
01 – Roberto Ciccarelli*: Istat e Bankitalia bocciano la manovra: «Premia chi ha di più»
Manovra e miserie A chi comanda 408 euro all’anno, 23 a chi lavora. Upb, Istat, Corte dei Conti e Bankitalia smontano la legge di bilancio: banche, cartelle, fisco, salari. Governo sommerso dalle critiche, Giorgetti «in difesa»
02 – Claudia Fanti*: LA MINACCIA USA alimenta in Venezuela la repressione interna- tensioni in America stretta di Maduro contro i settori critici del chavismo. Invasione?
03 – Marina Catucci*; Apertura al dialogo e 200 legali, Mamdani prepara la squadra
04 – Emiliano Brancaccio*: L’Italia dei forti, dove a pagare pensano i lavoratori – A conti fatti La legge di bilancio, attualmente in discussione, è un esempio cristallino di «politica dei forti»
05 – Giuliano Santoro*: Il referendum conteso. Nordio: «Se perdiamo nessuna dimissione»
Si voterebbe tra marzo e aprile. Costa (Forza Italia) contesta che l’Anm si impegni nella campagna Rossi (Comitato per il No): «Battaglia dei cittadini e non dei giudici
06- Carlo Formenti *: per un socialismo del xxi – a proposito dell’autoreferenzialità delle sinistre occidentali (marxiste e non)
01 – Roberto Ciccarelli*: ISTAT E BANKITALIA BOCCIANO LA MANOVRA: «PREMIA CHI HA DI PIÙ» MANOVRA E MISERIE A CHI COMANDA 408 EURO ALL’ANNO, 23 A CHI LAVORA. UPB, ISTAT, CORTE DEI CONTI E BANKITALIA SMONTANO LA LEGGE DI BILANCIO: BANCHE, CARTELLE, FISCO, SALARI.GOVERNO SOMMERSO DALLE CRITICHE, GIORGETTI «IN DIFESA»
Quando una legge di bilancio è scritta da Bruxelles, in vista del mostruoso aumento della spesa militare promesso alla Nato e a Trump (il 5% del Pil entro dieci anni), si gioca «in difesa». L’Italia non è un «dream team» e non ha i mezzi per «sfasciare il mondo». Al ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti non piace solo lo sfortunato Southampton nel calcio, ma anche il basket. Anche qui l’Italia «non è una grande potenza» come gli Stati Uniti che dettano le condizioni ai loro fedeli alleati, pardon sudditi. Non solo tra i canestri, ma su dazi, armi e gas. Non resta che obbedire e accettare la «realtà».
CON QUESTA METAFORA sportiva che traduce il suo realismo capitalista, ieri Giorgetti ha cercato di scrollarsi la pioggia di critiche piovuta sul governo da parte dell’Istat, di Bankitalia, della Corte dei Conti e dell’Ufficio parlamentare di Bilancio (Upb). Risentito per le critiche di quelli che ha definito «professori» (come un Renzi qualsiasi), ha sferrato un attacco populista alle autorità indipendenti che hanno smontato la «sua» manovra.
IL MINISTRO più sportivo del governo Meloni ha chiuso così l’estenuante ciclo di 80 audizioni sulla manovra più mediocre degli ultimi anni. Non lo è per mancanza di ingegno. Lo è perché l’esecutivo ha firmato il «patto di stabilità» Ue e oggi è stritolato fino al 2029 dal Piano strutturale di bilancio di medio termine dettato dalla Commissione Ue al governo Meloni. In vigore dal 2024 impone all’Italia un limite medio di crescita della spesa netta pari all’1,6% annuo. Un vincolo che ha imposto l’«impatto nullo» sul Pil della prossima manovra che non affronta nessuno dei problemi strutturali di un’economia già tarata e dispensa invece misure regressive. Ad esempio, il taglio della seconda aliquota dell’Irpef dal 35% al 33%, che distribuiscono una mancia i redditi da 48 mila euro in su e penalizzano quelli più poveri da 28 mila euro ai quali è comunque rivolta.
LA PRESIDENTE DELL’UPB Lilia Cavallari ha spiegato che la riduzione di due punti dell’Irpef premierà di più solo l’8% di una platea composta da 13 milioni di lavoratori dipendenti. A questo otto per cento andrà quasi la metà dei 2,7 miliardi di euro stanziati dalla manovra. Secondo l’Upb un beneficio medio di 408 euro all’anno, cioè 34 euro al mese, andrà ai dirigenti; 123 (10 al mese) agli impiegati; 23 (1,91 al mese) agli operai. Proprio chi ha meno reddito riceve di meno, dunque. Senza contare la compensazione dei benefici sui redditi sopra i 200 mila euro. Riguarderà 58 mila persone che avranno 188 euro (15 euro al mese). Non ne hanno bisogno, evidentemente. Questo capolavoro di iniquità si è reso necessario per ricompensare i redditi che sono stati penalizzati dal «taglio del cuneo» fiscale degli anni scorsi. A parere dell’Upb il «drenaggio fiscale» è stato già compensato per i redditi fino a 32 mila euro. L’effetto è quello della coperta corta: quando si tira lascia sempre una parte scoperta.
PER QUESTO L’UPB ha posto la necessità di «pensare a interventi non emergenziali, fuori dal sistema fiscale» per aumentare i salari. Questione che non sfiora il governo che continua a peggiorare l’Irpef. Ciò ha provocato un altro problema: la «flat tax» del 5% applicata sugli aumenti contrattuali per i redditi da lavoro fino ai 28 mila euro. Ciò aumenterà l’aliquota marginale del 30% su redditi modesti. Il governo ha dovuto trovare un rimedio pasticciato. La crisi del sistema fiscale, ad avviso dell’Upb, non può essere risolta con «rimedi temporanei» che creano «problemi di equità orizzontale» con il quaranta per cento dei dipendenti privati che hanno rinnovato il contratto prima del 2025.
L’ISTAT E LA BANCA D’ITALIA hanno fornito gli strumenti per capire il modo in cui il sostegno al «ceto medio», in realtà sia una leva per aumentare le diseguaglianze. Francesco Maria Chelli, presidente dell’Istat, ha confermato che oltre l’85% delle risorse sarebbero destinate «alle famiglie dei quinti più ricchi della distribuzione del reddito». L’irrisorietà dell’intervento è stata osservata anche da Fabrizio Balassone della Banca d’Italia, secondo il quale non ci saranno variazioni significative tra le diseguaglianze nella distribuzione del reddito. è «limitata» la capacità di accelerare il rinnovo dei contratti in corso, «incerta» è la sua attuazione, come l’accesso a una misura, a cominciare dal turismo e dal commercio, tra i più colpiti dall’erosione del reddito. E molti contratti sono fuori dalla finestra a cui si applica la detassazione degli aumenti.
