
01 – Marina Catucci*: NEW YORK «Socialista non è più un insulto». Cresce il non partito di Sanders – Usa Sinistra Usa, a Chicago la convention del Dsa. Parla la co-segretaria Megan Romer
02 – Andrea Inglese*: Parlare o tacere su Gaza. Scrittori e artisti alla prova del genocidio. Gaza è crollata sulle norme di un diritto internazionale costruito pazientemente per scongiurare la ripetizione delle barbarie della Seconda Guerra mondiale.
03 – Marco Bascetta*: Il nuovo ordine del nazionalismo: commercio per tornare alla guerra
Dazi Usa Entità dei dazi e utilizzo dei loro proventi, sottratti a qualsiasi disamina politica, diventano arbitrio sovrano in una sorta di economia politica del capriccio.
04 – Andrea Valdambrini*: La protesta dei funzionari Ue: «Basta essere complici del genocidio a Gaza» – Palestina Parola Oreste Madia, impiegato della Commissione europea e tra i firmatari dell’ultima lettera a Bruxelles. Appelli e sit-in, forse lo sciopero. Intanto la vice presidente Ribera rompe il tabù
05 – Marina Catucci – NEW YORK*: Fbi a caccia dei democratici texani – Stati uniti Precipita la crisi per l’Aventino dem contro il colpo di mano dei repubblicani sui collegi elettorali. Anche l’ex deputato Beto O’Rourke nel mirino. L’obiettivo è resistere fuori dallo stato fino alla chiusura della camera il 19 agosto. Ma le forze dell’ordine cercano di arrestare e trascinare in aula gli onorevoli ribelli
01 – Marina Catucci*: NEW YORK «SOCIALISTA NON È PIÙ UN INSULTO». CRESCE IL NON PARTITO DI SANDERS – USA SINISTRA USA, A CHICAGO LA CONVENTION DEL DSA. PARLA LA CO-SEGRETARIA MEGAN ROMER
II Socialisti democratici d’America (Dsa) si sono incontrati a Chicago per la loro convention biennale, in un momento in cui i due socialisti Usa più importanti, Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, sono anche i politici più popolari del Paese, e a novembre ci sono ottime probabilità di vedere New York, la città più grande del Paese, governata da un tesserato del Dsa, Zohran Mamdani. «Il Dsa è la più grande organizzazione socialista negli Usa – spiega Megan Romer co-segretaria del Dsa nazionale – Ma per come è strutturato il sistema non siamo legalmente un partito».
QUAL È STATA LA SFIDA PIÙ GRANDE?
Vincere la diffidenza che deriva dall’essere nel centro del capitalismo, dove la gente per 70 anni ha subito la propaganda su socialisti, comunisti e gente di sinistra, tutti dipinti come malvagi. Ciò che abbiamo imparato dalle campagne di Bernie Sanders è che le ha fatte tutte dichiarandosi socialista, e alla gente è piaciuto. Ci ha dato il coraggio di dire: siamo socialisti e non ce ne pentiamo.
IL DSA VIVE UN MOMENTO DI CRESCITA.
Sì è molto emozionante. Sappiamo che tutti i problemi fanno capo al capitalismo: è la ragione per cui non c’è assistenza sanitaria in America, per cui nel Paese più ricco del mondo la classe lavoratrice fa fatica anche solo per riuscire a vivere. Così quando mostriamo cosa possono fare organizzazione, solidarietà e attivismo, ci ritroviamo a crescere. Bernie Sanders ha cambiato parecchio le cose, ma anche il lavoro di moltissimi attivisti nelle comunità. Le persone si rendono conto che la gentile signora della porta accanto, o il ragazzo che li ha aiutati a spalare la neve sono socialisti. Improvvisamente non è più un insulto e diventa: oh, sei socialista. Interessante.
LA NUOVA GENERAZIONE IN PARTICOLARE NON SEMBRA SPAVENTATA DAL SOCIALISMO.
Vedono che il capitalismo non funziona. La generazione dei baby boomer aveva visto che i genitori avevano ricevuto il meglio dal capitalismo: comprare la casa, l’auto, mantenere la famiglia con un solo stipendio. Ora i 30enni non possono permettersi di affittare una casa, non trovano un lavoro pagato abbastanza, vedono l’inflazione aumentare e non i salari, mentre ci sono sempre più miliardari. Esiste anche la tentazione di dare la colpa a persone già emarginate ed è nostra responsabilità intervenire con il messaggio che sono i miliardari a farci questo. Sono la classe dirigente, i proprietari terrieri, i grandi imprenditori, non le altre fasce vulnerabili.
COME SI COMBATTE DA DSA?
Una delle nostre strategie è quella di spingere candidati comunali, consiglieri comunali, ovunque, non solo in Stati democratici. Abbiamo un consigliere comunale del Dsa a Saint Petersburg, in Florida, uno a Indianapolis, in Indiana, uno stato molto conservatore e una città solo leggermente progressista. Abbiamo persone in carica in tutto il Paese. C’è una metafora che arriva dal baseball: costruiamo la panchina. Se hai una buona panchina quando è il momento e c’è una buona opportunità, come per il sindaco di New York, hai già i giocatori pronti. La destra lo fa da 40 anni. Ora noi dobbiamo solo farlo molto più velocemente.
Negli Stati Uniti, c’è una cosa che si chiama «socialismo fognario», da un gruppo di socialisti del Midwest di inizio ‘900, che costruivano reti fognarie e dicevano, non è fantastico? Se il governo lavora per voi e avete il controllo su ciò che fa possiamo farvi avere i bagni in casa, che forse non è la cosa più glamour ma rende la vita migliore. Essere socialisti significa dimostrare alla gente che vogliamo migliorare la loro vita.
COSÌ SI BATTONO I REPUBBLICANI MA COME SI BATTONO I DEMOCRATICI, DA SINISTRA?
