimo fronte di particolare criticità individuato dalla relazione della Corte riguarda la spesa sanitaria. Nella sua relazione, rileva che l’aumento delle risorse destinate alla Sanità, pur portando il finanziamento del settore al 6,15% del PIL nel 2026, resta insufficiente per fronteggiare le criticità strutturali del sistema. Le nuove risorse coprono solo in parte l’aumento dei costi legati al personale, ai farmaci, agli acquisti da privati e ai dispositivi medici, mentre la pressione derivante dall’invecchiamento della popolazione e dalla crescita delle cronicità continua ad aumentare. Il nodo sul personale è quello più preoccupante: infatti le misure previste per valorizzarlo, con aumenti retributivi, incentivi e nuove assunzioni, pur essendo positivi, non risolvono il nodo della scarsa attrattività della sanità pubblica, in particolare per infermieri e medici specializzati che invece trovano più appetibile il privato o la libera professione.
Su questo aspetto è intervenuta anche l’ISTAT attraverso l’Audizione del Presidente dell’Istituto nazionale di statistica del professor Francesco Maria Chelli. Durante l’audizione Chelli ha individuato alcune criticità su questo fronte. In primo luogo, ha sottolineato lo scarso ricambio generazionale del personale sanitario. Il nostro paese registra il più alto tasso di medici anziani in servizio dell’intera Unione Europea: il 44,2 per cento ha più di 55 anni e oltre il 20 supera i 65, contro il 9,4 della Germania e l’8,4 della Spagna. Il problema è particolarmente grave tra i medici di medicina generale: oggi sono meno di 38 mila, in calo di oltre 7.200 unità in dieci anni, e il 60 per cento ha più di 60 anni. Già ora più della metà dei medici di base segue oltre 1.500 assistiti, il massimo consentito per legge, con un carico di lavoro crescente e tempi di cura sempre più ridotti.
Anche sul fronte infermieri la situazione non migliora, con una carenza di personale che le manovre del governo non riusciranno a colmare. Il rapporto infermieri medici nel nostro paese è la metà rispetto alla media europea, segnalando una forte carenza nel comparto. E, per quanto la situazione sia migliore rispetto ai medici, anche qui la forza lavoro è particolarmente anziana, con uno su quattro che ha oltre 55 anni.
A preoccupare c’è anche la rinuncia alle cure da parte della popolazione, sottolinea ISTAT. Nel 2024 infatti quasi il 10 per cento ha dichiarato di rinunciare alle cure per motivi legati alle liste d’attesa, alla scomodità delle strutture sanitaria o a problematiche di tipo socioeconomiche. Questa percentuale è in netta crescita rispetto all’anno precedente. Sono soprattutto le liste d’attesa a spingere gli italiani a rinunciare alle cure, come evidenziano i dati ISTAT.

LA LEVA FISCALE NON BASTA: CHE COSA DICE BANKITALIA
Più cauto e ottimista è stato l’intervento del Vice Capo del Dipartimento Economia e statistica della Banca d’Italia, Fabrizio Balassone. Innanzitutto, è necessario sottolineare una nota positiva riguardo il fiscal drag, che aggiorna quanto detto nel precedente articolo. Secondo un recente studio che sarà pubblicato nella collana della banca, si legge nella memoria, gli effetti del fiscal drag sarebbe stati più che colmati con l’insieme di misure messe in atto nel corso degli ultimi anni. Per quanto non basti un singolo studio per avere una panoramica completa del fenomeno, si può decisamente considerare una buona notizia.
Tuttavia, il problema dei redditi persiste e la strategia del governo appare insufficiente. In particolare, la proposta di tassazione piatta degli aumenti salariali contenuta nella manovra approvata dal Consiglio dei Ministri. Il fine di questa proposta è aumentare il potere d’acquisto dei salari dopo gli anni dell’inflazione.
In generale però, sostiene Balassone, è improprio attribuire alla politica fiscale il compito di sostenere i salari reali. In particolare, continua, la situazione in cui ci troviamo lascia ampio spazio alle imprese per aumentare i salari dei propri dipendenti. Lo strumento più appropriato sarebbe il rinnovo dei contratti. Ma le norme introdotte dalla manovra del governo, si legge, non andrebbero a migliorare la situazione sul quel fronte. Sappiamo infatti che la questione dei contratti collettivi e dei loro rinnovi è particolarmente problematica nel nostro paese. Invece di incentivare la stipula di contratti in un minor tempo, la norma andrebbe al contrario a favorire quei tipi di contratti in cui i rinnovi avvengono di frequente o in cui le trattative sono già avviate.
Rimane poi il problema del rilancio della produttività. Su questo fronte, il governo sembra non avere alcun proposta in merito.
Vale la pena citare che, secondo le analisi della banca citate nella memoria, la revisione dell’ISEE escludendo dal computo la prima casa andrebbe a sfavorire, in determinati casi, le famiglie più giovani e quelle di cittadinanza straniera.