LA «ROTTAMAZIONE» delle cartelle fiscali, misura-bandiera della Lega, è stata sommersa da critiche. Uno «strumento che in passato non ha accresciuto l’efficacia nel recupero di gettito» ha sostenuto Bankitalia. Per Mauro Orefice della Corte dei conti l’Erario può diventare finanziatore dei contribuenti morosi» che ha evidenziato la perdita di 1,5 miliardi e il fatto che lo Stato non incasserà le cifre brandite dal governo.
SULLE BANCHE e sulle assicurazioni, altro pilastro della manovra, ci sono molti problemi. Per la Corte dei conti il composito pacchetto di «tasse» non è altro che, in gran parte, un’anticipazione di imposte future. Dal 2029, si registrerà un minor gettito, creando un buco nel bilancio degli anni a venire. Lo stesso dubbio è venuto all’Upb secondo il quale le coperture ballano.
DISASTROSO è stato il ciclo di audizioni per il governo che va avanti, identificandosi con le regole dell’austerità. Lo si è capito quando Giorgetti ha rivendicato di nuovo l’impresa di «tenere i conti in ordine», e ha avvertito il parlamento a non sgarrare dalle regole della penitenza quando si presenteranno gli emendamenti. Tutto è già stato scritto. Di riarmo se ne riparla a primavera, quando il deficit rientrerà nel 3% sul Pil. Poi scatterà la corsa al riarmo. Giorgetti ha promesso che non sarà toccata la Sanità. Continuerà a essere de finanziata rispetto al fabbisogno. Il problema è il resto. I tagli a ministeri e enti locali sono l’antipasto.
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02 – Claudia Fanti*: LA MINACCIA USA ALIMENTA IN VENEZUELA LA REPRESSIONE INTERNA- TENSIONI IN AMERICA STRETTA DI MADURO CONTRO I SETTORI CRITICI DEL CHAVISMO. INVASIONE?
UNA PROTESTA A CARACAS PER LA SOVRANITÀ DEL VENEZUELA. IL BERSAGLIO DEI CARTELLI È LA PREMIER DI TRINIDAD E TOBAGO, KAMLA PERSAD-BISSESSAR, CHE HA OFFERTO OSPITALITÀ ALLE CANNONIERE STATUNITENSI, PROTESTA A CARACAS PER LA SOVRANITÀ DEL VENEZUELA
Tra i tanti problemi che si trova ad affrontare il popolo venezuelano, non è la minaccia di un intervento militare Usa la preoccupazione più pressante. «La gente è troppo impegnata a sopravvivere per angustiarsi più di tanto», ci spiega Thais Rodríguez, regista e «militante chavista», nota come autrice di una serie documentale sul «Comandante Chávez».
Se le navi da guerra che incombono sulle coste venezuelane rendono più dura la vita dei pescatori nel nordest del Delta Amacuro, costretti a ridurre la loro attività nelle acque vicine a Trinidad e Tobago per il timore di attacchi statunitensi, per molti non rappresentano tuttavia un motivo di angoscia più grave, per esempio, di quello costituito dal crollo della sanità pubblica, con i farmaci diventati proibitivi dopo la scomparsa di fatto dei programmi di sussidi. O dalla spaventosa crisi del sistema educativo, con «più della metà della popolazione scolastica che ha disertato la scuola nell’ultimo anno».
«SIAMO UN POPOLO ISTRUITO e colto», ha rivendicato il presidente Maduro lunedì su Telegram, ma intanto i bambini, ci dice Thais Rodríguez, «hanno lezione solo due giorni alla settimana, perché il 76% dei maestri ha abbandonato la scuola a causa di salari insufficienti per vivere: 7,3 dollari al mese con tendenza al ribasso». Per non parlare del dramma delle paghe irrisorie, con il salario minimo ancora fermo ai 130 bolívares del 2022 – che all’epoca valevano 30 dollari ma oggi appena 0,50 centesimi al tasso di cambio della Banca Centrale del Venezuela -, sempre meno compensato dai “bonus di guerra”.
IN QUESTO QUADRO, gli «imperialisti statunitensi» tanto cari all’estrema destra non sono che il nemico di sempre in una lista di vecchi e nuovi oppressori. Come la nuova borghesia arricchitasi sulle spalle dei lavoratori in base all’implicito patto tra governo e Fedecámaras, la Confindustria locale protagonista nel 2002 – ma sembra passato un secolo – del golpe contro Hugo Chávez.
O come l’opposizione di estrema destra, inneggiante all’invasione Usa, della neo Nobel per la pace María Corina Machado o del golpista, latitante in Spagna, Leopoldo López, di cui Maduro ha chiesto alla Corte Suprema di Giustizia la revoca della nazionalità.
Ma anche come, sottolinea Thais, l’attuale governo, «antipopolare, corrotto e illegittimo», che «continua a dirsi di sinistra pur avendo tradito il progetto di Chávez». Un governo che si è mantenuto al potere con una dura repressione – ulteriormente alimentata dalla minaccia di intervento Usa – di cui hanno fatto le spese, oltre a rappresentanti politici di diverso colore, anche leader sindacali, sempre più legati mani e piedi, e giornalisti, sempre più imbavagliati: l’ultimo caso è quello di Joan Camargo – il 23.mo secondo il Sindicato Nacional de Trabajadores de la Prensa -, di cui si sono perse le tracce da giovedì scorso.
A PAGARE, tuttavia, sono anche persone innocenti utilizzate come pedine di scambio, come il nostro Alberto Trentini, in carcere ormai da un anno, e la cui liberazione, come quella degli altri detenuti italiani e di altri paesi, rischia di nuovo di allontanarsi proprio a causa dell’offensiva statunitense in corso. O, ancora, persone che si sono semplicemente trovate nel posto sbagliato al momento sbagliato, spesso vittime di estorsione da parte della polizia e troppo povere per pagare il loro rilascio. «Si tratta di centinaia di casi», assicura Rodríguez.
In quella che Maduro ha definito lunedì «la democrazia più avanzata del pianeta», la repressione, del resto, l’ha vissuta da vicino lei stessa. Vittima di «linciaggio morale» in compagnia di tanti altri chavisti critici, tutti «accusati di essere agenti della Cia o di lavorare per María Corina Machado», si trovava insieme all’attivista di sinistra Martha Lía Grajales al momento del suo arresto dopo una manifestazione a favore dei prigionieri politici: una vicenda finita con la scarcerazione della leader dell’ong SurGentes – ma non con l’archiviazione dei capi d’accusa (incitamento all’odio, cospirazione con un governo straniero e associazione a delinquere ) – solo grazie a una campagna di solidarietà internazionale.
Una storia di ordinaria repressione, come quella che ha ultimamente coinvolto quattro produttori audiovisivi universitari – il suo amico Noel Cisneros insieme a Katiuska Castillo Vásquez, Ingrid Briceño Venegas e Marcela Hernández Guerra -, arrestati il 31 ottobre per aver fotografato la facciata del centro penitenziario di Tocorón, nello stato di Aragua, nel quadro del loro progetto di tesi di laurea all’Universidad Central de Venezuela.
