n°24 – 21/06/25 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI

01 – Luca Baccelli*: La diseguaglianza del diritto internazionale – La pace suicidata Israele viola sistematicamente il diritto internazionale, massacrando una popolazione rinchiusa in un territorio che occupa illegalmente da 58 anni e conducendo sistematicamente atti di aggressione, fino all’attuale guerra all’Iran, mentre invoca a sproposito il diritto di legittima difesa
02 – Alberto Negri*: SIAMO ENTRATI IN GUERRA SENZA SAPERLO. MEDIO ORIENTE TRUMP È UN IRRESPONSABILE E UN BURATTINO NELLE MANI DI NETANYAHU. LE ULTIME DECISIONI BELLICHE PORTERANNO ALTRO CAOS NELLA REGIONE, NEL MEDITERRANEO E ALLE PORTE DI CASA NOSTRA
03 – Noemi Ricci*: Carta d’Identità Elettronica: come ottenerla e usarla online
Carta d’Identità Elettronica (CIE) per l’accesso ai servizi web delle Pubbliche Amministrazioni abilitate: come funziona e come richiederla anche online.
04 – INPS. Teresa Barone*: a – Dichiarazioni dei redditi in Italia per iscritti AIRE: quando scatta – b – Barbara Weisz*: Cedolino Pensione: SPID per italiani AIRE residenti all’estero.
05 – A che punto è la notte del capitalismo italiano? Ce lo si chiede guardando a ciò che sta facendo il Governo Meloni con il Monte dei Paschi di Siena(a) (risanato con soldi pubblici). Un vero e proprio scandalo. E leggendo la mini biografia finanziaria di Andrea Pignataro(b), il secondo uomo più ricco d’Italia.
06 – Emiliano Brancaccio*: L’imperatore non è pazzo, è indebitato – Giravolte americane Tutti a interrogarsi sul Trump che sbraita ma tentenna, urla ma arretra, minaccia ma si nasconde, quindi sorride, morde all’improvviso, chiede scusa e poi punta la pistola in faccia, come in un infinito circo dell’orrore. Si diffonde l’idea, lo sostiene ad esempio il Nobel per l’economia Heckman, che sia solo un altro «pazzo al potere»

 

 

 

01 – Luca Baccelli*: LA DISEGUAGLIANZA DEL DIRITTO INTERNAZIONALE – LA PACE SUICIDATA ISRAELE VIOLA SISTEMATICAMENTE IL DIRITTO INTERNAZIONALE, MASSACRANDO UNA POPOLAZIONE RINCHIUSA IN UN TERRITORIO CHE OCCUPA ILLEGALMENTE DA 58 ANNI E CONDUCENDO SISTEMATICAMENTE ATTI DI AGGRESSIONE, FINO ALL’ATTUALE GUERRA ALL’IRAN, MENTRE INVOCA A SPROPOSITO IL DIRITTO DI LEGITTIMA DIFESA
«L’umanità deve svilupparsi con un destino condiviso e non con la legge della giungla». Lo ha dichiarato il 17 giugno il presidente cinese Xi Jinping, come per replicare al cancelliere tedesco Merz che ringraziava Israele. Perché «sta facendo il lavoro sporco per conto dell’intero Occidente». Nello stesso giorno più di 50 civili sono stati massacrati dall’esercito israeliano a Gaza mentre cercavano di procurarsi un po’ di cibo nonostante il sadico sistema di distribuzione.
Israele viola sistematicamente il diritto internazionale, massacrando una popolazione rinchiusa in un territorio che occupa illegalmente da 58 anni e conducendo sistematicamente atti di aggressione, fino all’attuale guerra all’Iran, mentre invoca a sproposito il diritto di legittima difesa. Non è una novità: la proclamazione dello Stato di Israele ha fatto riferimento alla risoluzione 181 dell’Assemblea generale dell’Onu, molto favorevole agli ebrei, ma subito violata da Israele con la guerra successiva e la Nakba.
Da lì in poi Israele ha ignorato decine di risoluzioni, comprese le poche del Consiglio di sicurezza non bloccate dal veto degli Usa, come la 242 del 1967 che ordinava il ritiro dai territorio occupati. Per non dire di quella dell’Assemblea generale del 18 settembre 2024 che intima di farlo entro un anno, smantellando tutte le colonie illegalmente costruite nel frattempo. È stata responsabile di crimini reiterati, come la pratica degli “omicidi mirati” , i bombardamenti e sabotaggi di infrastrutture civili di paesi sovrani, fino alle azioni terroristiche in Libano attraverso cercapersone e radioline. Mentre continua il regime di apartheid nei territori occupati, a Gaza la violazione sistematica di tutti i principi del diritto internazionale umanitario si condensa nel genocidio e nella pulizia etnica, ormai evidente nel tentativo – attraverso i massacri e la fame – di costringere la popolazione all’esodo.
L’intento della Nazioni Unite di «salvare le future generazioni dal flagello della guerra», solennemente assunto dopo l’ecatombe della Seconda guerra mondiale, quasi mai è stato preso sul serio dagli Stati. Le guerre di aggressione e i crimini di guerra si sono ripetuti e oggi si replicano dall’Ucraina al Sudan, al Myanmair.
Ma è evidente che in “Occidente” la pratica dei doppi standard continua ineluttabile. In Kosovo si parlava a sproposito di genocidio per legittimare la guerra di aggressione della Nato, per Israele la parola è tabù. Israele esercita il suo diritto all’autodifesa, l’Iran aggredisce. E naturalmente sta preparando la bomba atomica, come l’Iraq nel 2003 possedeva armi di distruzione di massa. Israele invoca violazione del principio dell’uguaglianza di fronte alla legge, e l’ “Occidente” si allinea, finanzia, arma. Con qualche deplorazione. Aveva ragione Michael Walzer a definire le Nazioni Unite «un mondo di carta» nel libro che legittimava come «guerra giusta» quella dei Sei giorni, teorizzando la legittima difesa preventiva?
Gaza, l’aggressione all’Iran, la «guerra mondiale a pezzi» spingono a porsi una domanda radicale. Il diritto internazionale può essere universale? In effetti, i giuristi che lo hanno fondato lo consideravano il diritto delle nazioni civilizzate cristiane. Al di là dell’Europa, il «libero e spietato uso della violenza», come dimostravano le guerre coloniali.
L’ «ordine basato sulle regole» era uno degli slogan ricorrenti nel dopo Guerra fredda, durante il tentativo di imporre al mondo un “equilibrio” egemonizzato da un’unica iperpotenza. Il cedimento del diritto internazionale è il sintomo del fallimento di questo progetto, ricostruito da Alessandro Colombo in Il suicidio della pace.
D’altra parte già in quell’epoca il diritto internazionale era stato messo a repentaglio: quando le nostre guerre, più o meno umanitarie, lo violavano, ci appellavamo a «buone motivazioni etiche».

FORSE IL CARATTERE DISCRIMINATORIO DEL DIRITTO INTERNAZIONALE RIVELA IL RIMOSSO DI «OGNI DIRITTO», CHE È «DIRITTO DELLA DISUGUAGLIANZA», COME SCRIVEVA 150 ANNI FA KARL MARX?

Oppure c’è ancora qualche speranza di smentirlo, come in qualche modo si è fatto per una certa fase all’interno degli Stati europei, quando «rimuovere gli ostacoli» all’uguaglianza è diventato un principio costituzionale? Certo perché questo avvenga è necessario che si riconosca che i rapporti di forza globali sono mutati, che chi parla di «destino condiviso» non ceda alla tentazione della guerra (cioè che la narrazione dell’aggressione delle autocrazie all’Occidente non si autoavveri), che i popoli si mobilitino. E che noi ci rendiamo conto di quello che il mondo è diventato, dall’Asia all’Africa a tutte le periferie del pianeta, e di come sta cambiando.
*(Fonte: Il Manifesto – Luca Baccelli insegna Filosofia del diritto all’Università di Camerino. È stato visiting scholar presso varie università straniere, tra cui la New School)

 

02 – Alberto Negri*: SIAMO ENTRATI IN GUERRA SENZA SAPERLO. MEDIO ORIENTE TRUMP È UN IRRESPONSABILE E UN BURATTINO NELLE MANI DI NETANYAHU. LE ULTIME DECISIONI BELLICHE PORTERANNO ALTRO CAOS NELLA REGIONE, NEL MEDITERRANEO E ALLE PORTE DI CASA NOSTRA

COME PREVISTO GLI EUROPEI UMILIATI E SBEFFEGGIATI. DORMIVANO TUTTI, I NOSTRI GOVERNANTI EUROPEI, ITALIANI COMPRESI. IERI IN UN BREVE POST SU FACEBOOK MI DOMANDAVO SE TRUMP POTESSE DIRE DI NO A ISRAELE E CHI COMANDASSE NEL MONDO. ECCO LA RISPOSTA IN MENO DI 24 ORE.

