n° 7. 13 Feb. 2021 RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO ED ALTRE COMUNICAZIONI.

01 – La Marca (Pd): proficuo incontro con il direttore Vignali su COMITES, innovazione digitale e consolati onorari.
02 – Schirò (Pd) – nuovi stimoli per l’occupazione femminile nella manovra 2021
In un recente comunicato ho voluto ricordare che la legge di bilancio per il 2021 ha previsto tutta una serie agevolazioni per il Sud Italia di natura fiscale e contributiva.
03 – Schirò (Pd): superbonus 110% per le spese 2020-2021 anche se i lavori sono iniziati prima,
04 – La Marca (Pd) – patenti di guida: nuova interrogazione per chiedere la conclusione dell’accordo con il Québec e l’avvio dei contatti con le altre province.
05 -Extraterrestre. Una legge che riconosca i contadini.
06 – Giuseppe Onufrio*. Ora un Recovery plan che centri gli obiettivi europei sul clima. Il drago verde. Draghi non sorprenda: nel mondo della grande finanza, che ha moltissime responsabilità per la crisi climatica, ci sono settori che guardano al tema con preoccupazione
07 – Alfiero Grandi. Basta con le azioni di retroguardia, Draghi obbliga i partiti a cambiare, oppure a diventare irrilevanti,
08 – Massimo Franchi:* Brancaccio: «Draghi farà come Monti, serve contrastarlo» L’economista: le risorse del Recovery sono poche per affrontare la lunga crisi, lui è un liberista pro licenziamenti. Sbaglia chi a sinistra pensa che appoggiandolo si possa condizionarne la linea
09 – Andrea Carugati*: La ricetta Pd per il premier: fisco alla tedesca, via la Bossi-Fini e Ius Culturae
La linea del Nazareno: «Se saranno tutti ministri tecnici naturale parlare di appoggio esterno»
10 – Brasile. Samanta do Carmo*: Tecnoautoritarismo é o nome que usamos para explicar os processos de expansão do poder estatal que usam a tecnologia para aumentar o controle sobre a população
11 – Cristina Piccino*: Nell’Argentina dell’asteroide, un viaggio intimo nel presente Rotterdam 50. Si è chiuso ieri il Festival, Tiger Award a «Pebbles», «El perro que no calla» di Ana Katz vince Big Screen.
12 – Joseph Stiglitz *:USA. Joe Biden ha un piano che può funzionare. Il presidente degli Stati Uniti ha proposto un piano di salvataggio da 1.900. Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha proposto un piano di stimolo da 1.900 miliardi di dollari per aiutare l’economia a riprendersi dalla pandemia.

 

01 – LA MARCA (PD): PROFICUO INCONTRO CON IL DIRETTORE VIGNALI SU COMITES, INNOVAZIONE DIGITALE E CONSOLATI ONORARI. 9 febbraio 2021
“Ho incontrato ancora una volta presso il MAECI il Direttore generale per gli italiani all’estero, Ministro Luigi Maria Vignali, per approfondire con lui alcuni temi strettamente inerenti alla nostra sfera di interesse di italiani all’estero.
In tema di COMITES, ho fatto presente l’esigenza che con il prossimo rinnovo di tali organismi, il COMITES di Panama, che incorpora anche l’area di Santo Domingo, rendendo di fatto impossibile la partecipazione dei rappresentanti dominicani, sia di nuovo sdoppiato, anche in considerazione della riapertura dell’ambasciata in Santo Domingo. Mi sono poi intrattenuta con il Direttore generale sull’opportunità, condivisa, di procedere per questi organismi ad una prima e parziale sperimentazione del voto elettronico da remoto.
Per quanto riguarda l’avanzamento delle modalità di applicazione elettronica alla pubblica amministrazione all’estero, ho ancora una volta sollecitato l’estensione della carta di identità elettronica ai paesi extraeuropei, per i quali la cosa purtroppo non sembra imminente. Mi sono resa altresì disponibile, in vista dello sviluppo del sistema SPID, ad una sollecitazione del Ministero dell’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione affinché estenda il suo intervento anche all’amministrazione all’estero, senza escludere un sostegno diretto per sostenere gli oneri dell’acquisizione dell’IP, che all’estero è onerosa, e prevedendo anche ricadute operative nel prossimo Recovery Plan per la modernizzazione delle strutture all’estero.
Per quanto riguarda il sostegno all’attività dei consolati onorari, ho chiesto che si eviti di fare arrivare i contributi negli ultimi giorni dell’anno e si esamini la possibilità di passare da un sistema a rendicontazione a un sistema forfettario, che semplificherebbe fortemente la vita di questa benemerita categoria di collaboratori volontari dell’amministrazione pubblica italiana.
Ho ringraziato, infine, il Direttore Vignali per il qualificato e continuo contributo dato a sostegno della vita e degli interessi delle nostre comunità e per la disponibilità e cortesia dimostrate”.
On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D.
Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America.

 

02 – Schirò (Pd) – NUOVI STIMOLI PER L’OCCUPAZIONE FEMMINILE NELLA MANOVRA 2021
IN UN RECENTE COMUNICATO HO VOLUTO RICORDARE CHE LA LEGGE DI BILANCIO PER IL 2021 HA PREVISTO TUTTA UNA SERIE AGEVOLAZIONI PER IL SUD ITALIA DI NATURA FISCALE E CONTRIBUTIVA. Provvedimenti che rappresentano, se effettivamente attuati, una vera e propria manovra per il Mezzogiorno. 10 FEBBRAIO 2021
Credo sia anche opportuno rammentare che la stessa manovra finanziaria potenzia fino al 100% la decontribuzione per l’assunzione di donne disoccupate per stimolare l’occupazione femminile, nel limite massimo di importo pari a 6.000 euro annui (spero che ne possano beneficiare anche le nostre giovani emigrate e poi rientrate in Italia).
Infatti in via sperimentale per il biennio 2021-2022, la legge di Bilancio ha esteso alle assunzioni di tutte le lavoratrici donne disoccupate, effettuate nel medesimo biennio, lo sgravio contributivo attualmente previsto a regime solo per le assunzioni di donne in determinate condizioni, al contempo elevando, limitatamente al suddetto biennio, dal 50 al 100 per cento la riduzione dei contributi a carico del datore di lavoro. La durata dello sgravio è pari a dodici mesi, elevabili a diciotto in caso di assunzioni o trasformazioni a tempo indeterminato. Le lavoratrici assunte devono in almeno una delle seguenti situazioni: disoccupate da almeno 24 mesi; disoccupate da almeno 12 mesi e con almeno 50 anni di età; prive di impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi, senza vincolo di età, se residenti al Sud in Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Sardegna o se residenti in Regioni ammissibili al finanziamento nell’ambito dei Fondi strutturali o in un zona caratterizzata da forti disparità occupazionali di genere.
Per avere diritto all’esonero contributivo totale il datore di lavoro deve assumere la lavoratrice con contratto di lavoro a tempo indeterminato o trasformare a tempo indeterminato un precedente contratto di lavoro a tempo determinato.
Al sostegno all’occupazione femminile si affianca nella manovra un Fondo per l’imprenditoria femminile per la concessione di contributi a fondo perduto, finanziamenti agevolati e altri incentivi alle imprese condotte da donne. Purtroppo, bisogna constatare, che il requisito della disoccupazione di lunga durata rischia di escludere le lavoratrici che possono aver perso un impiego nei mesi scorsi, in seguito all’epidemia.
Giova inoltre ricordare che con la recente approvazione del Recovery Plan in Consiglio dei Ministri il Governo ha confermato di voler utilizzare parte delle risorse del pacchetto Next Generation EU assegnate all’Italia, per finanziare gli sgravi per le assunzioni di giovani fino a 35 anni di età e donne previsti dalla legge di Bilancio 2021, dando così maggiori garanzie per l’attuazione della legge.
Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – Camera dei Deputati

