03 Ottobre 2020 NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL ESTERO ED ALTRE COMUNICAZIONI.

01 – La Marca (Pd): relatrice in aula sulla nascita della fondazione tra l’UE e i paesi dell’America latina e i caraibi.
02 – Alfiero Grandi*. Dopo il Sì nel referendum sul taglio dei parlamentari, scenari politici inquietanti. Siamo ancora in tempo a batterci per la democrazia costituzionale e parlamentare
In Evidenza, Politica Dopo il Sì nel referendum sul taglio dei parlamentari, scenari politici inquietanti.
03 – Le dieci sfide green che non si possono perdere. Next Generation Ue. Per l’Italia è un’opportunità è senza precedenti: 85 miliardi di euro per interventi diretti e 124 attraverso prestiti, a cui si aggiungono circa 40 miliardi per i fondi di coesione.
04 – Parlamentari eletti all’estero: il nostro intervento a tutela degli enti promotori dei corsi di italiano all’estero e la risposta della Vice Ministra Sereni.
05 – Schirò (Pd) – servizi INPS: dal pin allo spid anche per gli italiani residenti all’estero. Dal 1° ottobre è iniziata la fase transitoria che avvierà il passaggio dal PIN allo SPID per accedere ai servizi online dell’Inps per cittadini, imprese e liberi professionisti. Saranno interessati a questo nuovo sistema di accesso anche gli italiani residenti all’estero
06 – La Marca (Pd): chiesta all’INPS la sospensione della campagna CEV per non esporre anziani e operatori al rischio di contagio. “L’Istituto per la previdenza sociale (INPS) ha aperto in questi giorni la campagna per l’accertamento in vita degli oltre 331.000 pensionati italiani all’estero, dopo che lo stesso Istituto aveva spostato i termini di alcuni mesi per le difficoltà insorte a seguito della pandemia
07 – Mentre la recessione resta grave, i tempi per la crescita sono stretti
Economia e pandemia. Il Piano deve avviarsi con risorse da indebitamento produttivo. Non lo si può rinviare nell’attesa delle ulteriori risorse europee. Inoltre la crescita non è solo questione di soldi.*
08 – Prima di cliccare, pensaci, ottobre mese europeo della cybersecurity. Hacker’s Dictionary. Voluto dall’Enisa, l’agenzia europea per la sicurezza dell’informazione, lo European Cyber Security Month punta a creare consapevolezza delle minacce informatiche e dei rischi associati a una cattiva gestione delle proprie risorse online.
09 – IL COMMENTO DELLA SETTIMANA. Roberto Livi*. Da mercoledì per i cittadini statunitensi è proibito alloggiare negli alberghi di Cuba e comunque in qualunque proprietà vincolata ad alti funzionari del governo e del partito comunista cubani. Non solo, per loro è vietato anche acquistare sigari e rum cubani. Il nuovo ukase è stato lanciato dal presidente Trump alla Casa bianca durante un incontro con alcuni dei mercenari che nel 1961 parteciparono alla fallita invasione di Cuba nella Baia dei porci
10 – INTERNAZIONALE. Una fanatica anti-abortista alla Corte suprema di Trump
Usa. Amy Coney Barrett verso il posto che fu della giudice femminista Ruth Bader Ginsburg. Adepta del People of Praise, setta evangelica in cui le donne hanno solo ruoli da «serva
11 – Usa/Italia. Il Vangelo secondo Pompeo. Pompeo impartisce lezioni di morale al papa. È lui, insieme a Trump, il messia del nuovo Vangelo.
12 – Welfare. L’assegno universale per i figli, una leva per la riforma fiscale. Welfare. Se approvato dal Senato, per la mole di risorse che mette in campo, l’assegno unico diventerà oggettivamente una delle misure portanti della manovra di bilancio 2021 e darà un’accelerazione alla discussione sulla riforma fiscale. Siamo i primi in Europa per il livello di evasione fiscale.
13 – L’economia Usa precipita nella crisi con più disuguaglianze della storia
Stati uniti. Un’altra brutta tegola per Trump. Ultimi dati prima del voto: l’emorragia di posti di lavoro non si ferma. Colpite in modo mai visto persone meno istruite, donne, giovani. E al Congresso è ancora stallo sugli aiuti.

01 – LA MARCA (PD): RELATRICE IN AULA SULLA NASCITA DELLA FONDAZIONE TRA L’UE E I PAESI DELL’AMERICA LATINA E I CARAIBI, ROMA, 28 SETTEMBRE 2020
“SONO ONORATA di avere potuto accompagnare al voto finale del Parlamento, in qualità di relatrice in aula per conto della commissione Esteri, la ratifica dell’Accordo che istituisce la fondazione internazionale tra l’Unione europea e i Paesi dell’America latina e dei Caraibi, stipulato a Santo Domingo nell’ottobre del 2016.
La fondazione, che avrà la sua sede in Germania (Amburgo) è un’organizzazione internazionale che opererà per favorire la comprensione e la reciproca collaborazione tra le parti, per definire strategie comuni e realizzare le priorità che in tale ambito saranno individuate. Essa, inoltre, organizzerà incontri e conferenze internazionali e promuoverà ricerche e studi, coinvolgendo largamente le reti operanti nella società civile.
Alle maggiori cariche del nuovo organismo, quella di Presidente e di Direttore esecutivo, si alterneranno personalità delle diverse aree protagoniste dell’accordo.
Si tratta insomma di uno strumento innovativo di politica internazionale che s’inserisce nel quadro più ampio delle relazioni bi-regionali tra l’Unione europea ed un continente, come il Sud America, nel quale – mi piace ricordarlo – sono presenti e radicate significative e consistenti comunità di connazionali e di loro discendenti”.
On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D. – Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America
Electoral College of North and Central America

02 – ALFIERO GRANDI. DOPO IL SÌ NEL REFERENDUM SUL TAGLIO DEI PARLAMENTARI, SCENARI POLITICI INQUIETANTI. SIAMO ANCORA IN TEMPO A BATTERCI PER LA DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE E PARLAMENTARE
IN EVIDENZA, POLITICA DOPO IL SÌ NEL REFERENDUM SUL TAGLIO DEI PARLAMENTARI, SCENARI POLITICI INQUIETANTI.
Il punto più dolente della campagna per il No è stato di non essere riuscito a contrapporre alla campagna populista scagliata contro il parlamento una posizione contraria altrettanto forte, capace di smuovere un immaginario di massa sulla base della convinzione che questo parlamento può e deve essere spinto ad impegnarsi per fare uscire l’Italia dalla crisi causata dalla pandemia, malgrado un sistema di elezione sbagliato e una qualità inadeguata della sua composizione. Il futuro parlamento, ridotto di numero e meno rappresentativo avrà difficoltà ancora maggiori a svolgere questo ruolo, oggi decisivo per il futuro del nostro paese. La lontananza da un impegno nel referendum di settori sociali fondamentali come il mondo dei lavori e della sua rappresentanza sindacale ha certamente indebolito la credibilità di un impegno per spingere il parlamento alla consapevolezza della necessità che svolga fino in fondo il suo ruolo. Il No ha pagato lo scotto di questo stare a guardare. Purtroppo questa disattenzione del mondo dei lavori e dei sindacati rischia di essere pagata pesantemente proprio da questo stesso mondo, che è rimasto ad assistere senza entrare in campo, tranne apprezzabili eccezioni, e oggi ha meno spazio di intervento di prima.