Il maggiordomo di Israele, Trump, ha ceduto alle richieste di un criminale di guerra sanzionato come Putin dalla corte penale internazionale. Ma qui si ostinano a fare inutili distinzioni e, incredibilmente, nessun governo europeo condanna, adesso siamo coinvolti in una guerra perché gli iraniani potrebbero mettere nel mirino, se ne avranno la forza, le basi americane non solo in Medio Oriente ma anche in Europa e in Italia. E Trump non ha avvisato nessuno perché è un irresponsabile che considera gli europei dei camerieri come del resto abbiamo notato prima al G 7, abbandonato senza neppure salutare, e poi ieri quando a Ginevra Francia, Germania e Gran Bretagna hanno incontrato inutilmente il ministro degli Esteri iraniano Aragchi.
TRUMP BOMBARDA L’IRAN
Quanto a Netanyahu non ci considera degni neppure di un whatsapp mentre qui, soprattutto in Italia, ripetiamo come imbecilli la formuletta che “Israele deve difendersi”. Come no, anche a rischio di mettere in pericolo i nostri cittadini oltre che quelli iraniani e migliaia di palestinesi che Israele continua a uccidere nella Striscia di Gaza. Solo quello sciocco del cancelliere tedesco Merz può pensare che «Israele fa il la lavoro sporco per noi». Israele fa le sue guerre violando sistematicamente il diritto internazionale e umanitario, fa i suoi interessi che sono contrapposti ai nostri e ora con l’attacco all’Iran appoggiato dagli Stati uniti ha scatenato una guerra che noi non abbiamo dichiarato. Netanyahu non ha nessuna considerazione per gli europei e l’Italia, anzi umilia sistematicamente la nostra diplomazia che chiede con toni infantili la “de-escalation”.
Del resto è quello che ci meritiamo con i nostri governanti e un apparato mediatico e propagandistico che non riesce mai a prevedere nulla. E pensa che la guerra sia come il meteo o il traffico sulle autostrade del week end: così ci siamo comportati davanti al genocidio di Gaza, spettatori impotenti e persino noncuranti. Per Israele c’è sempre una giustificazione e siamo disposti ad avallare anche le più grosse bugie sul nucleare iraniano. Salvo poi renderci conto che come in Iraq nel 2003 andiamo in guerra senza neppure sapere perché.
COSA FARANNO ADESSO CINA E RUSSIA? I cinesi sono preoccupati perché l’Iran è insieme all’Arabia saudita il suo maggiore fornitore di petrolio. Teme persino che Teheran, afferrata alla gola da questo attacco israelo-americano, possa chiudere lo stretto di Hormuz dove passa il 25% delle forniture mondiali. Una mossa che ovviamente pagheremmo tutti noi, non solo i cinesi. Trump, che aveva promesso la fine delle guerre, se la gode: la guerra contro l’Iran è un modo per mettere anche gli europei alle corde, ce ne accorgeremo presto quando andremo a negoziare sui dazi. Gli Usa sono pieni di debiti e Trump vuole che li paghiamo noi. Oppure pensavate qualche cosa di diverso?
L’IMPERATORE NON È PAZZO, È INDEBITATO
Il presidente americano, al servizio di Netanyahu, adesso gongola: «Grandi guerrieri americani, nessun altro esercito al mondo – dice – avrebbe potuto fare questo». Non abbiamo dubbi: si sente la vittoria in tasca in un conflitto deciso da Netanyahu mentre lui stava ancora negoziando con gli iraniani. Se Trump umilia gli europei e i suoi alleati, lui appare come un burattino manovrato dal premier dello stato ebraico. Il quale, è bene dirlo, si consulta con Putin: il leader russo è alleato con l’Iran, che gli fornisce i droni per la guerra in Ucraina, ma allo stesso tempo condivide con Netanyahu l’obiettivo di prendersi la terra altrui. Non vuole un cambio di regime a Teheran ma non sembra in grado di evitare una sconfitta come quella già subita in Siria. Putin passa qui in Occidente come uno stratega ma non è riuscito ad abbattere Zelensky e neppure a tenere in piedi Assad.
E adesso che succede? Netanyahu garantisce che l’ingresso in guerra degli Stati uniti «cambierà la storia». Dobbiamo tenere a mente queste parole, le stesse che abbiamo sentito in Iraq, in Afghanistan, in Libia. Non solo come sappiamo la storia non è cambiata ma queste decisioni belliche porteranno altro caos in Medio oriente, nel Mediterraneo e alle porte di casa nostra. È con il caos che il duo Netanyahu-Trump vuole decidere il destino dei popoli e delle nazioni: le macerie di Gaza e dell’Iran saranno anche le nostre. Non lo sapevamo già?
*(Fonte: Il Manifesto – Alberto Negri, giornalista, inviato di guerra per il Sole 24 Ore, ha seguito sul campo i principali conflitti ed eventi politici internazionali)

 

03 – Noemi Ricci*: CARTA D’IDENTITÀ ELETTRONICA: COME OTTENERLA E USARLA ONLINE
CARTA D’IDENTITÀ ELETTRONICA (CIE) PER L’ACCESSO AI SERVIZI WEB DELLE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI ABILITATE: COME FUNZIONA E COME RICHIEDERLA ANCHE ONLINE.
La Carta di Identità Elettronica (CIE) è il documento di identità che sta sostituendo la versione cartacea. Introdotta in Italia dall’articolo 10, comma 3 del dl n.78/2015 (convertito nella legge 125/2015), mira a fornire ai cittadini uno strumento completo che permette anche di accedere a servizi online e di firmare documenti digitali in modo sicuro e legale.
In questo articolo spieghiamo nel dettaglio il suo funzionamento e le diverse opzioni di utilizzo fisico e digitale, anche come alternativa a SPID.
Indice
A cosa serve la CIE?
Come è fatta la CIE?
Come faccio a fare la Carta d’Identità Elettronica?
Come sostituire la carta d’identità cartacea con quella elettronica?
Dove trovo PIN e PUK della CIE?
Cosa fare se ho perso PIN e PUK della CIE?
Come funziona la CIE?
Come usare la CIE?
Come leggere la carta d’identità elettronica con il cellulare?
Dove si trova NFC su carta identità elettronica?
Perché l’NFC non legge carta identità elettronica?
Che tipo di lettore ci vuole per la CIE?
Come firmare digitalmente con la CIE?
Che differenza c’è tra SPID e CIE?
Chi ha la carta d’identità elettronica deve fare lo SPID?

A COSA SERVE LA CIE?
La Carta di Identità Elettronica serve in primo luogo come documento di identificazione personale, contenendo i dati anagrafici dell’intestatario (nome, il cognome, data di nascita, codice fiscale e luogo di residenza), ma prevede anche come funzionalità aggiuntive per svolgere alcune attività online in modo sicuro ed efficiente: la sua tecnologia avanzata consente infatti di effettuare transazioni online, firmare digitalmente documenti, accedere ai servizi pubblici telematici e infrastrutture informatiche, grazie all’autenticazione forte. La CIE può essere utilizzata come alternativa alla carta d’identità cartacea e come documento di viaggio all’interno dell’Unione Europea.
COME È FATTA LA CIE?
La CIE viene realizzata con tecniche tipiche della produzione di carte valori: dispone di un microprocessore contactless per la memorizzazione delle informazioni volte alla verifica dell’identità del titolare, (inclusi elementi biometrici primari e secondari) e all’autenticazione in rete. La CIE è dotata di misure di sicurezza avanzate tra cui un QR code per verificare l’autenticità del documento e la validità tramite app e un chip RFID per accedere in modo sicuro ai servizi online della PA. Per incrementare i livelli di sicurezza, è conforme agli standard internazionali anticlonazione e anticontraffazione in materia di documenti elettronici.
Materialmente, la Carta di Identità Elettronica è costituita da un supporto plastificato leggermente più grande di una carta di credito, formato da tre strati:
film superiore trasparente su cui sono stampati i dati anagrafici dell’intestatario, la sua fotografia e la firma digitale;
• strato centrale in cui è incorporato un microprocessore (smart card) contenente le informazioni dell’intestatario e la fotografia digitalizzata, protetto da un sistema di crittografia avanzato per garantire la sicurezza delle informazioni contenute;
• strato inferiore in pellicola opaca resistente agli urti.
COME È FATTA LA CIE?
La CIE viene realizzata con tecniche tipiche della produzione di carte valori: dispone di un microprocessore contactless per la memorizzazione delle informazioni volte alla verifica dell’identità del titolare, (inclusi elementi biometrici primari e secondari) e all’autenticazione in rete. La CIE è dotata di misure di sicurezza avanzate tra cui un QR code per verificare l’autenticità del documento e la validità tramite app e un chip RFID per accedere in modo sicuro ai servizi online della PA. Per incrementare i livelli di sicurezza, è conforme agli standard internazionali anticlonazione e anticontraffazione in materia di documenti elettronici.
Materialmente, la Carta di Identità Elettronica è costituita da un supporto plastificato leggermente più grande di una carta di credito, formato da tre strati:
film superiore trasparente su cui sono stampati i dati anagrafici dell’intestatario, la sua fotografia e la firma digitale;
strato centrale in cui è incorporato un microprocessore (smart card) contenente le informazioni dell’intestatario e la fotografia digitalizzata, protetto da un sistema di crittografia avanzato per garantire la sicurezza delle informazioni contenute;
strato inferiore in pellicola opaca resistente agli urti.