 

03 – SCHIRÒ (PD): SUPERBONUS 110% PER LE SPESE 2020-2021 ANCHE SE I LAVORI SONO INIZIATI PRIMA, 11 febbraio 2021
Abbiamo oramai imparato tutti che l’articolo 119 del decreto legge 19 maggio 2020, n. 34 (decreto Rilancio), ha introdotto nuove disposizioni che disciplinano la detrazione e il recupero delle spese sostenute dal 1° luglio 2020 al 31 dicembre 2021 a fronte di specifici interventi finalizzati alla efficienza energetica (ivi inclusa la installazione di impianti fotovoltaici e delle infrastrutture per la ricarica di veicoli elettrici negli edifici) nonché al consolidamento statico o alla riduzione del rischio sismico degli edifici (cd. Superbonus).
Il Superbonus può essere fruito anche dai proprietari di immobili in Italia residenti all’estero.
Molti connazionali però si sono giustamente chiesti se non ha alcuna importanza che i lavori siano già stati iniziati prima del 1° luglio 2020 al fine di fruire del Superbonus 110%, oppure se le agevolazioni sono previste solo per le spese sostenute nel 2020 (dal mese di luglio) e nel 2021, nel rispetto ovviamente di tutti i requisiti e gli adempimenti previsti dalla normativa agevolativa.
Ebbene ora l’Agenzia delle Entrate chiarisce una volta per tutte gli eventuali dubbi con la risposta all’interpello n. 88 dell’8 febbraio u.s.
L’Agenzia infatti conferma (come d’altronde si intuisce nella circolare n. 24/2020) che la maxi-detrazione è riconosciuta indipendentemente dalla data di inizio degli interventi.
Ad esempio, un intervento ammissibile iniziato a luglio 2019, con pagamenti effettuati sia nel 2019 che nel 2020 e 2021, consentirà la fruizione del Superbonus, ma – attenzione – solo con riferimento alle spese sostenute nel 2020 e 2021.
Ricordo, come ho già fatto in alcuni miei recenti comunicati, che l’articolo 121 del medesimo decreto Rilancio, inoltre, stabilisce che i soggetti che sostengono, negli anni 2020 e 2021, spese per interventi di riqualificazione energetica degli edifici, per taluni interventi di recupero del patrimonio edilizio (compresi quelli antisismici) possono optare, in luogo dell’utilizzo diretto della detrazione, per un contributo, sotto forma di sconto sul corrispettivo dovuto fino a un importo massimo pari al corrispettivo stesso, anticipato dal fornitore che ha effettuato gli interventi e da quest’ultimo recuperato sotto forma di credito d’imposta, con facoltà di successiva cessione del credito ad altri soggetti, ivi inclusi gli istituti di credito e gli altri intermediari finanziari (cd. sconto in fattura).
In alternativa, i contribuenti possono, altresì, optare per la cessione di un credito d’imposta di importo corrispondente alla detrazione ad altri soggetti, ivi inclusi istituti di credito e altri intermediari finanziari con facoltà di successiva cessione.
Angela Schirò
Deputata PD – Rip. Europa – Camera dei Deputati

 

04 – LA MARCA (PD) – PATENTI DI GUIDA: NUOVA INTERROGAZIONE PER CHIEDERE LA CONCLUSIONE DELL’ACCORDO CON IL QUÉBEC E L’AVVIO DEI CONTATTI CON LE ALTRE PROVINCE, 11 FEBBRAIO 2021
“Sull’ormai annosa questione del reciproco riconoscimento delle patenti di guida tra Italia e Canada, insistentemente richiesto da un gran numero di nostri connazionali residenti in Canada e di canadesi residenti o presenti in Italia, sono stata costretta ad intervenire con nuovi atti istituzionali e continuerò a farlo finché la questione non arriverà a una conclusione.
Fin dal 2017, come si ricorderà, dopo molti contatti tra le parti e sollecitazioni anche da parte mia, è stato stipulato un accordo quadro tra i due Paesi che, tuttavia, rinviava la fase operativa a protocolli di intesa tra Italia e singole Province, visto che in Canada la competenza in materia di mobilità automobilistica appartiene a questi enti.
Alla fine dello stesso anno iniziavano i contatti con il Governo del Québec, che doveva fare da capofila agli altri accordi, ma ad oggi non sono bastati i numerosi contatti e le altrettanto numerose sollecitazioni, soprattutto da parte mia, per vedere la parola fine ad una vicenda che rischia di diventare romanzesca.
Per questo, ho presentato una nuova interrogazione al Ministro degli esteri e al Ministro dei Trasporti per chiedere quanto tempo possa mancare, a loro giudizio, per la conclusione della trattativa con il Québec, che richiede ormai una conclusione non più procrastinabile.
In considerazione, poi, del tempo decorso per la definizione di questo primo protocollo, ho chiesto ancora ai Ministri interpellati di avviare immediatamente i contatti con i governi delle altre Province canadesi, a partire da quelle dove è più consistente la presenza di nostri connazionali, affinché i ritardi non si sommino ai ritardi e si possa corrispondere all’attesa di tanti connazionali, ormai esasperati, in tempi ragionevoli”.
On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D.
Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America
Electoral College of North and Central America

 