Il risultato del referendum è netto: 70% per il Sì, 30% per il No. Certo, se si pensa al punto di partenza (la previsione di un 90 a 10) e alle tante iniziative per condizionare il risultato (election day, campagna elettorale accorciata, ecc.) il risultato finale non è affatto disprezzabile. Anzi, è la conferma che la campagna del No ha costretto il Sì a impegnarsi, perché il risultato non era più così scontato, a differenza dell’inizio. La democrazia ci guadagna quando il confronto politico tra le posizioni obbliga tutti ad impegnarsi e porta ad un aumento dei partecipanti al voto, in particolare se si tratta di Costituzione. Purtroppo, l’accorpamento di più elezioni nelle stesse giornate ha nascosto largamente il valore di una scelta che ha modificato in modo non marginale la Costituzione e la maggiore partecipazione al voto è stata condizionata da questa scelta di mascheramento, la differenza tra regioni è evidente. Anche l’articolazione dei risultati del No tra centri urbani grandi e piccoli, tra aree socialmente diverse e tra aree del Nord e del Sud ha un significato politico e sociale rilevante, anche se non è arrivato ad invertire il risultato finale.


Il risultato del referendum porterà tra qualche tempo (difficile dire quando con precisione) gli elettori a votare per eleggere 400 deputati e 200 senatori. Se il parlamento non sostituirà rapidamente la legge elettorale fatta approvare da Calderoli per conto della Lega nel maggio 2019, già in vigore, approvandone una nuova che la sostituisca, i contraccolpi negativi del taglio del parlamento si faranno sentire pesantemente. Certo, per arrivare alla nuova legge elettorale sono in programma altre modifiche della Costituzione, definite quando le sinistre hanno capovolto la loro posizione precedentemente contraria. Ad esempio, occorre decidere se il Senato così rimpicciolito continuerà ad essere eletto su base regionale. Questo sancirebbe di fatto un sistema elettorale ipermaggioritario, con soglie del 25-30% nelle regioni più piccole, qualunque sia la soglia di accesso formalmente prevista dalla futura legge elettorale.


Occorrono correttivi non solo sulla suddivisione del territorio ma bisogna anche prevedere un collegio unico nazionale per avvicinarsi almeno un poco al proporzionale. Così andrebbe ridefinito il collegio per eleggere il Presidente della Repubblica per evitare uno squilibrio tra il ridotto numero dei parlamentari e i delegati delle regioni che restano nello stesso numero di prima. Questo per ricordare che la nuova legge elettorale può essere definita effettivamente solo quando tutte le modifiche della Costituzione saranno state approvate, altrimenti non potrà che attuare la Costituzione come è stata modificata dal taglio del parlamento. La legge elettorale deve ridare il diritto agli elettori di scegliere direttamente il parlamentare in cui ripongono fiducia e deve evitare soglie di sbarramento tali da tagliare fuori tutte le forze minori.

È auspicabile che il percorso che deve portare ad approvare tutti gli strumenti inizi rapidamente, con chiarezza, altrimenti si rischia di tornare a votare con la legge voluta dalla Lega e accettata dal M5Stelle. mentre finora abbiamo visto solo propaganda e poco altro, quindi la maggioranza è attesa al varco del rispetto degli impegni presi. È un modo per ridurre i danni del taglio del parlamento. Danni che sono pesanti. Il colpo portato dal referendum al ruolo del parlamento è forte. Non a caso Grillo ha subito rilanciato una posizione che prevede il superamento della democrazia rappresentativa, quindi del parlamento, o per lo meno un suo pesante ridimensionamento. Quando ho ricordato analoghe frasi di Casaleggio, venivano fatte spallucce, ora lo dice il fondatore e garante del Movimento 5 Stelle e nessuno potrà negare che il tema torni di attualità politica, ben oltre il referendum. In gioco c’era e c’è la questione della democrazia rappresentativa: il parlamento ne è l’asse fondamentale, anche se oggi largamente inibito a svolgere il suo ruolo per l’accentramento dei poteri nel governo e nel suo ambito nel presidente del Consiglio, i quali trattano direttamente con i presidenti delle Regioni, a torto chiamati governatori, che in un quadro politico debilitato e incerto hanno cercato in ogni modo di accrescere i loro poteri e il loro ruolo.

Altro arriverà se riusciranno a mettere di nuovo al centro delle scelte il regionalismo differenziato che renderebbe ancora più esangue il ruolo del parlamento. Solo il parlamento può resistere a questa deriva e ritrovare il coraggio della propria funzione, mettendo all’ordine del giorno diritti fondamentali per tutti i cittadini come quello alla salute. La salute oggi è un diritto esigibile in modo diverso da regione a regione, di fronte al ritorno delle preoccupazioni della pandemia la questione è di grande urgenza. Per questo occorre ridisegnare un sistema sanitario nazionale con diritti uguali ed esigibili per tutti. Nelle prossime settimane governo e parlamento dovranno definire come usare le risorse europee per sostenere la ripresa economica e sociale. Un impegno epocale. È un impegno che non avrà prove d’appello e riguarda direttamente il futuro del nostro paese e in particolare le aree sociali più colpite: chi cerca lavoro, i giovani in cerca di futuro, l’ambiente sempre più stressato e ingovernabile per troppe scelte sbagliate, ecc.

Non è il momento di rinunciare ad una presenza attiva e protagonista anche del 30% dell’elettorato che al referendum ha votato No con l’obiettivo di riaffermare il ruolo centrale del parlamento. Il parlamento è il luogo del confronto tra opinioni, tra territori, tra realtà sociali con l’obiettivo di costruire una composizione avanzata delle posizioni in campo. Questo vuol dire premere sul parlamento che deve essere spinto a ritrovare almeno in parte la consapevolezza del suo ruolo e quindi spingerlo a rivendicare il ruolo di rappresentanza generale che gli spetta. Difficile? Certo. La vittoria del No avrebbe creato condizioni migliori, ma ora non ci si può attardare, il terreno di impegno è diverso perché le scelte incombono e occorre costruire soluzioni positive, incrociando il bisogno di stabilità, che il voto per le Regioni ha lasciato intravvedere con ancora maggiore forza.
La situazione non è affatto più stabile con la vittoria del Sì, come del resto avevamo detto con forza, anzi. Il governo e il parlamento debbono compiere scelte importanti e le prime avvisaglie dicono che le contraddizioni e i rischi sono tutti in campo, perfino quello di una crisi imprevista non è affatto scomparso definitivamente.
Alfiero Grandi

03 – LE DIECI SFIDE GREEN CHE NON SI POSSONO PERDERE. NEXT GENERATION UE. PER L’ITALIA È UN’OPPORTUNITÀ È SENZA PRECEDENTI: 85 MILIARDI DI EURO PER INTERVENTI DIRETTI E 124 ATTRAVERSO PRESTITI, A CUI SI AGGIUNGONO CIRCA 40 MILIARDI PER I FONDI DI COESIONE. MA NON È BANALE QUANTO L’UE CI STA CHIEDENDO. PER RIUSCIRCI SARÀ NECESSARIO ALZARE IL LIVELLO DEL CONFRONTO E AVERE IL CORAGGIO DI FISSARE PALETTI CHIARI, di Edoardo Zanchini(*)

Si è forse chiusa una prima fase di confronto sulle risorse europee di Next Generation Ue, in cui hanno trovato spazio soprattutto le promesse e si è assistito a una corsa a tirare progetti fuori dai cassetti, come se si dovesse fare in fretta.