COME FACCIO A FARE LA CARTA D’IDENTITÀ ELETTRONICA?
È possibile richiedere la CIE alla scadenza della propria carta d’identità cartacea o elettronica o nel caso di furto, smarrimento o deterioramento del documento. Si può richiedere anche prima per i cittadini in possesso di una carta identità di prima o seconda generazione.
Sul portale Cartaidentita.interno.gov.it è possibile trovare tutte le informazioni per la presentazione della domanda di rilascio CIE (con fototessera su USB), prenotare l’appuntamento con gli uffici comunali ed indicare l’indirizzo di consegna della CIE. Alcuni Comuni hanno un sistema di prenotazione online (“Prenotazioni CIE”) per chi ha la residenza o il domicilio, da questo link. In alternativa si deve contattare il proprio Comune e prenotare un appuntamento al telefono o via internet.
Il rilascio della CIE ha un costo fisso di 16,79 euro, che può essere maggiore nei Comuni che prevedono costi di segreteria e diritti fissi. Di solito, la CIE ha un costo totale di 22,21 euro per il rilascio o il rinnovo alla scadenza. Tale costo è suddiviso in due voci: € 16,79 per le spese di emissione quantificate dal Ministero dell’Interno, alle quali va aggiunta l’IVA all’aliquota vigente di € 13,76; € 5,42 per i diritti, suddivisi in € 5,16 come diritto fisso e € 0,26 come diritti di segreteria.
La validità della CIE varia: 3 anni per i minori che hanno meno di 3 anni di età; 5 anni per i minori con un’età compresa tra i 3 e i 18 anni; 10 anni per tutti gli altri.
N.B: Una volta abilitati all’emissione della Carta di Identità Elettronica, i Comuni non possono più rilasciare la vecchia versione cartacea, tranne in alcuni casi eccezionali di comprovata urgenza. I cittadini residenti all’estero devono invece richiederla presso il Consolato seguendo le istruzioni sul sito del Ministero degli Affari Esteri.

COME SOSTITUIRE LA CARTA D’IDENTITÀ CARTACEA CON QUELLA ELETTRONICA?
Per richiedere la carta di identità elettronica è generalmente necessario seguire questi passaggi:
prenotare l’appuntamento presso uno degli sportelli del Comune di residenza (la prenotazione può essere effettuata online, sul sito web del Comune, oppure di persona presso gli sportelli comunali);
presentare un documento di identità valido (o in alternativa presentarsi al Comune accompagnato da due testimoni) e una fototessera recente. In alcuni casi potrebbe essere richiesto anche il certificato di residenza;
fornire le impronte digitali dell’indice della mano destra e sinistra, rilevazione obbligatoria per ogni cittadino con almeno 12 anni di età;
fornire, se si desidera, il consenso o il diniego alla donazione organi;
effettuare il pagamento in contanti o con carta di credito;
ritirare la carta di identità elettronica: la CIE sarà pronta dopo circa 6 giorni dalla richiesta e può essere ritirata presso un determinato indirizzo, in Comune, eventualmente comunicando una persona delegata al ritiro. Nel frattempo il Comune fornisce un foglio sostitutivo, valido per l’identificazione in attesa che sia pronta la CIE.
I requisiti e le procedure possono variare leggermente a seconda del Comune in cui si richiede la CIE. È quindi consigliabile verificare le informazioni specifiche del proprio Comune di residenza prima di procedere con la richiesta.

DOVE TROVO PIN E PUK DELLA CIE?
Insieme alla CIE, il cittadino riceve due codici di sicurezza: il PIN e il PUK. La prima metà di questi codici è contenuta nella ricevuta cartacea fornita dall’operatore comunale al termine della richiesta di rilascio presso lo sportello, mentre la seconda metà viene fornita con la lettera di accompagnamento nella busta con cui viene consegnata la CIE. Il cittadino deve unire le due metà dei codici e conservarli con cura, essendo sono necessari per accedere ai servizi digitali in rete con la CIE.
IL CODICE PIN È UTILIZZATO PER ABILITARE L’ACCESSO AI SERVIZI DIGITALI, MENTRE IL PUK È UTILIZZATO PER SBLOCCARE IL PIN in caso di tre tentativi errati di immissione e per impostare un nuovo valore per il PIN (il funzionamento è lo stesso dei codici delle SIM dei telefoni). I codici PIN e PUK possono essere sbloccati tramite il Software CIE o l’App CieID.

COSA FARE SE HO PERSO PIN E PUK DELLA CIE?
In caso di smarrimento di uno o entrambi i codici, PIN e PUK della CIE, è possibile richiederne la ristampa presso qualsiasi Comune.

COME FUNZIONA LA CIE?
La Carta di Identità Elettronica utilizza una tecnologia avanzata, un chip elettronico integrato nella carta, che consente di utilizzare la carta per identificarsi in modo sicuro e accedere ai servizi online in modo rapido ed efficiente.
Per utilizzare le funzionalità avanzate della CIE, è necessario disporre di un lettore di smart card (un dispositivo hardware) collegato al computer e di un software specifico. Il lettore deve essere in grado di leggere le informazioni contenute nel chip della carta, mentre il software consente di accedere alle funzionalità avanzate della CIE, come la firma digitale e l’autenticazione online.

COME USARE LA CIE?
Con la propria CIE, in molti casi è possibile accedere ai servizi telematici della Pubblica Istruzione in alternativa all’accesso con SPID. Ad esempio, si può utilizzare per l’accesso ai servizi INPS o Agenzia delle Entrate dal proprio computer, collegando un lettore NFC per smartcard tramite USB, dopo aver installato il Software CIE (che si può scaricare sempre dal sito: https://www.cartaidentita.interno.gov.it). Per l’accesso è necessario avere le 8 cifre del PIN e cliccare su “accedi con CIE” e si seguono le istruzioni. Si può anche utilizzare direttamente l’applicazione mobile CieID.
Esistono tre modalità di autenticazione: desktop, mobile e desktop con mobile. La modalità desktop richiede l’utilizzo di un computer collegato a un lettore di smart card contactless abilitato alla lettura della CIE e l’installazione del “Software CIE”. La modalità mobile richiede uno smartphone con interfaccia NFC per la lettura della CIE e l’app “CieID” installata. La modalità desktop con mobile richiede l’utilizzo di uno smartphone con interfaccia NFC per la lettura della CIE e l’app “CieID” insieme al computer.

COME LEGGERE LA CARTA D’IDENTITÀ ELETTRONICA CON IL CELLULARE?
PER UTILIZZARE LA CIE CON L’NFC DELLO SMARTPHONE, BISOGNA SEGUIRE QUESTI PASSAGGI:

scaricare un’applicazione di lettura della CIE sullo smartphone. Ad esempio, si può utilizzare l’app “CieID” sviluppata dal Ministero dell’Interno;
abilitare la funzione NFC dello smartphone, che consente al dispositivo di comunicare con la CIE;
appoggiare la CIE sul retro del tuo smartphone, dove si trova il sensore NFC. In alcuni casi potrebbe essere necessario avvicinare leggermente la carta allo smartphone per avviare la comunicazione;
avviare l’applicazione di lettura della CIE sullo smartphone e seguire le istruzioni per accedere ai servizi online disponibili, come la firma digitale di documenti o l’autenticazione su siti web;
rimuovere la CIE dal retro dello smartphone.
Importante: per utilizzare la CIE con la tecnologia NFC, è necessario un dispositivo compatibile con la lettura NFC, come uno smartphone o un lettore di carte NFC, che permetta di accedere ai dati contenuti nel microchip della carta.

DOVE SI TROVA NFC SU CARTA IDENTITÀ ELETTRONICA?
La tecnologia NFC (Near Field Communication) non è presente direttamente sulla carta d’identità elettronica (CIE). Tuttavia, la CIE contiene un microchip che utilizza la tecnologia RFID (Radio Frequency Identification) per la comunicazione a breve distanza. Questo chip è solitamente posizionato sul retro della carta e può essere riconosciuto dal simbolo RFID impresso sulla superficie.

