n°15 – 09/4/2022 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – Schirò e Porta* (pd) – residenza fiscale all’estero: l’iscrizione all’aire può non essere sufficiente. 6 aprile 2022
02 – Schirò (pd): riportare subito la commissione esteri del senato alla sua normale efficienza
03 – Angelo Mastrandrea*: Nella città delle bombe atomiche.
04 – Pierre Haski*: Il massacro di Buča è un momento decisivo della guerra in Ucraina
05 – Zania Stamataki*:Perché alcune persone non hanno mai preso il covid? Sono una delle poche fortunate che non è ancora risultata positiva al covid-19.
05 – Brevi dal mondo

 

02 – SCHIRÒ E PORTA* (PD) – RESIDENZA FISCALE ALL’ESTERO: L’ISCRIZIONE ALL’AIRE PUÒ NON ESSERE SUFFICIENTE. 6 aprile 2022
Iscriversi all’Aire può non essere sufficiente per non pagare le imposte in Italia se per il cittadino-contribuente italiano residente anagraficamente all’estero l’Italia continua però ad essere la sede principale dei suoi affari ed interessi economici, nonché dei rapporti affettivi.
Lo ha ribadito in una recente Ordinanza (n. 8286 del 15 marzo 2022) la Corte di Cassazione e non è la prima volta che la Suprema Corte si esprime in questi termini consolidando così la giurisprudenza in questa materia.
La Corte ha praticamente affermato che ai fini delle imposte dirette, deve considerarsi soggetto passivo il cittadino italiano che, pur risiedendo all’estero, stabilisca in Italia, per la maggior parte del periodo d’imposta, il suo domicilio, inteso come la sede principale degli affari ed interessi economici nonché delle relazioni personali.
Nel caso oggetto della pronuncia il cittadino residente all’estero aveva ricevuto un avviso di accertamento dell’Amministrazione finanziaria con cui veniva richiesto il pagamento di imposte a titolo di Irpef, addizionali, Iva e sanzioni sul presupposto che il contribuente, pur iscritto all’Aire, dovesse considerarsi fiscalmente residente in Italia sulla base dei riscontri effettuati e del fatto che la documentazione e gli elementi prodotti dal contribuente non dimostrassero la residenza estera nonostante l’iscrizione all’Aire (tali elementi erano ridotti secondo la Corte alla sola menzione degli «attestati di iscrizioni e assidua frequenza a club socio-culturali e ricreativi» all’estero).
In pratica al contribuente sono stati contestati elementi presuntivi della residenza fiscale in Italia quali la locazione di un immobile in una città italiana ad uso abitativo, indicato dal contribuente medesimo quale sede fiscale propria e della propria famiglia; il contratto di locazione, sempre nella stessa città italiana, di due posti auto; le partecipazioni a vario titolo, quali socio rappresentante legale in alcune società aventi sede in Italia; i redditi conseguiti in Italia e risultanti dai modelli 770 dei sostituti d’imposta.
La Corte di Cassazione nella sua Ordinanza ha richiamato il disposto dell’art. 2 del TUIR che, ai fini della residenza fiscale delle persone fisiche, attribuisce rilevanza non solo alla residenza anagrafica (che in questo caso era all’estero) ma anche al domicilio, secondo la definizione resa nel codice civile. In particolare, il requisito del domicilio deve essere inteso come la sede principale degli affari ed interessi economici nonché delle relazioni personali, come emergenti da elementi presuntivi.
Ciò che è stato valorizzato dalla Corte di Cassazione (ma anche più volte dalla giurisprudenza della Corte di giustizia europea) è soprattutto la presenza di elementi significativi, quali l’acquisto di beni immobili, la gestione di affari in contesti societari, la disponibilità di almeno un’abitazione nella quale trascorrere diversi periodi dell’anno, e ciò a prescindere anche dall’iscrizione del soggetto nell’AIRE. Tale centro principale degli interessi vitali del contribuente va individuato, sempre secondo la Cassazione, dando prevalenza al luogo in cui la gestione di detti interessi viene esercitata abitualmente e in modo riconoscibile, e quindi in maniera permanente e non legata ad eventi occasionali.
*(Angela Schirò, deputata PD – Fabio Porta, senatore PD)