Anche i democratici sono un partito capitalista e a volte sembrano pensare che siamo più dei nemici noi dei repubblicani. I democratici possono essere un po’ più gentili, sostenere delle questioni sociali in modi che ci permettono di collaborare con loro ma non sono dei nostri, anche se ci candidiamo nelle loro schede elettorali. Non serve un permesso per candidarsi in una scheda elettorale, sono amministrate dallo Stato, non dal partito. Negli anni ’80, il Dsa voleva riparare il partito dall’interno.
ORA IL DSA COSTRUISCE LA SUA COSA COMPLETAMENTE SEPARATA DA LORO.
CHE DIFFERENZA VEDE FRA DSA E SINISTRE EUROPEE?
In Europa ci sono tanti partiti e coalizioni poiché la maggior parte dell’Europa è sotto un sistema parlamentare, questo cambia il modo in cui ci si orienta alle elezioni. Noi dobbiamo sempre combattere le elezioni da outsider. A volte si vedono paesi europei con partiti socialdemocratici molto forti e trovo che questo possa avere un effetto paralizzante sulle politiche più radicali. Qui c’è solo il Dsa. A volte ci troviamo a combattere all’interno e può diventare una perdita di tempo. Altre volte è molto positivo: nel Dsa ci sono anarchici, trotskisti, marxisti-leninisti, maoisti, socialdemocratici, Eco socialisti,… Dobbiamo lavorare duramente per trovare un allineamento interno, ma quando lo troviamo siamo davvero una forza potente.
CHE PESO STA AVENDO TRUMP SULLA CRESCITA DEL DSA?
Lui espone le contraddizioni. Quindi, per quanto lui sia terribile e per quanto la vita per molti sia diventata terribile, è più difficile per le persone che si trovano a un livello intermedio di benessere ignorare i problemi che abbiamo. Non sono affatto un’accelerazionista, non appoggio l’idea di sostenere candidati di destra per vedere collassare il sistema, ma penso che sia importante cercare le opportunità nei momenti difficili. E una delle opportunità è che Donald Trump rende la vita difficile anche alle persone un po’ più agiate.
*(Marina Catucci – US correspondent – ilmanifesto documentarista, newyorker. Sindrome Americana è il mio podcast su Il Manifesto)
02 – Andrea Inglese*: PARLARE O TACERE SU GAZA. SCRITTORI E ARTISTI ALLA PROVA DEL GENOCIDIO. GAZA È CROLLATA SULLE NORME DI UN DIRITTO INTERNAZIONALE COSTRUITO PAZIENTEMENTE PER SCONGIURARE LA RIPETIZIONE DELLE BARBARIE DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE – Jean-Pierre Filiu
LE CORPORAZIONI DI ARTISTI, SCRITTORI, DOCENTI UNIVERSITARI: UN CASO DI STUDIO
Il comportamento intellettuale che le corporazioni di artisti, letterati e professori universitari, in occidente, hanno avuto in seguito al 7 ottobre di fronte allo sterminio della popolazione palestinese di Gaza costituisce e costituirà un caso di studio sociologico per le generazioni future. Nella gerarchia dell’infamante accusa di complicità al genocidio [1] dei palestinesi queste corporazioni si situano al terzo posto per grado di responsabilità. Il primo posto lo occupano solidamente la maggior parte dei governi occidentali e le istituzioni internazionali come l’Unione Europea. Qui c’è poco da studiare: la loro consapevole e volontaria inerzia è sotto gli occhi di tutti, così come le loro responsabilità morali e politiche. Al secondo posto vi è la categoria dei giornalisti e degli opinionisti (occidentali). Molti di loro collaborano attivamente o hanno collaborato almeno fino a date recenti, a rendere plausibile la propaganda del governo israeliano. Altri, una minoranza, hanno deciso abbastanza presto di farsi canale di diffusione dei giornalisti palestinesi, gli unici a cui era consentito essere testimoni, a rischio della loro vita, dei massacri e delle distruzioni di Gaza. Infine, al terzo posto, i portavoce di una sedicente “coscienza critica” o dei sedicenti valori dell’”umanità”: artisti, scrittori, studiosi. Più questi portavoce si trovavano prossimi o interni a una zona di “ufficialità”, meno, nella maggior parte dei casi, si sono espressi chiaramente e tempestivamente in pubblico.
Per parte mia, ho guardato a questo fenomeno con un misto di disincanto e d’incredulità. Ciò che conoscevo della storia europea, e del ruolo che le cerchie artistiche e intellettuali vi hanno giocato, mi portava ad attendermi un certo comportamento, ma nello stesso tempo lo osservavo incredulo. Come ora osservo incredulo il mutamento di tendenza, palpabilissimo sui social network.
