20 11 21 NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL ESTERO ED ALTRE COMUNICAZIONI.

01 – La Marca (Pd): utile incontro con il direttore generale Varriale sulla funzionalità dei consolati del nord e centro America
02 – La Marca (Pd): La risposta del governo alla mia interrogazione urgente sull’esistenza in vita dei pensionati all’estero.
03 – Schirò (Pd): Garantire maggiore sostegno a chi rientra in Italia. Sono decine di migliaia ogni anno i nostri connazionali che, per i più svariati motivi , per scelta o per obbligo, rientrano in Italia.
04 – EUROPA – «Hold-Up» è un caso, costruito sulle fake-news – Il Covid-19 e le false teorie . Il documentario francese mette in fila tutte le bufale circolate in questi mesi.
05 – A. Grandi: Cambiamo il titolo v per salvare la sanità pubblica.
06 – L. Boff : i papaveri, la mistica e la gatta. Adriana Zarri. A dieci anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 18 novembre del 2010, il ricordo dell’amico teologo e scrittore brasiliano.
07 – A. Zarri. Una «donna assoluta», nel segno di persuasione e radicalità. A dieci anni dalla sua scomparsa, il libro «Semplicemente una che vive.
08 – “I regimi autoritari non smetteranno di approfittare della pandemia”
Intervista allo storico Carlo Ginzburg: “Assurde le speculazioni di chi nega l’esistenza del virus”,


01 – LA MARCA (PD): UTILE INCONTRO CON IL DIRETTORE GENERALE VARRIALE SULLA FUNZIONALITÀ DEI CONSOLATI DEL NORD E CENTRO AMERICA. 17 novembre 2020
Ancora una volta si è rivelato proficuo l’incontro che lunedì, 16 novembre, ho avuto con l’Ambasciatore Renato Varriale, Direttore generale per le risorse e l’innovazione del MAECI.
Con il Direttore generale, infatti, ho potuto avere un utile scambio di vedute sulla funzionalità delle strutture di servizio per i nostri connazionali in Nord e Centro America e sulle loro dotazioni di personale.
In particolare, ho richiamato le indifferibili esigenze dei consolati di Toronto, Miami e Città del Messico, che hanno un ruolo chiave nei rispettivi contesti territoriali e sociali. La speranza è che nella prossima assegnazione delle figure assunte con i recenti concorsi tali esigenze possano trovare attenzione e considerazione. Il prossimo arrivo in Parlamento della legge di bilancio per il 2021 e per il triennio 2021-2023 sarà l’occasione per valutare ulteriori iniziative di rafforzamento della dotazione di personale, soprattutto sul versante degli operatori a contratto.
On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D. – Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America – Electoral College of North and Central America


02 – LA MARCA (PD): LA RISPOSTA DEL GOVERNO ALLA MIA INTERROGAZIONE URGENTE SULL’ESISTENZA IN VITA DEI PENSIONATI ALL’ESTERO ROMA, 18 NOVEMBRE 2020
Sono intervenuta ancora una volta sulla questione dell’accertamento in vita dei pensionati all’estero con un’interrogazione urgente al Governo in Commissione Lavoro, alla quale oggi, mercoledì 18 novembre, ha dato risposta la Sottosegretaria al Lavoro Francesca Puglisi.
Nella presentazione ho insistito sull’urgenza, ormai drammatica, di assumere una decisione di sospensione e di rinvio per l’esplodere della seconda ondata pandemica, che rende l’afflusso degli anziani presso i patronati e presso i consolati un’obiettiva occasione di contatto e di contagio. Ho citato, a questo proposito, il caso di alcune aree canadesi a forte presenza di italiani, dichiarate “zone rosse”, dove ormai è impossibile spostarsi, qualunque ne sia la ragione. Non c’è altra soluzione che quella di una responsabile decisione di sospensione in vista di un rinvio di alcuni mesi.
Nella sua risposta, la Sottosegretaria Puglisi ha riconosciuto la obiettività della situazione da me denunciata, ma, su suggerimento dello stesso Istituto, ha ritenuto sufficienti le misure adottate in sede normativa, operativa e di accordo con il MAECI, per consentire di graduare nel tempo le operazioni e cercare di compierle a distanza.

Ho potuto così misurare la distanza tra l’astrattezza delle procedure burocratiche e la concretezza dei comportamenti delle persone. Nel dichiararmi non soddisfatta, ho sottolineato che chi vive all’estero sa bene che gli anziani, ogni volta che ricevono un avviso, sono soliti comunque recarsi negli uffici di patronato o cercano, pur tra mille difficoltà, di contattare il consolato. La completa dematerializzazione delle procedure, poi, non risponde al vero perché in ogni caso vi sono operazioni per le quali diversi anziani hanno bisogno di aiuto.
La salute e la vita degli anziani e degli operatori di patronato e dei nostri uffici consolari sono troppo importanti perché si possa desistere. Continuerò, dunque, ad incalzare l’Istituto e il Governo perché compiano l’atto di responsabilità e di buon senso oggi più che mai necessario.
On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D.
Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America
Electoral College of North and Central America