 

3 – Schirò (Pd)*: RIPORTARE SUBITO LA COMMISSIONE ESTERI DEL SENATO ALLA SUA NORMALE EFFICIENZA

L’espulsione del senatore Petrocelli dal suo gruppo di appartenenza (M5S), che ne aveva garantito l’incarico di presidente di commissione, rende sempre più anacronistica la situazione che si è venuta a creare in una commissione di vitale importanza – Affari Esteri ed emigrazione -, soprattutto in un momento drammatico come questo che stiamo attraversando.
Non esiste che il presidente della commissione Esteri si dissoci dalla maggioranza di governo alla quale appartiene su un nodo come la guerra in Ucraina, senza che senta il dovere di tirarne le conseguenze. Petrocelli raccolga quindi l’invito a fare dignitosamente un passo indietro che gli viene rivolto da chi lo ha eletto e liberi la commissione da una crisi paralizzante.
Questo servirà anche a utilizzare nel modo migliore quel che resta della legislatura per cercare di fare le cose che lui stesso ha impedito, anche nel nostro campo. Ricordo, ad esempio, il Comitato per gli italiani nel mondo, nato anni fa in Senato e da lui affossato, la istituzione della Commissione Bicamerale per gli italiani nel mondo, approvata alla Camera e ferma al Senato per la sua chiusura, il tentativo di approvare le leggi di riforma della rappresentanza (Comites e CGIE), scaricate anch’esse.
La personalizzazione della questione Petrocelli sta costando molto anche agli italiani all’estero. Si torni al senso di responsabilità e si liberi la strada per consentire una chiusura operosa della legislatura.
*(Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – Camera dei Deputati )

 

04 – Angelo Mastrandrea*: NELLA CITTÀ DELLE BOMBE ATOMICHE. Osservata da Ghedi, una cittadina di 18mila abitanti a una ventina di chilometri da Brescia, la guerra in Ucraina appare ancora più vicina.
Dal giorno dell’inizio dei bombardamenti russi, la mattina di giovedì 24 febbraio 2022, la base della Nato alle porte del paese è in “stato di preallerta”, e questo significa più camionette e blindati in giro, e più movimento di mezzi.
I Tornado e gli F35 sono negli hangar, pronti a decollare in qualsiasi momento per spostarsi sul fronte di guerra. Da qui il 18 gennaio 1991 il pilota Gianmarco Bellini e il navigatore Maurizio Cocciolone partirono per l’operazione Desert storm in Iraq, furono abbattuti dalla contraerea di Saddam Hussein e rimasero prigionieri per 47 giorni.
Ottenuto il via libera del parlamento con il sostegno di una maggioranza allargata a Fratelli d’Italia, è da questa base definita “operativa” dalla Nato che dovrebbe prendere il volo, con un ponte aereo verso la Polonia, una parte delle armi che il governo italiano ha deciso di mandare all’Ucraina.
L’elenco è stato secretato dal governo al pari del decreto approvato, ma fonti parlamentari parlano di mortai, missili Stinger, mitragliatrici pesanti Browning, mitragliatrici leggere MG, lanciatori anticarro, razioni K, radio Motorola, elmetti e giubbotti, per una spesa complessiva che si aggirerebbe attorno ai 150 milioni di euro.
Per questo il Comitato contro la guerra di Brescia, una galassia di movimenti e organizzazioni ambientaliste e pacifiste, ha organizzato per domenica 6 marzo un sit-in davanti all’ingresso principale della base, mentre le associazioni Azione cattolica, Acli, Movimento dei focolarini, Comunità Papa Giovanni XXIII e Pax Christi hanno rivolto un appello al governo perché “adesso dica no alle bombe nucleari sul nostro territorio, a Ghedi e ad Aviano”.