Ora si sta finalmente capendo che la trattativa a Bruxelles è ancora aperta, che il processo prenderà alcuni mesi e che soprattutto la vera sfida è di presentare entro aprile 2021 un Piano di ripresa e resilienza in cui fissare priorità e interventi coerenti con gli obiettivi fissati dall’Unione europea.
Il governo Conte è partito con il piede sbagliato nel gestire questo processo ma ora ha la possibilità, e la responsabilità, di costruire un percorso trasparente di elaborazione e confronto pubblico.
Per l’Italia l’opportunità è senza precedenti, perché diventa possibile investire 85 miliardi di euro per interventi diretti e 124 attraverso prestiti, a cui si aggiungono circa 40 miliardi per i fondi di coesione.
Ma non è banale quanto l’Ue ci sta chiedendo, non tutto potrà essere finanziato in quanto l’obiettivo è di «build back better»: ossia ricostruire meglio e in modo diverso, con innovazione, sostenibilità, attenzione al disagio sociale e alle disuguaglianze cresciute in questi anni.
Tanto che il Piano dovrà fissare non solo gli interventi coerenti con questi obiettivi ma anche le riforme da realizzare per dare gambe alla transizione verde e digitale dell’Europa.
Per riuscirci sarà necessario alzare il livello del confronto e avere il coraggio di fissare dei chiari paletti alle richieste. Per evitare che vadano avanti progetti che sono del tutto incoerenti con questa visione, come autostrade o inceneritori, impianti per la produzione di Idrogeno da fonti fossili.
L’obiettivo è infatti di andare oltre gli interventi “ordinari”, cogliere l’occasione per aprire i cantieri dove è più urgente ma, purtroppo, sono fermi. Ad esempio, la messa in sicurezza delle scuole, le ferrovie al Sud, gli edifici della cattiva edilizia delle periferie costruite nel secondo dopoguerra e dell’edilizia residenziale pubblica, in cui vivono milioni di persone in difficoltà.
Il confronto che va aperto è su come immaginiamo il Paese tra dieci anni. E c’è bisogno di fissare le priorità per fare in modo che si siano finalmente recuperati i ritardi nel numero di bambini che accedono alle scuole d’infanzia, nell’abbandono scolastico, nell’accesso all’università e negli investimenti in ricerca o nei dati per la diffusione della banda larga. Quando magari si sarà messo mano agli oltre 200mila ettari di terreni inquinati ancora in attesa di bonifica e alle perdite incredibili degli acquedotti, alle migliaia di scuole in attesa di riqualificazione e messa in sicurezza.

Le scelte green potranno contribuire ad accelerare questo percorso di rilancio del Paese, per i 90 miliardi di euro di investimenti che potranno mobilitare, e perché possono diventare una leva di innovazione dell’economia e di rigenerazione e rilancio dei territori, da coordinare con le altre politiche di finanziamento previste per rilanciare il sistema sanitario, sociale e per la digitalizzazione.
Di questi temi si è discusso ieri in un’iniziativa organizzata da Legambiente e Forum Disuguaglianze e Diversità dove è stato presentato un documento con le 10 sfide green che il nostro Paese deve assumere per scegliere questa direzione di cambiamento.
Una prima tappa di un percorso di confronto e osservazione civica nel quale vogliamo condividere e spingere i progetti di cui il nostro Paese ha bisogno e far capire che la partita di Next Generation Ue non è una questione del governo, o nella disponibilità di alcuni grandi gruppi, ma riguarda tutti e non ci possiamo permettere di perderla.
* L’autore è vicepresidente di Legambiente

04 – PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO: IL NOSTRO INTERVENTO A TUTELA DEGLI ENTI PROMOTORI DEI CORSI DI ITALIANO ALL’ESTERO E LA RISPOSTA DELLA VICE MINISTRA SERENI, ROMA, 30 SETTEMBRE 2020
Comunicato dei parlamentari della Circoscrizione Estero: Schirò, Garavini, Alderisi, Borghese, Cario, Fantetti, Fusacchia, Giacobbe, La Marca, Longo, Nissoli, Ungaro

Abbiamo raccolto e rappresentato alla Vice Ministra Marina Sereni le espressioni di disagio e la richiesta di sostegno provenienti dagli enti promotori dei corsi di lingua e cultura italiana all’estero, a causa delle difficoltà applicative della nuova regolamentazione dei corsi contenuta nella circolare n. 3, emanata dal MAECI agli inizi di agosto.

Nella nostra comunicazione, alla luce di una serie di rilievi critici puntualmente indicati, abbiamo prospettato l’opportunità di considerare il corrente anno scolastico come un periodo di sperimentazione e di dialogo tra gli enti e gli uffici preposti, in modo da verificare sul campo, con spirito di collaborazione, le eventuali criticità e trovare il modo di superarle, spostando dunque la data di applicazione formale della circolare al successivo anno scolastico.

La risposta che la Vice Ministra Sereni, che ha la delega in questa materia, ha dato al nostro invito, dopo avere sottolineato i tratti innovativi contenuti nella stessa circolare, manifesta la disponibilità a un’applicazione molto flessibile della normativa per il primo anno e annuncia una fase di confronto diretto tra gli uffici preposti, i rappresentanti degli enti gestori e il personale consolare addetto al settore. La decorrenza dell’applicazione formale non viene dunque cambiata, ma temperata da una prassi applicativa che terrà conto delle problematiche denunciate dagli enti e ispirata dall’intenzione di superarle con la flessibilità necessaria.

Per evitare ambiguità applicative, riteniamo che sarebbe stato forse preferibile uno spostamento formale della decorrenza al prossimo anno scolastico; in ogni caso, confidiamo che il programma dei contatti a distanza tra gli enti e gli uffici centrali abbia uno sviluppo immediato e ampio, in modo che attraverso il dialogo diretto si possano superare le difficoltà già evidenziate sin dalla fase iniziale di applicazione della nuova circolare. Il sistema formativo assicurato dalla rete dei corsi promossi dagli enti gestori è troppo importante perché si possa consentire che ai danni provocati dalla pandemia si aggiungano anche le difficoltà derivanti da una transizione organizzativa.
Nel ringraziare la Vice Ministra Sereni per la sua disponibilità, continueremo a seguire gli sviluppi di questa vicenda con la speranza che con la collaborazione di tutti si riesca a salvaguardare un settore di eccellenza della presenza culturale dell’Italia nel mondo.
(*)I parlamentari della Circoscrizione Estero: Schirò, Garavini, Alderisi, Borghese, Cario, Fantetti, Fusacchia, Giacobbe, La Marca, Longo, Nissoli, Ungaro

05 – SCHIRÒ (PD) – SERVIZI INPS: DAL PIN ALLO SPID ANCHE PER GLI ITALIANI RESIDENTI ALL’ESTERO. DAL 1° OTTOBRE È INIZIATA LA FASE TRANSITORIA CHE AVVIERÀ IL PASSAGGIO DAL PIN ALLO SPID PER ACCEDERE AI SERVIZI ONLINE DELL’INPS PER CITTADINI, IMPRESE E LIBERI PROFESSIONISTI. SARANNO INTERESSATI A QUESTO NUOVO SISTEMA DI ACCESSO ANCHE GLI ITALIANI RESIDENTI ALL’ESTERO. 2 OTTOBRE 2020
L’INPS quindi non rilascerà più il PIN per accedere ai servizi on line del proprio sito istituzionale. Chi tuttavia è attualmente in possesso delle credenziali PIN potrà continuare ad usarle per una fase transitoria le cui date e modalità operative sono ancora da definire.