SONO STATI RILASCIATI solo ieri, grazie a un’altra grande ondata di solidarietà che ha unito oltre 500 personalità del cinema, del teatro e della cultura e attivisti dei diritti umani a livello nazionale e internazionale.
*(Claudia Fanti – Giornalista, scrive soprattutto di America Latina. Da più di 20 anni scrive sul settimanale Adista e collabora con il Manifesto e con altre testate)
03 – Marina Catucci*; APERTURA AL DIALOGO E 200 LEGALI, MAMDANI PREPARA LA SQUADRA
NEW YORK – AMERICA OGGI IL NUOVO SINDACO AFFRONTA LA FASE DI TRANSIZIONE MODERANDO I TONI MA RECLUTANDO AVVOCATI. GLI SERVIRANNO: L’ICE SI PREPARA ALL’ASSALTO
Non si è ancora spenta l’eco della campagna elettorale di Zohran Mamdani ma la sua base si sta già riorganizzando e lo ha fatto con Our Moment, il nostro momento. «Siamo una nuova organizzazione che si basa sullo slancio popolare della campagna elettorale di Zohran Mamdani – si legge sul loro sito online – per mantenere la promessa di una New York City più accessibile. Ci organizzeremo per vincere e difendere il programma che ha trovato riscontro tra gli elettori: assistenza all’infanzia gratuita, autobus veloci e gratuiti, congelamento degli affitti e costruzione di case a prezzi accessibili, e molto altro». Nemmeno l’entusiasmo si è spento, e ogni tanto a New York per strada qualcuno grida “Zohran è il sindaco!”, o “Zohran ti amo!”.
NEL FRATTEMPO il neo eletto sindaco socialista si è lanciato nell’opera di preparazione del team che lo accompagnerà nel lavoro che dovrà svolgere dal 1 gennaio, giorno in cui si insedierà al municipio di New York: secondo alcune indiscrezioni comprenderà un team legale di 200 avvocati. Mentre forma la squadra di transizione Mamdani è infatti impegnato in un discorso a distanza con Donald Trump, che ha dichiarato che il nuovo sindaco dovrà essere «più rispettoso nei confronti di Washington». Dovrà farlo, «perché altrimenti non avrà nessuna possibilità di successo. E io voglio che abbia successo. Voglio che la città abbia successo, non che lui abbia successo».
Secondo Tyler Pager, corrispondente del New York Time dalla Casa Bianca, in realtà Trump denigra Mandami in pubblico, ed arriva fino a dire di essere «molto più bello» del 34enne, mentre in privato ne parla come di un politico di talento, definendolo, a malincuore, «abile», stando a due persone che hanno parlato con Pager a condizione di rimanere anonime. Quando, poi, si scaglia pubblicamente contro Mamdani il tycoon non riceve nemmeno le reazioni che vorrebbe: a Miami durante un discorso ha cercato di provocare il suo pubblico per fischiare il nuovo sindaco di New York, ma la risposta è stata tiepida, e il coro di disapprovazione non si è alzato.
DAL CANTO SUO Mamdani ha affermato che continuerà a descrivere le azioni di Trump e della sua amministrazione per quello che sono, «senza usare mezzi termini», anche se lascerà la porta aperta al dialogo perché la questione non è personale, «un rapporto a due». «Il mio messaggio – ha continuato Mamdani – è rivolto anche all’Ice (la Immigration and Customs Enforcement): tutti saranno tenuti a rispettare la legge. Purtroppo in questo Paese si sta diffondendo la sensazione che ad alcune persone sia consentito violarla. Che si tratti del presidente o degli agenti stessi».
GLI AGENTI DELL’ICE non si stanno limitando ad ascoltare e hanno già lanciato un piano di attacco. Il giorno dopo l’elezione del nuovo sindaco hanno lanciato una campagna di reclutamento di personale indirizzato agli agenti della polizia di New York. «Agenti della Nypd – si legge nell’annuncio – Venite in un’agenzia che rispetta voi, le vostre famiglie e il vostro impegno di servire le forze dell’ordine». Questo è un attacco su due fronti: per rafforzare le file dell’Ice, e per minate il rapporto che la Nypd dovrà avere con Mandami mentre sta cercando di non incorrere nello stesso rapporto problematico che aveva avuto Bill De Blasio quando fu il suo turno di essere il sindaco di New York. Per ora non ci sono ancora voci di opposizione all’interno della Nypd, di certo un’interferenza dell’Ice non aiuta i buoni rapporti.
L’ICE NON È NUOVA a queste campagne e solitamente le intraprende mentre si prepara a sferrare attacchi nelle città in questione. E con il quadro di New York dipinto da questa elezione la questione è ancora più complessa.
IL SOSTEGNO a Mamdani riflette una trasformazione profonda nel tessuto sociale e politico della città. Giovani elettori, comunità di immigrati, lavoratori precari e studenti hanno rappresentato il cuore pulsante della sua base, segnando una chiara preferenza per una politica progressista e inclusiva che, chiaramente, si oppone all’Ice .
L’analisi dei dati demografici mostra un incremento della partecipazione tra le fasce d’età 18-34 anni. Nei quartieri di Queens, Bronx e Brooklyn l’affluenza ha superato la media cittadina. La maggior parte di Manhattan ha votato per Mamdani, ad eccezione dei quartieri più ricchi e più bianchi dell’Upper East Side, Midtown East, Murray Hill, Tribeca e Battery Park City. Nel suo Queens, Mamdani ha conquistato quasi tutto. Cuomo ha ottenuto risultati migliori in alcuni quartieri a maggioranza nera tradizionale mentre Mamdani ha vinto nei quartieri giovanili di North Brooklyn, Williamsburg, Greenpoint e nel nerissimo Bed-Stuy, uno dei nuovi laboratori politici afroamericani di New York.
IL VOTO FEMMINILE, in particolare quello giovane, ha registrato un incremento rispetto alle elezioni precedenti, segno di una crescente identificazione con una leadership che pone al centro equità, diritti e solidarietà.
*(Marina Catucci – La giornalista – corrispondente dagli Stati Uniti per Il Manifesto – è rientrata in Italia per raccontare “il socialismo e le nuove forme”)
04 – Emiliano Brancaccio*: L’ITALIA DEI FORTI, DOVE A PAGARE PENSANO I LAVORATORI – A CONTI FATTI LA LEGGE DI BILANCIO, ATTUALMENTE IN DISCUSSIONE, È UN ESEMPIO CRISTALLINO DI «POLITICA DEI FORTI»
L’Italia è dei forti, e i forti non hanno bisogno di giustizia. Se Giorgia Meloni e soci avessero voglia di raccontare la verità, in questa parafrasi letteraria potrebbero racchiudere l’essenza della loro azione di governo.
La legge di bilancio, attualmente in discussione, è un esempio cristallino di «politica dei forti».
Da lungo tempo l’Italia è uno dei paesi più iniqui al mondo. Stando ai dati della Banca Mondiale, siamo all’82esimo posto assoluto in termini di indici di disuguaglianza, superati anche da moltissimi paesi meno sviluppati: dalla Grecia alla Romania, dalla Tunisia al Bangladesh.