Lo stesso giorno, cortei per la pace sono previsti in decine di città e paesi in tutta Italia, mentre la Rete italiana pace e disarmo, insieme ai sindacati Cgil e Uil, e alle associazioni Anpi, Arci, Emergency, Legambiente e al Forum del terzo settore ha indetto una manifestazione nazionale a Roma sabato 5 marzo.
In un documento comune, gli organizzatori si schierano contro l’aggressione russa, criticano la Nato per l’espansione nell’Europa dell’est, chiedono all’Onu “un’azione per il disarmo e la neutralità attiva”, auspicano il “cessate il fuoco” e “l’immediato ritiro delle truppe” e condannano il sostegno armato all’Ucraina.
“Dall’Italia e dall’Europa devono arrivare soluzioni politiche, non aiuti militari”, si legge. “L’invio di armi non serve alla pace, in Afghanistan, in Iraq e in Libia non è servito a migliorare niente”, dice Francesco Vignarca, uno dei promotori. “Mandare armi in Ucraina in questo momento è come soffiare sul fuoco che è già scoppiato”, afferma il missionario comboniano Alex Zanotelli.
In un’area superprotetta alla quale hanno accesso solo i militari statunitensi sono custodite venti bombe atomiche che nessuno ha mai visto. Nel 2019 ne ha rivelato la presenza un documento dell’Assemblea parlamentare della Nato pubblicato su internet e poi modificato. La notizia ormai era già circolata ma nessuno l’ha smentita. Esperti di strategie militari e di armamenti spiegano che le atomiche di Ghedi sono le vecchie B61 a idrogeno, prodotte ai tempi della guerra fredda. Gli Stati Uniti le starebbero però sostituendo con le nuove B61 modello 12, che possono essere trasportate dai nuovi caccia F35, due per ciascun aereo.
Quando, il 1 marzo 2022, il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha detto all’agenzia di stampa Tass che “è inaccettabile per la Russia che alcuni paesi europei ospitino armi nucleari degli Stati Uniti” e che “è il momento di rimandarle a casa”, la cittadina del bresciano è diventata all’improvviso un potenziale bersaglio.

Il pericolo più grande
Un’eventuale escalation atomica potrebbe avere effetti devastanti da queste parti. A novembre del 2020 l’associazione ambientalista Greenpeace, riprendendo uno studio del ministero della difesa, ha rivelato che “un attentato alle basi di Aviano (dove sarebbero custodite altre 30 bombe nucleari, ndr) e Ghedi potrebbe provocare da 2 a 10 milioni di vittime”, una cifra che dipende da come il vento potrebbe diffondere le polveri radioattive e dalla tempestività dei soccorsi. “Uno scenario tenuto rigorosamente segreto, condiviso solo con i vertici militari e politici e con i responsabili della sicurezza nucleare”, si legge nel dossier, che cita un colloquio riservato con un ex addetto ai controlli della Nato.
Il comune di Ghedi però non ha neppure un piano di evacuazione degli abitanti, uno strumento fondamentale in un’area a rischio come questa. Lo ha confermato il sindaco leghista Federico Casali, rispondendo alle domande degli attivisti del centro sociale 28 maggio di Rovato, un paese a 40 chilometri di distanza, che lo hanno incontrato per discutere della questione. “Le atomiche di Ghedi sono il più grande pericolo che abbiamo da queste parti, eppure su questo tema non c’è alcun dibattito pubblico e nessuno sembra preoccuparsene”, dice Beppe Corioni del comitato Donne e uomini contro la guerra, che fa da “perno logistico” per le manifestazioni davanti alla base. I militari non sono confinati all’interno dei tre chilometri e mezzo di filo spinato che circondano la base
Quella di domenica 6 marzo è la terza in un anno. Nonostante le restrizioni legate alla pandemia di covid, i pacifisti hanno protestato contro l’ampliamento della struttura per ospitare 30 cacciabombardieri F35, che si sono aggiunti ai Tornado dell’aeronautica militare già presenti.

I lavori, affidati dal ministero della difesa alla Matarrese spa per una spesa di 91 milioni di euro, sono cominciati nel settembre 2020. Stando alla gara d’appalto, dovrebbero concludersi quest’anno. Sono stati rinnovati i dispositivi di sicurezza e costruite due nuove piste d’atterraggio, una palazzina di comando e un’altra per il simulatore di volo, alcuni depositi e 15 hangar, ognuno dei quali può ospitare due F35.
L’inaugurazione delle piste è avvenuta il 18 ottobre 2021, quando i caccia sono decollati per una simulazione di guerra atomica nei cieli del Norditalia. L’esercitazione, chiamata Steadfast noon (mezzogiorno inesorabile), è durata un paio di settimane, durante le quali i cittadini di Ghedi hanno dovuto convivere con un frastuono assordante e incessante, mentre gli aerei partivano e planavano a qualsiasi ora del giorno e della notte. L’obiettivo era “far sì che il deterrente nucleare della Nato” si mantenesse “sicuro ed efficace”, ha spiegato in una nota l’ufficio stampa dell’Alleanza atlantica.