Lo SPID consentirà agli utenti di interagire non solo con l’Istituto, ma con l’intero sistema pubblico e con i soggetti privati aderenti, anche a livello europeo. Infatti, in base al Regolamento (UE) n. 910/2014 l’identità digitale SPID può essere usata per l’accesso ai servizi in rete delle pubbliche Amministrazioni dell’Unione europea.

Lo scopo del passaggio allo SPID è quello di rafforzare il diritto dei cittadini alla semplificazione dei rapporti con la Pubblica Amministrazione e accelerare il processo di digitalizzazione avviato ormai in tutti gli Stati europei.

Lo SPID è, in parole povere, un Sistema pubblico di identità digitale che consente ai cittadini di avere a disposizione un unico sistema di login ad accesso facilitato per accedere a tutti i siti internet della Pubblica Amministrazione (come ad esempio Inps, Inail, Agenzia delle Entrate, Equitalia, etc.).

Lo SPID può essere richiesto da tutti i cittadini italiani, anche se residenti all’estero, o comunque dotati di una carta d’identità e un codice fiscale italiani in corso di validità, che abbiano compiuto il 18° anno di età.
Il cittadino italiano residente all’estero può ottenere l’identità digitale SPID richiedendola ad uno degli “identity provider” indicati sul sito SPID nella pagina https://www.spid.gov.it/richiedi-spid i quali coprono l’area geografica di interesse rappresentata dalle icone “Mondo” e “Unione Europea”.
Per ottenerla il cittadino residente all’estero deve fornire: il numero di cellulare (anche se l’abbonamento è sottoscritto con un operatore mobile estero), un indirizzo e-mail, un documento di identità italiano valido tra cui carta di identità, passaporto, patente e un documento che certifichi il proprio codice fiscale.
Consigliamo di rivolgersi ai patronati per maggiori informazioni e comunque di segnalare anche ai parlamentari eletti all’estero ogni disfunzione o anomalia nelle procedure di accesso e di richiesta dello SPID.
Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – – Camera dei Deputati – Piazza Campo Marzio, 42 – 00186 ROMA

06 – LA MARCA (PD): CHIESTA ALL’INPS LA SOSPENSIONE DELLA CAMPAGNA CEV PER NON ESPORRE ANZIANI E OPERATORI AL RISCHIO DI CONTAGIO. “L’ISTITUTO PER LA PREVIDENZA SOCIALE (INPS) HA APERTO IN QUESTI GIORNI LA CAMPAGNA PER L’ACCERTAMENTO IN VITA DEGLI OLTRE 331.000 PENSIONATI ITALIANI ALL’ESTERO, DOPO CHE LO STESSO ISTITUTO AVEVA SPOSTATO I TERMINI DI ALCUNI MESI PER LE DIFFICOLTÀ INSORTE A SEGUITO DELLA PANDEMIA. 2 OTTOBRE 2020

È abitudine dei nostri anziani, appena ricevuto l’avviso di accertamento, di riversarsi negli uffici dei patronati e avviare le procedure di certificazione che comportano la presenza fisica degli interessati presso consolati, enti locali, notai, istituti bancari e stazioni di polizia.
Per la persistenza di una grave situazione di contagio soprattutto nei paesi del Nord, Centro e Sud America e per la nuova fiammata pandemica che si registra in Europa si è diffuso un grande e giustificato allarme tra gli anziani e tra gli operatori di patronato per i gravi rischi ai quali una tale operazione li espone.
Per questo, assieme ai colleghi deputati Schirò, Ungaro e Carè e ai senatori Garavini e Giacobbe, ho scritto al Direttore generale dell’INPS Dott. Gabriella Di Michele per sollecitare la sospensione della campagna CEV fino al superamento della pandemia, chiedendo nello stesso tempo un incontro per motivare meglio le ragioni di tale richiesta ed esaminare anche eventuali soluzioni alternative.
Nel nostro messaggio chiediamo a tutti un atto di responsabilità e buon senso. La salute e la vita dei nostri anziani e degli operatori che prestano un prezioso servizio ai connazionali deve venire prima di qualsiasi altra pur legittima considerazione”.
On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D. – Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America – Electoral College of North and Central America

07 – MENTRE LA RECESSIONE RESTA GRAVE, I TEMPI PER LA CRESCITA SONO STRETTI
ECONOMIA E PANDEMIA. IL PIANO DEVE AVVIARSI CON RISORSE DA INDEBITAMENTO PRODUTTIVO. NON LO SI PUÒ RINVIARE NELL’ATTESA DELLE ULTERIORI RISORSE EUROPEE. INOLTRE LA CRESCITA NON È SOLO QUESTIONE DI SOLDI, di Pierluigi Ciocca*.
L’ITALIA ha dissipato in un ristagno ventennale il “dividendo” dell’euro: basso costo del danaro, prezzi stabili, integrazione con l’Europa. Il governo Conte ha arginato la demagogia della destra reazionaria e anti-europea, salvato vite nell’epidemia, allentato il nodo autostrade, ben condotto la trattativa con Bruxelles.
Ma, avendo mancato di farlo quando si presentò alle Camere, urge che avvii un Piano per la crescita dell’economia imperniato su pochi punti forti. Tempus breviatum est, ammoniva Paolo nella prima Lettera ai Corinzi.
La recessione da virus permane grave. Dopo il blocco d’offerta un rimbalzo è in atto. Ma va sostenuto con spesa pubblica qualificata coperta da titoli della Repubblica e dai meno costosi 96 miliardi di prestiti europei (Sure, Bei, Mes per la rinascita di una sanità pubblica allo stremo).
Il Piano deve prendere avvio con risorse da indebitamento produttivo, il tasso d’interesse sui Btp decennali essendo sceso sotto l’1% (sfiorava il 4% a ottobre 2019). Non lo si può rinviare oltre nell’attesa delle ulteriori risorse europee. Cominceranno ad affluire solo fra diversi mesi le donazioni ricomprese nei 209 miliardi previsti, a rigorose condizioni, da Bruxelles. Inoltre il ritorno alla crescita non è solo questione di soldi.