03 – SCHIRÒ (PD): GARANTIRE MAGGIORE SOSTEGNO A CHI RIENTRA IN ITALIA. SONO DECINE DI MIGLIAIA OGNI ANNO I NOSTRI CONNAZIONALI CHE, PER I PIÙ SVARIATI MOTIVI , PER SCELTA O PER OBBLIGO, RIENTRANO IN ITALIA. Sono in molti, in questa particolare congiuntura, quelli che mi chiedono se esistono e quali sono i sostegni economici e di lavoro che lo Stato italiano destina ai cittadini italiani rientrati e disoccupati. Mi trovo sempre in difficoltà e a disagio nel rispondere che purtroppo sono pochi e spesso inefficaci gli interventi previsti per loro. 20 novembre 2020
VALE COMUNQUE LA PENA RICORDARE CHE CHI HA DECISO DI RIENTRARE A CAUSA DELL’EMERGENZA SANITARIA HA POTUTO USUFRUIRE DEL REDDITO DI EMERGENZA.
Il Reddito di Emergenza (REM) – misura di sostegno economico temporaneo riconosciuta anche agli emigrati italiani che rientrano in patria e acquisiscono la residenza – è stato prorogato dal Decreto Ristori di altri due mesi, novembre e dicembre. Io ritengo tuttavia che siccome il REM viene concesso alle persone che si trovano in difficoltà a causa del Coronavirus, sarebbe molto opportuno e urgente che la misura sia estesa fino a che dura l’emergenza sanitaria, visto, tra l’altro, che al momento ne beneficia un numero di nuclei familiari pari a 404 mila, con una spesa complessiva che non supera i 500 milioni per l’anno 2020.
Altra misura importante di sostegno è l’indennità di disoccupazione per i lavoratori rimpatriati in Italia dopo un periodo di lavoro all’estero.
L’indennità è prevista da una vecchia legge (n. 402) del 1975 che è comunque ancora in vigore e viene erogata ai cittadini italiani che abbiano lavorato all’estero e siano rimasti disoccupati per effetto del licenziamento o del mancato rinnovo del contratto di lavoro stagionale. Per accedere alla prestazione bisogna essere rimpatriato entro 180 giorni dalla data di cessazione del rapporto di lavoro all’estero.
Inoltre con la manovra di Bilancio per 2021 approvata dal Consiglio dei Ministri e trasmessa in Parlamento, il Governo si accinge a mettere in campo importanti risorse e misure per sostenere il lavoro, la crescita, il welfare. Le misure ovviamente sono state pensate per gli italiani in difficoltà ma valgono anche per i nostri connazionali che rientrano in Italia. Infatti per sostenere le politiche attive per il lavoro si prevedono risorse significative, come ad esempio la proroga e il rafforzamento della decontribuzione per le assunzioni nel Meridione e l’introduzione di agevolazioni fiscali e contributive per le imprese private che assumono i giovani e, in via sperimentale, le donne (che come sappiamo sono quelle che più di tutti hanno pagato il prezzo altissimo nell’emergenza in termini di occupazione).
In questi ultimi mesi, voglio sottolinearlo, c’è stato un costante impegno del Partito Democratico e del Dipartimento degli Italiani nel mondo del PD per ascoltare le istanze dei nostri connazionali e per tutelare diritti e interessi delle nostre collettività all’estero.
Nella prossima discussione della legge di Bilancio ci sarà anche il mio impegno per sensibilizzare il Governo alle giuste rivendicazioni degli italiani nel mondo, con una attenzione particolare alle questioni fiscali (Imu, Tari, Rai, etc.) e a quelle socio-previdenziali.
Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – Camera dei Deputati.


04 – EUROPA – «HOLD-UP» È UN CASO, COSTRUITO SULLE FAKE-NEWS – IL COVID-19 E LE FALSE TEORIE . IL DOCUMENTARIO FRANCESE METTE IN FILA TUTTE LE BUFALE CIRCOLATE IN QUESTI MESI. AL CENTRO L’IDEA DI UNA DITTATURA TECNO-SANITARIA E FINANZIARIA BASATA SULL’INGANNO. MA OTTIENE ASCOLTO PERCHÉ TOCCA (ANCHE) NERVI SCOPERTI DELLA COMUNICAZIONE E DELLA POLITICA, di Andrea Capocci

Holdup significa “rapina” o “fregatura”, come quella subita dai francesi grazie alla pandemia. Il coronavirus infatti ha fornito l’occasione perché un’élite sovranazionale di miliardari confiscasse il potere e instaurasse una dittatura tecno-sanitaria e finanziaria basata sull’inganno.
È questa, in sintesi, la tesi del documentario cospirazionista Hold-Up dell’ex giornalista Pierre Barnérias, autoprodotto e circolato sulle principali piattaforme di streaming raccogliendo milioni di visualizzazioni. Il documentario è un catalogo delle principali teorie del complotto circolate in questi mesi, narrate attraverso la voce di medici, scienziati e politici “contro” quasi tutti di destra. Tra i politici spicca Philippe Douste-Blazy, 4 volte ministro (anche della sanità) in governi a guida gollista, anche se dopo aver visto il risultato finale ha preso le distanze dal documentario.

A fargli compagnia, c’è l’ingegnere Jean-Bernard Fourtillan, convinto di avere le prove che il virus sia stato creato in laboratorio all’Istituto Pasteur di Parigi nei primi anni duemila. Lo dimostrerebbe il fatto che già nel 2017 uno sconosciuto inventore inglese di nome Richard Rothschild aveva brevettato un test diagnostico «per il Covid-19» secondo la sua denominazione. Ma l’ipotesi di un virus creato in laboratorio a partire da quello della Sars è già stata esaminata dagli scienziati, dimostrandone l’assoluta implausibilità in diverse pubblicazioni. Il brevetto di Rothschild del 2017, invece, esiste davvero ma riguarda la gestione di dati biometrici del tutto scollegati dal coronavirus. Solo in tempi recenti e apparentemente all’insaputa di Fourtillan la sua denominazione, è stata cambiata aggiungendo il Covid-19 per ragioni di marketing.