Una visita guidata
I giochi di guerra partiti dalla base militare nel mese di ottobre non hanno provocato però particolari allarmi nella popolazione. I cittadini di Ghedi sono abituati al rumore dei decolli e degli atterraggi, alle simulazioni di guerra, ai cartelli che avvertono del rischio di voli “a bassa quota” e ai cellulari che all’improvviso rimangono senza linea. “Ogni due anni siamo costretti a rifare i tetti perché le tegole saltano per via delle vibrazioni”, racconta un artigiano. Sembrano assuefatti perfino al rischio atomico.
Le manifestazioni attirano molti pacifisti dai dintorni, soprattutto da Brescia, ma a Ghedi quelli che partecipano sono una minoranza. “Non si tratta di apatia, bensì di connivenza. Questa città è tutt’uno con la base e la sua politica è espressione del potere dei militari”, afferma Loris Gallina, un attivista del circolo Insieme a sinistra. Nessuno è in grado di dire quanto pesino i soldati italiani e statunitensi sull’economia locale, ma è certo che condizionano le scelte dell’amministrazione e l’intera vita cittadina.
I militari non sono confinati all’interno dei tre chilometri e mezzo di filo spinato che circondano le piste di atterraggio, gli hangar e i depositi. È dalla metà degli anni cinquanta che le palazzine del Villaggio azzurro, costruite dal ministero della difesa per ospitare i Diavoli rossi del sesto stormo dell’Aeronautica con le loro famiglie, sono il quartiere residenziale per eccellenza di Ghedi. I militari affittano e comprano case, vanno al ristorante e fanno la spesa in paese. Inoltre, hanno sempre avuto un occhio di riguardo per chi abita da queste parti.
Il 4 novembre 2021, in occasione della festa delle forze armate, hanno aperto le porte della base, invitando i cittadini a una visita guidata e organizzando una mostra sui velivoli da guerra. “Ai tempi della leva obbligatoria non c’era un ghedese che venisse spedito lontano da qui”, dice ancora Gallina. Lui è uno dei pochi a non aver voluto fare il servizio militare a Ghedi. Molti residenti lavorano nella base e non hanno alcun interesse a metterla in discussione.
In più, qui ha il suo quartier generale la Rwm, una fabbrica di bombe che nel 2016 aveva ottenuto l’autorizzazione dal governo Renzi a vendere quasi 20mila ordigni Mk all’Arabia Saudita, per un valore di 411 milioni di euro.
Nel luglio 2019 il primo governo Conte ha bloccato la fornitura, dopo che la Rete italiana pace e disarmo, l’European center for constitutional and human rights di Berlino e la yemenita Mwatana for human rights avevano trovato dei frammenti di bombe con il numero di serie dell’azienda tra le macerie di un bombardamento in Yemen che aveva sterminato una famiglia di sei persone. La revoca dell’appalto è diventata definitiva alla fine di gennaio del 2021, ma a Ghedi la notizia è passata quasi inosservata.
Una reazione ben diversa da quella che ci fu negli anni novanta nella confinante Castenedolo, dove la Valsella fu costretta ad abbandonare la produzione di mine antiuomo anche grazie alla mobilitazione delle operaie, o nell’altro stabilimento italiano della Rwm, a Domusnovas in Sardegna, dove i lavoratori e i pacifisti locali hanno avviato una campagna per la riconversione dello stabilimento.