05 -EXTRATERRESTRE Una legge che riconosca i contadini, di Giuseppe Orefice
Nel giugno 1974 Pierpaolo Pasolini, da grande visionario quale fu, dalle colonne del Corriere della Sera lanciò questo monito: «L’Italia senza contadini e artigiani non ha più storia». Ci ritroviamo a ripensare alle sue parole in questo inizio di 2021, a quasi 50 anni di distanza e in piena crisi sindemica.
Per troppo tempo abbiamo provato a distruggere e umiliare, prima culturalmente e poi anche dal punto di vista normativo, la piccola agricoltura familiare e di prossimità. Slow Food, ispirata dalle visioni di altri grandi intellettuali italiani (da Mario Soldati a Nuto Revelli e Gino Veronelli), è stata tra le prime realtà a lanciare questo allarme, ma fortunatamente non la sola: nasceva infatti 10 anni fa la Campagna popolare per l’agricoltura contadina, un insieme di associazioni contadine che richiama alla necessità di considerare agricoltura industriale e agricoltura contadina come due segmenti economici estremamente diversi, con pari dignità dal punto di vista culturale e scientifico, con ricadute sociali e ambientali opposte e con la necessità di avere, dunque, norme diversificate.
A titolo di esempio basti pensare che a oggi quasi mai la legge riconosce la figura del contadino e che nelle norme in tema di sicurezza alimentare l’azienda agricola a prescindere dalle sue dimensioni è definita “industria alimentare”.
Oggi, grazie al lavoro della Campagna per l’Agricoltura contadina e a un gruppo di parlamentari sensibili, questo riconoscimento potrebbe vedersi realizzato in una legge quadro nazionale che il Parlamento potrebbe – finalmente – approvare in tempi brevi (crisi di governo permettendo).
I promotori dell’iniziativa attraverso una lettera (www.agricolturacontadina.org) si rivolgono in modo particolare ai contadini e alle contadine di tutta Italia, e più in generale ai cittadini e alla società civile, chiedendo a tutti quanti di dare la più ampia diffusione possibile a questo appello affinché l’iter della legge giunga al suo compimento, evitando altresì che alcune forze politiche possano modificare la proposta in esame riducendola a una mera operazione di immagine.
Nel 2018, un po’ distante dal clamore dei media, l’Onu ha approvato la Dichiarazione Universale dei Diritti Contadini e dei Lavoratori Agricoli; a tre anni da quell’importante traguardo per tutti quelli che nel mondo producono cibo in maniera sostenibile e in relazione alla comunità di appartenenza, molte regioni italiane ne hanno voluto interpretare lo spirito, producendo strumenti di semplificazione per difendere e presidiare la piccola e media impresa agricola. Anche allo scopo di fornire un quadro di riferimento univoco nei diversi territori italiani oggi è fondamentale che il Parlamento compia questo ulteriore passo verso una norma che restituisca un quadro organico dell’agricoltura contadina.
Slow Food ritiene che il mondo contadino abbia molto da insegnare rispetto alle sfide che stiamo affrontando e che dovremo affrontare e che l’agricoltura familiare e l’autoproduzione rappresentino il paradigma da seguire per produrre cibo in modo sostenibile, equilibrato, lungimirante e rispettoso degli ecosistemi.
È necessario oggi, con passo spedito, riappropriarci di quella storia collettiva fatta di relazione tra città e campagna, di valori semplici di cui la cultura contadina è intrisa e di cui, come aveva già intuito Pasolini, oggi sentiamo fortemente il bisogno.

 

06 – Giuseppe Onufrio*. ORA UN RECOVERY PLAN CHE CENTRI GLI OBIETTIVI EUROPEI SUL CLIMA. IL DRAGO VERDE. DRAGHI NON SORPRENDA: NEL MONDO DELLA GRANDE FINANZA, CHE HA MOLTISSIME RESPONSABILITÀ PER LA CRISI CLIMATICA, CI SONO SETTORI CHE GUARDANO AL TEMA CON PREOCCUPAZIONE.
Non è un fatto usuale che, nelle consultazioni per un nuovo governo, il Presidente incaricato inviti un gruppo di associazioni ambientaliste (successe solo con Pierluigi Bersani nel 2013) e per di più gli comunichi l’intenzione di creare un ministero per la transizione ecologica.
Tanto meno, qualcuno dirà, se si tratta di un profilo come quello di Mario Draghi. E, invece, proprio nel mondo della grande finanza, che ha anche moltissime responsabilità per la crisi climatica, ci sono settori che hanno guardato con preoccupazione alla crisi climatica, come quello assicurativo e riassicurativo, che sin dai primi anni ’90 sfornava rapporti sui danni crescenti delle catastrofi legate al riscaldamento globale.
Oggi, dopo anni di campagne sul disinvestimento dalle fonti fossili che, anche in Italia, hanno dato risultati incoraggianti (anche se non continui) di disinvestimento dal carbone come nelle scelte di Assicurazioni Generali e, più di recente, di Unicredit, non c’è dubbio che nel mondo finanziario si registri una crescente sensibilità a questi temi anche se molto c’è da fare e non mancano purtroppo segnali di segno contrario.
Nel caso del Presidente Draghi c’è, ovviamente, una dimensione principalmente europea che è in linea col progetto politico di rilanciare la leadership sul clima. E questo è un punto cruciale anche come riferimento al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) che, com’è noto, deve destinare il 37 per cento delle risorse alla lotta alla crisi climatica.
Lo scorso dicembre è stata approvata la revisione degli obiettivi climatici in sede Ue che porta il taglio delle emissioni di CO2 dal 40 al 55 per cento, assorbimenti forestali inclusi. Per Greenpeace e le altre associazioni ambientaliste che fanno parte del Climate Action Network gli obiettivi non sono abbastanza ambiziosi, è comunque un passo nella direzione giusta che richiede uno sforzo maggiore nelle politiche climatiche.
Queste due decisioni – i fondi per il Next Generation Eu di cui il Pnrr fa parte e i nuovi obiettivi europei al 2030 – sono formalmente disgiunte ma politicamente legate: alziamo gli obiettivi anche perché ci sono le risorse.
La bozza del Pnrr invece fa riferimento ancora al vecchio Piano integrato clima ed energia e dunque agli obiettivi già superati. Questo è il primo limite della bozza e rischia di essere cruciale. La modifica degli obiettivi di riduzione delle emissioni ha infatti diverse conseguenze. Nel campo della produzione di elettricità la quota di rinnovabili al 2030 deve salire dal 55 al 70 per cento e questa è una valutazione su cui sia le stime di Greenpeace che quelle dell’industria elettrica concordano. Ma per alzare questa quota le risorse rinnovabili che quantitativamente possono dare un contributo sono il solare e, in parte minore, l’eolico sia a terra che offshore. Per poter gestire questa quota maggiore di elettricità da rinnovabili intermittenti è indispensabile accelerare (e finanziare) gli interventi infrastrutturali nelle reti elettriche.
E, tra questi, servirà anche incrementare gli accumuli che consentano di conservare l’elettricità quando è in eccesso e rilasciarla quando serve. Tra gli accumuli di particolare rilevo quelli elettrochimici – come le batterie al litio – che rappresentano una filiera in comune con le batterie per i veicoli elettrici. Di queste, inspiegabilmente, non c’è traccia nella bozza di Pnrr. E i riferimenti alle rinnovabili sono debolissimi, si cita l’«agrisolare» – impianti solari che convivano con attività agricole – ma con obiettivi minimi mentre hanno un potenziale rilevante.
Così il paradosso italiano – determinato da un lato dal ritardo (voluto) su rinnovabili e sistemi di accumulo e da una pressione a favore del gas fossile dall’altro – è che si spinga sulla costruzione di turbogas, per consentire la stabilità della rete e coprire il fabbisogno nelle ore serali, man mano che si andranno chiudendo le centrali a carbone, invece che promuovere l’aumento delle rinnovabili (che ora dovrebbe essere obbligatorio per i nuovi obiettivi) e degli accumuli per rendere le reti elettriche capaci di gestire questi flussi crescenti di rinnovabili.
È un paradosso: la settimana scorsa in Florida – stato a guida repubblicana – è iniziata la costruzione della più grande batteria al mondo (409 MW) accoppiata a un impianto solare fotovoltaico e altri progetti vanno avanti in California – com’è noto a guida democratica -, in un contesto di mercato in cui il costo del gas è meno della metà che da noi. Investimenti decisi durante l’era di Trump che ha portato gli Usa fuori dall’Accordo di Parigi. Mentre nei nostri piani c’è troppo gas e permane una spinta a rallentarne la graduale fuoriuscita.
Raddrizzare sui nuovi obiettivi europei il Pnrr sarà tra i primi compiti di Mario Draghi. Dovrà farlo non solo perché glielo chiedono gli ambientalisti ma perché le risorse europee devono essere spese in modo efficace per i nuovi obiettivi di lotta alla crisi climatica.
*direttore Greenpeace Italia