LA RAGIONI DEL SILENZIO
Perché – ci si chiede spesso negli ultimi tempi soprattutto sui social – gli scrittori, gli artisti, gli intellettuali (non si usa quasi più), i docenti universitari non parlano di Gaza, non prendono posizione su Gaza, non si esprimono contro la politica Israeliana, non denunciano il genocidio? Un genocidio in atto o, per i più prudenti, il rischio di genocidio in atto, dovrebbe riguardare tutti coloro che hanno l’occasione di prendere la parola in pubblico. Soprattutto se appartengono a paesi, i cui responsabili politici potrebbero intervenire sulla situazione, facendo pressione su Israele, bloccando la vendita di armi, ecc. Soprattutto se in qualche momento della loro vita pubblica o persino privata si sono dichiarati sensibili a questioni come il rispetto degli esseri umani in quanto tali, indipendentemente dalla loro origine etnica o dalle loro pratiche religiose o dalle scelte politiche, ecc. Ci sono, in teoria almeno, diverse ragioni perché gli scrittori, artisti, ecc. “progressisti”, avrebbero dovuto reagire pubblicamente, o almeno sulle loro bacheche social, di fronte a quanto abbiamo visto accadere a Gaza già nei mesi immediatamente seguenti al 7 ottobre. Dico, in teoria, perché da un po’ di anni a questa parte, e specialmente negli ultimi due anni, tutte le convinzioni, le opinioni sul mondo, che i “progressisti” avevano sono state messe a dura prova. I progressisti, infatti, hanno costruito le loro idee non su ingenue concezioni del mondo, ma su principi che si trovano anche alla base delle carte istituzionali dei paesi a cui appartengono, alla base di valori trasmessi dai loro sistemi pubblici d’istruzione, alla base delle istituzioni nazionali e internazionali che, soprattutto in occidente, rivendicano orgogliosamente una loro diversità, se non superiorità, rispetto a principi che agiscono in altre culture, in altri paesi, in altri regimi non-occidentali. Ebbene, un movimento profondo che tocca simultaneamente le mentalità dei cittadini occidentali come le loro istituzioni, le forme del discorso come le forme di vita, ha creato una divergenza sempre più evidente tra quello che i regimi politici e istituzionali fanno, da un lato, e quello che, fino a un po’ di tempo fa, avrebbero dovuto fare, in quanto eredi di tutta una serie di principi “progressisti”. Un marxista ribatterà: “Ma questa divergenza c’è sempre stata!” È probabilmente vero, anche perché i principi “progressisti” di un marxista non sono gli stessi di un socialdemocratico, ecc. Ma la novità di questa fase storica, è che la divergenza non avviene in seno a concezioni concorrenti di un modello sociale, ma proprio all’interno del DNA progressista comune a tutto il mondo cosiddetto occidentale (e si consideri l’arco che va dal Nord America al Giappone), almeno dal dopoguerra in poi.
Questa divergenza, per chi ne ha preso consapevolezza, dovrebbe di conseguenza riguardare anche le modalità di comportamento di quella provincia ristretta, ma non irrilevante, costituita dalle cerchie di artisti, scrittori, ecc., nei vari paesi occidentali. Anche qui le tendenze di fondo si sono fatte sentire. Anche qui “l’incrollabilità” di determinati principi è divenuta molto relativa: più del principio conta il consenso, conta la fluttuante opinione pubblica, che incide sul pubblico di questi stessi artisti e scrittori. Sono universi di valore divergenti, funzionanti secondo logiche diverse, che sono giunti violentemente a confronto. È più urgente difendere il rispetto della persona umana o il consenso del pubblico nei confronti della propria opera, eventualmente del proprio “brand” autoriale? Credo che potremmo azzardarci a formulare una legge non gloriosa, ma abbastanza realistica: “più il capitale d’interesse e simpatia del pubblico” è grande per un autore – e, quindi, più le sue prese di posizione pubbliche hanno visibilità –, meno questo autore si sentirà autorizzato a rischiare una perdita di questo capitale, formulando posizioni di minoranza, facilmente contestabili rispetto alle tendenze dell’opinione pubblica. I principi che riguardano il rispetto della persona umana sono senza dubbio condivisibili, ma oggi persino il presidente della superpotenza mondiale li mette in discussione. Quindi perché mai la responsabilità di difenderli dovrebbe ricadere sulle fragili spalle dell’autore, che si è guadagnato con grande fatica un capitale di consenso tra i lettori? Logiche neoliberiste di incremento del capitale simbolico e logiche umanistiche di difesa di “astratti” valori universali si combattono, con esiti che possono andare dal tiepido compromesso alla resa più incondizionata di fronte alla concretezza dei vantaggi forniti dalla preservazione del consenso.
Ma se anche ci basiamo, con occhio sociologico e retrospettivo, sul comportamento di artisti, scrittori, intellettuali nel corso del Novecento, non c’è nessuna ragione per pensare che queste cerchie della società, di fronte a scelte personali difficili, siano più propense a prendere rischi rispetto ad altre cerchie sociali. Anzi, ogniqualvolta queste persone, in virtù delle loro competenze e talenti, hanno acquisito ruoli eminenti (“ufficiali”), appare più evidente la loro incapacità di metterli in pericolo. Più sono celebri e inseriti nelle diverse istituzioni culturali, più autori, artisti e intellettuali hanno qualcosa da perdere, andando contro le opinioni della maggioranza o di governi poco democratici se non apertamente autoritari. Quindi il loro “conformismo” ha fatto scuola. È un dato, purtroppo largamente acquisito, che si è ampiamente verificato anche oggi in occasione del conflitto tra Israele e la popolazione palestinese. Conflitto che, nato come reazione a un terribile attacco terroristico, si è poi trasformato in una rappresaglia militare contro una popolazione intera, e ha proseguito in questa direzione, imboccando la strada macabra e infame di uno sterminio di popolo.
Insomma, io stesso in gioventù, leggendo Sartre, Fanon, Anders, Fortini, ci ho creduto. Ma non ci credo più da un pezzo: artisti, intellettuali, accademici, scrittori non sono di per sé la coscienza di un bel nulla, certamente non della società. Sono, semmai, soggetti più di altre categorie sociali, al conformismo, con tutto quel condimento d’ipocrisia e viltà che esso si porta dietro. Questo non è un fatto di cui scandalizzarsi – lo sapevamo –, ma un dato di cui ancora una volta prendere atto.
PER CHI ERA INEVITABILE PARLARE
Quanto scritto fino a ora, non vuole però sostenere che tutti gli scrittori e artisti sono conformisti, né che la loro voce è irrilevante. In Occidente, dagli Stati Uniti all’Europa, e persino all’interno di Israele, si sono levate tempestivamente voci per denunciare quello che stava accadendo a Gaza, per situarlo in un preciso contesto storico, per mostrare come esso contrastasse con la maggior parte dei principi che dovrebbero cementare le nostre società. Queste voci costituivano, però, nel coro mediatico, una minoranza, e in molti casi hanno subito attacchi molto forti, anche perché giungevano da persone interne a una certa “ufficialità”. Assieme a queste voci si sono fatte sentire, accompagnate da azioni di vario tipo (manifestazioni, presidi, occupazioni), quelle di coloro che non avevano né arte né parte: gli studenti liceali e soprattutto universitari. E in modo inequivocabile gli studenti senza arte né parte, con la loro voce anonima, hanno dato una lezione ai loro padri, alle grandi firme del mondo accademico. “Ma come – dicevano questi studenti – ci avete rintronato le orecchie dalle scuole elementari con i valori della pace, dell’uguaglianza, della democrazia, dell’autonomia dei popoli, della pericolosità del razzismo, della sacralità dei diritti umani, e ora di fronte a bombardamenti di case, luoghi religiosi, scuole, università, ospedali, campi profughi, civili, fate finta di niente? Dite che tutto questo è legittimo, tollerabile?”