Invasioni
Così, nella settimana peggiore per l’Europa dalla fine della seconda guerra mondiale, a Ghedi tiene banco un’altra vicenda. È accaduto che il titolare di un bar ha denunciato alla trasmissione televisiva Le iene di essere stato minacciato da una banda di ragazzini nordafricani guidata da un trapper locale. Dopo la messa in onda del servizio qualcuno ha incendiato la saracinesca del locale e l’estrema destra ne ha approfittato per scendere in piazza contro gli immigrati.
Il 25 febbraio, mentre a poche centinaia di metri di distanza i militari dichiaravano lo “stato di preallerta” per la guerra in Ucraina, le strade della cittadina sono state tappezzate da manifesti con la scritta “Stop invasione”. Non quella russa ma quella dell’“immigrazione di massa”. Un centinaio di neofascisti, arrivati anche da Brescia, hanno sfilato sventolando bandiere italiane, prendendosela con africani e magrebini e sfoggiando un repertorio di insulti razzisti.
Il sindaco è stato costretto a dissociarsi dalla manifestazione e a sostituire il suo delegato alla sicurezza, Ivan Bertocchi, che l’aveva organizzata. Alcuni passanti hanno contestato i neofascisti. Solo la presenza delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa ha evitato lo scontro fisico.
*( 02 – Angelo Mastrandrea, è un giornalista e scrittore italiano. Questo articolo è uscito il 5 marzo 2022 a pagina 5 del numero 17 dell’Essenziale.)

 

05 – Pierre Haski*: IL MASSACRO DI BUČA È UN MOMENTO DECISIVO DELLA GUERRA IN UCRAINA. 4 aprile 2022
A volte, durante il corso di una guerra, c’è un massacro di troppo, quello che cambia il corso della storia. È il caso del terribile bombardamento del mercato di Sarajevo, che nel 1995 spinse la Nato a intervenire contro i serbi di Bosnia.
Oggi le immagini agghiaccianti del massacro di Buča, nei pressi di Kiev, trasmesse a ripetizione, varcano una soglia nell’orrore di questa guerra. Il presidente Volodymyr Zelenskyj parla di “genocidio”, gli occidentali di “crimini di guerra”. La Russia, invece, si comporta come al solito, rispondendo alle accuse con la sua “verità alternativa” e addirittura convocando il Consiglio di sicurezza dell’Onu per denunciare le “provocazioni dei radicali ucraini”.
Davvero la reazione unanime dell’occidente davanti a questo massacro cambierà la situazione come accaduto in altri conflitti del passato? In realtà non è detto che sia così. L’orrore è innegabile, ma l’equazione non cambia: nessuno in occidente è pronto a rischiare uno scontro con la Russia, potenza nucleare. Tuttavia le immagini di Buča creano una grande pressione sui paesi occidentali affinché appoggino l’Ucraina in modo più efficace in un momento decisivo.

Combattimenti in aumento
In questo momento stiamo assistendo a una svolta nella guerra, con la riconquista della regione di Kiev da parte dell’esercito ucraino e il ritiro dei soldati russi. Nonostante la tragedia di Buča, il successo della resistenza ucraina ha impedito l’assedio e forse la conquista della capitale.

Ma questa non è la fine della guerra, perché i russi stanno ripiegando a est per costituire un blocco di continuità territoriale tra il Donbass, la costa del mare d’Azov (con l’assedio della città portuale di Mariupol) e la Crimea. I combattimenti non si ridurranno. Anzi, si faranno sempre più feroci.

I morti di Buča rafforzano il desiderio di resistere e senza dubbio anche quello di vendicarsi.

In questo contesto drammatico si torna a parlare di negoziati russo-ucraini. Il 4 aprile, a Istanbul, si terrà un nuovo giro di consultazioni. Da Mosca e Kiev filtrano voci ottimiste che parlano addirittura della possibilità di un dialogo diretto tra Zelenskyj e Putin, che di per sé sarebbe un grande passo avanti.

Ma davvero è possibile negoziare sullo sfondo di questo massacro? Sul fronte ucraino emerge un doppio obiettivo, in un certo senso contraddittorio: da un lato la fine immediata delle sofferenze della guerra, anche a costo di concessioni come la neutralità e il congelamento dei conflitti territoriali; dall’altro il desiderio profondo, basato sull’unità e la determinazione eccezionali mostrate in questa guerra, di non cedere nulla all’invasore. I morti di Buča rafforzano inevitabilmente il desiderio di resistere e senza dubbio anche quello di vendicarsi.