La disuguaglianza nazionale si registra in modo significativo all’interno di ciascuna classe sociale. Per esempio, tra i lavoratori dipendenti, la forbice tra dirigenti e operai è tra le più accentuate nel mondo avanzato.
Ma ancor più rilevante è la divaricazione tra le diverse classi sociali. Dal 1990, in Italia la quota salari e stipendi sul reddito nazionale è precipitata di quasi 10 punti percentuali, a vantaggio di profitti e rendite. Gli ultimi anni d’inflazione hanno contribuito ad aggravare il quadro.
In un tale, pauperistico scenario, l’azione di governo potrebbe essere indirizzata a mitigare le divergenze. Il ministro Giorgetti ha provato a sostenere che esattamente questo sarebbe l’obiettivo della manovra in corso: tutelare le fasce più deboli, mitigare i carichi fiscali sui ceti medio-bassi, rimediare alla perdita di potere d’acquisto causata dal carovita. Verrebbe da credergli sulla parola, se non fosse per il fatto che le sue dichiarazioni confortanti risultano smentite dai dati.
Indicativa, in questo senso, è la valutazione che sta emergendo dalle audizioni parlamentari degli esperti chiamati a commentare la legge di bilancio. Il presidente dell’Istat e il rappresentante di Bankitalia hanno concordato che il beneficio medio delle risorse messe a disposizione dalla manovra è modesto, non superiore all’uno percento del reddito disponibile. Ma soprattutto, hanno segnalato che oltre l’85% delle risorse saranno destinate alle famiglie dei due quintili più ricchi della popolazione. In particolare, il 20% di famiglie più ricche riceverà 411 euro all’anno in più, a fronte di appena 102 euro per il venti percento di famiglie più povere. Per la presidente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio è possibile individuare in modo ancor più chiaro i beneficiari della manovra. Circa il 50% del risparmio di imposta andrà ai contribuenti più ricchi, che rappresentano l’8% del totale. Suddividendo per mansioni, mentre gli operai guadagneranno appena 23 euro, i dirigenti godranno di uno sgravio di 408 euro all’anno.
Ma c’è anche un aspetto ulteriore, che finora non è emerso dalle audizioni. Si tratta dell’effetto che verrà dagli sgravi sui futuri aumenti contrattuali. Le misure del governo, infatti, non prevedono verifiche sull’entità effettiva degli aumenti salariali. Questo significa che gli imprenditori potranno concedere incrementi retributivi modesti, contando sul fatto che questi saranno poi integrati dalle detrazioni. Per esempio, supponiamo che si trovi un accordo su 100 euro netti di aumento salariale, che in base alle ordinarie imposte corrispondono a 140 lordi. Ebbene, con i nuovi provvedimenti del governo, le imprese potrebbero pagare appena 105 euro lordi, visto che al netto diventerebbero comunque 100. Il risultato finale è che le imprese risparmiano sui rinnovi contrattuali, con un pesante aggravio sul bilancio statale.
Vale a dire, in larga misura, sugli stessi lavoratori dipendenti, che sono i massimi contribuenti del sistema. Un fenomeno simile, ancor più sconcertante, si verificherà sugli sgravi previsti per le ore straordinarie e notturne: i lavoratori accetteranno di lavorare di più e attraverso il bilancio pubblico pagheranno essi stessi la maggior parte della retribuzione aggiuntiva.
In definitiva, in assenza di controlli, ogni trasferimento dal bilancio dello stato a favore di imprese e lavoratori rischia di tradursi in un trasferimento dai lavoratori alle imprese. Di questo tipico effetto perverso della politica fiscale si discute ancora poco.
L’Italia di Meloni è dei forti. Ai deboli tocca il paradosso di farsi sfruttare di più e pagarsi da soli lo straordinario
*(Emiliano Brancaccio – è professore associato di economia politica presso il dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Napoli “Federico II”)
05 – Giuliano Santoro*: IL REFERENDUM CONTESO. NORDIO: «SE PERDIAMO NESSUNA DIMISSIONE» – SI VOTEREBBE TRA MARZO E APRILE. COSTA (FORZA ITALIA) CONTESTA CHE L’ANM SI IMPEGNI NELLA CAMPAGNA ROSSI (COMITATO PER IL NO): «BATTAGLIA DEI CITTADINI E NON DEI GIUDICI»
«I magistrati, come tutti i cittadini, hanno il diritto di esprimersi sulla riforma. Nutro qualche dubbio sull’opportunità di costituire un comitato promosso dall’Anm per la propaganda referendaria, perché il comitato è un soggetto politico a tutti gli effetti, e di utilizzare i tribunali come palcoscenici». Mentre i parlamentari del centrodestra annunciano che martedì prossimo presenteranno le firme per il referendum sulla riforma della giustizia (bastano quelle di 80 deputati o 41 senatori), Enrico Costa di Forza Italia, membro della commissione giustizia alla Camera, polemizza con la possibilità che l’associazione dei magistrati prenda parte direttamente alla contesa per la consultazione di primavera.
«È OGGETTIVO il nesso tra alcune forze politiche ed alcune correnti della magistratura nell’opporsi alla riforma – prosegue Costa – M5S e Pd da sempre puntano a sbarazzarsi degli avversari attraverso la scorciatoia giudiziaria, il fronte comune con le toghe sul referendum non è altro che la proiezione di questo loro schema». È questo il terreno di gioco che la maggioranza ha scelto, sulla scia del ventennio berlusconiano: la riforma costituzionale sarebbe un modo per risolvere una volta per tutte il problema della giustizia politicizzata. Le opposizioni rispondono a tono: «Il vero obiettivo della riforma è quello di asservire la magistratura al governo, come dimostra la reazione sconsiderata di Meloni alla decisione della Corte dei conti sul Ponte sullo Stretto – attacca Angelo Bonelli da Avs – Poiché la decisione della Corte non è di gradimento per il governo, allora si annuncia una riforma per neutralizzarla».
IL MINISTRO della giustizia Carlo Nordio, invece, prova a suscitare contraddizioni nel campo avverso: «La sinistra si è dimenticata che questa riforma fa parte della sua storia?» dice, citando gli esempi della commissione bicamerale presieduta da Massimo D’Alema e della mozione congressuale di Maurizio Martina, entrambi favorevoli alla separazione delle carriere. Gli rispondono, indirettamente, le componenti riformiste della minoranza che, da sempre schierate a favore della separazione delle carriere, continuano invece a considerare la riforma largamente insufficiente. «È mancato il dibattito parlamentare – spiega Riccardo Magi – La maggioranza è andata dritta come un treno, senza ascoltare minimamente i suggerimenti delle opposizioni. Credo che questa separazione delle carriere non funzionerà». Il segretario di +Europa rivendica la sua storia pannelliana e radicale per smentire le ricostruzioni della maggioranza. «Noi radicali abbiamo sempre accompagnato la separazione delle carriere alla responsabilità civile dei magistrati e al superamento dell’obbligatorietà dell’azione penale – argomenta Magi – Questa separazione, invece, monca degli altri pezzi, rischia di vedere un nuovo potere, quello della magistratura dell’accusa, completamente slegato dal resto dell’ordinamento giudiziario, discrezionale e irresponsabile». Esprime la frustrazione dei renziani il senatore Enrico Borghi: «Eravamo entrati nel dibattito sperando di incidere. E invece ci è stato risposto: ‘Abbiamo già deciso, si fa così’».