Provo a parlare ora al di fuori della “generalità”, per aggiungere una riflessione che tenga conto anche della mia diretta esperienza personale. Io faccio parte di quelli che hanno sentito l’esigenza di parlare molto presto di quanto si stava delineando all’orizzonte di Gaza, in seguito al 7 ottobre. Ho deciso di farlo pubblicamente, nel modo più inequivocabile possibile, ossia su un blog pubblico, e non solo sulla mia bacheca social. Non faccio parte di nessun’ufficialità letteraria, pur essendo scrittore, né di nessuna ufficialità accademica, pur essendo un ricercatore (senza cattedra). Quindi non ho meriti particolari per averlo fatto. Insomma, non mi muovevo in una zona di “grande visibilità”. L’unico merito che rivendico è quello della coerenza. Sono uno scrittore che sostiene l’importanza di una visione politica sul mondo, anche se questo non si traduce per forza in qualche forma riconoscibile di letteratura impegnata, e quindi era inevitabile che quanto stava succedendo a Gaza m’interpellasse, e mettesse in secondo piano progetti e scritture “letterarie”. Con questo non intendo dire che la scrittura letteraria dovrebbe tacere di fronte al genocidio di Gaza; dico solo che, per me, era inevitabile scrivere su Gaza, perché c’era qualcosa di abnorme in corso. E siccome la scrittura è per me una forma di esplorazione, di ricerca (anche documentaria) e di tentativo di comprensione, era necessario farlo, per uscire dalla paralisi intellettuale e dall’effetto oscurante della propaganda mediatica.
La difficoltà di scrivere su quanto stava accadendo a Gaza, già nelle settimane seguenti al 7 ottobre, credo che sia dipesa innanzitutto dall’impossibilità di abbordare il discorso su un piano esclusivamente umanitario. Qualcuno ha anche tentato di farlo, ma con scarsa efficacia analitica. Il conflitto tra Israele e Gaza esigeva, come esige tutt’ora, di essere affrontato attraverso una prospettiva politica, ossia di parte. Questa prospettiva non implica la negazione dei principi “progressisti” di cui ho parlato precedentemente, né di quelli del diritto internazionale, che quei principi tentano di rendere concreti nella realtà. La prospettiva politica semplicemente richiede la consapevolezza di entrare in un dibattito in cui, pur non essendo né palestinesi né israeliani né membri delle due diaspore (nel mio caso), quello che si dice, prende partito inevitabilmente, e si presta quindi alla contestazione e all’attacco di uno dei soggetti in causa. Accettare di parlare in una prospettiva politica significa perdere la neutralità, che un giudice super partes potrebbe avere, e significa perdere quel consenso che una semplice difesa di un astratto principio morale garantirebbe. E non solo l’autore di un tale discorso si rende vulnerabile rispetto a contestazioni e attacchi di qualcheduna delle parti coinvolte nello scontro, ma anche si espone al proprio errore, insito in ogni risposta politica.
Nel primo pezzo che ho dedicato, qui su Nazione Indiana, agli eventi di Gaza (16 ottobre 2023), scrivevo, ad esempio, questa frase: “Israele potrebbe al limite ammazzare tutti i membri di Hamas, e con essi un numero enorme di “vittime collaterali” innocenti, ma non potrà comunque sterminare tutti i palestinesi. Questo gli stessi cittadini israeliani (la maggior parte di essi) alla fine non lo permetterebbero”. Non so cosa significhi “alla fine”, ma è chiaro come sia stato ingenuo e poco realistico. Per più di un anno e mezzo, solo una minoranza coraggiosa di israeliani si è opposta veramente alla politica di sterminio che il governo ha reso sempre più evidente con il passare di mesi e la crescita delle vittime civili.
Vengo ora alle conclusioni. Scrivere pubblicamente contro un’opinione di maggioranza, e in un contesto di propaganda bellica, comporta sempre dei rischi per chi lo fa. Ma questi rischi sono proporzionali alla visibilità, all’ufficialità di chi scrive. La bancarotta morale e politica degli Stati Uniti, dell’Europa e di tutto l’Occidente è non solo palese, ma irreversibile. In questa bancarotta, sono coinvolti anche i settori culturali, oltreché quelli politici e giornalistici. Per quanto riguarda artisti, scrittori, studiosi, più vergognosi sono stati i silenzi, le prudenze, i ritardi, di coloro che, in tempi ordinari, rivendicano una visione politica della scrittura o, comunque, si rifanno spesso ai principi “progressisti”, largamente condivisi. Non biasimo né gli scrittori impolitici né quelli radicalmente pessimisti, che non credono nei principi “progressisti”, senza per questo aderire a qualche forma di fascismo o di ideologia reazionaria. Il loro silenzio, condivisibile o no, è quanto meno coerente. Lo è molto di meno quello di coloro che amano parlare di “morale”, “umanità”, “bellezza”, ecc., o di temi più politici come “uguaglianza”, “classe”, “femminismo”, “ecologia”, ecc.