Hold-Up riprende anche il complotto dei miliardari guidati dal re dell’informatica Bill Gates: sapevano un po’ troppe cose in anticipo sul rischio di una pandemia per essere innocenti. Il rischio pandemico però era noto all’intera comunità scientifica, non solo alle élite: dal 2009 a oggi, l’Oms ha dichiarato ben sei emergenze pandemiche. Dopo la Sars e la Mers e i numerosi spillover influenzali, l’emergenza di un nuovo coronavirus pericoloso non era affatto inaspettata.

FALSA ANCHE LA TEORIA secondo cui il virologo statunitense Anthony Fauci negherebbe in malafede i benefici dell’idrossiclorochina. Secondo il documentario, all’epoca della Sars Fauci elogiava l’idrossiclorochina come un possibile farmaco contro i coronavirus. In realtà, la bufala si basa su esperimenti in vitro che non hanno ricevuto alcuna conferma clinica. Ma con quelle ricerche realizzate dal Center of Disease Control statunitense e da ricercatori canadesi, Fauci non aveva nulla a che fare, né ha mai pronunciato alcun giudizio.

L’OBBLIGO DI MASCHERINA sarebbe poi la prova regina dell’inganno ai danni del popolo imbavagliato. Gli stessi produttori delle mascherine, secondo gli autori, ammettono che esse rappresentano una protezione inutile. Ma è poco più di un gioco di parole: effettivamente sulle scatole delle mascherine chirurgiche è correttamente riportato che il dispositivo impedisce la fuoriuscita delle goccioline di saliva di chi le porta, non la penetrazione di quelle che provengono dall’esterno. Non sono affatto inutili, a patto che nelle situazioni a rischio le indossino tutti.

IL DOCUMENTARIO STRIZZA anche l’occhio al movimento No Vax, dando voce a una dottoressa secondo cui i vaccini in corso di sperimentazione basati sull’Rna sarebbero in grado di provocare mutazioni genetiche modificando il genoma delle prossime generazioni. È vero che i vaccini utilizzano i meccanismi di replicazione genetica, ma l’Rna virale trasportato dal vaccino non può mescolarsi al Dna dei cromosomi né influire sui genoma di ovuli e spermatozoi che si mescoleranno nelle cellule delle generazioni successive.

DIFFICILMENTE, PERÒ, un brutto documentario ottiene così grande ascolto solo a colpi di farneticazioni. Tra una bufala e l’altra, il documentario tocca anche aspetti davvero controversi benché non riconducibili a cospirazioni nascoste. Che l’uso delle mascherine all’aperto abbia una dubbia utilità è un fatto noto, e un recentissimo studio danese su 4.800 partecipanti non ha mostrato evidenze di efficacia. L’incertezza ha generato raccomandazioni contraddittorie da parte delle autorità sanitarie, e sarebbe difficile chiedere ai politici maggiore accordo. Anche sull’idrossiclorochina è facile confondersi: sia gli studi che ne hanno promosso l’uso sia quelli che hanno bloccato le sperimentazioni si sono rivelati poco accurati o fraudolenti, scatenando le opposte tifoserie. Il clima avvelenato ha pesato anche sull’autorevolezza dell’Oms, promotrice di uno studio clinico in un centinaio di paesi che ha dimostrato la sostanziale inutilità del farmaco.


05 – CAMBIAMO IL TITOLO V PER SALVARE LA SANITA’ PUBBLICA, Alfiero Grandi su Left
Il taglio del parlamento, purtroppo confermato dal referendum del 20/21 settembre, ha conseguenze sul funzionamento delle istituzioni del nostro paese, prima ancora che siano approvate ulteriore modifiche costituzionali e forse le anticipa.

E’ il frutto avvelenato del taglio del parlamento, che è stato archiviato in fretta dopo il voto, mettendo la sordina alle promesse fatte, a partire dalla nuova legge elettorale.

La ragione è politica. Il taglio ha dato un duro colpo al ruolo e al prestigio del parlamento, che erano già in caduta libera per inadeguatezza del suo funzionamento e per l’incapacità di rappresentare le ansie e le speranze delle elettrici e degli elettori, perchè la scelta degli eletti non è in mano ai cittadini ma ai capi dei partiti, che sono decisivi nel meccanismo elettorale che controlla le candidature e decide chi sarà eletto.

Un parlamento con componenti non rappresentativi degli elettori è debole di per sé e il potere è concentrato nelle mani dei pochi decisori e il suo lavoro è scandita dai governi. Governi che usano a dismisura i decreti legge, che dovrebbero essere usati solo per ragioni di necessità ed urgenza e non è così. Governi che si affidano al voto di fiducia su maximendamenti con centinaia di commi per sciogliere con la “forza” le differenze e le contraddizioni nella stessa maggioranza, bloccando il confronto parlamentare, con il risultato che molte decisioni entreranno in vigore con ritardo e forse mai, perchè hanno bisogno di un numero spropositato di decreti attuativi.

Tempi lunghi ed incertezza attuativa sono le conseguenze.

Questa coartazione del parlamento provoca il ribaltamento del rapporto dei ruoli tra parlamento e governo, a favore di quest’ultimo, che da controllato diventa nei fatti il vero dominus dell’attività legislativa.