LA RISPOSTA DI GIORGETTI E LO STATO DEL PAESE
Queste critiche sono state brevemente affrontate dal Ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti. Durante un’audizione in commissione Giorgetti ha dichiarato che le misure rispondono a esigenze profondo del paese e tutelano la classe media che si era invece vista esclusa- a suo dire- dalle misure precedenti. In realtà, come abbiamo visto, il ceto medio citato da Giorgetti è più il ceto medio-alto. Anche la proposta per sterilizzare il beneficio per chi guadagna più di 200 mila euro, come si è detto, risulta inefficace.
Una possibile linea di difesa, come riporta Carlo Canepa su Pagella Politica, è che si tratta di una restituzione delle risorse sottratte dal fiscal drag anche alle fasce più alte della popolazione. Qui però la questione si fa più politica che tecnica: per quanto le risorse siano modeste, c’era la necessità di intervenire su una fascia di popolazione che ha già un reddito elevato? Su questa linea si è pronunciato il responsabile economia del PD Antonio Misiani, che ha dichiarato:
“(…) l’intervento previsto dalla legge di bilancio non è solo modesto nei numeri – meno di tre miliardi di euro – ma anche mal congegnato nella sostanza. Estendere lo sgravio ai redditi fino a 200 mila euro significa disperdere a pioggia le poche risorse disponibili, rendendo sostanzialmente ininfluente sulla condizione delle famiglie a reddito medio la misura più sbandierata di questa legge di bilancio.”
Vale però la pena soffermarsi su quanto affermato da Fabrizio Balassone di Bankitalia. Il problema è che nel corso di questi anni si è tentato di intervenire su un problema endemico come il potere d’acquisto e la domanda aggregata facendo leva sulla politica fiscale, con tagli dell’IRPEF e bonus. Ma il problema del paese non riguarda tanto i salari netti, quanto quelli lordi, che non crescono per via di un sistema economico che ha smesso di creare prosperità diffusa. Non a caso, anche le soglie da cui partono gli scaglioni IRPEF sono più basse rispetto ad altri paesi, a indicare che in Italia chi è considerato ‘ricco’ rispetto alla distribuzione dei redditi non lo è in realtà così tanto.
Il governo si è intestato una crescita degli occupati a cui assistiamo in tutta Europa, nascondendo però sotto il tappeto i problemi che affliggono il paese da decenni. Con una delle maggioranze più solide dagli anni ‘90 in poi, i provvedimenti per il rilancio del sistema paese dal punto di vista economico non si sono visti. La linea sembra invece un’attenzione- corretta- alla stabilità dei conti pubblici. Se è vero che questo è un capitolo importante, soprattutto dato l’elevato indebitamento del nostro paese, allo stesso questa strategia può rivelarsi inutile senza una crescita della produttività e una maggior prosperità nel paese.
*(Fonte: La Valigia Blu. Mattia Marasti è studente e collaboratore di Kritica Economica. Per una prosperità inclusiva)

 

06 – Pasquale Liguori *: PALESTINA OLTRE LA MISTIFICAZIONE DELLA PACE. QUI STA LA POTENZIALITÀ RIVOLUZIONARIA DELLA PALESTINA: NON NEL FORNIRE UN MODELLO GIÀ PRONTO, MA NELL’APRIRE UNA BRECCIA NELLA PERCEZIONE DEL POSSIBILE

bnerignl.jpgIeri sera, per caso, mi sono imbattuto in una puntata di Piazza Pulita dedicata alla Palestina. Un piccolo compendio del nostro tempo: una moderazione ossessionata dall’equilibrio, contenuti annacquati per non disturbare nessuno, una brodaglia di opinioni che attenua le responsabilità invece di illuminarle.