Il problema si porrà quando ci sarà un compromesso sul tavolo, un momento che inevitabilmente arriverà, come in tutte le guerre. Serviranno concessioni e rinunce, come accade in ogni compromesso. Zelenskyj saprà accettarle e farle accettare dal suo popolo dopo tutti gli orrori della guerra?
Un’ultima domanda: l’unità degli occidentali sopravvivrà davanti a un compromesso che sarà valutato in modo diverso a seconda delle latitudini? Alcuni paesi sono più pronti di altri ad accettare questo percorso. Questo momento della verità della guerra non è ancora arrivato. Per ora i morti di Buča impongono di rafforzare il sostegno all’Ucraina in tutti gli ambiti, compreso quello dell’energia. E da questo punto di vista si tratta sicuramente del massacro “di troppo”.
*(Traduzione di Andrea Sparacino)

 

06 – Zania Stamataki*:PERCHÉ ALCUNE PERSONE NON HANNO MAI PRESO IL COVID? SONO UNA DELLE POCHE FORTUNATE CHE NON È ANCORA RISULTATA POSITIVA AL COVID-19. Questo nonostante per le mie ricerche io lavori a contatto con il sars-cov-2 vivo e in grado di riprodursi, faccia lezione in presenza all’università e abbia figli che vanno a scuola.
Ho amici sani e completamente vaccinati della mia stessa età, che non sono stati così fortunati. E alcuni si sono ammalati più di una volta di covid-19 negli ultimi due anni. Cosa rivela tutto questo sul mio sistema immunitario?

Cellule di memoria
In primo luogo, dobbiamo considerare una serie di scenari. Esiste una piccolissima possibilità che io non sia mai entrata in contatto con il virus. Ma data la durata della pandemia e il numero di varianti altamente trasmissibili, è improbabile. Poi c’è la possibilità che io sia entrata in contatto con il sars-cov-2, ma che questo sia stato eliminato dal mio corpo rapidamente prima che si sviluppasse e provocasse la malattia (infezione abortiva). All’inizio della pandemia, e prima di essere vaccinata, potrei aver preso il virus, ma potrei essere stata tra le poche persone che non hanno mostrato sintomi e che quindi non hanno effettuato un test.
Alcune persone possono eliminare il virus rapidamente perché hanno anticorpi preesistenti e cellule con una memoria immunitaria che riconoscono il virus. Queste potrebbero essere cellule T con una reattività crociata, generate in precedenza per combattere coronavirus responsabili del comune raffreddore. Ci sono prove di una maggiore prevalenza di infezioni endemiche da coronavirus (non covid-19) nei giovani e di una ridotta presenza di cellule T con reattività crociata nelle persone più anziane.

SE IN PRECEDENZA AVESSI CONTRATTO UNA VARIANTE, MA AVESSI REAGITO BENE, NON SONO CONVINTA DI POTER ESSERE IMMUNE ALLA PROSSIMA
Da quando sono disponibili i vaccini, ho ricevuto la mia prima e seconda dose, oltre a un’iniezione di richiamo. I vaccini funzionano esponendo il nostro sistema immunitario alla proteina spike del virus, e mettendo in moto un arsenale precoce di anticorpi e cellule T specifiche. Questi lasciano dietro di loro delle cellule di memoria, che possono resistere per anni ed entrare in azione per prevenire la reinfezione.
Anche se i vaccini contro il covid-19 proteggono ancora dalle forme più gravi della malattia, ogni volta che emerge una nuova variante noi scienziati cerchiamo freneticamente di capire, dai dati della vita reale, se può eludere la protezione del vaccino. Non possiamo prevedere quando l’efficacia del vaccino diminuirà, perché non osserviamo l’evoluzione graduale del virus, nella quale i lignaggi emergenti aggiungono nuove mutazioni ai loro predecessori; la variante omicron, oggi prevalente, ha poche somiglianze con la delta, che si era ampiamente diffusa l’anno scorso. L’infezione naturale non offre una protezione a lungo termine, e l’immunità indotta dal vaccino, più potente, ha bisogno di un richiamo per proteggere dalle varianti.
Di conseguenza, se in precedenza avessi contratto una variante, ma avessi reagito bene, non sono convinta di poter essere immune alla prossima. Le persone, infatti, riferiscono di sintomi diversi dopo diversi cicli d’infezione: nel corso delle infezioni successive, alcune si sentono meglio e altre peggio.