PERCHÉ L’NFC NON LEGGE CARTA IDENTITÀ ELETTRONICA?
La lettura della CIE con NFC funziona solo con smartphone dotati di questa tecnologia e che supportano le specifiche tecniche necessarie per la lettura della carta d’identità elettronica. Inoltre, è necessario che la CIE sia abilitata per l’utilizzo della funzione NFC e che sia stato inserito il PIN corretto per accedere ai servizi online.

CHE TIPO DI LETTORE CI VUOLE PER LA CIE?
Per leggere la Carta d’Identità Elettronica (CIE 3.0) è necessario un lettore di smart card, conforme alle ISO 14443, in grado di comunicare tramite la tecnologia RFID a 13,56 MHz. Esistono diversi tipi di lettori di smart card disponibili sul mercato, sia esterni che integrati in altri dispositivi, come ad esempio i lettori di carte di credito. Per utilizzare la CIE con la tecnologia NFC, è necessario un lettore compatibile con la tecnologia NFC a 13,56 MHz.
È importante scegliere un lettore di qualità, certificato e compatibile con la CIE per garantire un’efficace lettura dei dati contenuti nel microchip della carta. Inoltre, è possibile utilizzare un lettore di smart card abilitato per la tecnologia NFC per sfruttare entrambe le tecnologie e accedere ai dati contenuti nella CIE in modo ancora più rapido e semplice.

COME FIRMARE DIGITALMENTE CON LA CIE?
La Carta di Identità Elettronica italiana può essere utilizzata come firma elettronica avanzata (FEA) su file di qualsiasi formato. Per la firma è necessario essere in possesso della CIE e conoscere il PIN. La firma può essere effettuata tramite un computer con lettore di smart card contactless e il software CIE, oppure tramite uno smartphone dotato di interfaccia NFC con l’app CieSign. La firma elettronica con CIE è regolamentata dalla normativa italiana e riconosciuta dalle Pubbliche Amministrazioni. Il documento firmato può essere facilmente condiviso tramite email e altre app di messaggistica.

CHE DIFFERENZA C’È TRA SPID E CIE?
La Carta di Identità Elettronica (CIE) e il Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID) sono entrambi strumenti per l’identificazione digitale delle persone in Italia. Si tratta di due strumenti complementari e non sostitutivi: la CIE consente di autenticarsi in modo sicuro e di firmare digitalmente i documenti, mentre SPID consente di accedere ai servizi online.
PIÙ IN DETTAGLIO, LA CIE è un documento di identità elettronico ufficiale emesso dallo Stato italiano dotato di un microchip contenente i dati personali dell’utente e le sue credenziali di accesso per la firma digitale. Essa sostituisce la precedente carta d’identità cartacea, fornendo una serie di funzionalità avanzate, come la possibilità di autenticarsi online in modo sicuro, la firma digitale e la consultazione di servizi online.

SPID È UN SISTEMA DI AUTENTICAZIONE che consente alle persone di accedere ai servizi online della Pubblica Amministrazione e di altri enti, utilizzando un’unica identità digitale. In altre parole, SPID è un sistema che semplifica l’accesso ai servizi online, eliminando la necessità di creare un account per ogni servizio.
Quindi, anche se la CIE può essere utilizzata come strumento per accedere ai servizi online, la sua principale funzione rimane quella di documento di identità. SPID, d’altra parte, è stato creato appositamente per semplificare l’accesso ai servizi online, senza la necessità di utilizzare diversi nomi utente e password per ogni sito.

CHI HA LA CARTA D’IDENTITÀ ELETTRONICA DEVE FARE LO SPID?
Tutte le amministrazioni centrali, locali, enti pubblici e agenzie sono obbligate a rendere accessibili i propri servizi online tramite CIE. Dunque non è obbligatorio usare necessariamente lo SPID. Tuttavia, anche per chi possiede la Carta d’Identità Elettronica è consigliabile richiedere lo SPID, poiché questo sistema di autenticazione è più semplice da usare, non richiedendo l’utilizzo di smart card.
*(fonte: PMI.IT – Noemi Ricci.

 

04 – INPS.
Teresa Barone*: a – DICHIARAZIONI DEI REDDITI IN ITALIA PER ISCRITTI AIRE: QUANDO SCATTA – IN QUALI CASI I RESIDENTI ALL’ESTERO E GLI ISCRITTI ALL’AIRE DEVONO INVIARE LA DICHIARAZIONE DEI REDDITI ANCHE IN ITALIA.
Anche i cittadini non residenti nel nostro Paese devono presentar la dichiarazione dei redditi se ne hanno percepito da fonte italiana, anche se la loro residenza fiscale è all’estero, nel rispetto delle Convenzioni stipulate dall’Italia contro le doppie imposizioni e tenendo conto della propria residenza fiscale. In base al TUIR, i soggetti non residenti devono comunque dichiarare in Italia:
Redditi
Guida fiscale per italiani che lavorano all’estero: come evitare la doppia imposizione
7 Maggio 2024
Ai fini delle imposte sui redditi sono considerati non residenti gli italiani iscritti all’AIRE invece che all’ANPR (Anagrafe Nazionale della Popolazione Italiana) per almeno 183 giorni nell’anno d’imposta e che non hanno domicilio o residenza nello Stato italiano. I cittadini italiani che fissano la dimora abituale all’estero, lo ricordiamo, sono tenuti a iscriversi all’AIRE (l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) entro i primi 90 giorni dal trasferimento, per non incorrere in una sanzione che può anche arrivare a mille euro.
Nel caso in cui si sia iscritti nell’Anagrafe della popolazione residente di un Comune italiano per la maggior parte dell’anno, anche se si è iscritti all’AIRE è comunque necessario presentare la dichiarazione dei redditi con Modello 730 o Modello Redditi PF, relativa ai redditi imponibili prodotti.
*(Fonte: PMI.it . Teresa Barone, giornalista )

b – Barbara Weisz*: Cedolino Pensione: SPID per italiani AIRE residenti all’estero.
domanda:
SONO UNA PENSIONATA ITALIANA RESIDENTE ALL’ESTERO. COME POSSO OTTENERE SPID PER ACCEDERE AL CEDOLINO PENSIONE ONLINE?
Gli italiani residenti all’estero possono ottenere le credenziali SPID svolgendo la procedura di richiesta e attivazione online dell’identità digitale. La differenza con chi risiede in Italia è che non tutti i provider abilitati effettuano il servizio per gli italiani all’estero.
Sul portale governativo dedicato a SPID (spid.gov.it) c’è una pagina in cui vengono indicati i fornitori che rilasciano l’identità digitale. Quelli che svolgono anche il servizio per gli italiani all’estero (in genere, con il riconoscimento via webcam), sono contrassegnati da specifici simboli.
Dunque, nella tabella che riporta le caratteristiche dei servizi offerti da ciascun fornitore accreditato di identità digitale, bisogna verificare se sono presenti le icone che rappresentano la propria casistica:
“EU” per chi risiede nell’ambito dell’Unione Europea,
“Mondo” per chi risiede fuori dall’Unione europea.
Per effettuare la procedura, deve avere con sé un documento di identità italiano in corso di validità, il codice fiscale, una email e un numero di cellulare. Sul sito dell’Agenzia per le Entrate è disponibile la procedura per ottenere il codice fiscale.
Per il riconoscimento a distanza tenga presente che alcuni provider possono richiedere in pagamento di una piccola quota. Per il resto, il servizio è in molti casi gratuito in quanto finanziato dal Governo italiano (dipende dal provider che sceglie).
Una volta ottenuta un’identità SPID, potrà utilizzare le sue credenziali personali per accedere all’area riservata MyINPS sul sito dell’Istituto Nazionale di Previdenza ed accedere al cedolino pensione o a tutti gli altri servizi telematici offerti dall’INPS. Le ricordo, infine, che è anche possibile delegare – sempre inoltrando richiesta tramite SPID – una persona di fiducia all’utilizzo dei servizi INPS online.
*(Fonte: PMI.it – Barbara Weisz, giornalista professionista, scrive di economia, politica e finanza per la stampa specializzata, tra testate online quotidiani e riviste a diffusione nazionale )

 

05 – A CHE PUNTO È LA NOTTE DEL CAPITALISMO ITALIANO? CE LO SI CHIEDE GUARDANDO A CIÒ CHE STA FACENDO IL GOVERNO MELONI CON IL MONTE DEI PASCHI DI SIENA(A) (RISANATO CON SOLDI PUBBLICI). UN VERO E PROPRIO SCANDALO. E LEGGENDO LA MINI BIOGRAFIA FINANZIARIA DI ANDREA PIGNATARO(B), IL SECONDO UOMO PIÙ RICCO D’ITALIA e altro.