Ne usciva l’ennesima rappresentazione anestetizzata del genocidio: si parlava di cessate il fuoco, di dialogo, di pace, come se fossimo alla fine di una guerra sfortunata, non dentro la prosecuzione di un progetto coloniale.

È anche da questo disagio che nasce la necessità di mettere in fila alcuni punti, senza pretese di esaustività ma con il desiderio di offrire, almeno, una piccola bussola. Non per aggiungere un’altra voce al rumore di fondo, ma per provare a restituire la struttura di ciò che sta accadendo, oltre le narrazioni tranquillizzanti dei talk show.

In Palestina non c’è nessun dopoguerra, perché la guerra non è mai finita. Quella enfaticamente annunciata da Trump non somiglia né a una tregua, né a un cessate il fuoco: è solo una pausa cosmetica che ha leggermente abbassato il volume della violenza. L’assedio a Gaza resta intatto, il 90 percento delle infrastrutture è stato distrutto, più della metà della Striscia è sotto controllo militare diretto, il cibo e i farmaci entrano a gocce, i prezzi sono schizzati alle stelle. La fame continua a essere un’arma di guerra e i massacri non sono cessati, si sono “normalizzati”. Parlare di pace è, semplicemente, una mistificazione.

Questo non è un incidente passeggero, ma l’ultima fase di oltre un secolo di guerra contro il popolo palestinese e la sua terra: colonie che si espandono, popolazione indigena compressa, recintata o espulsa. Per la maggior parte dei palestinesi, tra Gaza e Cisgiordania, il futuro resta cupo: aleggia l’incertezza, domina il lutto, la paura che la prossima ondata possa essere perfino peggiore.

In questo contesto, la vecchia formula della “soluzione a due Stati” appare per quello che è sempre stata: un metodo diplomatico pensato per guadagnare tempo e coprire il consolidamento del progetto coloniale.

Da decenni Israele moltiplica le colonie in Cisgiordania, ritaglia blocchi territoriali che rendono impraticabile la contiguità di qualunque Stato palestinese reale, mantiene un assedio duraturo su Gaza, trasforma ogni ipotesi di sovranità in una finzione amministrativa. Il problema non è la geometria dei confini, ma la logica del regime. Ciò che andrebbe messo al centro non è la scelta tra uno o due Stati, ma la necessità di porre fine alla supremazia etno-nazionale che ha strutturato Israele: un sistema che dà gerarchia razziale alla cittadinanza, legifera la discriminazione, organizza la propria riproduzione politica attorno all’annientamento – fisico, sociale, simbolico – dei palestinesi.

De-sionizzare Israele significa questo: smantellare il regime di apartheid, sciogliere l’idea di stato “ebraico” suprematista tra il fiume e il mare, riconfigurare i rapporti tra coloro che vivono su quella terra a partire da certezze politiche, dal diritto al ritorno, dall’autodeterminazione, dalla fine della guerra permanente contro la popolazione indigena.

Finché Israele continuerà a muoversi dentro un regime di impunità totale – militare, politica, giudiziaria – nessuna ipotesi istituzionale potrà reggere. La domanda cruciale non è come adornare la scena con nuovi riconoscimenti, ma come disinnescare il sistema che garantisce a Israele l’esenzione perpetua da ogni responsabilità.

Dentro questo regime, la resistenza palestinese non è un eccesso irrazionale ma una necessità storica. I media occidentali la registrano quasi esclusivamente come terrorismo, vendetta, pulsione suicida. Lo sguardo è sempre lo stesso: patologizzare la ribellione, naturalizzare la violenza coloniale. Ma la prospettiva si capovolge se si parte dalle condizioni materiali: villaggi in Cisgiordania strangolati da colonie e strade militari, uliveti incendiati, lavoratori picchiati o uccisi sui tragitti, assedio totale su Gaza, fame programmata, bombardamenti quotidiani, uso sistematico della carcerazione e della tortura come strumenti di governo. In questa architettura della morte, resistere significa semplicemente rifiutare di accettare il proprio annientamento come destino. La resistenza – armata, popolare, culturale – diventa l’unico modo per tentare di deformare il regime, alterarne i rapporti di forza, costringere il mondo a fare i conti con la questione palestinese non come “dossier” ma come crisi strutturale dell’ordine globale.