LA DESTRA ALZA il livello dello scontro ma al tempo stesso ci tiene a tenere al riparo la posizione della presidente del consiglio sull’esito del referendum. Per Guido Crosetto, ad esempio, Giorgia Meloni non dovrebbe dimettersi se dovesse prevalere il no. «Questa non è una riforma Meloni – afferma il ministro della difesa infilando una serie di affermazioni lapalissiane – Il referendum normalmente significa affidare l’ultima parola al popolo, quindi quando il popolo si esprime, si prende atto di quello che ha deciso il popolo». Enrico Grosso, presidente del Comitato Giusto Dire No, la mette così: «Credo profondamente che questa sia e debba essere la battaglia dei cittadini contro una riforma costituzionale sbagliata e non possa diventare la battaglia dei magistrati contro il governo o contro la maggioranza politica. Forse è il governo e la maggioranza politica che vorrebbe trascinare la magistratura su questo piano». Si voterà tra marzo e aprile
*(Giuliano Santoro -, giornalista, lavora al Manifesto. È autore, tra le altre cose, di Un Grillo qualunque e Cervelli Sconnessi
06- Carlo Formenti *: PER UN SOCIALISMO DEL XXI – A PROPOSITO DELL’AUTOREFERENZIALITÀ DELLE SINISTRE OCCIDENTALI (marxiste e non)
Come promesso nel post precedente, dedicato al libro di Pino Barlacci sulla Cina, pubblico questo post scriptum, nel quale cito un paio di esempi (se ne potrebbero citare a bizzeffe, ma lascio il compito al libro a due mani che io e Vialli stiamo per consegnare all’editore Melatemi) che aiutano a capire che il meritevole tentativo di Barlacci di spiegare la Cina all’Occidente è, al pari di tutti gli sforzi di aggiornare la cassetta degli attrezzi del marxismo occidentale (1) impresa difficile, al limite dell’impossibile. Ciò è scontato nel caso degli intellettuali delle “sinistre” tradizionali, ormai integrati nella intellighenzia (mai termine fu più usurpato) liberal democratica, un ceto che non vuole semplicemente farselo spiegare, perché i suoi membri considerano la Cina (la giudichino o meno socialista) un nemico, e hanno legittimato l’oscena delibera del Parlamento Ue che ha equiparato comunismo e nazismo.
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Dopodiché quanto appena detto è meno scontato, ma purtroppo altrettanto vero, per la maggior parte dei militanti delle sette più diffuse – troskisti, bridgisti, operaisti, neo operaisti, neo anarchici ecc. – della cosiddetta sinistra “radicale”. Costoro – se non sono del tutto idioti – possono “tifare” per la Cina finché si parla del suo conflitto – che definiscono “inter imperialista”- con gli Stati Uniti, ma non possono ammettere che la Cina è socialista, perché ciò farebbe crollare come un castello di carte l’intero corpus dottrinale che hanno costruito nell’ultimo secolo, a partire dalla negazione del carattere socialista dell’Unione Sovietica (la cui degenerazione capitalista viene da alcuni fatta risalire addirittura alla svolta della NEP avvenuta negli anni Venti del Novecento).
I due esempi che ho scelto sono disomogenei, sia per contenuto che per spessore teorico. Nel primo discuterò alcuni temi dell’ultimo libro (2) di Ilan Pappé, “La fine di Israele”, che non parla della Cina (citata en passant nelle ultime pagine) ma del progetto di costruire, a partire dal movimento mondiale di solidarietà con la Palestina, un fronte antimperialista, antirazzista e anti eurocentrico in cui dovrebbero convergere le sinistre giovanili arabo-palestinesi, ebraiche e statunitensi, nonché i movimenti de coloniali del Sud globale. A mio avviso, come cercherò di dimostrare, il discorso di Pappé alterna intuizioni interessanti a incredibili ingenuità.
Il secondo esempio si riferisce a un articolo (3) dell’economista “marxista” Ernesto Scerpanti (è lui stesso ad auto virgolettarsi, riconoscendo onestamente che l’attributo si applica ormai a una miriade di correnti teoriche diverse, spesso incompatibili). Si tratta di un testo che non presenta novità degne di nota (nel senso che rispolvera i dogmi delle sinistre radicali di cui sopra), ma ha il pregio di proporre una gustosa (al limite del comico) ridefinizione della categoria di imperialismo, che gli permette di arrampicarsi sugli specchi per continuare a definire imperialista la Cina, mentre a chi scrive consente di esemplificare a quali livelli di denegazione arrivino i “marxisti” occidentali, pur di non fare i conti con un esperimento socioeconomico che li costringerebbe a riscrivere la teoria della transizione al socialismo.
I. PAPPÉ: UNA DURA ANALISI CRITICA DEL SIONISMO, CHE PERÒ HA IL DIFETTO DI RIPORRE ECCESSIVE SPERANZE NELLA SINISTRA EBRAICA STATUNITENSE
La speranza di Pappé (nel suo testo le parole spero, speriamo, speranza ricorrono, sintomaticamente, decine di volte) è niente di meno che Israele finisca come Stato entro qualche decennio: il collasso, sostiene, è già in atto, come testimoniano l’acuirsi delle contraddizioni sociali e politiche interne, la perdita di consenso da parte dell’opinione pubblica mondiale, la crescente difficoltà di presentarsi come avamposto della democrazia nel Vicino Oriente, nonché di mantenere la supremazia militare nella regione. Posto che tutti questi fattori non bastano di per sé a legittimare la tesi del crollo (il mondo è pieno di Stati falliti tenuti in piedi dagli interessi dell’imperialismo occidentale), vediamo come Pappé giustifica la sua profezia.
Parto dai temi più scontati, nel senso che l’autore li aveva già ampiamente trattati in libri precedenti (4) mentre qui occupano relativamente meno spazio. Pappé ribadisce che il sionismo, fin dalle origini tardo ottocentesche e primo novecentesche, è sempre stato un progetto colonialista, sostenuto e appoggiato dall’imperialismo britannico a partire dalla Dichiarazione di Salmour del 1917, e dalle potenze coloniali occidentali che ambivano ad assumere il controllo dell’area, sottratta al dominio ottomano dopo la Prima guerra mondiale. Del resto, come dimostra ampiamente il libro di Caroline Elkins, Un’eredità di violenza (5), nel periodo del mandato britannico sulla Palestina, durato fino al 1948, Londra ha costantemente favorito gli interessi della componente ebraica a danno di quella araba, consentendo un costante flusso migratorio che ha sovvertito la composizione etnico religiosa originaria della regione, agevolando l’acquisizione di terre da parte degli immigrati ebrei attraverso l’esproprio dei contadini poveri arabi e reprimendo duramente i tentativi dei residenti originari di resistere a questa colonizzazione sostituiva.