DUE PREZIOSE ANALISI DI ALESSANDRO VOLPI.
A proposito di spese militari e vertice Nato della prossima settimana, Alice Pistolesi ci porta in Toscana, occupandosi del nuovo comando Nato di Firenze, della base di Pisa fino all’ampliamento del porto di Livorno. ( c )La Regione è sempre più centrale dal punto di vista militare e i cittadini protestano. Ci si mobilita anche a Trieste, come scrive da lì Morena Pinto, perché il progetto della cabinovia che dovrebbe collegare il Porto Vecchio all’Altopiano carsico rischia di essere approvato. Ci spostiamo poi con Angela Falconieri a Reggio Calabria grazie a una bella storia di ricostruzione sociale ad Arghillà, nella periferia Nord della città.
( d ) Letizia Molinari e Paul Meneghin firmano sul sito un reportage duro e necessario da Cerro de Pasco, nel cuore delle Ande peruviane, una delle più grandi zone di sacrificio del Paese dove l’estrazione di piombo e zinco mette in ginocchio la città. Un’enorme voragine profonda 300 metri e lunga due chilometri e mezzo sta lentamente inghiottendo una città di 70mila abitanti.
Alessio Giordano racconta il progetto “The Phoenix of Gaza XR” che punta a ribaltare la narrazione dominante sulla Palestina e il suo popolo, utilizzando la tecnologia come strumento di memoria e resistenza decoloniale.
(e) Da leggere il pezzo di Sofia Farina sul business dell’editoria accademica sulle spalle dei ricercatori e l’intervista di Nicola Villa allo scrittore britannico William Atkins, che nel suo ultimo libro “Tre isole” (Iperborea) affronta il tema dell’esilio attraverso le storie di tre dissidenti politici: il re zulu Dinuzulu kaCetshwayo a Sant’Elena, la rivoluzionaria francese Louise Michel in Nuova Caledonia e l’etnografo ucraino Lev Šternberg sull’isola di Sachalin.
*( Fonte Altraeconomia- la redazione)

a – Alessandro Volpi*: QUELLO CHE IL GOVERNO MELONI STA FACENDO CON MONTE DEI PASCHI DI SIENA È UNO SCANDALO.
L’esecutivo ha deciso di cedere il 15% della sua partecipazione in Mps (risanato con soldi pubblici) e la scelta della procedura è stata del tutto anomala. Dal collocatore ai partecipanti al possibile acquisto. La politica tenta così di costruire un monopolio del credito, accettando una mediazione al ribasso con i grandi fondi americani che si sono già mangiati le “banche del territorio”. L’analisi di Alessandro Volpi
Nel corso dell’ultima privatizzazione del Monte dei Paschi di Siena (Mps) è avvenuto un fatto molto strano che ha attirato anche le attenzioni della magistratura. Il governo ha deciso infatti di cedere il 15% della sua partecipazione nella banca e la scelta della procedura è stata del tutto anomala. Per più ragioni.
La prima è costituita dalla scelta della banca che avrebbe dovuto seguire la buona riuscita del collocamento: in genere vengono selezionati istituti di credito di primo piano perché, nel caso in cui non ci fossero compratori sufficienti, la banca garante del collocamento dovrebbe rilevare i titoli rimasti invenduti. In questo caso, la scelta è caduta su una piccola banca, Banca Akros, che ha una caratteristica particolare: è posseduta al 100% da Bpm, che è uno dei quattro soggetti individuati dal governo per la vendita. Questa è la seconda anomalia. Non solo si sceglie come garante una banca di uno dei partecipanti al possibile acquisto, ma i soggetti scelti sono solo quattro, quando di solito la procedura prevede un’ampia gamma di istituti selezionati proprio per avere la garanzia del successo dell’operazione.
Ma chi sono questi soggetti? Emerge qui un’ulteriore anomalia: si tratta del fatto che tra i quattro soli possibili acquirenti figurano proprio Bpm e Anima Sgr che è oggetto di un’operazione di acquisto a opera della stessa Bpm. A questi due si aggiungono il gruppo Caltagirone e la holding Delfin degli eredi Del Vecchio.
In pratica, il governo ha selezionato, attraverso la garanzia di una banca che è di proprietà di uno dei possibili acquirenti, il “salottino” dei suoi amici, consegnandogli il 15% del risanato Mps -con soldi pubblici-. La cosa ancora più sconcertante è costituita dal fatto che tutti e quattro i possibili acquirenti hanno fatto la medesima offerta.
Ora questa vicenda sarebbe soltanto uno scandalo se non avesse a che fare con il tema sempre più decisivo del risparmio nazionale. Gli ultimi dati raccontano di oltre seimila miliardi di euro di risparmio gestito, affidato a istituzioni bancarie, a fondi e ad assicurazioni, che nella stragrande maggioranza dei casi hanno una proprietà molto simile e che li destinano ad acquisti azionari per quasi 1.800 miliardi di euro e a fondi per oltre 800 miliardi, in larghissima parte rappresentati da titoli di colossi finanziari quotati sui listini americani.
In altre parole, in Italia la politica prova a costruire un monopolio bancario, naturalmente accettando una mediazione al ribasso con i grandi fondi americani, che preleva la più grande risorsa del Paese, divenuta sempre più decisiva con la ritirata dello Stato sociale. In questo senso, la manovra decisamente sospetta del governo su Mps ha davvero un rilievo enorme, che si aggiunge ad altre vicende spesso destinate a passare sottotraccia.
Nel silenzio generale anche le banche popolari sono diventate appannaggio della finanza americana. L’ultimo tassello è costituito dall’acquisizione da parte di Jp Morgan del 10% di Bper che, peraltro, sta scalando la Banca popolare di Sondrio. Si tratta di un dato che si aggiunge alla presenza della stessa Jp Morgan e di BlackRock in Bpm, dove è presente anche Credit Agricole con oltre il 9%, e in una serie di altri istituti dove l’”azionariato popolare” ormai non ha più alcun vero rilievo. Dopo l’ingresso nei colossi come Unicredit e Intesa Sanpaolo, e in realtà rilevanti come Fineco, dove BlackRock ha oltre il 10%, e in Mps, la finanza statunitense ha conquistato anche le cosiddette “banche del territorio”, monopolizzando il risparmio gestito degli italiani.
In pratica, uno degli elementi di forza del nostro Paese, rappresentato dalla capacità di risparmio, è diventato la principale fonte di profitto per i monopolisti statunitensi. Naturalmente questo avviene mentre il Governo Meloni si preoccupa solo di difendere il “salottino” buono degli amici Caltagirone e Del Vecchio.
*( Fonte. Altraeconomia – Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento. Il suo ultimo libro è “Nelle mani dei fondi” )

 