Le discussioni interne – strategiche e tattiche – sulla scelta di intraprendere una manovra offensiva come quella del 7 ottobre non annullano questi presupposti. Si può discutere se quella decisione abbia colto il momento giusto, se abbia sottovalutato la risposta genocida dello Stato coloniale, se abbia aperto più spazi o più vulnerabilità. Ma un fatto è innegabile: il genocidio non è cominciato il 7 ottobre, è esploso alla luce del sole. Israele ha mostrato il proprio volto senza più infingimenti, e nel farlo ha eroso la propria legittimità internazionale, soprattutto nella percezione delle nuove generazioni.

In questo senso, la resistenza palestinese non è solo difesa: è anche un principio di speranza. Non nel senso consolatorio del termine, ma come apertura di possibilità politiche: costruire alleanze reali, spingere i movimenti nel mondo a misurarsi con la Palestina, produrre spostamenti materiali nei rapporti di forza. È qui che la lotta palestinese eccede i propri confini: “Palestina” diventa una parola chiave per interrogare la natura stessa dell’impero statunitense, il rapporto tra colonia d’insediamento e metropoli, il funzionamento di un capitalismo che integra il genocidio nel proprio metabolismo.

Una delle strategie centrali del dominio israeliano è sempre stata la frammentazione. Muri, checkpoint, zone militari, permessi di circolazione, regimi diversi di cittadinanza e residenza: carta d’identità verde per i palestinesi della Cisgiordania, blu per Gerusalemme, regole ancora differenti per Gaza. Un solo sistema di controllo, declinato in forme diverse di inclusione ed esclusione, privilegiate e subalterne. L’obiettivo: impedire la costruzione di una soggettività politica unitaria, ridurre la moltitudine palestinese a una somma di comparti stagni, con interessi e orizzonti apparentemente divergenti.

Il 7 ottobre ha messo a nudo potenzialità e limiti imposte da questa architettura. Gaza, pur sotto assedio, ha sviluppato nel tempo capacità proprie: strutture sotterranee, produzione autonoma di armamenti, organizzazione politica relativamente coesa. Ma la Cisgiordania, Gerusalemme e i palestinesi con cittadinanza israeliana, decimati da decenni di arresti preventivi, cooptazioni, controllo capillare, non hanno potuto – o saputo – produrre una risposta coordinata all’altezza di quel momento storico. Ne sono nate fratture, senso di colpa, percezione di uno squilibrio nel sacrificio. E tuttavia, proprio l’intensificazione della violenza coloniale ricorda a tutti, con brutalità, che il progetto di lungo periodo della colonia è sbarazzarsi dei palestinesi in quanto tali. Il messaggio è chiaro: non importa che documento porti in tasca, quale sia la tua posizione nella gerarchia giuridica, quale segmento di territorio abiti. Nel calcolo strategico del sionismo, sei un ostacolo da rimuovere, gradualmente o in blocco. È questa minaccia condivisa che, paradossalmente, rilancia l’idea dell’unicità, al di là della frammentazione prodotta dall’occupazione.

Intorno a Gaza sono fioriti i piani per il “day after”. Think tank imperiali, miliardari dell’hi-tech, architetti della governance globale hanno immaginato la Striscia come laboratorio: dalla “riviera immobiliare” sognata nelle prime versioni trumpiane, in cui i palestinesi erano semplicemente scomparsi, fino ai progetti più recenti che prevedono combinazioni di colonie israeliane, zone speciali, corridoi economici, forme di amministrazione “palestinese” rigidamente subordinate alla sicurezza israeliana.