 

07- Alfiero Grandi. BASTA CON LE AZIONI DI RETROGUARDIA, DRAGHI OBBLIGA I PARTITI A CAMBIARE, OPPURE A DIVENTARE IRRILEVANTI, 7 Febbraio 2021
Quando il quadro cambia repentinamente le vecchie immagini restano impresse e si sovrappongono per un periodo. L’incarico a Draghi di formare il nuovo governo ricorda questi inganni dell’ottica, i giudizi e i comportamenti sembrano attardarsi sul fotogramma precedente anche se si fanno largo le nuove immagini. Una valutazione compiuta ha bisogno che il percorso avviato con l’incarico del Presidente Mattarella a Mario Draghi si concluda con la formazione del nuovo governo e il voto in parlamento. Tuttavia qualche considerazione è già possibile. La ricerca spasmodica, oltre il ragionevole, di nuovi soggetti (voti) per compensare il venire meno di Italia Viva ha fatto velo su alcuni passaggi. La ricerca dei costruttori/responsabili ha mostrato la sua impercorribilità con quel senatore Vitali che aveva dichiarato la sera che avrebbe sostenuto il governo e che al mattino si è rimangiato tutto su richiesta di Berlusconi. Questo episodio si commenta da solo, ma ha ammonito chiaramente che la ricerca spasmodica di sostituire i voti di Italia Viva stava costando troppo in termini di credibilità del resto della coalizione, che era evidentemente in panne.

Ripescare Italia Viva? Al di là del giudizio (pessimo) sui comportamenti di Renzi era del tutto evidente che il senatore di Rignano puntava solo alla crisi del governo Conte e all’esplosione del Pd e del M5Stelle, il resto era dissimulazione. Cercare di ricucire con Italia Viva è stato un esercizio inutile che ha esaltato le corde peggiori di questo piccolo partito di corsari, ma ha indebolito notevolmente gli altri componenti della coalizione. L’aspetto più imperdonabile è che pur di fare rientrare Italia Viva non solo sono state fatte delle concessioni politiche del tutto inutili, anziché denunciare con forza l’attacco irresponsabile al governo e a farlo cadere, ma soprattutto è stata messa la sordina all’incontro di Renzi con il despota saudita, responsabile di delitti e a cui poche ore dopo Biden ha negato la vendita di armi per lo sterminio della popolazione dello Yemen. Interessa poco che prendere soldi da un simile figuro sia o no perseguibile quando riguarda un senatore in carica che rappresenta – come afferma la Costituzione – la (nostra) Repubblica. Certamente è da condannare e il resto della coalizione avrebbe dovuto fare di questo un punto politico di fondo, di denuncia politica, di distinzione. Invece è toccato ad altri (pochini purtroppo) tenere alto l’onore del nostro paese. Una vergogna è tale chiunque ne sia responsabile e va denunciata, se poi cade il governo vuol dire che non aveva le condizioni etiche minime per proseguire. Questi silenzi e questi errori hanno permesso a Renzi di presentarsi come quello che ha voluto la crisi per aprire la strada a Draghi. Non è così, è una verità di comodo. Gli errori altrui ci sono tutti ma malgrado questo è sua la responsabilità della crisi di governo, senza soluzioni alternative possibili, se non quella indicata dal Presidente della Repubblica.

Il Presidente ha preso atto che la vecchia maggioranza non poteva essere ricomposta e che non c’è in parlamento una maggioranza alternativa e quindi ha correttamente avvertito tutti che o si prendono la responsabilità di andare ad elezioni anticipate subito con un paese in piena pandemia e nel mezzo di una crisi sociale ed economica gravissima, con i fondi europei da utilizzare entro tempi stretti, oppure l’unica strada è un governo Draghi che supera gli schemi precedenti maggioranza/opposizione. Le previsioni sono sempre difficili ma credo che il governo Draghi alla fine riuscirà ad avere una maggioranza larga, del resto i riposizionamenti avvengono con rapidità senza troppi riguardi per quello che era stato detto (ecco i fotogrammi vecchi) solo poche ore prima. Difficile capire perché ci sia chi si attarda ad esempio a cercare di tenere fuori la Lega. Sulla Lega c’è poco da dire, si tratta di un partito sovranista, antieuropeo, sanfedista e con altri difetti non meno gravi. Tuttavia se la Lega entrerà o almeno sosterrà il governo Draghi dovrà invertire clamorosamente le sue posizioni, in particolare sull’Europa perché sicuramente Draghi può preoccupare per altre ragioni ma non per scarso europeismo. È la Lega che cerca legittimazione in Europa, non Draghi. Del resto anche la presenza dei seguaci di Berlusconi pone problemi, o ce ne siamo dimenticati. Dire che si hanno buoni rapporti personali con alcuni di loro (Di Maio) è una vera curiosità politica.

La maggioranza del Conte 2, meno Renzi, può rivendicare meriti sulla lotta alla pandemia, dovrebbe farne un punto di forza. Meno può rivendicare sul NGEU, il cui testo attuale è solo migliorato un poco ma deve essere riscritto sulla base di scelte chiare e di fondo. Renzi ha strumentalizzato i difetti del piano a suo uso e consumo ma ciò non migliora il testo attuale. Va riscritto con le forze sociali, va messo in campo con un’idea forte di intervento pubblico (come ha proposto Mariana Mazzucato) concentrato anzitutto sul Mezzogiorno. Legambiente ha avanzato proposte che concentrano gli investimenti, ad esempio le ferrovie nel Mezzogiorno, ci sono proposte innovative su qualità degli investimenti, dell’occupazione sull’energia da fonti rinnovabili e comunque non fossili che potrebbero collocarci all’avanguardia in Europa. Potrebbe essere un passo avanti istituire un ministro preposto al NGEU con poteri di indirizzo, gestione e controllo, ripescando l’esperienza del Ministro per la programmazione che decenni fa permise all’Italia di fare grandi riforme. Allora si decise di nazionalizzare l’energia elettrica, oggi si potrebbe scegliere di decidere almeno come produrla senza più emissioni di CO2. Ci sono interventi sociali strategici come riportare la sanità ad essere nazionale, pubblica, tecnologicamente avanzata, aprendo a nuovi settori produttivi che nel quadro europeo ci garantiscano piena autonomia nazionale. Come la scuola che deve essere rilanciata come struttura pubblica unitaria e nazionale di qualità. Per questo occorre prosciugare le sacche di precariato che la pandemia ha ampliato anziché ridurle, basta pensare ai medici e agli infermieri che vaccinano, assunti a tempo con contratti privati da cui guadagnano solo le agenzie di intermediazione della mano d’opera.

