“A very Italian coup”: Nuovo Paese 3/2021 è on line.

A very Italian coup

The dissident popular mood, which is the other lesser-known global pandemic, in Italy had produced a respected government headed by the highly regarded legal academic Giuseppe Conte.
Conte’s popular approval rating, after two and a half years in office had reached 70% and was helped when he secured a record 209 billion euros for Italy from the European Union’s economic recovery package.
However, former Prime Minister Matteo Renzi, whose popularity had plummeted and whose party Italia Viva represents less than 3% of the vote, withdrew his support for the Conte Government accusing it of lacking “ambition and soul”.
The accusation further diminished Renzi, but it hid its real aim – the destruction of the centre left government that was tackling Covid-19 and had shown intent on tackling endemic inequality hampering economic sustainability.
To form a replacement government Italian President Sergio Mattarella chose Mario Draghi, the former European Central Bank president credited with saving the euro in 2012 when he vowed the ECB would do “whatever it takes” to rescue the currency.
As Conte strode through the courtyard of the Prime Ministerial palace during the handover, employees, from bureaucrats to ushers, leaned out of windows to warmly applaud Conte, not Draghi.
On Saturday 13 February Draghi and his 23 Cabinet ministers of technocrats and politicians that includes former flawed and failed figures, took their oaths of office.
A decent Prime Minister and popular government were replaced by a government led by a representative of the international financial class that had been discredited during the Global Financial Crisis of 2007/08.
It was more than the usual change of governments. It was a very Italian coup, withuot blooshed or pain.
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Un golpe all’italiana

 
Il sentimento popolare dissidente, che è l’altra, meno nota pandemia globale, aveva prodotto in Italia un governo rispettato guidato dallo stimato accademico e giurista Giuseppe Conte.
L’indice di gradimento popolare di Conte, dopo due anni e mezzo in carica, aveva raggiunto il 70% ed era aumentato quando il Presidente del Consiglio si era assicurato la cifra record di 209 miliardi di euro per l’Italia dal pacchetto di ripresa economica dell’Unione europea.
Tuttavia, l’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi, la cui popolarità era precipitata e il cui partito, Italia Viva, rappresenta al momento meno del 3% dei voti, ha ritirato il suo appoggio al governo Conte accusandolo di mancare di “ambizione e anima”.
L’accusa ha ulteriormente sminuito Renzi, ma ha nascosto il suo vero scopo: la distruzione del governo di centrosinistra che stava affrontando Covid-19 e che aveva mostrato l’intenzione di affrontare la disuguaglianza endemica che ostacolava la sostenibilità economica.
Per formare un governo sostitutivo, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha scelto Mario Draghi, l’ex presidente della Banca Centrale Europea, fautore del salvataggio dell’euro nel 2012, quando promise che la BCE avrebbe fatto “tutto il necessario” per salvare la valuta.
Mentre Conte attraversava a grandi passi il cortile del palazzo della Presidenza del Consiglio dei Ministri per il passaggio di consegne, i dipendenti, dai burocrati agli uscieri, si sporgevano dalle finestre per applaudire calorosamente lui, non Draghi.
Sabato 13 febbraio Draghi e i suoi 23 ministri di governo, tecnocrati e politici tra cui figure non edificanti o fallite, hanno prestato giuramento.
Un dignitoso Primo Ministro e un governo popolare sono stati sostituiti da un governo guidato da un rappresentante della classe finanziaria internazionale già stata screditata durante la crisi finanziaria globale del 2007/08.
Si è trattato di più di un normale cambio di governo. Si è trattato di un colpo di stato, ma “all’italiana”, senza sangue, né dolore.
 
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Le origini della diseguaglianza

La dilagante disuguaglianza socio-economica, che impoverisce molti per arricchire pochi, ha origini lontane e un responsabile principale: il credo neoliberista impostosi negli Stati Uniti esattamente un secolo fa e da lì disseminato dovunque.
Generalmente si pensa che il neoliberismo si sia imposto in America – e poi in mezzo mondo – con la vittoria di Ronald Reagan
nel 1980.
Ben nota è la sua frase ad effetto (“Il governo non è la soluzione, il governo è il problema”), ma pochi sanno che quella era la
riedizione di uno slogan ancor più sfrontato (“Meno governo negli affari e più affari nel governo”) con cui il repubblicano Harding aveva vinto le elezioni del 1920.
Il 4 marzo 1921, un secolo fa esatto, Warren Harding veniva insediato presidente: una data da rammentare.
Si chiudeva così l’era del visionario democratico Wilson; svaniva il suo sogno di adesione alla Società delle Nazioni da lui stesso ideata; iniziavano i Roaring Twenties, un decennio di isolazionismo autarchico e di speculazione selvaggia sotto tre Amministrazioni repubblicane.
Oggi i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Le disuguaglianze socio-economiche all’interno dei singoli Paesi, misurate dal coefficiente Gini, sono cresciute a dismisura. Negli Usa, gli ultimi trent’anni hanno visto il 10% della fascia più agiata
triplicare la propria fortuna, mentre il 50% della gente meno agiata (quindi anche la classe media) è rimasta al palo. Neppure ai
tempi dei “padroni delle ferriere” dell’800 accadeva che i patrimoni di un Bezos o uno Zuckerberg superassero il Pil di molti Stati.
Dove sono finite quelle ricchezze, che oggi sarebbero preziose ad alleviare le sofferenze del mondo.
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