Ciò che accomuna queste fantasie è l’esclusione pressoché totale della volontà dei gazawi e del popolo palestinese. La priorità non è ricostruire una vita degna, ma neutralizzare Gaza come centro della resistenza, trasformarla in un territorio addomesticato, integrato nel circuito degli affari. Ricostruire senza restituire sovranità, investire senza restituire diritti: è il modello classico della controinsurrezione neoliberale, ora applicato su macerie ancora fumanti.
Per i palestinesi, e per chiunque prenda sul serio la questione, il problema non è “cosa costruire sulle rovine”, ma perché quelle rovine esistono. Senza affrontare la radice politica – il regime di supremazia, l’apartheid, l’occupazione, il diritto al ritorno negato – ogni piano di ricostruzione è solo un’operazione estetica al servizio dell’ordine coloniale.
Se guardiamo alle metropoli occidentali, questi due anni hanno prodotto un effetto evidente: le crepe nell’egemonia ideologica del sionismo si sono allargate. Negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Europa, la Palestina è diventata un banco di prova morale: gli studenti occupano i campus, i lavoratori si attivano stimolando i propri sindacati, le comunità nere, arabe, musulmane intrecciano le proprie lotte con quella palestinese, sempre più persone vedono la coincidenza tra “interessi nazionali” proclamati dall’élite e complicità con il genocidio.
Non è un caso che alcune figure politiche emergenti, anche in contesti profondamente ostili, siano state trascinate in parte dal loro posizionamento su Palestina: non perché incarnino una svolta radicale, ma perché il modo in cui si rapportano a questa questione diventa misura di attendibilità etica complessiva. La Palestina ha reso visibile, in modo quasi osceno, la distanza tra retorica dei “diritti umani” e pratica effettiva dell’imperialismo liberale.
E tuttavia, il sostegno strutturale a Israele non è crollato. Le classi dirigenti continuano a fornire armi, intelligence, copertura diplomatica. Alcuni governi europei hanno riconosciuto lo “Stato di Palestina”, ma senza interrompere i contratti militari con Israele, senza sostenere sanzioni reali, senza mettere in discussione la cooperazione industriale e tecnologica. È un doppio movimento: lavaggio di coscienza da un lato, continuità materiale del sostegno dall’altro. Per questo la parola chiave resta la stessa: impunità. Finché Israele potrà bombardare, affamare, espellere, incarcerare di massa senza pagare alcun prezzo in termini di sanzioni, isolamento, rottura di relazioni strategiche, ogni riconoscimento simbolico rimarrà una foglia di fico. La priorità non è dare un timbro di “statualità” alla Palestina, ma togliere il salvacondotto politico-militare allo Stato aggressore.
Nella società israeliana, esiste un dissenso – refuseniks, piccole realtà anti-sioniste, poche voci intellettuali – ma resta minoritario, tardivo, centrato per lo più su questioni interne: la corruzione di Netanyahu, la restituzione degli ostaggi, la crisi istituzionale. Le grandi manifestazioni che hanno riempito le strade non hanno preso parola contro il genocidio a Gaza, ma contro la gestione “inefficiente” della guerra, contro il rischio che il patto tra Stato e società ebraica si incrinasse. Il sistema politico nel suo complesso – dalla destra messianica alla cosiddetta “sinistra sionista” – condivide gli stessi presupposti: la necessità di mantenere uno Stato ebraico tra il fiume e il mare, la centralità della forza militare, l’inaccettabilità del diritto al ritorno, l’idea che i palestinesi siano, nella migliore delle ipotesi, una popolazione da amministrare. Netanyahu non è un’anomalia, ma un’espressione particolarmente sfrontata di una struttura condivisa. Il conflitto interno riguarda le forme del dominio, non la sua fine. Non sorprende, allora, che le poche sacche di dissenso più lucido guardino all’esterno: chiedono boicottaggio, disinvestimento, sanzioni, fine dei programmi di cooperazione militare e accademica. Sanno che, senza pressione esterna, la società israeliana non produrrà da sola la trasformazione necessaria. Questo è un punto che i movimenti nel Nord globale dovrebbero assumere con chiarezza: non c’è “pace” possibile appaltata alla coscienza del carnefice.