Tornando al sionismo, Pappé afferma che uno dei suoi principali obiettivi “fu creare uno Stato europeo nel cuore del mondo arabo de-arabizzando un paese arabo”. Un’operazione di colonialismo sostituivo che, aggiunge Pappé, non ebbe mai la piena approvazione della maggioranza del popolo ebraico della diaspora, né tanto meno della sua intellighenzia, che preferiva la prospettiva di un processo di transnazionalizzaione dell’identità ebraica, alternativo alla sua ri-localizzazione in Palestina (tanto che, scrive Pappé, i membri del movimento sionista arrivarono a disprezzare e insultare questi correligionari). Parliamo, dunque, di un movimento politico che condivide l’ideologia colonialista e razzista dell’imperialismo occidentale. Ciò è dimostrato, fra le altre cose: dalla pulizia etnica avviata nel 1948 (l’anno dell’Indipendenza per gli israeliani e della Nakba – la catastrofe – per i palestinesi, 250. 000 dei quali divennero profughi già a quella data); dalle politiche adottate nei confronti del milione e mezzo di palestinesi dei Territori Occupati dopo la guerra del 1967, ai quali non è concesso alcun diritto civile; dall’atteggiamento razzista dei coloni ebrei di origine europea nei confronti degli ebrei di origine etiopica e nordafricana, giunti dopo di loro in Palestina (paradossalmente, scrive Pappé, costoro sono divenuti i più feroci persecutori degli arabi palestinesi per certificare la propria “ebraicità”); infine dall’atteggiamento arrogante e violento dei coloni che occupano illegalmente la Cisgiordania, protagonisti di pogrom contro i vicini palestinesi, tollerati se non appoggiati dalle forze armate.
I coloni in questione, scrive Pappé, sono l’avanguardia violenta del Sionismo Religioso, di quello che chiama lo Stato di Giudea, fondato sulla fusione fra sionismo religioso e giudaismo ortodosso. Agli esponenti di queste correnti, che sono una componente essenziale del governo di estrema destra di Netanyahu, dobbiamo dichiarazioni pubbliche in cui si afferma che “il diritto del popolo ebraico alla Palestina è la volontà di Dio” e che “non esiste un popolo palestinese”. D’altro canto, nemmeno la componente laica, liberale e “progressista”, perlopiù di discendenza europea, che rappresenta lo Stato di Israele che si contrappone allo Stato di Giudea, è contraria alla colonizzazione e alla discriminazione razziale nei confronti dei palestinesi.
Se a tutto ciò si aggiungono l’indefettibile appoggio degli Stati Uniti (da oltre mezzo secolo il Congresso è quasi universalmente pro Israele) e i “processi di pace” periodicamente promossi da Washington, che si sono regolarmente trasformati in strumenti per normalizzare l’occupazione, per tacere della benevola indifferenza che l’Europa (sinistre comprese) ha costantemente manifestato nei confronti dei crimini di guerra di Tel Aviv, non è difficile comprendere come e perché si sia giunti al genocidio perpetrato a Gaza. Rebus sic stantibus, dove trova Pappé i motivi per sperare in una prossima, se non imminente, decolonizzazione della Palestina? Quale potrebbe essere il modello di una entità statale decolonizzata? Ma soprattutto quali forze politiche e sociali potrebbero realizzare il miracolo?
* * * *
Parto dal modello che Pappé ha in testa quando auspica (sogna?) la nascita di una entità sovranazionale che riassorba e pacifichi la Palestina. Prima del crollo dell’Impero Ottomano c’era il Mashdeq, come veniva chiamata un’ampia regione che comprendeva praticamente tutto il Vicino Oriente (Siria, Libano, Iraq, Palestina e Giordania). In questi luoghi convivevano pacificamente musulmani, cristiani di varie confessioni, ebrei e altre minoranze etnico-religiose. Questi rapporti di buon vicinato, amicizia e collaborazione erano frutto di una coesistenza laica fra gruppi che si identificavano per religione, cultura o etnia, i cui membri erano ligi all’Impero come cittadini ma non rinunciavano alle proprie identità. Anche gli ebrei e gli arabi palestinesi ebbero questo tipo di rapporto fino alla fine della Prima guerra mondiale. Il governo mandatario inglese, applicando i metodi divide et impera sperimentato in tutto l’Impero (6) ha alimentato le contrapposizioni fra i gruppi, infine ha lasciato all’élite sionista il compito di completare la colonizzazione della Palestina in nome dell’Occidente. È possibile ricreare le condizioni che esistevano sotto il dominio ottomano? Pappé ci crede, ma a mio avviso il suo è un pascaliano credo quia absurdum, ove si tenga conto, non solo dell’odio fra israeliani e palestinesi, ma anche di quello fra sunniti e sciiti, cristiani e musulmani libanesi, curdi e siriani ecc. ecc. Ciò posto, ci sarebbe da discutere sulla visione “imperiale” di Pappé che, nella misura in cui dà per scontata la “fine dello stato-nazione” (un mito della sinistra globale che resiste a ogni smentita fattuale) richiama, pur senza citarla, quella di Antonio Negri che ho criticato in più occasioni (7); non avendone qui lo spazio, preferisco passare ai soggetti politici che, secondo Pappé, dovrebbero metterla in atto.
Partiamo dai palestinesi. Costoro, scrive Pappé, sono i primi a non voler più sentire parlare della soluzione dei due Stati, che definisce “un cadavere in decomposizione”. Quanto ad Hamas, è un problema che Pappé ritiene superabile, a condizione che si smetta di considerarlo un “residuo” integralista religioso, e si riconosca che si tratta d’un fenomeno moderno che si è affermato grazie alla incapacità delle organizzazioni laiche e di sinistra di mantenere le loro promesse. Le giovani generazioni palestinesi (mi pare che Pappé si riferisca soprattutto all’intellighenzia della diaspora, ma su questo tornerò più avanti) sarebbero a suo avviso in grado di integrarlo in un progetto di costruzione di un unico Stato con pari diritti individuali per tutti, tessendo rapporti con gli altri movimenti decoloniali del mondo e superando i limiti delle vecchie organizzazioni di sinistra. In merito a quest’ultimo punto, evoca le forme decentrate di mobilitazione popolare sul tipo delle Primavere Arabe (anche se ammette che, in assenza di forme di organizzazione politica più strutturate, si rischia di non andare da nessuna parte).