Inoltre il parlamento non è in grado di essere il rappresentante della pluralità dei punti di vista, delle condizioni sociali e territoriali, perchè per un confronto occorre conoscenza e tempo e la possibilità di modificare i provvedimenti. La società così non ha chi la rappresenta. Di fatto l’èlite dirigente ha un rapporto diretto, senza mediazioni, con l’opinione pubblica. Al di là del rispetto della forma la sostanza le derive più o meno populiste sono all’ordine del giorno.

Un parlamento ridotto ad un ruolo subalterno, come avviene ormai da anni, che subisce le decisioni del governo, non può essere rappresentativo e non aiuta a confrontare e comporre le differenze sociali, politiche, ideali, soprattutto nei momenti difficili, come ad esempio è evidente in questa fase della pandemia, in cui il rischio di deragliamento del ruolo delle istituzioni e della stessa democrazia è evidente.

Sottovalutare le tensioni che si stanno manifestando nella nostra società vuol dire non averne capito la profondità e la drammaticità. Si avvertono movimenti di fondo generati anzitutto dalle conseguenze economiche e sociali della pandemia.

Per una parte della società oltre ai rischi per la salute che riguardano tutti ci sono i contraccolpi della pandemia che la precipitino in una condizione sociale di emarginazione, di assenza di lavoro, di povertà, senza prospettive.

Non sempre è chiaro a chi protesta che all’origine dei provvedimenti ci sono pandemia e misure per tutelare la salute. Questa è una difficoltà in più, aggravata da un diverso carico sui settori sociali delle difficoltà conseguenti.

Quando il futuro viene compromesso si aprono drammi personali e sociali. C’è chi pensa di non avere più nulla da perdere e può essere coinvolto in pulsioni che portano a sovvertimenti. In sostanza si apre un serio problema per la democrazia. E’ evidente che chi coltiva un disegno eversivo, o criminale, trova in questa situazione di forte disagio uno spazio di manovra che prima non aveva.

Per questo il parlamento deve essere rimesso al centro, pur con i suoi limiti evidenti. La pandemia non agisce su tutti allo stesso modo. Un esempio: le organizzazioni di vendita attraverso il web stanno accrescendo ruolo e utili, all’opposto un bar o un piccolo negozio che subisce il blocco, anche se è indispensabile, sono di fronte al pericolo di non avere lavoro, reddito, futuro.

Non siamo in una fase di passaggio, dopo la quale si tornerà alla normalità, concezione che ha già portato a seri guai dopo il lockdown e a cui dobbiamo la ripresa della pandemia. E’ un errore pensare di poter tornare a prima della pandemia, quasi fosse un’enorme parentesi. Qualche esempio, il decentramento produttivo – non solo nel settore sanitario – non potrà più essere quello del passato e in parte non lo è già più, la scuola va ripensata in un diverso rapporto tra uso delle tecnologie informatiche e didattica tradizionale. Fino alla pandemia c’era stata una lenta contaminazione, ora le modifiche sono traumatiche e va costruito un nuovo equilibrio.

Il malessere, una ribellione diffusa, che alcuni settori cercano di strumentalizzare, sono gli effetti delle misure di limitazione e ne vanno comprese le ragioni, non ignorate.

Il governo ha dato segnali sbagliati quando ha messo tra parentesi la fase di marzo/maggio, ipotizzando una ripresa economica che deve tuttora fare i conti con la pandemia e i suoi malefici effetti, con ritardi e lacune nella predisposizione di un piano sanitario e sociale contro un possibile (in parte previsto) ritorno della pandemia.

Anche una parte del mondo scientifico ha avallato l’idea che ormai la pandemia era sotto controllo, indebolendo la credibilità degli allarmi di chi avvertiva che in questo modo si sarebbe andati a sbattere.

Purtroppo il governo dopo il referendum ha rafforzato il rapporto tra esecutivi, tra governo e regioni. Un rapporto diretto tra Governo e Regioni vuol dire mettere in ombra il ruolo del parlamento che invece dovrebbe essere centrale e non costretto a subire le decisioni prese in altre sedi, in un rapporto diretto tra esecutivi. Così il Governo ha affrontato il rapporto con le regioni da posizioni più deboli e si è esposto al rischio di un rimpallo delle responsabilità. Il Presidente Mattarella è intervenuto più volte chiedendo una leale collaborazione tra istituzioni, ma la leale collaborazione ha il presupposto che ogni livello istituzionale svolga fino in fondo il suo ruolo e si rapporti con gli altri lealmente, il contrario dello scaricabarile.

Il Governo è forte e credibile nel rapporto con le regioni e le altre istituzioni con cui si confronta (europee, locali) quando ha alle spalle un forte mandato parlamentare , garantito da una visione complessiva degli interessi in campo per farne una sintesi nazionale. Se al contrario il Governo prima concorda con gli esecutivi delle regioni e solo dopo si rivolge al parlamento si ribalta il rapporto ed è evidente che il punto di vista nazionale è più debole, paradossalmente il coordinamento stesso è più difficile perchè il governo non avrà la forza necessaria per svolgere il suo ruolo nazionale.

Attribuire al rapporto diretto tra esecutivi un ruolo decisionale (governo e regioni) è in realtà l’anticipazione dell’idea che si debba andare verso una sorta di terza camera, trasformando in futuro la conferenza stato/regioni in una terza camera.

Non solo si dimentica di avere tagliato le attuali camere del 36,5%, ma ora si propone la consacrazione della conferenza stato/regioni. Oggi ci sono due camere dimezzate e una enfatizzazione del rapporto tra Governo e regioni, fulcro di una sede di confronto tra esecutivi. Una vera confusione istituzionale. La realtà dei fatti si incarica di dimostrare la precarietà di questo bislacco disegno istituzionale.