La Palestina, però, non si limita a esigere solidarietà. Costringe a guardare in faccia la corruzione delle istituzioni occidentali: media che mentono spudoratamente mentre i video di Gaza circolano sui telefoni di tutti; università che si presentano come spazi critici e reprimono gli studenti; parlamenti che si indignano per l’invasione russa dell’Ucraina e finanziano il genocidio in Palestina; Ong e apparati “umanitari” che depoliticizzano l’orrore trasformandolo in questione di “aiuti”.
In questo senso, la Palestina è una condensazione di contraddizioni. Mostra come la democrazia liberale sia perfettamente compatibile con l’apartheid e il genocidio, purché avvengano abbastanza lontano, purché colpiscano i soggetti giusti. Mostra come il capitalismo globale integri la distruzione di intere società nel proprio funzionamento ordinario: commesse militari, accordi energetici, sperimentazioni di tecnologie di sorveglianza che poi vengono esportate. Mostra come il linguaggio dei diritti umani possa essere usato come arma, selettiva e ipocrita. Ma proprio per questo, offre anche qualcosa: l’occasione di rompere l’incantesimo. Chi ha seguito Gaza in questi due anni ha visto, spesso per la prima volta, la nudità delle relazioni di potere che fino a ieri erano coperte dal velo della “comunità internazionale”. La fiducia nelle istituzioni si erode, non solo a destra ma anche in ampi settori popolari che rifiutano l’idea che “non ci sia alternativa”.

QUI STA LA POTENZIALITÀ RIVOLUZIONARIA DELLA PALESTINA: NON NEL FORNIRE UN MODELLO GIÀ PRONTO, MA NELL’APRIRE UNA BRECCIA NELLA PERCEZIONE DEL POSSIBILE.

Da questa breccia non nasce automaticamente un’altra società. Serve organizzazione. Non basta l’indignazione, non basta la solidarietà episodica, non bastano le manifestazioni oceaniche che non lasciano strutture dietro di sé. Quello che manca, tanto in Palestina quanto nelle metropoli, è un ecosistema organizzativo all’altezza del tempo: reti stabili, media indipendenti, gruppi capaci di passare dalla protesta simbolica a forme di lotta che interrompano davvero i flussi logistici, economici, militari.
Le azioni dei tempi recenti – blocchi dei porti, campagne contro i produttori d’armi, occupazioni universitarie, forme di sabotaggio simbolico e materiale – indicano una direzione, ma restano sparse. La sfida è trasformarle in una trama: territori in cui ci si conosce di persona, capacità di comunicare anche se le piattaforme vengono censurate, saperi “low tech” che permettano di resistere dentro scenari di controllo sempre più pervasivo, preparazione alla lotta non come fantasia romantica, ma come eventualità concreta in un’Europa che scivola verso forme sempre più dure di autoritarismo.
La discussione sui fascismi che avanzano, sulle società dello scoring sociale, sulle doppie vite necessarie per sfuggire alla sorveglianza di massa non riguarda un futuro remoto. È già qui, nei dispositivi che regolano frontiere, welfare, lavoro. La Palestina non è un altrove esotico: è il laboratorio in cui queste tecniche vengono testate con la massima violenza. Ignorarlo significa prepararsi a subirne una versione “domestica” senza avere né gli strumenti analitici né quelli organizzativi per opporvisi.
Il cessate il fuoco a Gaza non è la fine della guerra: è una pausa tattica dentro un ciclo di annientamento che dura da oltre un secolo. In questo intermezzo apparente, la domanda politica non è “quanto durerà la tregua”, ma che cosa fare di questa sospensione relativa: lasciarla riempire da processi di normalizzazione – i piani di ricostruzione business-friendly, i riconoscimenti simbolici, il ritorno alla routine – o usarla per costruire organizzazione, tessere reti, preparare il terreno perché la prossima offensiva non trovi un mondo altrettanto complice e disarmato.
La Palestina non chiede pietà. Chiede che si guardi in faccia la verità dell’ordine globale, che si scelga da che parte stare e che ci si organizzi di conseguenza. In cambio offre qualcosa che, nel cuore della catastrofe, resta prezioso: la possibilità concreta di pensare e costruire un’altra forma di vita politica. Non al posto dei palestinesi, ma insieme a loro, sapendo che la loro liberazione non è una causa esterna, ma una condizione della nostra stessa emancipazione.
(Pasquale Liguori – giornalista)

 

 

 

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