b – Alessandro Volpi*; UNA MINI BIOGRAFIA FINANZIARIA DI ANDREA PIGNATARO, IL SECONDO UOMO PIÙ RICCO D’ITALIA
Passaporto britannico e residenza a Sanct Moritz, il creatore di Ion e proprietario di Prelios, con un patrimonio personale stimato in oltre 30 miliardi di dollari, ha da poco chiuso un contenzioso con il fisco tramite un accordo pari a 280 milioni di euro. I giornali lo seguono poco eppure il finanziere, con le casseforti domiciliate in Lussemburgo e in Irlanda, ha partecipazioni chiave in diverse società di rilievo. L’analisi di Alessandro Volpi
Il secondo uomo più ricco d’Italia a cui era contestata un’evasione fiscale di 1,2 miliardi di euro ha chiuso un accordo con l’Agenzia delle entrate per una somma di 280 milioni di euro dilazionata in cinque anni.
Si tratta di Andrea Pignataro che in realtà ha passaporto britannico e residenza a Sankt Moritz, con un patrimonio personale stimato in oltre 30 miliardi di dollari: una figura poco seguita dalle cronache a parte la pomposa definizione di “Bloomberg italiano” utilizzata per qualificarlo da Stefano Cingolani sulle pagine de Il Foglio.
La biografia di Pignataro presenta alcuni aspetti assai significativi per comprendere come funziona una parte non trascurabile del nuovo capitalismo finanziario. La sua fortuna ha origine con la creazione di Ion, nel 1999, una realtà creata insieme alla banca d’affari Salomon Brothers che si occupava e si occupa di gestione dei dati con finalità di trading finanziario. Proprio questo elemento, il rapporto stretto con la raccolta e l’utilizzo di dati finanziari, costituisce uno dei tratti distintivi dell’azione di Pignataro che ha mostrato di credere molto nella natura decisiva dell’informazione finanziaria, in chiave professionale, ma in realtà diretta anche al sempre più vasto mondo dei neofiti della finanza, considerando tale platea nei termini dei clienti affamati di notizie e, al contempo, dei possibili acquirenti di prodotti finanziari suggeriti da quella medesima informazione.
Non a caso lo stesso Pignataro ha investito in società che lavorassero sugli strumenti finanziari, offrendo margini di remunerazione molto alta a fronte di esposizioni al rischio altrettanto accentuate, per quanto non sempre chiarissime.
Così è avvenuto per List, la società creata ancora da Salomon Brothers, che aveva ad oggetto il trading dei titoli di Stato italiani e greci sul mercato secondario Mts e che Pignataro ha rilevato insieme al fondo hedge Endeavour Capital.
Così è accaduto per l’acquisizione della tormentata Prelios, guidata da Fabrizio Palenzona, che gestisce la compravendita di crediti incagliati, trasformandoli in prodotti finanziari, e nel caso di Cerved e Cedacri, dedite entrambe alla medesima attività di finanziarizzazione dei crediti in sofferenza. Peraltro, nell’ambito di Prelios, Pignataro si occupa della “riqualificazione” dell’ex area Falck, tra Milano e Sesto Sesto Giovanni, dove è in ballo la destinazione di un milione e mezzo di metri cubi.
Appare chiaro quindi che il carattere dominante dell’esperienza del miliardario di Sankt Moritz è individuabile nella frequentazione costante di una dimensione decisamente artificiale della finanza, in una logica ingegneristica dei prodotti da trattare e a cui trovare compratori in un panorama di operatori che traggono dalle stesse società di Pignataro le informazioni a cui affidarsi.
Emergono poi due altri tratti della sua attività. Il primo è rappresentato dalla sua volontà di non utilizzare società quotate in Borsa: i suoi veicoli finanziari restano fuori dal mercato regolamentato e si muovono nel mare magnum della finanza hedge, con strutture giuridiche tanto semplici quanto poco lineari. Hanno pertanto poco a che fare con i regolatori istituzionali.
Questo non impedisce a Pignataro di aver acquisito partecipazioni importanti in Mps, in Illimity, la banca di Corrado Passera, dove ha il 9,4% e dove è il secondo azionista dopo Banca Sella, nel Fondo strategico italiano diretto da Maurizio Tamagnini, in cui detiene il 9,9% e dove è entrato all’uscita di Cassa depositi e prestiti, occupando uno spazio rilevante in uno degli strumenti più importanti del private equity italiano, e nella Cassa di Risparmio di Volterra, con una partecipazione del 34%, acquisita in un’operazione che ha visto coinvolte anche Banca del Fucino e Net Insurance di Poste italiane.
Il secondo tratto caratterizzante le attività di Pignataro è la sede fiscale e legale in Paesi in cui la pressione fiscale è inesistente: le due casseforti Bessel e Itt sono domiciliate infatti in Lussemburgo, mentre il quartier generale di Ion, dopo lo scioglimento della scatola finanziaria Ion Investments Capital, a seguito dell’uscita del fondo Carlyle, è saldamente collocato a Dublino, in Irlanda.
In estrema sintesi, il secondo uomo più ricco d’Italia non ha residenza italiana -una questione sulla quale pende un’indagine penale per residenza fittizia-, trae la propria fortuna dal binomio stretto tra controllo dei dati finanziari e ingegneria finanziaria, ha avuto un pessimo rapporto con il fisco del nostro Paese ma ha partecipazioni chiave in varie società di rilievo. A che punto è la notte del capitalismo?
*(Fonte: Altraeconomia – Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento. Il suo ultimo libro è “Nelle mani dei fondi” )

 

c – Alice Pistolesi*: LA TOSCANA È SEMPRE PIÙ STRATEGICA DAL PUNTO DI VISTA MILITARE. CITTADINI E MOVIMENTI RESISTONO
DAL PROGETTO DEL NUOVO COMANDO NATO A FIRENZE, ALL’AREA MILITARE DI PISA CHE PREVEDE ANCHE L’AMPLIAMENTO DELL’AEROPORTO E LA CREAZIONE DI STRUTTURE CHE ACCELERARE IL TRASPORTO DELLE MERCI ATTRAVERSO LE VIE D’ACQUA. FINO A LIVORNO, CON L’IMPLEMENTAZIONE DEL PORTO PER AGEVOLARE LA PARTENZA DELLE GRANDI NAVI CARICHE (ANCHE) DI ARMI. C’È CHI SI OPPONE ALLA TRASFORMAZIONE DELLA REGIONE IN UNO DEI PRINCIPALI POLI MILITARI-INDUSTRIALI D’EUROPA
A Firenze un nuovo comando Nato, a Pisa un’area militare da 520 milioni di euro, l’ampliamento dell’aeroporto e la creazione di strutture che accelerare il trasporto delle merci attraverso le vie d’acqua, a Livorno l’implementazione del porto per agevolare la partenza delle grandi navi cariche (anche) di armi. Sono le opere di natura militare realizzate o che c’è in programma di costruire nel prossimo futuro in Toscana.
“È in atto un silenzioso ma profondo processo di militarizzazione che sta ridisegnando la Regione e in particolare l’intera area tra Pisa e Livorno, che si sta trasformando in uno dei principali poli militari-industriali d’Europa”, spiega Renato Viviani, uno dei fondatori del Movimento No base di Pisa.
Pisa, infatti, nei piani del governo (non solo quello attuale), diventerà la piattaforma logistica per la guerra, con un sistema di infrastrutture militari tutte connesse tra loro. Il progetto della base nella frazione di San Piero a Grado, a circa sette chilometri.

d – Letizia Molinari e Paul Meneghin*: NELL’INFERNO DI CERRO DE PASCO, UNA DELLE PIÙ GRANDI “ZONE DI SACRIFICIO” DEL PERÙ – LA VORAGINE DELLA MINIERA VISTA DALLE COLLINE SOPRA LA ZONA INDUSTRIALE DI PARAGSHA. L’ESTRAZIONE DI METALLI A CERRO DE PASCO È INIZIATA NEL PERIODO COLONIALE MA SOLO NEGLI ANNI CINQUANTA DEL NOVECENTO HA ASSUNTO LA FORMA ATTUALE DI MINIERA A CIELO APERTO.
Reportage dal cuore delle Ande peruviane, a sei ore da Lima: un’enorme voragine profonda 300 metri e lunga due chilometri e mezzo sta lentamente inghiottendo una città di 70mila abitanti. I coloni spagnoli hanno estratto argento e rame per 400 anni. Oggi Volcan, tra le più grandi compagnie minerarie del Paese, ricava piombo e zinco. La Ong Source international denuncia uno dei più gravi disastri ambientali e sanitari dell’America Latina. Gli abitanti sono determinati a lottare
“Esagerando ti direi che tra cinque o dieci anni questa città non esisterà più”, dice Miguel (il cui nome è stato modificato per garantirne l’anonimato), proprietario di una piccola farmacia a Paragsha, il quartiere di Cerro de Pasco che si affaccia sulla miniera. Mentre parliamo, suo figlio maggiore è di guardia al negozio deserto e il più piccolo gioca in strada a pallone in una nuvola di polvere.
Siamo a più di quattromila metri di altitudine, nel cuore delle Ande peruviane, a circa sei ore da Lima, dove un’enorme voragine profonda 300 metri e lunga due chilometri e mezzo sta lentamente inghiottendo una città di 70mila abitanti. Si tratta della colossale bocca della miniera a cielo aperto da cui i coloni spagnoli hanno estratto argento e rame per quattrocento anni, e da cui oggi Volcan, tra le più grandi compagnie minerarie del Perù, ricava piombo e zinco. Cerro de Pasco è una delle tante “vene aperte” dell’America Latina di cui racconta Eduardo Galeano.
*(Fonte: Altraeconomia – Letizia Molinari e Paul Meneghin giornalisti)

 

e – Nicola Villa*: William Atkins. TRE ISOLE PER RACCONTARE L’ESILIO. IL RE ZULU DINUZULU KACETSHWAYO A SANT’ELENA, LA RIVOLUZIONARIA FRANCESE LOUISE MICHEL IN NUOVA CALEDONIA E L’ETNOGRAFO UCRAINO LEV ŠTERNBERG SULL’ISOLA DI SACHALIN.