Questi sono alcuni punti su cui misurare il futuro governo Draghi, se per questo sono necessari altri interventi come tempi certi per la giustizia civile, una P.A. Efficiente vediamo le carte. Mi ha sempre colpito che l’efficienza spesso decantata della Banca d’Italia corrisponda a trattamenti notevolmente migliori per i dipendenti. La qualità del lavoro si paga. Tutti i governatori nelle considerazioni finali hanno sempre ringraziato i collaboratori, mai sentito un ministro farlo. Certo Draghi ha avuto una lunga carriera e ha avuto diversi approcci, quello della direzione della Bce è stato più apprezzabile di altri precedenti ed è stato efficace. Vedremo cosa accadrà, ma fin da ora si può affermare che le forze politiche hanno subito una censura negativa molto forte. Non vorrei infierire ma mi sembra che il via al taglio del parlamento non ha portato bene né a chi lo ha voluto come M5 Stelle e Lega, né a chi l’ha permesso come il Pd che dopo 3 votazioni l’ha fatto passare. Il parlamento ha preso una botta forte al suo ruolo. Forse la crisi della maggioranza è iniziata proprio lì. La rappresentanza parlamentare diventerà molto difficile senza una nuova legge elettorale proporzionale che consenta agli elettori di scegliere direttamente il parlamentare di loro fiducia. Il governo Conte non sempre ha capito che aveva tutto l’interesse ad essere il rappresentante della maggioranza del parlamento, che non può essere garantita solo dal voto di fiducia a valanga e dai maxi emendamenti.
Svuotare il parlamento è stato un errore istituzionale e costituzionale strategico, oggi c’è la nuova insidia dell’autonomia regionale differenziata, non è un punto qualunque, può fare esplodere l’unità nazionale, cioè la certezza dei diritti dei cittadini. Se la vecchia maggioranza (senza Renzi) riuscirà a ritrovare il passo nel corpo a corpo sul merito di problemi che si prospetta e riuscirà a trovare idee e forza, potrà forse recuperare, se non sarà così vuol dire che anche un governo Draghi che evita il trauma della fine anticipata della legislatura, per quanto non privo di prezzi, sarà stato inutile. Almeno dovremmo avere un futuro presidente della Repubblica non deciso da Salvini e sodali.

 

08 – Massimo Franchi:* BRANCACCIO: «DRAGHI FARÀ COME MONTI, SERVE CONTRASTARLO» L’ECONOMISTA: LE RISORSE DEL RECOVERY SONO POCHE PER AFFRONTARE LA LUNGA CRISI, LUI È UN LIBERISTA PRO LICENZIAMENTI. SBAGLIA CHI A SINISTRA PENSA CHE APPOGGIANDOLO SI POSSA CONDIZIONARNE LA LINEA

PROFESSOR EMILIANO BRANCACCIO, LEI È SEMPRE STATO MOLTO CRITICO CON MARIO DRAGHI. NON È SORPRESO DAL CONSENSO COSÌ AMPIO PER IL SUO GOVERNO ANCHE A SINISTRA?
Questa nuova avventura di Draghi nel ruolo di premier viene presentata in base a una narrativa “tecno-keynesiana”: cioè l’idea che questa volta è diverso, che il tecnico è chiamato non a tagliare – come successo storicamente – ma a distribuire ingenti risorse. E questo ne spiega il consenso generalizzato. Ma sul fatto che Draghi incarni un’ottica di tipo keynesiano io ho molti dubbi.

LEI CONTESTA IL FATTO CHE LE RISORSE CI SIANO O CHE DRAGHI LE DISTRIBUIRÀ NELLA MANIERA MIGLIORE?
Io dico che il Recovery plan ha risorse modeste rispetto ad una crisi doppiamente più grave rispetto al 2011. Se infatti prendiamo i 209 miliardi che devono arrivare all’Italia, abbiamo 127 miliardi di prestiti che – in una ragionevole previsione sullo spread – non portano oltre un risparmio di 4 miliardi l’anno. Per quanto riguarda gli 82 miliardi a fondo perduto il problema è la copertura del bilancio comune europeo che al momento è molto al di là da venire – c’è solo l’idea di una tassa sulla plastica – e quindi toccherà agli stessi stati membri coprire come di consueto in base al proprio Pil: ciò significa che l’Italia non pagherà meno di 40 miliardi. Infine, va considerato che l’Italia anche nei prossimi anni sarà «contributore netto» dell’Ue per 20 miliardi. Dunque restano 22 miliardi netti, cioè meno di 4 miliardi netti all’anno. Insomma, tra risparmi sugli interessi e risorse a fondo perduto, saranno meno di 10 miliardi netti l’anno. Se si considera che l’Italia ha visto distruggere 160 miliardi di Pil nel 2020, è chiaro che si tratta di risorse molto modeste. Per questo dico che il governo Draghi rischia di rivelarsi non troppo diverso dai vecchi governi “tecnici” dell’austerity.

IL CONSENSO, ANCHE DEI SINDACATI, È BASATO SULL’IMPEGNO AL DIALOGO SOCIALE. PERÒ È VERO CHE NESSUNO SA COSA PENSA MARIO DRAGHI AD ESEMPIO DELLO STOP AI LICENZIAMENTI CHE SCADE A FINE MARZO…
Forse però qualcosa sappiamo. In questi giorni si fa molto riferimento al Draghi allievo di Federico Caffe. Certo, alla Bce è stato keynesiano – anche se non so se Alexis Tsipras sarebbe d’accordo – ma è sempre stato un assertore delle virtù selettive del mercato. E questo è confermato dall’ultimo documento ufficiale che ha redatto a metà dicembre da capo del comitato esecutivo del “gruppo dei 30”. In quel documento non evoca le magnifiche sorti della politica keynesiana. Tutt’altro: dice esplicitamente che le “imprese zombie” devono essere liquidate e bisogna favorire il passaggio dei lavoratori alle imprese virtuose – quindi flessibilità del lavoro. Io la chiamo una visione da «distruttore creativo» perché il passaggio dei lavoratori in un momento di crisi non può essere indolore. Insomma, Draghi sembra uno schumpeteriano – colui che definì «la distruzione creatrice» – in salsa liberista.

QUESTO FAREBBE IL PAIO CON L’IDEA DI MANTENERE IL REDDITO DI CITTADINANZA, MAGARI PUNTANDO SULLE MITICHE POLITICHE ATTIVE PER RICOLLOCARE I LAVORATORI.
In questa logica dell’affidarsi al meccanismi selettivi del mercato, il Reddito di cittadinanza, nella forma specifica di sussidio, ci sta bene perché crea un cuscinetto temporaneo. I pericoli grossi stanno altrove: temo sarà ostile al blocco dei licenziamenti così come temo che possa promuovere una riduzione della cassa integrazione, ridimensionata verso un sussidio di disoccupazione coerente con un liberismo temperato.

STESSA COSA PER LE PENSIONI? QUOTA 100 NON HA FUNZIONATO MA A FINE 2021 – GRAZIE A SALVINI – SI TORNA ALLA FORNERO.
Sulle pensioni gli interessi prevalenti spingono tuttora per ripristinare la previdenza complementare e portare i lavoratori sul mercato finanziario. Così come verso un aumento dell’età di pensionamento mentre l’unica verità è che bisognerebbe ripristinare una forma di fiscalizzazione degli oneri sociali: le pensioni future saranno così modeste che servirà un intervento fiscale oltre i contributi.