Discorso analogo per i giovani ebrei americani (la sottolineatura è cruciale, nella misura in cui Pappé insiste sul fatto che gli Stati Uniti ospitano la più grande popolazione ebraica dopo Israele): dopo il genocidio di Gaza costoro partecipano sempre più attivamente al movimento di solidarietà nei confronti della Palestina, ma soprattutto sono alla ricerca di nuovi modi di definire il giudaismo senza farlo dipendere dal sionismo e riscoprono tradizioni che li possono aiutare a compiere tale operazione (vedi quanto detto sopra sul conflitto fra sionismo ed ebraismo della diaspora).
Mi avvio alla conclusione descrivendo il programma sul quale, secondo Pappé, queste componenti giovanili potrebbero convergere. In estrema sintesi si tratta di: 1) rivendicare il diritto al ritorno in Palestina dei sei milioni di palestinesi espulsi dal Paese (sebbene Israele sostenga che non ci sono spazi per accoglierli, la verità, scrive Pappé, è che esistono ampie zone disabitate) 2) i profughi dovrebbero tornare in una Palestina decolonizzata e non in un Israele riformato, cioè in uno Stato Unico con pari diritti per tutti, anche se ciò vorrebbe dire sconvolgere l’equilibrio demografico, e quindi desionizzare il Paese, che i sionisti vorrebbero trasformare in uno Stato etnico; 3) essendo inconcepibile che ciò avvenga “buttando a mare” gli ebrei, l’obiettivo è imitare il modello del Sudafrica post apartheid: riconoscimento dei crimini commessi da parte dei colonizzatori, perdono e rinuncia alla vendetta in cambio di giustizia da parte delle vittime.
Inutile sottolineare il carattere utopistico di tale visione. Vediamo invece i soggetti ai quali Pappé vorrebbe affidare l’attuazione del programma. Dopo una severa critica delle sinistre tradizionali e del loro appiattimento sulle posizioni del centro liberale, Pappé scommette su una ridefinizione della politica che, partendo dalle esperienze di movimenti spontanei come Occupy Wall Street e Primavere Arabe, si impegni a costruire partiti di tipo nuovo in Occidente, e sfrutti le opportunità create dalla ridefinizione dei rapporti di forza internazionali a favore del Sud globale, Cina compresa, “malgrado i suoi problemi in fatto di rispetto dei diritti umani”. Detto che quest’ultima battuta conferma che anche gli esponenti più intelligenti della sinistra euroatlantica non riescono a sbarazzarsi completamente dei propri pregiudizi occidentalocentrici, il nodo cruciale è, a mio avviso, il fatto che Pappé situa di fatto il suo immaginario quartier generale rivoluzionario nei campus americani, affida cioè alla diaspora degli intellettuali palestinesi e all’intellighenzia giovanile ebraica il compito di contaminare l’opinione pubblica d’oltreoceano con i valori dell’ideologia postcoloniale e decoloniale. Una visione “culturalista” che, da un lato, ignora il fatto che l’ideologia in questione, come spiega Kevin Ochieng Okoth in Red Africa (8), viene spesso usata per disinnescare la carica antagonista dei movimenti rivoluzionari del Sud globale, dall’altro lato, dimentica che, se l’imperialismo americano appoggia senza se e senza ma Israele, non è tanto e solo per motivi di affinità ideologica o per compiacere le lobby ebraiche, ma anche e soprattutto perché Israele è una testa di ponte che gli consente di mantenere il controllo sulle immani risorse naturali e finanziarie concentrate in quella regione del mondo.
II. LE ACROBAZIE DI SCREPANTI: ANCORCHÉ “BUONO” L’IMPERIALISMO CINESE RESTA TALE
Una seria discussione sulle categorie di capitalismo e socialismo oggi mi sembra che dovrebbe tenere conto (almeno) dei seguenti precedenti: il dibattito fra Lenin, la“sinistra” bolscevica e Rosa Luxemburg sul concetto di capitalismo di stato; il contributo di Paul Baran e Paul Sweezy sui concetti di capitale monopolistico e di surplus (oltre che sulla distinzione fra lavoro produttivo e improduttivo nella società capitalista e in quella socialista); le analisi di Fernand Braudel e Karl Polanyi che, sia pure con approcci differenti, smontano l’equazione mercato=capitalismo; il contributo di autori come Giovanni Arrighi, Samir Amin, Immanuel Wallerstein e Gunder Frank sul concetto di sistema mondo e sul rapporto sviluppo/sottosviluppo; il contributo degli afromarxisti (da Fanon a Cedric Robinson, passando per Walter Rodney, Eric Williams e molti altri) sul movimento socialista in Africa; il contributo dei marxisti latino americani (cito solo Mariategui e Alvaro Linera) sulle rivoluzioni latinoamericane. Sulla specificità della questione cinese mi pare poi impossibile non tenere conto di Adam Smith a Pechino di Giovanni Arrighi (9) e della discussione interna al PCC (tuttora in corso) analizzata da Cheng Enfu (10). Restando in ambito italiano, ricordo solo Rita di Leo (11), che ha messo in luce l’assenza di una teoria soddisfacente sulle società di transizione in cui il potere politico socialista convive con settori più o meno estesi di economia capitalista, le analisi di Vladimiro Giacché (12) sull’economia sovietica e di Alberto Gabriele sull’economia cinese e sulla convivenza di diversi modi di produzione nel sistema economico mondiale (13).
Per Gabriele i modi di produzione sono molti e possono convivere in rapporti di simbiosi e/o conflitto reciproco. Viceversa Ernesto Screpanti (nel cui articolo, per inciso, non ho trovato quasi traccia dei dibattiti teorici di cui sopra) sembra che, quando si parla di modi di produzione, non riesca a contare oltre il numero due: o un paese è socialista (con i suoi criteri non ne esiste a tutt’oggi nemmeno uno) o è capitalista (sempre con i suoi criteri tutti i paesi del mondo sono capitalisti). Da giovanissimo ho avuto occasione di militare brevemente in uno dei gruppuscoli bordighisti (alcuni dei quali esistono tuttora, sia pure in guisa catacombale) e di assistere perfino a una conferenza di Bordiga in persona. Certo allora non ero in grado di capire granché di quel che diceva, ma ricordo benissimo che sulla questione della chiara distinzione fra socialismo e capitalismo la pensava come Screpanti, quindi non è un caso se Bordiga e la Dunayevskaya sono le sole fonti “autorevoli” (“e con questo ho detto tutto” come recita Peppino De Filippo in “Totò Peppino e la malafemmina”) citate da Screpanti, il quale però, subito dopo averne evocato i nomi, aggiunge che non è il caso di “scomodarli”: per confondere i reprobi che osano parlare di socialismo cinese basta e avanza lui.
A parte le facezie: come è possibile assumere una posizione del genere (peraltro condivisa da molti militanti dei centri sociali e di certi residuali partitini “comunisti”) nel 2025? La risposta è semplice: basta restare ancorati alle definizioni contenute nell’Antiduhring e nella Critica al programma di Gotha, secondo cui già nella prima fase del comunismo (cioè nel socialismo, a partire da Lenin) vengono aboliti il lavoro salariato e il valore di scambio e ci si avvia “alla realizzazione del regno della libertà”. Detto che Marx ed Engels un secolo e mezzo fa (!) ritenevano che la rivoluzione fosse imminente e che la fase di transizione – la dittatura del proletariato – sarebbe stata breve, è chiaro che questo significa rimuovere completamente tutta la problematica teorica della transizione al socialismo. Su questo punto lo scontro fra Lenin e la “sinistra” bolscevica (ma anche con i critici delle sinistre europee, da Bordiga alla stessa Luxemburg) fu durissimo anche prima del varo della NEP (14).
