Contro il premierato: nonostante silenzi e censure

Riceviamo da Alfiero Grandi, vice presidente del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, una breve nota sulla proposta di premierato avanzata da Giorgia Meloni e in discussione in Parlamento. È la replica a un articolo aperturista di Franco De Benedetti comparso su La Stampa il 20 aprile scorso (Governo e Parlamento. La riforma di cui c’è bisogno), inviata da Grandi il 22 aprile, dopo avere avuto dal quotidiano torinese indicazioni sulle relative modalità, e a tutt’oggi non pubblicata. Libero ogni giornale di scegliere la propria linea politica e di decidere cosa pubblicare, resta il tema, cruciale, della possibilità di un effettivo contraddittorio sulle questioni al vaglio dei cittadini e, dunque, dell’effettività in concreto dei diritti di parola e di manifestazione del pensiero. A dimostrazione di come la “censura” non stia solo – né tanto – nei cori degli studenti contro una ministra. Per dar conto dei termini della vicenda pubblichiamo, di seguito, la nota di Grandi. (la redazione)

(FONTE: Volerelaluna.it)

Franco De Benedetti sostiene, in rapporto alla proposta di elezione diretta del Presidente del Consiglio, che il problema di fondo dell’Italia sia rendere gli esecutivi più stabili (Governo e Parlamento. La riforma di cui c’è bisogno, 20 aprile, ndr).

Non convince per almeno due ragioni:

1) il Governo Meloni ha una stabilità potenziale straordinaria. Le destre con il 44% dei voti hanno ottenuto il 59% dei parlamentari. Un premio di maggioranza del 15% grazie a una legge elettorale incostituzionale. Malgrado questo il Governo vuole modificare la Costituzione per dare ancora più potere al presidente del Consiglio, mentre dovrebbe preoccuparsi dei risultati che per ora latitano. Le difficoltà politiche vengono scaricate sulla Costituzione;

2) il problema di fondo della nostra vita democratica è la crescita inarrestabile dell’astensione, ormai metà dell’elettorato. Riportare alla partecipazione democratica la metà dei cittadini che oggi non crede alla possibilità di contare è la sfida di fondo per il futuro della nostra democrazia. Sono necessari diversi interventi, tra questi è prioritario ricostruire un rapporto diretto tra i deputati e i senatori e gli elettori che oggi sono invece nominati dai capi partito. In pratica non hanno rapporti con gli elettori, che non hanno alcun potere reale nella loro elezione. È prioritaria una nuova legge elettorale, ma l’elezione diretta del Presidente del Consiglio legherà a doppio filo il suo ruolo e la vita del Parlamento.

Non a caso il Governo ha fatto una proposta unilaterale e conta sul 59% che gli è stato regalato per imporre le sue soluzioni, come ha già fatto più volte. È difficile comprendere perché mai questa proposta sarebbe un’occasione da cogliere visto che rappresenta una forzatura al limite dell’imposizione, che ha l’obiettivo di andare oltre la Repubblica fondata sulla Costituzione democratica e antifascista del 1948, per transitare in una “terza Repubblica”.

L’obiettivo della proposta Meloni è uscire dalla democrazia parlamentare della nostra Costituzione per costruire una vera e propria capocrazia. È una menzogna che accrescerebbe il potere del Presidente del Consiglio senza diminuire quello del Presidente della Repubblica e il ruolo fondamentale del Parlamento. Giorgia Meloni non ha insistito sull’elezione diretta del Presidente della Repubblica perché le sarebbe difficile spiegare al Paese perché Mattarella dovrebbe essere ridimensionato, visto che svolge il ruolo in modo impeccabile. Da qui il ripiegamento sull’elezione diretta del Presidente del Consiglio che diventerebbe la figura istituzionale dominante.

Le proposte per migliorare aspetti del meccanismo proposto da Giorgia Meloni sono di scarso interesse perché non richieste e velleitarie. Per di più Fratelli d’Italia ha già lanciato i comitati a sostegno della proposta. Sarebbe logico prepararsi fin da ora al No alla proposta di Giorgia Meloni che ha un carattere eversivo della Costituzione del 1948 e conferma l’ansia di uscire dal suo cono di luce per costruire un’altra fonte di legittimazione, attraverso l’elezione diretta. Il Presidente della Repubblica verrebbe sterilizzato nel suo ruolo politico malgrado in diverse occasioni abbia salvato la Repubblica. Il Parlamento diventerebbe la guardia del pretorio del Presidente del Consiglio perché la sua vita dipenderebbe dalla fedeltà al capo. Sarebbe la fine della Repubblica parlamentare nata nel 1948, a causa di modifiche della Costituzione tali da stravolgerla. La proposta di Giorgia Meloni spingerà a invidiare la chiarezza della Costituzione americana che prevede una netta separazione tra elezione dei parlamentari e del Presidente.

Meglio affrontare il vero problema dell’Italia, la disaffezione dalla partecipazione politica, e costruire il contrasto a queste modifiche istituzionali, pretendendo l’effettuazione del referendum costituzionale per consentire ad elettrici ed elettori di poterle respingere.

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