GLI INTERESSI CONDIVISI CI ACCOMUNANO

di Vittorio Stano

Il Comitato “Noi denunceremo” costituito dai familiari degli anziani decimati dal covid19 nelle case di cura in Lombardia , insieme a medici senza DPI hanno esposto denuncia alla Corte Europea dei diritti dell’uomo e invitato la Commissione Europea a controllare gli sviluppi dell’inchiesta in Italia. Dal punto di vista di molti cittadini ci sono gli estremi per inquisire il presidente della regione Lombardia e il suo assessore alla sanità per manifesta incapacità nel contrastare la pandemia e per strage.

Come se non bastasse, il presidente regionale Fontana è stato colto con le mani nel sacco nel favorire l’azienda del cognato nell’assegnare una commessa pubblica da 500mila € a carico dell’erario regionale per l’approvvigionamento di camici e materiale sanitario, in piena emergenza pandemica. Nelle indagini sarebbero comparsi 5milioni di € di scudo fiscale in Svizzera nel 2015. Sullo scudo fiscale il presidente regionale ha sempre taciuto. Fu sanzionato dall’ANAC nel 2017 per aver omesso l’obbligatorio stato patrimoniale. Il 24.9.2017 Fontana aveva regolarizzato, utilizzando la legge sulla voluntary disclosure,  5,3milioni di € sino allora illecitamente detenuti in Svizzera.

Con raccapriccio ho ascoltato il presidente della regione Lombardia, incalzato da avversari politici, magistrati e giornalisti per il contenzioso nepotistico ai danni dell’erario della sua regione, disinvoltamente     affermare  : …<<Negli anni ’70 era di moda portare i soldi all’estero>>. Questa efferata dichiarazione non è stata criticata/contestata abbastanza dall’opinione pubblica. Al contrario, forse, è stata apprezzata la furbizia dell’uomo che a tutt’oggi non ha ancora rassegnato le dimissioni.

L’opinione pubblica italiana è come anestetizzata, in balia dei furbi che si annidano nella classe dirigente. Il danno che questi signori arrecano alla credibilità delle istituzioni è ingente.

In generale alla classe dirigente all’opera manca una strategia di fondo, un orizzonte positivo a cui tendere, una visione della società da qui a trent’anni, una strategia integrata che consenta di realizzare quella visione attraverso un sistema complesso ma coordinato di azioni che si concretizzino in precisi progetti. Questo accorcerebbe il distacco palpabile tra politici e collettività. Invece viviamo la banalità quotidiana dentro la quale questa classe dirigente trova un suo sistema virtuoso di galleggiamento. La qualità della democrazia così, perde di ethos e di valore. Fino a quando si tollererà questo vulnus? Finchè non si capovolgerà la selezione della classe dirigente.

Un elettorato in maggioranza senile e male informato dai media mainstream, vota con la pancia, sceglie i peggiori e poi si rammarica che anche gli ultimi votati non sono all’altezza del compito. Ogni classe dirigente è il prodotto della nazione, ne contiene pregi e debolezze. Quella attuale può solo migliorare, ma senza una cittadinanza attiva e di massa è tutto molto difficile, impossibile da realizzare.

Dall’inizio del nuovo millennio quasi due milioni di persone, di cui la metà giovani di età tra i 15 e i 34 anni, ha lasciato il Mezzogiorno. Inoltre, calcolando che più di 250mila laureati sono andati via alla ricerca di un futuro, è naturale che si ponga un problema di qualità della democrazia e di uguaglianza sociale in queste zone del paese. Ripartire significa invertire radicalmente le politiche e considerare le aree finora rimaste indietro, i territori fragili, come la vera opportunità.

Nei 75 anni di Stato repubblicano, l’unico periodo in cui il gap tra il PIL delle regioni settentrionali e quello delle regioni meridionali ha visto un ridimensionamento è stato il primo quindicennio dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno, quello della grande infrastrutturazione, premessa di un’attesa industrializzazione. La ripartenza deve puntare non più sui soliti poli forti del paese, ma essere tesa a far crescere la desiderabilità delle aree interne. Occorre costruire una visione nella quale le aree interne in generale e il Mezzogiorno nel suo complesso siano investiti di un ruolo strategico nel disegno del paese per i prossimi 30anni. Occorre un Piano Nazionale in cui gli obiettivi economici e sociali siano prima di tutto territoriali e rispettosi dell’ambiente.

I nodi irrisolti e non ancora apertamente affrontati con coraggio e decisione stanno diventando una miscela esplosiva per il paese. Immigrazione, emigrazione, istruzione e mancanza di lavoro sono tutti temi interconnessi. Purtroppo queste connessioni la classe politica non le vede. Si discute ad esempio di immigrazione, ci si accontenta di altercare solo di sbarchi e non si sviscera neanche perché questi avvengono. Non si ha idea della connessione con il calo demografico e del fabbisogno di manodopera. A tutt’oggi ci sono 3 lavoratori ogni 2 pensionati. Nel 2045 il rapporto sarà di 1 a 1. Non ci accorgiamo che mancano lavoratori manuali. Gli stranieri hanno all’80% una qualifica operaia (quando ce l’hanno). È compito delle autorità competenti istituire corsi di lingua e cultura italiane per i migranti che hanno scelto di vivere nel nostro paese e badare alla loro formazione professionale. Così come fanno altri paesi dell’Unione Europea che danno più importanza alle risorse umane. Bisogna mirare metodicamente all’inclusione dialettica dei migranti e dei loro congiunti nella scuola, sul lavoro e nella società. Senza inclusione cresce una società parallela, foriera di guai futuri per tutti. Il dramma dei migranti e dei braccianti agricoli, fatti vivere in condizioni disumane con un lavoro sottopagato e durissimo, privo di qualsiasi diritto, è da affrontare energicamente.  È necessario elevare economicamente, giuridicamente e socialmente i migranti. Tenerli nelle condizioni attuali nel paese, nella regione di Giuseppe DiVittorio  è uno scandalo!