POLIMORFISMI DELLE REAZIONI
C’è anche la possibilità che sistemi immunitari diversi rispondano in modo diverso al virus. Affinché il sars-cov-2 infetti, la proteina spike sulla superficie del virus ha bisogno di attaccarsi a proteine specifiche sulle cellule bersaglio, come la proteina Ace2. È possibile che le persone resistenti all’infezione abbiano livelli diversi di Ace2 rispetto alle altre persone? La minore presenza di Ace2 nei polmoni dei bambini, rispetto agli adulti, potrebbe parzialmente spiegare perché i bambini spesso mostrino un’infezione più lieve.
È anche possibile che alcuni di noi abbiano rari tipi di Ace2 a cui la proteina spike del coronavirus non può attaccarsi. Le differenze di reazione alla proteina tra le persone sono note come polimorfismi, e la loro scoperta è preziosa. Le persone che hanno un raro polimorfismo genetico rispetto alla proteina CCR5 sono risultate immuni all’infezione da hiv. A sostegno di questa teoria, recenti analisi genetiche hanno rivelato che rari tipi di Ace2 possono influenzare la possibilità d’infezione da covid-19.
Studi su operatori sanitari che sono rimasti costantemente negativi al covid-19 hanno inoltre mostrato la presenza di cellule T preesistenti che riconoscono i peptidi – la catena di molecole che compongono una proteina – da parti del virus meno variabili rispetto alla proteina spike (che, sotto la pressione della nostra risposta immunitaria, muta frequentemente per eludere i nostri anticorpi). Questi studi suggeriscono che sarebbe saggio non fare affidamento su vaccini che prendono di mira la proteina spike se vogliamo costruire un’immunità alle nuove varianti, e dovremmo pensare di incorporare più parti del virus che non cambiano nel tempo (proteine evolutivamente conservate) nella progettazione dei nostri vaccini.
Ci stiamo ancora sforzando di capire cosa può causare la resistenza al covid-19, e non possiamo essere sicuri del perché una persona come me non sia ancora risultata positiva. Ma quello che so è che, visto che è probabile che emergeranno nuove varianti, non c’è ancora alcuna garanzia che non sarò infettata. Anche se siamo stati fortunati finora, è meglio non correre rischi.
*(Traduz Zania Stamataki, The Guardian, Regno Unito traduzione di Federico Ferrone, Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.)

 


 

08 – BREVI DAL MONDO YEMEN, SRI LANKA, HONDURAS, MALI, REGNO UNITO. YEMEN, IL RAMADAN INIZIA CON LA TREGUA. HONDURAS, REQUISITI I BENI DI HERNANDEZ. SRI LANKA, PROTESTE E STATO D’EMERGENZA. MALI, 203 «TERRORISTI» UCCISI DALL’ESERCITO.

Il mese sacro di Ramadan in Yemen inizia con una buona notizia: la coalizione a guida saudita e i ribelli Houthi si sono accordati per un cessate il fuoco, mediato dall’Onu, di due mesi a partire dalle 19 di ieri. Previste anche la consegna di aiuti nelle zone controllate dal movimento sciita e l’apertura ad alcuni voli dell’aeroporto di Sana’a. È la prima volta dal 2016.

HONDURAS, REQUISITI I BENI DI HERNANDEZ
Dopo che la Corte suprema dell’Honduras, il 28 marzo, ha respinto l’appello dell’ex presidente Hernandez contro l’estradizione negli Usa, ieri il ministero degli Affari Pubblici ha comunicato di aver sequestrato i suoi beni. Si tratta di 33 proprietà, 8 business commerciali, 16 automobili e «diversi» prodotti finanziari. Hernandez è accusato di aver accettato mazzette dai narcos in cambio di protezione.