Dato lo spessore dei problemi, il Piano non può non articolarsi lungo più direttrici:
– INVESTIMENTI PUBBLICI. A differenza dei pur necessari ammortizzatori sociali moltiplicano la domanda, favoriscono la produttività, si autofinanziano grazie al reddito e al gettito fiscale che nel tempo generano. Vanno scanditi secondo priorità, sociali oltre che economiche. Una sequenza? Sanità, messa in sicurezza del territorio, infrastrutture fisiche e immateriali, cura dell’ambiente ed economia “verde”, istruzione e ricerca, poche grandi imprese pubbliche nei settori chiave disertati dai privati.
– MEZZOGIORNO. Una rinnovata politica per il Sud, da lustri dimenticato, dev’essere nazionale. Non la si può affidare a “ras” regionali. I sussidi non risolvono. Va concentrato al Sud il grosso degli investimenti della Pubblica amministrazione. Va innalzata in particolare al Sud la funzionalità dei pubblici servizi. Poi, molto dipenderà dalle imprese meridionali e dai cittadini del Meridione.
– RIENTRO DEL DEBITO PUBBLICO. Nel 2019 il disavanzo di bilancio, al netto del ciclo recessivo, non era lontano dall’equilibrio. La sua risalita è legata al virus, quindi è sperabilmente temporanea. Mentre si effettuano investimenti pubblici che si autofinanziano, è cruciale perseguire il riequilibrio dei conti: taglio delle spese correnti (gonfiate da forniture esose, trasferimenti alle imprese, assistenzialismo non selettivo, sgravi, sprechi) e taglio dell’evasione, l’osceno bubbone.
Nell’insieme di quei 350 miliardi esiste lo spazio per minori uscite e maggiori entrate. L’effetto negativo sulla domanda globale sarebbe quattro volte inferiore a quello fortemente moltiplicativo degli investimenti pubblici. Il progresso verso il pareggio di bilancio sarebbe favorito dal calo dello spread, che è in corso. Il ritorno dell’economia alla crescita farebbe nel medio periodo il resto, abbattendo il rapporto debito/Pil.
– NUOVO DIRITTO DELL’ECONOMIA. La “esperienza giuridica” (Capograssi, Orestano) ereditata dal passato collide con la ”esperienza economica”, col ritorno alla crescita. Oltre a sfrondare e semplificare è essenziale riscrivere nei contenuti con una semantica chiara (Scarpelli) le parti che maggiormente svantaggiano le imprese sui fronti societario, amministrativo, fallimentare, del processo civile.
– CONCORRENZA. Mentre si offre loro una cornice giuridica adeguata, alle imprese va imposta la concorrenza: profitti da produttività sì, rendite di posizione non più. Devono affermarsi le aziende che ricercano l’utile attraverso l’accumulazione di capitale, il progresso tecnico, le innovazioni. Devono ridimensionarsi quelle aduse a contare su oligopoli, facili commesse, lucrose concessioni, bassi salari, sussidi, evasione di imposte e contributi. La riallocazione delle risorse postula addestramento e sostegno ai lavoratori che cambiano occupazione.
– DISTRIBUZIONE DEL REDDITO. E’ altamente sperequata, intrisa di povertà. Frena la crescita perché impedisce ai giovani meno abbienti – nel Meridione soprattutto – di investire su se stessi e di recare il loro massimo apporto al progresso del Paese. L’iniquità va corretta con la progressività della tassazione e della spesa pubblica, come pure dischiudendo opportunità a chi ne è privo.
– L’EUROPA. Nei Trattati, nella politica fiscale, nell’asfittico Statuto della banca centrale, nella cultura di chi governa l’Europa – Germania in testa – deve affermarsi un semplice principio: senza domanda globale non c’è crescita e senza crescita non v’è stabilità, monetaria, finanziaria, produttiva, sociale, geopolitica.
L’ulteriore ritardo di un programma che colleghi ciclo e trend, a cominciare dal suo annuncio, condannerebbe l’Italia al ristagno. Sarebbe imperdonabile. ( di Pierluigi Ciocca*, da Il Manifesto)

08 – PRIMA DI CLICCARE, PENSACI, OTTOBRE MESE EUROPEO DELLA CYBERSECURITY. HACKER’S DICTIONARY. VOLUTO DALL’ENISA, L’AGENZIA EUROPEA PER LA SICUREZZA DELL’INFORMAZIONE, LO EUROPEAN CYBER SECURITY MONTH PUNTA A CREARE CONSAPEVOLEZZA DELLE MINACCE INFORMATICHE E DEI RISCHI ASSOCIATI A UNA CATTIVA GESTIONE DELLE PROPRIE RISORSE ONLINE , di Arturo Di Corinto (*). Una Toyota Hybrid esposta agli hacker durante la conferenza per la cybersecurity di Lille, in Francia, il 29 gennaio 2020
Una Toyota Hybrid esposta agli hacker durante la conferenza per la cybersecurity di Lille, in Francia, il 29 gennaio 2020 © foto Michel Spingler /Ap – LaPresse,
Ottobre è il mese europeo della «cybersecurity». Organizzato da Enisa, l’agenzia europea per la sicurezza delle informazioni, dal 2012 è l’occasione per promuovere comportamenti responsabili nel «cyberspace». E il motto di quest’anno è proprio «Prima di cliccare, pensaci!», una sola frase per ricordarci che quasi ogni attacco informatico comincia attaccando una persona, e non solo bucando una password troppo facile o sfruttando un errore di programmazione.
Anche in Italia le imprese che partecipano all’evento lungo un mese hanno organizzato eventi online per parlare dei temi di quest’anno: cyberbullismo, cyberstalking, truffe e frodi informatiche, privacy e competenze digitali.
CE N’È BISOGNO.
L’Italia negli ultimi mesi è stata terreno di incursioni informatiche di ogni tipo, dagli attacchi agli ospedali e ai centri di ricerca, ai singoli internauti fatti oggetto di campagne di«malspam» e «phishing» mirato, come ha rilevato l’italiana TgSoft che continua a monitorare alcuni dei software più pericolosi: il malware Emotet e il trojan bancario Ursnif.

Emotet è stato usato per impersonare importanti enti o società come il Comune di Bologna, il Politecnico di Torino, il Consiglio nazionale delle Ricerche e trarre in inganno i riceventi di false comunicazioni per fargli scaricare il malware, mentre Ursnif continua a nascondersi dietro finte comunicazioni dell’Agenzia delle Entrate.

Se qualcuno ancora pensa che si tratti di un tema da nerd, va detto che gli attacchi informatici influenzano fortemente la vita di tutti, ogni giorno.

Il nostro sistema industriale, ad esempio, è bersagliato da mesi. Il gruppo Carraro, quello dei trattori per l’agricoltura, è rimasto vittima pochi giorni fa di un attacco informatico e ha dovuto mandare a casa 700 lavoratori per via del blocco dei sistemi causato da un software malevolo. Prima ancora era accaduto al gigante degli occhiali, Luxottica, mentre a giugno era successo al noto produttore di scarpe Geox, alla Honda e perfino all’Enel.

È un’epidemia anche questa. E i suoi effetti si sommano alle difficoltà causate dal Coronavirus e da una ripresa ancora incerta della produzione e dei consumi.

Secondo il Clusit, l’associazione italiana per la sicurezza informatica, che partecipa all’organizzazione del «mese europeo per la cybersicurezza», gli attacchi informatici stanno aumentando sia nel numero che nella gravità: un quarto degli attacchi compiuti a livello mondiale ha colpito infatti in parallelo «bersagli multipli»: nel 2019 erano cresciuti del 91,5% rispetto all’anno precedente gli attacchi a servizi online, del 17% quelli alla sanità.

Non solo. In base al «Security Report» di Akamai perfino il mondo del giochi online ha subito quasi 152 milioni di attacchi alle applicazioni web tra il 2018 e il 2020, con un picco durante il lockdown.
La buona notizia è che si stanno moltiplicando le iniziative per aumentare la consapevolezza di questi rischi.
I seminari dove esperti e utenti si incontrano sono gratuiti, in inglese e in italiano, e possono essere seguiti comodamente da casa davanti al computer.
Non parliamo solo degli eventi dei big come Kaspersky, che il 20 ottobre celebra il ritorno del suo Security Analyst Summit, ma anche di realtà più piccole e autogestite come l’incontro annuale di RomHack dell’associazione Cyber Saiyan, o HackInBo creato da Mario Anglani e che chiude proprio il mese della sicurezza il 31 ottobre a Bologna.
E non farà certo male chi seguirà l’evento sull’etica digitale organizzato da Nicola Sotira per il Global Cyber Security Center i primi due giorni di ottobre. ( di Arturo Di Corinto da Il Manifesto)