Già oggi senza di loro interi settori sarebbero molto ridimensionati, producendo minore ricchezza e ulteriore disoccupazione autoctona. Inoltre abbiamo un mercato del lavoro che non assorbe gli istruiti che invece emigrano. Il fattore istruzione è il più sottovalutato di tutti. L’Italia ha la metà dei laureati e il doppio degli analfabeti funzionali della media europea in un momento storico in cui la ricchezza la produce soprattutto l’economia della conoscenza, i cui portatori italiani invece emigrano per carenza di opportunità. Il tasso di emigrazione è doppio tra i laureati. Inoltre, bisogna ribadirlo, non c’è nessuna invasione di migranti. Al contrario, da anni, sono di più gli italiani che voltano le spalle al Belpaese di quelli che arrivano sui barconi o con altri mezzi. Ai laureati bisogna assicurare opportunità di lavoro che li convincano a rimanere nei luoghi dove sono nati e hanno studiato. Questi potrebbero essere la classe dirigente del domani.

Nell’ emergenza al cittadino comune il ceto politico si è presentato con slogan e parole d’ordine facili, con le quali ha ottenuto il consenso. Ma questi non bastano per produrre decisioni all’altezza della sfida. I temi decisivi non sono stati nemmeno affrontati e discussi. L’Italia è il paese con lo squilibrio demografico più drammatico d’Europa, ma il tema non si tocca. Crediamo ciecamente nella presenza dell’Europa. La giudichiamo in forma parossistica nel bene e nel male. Siamo euroentusiasti o euroscettici. Ultimamente si sono sentiti molti inni in favore del Recovery Fund perché questa volta la crisi è stata evitata, ma i trattati economicamente depressivi sono stati solo sospesi (il fiscal compact, ad esempio). Questo significa che più in là si riapriranno le danze. Il governo parla di “svolta storica”, ma il Recovery Fund non è la panacea per risolvere la più grave crisi economica dal dopoguerra. Quando si dovrà mettere in atto il Recovery Plan scatteranno le tenaglie di nuovi tagli per le riforme che si dovranno mettere in atto. Allora sarà chiaro che non è un pranzo di gala, nessuno regala niente senza condizionalità. Il principio di solidarietà non è alla base dei Trattati europei. Alla base dei trattati c’è la competizione tra paesi. Lo spazio comunitario è soltanto un foro in cui si sfidano nazioni reali. Piegarsi alla gabbia dei Trattati europei che rendono l’Italia un paese subalterno non è giusto. Questi trattati vanno superati, non  sospesi. Da ottobre in poi sarà importante che anche il governo si sintonizzi con la maggioranza della popolazione che è indisposta a fare di nuovo da agnello sacrificale per “salvare l’euro” come nel 2011-2013. A una eventuale rottura dell’eurozona i perdenti non sarebbero gli italiani. Senza l’Italia l’euro non sopravviverebbe una settimana. Da questo si deduce che l’Italia ha ancora un  notevole potere negoziale. Conte se n’è accorto.

Equilibrare i trattati europei esistenti senza proporre nuovi modi di organizzazione delle relazioni tra i paesi, relazioni di solidarietà, di fiscalità, sociali…, di democratizzazione dell’Europa, non è sufficiente. La questione europea è centrale e necessario pensare a delle proposte. La sinistra non può continuare a essere divisa sulla questione tra chi dice che è sufficiente ribilanciare i trattati e chi dice che non bisogna cambiare niente. Non cambiare niente significa regalare la palma della vittoria elettorale alle destre che rivogliono i confini dello Stato-nazione. Bisogna invece impegnarsi sull’internazionalismo basato sulla solidarietà, sulla redistribuzione. Bisogna avere un ideale internazionale e una visione transnazionale della democrazia e della solidarietà. Non vi sono ragioni naturali per cui debba esserci più solidarietà tra pugliesi e lombardi o piemontesi piuttosto che con  tedeschi, francesi, spagnoli o greci.

La solidarietà si costruisce e si decostruisce storicamente e socialmente attraverso processi istituzionali, sistemi sociali e fiscali che fanno percepire ciò che ci accomuna, gli interessi condivisi.

Germania , Francia e paesi cosiddetti “ frugali” devono uscire dalla insopportabile logica con cui spiegano all’Europa del Sud che l’unica soluzione per affrontare il più grande problema che attanaglia l’Europa dal dopoguerra ad oggi, debito pubblico e conseguenze economiche della pandemia, è senza misure eccezionali. L’Europa degli anni ’50 si è costruita sulla cancellazione dei debiti del passato(1)  per costruire il futuro.

 

Nota (1) …debiti del passato: All’inizio degli anni ’50 la Germania  e la Francia avevano il 200-300% di entrate nazionali in debito pubblico. Scelsero di non pagarlo. Decisero dunque di farlo pagare a qualcuno: alla classe proprietaria del proprio paese che aveva causato la carneficina della seconda guerra mondiale.

 

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