Lo scrittore britannico ha seguito le tracce di tre esili “storici” indagando in un libro potente il dolore della separazione, la nostalgia che si incarna nel corpo e nella mente, e le inaspettate forme di solidarietà che potevano nascere tra esiliati e popolazioni indigene, accomunati dalla violenza dell’esclusione. Lo abbiamo intervistato
Che cos’è “casa”? È una domanda universale, che risuona con particolare forza in un’epoca segnata da spostamenti di massa e confini mobili. A partire da questo interrogativo prende forma “Tre isole”, il potente libro di William Atkins, appena pubblicato da Iperborea. L’idea nasce da immagini emblematiche dello sradicamento umano: zaini abbandonati nel deserto dell’Arizona dai migranti in cammino, migliaia di giubbotti di salvataggio accatastati sulle spiagge greche. Immagini di assenza e di passaggio, che aprono la strada a una riflessione sul significato dell’esilio.
Per dare sostanza a questa riflessione, Atkins ricostruisce le vicende di tre dissidenti politici della fine del XIX secolo, esiliati su isole ai margini del mondo: il re zulu Dinuzulu kaCetshwayo a Sant’Elena, la rivoluzionaria francese Louise Michel in Nuova Caledonia e l’etnografo ucraino Lev Šternberg sull’isola di Sachalin. Seguendo le tracce dei loro esili, l’autore britannico si reca personalmente in quei luoghi, scoprendo quanto il trauma dell’esilio sia intrecciato alla lunga ombra dell’impero coloniale, e come le isole che li accolsero siano ancora oggi segnate da quella memoria.
“Tre isole” è quindi più di un racconto storico: è un’esplorazione profonda del senso della parola “casa”, delle forme del potere imperiale e del conflitto, mai risolto, tra il partire e il restare. Attraverso le vite dei suoi protagonisti -e attraverso la propria esperienza di viaggio- Atkins indaga il dolore della separazione, la nostalgia che si incarna nel corpo e nella mente, e le inaspettate forme di solidarietà che potevano nascere tra esiliati e popolazioni indigene, accomunati dalla violenza dell’esclusione.
In un tempo in cui l’impulso a rimuovere gli “indesiderabili” persiste e milioni di persone vivono sulla soglia dell’esilio, queste storie ottocentesche risuonano con urgenza. Ricordano che l’esilio è raramente temporaneo, e che solo in rari casi -come per Šternberg, che durante la deportazione pose le basi della moderna etnologia russa- può diventare una forma di resistenza o di trasformazione.
Quello di Atkins un viaggio letterario attraverso la geografia dell’esilio, e del modo in cui le vite ai margini possono gettare luce sulla nostra idea di appartenenza, di perdita e, forse, di ritorno. Lo abbiamo intervistato.
Vorrei iniziare dalla genesi di “Tre isole”. Esordisce con l’immagine degli zaini abbandonati nel deserto dell’Arizona, e dei salvagenti nel Mediterraneo. In che modo questi eventi personali hanno influenzato la struttura narrativa e il tono del libro? E come si intrecciano con l’idea che ogni libro di viaggio sia, in fondo, un’allegoria?
WA Suppongo che rappresentino una sorta di numero infinito di vite segnate dallo sradicamento. I miei tre protagonisti principali sono, in un certo senso, esiliati privilegiati, mentre per la stragrande maggioranza delle persone, storicamente ma anche oggi, l’esilio è un’esperienza di straordinaria impotenza. Per quanto riguarda l’allegoria, questo libro, come anche il precedente sui deserti, è una sorta di ricerca per definire una parola: voglio capire cosa intendiamo davvero per “esilio”, e non credo di averlo compreso fino a quando non ho terminato di scrivere il libro. C’è la morte di mio padre, ci sono le storie di esilio che risuonano dentro tutti noi, perché tutti sperimentiamo qualche forma di perdita, queste fratture, queste interruzioni violente delle vite. Edward Said dice: “L’esilio è stranamente affascinante da pensare, ma terribile da vivere”. Spero, nel libro, di aver riconosciuto costantemente la realtà, il trauma e i danni provocati dallo sradicamento.
Parliamo delle tre figure che ha scelto: in che modo le loro vicende le hanno permesso di esplorare aspetti complementari del concetto di esilio?
WA Credo sia proprio questo loro essere così lontani, geograficamente e politicamente. La natura disparata dei loro esili mi ha permesso di riflettere su questioni universali: la solitudine, l’impero e il colonialismo, e di cercare di comprendere l’effetto psichico dello sradicamento.
Le tre isole dove si trovano sono isole, e questo mi ha permesso di esplorare la differenza tra prigionia e prigionia geografica, i muri del carcere sono il mare stesso, e questo tipo di deportazione politica, in quel periodo storico, era strettamente legata al colonialismo.
Nel libro scrive che è anche un libro sugli imperi. Visto che esilio e impero sono strettamente connessi, come ha incontrato questa dinamica durante i suoi viaggi? Penso, ad esempio, alla Nuova Caledonia al tempo delle elezioni.
WA Queste tensioni sono molto vive ancora oggi, e speravo di poterle esplorare. Le fratture causate dall’esilio e dal colonialismo continuano a risuonare nel presente. In Nuova Caledonia l’ho percepito con particolare forza. Ero lì durante un referendum sull’indipendenza dalla Francia, e il malcontento, la tensione nell’aria, erano palpabili. Ho sentito quell’atmosfera come un’eco del tempo in cui Louise Michel si trovava lì. E ha ragione a parlare di solidarietà: in tutti e tre i casi, i protagonisti sono riusciti a costruire alleanze con le comunità locali. Per me, questa è una nota di speranza: solidarietà e resilienza, e l’idea che attraverso queste si possa generare un cambiamento politico.
E la devastazione psicologica dell’esilio? Cita il “languore” di Ovidio. Come cerca di restituire la sofferenza interiore dei suoi protagonisti? E in che modo pensa che abbiano usato la scrittura, lo studio, l’etnografia come strumenti di resistenza e sopravvivenza?
WA La nostalgia, nel suo senso originario, come forma di malattia del ritorno, è uno dei temi centrali: come la perdita di un luogo amato si manifesti nel corpo. Ovidio parla di essere fisicamente lacerato -questo senso di nostalgia come qualcosa che può ucciderti-. E il modo per esplorare questa idea è la mia immaginazione. Lev Šternberg ha letteralmente dato vita all’etnologia russa durante il suo esilio; Louise Michel studiava la botanica locale; Dinizulu scriveva lettere, imparava a suonare il pianoforte. Era un modo per riappropriarsi dell’esperienza, trovare in quella prigione una sorta di libertà, una libertà della mente. Tutto ciò che ti resta è guardare dentro di te -attingere alle tue risorse interiori- ma, ancora una volta, erano persone potenti in posizioni relativamente privilegiate, avevano il tempo e le risorse per arricchire le proprie vite anche dentro i vincoli dell’esilio.
Parlando di solidarietà, prima ha citato Louise Michel. Nel libro scrive del suo sogno di fondare una casa dei rifugiati a Londra, per accogliere tutti gi apolidi.
WA Sì, e non si è mai realizzato. Era un progetto politico, certo, ma non anarchico. L’idea che il mondo potesse riunirsi in un solo luogo, in pace e armonia. Forse, verso la fine della sua vita, ha cominciato a desiderare l’armonia, la riconciliazione. Forse è questo che l’esilio le ha insegnato. Lei lascia il luogo dell’esilio, torna a casa, ma scopre che la casa non esiste più.
Circa Sant’Elena, mi ha colpito molto l’idea dell’“isola ombra”, questo concetto di un luogo invisibile, accanto a quello visto dai turisti. Sant’Elena è un’isola molto depressiva, per ciò che racconta.
WA È un luogo legato all’esilio di Napoleone Bonaparte, 90 anni prima che Dinizulu venisse deportato lì. C’è questa visione turistica di Sant’Elena come isola remota, perfino bella. E lo è. Ma è anche legata a una parte molto nota della storia, la narrazione del “grande uomo”. Una delle cose che volevo fare, concentrandomi su un altro esiliato politico era esplorare un altro strato dell’isola, esporre quell’isola-ombra. Ma oltre a Dinizulu, c’è un’ombra ancora più profonda: le tombe di decine di migliaia di schiavi africani liberati. Ne furono portati lì 24.221, di cui tra i 7.000 e gli 8.000 morirono. Venivano raccolti dalle fregate britanniche dopo l’abolizione della tratta e condotti a Sant’Elena come punto di passaggio. Venivano sbarcati in condizioni terribili, molti morivano durante il viaggio o poco dopo l’arrivo. Quindi hai un luogo famoso per l’esilio di Napoleone, eppure è anche una fossa comune per migliaia di africani senza nome. A Jamestown, la capitale -che è più un villaggio, in realtà- c’è un capanno con un cartello che dice: “In questo capanno ci sono i resti di centinaia di africani liberati”. I loro nomi sono sconosciuti, le loro vite non documentate, non avranno mai un biografo. Ho voluto che questa presenza fosse avvertita in tutto il capitolo, e in tutta la storia di Dinizulu. È un promemoria: tutti conoscono Napoleone ma nessuno conosce queste persone.
Cita anche la definizione di casa secondo gli zulu, che ho trovato davvero potente, “il luogo dove riposano gli antenati”. In che modo questa idea ha modellato la sua comprensione dell’esilio? E come si riflette nelle storie di Dinizulu o, per esempio, della comunità coreana di Sakhalin?
WA Sì, penso che sia la definizione più bella che abbia mai incontrato di “casa degli antenati”: il luogo dove riposano i resti dei tuoi antenati. Dei tre personaggi del libro, Dinizulu è quello più devastato dall’esilio. O forse non è tanto l’esilio in sé a devastarlo, quanto il ritorno dall’esilio. Come tutti e tre, torna in una patria che non esiste più. Nel suo caso, il regno è stato deliberatamente smembrato, il suo popolo disperso. È sparito. E ne soffre profondamente, perché non può veramente tornare a casa. Questo, in sostanza, lo uccide. Le cronache del tempo dicono che è morto di crepacuore -e non ho mai letto una descrizione più esatta della morte di qualcuno-. È stato consumato dal dolore. Ma alla fine è stato sepolto con i suoi antenati, dove riposava suo padre. Quindi, in un certo senso, è tornato a casa, ma solo nel modo in cui tutti noi torniamo a casa: attraverso la morte.
Un’ultima domanda sulla natura. Nel libro, gli animali sembrano avere un ruolo simbolico ricorrente. Vediamo le oche e gli albatros con Louise Michel, gli uccelli “barbuti”, le falene di Sant’Elena. Che ruolo hanno per lei questi incontri? Riflettono non solo il paesaggio fisico ma anche quello emotivo dell’esilio?
WA Credo che rivelino un altro tipo di separazione: l’idea che gli animali siano esiliati da noi, ma anche che noi, forse fin dai tempi biblici, siamo esiliati dalla natura stessa. C’è una nostalgia per una comunità a cui non possiamo più accedere pienamente. Louise Michel, per esempio, fin da bambina era animata da un profondo amore per gli animali. Racconta degli uccelli durante il viaggio, albatros a cui veniva tagliata la gola e lasciati morire appesi. La sua compassione era universale. Non sopportava la crudeltà, che fosse verso le persone o verso gli animali, nemmeno verso i nemici. E poi c’è la falena a Sant’Elena. L’ho scoperta con il mio amico Tim. Non era mai stata vista o registrata prima. Leggo spesso quel passaggio durante le presentazioni. Per molto tempo non sapevo perché quella falena dovesse stare nel libro, ma sapevo che doveva starci. Alla fine, credo che abbia una funzione allegorica: parla di libertà, fuga, trasformazione, volare nel cielo notturno. Quindi sì, il mondo non umano deve far parte della narrazione, soprattutto oggi, in questo momento di crisi ecologica.
*(Fonte: Altraeconomia – Nicola Villa. Giornalista)