Le regioni hanno infatti rapidamente messo in crisi questo disegno e rimesso nelle mani del governo le decisioni, come è accaduto via via che i provvedimenti necessari si sono fatti più severi. Per la maggior parte delle regioni meglio protestare contro le decisioni del governo che assumersi delle responsabilità. Il governo è stato costretto a tornare in parlamento ad illustrare il dpcm in anticipo cercando finalmente una legittimazione dal parlamento.

Il governo ha fatto un grave errore quando ha proposto che l’autonomia regionale differenziata diventi un ddl collegato alla discussione sul bilancio pubblico. La salvaguardia dei diritti fondamentali alla salute dei cittadini e quindi l’esigenza di affermare senza ambiguità che tutti hanno lo stesso diritto alla salute in qualunque area del paese risiedano non consente di avere ulteriori differenziazioni nei sistemi regionali della sanità, siamo al limite del tradimento dello spirito della legge che istituì il sistema sanitario nazionale nel 1978. Non si può andare verso l’autonomia regionale differenziata che finirebbe con il lacerare definitivamente la sanità pubblica nazionale. Procedere verso l’autonomia regionale differenziata di cui si sta discutendo sarebbe un grave errore e la rinuncia ad un ruolo nazionale solidale per la tutela della salute. L’esperienza della pandemia ha dimostrato che non solo sarebbe un errore andare verso l’autonomia regionale differenziata, anzi al contrario andrebbero esercitati con decisione i poteri sostitutivi previsti e semmai inserita una modifica nel titolo V che garantisca un più ampio potere del parlamento e del governo per garantire che il sistema sanitario nazionale pubblico non deragli definitivamente.
Alfiero Grandi


06 – L. BOFF : I PAPAVERI, LA MISTICA E LA GATTA. ADRIANA ZARRI. A DIECI ANNI DALLA SUA SCOMPARSA, AVVENUTA IL 18 NOVEMBRE DEL 2010, IL RICORDO DELL’AMICO TEOLOGO E SCRITTORE BRASILIANO.
La chiesa cattolica italiana ha rappresentato, nel corso della sua storia, una florida contraddizione. Da una parte c’è la forte presenza del Vaticano, che rappresenta la Chiesa ufficiale con la sua massa di fedeli tenuti sotto un vigile controllo sociale dalle dottrine e, soprattutto, dalla morale familiare e sessuale. Dall’altra parte c’è la presenza dei cristiani, laici e laiche, non allineati, resistenti al potere monarchico e implacabile della burocrazia della Curia romana, ma aperti al vangelo e ai valori cristiani senza rompere con il papato pur criticandone le pratiche e l’appoggio che dà a regimi conservatori, compresi quelli autoritari.
COSÌ RITROVIAMO nel XIX secolo la figura di Antonio Rosmini, fine filosofo e critico dell’antimodernismo dei papi. In tempi recenti incontriamo figure come Mazzolari, Raniero La Valle, Arturo Paoli, l’eremita Maria Campello.
Ma, tra tutti, emerge Adriana Zarri, eremita, teologa, poeta ed esimia scrittrice. Oltre ai libri, scriveva settimanalmente per il manifesto e ogni quindici giorni per la rivista di cultura Rocca.
Adriana Zarri era durissima riguardo il corso della Chiesa sotto i papi Wojtyla e Ratzinger, che accusava esplicitamente di tradire i tentativi di riforma approvati dal Concilio Vaticano II (1962-1965) e di tornare a un modello medievale dell’esercizio del potere e di presenza della Chiesa nella società. Adriana è morta dieci anni fa, il 18 novembre, a oltre 90 anni.
ANDAI A TROVARLA diverse volte al suo eremo, vicino Strambino in nord Italia. Viveva sola in un enorme e vetusto casale, pieno di rose e con la sua amata gatta Arcibalda. Aveva una cappella con il Santissimo esposto, dove si raccoglieva in preghiera e profonda meditazione varie ora al giorno. Durante le nostre conversazioni voleva sapere tutto delle comunità ecclesiastiche di base, dell’impegno della Chiesa nella causa dei poveri, dei neri e degli indigeni.
Aveva una simpatia particolare per i teologi della liberazione, nel vedere la persecuzione cui erano sottoposti dalle autorità del Vaticano che li trattavano, secondo lei «a bastonate», mentre usavano i guanti di seta con i seguaci scismatici di monsignor Lefèbvre.
Il suo ultimo articolo, pubblicato tre giorni prima della sua morte, lo dedicò alla sua amata Arcibalda. Con lei, como posso personalmente testimoniare, aveva una relazione affettuosa, come può esserci tra amici intimi. Quella che la grande psicoanalista junghiana Nise da Silveira descrisse nel suo libro Gatti come l’emozione di convivere, così confermata da Zarri: «il gatto ha la capacità di captare il nostro stato d’animo; se mi vede piangere immediatamente viene a leccare le mie lacrime». Raccontano che mentre Adriana moriva la gatta le era vicina. Nel vedere arrivare gli amici per la veglia funebre si rotolava, nervosa, nella tenda della sala e, poco prima che chiudessero il feretro, come se conoscesse il momento, entrò discretamente nella cappella.
ALCUNI, SAPENDO dell’amore della gatta per Adriana Zarri, la presero per il collo avvicinandola al viso della defunta. Lo guardò a lungo, sembrava piangesse. Poi si mise sotto il feretro e lì rimase in assoluta quiete.
Adriana Zarri ha lasciato scritto il suo epitaffio che vale la pena di riportare: «Non vestitemi di nero. È triste e funereo. Né di bianco, perché è superbo e retorico. Vestitemi di fiori gialli e rossi, e con ali di uccellini. E tu, Signore, guarda le mie mani. Può esser che ci hanno messo un rosario o una croce. Ma si sono sbagliati. In mano ho delle foglie verdi e sulla croce, la tua resurrezione. Non mettete sulla mia tomba un freddo marmo con le solite bugie per consolare i vivi. Lasciate che sia la terra a scrivere, a primavera, un epitaffio di erbe a dire che ho vissuto e che aspetto. Allora, Signore, tu scriverai il tuo nome e il mio, uniti come due bocche di papaveri».
(Leonardo Boff, al secolo Genésio Darci Boff (Concórdia, 14 dicembre 1938), è un ex frate francescano ed ex presbitero, teologo e scrittore brasiliano. È uno dei più importanti esponenti della Teologia della Liberazione.)