È molto interessante, infine, da un punto di vista sociologico, vedere l’evoluzione delle opinioni e dei comportamenti intellettuali di maggioranza. A partire da quando, la gente, sui social, comincia davvero a interessarsi al destino dei Palestinesi e alle malefatte dell’esercito israeliano? A partire da quale momento, da quale sommovimento collettivo in parte inconsapevole si mettono like su certi interventi e si condividono certi articoli?
Sarebbe interessante studiare le bacheche di scrittori e scrittrici “ufficiali”, ma anche di quelli più “politici”, per vedere come il discorso “social” è progressivamente evoluto. Io ho fatto una piccola ricognizione sulla mia bacheca Facebook, per quel poco che un tale conteggio abbia di significativo.
Il mio primo articolo sulla vicenda è del 17 ottobre, e nasce come risposta a un articolo di Paolo Giordano apparso il 9 ottobre sul “Corriere della Sera”. S’intitola La tentazione di decontestualizzare e il dovere della narrazione. Sul conflitto tra Israele e Hamas. Giordano, dalla sua posizione “ufficiale” di romanziere popolare e di editorialista del “Corriere”, fornisce un tipico tassello al discorso di propaganda: la strage di civili realizzata da Hamas è il colmo dell’orrore, e non ha alcun senso inserirla in un contesto storico-politico. (Più di un anno dopo, ho ritrovato la firma dello stesso Giordano sotto un appello formulato da Paola Caridi e altri, dal titolo “L’ultimo Giorno di Gaza 9 maggio – L’Europa contro il Genocidio”. Cambiare idea e posizione è spesso un buon segno, ma chissà se, nel caso di Giordano, ciò si è accompagnato a un’autocritica pubblica.)
Comunque, pubblicato sulla mia bacheca FB, il post riceve 39 like e 10 condivisioni. Un’adesione stranamente generosa, rispetto ad altri articoli miei linkati nei mesi successivi. 15 dicembre 2023, condivido un importante articolo di Mediapart sulle caratteristiche specifiche del colonialismo israeliano, un articolo che raccoglie testimonianze di vari specialisti, e che presenta la questione come sottoposta a dibattito; come al solito accompagno l’articolo con un commento per contestualizzare, e con la traduzione di un passaggio: nessun like. 8 dicembre 2023, condivido un mio lungo articolo apparso su NI intitolato La trappola e il diniego: riflessioni a margine della guerra; 6 like. 1 maggio 2024, condivido un altro mio intervento La sineddoche israeliana e la contestazione studentesca; 4 like. 17 dicembre 2024, è la volta di Voci della diaspora: Anna Foa e Judith Butler;16 like e 1 condivisione. In tutt’altro contesto di “dibattito social”, uno dei miei ultimi post molto informativi sulla questione (l’annuncio di Macron di riconoscere la Palestina come Stato di fronte all’ONU) ha ricevuto 104 like e 10 condivisioni.
Certo, sappiamo ormai che Facebook in particolare ha operato fino a una certa data lo shadowban, ossia una politica di moderazione non esplicita, diretta a rendere meno visibili certi contenuti. Ma trovo comunque interessante riflettere sul modo in cui la “bolla” culturale (scrittori, artisti, ecc.) ha funzionato durante tutti questi mesi, e in termini non solo di consapevoli scelte individuali, ma anche di meccanismi collettivi meno evidenti.
*(Fonte: Sinistrainrete. Andrea Inglese, è uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia e storia al liceo)
03 – Marco Bascetta*: IL NUOVO ORDINE DEL NAZIONALISMO: COMMERCIO PER TORNARE ALLA GUERRA – DAZI USA ENTITÀ DEI DAZI E UTILIZZO DEI LORO PROVENTI, SOTTRATTI A QUALSIASI DISAMINA POLITICA, DIVENTANO ARBITRIO SOVRANO IN UNA SORTA DI ECONOMIA POLITICA DEL CAPRICCIO.
La guerra dei dazi, poiché di una guerra si tratta, comporta l’insediamento del potere dello stato al centro dei rapporti economici globali. Il conflitto tra stati, pur con il pretesto di ripristinarla, prende il posto della “competitività” tra imprese e sistemi produttivi.
E lo prende per conservarlo. Una volta di più il sogno di affidare allo stato il ripristino della giustizia in terra si realizza in forma di incubo. Senza regole e in balia dell’arbitrio più assoluto.
Parliamo di potere statale e non “politico” poiché, come tutte le altre guerre, anche quelle commerciali rappresentano uno stato di eccezione poco compatibile con le procedure democratiche e con i contrappesi dello stato di diritto. Ad essergli congeniale è piuttosto un esecutivo forte, privo di vincoli e disposto a dare seguito alla retorica più minacciosa. Un potere statale autoritario e decisionista. L’entità dei dazi e la destinazione dei loro proventi, sottratti a qualsiasi disamina politica, diventano prerogativa indiscutibile dell’arbitrio sovrano in una sorta di economia politica del capriccio. I soldi andranno dove decido io, dichiara nel suo stile inconfondibile il presidente Trump, intento a trasformare il partito repubblicano statunitense in una versione avventurista e irrazionale del Pcc e sé stesso in un teatrale autocrate.
Se all’origine di questa guerra vi è effettivamente l’immane debito pubblico americano (il costo dell’egemonia Usa e di tutti i primati statunitensi nello sviluppo tecnologico e militare) non è affatto chiaro come procederà il «riequilibrio» reclamato dall’amministrazione di Washington. Certo è che se la guerra commerciale è guerra tra stati la sua cifra ideologica non potrà che essere quella del nazionalismo, il raggio delle ambizioni e degli obiettivi politici sempre più ampio e la sua parentela con altre forme di guerra decisamente stretta.