La posta in palio era decisiva, in quanto si trattava di prendere atto che la transizione sarebbe stata lunga e difficile, che l’eliminazione delle dinamiche di tipo capitalistico (ma non del mercato, vedi sopra il riferimento a Braudel e Polanyi) avrebbero richiesto non meno tempo, che sarebbero rimaste differenze di classe (e quindi lotta di classe, anche all’interno dello stesso partito). Su questo Screpanti svicola perché mi pare chiaro che, per lui, l’ultimo Lenin è indigesto, nella misura in cui pone una chiara distinzione fra capitalismo di stato in regime socialista e capitalismo di stato in regime capitalista (mentre per Screpanti il capitalismo, di stato o privato che sia, sempre e solo capitalismo resta).
Ma Screpanti non si accontenta di contestare il carattere socialista del sistema cinese, vorrebbe anche dimostrare che gli straordinari risultati conseguiti sul piano socioeconomico (lotta alla povertà assoluta, miglioramento delle condizioni di vita e dei livelli di benessere di contadini e lavoratori urbani, servizi sociali) sono frutto di mistificazioni statistiche, per cui ingaggia una guerra di cifre contro i dati “ufficiali” forniti dal governo cinese e da una serie di economisti e agenzie internazionali. Detto che le cifre e il modo in cui vengono interpretate e usate da economisti che vogliono dimostrare tesi opposte sono un terreno scivoloso, apro un inciso sull’attendibilità delle fonti. Nel già citato libro di Cheng Enfu si spiega come il dibattito fra economisti cinesi (tanto per smentire la tesi dell’assenza di libertà di espressione) è pubblico e feroce fra una destra neoliberista, una sinistra neomaoista e un centro che difende la linea maggioritaria del PCC guidato da Xi Jinping. Quindi andrebbe verificato a quale di queste correnti appartengono gli autori cinesi citati da Screpanti (alcuni dei quali insegnano negli Usa, per cui mi permetto di considerarli sospetti).
Dopodiché mi ha colpito vedere come Screpanti, dopo avere citato un autore che attribuisce il 40% del PIL alle imprese pubbliche, ne citi un altro che riduce la percentuale al 25%, sostenendo che l’ultima cifra è più “realistica” (in base a quale criterio: “scientifico” o ideologico?). Aggiungo che una serie di dati con i quali cerca di dimostrare che la Cina è tuttora indietro rispetto ai Paesi occidentali più avanzati gli si ritorcono conto perché, anche se le sue fonti fossero attendibili (il che resta da dimostrare), il fatto che la Cina, che fino agli anni Settanta era mostruosamente più arretrata dei Paesi in questione, li abbia quasi raggiunti dimostra che si è sviluppata ritmi enormemente superiori ai loro.
Sulle questioni della riabilitazione del confucianesimo e dei criteri meritocratici di selezione dei vertici del PCC (nonché del confronto fra meritocrazia cinese e “democrazia” occidentale”), temi che inquietano Screpanti, rinvio a quanto scritto nel post precedente a proposito del libro di Arlacchi, e al libro di Daniel Bell (15). Passo invece a due chicche contenute nell’articolo del nostro.
Prima chicca, Screpanti scrive che trova agghiacciante la frase “uso del capitalismo”. Ne ha ovviamente tutto il diritto ma perché, mi chiedo, non si misura con un peso massimo come Giovanni Arrighi, che è stata la prima e più autorevole voce a usare questa espressione in campo marxista? Perché preferisce assimilare tutte le tesi che non gli aggradano all’utopia fantapolitica del romanziere ottocentesco americano Edward Bellamy, il quale descriveva una società immaginaria in cui tutta l’industria è statizzata e i lavoratori “sono organizzati in una struttura gerarchica denominata esercito industriale”. Questa visione sarebbe equivalente a quella di Arrighi e degli altri autori che definiscono socialista la Cina? No comment. Mi viene in mente uno spot pubblicitario in cui un adulto sfida un bimbo di tre anni in un gioco in cui quest’ultimo non può palesemente competere, mentre un commentatore invisibile chiede “ti piace vincere facile?” A Screpanti piace vincere facile per cui se la prende con Bellamy (che è pure morto da più di un secolo) piuttosto che con Arrighi (che è morto anche lui, ma evidentemente gli fa ancora paura).
Seconda chicca (la più gustosa). Screpanti ammette: che la Cina non ha mire espansioniste di tipo militare; che investe massicciamente nel Sud globale, specialmente in Africa e in America Latina, fornendo ai paesi in via di sviluppo aiuti sostanziosi al decollo industriale e ai processi di modernizzazione, costruendo strade, ferrovie, porti, aeroporti, scuole, ospedali, dighe e intere città nuove, che i suoi prestiti sono a lungo termine e hanno tassi di interesse assai più bassi di quelli occidentali. Poi scrive “mi sembra credibile l’opinione di chi sostiene che questo tipo di imperialismo (!!??) è gradito ai popoli che lo accolgono” (sic). Ma la Cina è comunque imperialista perché” estrae plusvalore” e ricchezza da altri paesi. Fermi tutti: Screpanti ci ha appena spiegato che a definire l’imperialismo non sono gli “aiuti” subordinati all’adozione di precise politiche sociali ed economiche, finalizzati a instaurare un’economia del debito che impedisce ai paesi del Sud globale di svilupparsi autonomamente; non sono gli interventi militari per promuovere “rivoluzioni colorate”; non è la logica coloniale neocoloniale che fonda lo sviluppo delle metropoli sul sottosviluppo delle periferie, non è insomma il fenomeno analizzato da Lenin e poi approfondito da Baran, Sweezy e decine di altri autori marxisti. È invece, o perlomeno è anche, il fatto che la Cina, invece di impedire che i Paesi del Sud globale si sviluppino (e quindi diventino potenziali concorrenti!) ne promuove sì lo sviluppo, ma nel contempo cerca a sua volta di trarre vantaggio economico dai rapporti reciproci.
No comment. Anzi no, un commentino finale ci vuole ma sarò sintetico. Screpanti non sarà un gigante del marxismo nostrano (del resto non è che ce ne siano molti), ma è rappresentativo del crampo mentale che affligge gran parte del marxismo occidentale, cioè l’assoluta incapacità di prendere atto che l’asse della lotta anticapitalista e antimperialista si è da tempo spostato dalle decrepite metropoli occidentali al Sud del mondo e che questa dislocazione ha determinato, sta determinando e determinerà sempre più un radicale aggiornamento della nostra cassetta degli attrezzi teorici.
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