07 – Una «donna assoluta», nel segno di persuasione e radicalità. Biografie. A dieci anni dalla sua scomparsa, il libro «Semplicemente una che vive. Vita e opere di Adriana Zarri» di Mariangela Maraviglia, per Il Mulino. Nel 1980 Rossanda le propose di scrivere per «il manifesto»: per decenni parlò di Chiesa, politica e società con libertà e spirito critico , di Luca Kocci

Un’eremita alla ricerca di Dio immersa nel mondo e nella storia. In questo apparente ossimoro c’è la vita di Adriana Zarri, monaca laica, teologa, scrittrice di densa profondità e acuta forza polemica, protagonista del rinnovamento conciliare e post conciliare della Chiesa cattolica e delle battaglie per i diritti civili perché, diceva, «non si tratta di relativizzare la propria fede, ma deve essere relativizzata la nostra presunzione di imporla agli altri».
Per quarant’anni collaboratrice del manifesto, grazie a Rossana Rossanda, con cui nacque un’amicizia lunga una vita. Nel dicembre 1980 le propose di cominciare a scrivere per il giornale che intendeva affidare «spazi fissi ad alcune persone che non sono ‘noi’ ma di cui ci preme una presenza costante»: così iniziò una collaborazione che andrà avanti fino al 2010, durante la quale parlò di Chiesa, di teologia, di politica e società, con libertà e spirito critico.
Ad Adriana Zarri, morta novantenne dieci anni fa – il 18 novembre 2010 -, è dedicato un libro di Mariangela Maraviglia (già autrice di importanti volumi su don Mazzolari e padre Turoldo) che per la prima volta ne ricostruisce la biografia, attingendo a una vasta mole di fonti edite e inedite: Semplicemente una che vive. Vita e opere di Adriana Zarri (il Mulino, pp. 220, euro 20).

L’INFANZIA E L’ADOLESCENZA nelle campagne di San Lazzaro di Savena, Bologna, i precoci interessi letterari e teologici, la militanza «ortodossa» nell’Azione cattolica – sua una dura requisitoria, datata 1941, contro il ballo, occasione di «piaceri illeciti» -, la scelta della vita religiosa nella Compagnia di San Paolo. Poi la decisione di lasciare la congregazione per condurre una ricerca teologica libera e aperta che la porta, negli anni Cinquanta, a dialogare con importanti personalità del cattolicesimo più aperto del tempo – Mario Gozzini, Nando Fabro, Ernesto Balducci, Divo Barsotti -, a collaborare con giornali e riviste, a scrivere i primi romanzi – Giorni feriali e L’ora di notte. Nella stagione del rinnovamento conciliare seguiranno le prime innovative opere teologiche: Impazienza di Adamo. Ontologia della sessualità, una riflessione sulla «realtà immensa» della sessualità umana per liberarla dalla tradizionale negazione «semi manichea» che la considerava «l’onta dell’uomo»; e Teologia del probabile che, spiega Maraviglia, «disponeva davanti al lettore un intero cantiere di lavoro»: la riforma liturgica, il problema dell’indissolubilità civile del matrimonio, il ruolo dei laici nella Chiesa non subalterno al potere clericale, l’abbandono delle strutture temporali e dei connubi con il potere politico.

UNA RICERCA fuori dagli schemi, come testimoniano le polemiche anche contro alcuni «monumenti» del progressismo cattolico: don Milani, che accusò di «settarismo e fanatismo» – basandosi però su una fonte fallata: un’intervista apocrifa a Milani di Pierfrancesco Pingitore per il periodico fascista Lo Specchio -; e la Comunità dell’Isolotto di don Mazzi, a cui rimproverava la riduzione di Gesù a un «nobilissimo rivoluzionario» e l’omissione di ogni riferimento al «Regno dei cieli».
All’inizio degli anni ’70 la scelta dell’eremo: prima al Castello di Albiano di Ivrea, poi alla Cascina Molinasso nel Canavese, infine nella meno isolata Ca’ Sassino, a Strambino, Torino – ma circondata da piante, fiori e animali domestici e da cortile – , dopo una violenta rapina subita nel 1984.
Scelta di vita solitaria, ma non di solitudine, come dimostrano la partecipazione alle battaglie per il divorzio e per l’aborto, la presenza alle iniziative del Sae – Segretariato attività ecumeniche -, della Pro Civitate Christiana di Assisi e ai convegni organizzati da don Benedetto Calati a Monte Giove – insieme a Rossanda, Ingrao, Tronti -, la collaborazione con Michele Santoro a Samarcanda.
LONTANA DALLA CHIESA trionfante di papa Wojtyla, il suo ultimo romanzo – Vita e morte senza miracoli di Celestino VI – ha come protagonista un parroco di campagna diventato papa che restituisce il Vaticano all’Italia, va a vivere in un modesto appartamento e riforma la Chiesa dei poveri.
«Un’esistenza quella di Adriana Zarri – scrive Maraviglia – vissuta nel segno di una persuasione e di una radicalità che l’ascrivono di diritto alla costellazione delle donne ’assolute’, ’imperdonabili’, di cui si sono arricchite la storia e la letteratura del Novecento».