MARIA CECILIA GUERRA SUL MANIFESTO HA SOSTENUTO CHE HA UNA LOGICA STARE DENTRO IL GOVERNO PER CONDIZIONARE LE POLITICHE CHE FARÀ DRAGHI.
Io credo che questo tipo di “entrismo” sia sbagliato. Penso che i “tecnici” non fanno altro che accelerare la tendenza storica al depotenziamento delle istituzioni parlamentari e della esecutivizzazione del processo politico, concentrando nelle mani del governo il potere decisionale. Dubito fortemente che una adesione critica possa condizionarne la linea.

PERÒ GLI ESECUTIVI TECNICI NON SONO MAI DURATI MOLTO: CIAMPI 8 MESI, MONTI UN ANNO E UN MESE. SI POTREBBE «STACCARE LA SPINA» A DRAGHI APPENA SI CAPISCE CHE FA COSE SBAGLIATE.
A maggior ragione meglio restare fuori. Anche perché quei governi sono durati poco ma hanno comportato cambiamenti di politica economica colossali, che ancora paghiamo.

SE LE COSE STANNO COSÌ, QUALE PROSPETTIVA PUÒ AVERE LA SINISTRA? CONFLITTO?
SCIOPERO GENERALE?
Per quanto duro sia questo periodo storico, bisogna rilanciare la lotta sociale. Non è possibile che gli unici in grado di mobilitarsi siano i rappresentanti degli interessi reazionari e piccolo borghesi. Serve che la classe subalterna si eserciti nuovamente nella lotta per il progresso sociale e civile.

 

09 – Andrea Carugati*: LA RICETTA PD PER IL PREMIER: FISCO ALLA TEDESCA, VIA LA BOSSI-FINI E IUS CULTURAE. LA LINEA DEL NAZARENO: «SE SARANNO TUTTI MINISTRI TECNICI NATURALE PARLARE DI APPOGGIO ESTERNO»

Sotto le macerie ancora fumanti del Conte bis, si rimette in moto nel Pd l’ala ex renziana del Pd che punta a cambiare il segretario. Era già tutto pronto a settembre 2020, poi Zingaretti ha vinto le regionali e il progetto si è inabissato.
Ora col governo Draghi si riapre una finestra. L’idea è sempre la stessa, dare al Pd un profilo più centrista, mettere in discussione l’alleanza strutturale con M5S e Leu, tentare di affidare il partito a una figura più dinamica come il presidente emiliano Stefano Bonaccini.
Dopo i passi falsi dei giorni scorsi, quando il tam tam sul congresso era partito troppo presto, senza neppure aver fatto partire il governo Draghi, da qualche ora l’ordine di scuderia dentro Base riformista, la corrente della destra dem guidata da Lorenzo Guerini, è cambiato: «Discutere di congresso ora è un po’ lunare», ha detto Enrico Borghi, rispondendo al capogruppo in Senato Andrea Marcucci che domenica aveva parlato della «necessità di un congresso».
L’onda riprenderà non appena il governo si sarà formato, e si misurerà su due temi fondamentali: il tasso di “draghismo” del segretario e la politica delle alleanze alle comunali. Gli ex renziani, che ieri si sono riuniti via zoom, chiedono «il pieno e convinto sostegno di tutto il Pd» all’ex presidente della Bce al grido di «l’agenda Draghi è la nostra».
Mentre al Nazareno, alla vigilia dell’ultima consultazione fissata oggi alle 15, sono più tiepidi. «Appoggio esterno? Se tutti i ministri fossero tecnici la fiducia del Pd sarebbe di per sé un appoggio esterno, in quanto il Pd non farebbe parte dell’esecutivo». Non è ancora chiaro se sia una speranza o una linea.
Di fatto Zingaretti e i suoi sono pronti a seguire le indicazioni che fornirà Draghi e dunque a indicare uno o due ministri dem, politici o tecnici di area, se richiesto.
Di certo, nel papello che oggi la delegazione guidata da Zingaretti consegnerà al premier con le priorità di programma ci saranno tutti i temi che dividono il Pd da Salvini, dal fisco all’immigrazione.
Alcuni esempi: via la Bossi-Fini, sì definitivo allo IUS CULTURAE, sistema fiscale alla tedesca con inserimento parziale dei redditi da capitale nella base imponibili. Temi forti che spingono sull’idea che una maggioranza troppo larga possa avere vita breve e difficile. Ma non ci sarà un veto esplicito sulla Lega.
Quanto al congresso anticipato (visto che per statuto sarebbe previsto nel 2023), Zingaretti non intende chiudersi a riccio. «Dopo la formazione del governo porrò al partito l’interrogativo se e come andare avanti. Lo posso fare perché il Pd si è unito molto più di quanto non lo sia mai stato in 12 anni», ha spiegato il segretario.
«L’avevo detto prima della pandemia: serve una discussione politica vera sull’identità, i contorni, il nostro profilo culturale. Spero solo che nessuno voglia rimettere indietro le lancette dell’orologio», avverte Zingaretti, con riferimento a nostalgie per l’era di Renzi «quando il Pd era isolato e l’abbiamo preso al 15% in tutti i sondaggi».
Sul fatto che il congresso- sui temi o anche sulla leadership- ci sarà secondo il suo timing, e non imposto dalle minoranze, Zingaretti conta sul sostegno di Dario Franceschini. «Non credo che siamo di fronte ad una situazione fallimentare che richieda un congresso di emergenza», dice Franco Mirabelli, molto vicino al ministro della Cultura.
Nel fronte opposto le linee sono diverse. Ci sono i duri come Giorgio Gori che vorrebbero un rapido cambio del segretario e chi (la maggioranza di Base riformista) punta a incidere su programmi e alleanze senza chiedere (per ora) la testa di Zingaretti. Bonaccini, l’eterno candidato, si chiama fuori: «Congresso? L’unica cosa che mi interessa è sconfiggere la tragedia sanitaria e dare lavoro a chi non ce l’ha».
*(Andrea Carugati: da Il Manifesto)

 

10 – Brasile. Samanta do Carmo*: TECNOAUTORITARISMO É O NOME QUE USAMOS PARA EXPLICAR OS PROCESSOS DE EXPANSÃO DO PODER ESTATAL QUE USAM A TECNOLOGIA PARA AUMENTAR O CONTROLE SOBRE A POPULAÇÃO.
PRÁTICAS tecnoautoritárias representam um enorme risco nesse momento em que vemos ataques à democracia em todo o mundo. Elas permitem o aumento da vigilância, da repressão e muitas possibilidades de violações de direitos. É nosso big brother diário, urgente e muito perigoso.

Esse é um assunto sério, especialmente no Brasil. Infelizmente, apesar da importância do tema em um momento em que o presidente não faz questão de omitir seu apreço por ditaduras, ainda é muito pequeno na mídia o espaço dedicado aos perigos relacionados à tecnologia e a práticas de vigilância.