Che l’Unione europea esca da questo conflitto con le ossa rotte è ben più che una probabilità. Non essendo l’Europa uno stato federale, e nemmeno un’entità politica compiuta, difficilmente riuscirà a muoversi sul piano di questo scontro, a mantenere posizioni unitarie e a reagire con la dovuta tempestività e decisione. Ursula von der Leyen sembra dimenticare troppo facilmente queste circostanze, quando si stupisce delle defezioni dei suoi soci. L’accordo dei dazi al 15% sulle merci europee destinate agli Stati uniti (comprese distinzioni e incertezze di varia natura) non accontenta né i falchi né le colombe, né gli europeisti né i filoamericani. E alla fine ciascuno tornerà nei limiti del possibile alla sua dimensione di stato nazionale, badando soprattutto ai propri interessi. A cominciare dalla Germania che ha mandato a Washington il suo ministro delle finanze Klingbeil per avviare una trattativa diretta sull’auto e sull’acciaio made in Rft. Altri seguiranno secondo le esigenze dei rispettivi interessi commerciali.
Ma soprattutto gli accordi sui dazi (poiché di vere e proprie armi offensive si tratta) non rispondono ad alcuna regola e non garantiscono alcuna stabilità. Le condizioni a cui sono vincolati possono cambiare dall’oggi al domani e variare, anche in misura vertiginosa, su determinate merci. A pochi giorni dall’accordo con la Ue, il presidente americano minaccia di tassare al 35% le merci europee se l’Unione non spenderà una cifra esorbitante nell’acquisto di armi e prodotti energetici statunitensi. In questo genere di ricatti si va ben oltre politiche doganali certe e prevedibili. Ma, come in tutte le guerre, le mosse devono essere tenute nascoste all’avversario fino all’ultimo momento e non si riconoscono criteri diversi dai rapporti di forza.
C’è infine un uso direttamente e dichiaratamente politico dell’arma dei dazi, che non riguarda la bilancia commerciale. A farne le spese è stato per il momento il Brasile di Lula, reo di voler processare l’ex presidente golpista Bolsonaro e di aver preso misure per impedirne la fuga. In questo caso l’elevatissimo dazio rappresenterebbe una rappresaglia contro la presunta repressione dell’opposizione politica brasiliana. In altri casi, come quello del Canada, si minacciano dazi esorbitanti in caso di riconoscimento dello stato palestinese. Basterebbero già questi due esempi, facilmente estendibili a molti altri paesi e altre situazioni, (immigrazione, pretese territoriali), a rivelare la stretta parentela se non la sovrapposizione immediata, tra dazi e sanzioni, le quali rappresentano il primo stadio di un conflitto tra stati sempre suscettibile di preoccupanti escalation. Del resto l’intera argomentazione trumpiana sulle barriere doganali è infarcita di risentimento e intenzioni punitive, di toni ricattatori e sentimenti vendicativi.
Se è vero che l’ottimismo liberale delle origini aveva promesso di sostituire i commerci alle guerre, servendosi invece degli stati nelle guerre di conquista e per la spartizione delle risorse, gli stati sembrerebbero oggi servirsi dei commerci per ritornare a uno stato di potenziale conflitto tra sovranità nazionali destinato, intanto, ad accrescere il potere di comando delle élites.
*(Fonte: Il Manifesto. Marco Bascetta. Editorialista, dirige la Manifesto libri.)
04 – Andrea Valdambrini*: LA PROTESTA DEI FUNZIONARI UE: «BASTA ESSERE COMPLICI DEL GENOCIDIO A GAZA» – PALESTINA PAROLA ORESTE MADIA, IMPIEGATO DELLA COMMISSIONE EUROPEA E TRA I FIRMATARI DELL’ULTIMA LETTERA A BRUXELLES. APPELLI E SIT-IN, FORSE LO SCIOPERO. INTANTO LA VICE PRESIDENTE RIBERA ROMPE IL TABÙ
«Sono orgoglioso di essere un funzionario europeo. Ma proprio perché credo nei valori fondamentali dell’Ue mi chiedo: come è possibile che a Bruxelles si continui a discutere e rimandare ogni decisione senza mettere in atto azioni concrete di fronte al genocidio?».
Il manifesto ha raggiunto Oreste Madia, che lavora presso la Commissione europea ed è promotore di una lettera indirizzata alla presidente Ursula von der Leyen e alla responsabile della politica estera Kaja Kallas. «Non siamo impiegati qualunque. Nell’esercizio delle nostre funzioni abbiamo il dovere di rispettare il diritto internazionale e difendere i valori dell’Unione», dice riferendosi alla sentenza della Corte internazionale di Giustizia sull’illegalità nell’occupazione dei territori palestinesi.
La principale richiesta della missiva è fare in modo che Bruxelles imponga a Tel Aviv il rispetto del diritto internazionale umanitario e apra i confini di terra e mare per lasciare passare gli aiuti. L’appello promosso dal funzionario ha superato in pochi giorni le 1.400 firme ed è stato sottoscritto anche da «alti funzionari ministeriali», secondo quanto riporta Politico.eu. «Siamo al 2,6% dell’intera forza lavoro nelle istituzioni. La raccolta firme continua – aggiunge Madia – perché la pressioni sui vertici Ue devono andare avanti».
NON SI TRATTA della prima iniziativa promossa da civil servant europei. Si era già mosso il gruppo EU Staff for Peace, che da diversi mesi tiene un presidio settimanale sotto la sede di Palazzo Berlaymont, e che si unisce nel sottoscrivere il nuovo appello. La particolarità sta però nell’esporsi stavolta con nome e cognome, dato che «molti suoi colleghi concordano sulle ragioni della protesta ma preferiscono tenere un basso profilo per paura di ritorsioni», sottolinea Madia.
Per dare visibilità all’iniziativa si pensa poi a un’azione collettiva, anche se finora i sindacati di categoria hanno evitato di rispondere alle richieste di mobilitazione arrivate dagli iscritti: «Ne stiamo comunque parlando in chat tra colleghi, valutiamo diverse opzioni». Quella più tradizionale, ovvero l’astensione dal lavoro, viene esclusa per la concomitanza con le ferie estive.