SRI LANKA, PROTESTE E STATO D’EMERGENZA
La polizia dello Sri Lanka ha annunciato un coprifuoco di 36 ore, entrato in vigore ieri, sperando di porre fine alle proteste di massa per la carenza di cibo, medicine e carburante. Venerdì il presidente Rajapaksa ha imposto lo stato di emergenza e dato poteri speciali alle autorità per frenare – con arresti di massa – le proteste, a fronte di una crisi economica senza precedenti.

MALI, 203 «TERRORISTI» UCCISI DALL’ESERCITO
Secondo un comunicato ufficiale dell’esercito del Mali, nel Sahel sarebbero stati uccisi 203 terroristi, e 51 arrestati, nel corso di un’operazione nella regione di Mora durata dal 23 al 31 marzo. La missione di peacekeeping dell’Onu nella regione ha però detto di essere venuta a conoscenza di morti fra i civili, e lo scarso accesso alle zone del conflitto rende impossibile verificare l’identità delle vittime.
Il 6 aprile la giustizia militare, su invito delle Nazioni Unite, ha annunciato l’apertura di un’inchiesta su un presunto massacro di civili compiuto dai soldati maliani e dai mercenari russi del gruppo Wagner a Moura, nel centro del paese, tra il 27 e il 31 marzo. La settimana scorsa l’esercito aveva affermato di aver “neutralizzato” 203 jihadisti.

UCRAINA-RUSSIA
Il 6 aprile il governo ucraino ha invitato gli abitanti del Donbass, nell’est del paese, a lasciare le loro case immediatamente, in previsione di una grande offensiva dell’esercito russo. Secondo il Pentagono, le truppe di Mosca hanno completato il ritiro dalle regioni di Kiev e Černihiv. Lo stesso giorno gli Stati Uniti hanno approvato delle nuove sanzioni contro le principali banche russe e le due figlie adulte del presidente Vladimir Putin.

ARMENIA-AZERBAIGIAN
Nel corso di un incontro organizzato il 6 aprile a Bruxelles, con la mediazione dell’Unione europea, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il presidente azero Ilham Aliyev hanno chiesto ai rispettivi ministri degli esteri di avviare i preparativi per dei negoziati di pace. Gli eserciti dei due paesi si sono affrontati nell’autunno 2020 per il controllo della regione del Nagorno Karabakh.

STATI UNITI
Il 6 aprile la camera dei rappresentanti si è espressa a favore dell’incriminazione di Dan Scavino e Peter Navarro, due collaboratori dell’ex presidente Donald Trump accusati di non aver testimoniato nell’inchiesta parlamentare sull’assalto al congresso del 6 gennaio 2021. Scavino era responsabile dei social network e Navarro consigliere economico di Trump.

ISRAELE
Il 6 aprile la coalizione che sostiene il primo ministro Naftali Bennett ha perso la maggioranza alla Knesset dopo la defezione della deputata di destra Idit Salman. Esponente del partito Yamina, guidato dal premier, Salman ha affermato che è a rischio “l’identità ebraica d’Israele”. Potrebbero essere indette le elezioni anticipate.

BURKINA FASO
L’ex presidente Blaise Compaoré è stato condannato all’ergastolo il 6 aprile per l’assassinio del suo predecessore, Thomas Sankara, avvenuto nel corso di un colpo di stato nel 1987. Compaoré vive in Costa d’Avorio dal 2014, quando fu rovesciato da una rivolta popolare. Il tribunale militare di Ouagadougou ha comminato l’ergastolo anche a Hyacinthe Kafando, ex capo della guardia personale di Compaoré, e al generale Gilbert Diendéré, uno dei capi delle forze armate nel 1987.

CIAD
Il 6 aprile la piattaforma Wakit tamma, la principale alleanza di partiti e associazioni della società civile, ha annunciato il ritiro dai colloqui in corso con la giunta militare. Due giorni prima uno dei principali gruppi ribelli, il Consiglio del comando militare per la salute della repubblica (Ccmsr), aveva sospeso la partecipazione a un dialogo con la giunta a Doha, in Qatar. È quindi a rischio l’apertura nella capitale N’Djamena, prevista per il 10 maggio, di un dialogo nazionale inclusivo tra governo, opposizione e gruppi ribelli.

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