Não é o caso, claro, do Intercept. Nós temos jornalistas que se dedicam especificamente a esse tema e nossa cobertura nessa área é ampla e consistente. Apenas para ficar nos exemplos mais recentes: mostramos para o público como funciona o supersistema de vigilância do Ministério da Justiça, o Córtex; revelamos a megabase de dados criada do dia para noite e que permite ao governo juntar dados biométricos com tudo o que sabe sobre você; denunciamos o intercâmbio de informações de carteiras de habilitação com uma agência governamental de espionagem.

Esse tipo de trabalho é complicado de fazer porque envolve mexer com o interesse de empresas de tecnologia, bater de frente com governos e revelar informações sigilosas. Além disso, é preciso cultivar fontes com muito cuidado — para protegê-las e realmente conseguir acessar as denúncias que importam. É por isso que você não encontra tanta reportagem como as nossas por aí.

Estou te escrevendo hoje porque acredito que este dia 9 de fevereiro é uma boa oportunidade para tratarmos desse assunto já que é celebrado o Dia da Internacional da Internet Segura. Trata-se de uma iniciativa global voltada para atividades que promovam um uso seguro, ético e responsável da tecnologia. Segurança, ética e responsabilidade, tudo que o tecnoautoritarismo não representa.
Quero te convidar a conhecer nosso trabalho nessa área, a espalhar o que já produzimos e também te contar que o Intercept não vai parar de investigar como as tecnologias são colocadas a serviço do controle e da opressão. É por isso que queremos mais jornalistas nessa trincheira conosco e lançamos um programa de bolsas para reportagens sobre tecnoautoritarismo. O link está ali embaixo e lá no nosso site você encontra todas as informações.
Essa ação, como todas as iniciativas do Intercept, só é possível porque temos ao nosso lado milhares de apoiadores que bancam tudo que fazemos. O Intercept tem liberdade para investigar, denunciar e dar nome aos bois. Mas tem também a missão de fazer um jornalismo cada vez mais transparente, aberto à participação do seu público, acessível a todos e engajado. Este é nosso segundo programa de bolsas de 2021 e ainda estamos em fevereiro! É por isso que não cansamos de dizer: somos a comunidade mais incrível e transformadora do jornalismo brasileiro.
Você pode fazer parte dessa enorme multidão de amigos e apoiadores que acreditam no nosso trabalho! Se você nos apoiar hoje, tenho certeza que poderemos investigar mais e ainda trazer novos jovens repórteres para nos ajudarem nessa missão.
Um abraço!
*(Samanta do Carmo Coordenadora de redação)

 

11 – Cristina Piccino*: Nell’Argentina dell’asteroide, un viaggio intimo nel presente Rotterdam 50. Si è chiuso ieri il Festival, Tiger Award a «Pebbles», «El perro que no calla» di Ana Katz vince Big Screen.

Ci sono diverse variabili in un festival online alle quali speriamo di non doverci abituare, e non è questione di essere «puristi» della sala ma la visione in streaming condiziona le potenzialità di film che sono pensati per ora almeno, non nel format della serialità, con la ricerca invece di un orizzonte, di un suono, di colori, sfumature, spazi che a casa e nei computer mutano di effetto.

Lontani dal festival fisico, dagli scambi, dagli incontri, in un’immersione «full» privatissima la selezione di questa prima parte del Festival di Rotterdam numero 50 su piattaforma (Festival Scope) che si è chiusa ieri – il seguito 2-6 giugno in presenza condizioni sanitarie permettendo – ha però molto raccontato sulle tendenze degli esordi di oggi e sulle «coordinate» che ne orientano le scelte, a partire forse dalla modalità produttiva connessa ai vari Film Lab nel mondo la cui base è per lo più la scrittura.

Verrebbe da dire – per esempio, vietate i droni che svolazzano qua e là con la fascinazione dell’effetto in sé senza interrogarsi sulla loro necessità. Lo stesso vale per il bianco&nero di cui spesso non si comprende la ragione. Nuovi dogmi estetici? E soprattutto: si avverte l’onnipresenza del «contenuto» che elimina la moltitudine a favore di un ordine dimostrativo condizionando lo sguardo. Sarà questo il «format» del futuro?

ACCADE nel film vincitore del Tiger Award, Pebbles, esordio indipendente del giovane regista indiano PS Vinothraj, ambientato in una regione dell’India devastata dalla siccità. La terra arida è stata la materia di uno dei capolavori del Cinema novo, Vidas secas (1963) di Nelson Pereira dos Santos, lì eravamo nel nordeste del Brasile dove vagava una famiglia di contadini con cane e pappagallo cercando una strada di sopravvivenza. Pian piano Fabiano e i suoi familiari sembravano disseccarsi pure loro, perdere qualsiasi sentimento nella disperazione. Lo stesso accade nel film di PS Vinothraj: le persone che abitano quel paesaggio inaridito, bambini e adulti così stremati da dare la caccia ai topi per nutrirsi sono de-umanizzati, privati cioè di dignità.

Ma se Pereira dos Santos destrutturava radicalmente l’iconografia della miseria che aveva fino allora azzerato quei personaggi negandogli il diritto a essere umani, in Pebbles avviene il contrario. I due protagonisti, un bambino e il padre che lo porta con sé per riprendersi la moglie andata via stanca della violenza del marito si perdono in quell’orizzonte polveroso, quasi un western messicano, come gli altri. Intrappolati appunto nella miseria, nella rabbia di maschi violenti e donne incattivite che li racchiude in una rappresentazione bidimensionale a tratti persino fastidiosa – il padre poi è anche alcolizzato come si sottolinea di continuo, che nostalgia per la dolcezza degli ubriaconi che popolavano i film nell’India di John Abraham. È che questo «paesaggio» non si fa narrazione, non dice del mondo, del tempo, delle vite di coloro che lo attraversano continuando così a respingerli sui bordi.

In un bianco e nero sontuoso è El perro que no calla (Il cane che non sta quieto), il nuovo film di Ana Katz vincitore del concorso Big Screen, una scelta però qui legata a un racconto atemporale – vi si colgono i passaggi dell’Argentina tra la fine degli anni Novanta e il nuovo millennio – in cui la realtà è costantemente partecipe di una dimensione fantastica.

SI POTREBBE definire il nuovo film della regista e attrice argentina – tra i titoli migliori del festival – un romanzo di formazione al maschile, un po’ come lo era al femminile il precedente Una novia errante (2007) di cui Katz era anche interprete, che mette al centro la vita di un giovane uomo, Sebastian – è Daniel Katz, fratello di Ana – alla ricerca di un posto al mondo. Quando lo incontriamo è costretto a licenziarsi dal lavoro di grafico perché il suo cane lasciato solo abbaia troppo e i vicini si lamentano – lui non può portarlo in ufficio con sé.

Si occuperà di una fazenda, ma il cane muore, e lui si rimette in viaggio; inizia a lavorare con una cooperativa agricola, ragazzi che coltivano la terra e vendono a kilometro zero sfidando un po’ le regole. Si innamora, tutto sembra sereno, un bimbo sta per arrivare. A un certo punto però un asteroide esplode sulla terra, le conseguenze sono che gli umani devono camminare in ginocchio perché oltre a una certa altezza non possono respirare se non con la bolla, un costoso casco – pensare alla pandemia è inevitabile anche se Katz ha girato prima.