09 – IL COMMENTO DELLA SETTIMANA. ROBERTO LIVI*. DA MERCOLEDÌ PER I CITTADINI STATUNITENSI È PROIBITO ALLOGGIARE NEGLI ALBERGHI DI CUBA E COMUNQUE IN QUALUNQUE PROPRIETÀ VINCOLATA AD ALTI FUNZIONARI DEL GOVERNO E DEL PARTITO COMUNISTA CUBANI. NON SOLO, PER LORO È VIETATO ANCHE ACQUISTARE SIGARI E RUM CUBANI. IL NUOVO UKASE È STATO LANCIATO DAL PRESIDENTE TRUMP ALLA CASA BIANCA DURANTE UN INCONTRO CON ALCUNI DEI MERCENARI CHE NEL 1961 PARTECIPARONO ALLA FALLITA INVASIONE DI CUBA NELLA BAIA DEI PORCI.
Non vi è limite alla furia di Trump di eliminare qualsiasi ostacolo possa frapporsi al la sua rielezione alla Casa bianca, anche compromettendo i principi fondativi del suo paese: la libertà individuale. Obiettivo: vincere le presidenziali in Florida, che con i suoi 29 voti elettorali è uno degli stati chiave per giungere alla presidenza. Gli ultimi sondaggi danno il candidato democratico Joe Biden in testa per una manciata di punti. Un vantaggio però che aumenta nell’elettorato ispanico della Florida, che giustamente non si fida di The Donald. Da qui la necessità di Trump di stringere ulteriormente il garrote attorno alla gola del governo cubano per tentare di recuperare fino all’ultimo voto della contra anticastrista.
Il nuovo editto del presidente proibisce anche «l’organizzazione di – o la partecipazione a – riunioni professionali o conferenze in Cuba», come pure «la partecipazione a determinati eventi pubblici», come ha successivamente spiegato un comunicato ufficiale del Dipartimento del Tesoro, incaricato di far attuare le nuove misure. Come al solito, Trump afferma che tale politica volta a far cadere il governo cubano è a favore «della democrazia» e del «benessere dei cubani».
La realtà è drammaticamente diversa. Le ultime misure hanno lo scopo di strangolare il settore turistico dell’isola, lasciando agli statunitensi l’unica opzione di affittare alloggi in case private, purché i loro prorietari non abbiano alcun vincolo con lo Stato cubano. Sarà il segretario di Stato, Mike Pompeo, a «identificare le proprietà controllate dal governo cubano». Per ora il responsabile del Dipartimento di Stato per la politica degli Usa verso Cuba e il Venezuela, Carrie Filippetti, ha messo all’indice 433 hotel cubani, ovvero la totalità del parco turistico dell’isola.
(* di Roberto Livi da l Manifesto)


10 – INTERNAZIONALE. UNA FANATICA ANTI-ABORTISTA ALLA CORTE SUPREMA DI TRUMP
USA. AMY CONEY BARRETT VERSO IL POSTO CHE FU DELLA GIUDICE FEMMINISTA RUTH BADER GINSBURG. ADEPTA DEL PEOPLE OF PRAISE, SETTA EVANGELICA IN CUI LE DONNE HANNO SOLO RUOLI DA «SERVA», di Marina Catucci*
I democratici hanno promesso battaglia ma ci sono poche possibilità che riescano a bloccare la nomina di Amy Coney Barrett come sostituta di Ruth Bader Ginsburg, la giudice recentemente scomparsa.
Non si potrebbero immaginare due personalità più antitetiche. Tanto RBG era progressista, femminista e liberal, tanto Barrett è reazionaria, oscurantista e con una carriera giudiziaria schierata su posizioni molto conservatrici su tutte le questioni chiave, dalle armi, alla pena di morte, all’aborto.
Trump ha sempre stimato Barrett tanto da averla promossa, tre anni fa, alla Corte d’Appello, nel settimo distretto con sede a Chicago, dove è intervenuta su un centinaio di casi; prima di allora insegnava nell’università dove si era laureata, la Notre Dame, a South Bend, Indiana, istituzione con forti radici cattoliche.
Il cattolicesimo di Barrett è proverbiale per le sfumature di fanatismo. Nel 2006, durante il discorso inaugurale dell’anno accademico, aveva chiesto agli studenti di «ricordare che la vostra professione legale è un mezzo verso un fine, e quel fine è costruire il regno di Dio».
L’università frequentata da Barrett nella duplice veste di studente e di insegnante, è nota per essere la culla di una piccola organizzazione religiosa, People of Praise, che viene descritta come una setta. Fondata nel 1971, dopo le aperture del Concilio Vaticano II, accoglie per lo più cattolici, ma anche altre denominazioni cristiane. Interviste con studiosi di gruppi cristiani carismatici e con ex membri del gruppo, rivelano un’organizzazione che sembra dominare la vita quotidiana dei suoi membri, in cui i cosiddetti «capi», o consiglieri spirituali, decidono della vita degli adepti.
Le donne sposate, come Barrett, si rapportano ai mariti come alle loro «teste» e tutti i membri sono tenuti a donare il 5% del loro reddito all’organizzazione.
Negli anni People of Praise si è evoluta in favore della difesa dei valori tradizionali, come baluardo dello status quo sociale, ritagliandosi uno spazio vicino alle correnti evangeliche americane più integraliste.
Rispetto alle correnti evangeliche il gruppo di cui fa parte Barrett è più inquietantemente pittoresco: si parla di profezie, di cure divine, gli adepti per comunicare utilizzano lingue segrete. Ex appartenenti al gruppo raccontano di ferree divisioni dei ruoli, quelli femminili sono chiamati handmaid, «serva», mentre la guida è affidata a un consiglio di amministrazione di soli uomini descritto come la «massima autorità».
Alcuni attivisti, sia conservatori che progressisti, hanno affermato che qualsiasi discussione sulla fede di Barrett sarebbe inappropriata, nel contesto di una conferma del Senato per valutare le sue qualifiche giudiziarie, e rifletterebbe solo un pregiudizio anticattolico. Altri gruppi cattolici invece hanno affermato che è giusto mettere sotto esame People of Praise, in quanto il gruppo è molto al di fuori del cattolicesimo tradizionale. ( », di Marina Catucci* da IL MANIFESTO)

11 – USA/ITALIA. IL VANGELO SECONDO POMPEO. POMPEO IMPARTISCE LEZIONI DI MORALE AL PAPA. È LUI, INSIEME A TRUMP, IL MESSIA DEL NUOVO VANGELO, di Alberto Negri (*)
Lo schiaffo del papa al Vangelo secondo Pompeo è arrivato, sonoro e puntuale. Bergoglio non riceve il segretario di stato Usa, ufficialmente perché non dà udienza ai politici impegnati in scadenze elettorali. In realtà non ha per niente gradito le critiche agli accordi tra Cina e Santa Sede, firmati due anni fa con il lavorio diplomatico del segretario di Stato Parolin e del suo vice, quel cardinale Becciu nella bufera per investimenti a Londra e mance ai parenti. Il Vaticano è sotto attacco non soltanto per gli investimenti di un porporato.

Una settimana fa, alla vigilia della scadenza dell’accordo Cina-Vaticano sulla nomina condivisa dei vescovi, Pompeo ammoniva il papa sul periodico conservatore First Things: «La Santa Sede ha raggiunto un accordo con il partito comunista cinese nella speranza di aiutare i cattolici in Cina ma l’abuso sui fedeli è peggiorato. Il Vaticano metterebbe in pericolo la sua autorità morale se lo rinnovasse».