 

06 – Emiliano Brancaccio*: L’IMPERATORE NON È PAZZO, È INDEBITATO – GIRAVOLTE AMERICANE TUTTI A INTERROGARSI SUL TRUMP CHE SBRAITA MA TENTENNA, URLA MA ARRETRA, MINACCIA MA SI NASCONDE, QUINDI SORRIDE, MORDE ALL’IMPROVVISO, CHIEDE SCUSA E POI PUNTA LA PISTOLA IN FACCIA, COME IN UN INFINITO CIRCO DELL’ORRORE. SI DIFFONDE L’IDEA, LO SOSTIENE AD ESEMPIO IL NOBEL PER L’ECONOMIA HECKMAN, CHE SIA SOLO UN ALTRO «PAZZO AL POTERE»
Tutti a interrogarsi sul Trump che sbraita ma tentenna, urla ma arretra, minaccia ma si nasconde, quindi sorride, morde all’improvviso, chiede scusa e poi punta la pistola in faccia, come in un infinito circo dell’orrore. Si diffonde l’idea, lo sostiene ad esempio il Nobel per l’economia Heckman, che sia solo un altro «pazzo al potere».

L’ULTIMO SINTOMO DI INSTABILITÀ MENTALE SAREBBE L’ANDIRIVIENI DEL PRESIDENTE SULLA DIMENSIONE EFFETTIVA DELL’APPOGGIO MILITARE AMERICANO A ISRAELE, NELLA GUERRA CONTRO L’IRAN.
Questa moda di scovare i moventi rapsodici del leader tra le pieghe nascoste di una mente disturbata non è una novità. Già Erich Fromm, in pieno revisionismo freudiano, teorizzava sulle possibili ossessioni sadiche di Stalin per disvelare le cause della sua violenza politica. Di recente il concetto è stato ribadito per Putin, Kim, Khamenei. E adesso, tocca al capo del fronte occidentale.
Per la loro estrema semplicità, queste interpretazioni psicanalitiche godono di ampio successo tra gli opinionisti di grido, più che mai disallenati al pensiero complesso. In fondo, «il capo è pazzo» è un’espressione al contempo abbastanza stupida e solenne da funzionare alla perfezione nel ritmato nulla degli odierni talk televisivi.
Le seducenti teorie del «pazzo al potere», tuttavia, hanno un limite: ignorano totalmente il mostruoso coacervo di vincoli di struttura in cui qualsiasi leader moderno è costretto a operare, sia esso un infido tiranno oppure un sincero liberal-democratico, come si usa dire oggi.
Un vincolo di struttura decisivo, nel caso di Trump, è costituito dall’enorme debito degli Stati uniti verso l’estero: un rosso di 26 mila miliardi di dollari, record negativo senza precedenti.
Fino a qualche anno fa, l’egemonia americana sul mondo veniva esercitata attraverso un circuito «militar-monetario» che consentiva agli Stati uniti di indebitarsi a piacimento verso l’estero anche per finanziare le campagne militari all’estero.

La più estrema applicazione di questo circuito di dollari e bombe avvenne sotto l’amministrazione di George W. Bush.

All’epoca gli Stati uniti si cimentarono in una lunga e sanguinosa invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq. La giustificazione data ai media era la guerra al «terrore» e, guarda caso, la neutralizzazione di super-bombe immaginarie nelle mani di Saddam. In realtà, il governo americano finanziava a debito quelle colossali campagne militari per accaparrarsi i giacimenti dei due paesi e risolvere così la parte energetica del medesimo debito, che ai tempi pesava molto.

Prendendo dal gergo dei brokers, fu una sorta di «bolla speculativa bellica». Anche grazie a quegli arditi giochi di finanza, per anni l’America ha potuto imporre il suo tallone di ferro sul mondo.

Il problema è che oggi lo spettacolare circuito di speculazioni militar-monetarie americane ha raggiunto un punto limite. Il passivo verso l’estero, pubblico e privato, è infatti diventato troppo alto.

La conseguenza è che la spesa per interessi sul debito è ormai prossima alla spesa militare americana e si appresta a superarla. Per la prima volta, gli Stati uniti avvertono il morso di un vincolo finanziario all’apertura di nuovi fronti di guerra.
Ecco dunque una robusta spiegazione della titubanza degli Stati uniti nel supporto a Israele che bombarda l’Iran. Dopo aver massacrato Gaza, Netanyahu esorta Trump a sostenere il suo attacco su Teheran. Il leader israeliano teme l’isolamento. E quindi ricorda all’alleato Usa gli enormi interessi in ballo nella zona, dal petrolio al corridoio commerciale antagonista alla Via della Seta cinese.

Ma il presidente americano si agita e tentenna. Una crisi di coscienza? Un folle ondeggiare? Niente di tutto questo. La verità è che l’America non ha più i margini finanziari di un tempo. Il mondo accetta dollari sempre più a fatica, soprattutto se servono a lanciare altri missili.
Un’anima bella potrebbe considerarla una splendida notizia. Una sorta di placida eutanasia dell’impero americano inondato dai debiti.
Ma non è così facile. Messa alle corde, l’amministrazione degli Stati uniti potrebbe giocarsi il tutto per tutto: dar fondo alle risorse militari, caricare il debito sui vassalli e mobilitarli per imporre un nuovo ordine occidentale al mondo. Una nuova pax americana, più che mai nel sangue.
Donald Trump, dunque, non è semplicemente un pazzo. Il saltimbanco dai denti affilati, che minaccia di ammazzarti mentre sorride e tende la mano, è solo la perfetta incarnazione dell’ultimo, terrificante dilemma dell’impero indebitato.
Un dilemma che imporrà scelte, soprattutto agli alleati europei degli Stati uniti. Lo sa bene lo spagnolo Sanchez, che cerca di respingere le pressioni americane per portare la spesa militare al 5 percento del Pil. L’opposto delle smanie di Meloni e Crosetto verso un sollecito riarmo.
*(Fonte: Il Manifesto – Emiliano Brancaccio è un economista e saggista italiano, professore associato di economia politica presso il dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Napoli “Federico II”)

 

 

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