PASSANDO per diverse esperienze, perdite, dolori, scelte la figura di Sebastian si muove tra Buenos Aires e i dintorni attraversando senza retorica una contemporaneità mai sottolineata. I cambiamenti della sua vita – la pandemia, il figlio, la separazione, un nuovo cagnolino – prendono voce nel movimento che da un distacco apatico verso il mondo lo porta a una diversa consapevolezza (critica) di esso. «Ci siamo fatti guidare dalle emozioni e dall’intuito» ha detto Katz, anche sceneggiatrice insieme a Gonzalo Delgado, parlando del lavoro sul film – che è stato preceduto da una lunga preparazione filmata.

Forse troppo calmo o troppo razionale, privo del narcisismo maschile anche se sembra osservare il mondo dal «di fuori» uno come Sebastian ci sta dentro, lo sperimenta appunto. Intorno la vita scorre, la scommessa è catturarne il movimento sentimentale e insieme collettivo, in cui nell’esperienza di qualcuno come il personaggio del film entrano le contraddizioni della realtà a cui appartiene, reali o fantastiche – anche la collisione e il «virus» che sprigiona sono una prova per mettere in moto una diversa priorità dell’esistenza.
Il quotidiano e la storia dei luoghi, l’Argentina, possono prendere forma in quello scorrere lento del tempo (del cinema) che racchiude la calma e l’apocalisse, il mondo e la sua invenzione, il presente e il sentimento che lo abita. Katz ci riesce a restituirli con semplicità, con le sue immagini, i corpi che le fanno esistere, lo sguardo che li accompagna.
*( Cristina Piccino*: da Il Manifesto)

 

12 – Joseph Stiglitz *:USA. JOE BIDEN HA UN PIANO CHE PUÒ FUNZIONARE. IL PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI HA PROPOSTO UN PIANO DI SALVATAGGIO DA 1.900. IL PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI JOE BIDEN HA PROPOSTO UN PIANO DI STIMOLO DA 1.900 MILIARDI DI DOLLARI PER AIUTARE L’ECONOMIA A RIPRENDERSI DALLA PANDEMIA.

Molti repubblicani si oppongono, improvvisamente animati da quel rigore di disciplina che misteriosamente abbandonano ogni volta che entrano alla Casa Bianca. I tagli alle tasse che Donald Trump ha concesso a miliardari e grandi aziende nel 2017 hanno prodotto i più ampi disavanzi fiscali mai registrati nella storia degli Stati Uniti, se si escludono i periodi di profonda recessione o di guerra. Ma gli investimenti e la crescita promessi non si sono visti.
Invece il piano proposto da Biden è necessario. Alcuni dati recenti mostrano un rallentamento della ripresa nel paese, in termini sia di pil sia di occupazione.
Ci sono prove evidenti del fatto che il pacchetto di misure per la ripresa fornirà un grande stimolo all’economia: la crescita genererà consistenti entrate fiscali, non solo per il governo federale ma anche per quegli stati e quelle città che oggi non riescono neanche a garantire servizi essenziali.
Chi si oppone al piano di Biden sta anche lanciando, in malafede, degli avvertimenti sui rischi dell’inflazione.
È vero, alcuni dati suggeriscono che i salari potrebbero essere in calo in alcuni settori. Ma se dovesse crescere l’inflazione, gli Stati Uniti dispongono di ampi strumenti fiscali e monetari. L’economia, naturalmente, starebbe meglio senza tassi d’interesse a zero. Starebbe meglio anche se i legislatori introducessero imposte sull’inquinamento e ripristinassero una maggiore progressività nel sistema fiscale. Non c’è alcuna ragione per cui gli statunitensi più ricchi debbano pagare meno tasse di chi è più povero. I più ricchi sono stati i meno colpiti dalla pandemia e il sistema fiscale regressivo degli Stati Uniti oggi appare più ingiusto che mai.
Il covid-19 ha devastato alcuni settori dell’economia, facendo chiudere tante aziende, soprattutto quelle più piccole. Non approvare un ampio pacchetto di misure per la ripresa potrebbe produrre danni enormi, perché le scarse prestazioni economiche provocano ansia (che si unisce a quella indotta dalla pandemia), portando a un circolo vizioso in cui comportamenti prudenti fanno diminuire consumi e investimenti. Bilanci deboli e fallimenti alimentano un contagio che infetterà tutta l’economia. In definitiva, le aziende che sono fallite durante la pandemia non riemergeranno dal fallimento quando il covid-19 sarà sotto controllo.
Il fatto che l’epidemia sia globale peggiora le cose.
Anche se molti paesi in via di sviluppo non sono ancora stati colpiti con la durezza che molti temevano, il rallentamento senza precedenti dell’economia globale causa un calo della domanda per le esportazioni statunitensi. La Cina aveva svolto un ruolo importante nella ripresa dopo la crisi finanziaria del 2008. Nel 2020 è stata l’unica grande economia a crescere, ma l’ha fatto in
modo molto più debole rispetto a dieci anni fa. La Cina oggi permette anche alla sua bilancia commerciale di crescere, fornendo così meno spinta alla crescita globale.
La prima priorità del piano di Biden è rendere disponibili fondi per lottare contro la pandemia, permettere agli studenti di tornare a scuola e agli stati e alle autorità locali di continuare a fornire
i servizi (sanitari, educativi o di altro tipo) da cui dipende la vita delle persone. Estendere il sussidio di disoccupazione non aiuterà solo i più vulnerabili. Fornendo rassicurazioni, porterà anche a un aumento delle spese, con benefici per tutta l’economia. Anche la moratoria sugli sfratti fino al 31 marzo, e l’assistenza alle famiglie a basso reddito incoraggeranno le
spese.
Durante la presidenza di Donald Trump, i programmi dedicati alle piccole attività commerciali non sono stati efficaci come avrebbero dovuto essere. In parte perché troppi soldi sono andati ad attività che non erano davvero piccole, e in parte per una serie di problemi burocratici. Sembra che l’amministrazione Biden stia correggendo questi problemi. Se così sarà, rafforzare gli aiuti alle attività economiche non darà una mano solo nel breve periodo, ma rimetterà anche l’economia sul binario giusto per quando la pandemia sarà alle spalle.
Gli economisti discuteranno di ogni singolo aspetto del piano: quanto denaro dovrebbe andare a
quella o quell’altra attività; quale dovrebbe essere la soglia che dà diritto a ricevere aiuti in contanti; come ridimensionare il programma dei sussidi di disoccupazione.
Delle persone ragionevoli potranno non essere d’accordo sui dettagli. Sistemarli fa parte del compromesso politico. Ma su due cose dovranno essere tutti d’accordo: servono subito grandi quantità di denaro; e opporsi, come fanno i repubblicani, è crudele e pericolosamente miope. miliardi di dollari per aiutare l’economia dopo la pandemia, ma i repubblicani si oppongono.
*(Joseph Stiglitz: insegna economia alla Columbia University. È stato capo economista della Banca mondiale e consulente economico del governo statunitense. Nel 2001 ha vinto il premio Nobel per l’economia, da Internazionale)

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