Insomma Pompeo impartisce lezioni di morale al papa. È lui, insieme a Trump, il messia del nuovo Vangelo. La sua stretta di mano ai Talebani per fare la pace in Afghanistan, dopo 19 anni di guerra Usa, deve avergli dato un’iniezione di ardore fondamentalista. Come se già non gli bastasse il fondamentalismo militante degli evangelisti americani, grandi elettori di Trump e quello dei partiti e dei coloni israeliani alleati di Netanyahu. C’è una sorta di grande alleanza geopolitica che ha portato gli Usa a mediare una pace tra Israele e monarchie assolute come gli Emirati e il Bahrain ma che rende i suoi componenti intolleranti verso il papa.

Deve sentirsi un paladino della morale questo signore, di origini abruzzesi come Madonna, che con Trump ha cominciato l’anno, il 3 gennaio, vantandosi di avere fatto assassinare il generale iraniano Qassem Soleimani all’aereoporto di Baghdad. Ma il papa ai suoi occhi è un birichino: si è opposto nel 2015, ai tempi di Obama, ai bombardamenti sulla Siria – come Wojtyla si era opposto all’attacco all’Iraq nel 2003 – accusando i commercianti di armi e le potenze che fomentano le guerre. Le guerre americane, dice uno studio della Brown University, hanno fatto in 20 anni 37 milioni di profughi: ma per Pompeo è irrilevante.

E soprattutto, in tempi assai più recenti, il pontefice è rimasto silenzioso, come la diplomazia vaticana, sugli «accordi Abramo» tra Tel Aviv, Abu Dhabi e Manama. Ma come? Gli Stati uniti di Trump forgiano una nuova «Nato araba» a trazione israeliana in Medio Oriente e la Santa Sede nulla dice? Se è vero che la notizia è stata trattata dai media vaticani, questo silenzio ufficiale è straordinario: nei casi precedenti, sia per gli accordi di Oslo del 1993 che per il trattato di Camp David del 1978, il Vaticano aveva subito espresso il suo consenso e ricevuto i capi di Stato coinvolti. Due possono essere le ragioni del silenzio papale, una politica, l’altra diplomatica. Il papa non si è espresso per evitare di dare un appoggio esplicito a Trump in campagna elettorale e per non sostenere la leadership di Netanyahu in Israele. In realtà sappiamo da Biden che anche se Trump va via gli accordi di Abramo restano.

La seconda ragione è probabilmente la principale: l’Autorità Palestinese lo considera un «tradimento» dei Paesi arabi che lo hanno accettato, perciò ha abbandonato la presidenza della Lega Araba. Un tradimento di Emirati e Bahrain ma anche dell’Egitto di al Sisi e dell’Arabia Saudita. Considerando che la Palestina, terra di Betlemme (e Gerusalemme), è ancora il principale interlocutore del Vaticano in Medio Oriente, si capisce la posizione della Santa Sede. Ma forse il papa per Washington ha una colpa ancora maggiore: quella di considerare Israele una potenza occupante e di essere ancora favorevole alla soluzione «due popoli, due Stati». Papa Francesco non può piacere a Washington e in generale alla grande alleanza transatlantico-arabo-israeliana. Inoltre insiste – come ha fatto nel discorso all’Onu e nella prossima enciclica «Fratelli tutti» – a criticare il capitalismo esasperato. Nella Gran Bretagna di Boris Johnson, che ha bandito i riferimenti all’anticapitalismo dai programmi scolastici, il pontefice rischia la censura.

Se il Vangelo secondo Pompeo non sfonda in Vaticano, fa breccia da noi. I 5S di Di Maio, incoraggiati dal Pd e dal premier «Giuseppi» Conte, sono ormai più atlantisti dei vecchi democristiani. Con Pompeo faranno i pesci in barile su Huawei e il 5G con i cinesi, rimandando alle decisioni europee. Ma sul resto fanno buon viso. Su suggerimento di Washington tra un po’ torniamo amici di Erdogan che si oppone alla Russia di Putin in Libia, in Siria e nel Nagorno Karabakh. È la democrazia illiberale che avanza, spiegava ieri sul manifesto Tommaso Di Francesco. Ma chi lo dice agli italiani che siamo stretti alleati del Sultano, massacratore dei curdi e dell’opposizione? Forse ci penserà il papa.

12 – WELFARE. L’ASSEGNO UNIVERSALE PER I FIGLI, UNA LEVA PER LA RIFORMA FISCALE. WELFARE. SE APPROVATO DAL SENATO, PER LA MOLE DI RISORSE CHE METTE IN CAMPO, L’ASSEGNO UNICO DIVENTERÀ OGGETTIVAMENTE UNA DELLE MISURE PORTANTI DELLA MANOVRA DI BILANCIO 2021 E DARÀ UN’ACCELERAZIONE ALLA DISCUSSIONE SULLA RIFORMA FISCALE. SIAMO I PRIMI IN EUROPA PER IL LIVELLO DI EVASIONE FISCALE, di Gaetano Lamanna

L’approvazione della legge sull’assegno unico e universale per i figli, avvenuta alla Camera e ora in discussione al Senato, rappresenta una novità significativa nel welfare italiano. Si tratta di un’erogazione mensile di denaro o di un credito d’imposta per ogni figlio a carico, a partire dal settimo mese di gravidanza e fino al ventunesimo anno di età.
Si tratta di un’erogazione mensile di denaro o di un credito d’imposta per ogni figlio a carico, a partire dal settimo mese di gravidanza e fino al ventunesimo anno di età. Una quota base dell’assegno è uguale per tutti. Un’altra parte, variabile, tiene conto del reddito del nucleo familiare con una maggiorazione in base al numero dei figli o alla presenza di casi di disabilità. Al compimento dei diciotto anni è previsto che il beneficio vada direttamente al figlio per favorirne l’autonomia.

L’assegno è «universale» perché si rivolge a «tutti» i figli, indipendentemente dalle condizioni lavorative, professionali e di reddito delle famiglie. Non è mirato, dunque, al mero contrasto della povertà, ma a garantire lo sviluppo umano e culturale delle nuove generazioni. Sta in questo la portata innovativa del provvedimento. L’idea di fondo è che i figli siano una ricchezza per il paese, non un costo che i genitori devono sopportare da soli. In questo senso, l’efficacia di questo assegno sarà giudicata anche dalla capacità di invertire la tendenza alla denatalità e, quindi, ridurre i forti squilibri demografici.

L’assegno è «unico» perché, per finanziarlo, si attinge a risorse derivanti dall’assorbimento degli attuali assegni, bonus vari e detrazioni per i figli a carico. L’obiettivo dell’accorpamento di questo insieme di assegni e contributi alle famiglie è quello di trovare le risorse necessarie, circa 25 miliardi, per coloro che già godono di prestazioni a sostegno della famiglia e, soprattutto, per allargare la platea dei beneficiari.

Se approvato dal Senato, per la mole di risorse che mette in campo, l’assegno unico diventerà oggettivamente una delle misure portanti della manovra di bilancio 2021 e darà un’accelerazione alla discussione sulla riforma fiscale. Siamo i primi in Europa per il livello di evasione fiscale, che si aggira intorno ai 110 mila euro all’anno. E gli evasori sguazzano nell’attuale giungla delle spese fiscali (tax expenditures), ossia l’insieme di assegni, agevolazioni, detrazioni e deduzioni. Ne sono stati accertati oltre 500 e valgono più di 60 miliardi. Il lavoro da fare è enorme e pieno di insidie. Durante la pandemia, poi, i bonus si sono moltiplicati.