 


08 – “I REGIMI AUTORITARI NON SMETTERANNO DI APPROFITTARE DELLA PANDEMIA”
INTERVISTA ALLO STORICO CARLO GINZBURG: “ASSURDE LE SPECULAZIONI DI CHI NEGA L’ESISTENZA DEL VIRUS”, di Nicola Mirenzi
Al termine di Paura Reverenza Terrore, un libro di qualche anno fa, Carlo Ginzburg aveva immaginato l’ipotesi che il tasso di inquinamento dell’atmosfera e delle acque terrestri diventasse così insostenibile che, per salvaguardare la sopravvivenza della specie umana, ci sarebbe stato bisogno di un’autorità infinitamente più forte di quella delineata nel Leviatano da Thomas Hobbes: “Per fortuna – dice oggi – quello che sta accadendo con la pandemia non ha ancora le proporzioni della congettura che avevo formulato allora: ossia, un pericolo per l’esistenza dell’umanità talmente imminente e devastante da autorizzare un controllo delle persone su scala mondiale. Eppure, la minaccia alla vita degli individui è molto evidente anche oggi, e questo apre uno scenario molto ambivalente, e pericolosissimo”.
Prima di precisare quali sono i contorni del pericolo, Ginzburg – uno dei maggiori storici italiani ed europei – si ferma un attimo e chiarisce il punto di vista da cui parla, per scacciare ogni possibilità di equivoco: “Trovo assurde le speculazioni di chi nega l’esistenza del virus, così come le teorie del complotto diffuse durante questi mesi. Sia nella ricerca, sia nel discorso pubblico, esiste una trappola logica letale: è quella di chiedersi ‘a chi giova questa situazione?’. E dopo essersi dati una una risposta, anche la più strampalata – per esempio, per restare alla pandemia, le case farmaceutiche, Bill Gates, il governo –, far discendere da questa risposta un rapporto di causa-effetto, concludendo, cioè, che siccome gioverebbe alle case farmaceutiche, a Bill Gates oppure al governo, allora significa che sarebbero stati loro a orchestrare la pandemia”.
Smascherato il tranello della logica, Ginzburg – che alla riflessione sulla pandemia ha dedicato una lezione dal titolo Una democrazia di gregge? – sostiene che “ciò che accadrà in futuro è largamente imprevedibile”. Già provato, però, è che “lo stato d’eccezione determinato dal coronavirus apre una serie di possibilità di cui i regimi autoritari hanno già cercato di approfittare, e non smetteranno di farlo”. Al contrario, le tanto bistrattate democrazie parlamentari – soprattutto nel caso della Gran Bretagna di Boris Johnson, dove venne fuori l’ipotesi dell’immunità di gregge – hanno dimostrato di essere capaci di “registrare, sul piano politico, delle obiezioni ai loro piani formulati sul piano scientifico”.
Tuttavia, la partita è ancora aperta – ecco il pericolo e l’ambivalenza della situazione – e non si può escludere, sostiene Ginzburg, che “i regimi democratico-parlamentari, con tutti i loro limiti, possano trasformarsi in democrazie plebiscitarie radicate nella rete, in cui il gregge di cui parlavo nella mia lezione si presenterebbe accanto alla parola democrazia senza più il punto interrogativo”.
L’occasione per parlare con il professor Ginzburg, dopo mesi di inseguimento (“Mi farebbe molto piacere discutere con lei – scrisse via mail l’ultima volta – ma purtroppo sono soverchiato da bozze (due libri contemporaneamente), scadenze, impegni di ogni genere”), è offerta dalla ri-pubblicazione del suo primo libro, I benandanti (Adelphi), il saggio con il quale ha fatto nascere un nuovo modo di fare storia, rivoluzionario per l’epoca (era il 1966 e Ginzburg aveva 27 anni), e per il quale è letto e ammirato in tutto il mondo. Si tratta della microstoria. Dove la parola “micro” non si riferisce alle storie piccole, ma rimanda alle capacità analitiche del microscopio, in grado di potenziare lo sguardo storico e raggiungere snodi della realtà invisibili a occhio nudo.
Racconta, il libro, come un nucleo di credenze popolari nel Friuli a cavallo tra il 500 e il 600 siano state assimilate alla stregoneria in seguito a pressioni molto precise degli inquisitori, i quali, attraverso le loro interpretazioni, avevano ricondotto allo schema della stregoneria anche quello che stregoneria non era.
Negli anni, Ginzburg ha cercato di capire per quali motivi consci e inconsci ha fatto le scelte che lo hanno portato a scrivere quel libro, da cui si è come irradiato tutto il resto del suo lavoro: cioè, la decisione di fare lo storico, quella di occuparsi di stregoneria e la scelta di concentrarsi non sulla persecuzione in quanto tale, ma sulle vittime, ossia gli uomini e le donne accusati di stregoneria.
“Per molto tempo – racconta – ho pensato che dietro quell’impulso ci fossero alcuni scritti che avevo letto tra i diciotto e i diciannove anni: i Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci, Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, Il mondo magico di Ernesto De Martino. Tutto vero; ma molto tempo dopo è affiorato anche un elemento autobiografico: il ricordo della guerra e delle persecuzione. Nell’estate del 1944 (avevo cinque anni), ero nascosto, con mia madre e mia nonna materna, in una collina non lontana da Firenze. Il posto dove eravamo si trovò improvvisamente sulla linea del fronte; i tedeschi erano lì, e si stavano ritirando. Mi nonna (che era, ma allora non lo sapevo, l’unica persona non ebrea della mia famiglia) mi disse: ‘Se ti chiedono come ti chiami, di’ che ti chiami Carlo Tanzi’. Scrisse quel nome sulla prima pagina di un libro che mi stavano leggendo, intitolato Il più felice bambino del mondo. In quel momento, come ho capito molto tempo dopo, sono diventato ebreo”.