Potrebbero avere più senso un’azione dimostrativa, come quella di non rispondere alle mail di lavoro per uno o più giorni, impostando una risposta predefinita. «Diverse persone si stanno mettendo in malattia, hanno attacchi di ansia o di panico pensando alla complicità dell’Europa nel genocidio. Ecco perché potremmo protestare dandoci malati, sottolineando così il nostro disagio anche fisico», prosegue il civil servant europeo.
INTANTO SALGONO di tono le condanne del mondo politico europeo verso Israele. La vicepresidente della Commissione Ue, la socialista Teresa Ribera, ha usato parole dure sulla situazione nella Striscia, affermando che quanto accade «se non è genocidio gli assomiglia molto». Richiamandosi alle sue parole, un portavoce dell’esecutivo ha ricordato che «l’uccisione dei civili è indifendibile», sottolineato come il numero di camion di aiuti fatti entrare nel territorio di Gaza «è insufficiente» e ricordato che le autorità israeliane non consentono l’accesso per l’Ue.
Pochi giorni fa l’ex responsabile della politica estera Ue, Josep Borrell, anche lui socialista, aveva chiamato in causa la complicità europea nel massacro dei palestinesi. Alla disapprovazione verso l’operato del governo Netanyahu si aggiunge una lettera inviata mercoledì a von der Leyen da parte dei leader di S&D, Left e Greens. Vi si denuncia il «genocidio» in atto, con la richiesta tra l’altro di embargo del commercio di armi con Tel Aviv.
SOLO PAROLE, dato che Bruxelles finora non agito. Spetta al Consiglio Ue decidere in merito a eventuali sanzioni o alla possibile sospensione del partenariato Ue-Israele. Ma nell’organo che riunisce i governi dei Ventisette finora è mancato l’accordo perfino per bloccare anche solo parzialmente i fondi del programma di ricerca Horizon.
Nella riunione degli ambasciatori, lunedì scorso, si sono opposti, tra gli altri, Italia e Germania. La decisione tornerà sul tavolo dei diplomatici mercoledì prossimo. «Si rimanda sempre. Ma a un certo punto potrebbe essere inutile. Potrebbe non esserci più Gaza», conclude amaro Oreste Madia.
*(Fonte: Il Manifesto – Andrea Valdambrini- Dal 2010 è mediatore civile e commerciale accreditato al Ministero della Giustizia e dal 2011 formatore per mediatori accreditato presso lo stesso Ministero)
05 – Marina Catucci – NEW YORK*: FBI A CACCIA DEI DEMOCRATICI TEXANI – STATI UNITI PRECIPITA LA CRISI PER L’AVENTINO DEM CONTRO IL COLPO DI MANO DEI REPUBBLICANI SUI COLLEGI ELETTORALI. ANCHE L’EX DEPUTATO BETO O’ROURKE NEL MIRINO. L’OBIETTIVO È RESISTERE FUORI DALLO STATO FINO ALLA CHIUSURA DELLA CAMERA IL 19 AGOSTO. MA LE FORZE DELL’ORDINE CERCANO DI ARRESTARE E TRASCINARE IN AULA GLI ONOREVOLI RIBELLI
Il direttore dell’Fbi Kash Patel ha accettato di aiutare i repubblicani del Texas nella ricerca dei parlamentari democratici che hanno lasciato lo stato per impedire il voto che ridisegna i colleghi elettorali statali in modo da favorire Donald Trump, rifugiandosi temporaneamente negli stati dem dell’Illinois, New York e Massachusetts.
La mossa dei democratici per ora ha mandato in fumo lo sforzo dei repubblicani del Texas che stanno cercando in ogni modo di riportare in aula i deputati dell’opposizione per raggiungere il numero di parlamentari necessario al quorum, e approvare così le nuove mappe dei distretti elettorali che rafforzerebbero il partito di Trump al congresso.
Non è chiaro quali leggi i deputati statali potrebbero aver infranto e che coinvolgerebbero l’Fbi, ma l’intervento dei federali è stato richiesto dal senatore repubblicano John Cornyn e caldeggiato dalla Casa bianca. Dal canto suo il governatore del Texas Greg Abbott ha chiesto l’arresto civile per i deputati dem e ha affermato di aver ordinato al Dipartimento di Pubblica Sicurezza di costringerli a tornare, nonostante il Dipartimento non abbia giurisdizione al di fuori dello stato.
“Ringrazio il Presidente Trump e il Direttore Patel per aver sostenuto e aver agito rapidamente in risposta alla mia richiesta al governo federale di ritenere questi presunti legislatori responsabili della loro fuga dal Texas – ha dichiarato Cornyn dopo il consenso di Patel – Non possiamo permettere a questi deputati disonesti di sottrarsi alle loro responsabilità costituzionali”.
Nei confronti dei deputati democratici ribelli Abbott e Cornyn hanno sollevato anche accuse di corruzione, in quanto la loro fuga è finanziata da donazioni di vari gruppi, tra cui il Pac dell’ex deputato texano Beto O’Rourke, Powered by the People, e altri gruppi democratici. Oltre alle spese di viaggio, ogni democratico texano in fuga rischia multe da 500 dollari al giorno.
A finanziare i deputati sono principalmente comitati di base, e la cifra che stanno raccogliendo può determinare per quanto tempo potranno rimanere fuori dallo stato. Il presidente del Caucus Democratico della Camera texana, Gene Wu, di Houston, ha affermato che la delegazione che si è rifugiata a Chicago sta affrontando la situazione “giorno per giorno”, e non ha risposto alle domande su quanto tempo si aspetta che duri la fuga.
Altri membri del gruppo hanno dichiarato all’Austin American Statesman che intendono rimanere in Illinois fino al 19 agosto, l’ultimo giorno della sessione legislativa straordinaria del Texas durante la quale bisognerebbe votare per i distretti elettorali.
In Texas si è aperta la caccia ai deputati dem
È notizia pubblica che il comitato di azione politica di Beto O’Rourke, Powered by People, ha finanziato i costi iniziali per l’alloggio e il trasporto, e che almeno un gruppo di democratici è arrivato in Illinois con un aereo privato partito da Austin.