Molte categorie e imprese, che temono di perdere i benefici, si metteranno di traverso. In Italia, persino le attività dannose per l’ambiente godono di agevolazioni per ben 10 miliardi. In questo contesto, in un paese di «poveri» per il fisco (solo il 2,5 per cento dei contribuenti dichiara redditi superiori a 75 mila euro), la partita della riforma si gioca certamente sulla capacità di sfoltire le tax expenditures e, contemporaneamente, rafforzare la redistribuzione e ridisegnare il welfare.

Il paradosso italiano è che, mentre gli evasori hanno accesso facile alle prestazioni in servizi e in denaro, coloro che le tasse le pagano fino all’ultimo centesimo, sono spesso penalizzati o esclusi in virtù della rigorosa correlazione tra prestazioni e reddito. Sta qui anche una delle ragioni del malessere e della rabbia del ceto medio impoverito e delle fasce sociali con reddito medio-basso, che hanno scelto di ripararsi sotto l’ombrello della destra sovranista. Bisogna rispondere al bisogno di protezione sociale spingendo il governo a dotarsi di strumenti adeguati, a partire da una banca dati sui beneficiari di servizi sociali e di sconti fiscali o di assegni di sostegno al reddito, stroncando in tempo reale abusi, truffe e illegalità.

Ma per raggiungere il traguardo della riforma fiscale non è sufficiente un maquillage alle aliquote per ridare equità al sistema. Infatti, mentre il prelievo sui redditi da lavoro è progressivo, i redditi da società di capitale e le rendite finanziarie e immobiliari sfuggono alla progressività dell’imposta personale, anzi godono di un trattamento fiscale di favore. Non è sufficiente un maquillage alle aliquote per ridare equità al sistema.

La tassazione è progressiva se a determinarla sono tutti i redditi (da lavoro, da capitale, da rendita). Ecco perché sono riduttive sia le proposte che puntano al riordino di sconti fiscali e bonus finalizzato a un alleggerimento generalizzato dell’imposta personale, sia le ricette che attribuiscono alla patrimoniale poteri salvifici. La caratteristica fondamentale di una vera riforma fiscale è data da un prelievo onnicomprensivo e progressivo su tutti i redditi. Per ridare trasparenza ed equità al sistema impositivo e per rassicurare i ceti sociali più colpiti dalla crisi, che guardano con ansia alle troppe incognite e incertezze riguardanti le condizioni di lavoro e di vita.

13 – L’ECONOMIA USA PRECIPITA NELLA CRISI CON PIÙ DISUGUAGLIANZE DELLA STORIA
STATI UNITI. UN’ALTRA BRUTTA TEGOLA PER TRUMP. ULTIMI DATI PRIMA DEL VOTO: L’EMORRAGIA DI POSTI DI LAVORO NON SI FERMA. COLPITE IN MODO MAI VISTO PERSONE MENO ISTRUITE, DONNE, GIOVANI. E AL CONGRESSO È ANCORA STALLO SUGLI AIUTI, di Matteo Bartocci*
Dopo il crollo per il lockdown di marzo-aprile, l’economia Usa stenta a recuperare. Un’altra brutta tegola per Trump, che proprio sull’economia pensava di avere il suo vero asso nella manica per il voto di novembre.

Ieri il Dipartimento per il lavoro ha diffuso gli ultimi dati prima delle elezioni, che dunque fotografano lo stato del paese mentre i cittadini votano alle urne o per posta. E non sono buoni per il presidente.

A settembre sono stati creati 661mila posti di lavoro e il tasso di disoccupazione è aumentato di mezzo punto, arrivando al 7,9%. Ma il recupero dei 22 milioni di posti persi da marzo è ancora ben lontano: solo 11,4 milioni di persone sono tornate a lavorare e l’economia Usa, anche dopo le fughe in avanti estive su quarantena e mascherine, mostra il fiato con evidenti segni di rallentamento.

Per la prima volta da aprile, ad esempio, il numero di nuovi posti di lavoro è stato inferiore al milione. Per dare un’idea della frenata, a giugno erano +4,8 milioni.

Senza contare che i posti di lavoro creati non sono quasi mai davvero nuovi, ma semplicemente riassunzioni in fabbriche e negozi che lentamente riaprono.

Da punto di forza, dunque, l’economia potrebbe diventare il vero tallone d’Achille del presidente. I 4mila miliardi di dollari federali spesi per lo stimolo nei primi mesi della pandemia sono finiti a luglio, e gli effetti sembrano tutt’altro che duraturi.


Un sostenitore di Trump al comizio di Tulsa (Oklahoma) il 20 settembre scorso, Ap
L’economia è tornata ai livelli del 2011, l’epoca della grande crisi.

Nel settore pubblico, per esempio, la perdita di posti di lavoro è netta: -216mila posti federali a settembre, con ulteriori tagli previsti a livello statale e locale a causa dell’evaporazione dei soldi da Washington.

I settori più colpiti sono i servizi: cultura, turismo, ristorazione, trasporti, retail. Nel settore privato giganti come Disney, Goldman Sachs, Shell, Continental e United Airlines hanno già annunciato tagli a decine di migliaia di posti di lavoro.

Intanto almeno 26 milioni di americani ricevono vari sussidi di disoccupazione, 1 milione di persone a settimana fa domanda (oggi sono 300$ a settimana erogati dagli stati che possono permetterselo), ma molti altri milioni sono completamente scoperti: senza lavoro, senza assistenza sanitaria, senza cibo sufficiente, sempre più spesso anche senza auto o senza casa (più di un inquilino su 10 non è in regola con l’affitto).

A settembre 700mila persone hanno perfino smesso di cercarlo, un lavoro. E gli effetti sui consumi si vedranno nei prossimi mesi.


Biden in campagna elettorale in Pennsylvania il 30 settembre, Ap
La ripresina, infatti, beneficia di gran lunga i redditi più alti, amplificando disuguaglianze socio-economiche storicamente già allucinanti.

Secondo uno studio importante del Washington Post, i latino-americani sono quelli che hanno sofferto e stanno soffrendo di più per la crisi, i più lontani dai livelli pre-Covid (ed è un elettorato chiave per la presidenza). E mentre gli afroamericani hanno recuperato appena un terzo dei posti di lavoro persi, gli americani bianchi hanno già superato la metà.

Con precisione chirurgica, poi, i giovani e le donne (peggio ancora le madri single) hanno perso più salario e più posti di lavoro rispetto ad altre classi di età o ai maschi in generale.

In breve, il collasso economico causato dal Covid ha innescato la recessione con più disuguaglianze dell’ultimo secolo, abbattendosi come un tornado sulle classi più disagiate.

Oggi meno guadagni, più rischi di perdere il lavoro. Proprio come il coronavirus, anche la crisi economica si diffonde di più tra i più poveri.

Tutti ricordiamo i bancari milionari di Wall Street uscire dai grattacieli con gli scatoloni nel 2008- 2009, oggi invece a pagare di più sono quasi sempre i lavoratori meno istruiti (otto volte più colpiti di quelli a più alto salario, che in generale non fanno lavori manuali e possono lavorare da casa).

Nancy Pelosi (Dem) rende omaggio al Covid Memorial Project, Ap
Il Congresso non riesce ad accordarsi su un nuovo programma di aiuti. Lo stallo tra camera democratica e senato repubblicano dura ormai da agosto e di certo l’elezione a tappe forzate della giudice trumpiana alla Corte suprema non incoraggia lo spirito bipartisan.

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