Figlio di Leone e Natalia Ginzburg – il primo intellettuale antifascista e fondatore della casa editrice Einaudi; la seconda una delle più importanti scrittrici del novecento italiano –, lo storico Ginzburg non aveva mai pensato che per un ebreo come lui la scelta di studiare le vittime della persecuzione della stregoneria fosse ovvia. Glielo fece notare un giorno Paolo Fossati, uno storico dell’arte. E fu una rivelazione.
“Quando mi proposi di studiare le vittime della persecuzione della stregoneria non pensai affatto alla mia esperienza infantile. L’analogia tra streghe ed ebrei rimase allora del tutto inconsapevole. Emerse di colpo, quando avevo più di trent’anni e avevo scritto vari libri. Averla rimossa per tanto tempo mi parve incredibile. Retrospettivamente penso che la rimozione abbia permesso all’analogia di agire nel profondo. Come se ci fosse stata una strategia dell’inconscio per rendere la connessione più energica, più forte, più produttiva”.
La scoperta più sconcertante, però, Ginzburg la fece quando si accorse che la sua identificazione emotiva con le vittime si accompagnava ad una contiguità intellettuale con gli inquisitori, almeno con quelli che erano animati – c’erano anche loro – dal desiderio di comprendere veramente le credenze popolari. Come gli inquisitori, anche gli storici applicano le proprie ipotesi e congetture alla materia che studiano, riconducendo le vite delle persone alle proprie categorie intellettuali, un’operazione che può essere anche molto violenta.
“In realtà, quella tra lo storico e l’inquisitore è un’analogia, non è un’identità, perciò è molto importante riflettere sulle differenze. L’inquisitore ha il potere di mandare a morte un imputato, lo storico questo potere non lo ha. Possiamo rallegrarci che non lo abbia, però questo stabilisce una differenza sostanziale tra le due figure. Ciò non toglie che lo storico possa esercitare una violenza simbolica sugli uomini che studia, travisando le loro idee e i loro comportamenti, e riconducendo ai propri presupposti di partenza anche fenomeni che dentro quei presupposti non rientrano. Cambiare le ipotesi di partenza, quando esse sono contraddette dai documenti, è un passaggio molto importante della ricerca storica. In teoria, questa possibilità era offerta anche a un giudice che indagava sui benandanti, ma raramente qualcuno se ne è avvalso”.
L’inatteso è una categoria del metodo di Ginzburg. Quando una una ricerca conferma l’idea che si era fatto dell’argomento ai suoi occhi perde qualsiasi interesse. Lo interessano molto, invece, le letture del suo lavoro che non aveva proprio preso in considerazione. Per esempio, circa quindici anni fa, era a Mosca per una conferenza e riceve una telefonata dall’associazione Memorial, un’organizzazione che lavora sulla storia dei Gulag e raccoglie documenti sulle vittime delle persecuzioni staliniane.
“Rimasi stupito per quella chiamata, perché non mi ero mai occupato delle purghe staliniane. Perciò chiedo: ‘Ma di cosa dovremmo parlare?’. Mi rispondono che, leggendo il mio saggio, L’inquisitore come antropologo, avevano individuato una possibile analogia tra i processi staliniani e i processi dell’inquisizione. Ecco di cosa avrebbero voluto discutere. Era un analogia alla quale non avevo mai pensato. Per questo accettai immediatamente l’invito”.
Secondo Ginzburg, i risvolti della storia dei benandanti possono andare anche al di là del Novecento, fino a essere una guida per esplorare degli argomenti di cui ancora adesso si discute: “Oggi, fare la storia dei continenti colonizzati dagli europei significa fare i conti con una massa enorme di documenti prodotti dai colonizzatori nei loro rapporti con i colonizzati. Questi documenti contengono tutto lo scarto culturale e sociale che c’è tra i due gruppi: per esempio, i pregiudizi e gli schemi dentro i quali gli europei hanno cercato di far rientrare i comportamenti degli indigeni colonizzati. Il meccanismo ha delle analogie con quello che ha guidato il rapporto tra gli inquisitori e i benandanti. Per questo credo che quella storia possa aiutare (non solo gli storici) a leggere e interpretare nel modo più consapevole i documenti che riguardano un periodo della nostra storia. Penso che il tentativo – in questo, come in tutti gli altri casi – dovrebbe sempre essere quello di studiare ciò che è successo nella storia senza commettere alcuna violenza, neppure simbolica, nei confronti degli uomini che quella storia l’hanno vissuta veramente”.

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