O’Rourke è in contatto regolare con i democratici della Camera da quando Trump ha suggerito ai repubblicani del Texas di ridisegnare cinque distretti elettorali a loro favore, per mantenere la maggioranza alle elezioni di midterm del 2025. Da quel momento Powered by People ha raccolto fondi, e O’Rourke ha assicurato ai caucus che, se avessero voluto lasciare lo stato, avrebbero avuto il suo sostegno, sia in termini di appoggio pubblico che di denaro.
In risposta, il procuratore generale del Texas Ken Paxton ha avviato un’indagine su Powered by People, accusando il gruppo di aver aiutato i democratici dem a bloccare il voto.
La tensione sta salendo anche fuori dai confini texani.
I deputati che sono in Illinois mercoledì sono stati evacuati dall’hotel a causa di un allarme bomba, e la conferenza stampa con il senatore Dick Durbin, che era prevista per le 12:30, è stata annullata di conseguenza.
*(Fonte: Il Manifesto – Marina Catucci, Corrispondente dagli Stati Uniti per Il Manifesto, documentarista, collabora con diverse radio e televisioni italiane)
06 – Hiroshima, Cuba e un lancio atomico sfiorato molte volte
Un vecchio missile sovietico vuoto esposto nel complesso militare Morro Cabana, La Havana, Cuba – Ap
Arma nucleare Il 9 agosto 1945 – domani saranno ottanta anni – l’era dell’uso delle armi nucleari avrebbe dovuto chiudersi con l’inutile bombardamento della città giapponese di Nagasaki. Fino a ieri sembrava che fosse davvero così, ma era un’illusione
di Fabrizio Tonello
Il 9 agosto 1945 – domani saranno ottanta anni – l’era dell’uso delle armi nucleari avrebbe dovuto chiudersi con l’inutile bombardamento della città giapponese di Nagasaki. Fino a ieri sembrava che fosse davvero così, ma era un’illusione. In queste otto decadi il mondo è andato una decina di volte sull’orlo di una guerra nucleare e negli ultimi tre anni il tabù sembra cancellato. Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna e Francia parlano apertamente della possibilità di usare testate atomiche.
Eppure basterebbe sfogliare il libro dello storico di origine ucraina Serhii Plokhy Nuclear Folly per capire che dal 1945 ad oggi l’umanità è stata molto, molto fortunata. Il caso più celebre in cui ci siamo trovati sull’orlo della catastrofe riguarda ovviamente la crisi di Cuba nel 1962: il sottomarino sovietico B-59, che trasportava un siluro con testata nucleare, fu circondato in acque cubane da cacciatorpediniere statunitensi che lanciavano cariche di profondità. Il comandante, tagliato fuori dalle comunicazioni con Mosca, credette che la guerra fosse iniziata e ordinò il lancio del siluro nucleare contro la flotta americana.
SOLO IL DISSENSO DEL SUO VICE, VASILY ARKHIPOV, IMPEDÌ L’ATTACCO E LE RELATIVE CONSEGUENZE.
Durante la crisi, ci furono vari momenti in cui sia comandi statunitensi che sovietici agirono sulla base di procedure di crisi poco chiare. Nell’ottobre 1962 gli americani non sapevano esattamente quanto fossero ampie le deleghe di utilizzo delle armi nucleari tattiche ai comandanti sovietici a Cuba. Questo rendeva plausibile la possibilità che, in assenza di ordini dall’alto o in caso di isolamento dal loro comando supremo, si potesse procedere a un loro uso.
Non solo: durante la crisi i sistemi radar statunitensi identificarono erroneamente attacchi missilistici sovietici: per esempio ci fu un falso allarme causato da un errore umano per un presunto lancio contro la città di Tampa in Florida il 28 ottobre 1962. Negli stessi giorni, il test di un missile americano dalla Vandenberg Air Force Base effettuato senza notifica al Pentagono, rischiò di essere scambiato dai sovietici come l’inizio di un vero attacco, provocando una rappresaglia.
Ventuno anni dopo, il 26 settembre 1983 i sistemi radar sovietico individuarono erroneamente il lancio di missili nucleari statunitensi. La dottrina prevedeva una risposta automatica, che avrebbe significato una guerra nucleare globale. Fu solo grazie alla saggezza di un colonnello russo che riconobbe l’errore nel sistema d’allarme che la catastrofe fu evitata.
È tutto? No, le ripetute crisi tra India e Pakistan, entrambe potenze nucleari, hanno più volte portato i due paesi sul baratro di una guerra atomica, specialmente durante la guerra del distretto di Kargil nel 1999. Il Kashmir rimane un focolaio di guerra sempre attivo: nel 2015 il Pakistan minacciò di utilizzare armi nucleari tattiche nel caso di una penetrazione indiana nel suo territorio.
Nel 2022, l’India ha accidentalmente lanciato un missile supersonico in territorio pakistano, facendo temere che l’incidente simile potesse innescare una reazione nucleare, mentre quest’anno i raid su obiettivi civili e militari da parte di entrambi i paesi hanno generato un rischio concreto di escalation.
Pochi giorni fa Dmitry Medvedev, ex presidente russo, ha evocato pubblicamente la possibilità di un conflitto nucleare fra Mosca e Washington, innescando un duro botta e risposta con Trump, che ha annunciato di aver dato ordine a due sottomarini nucleari americani di «avvicinarsi» alle coste della Russia.
Sembra che nessuno abbia spiegato a The Donald che i sottomarini dotati di missili intercontinentali possono lanciare i loro ordigni anche se stanno a Tonga, nel mezzo del Pacifico: non c’è bisogno di avvicinarsi. Resta il fatto che il solo menzionare questa possibilità da parte di due leader politici al vertice dei rispettivi paesi dovrebbe rendere insonni le nostre notti.
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