10328 Notizie 16 dic

20121217 15:24:00 guglielmoz

EUROPA
PACIFICO e ASIA
MEDIO ORIENTE e AFRICA
AMERICHE

EUROPA
UNIONE EUROPEA. Un premio controverso. II 10 dicembre si è svolta a Oslo la cerimonia di consegna del premio Nobel per la pace all’Unione europea. L’Ue era rappresentata da Herman Van Rompuy, José Manuel Barroso e Martin Schulz, rispettivamente presidenti del Consiglio, della Commissione e del Parlamento europei. In platea c’erano i capi di stato e di governo di 22 dei 27 stati membri. Spiccava, per la sua assenza, il premier britannico David Cameron. Probabilmente Cameron ha condiviso il parere del Daily Telegraph, che ha definito il premio "assurdo", sottolineando l’immobilismo di Bruxelles durante il conflitto in Bosnia e le tensioni tra gli stati dell’Ue innescate dalla crisi dell’euro. "Ancora una volta", scrive il quotidiano conservatore, "viene evidenziato il distacco tra l’élite al potere a Bruxelles e i cittadini europei". "La decisione di assegnare il Nobel all’Ue è controversa", riconosce anche il quotidiano di Malmö Sydsvenskan, che ricorda le politiche neocoloniali adottate in Africa dalla Francia e dalla Germania, il motore storico della vecchia Comunità economica europea (Cee). Eppure, scrive il portoghese Diario de Noticias, "l’impegno di Parigi e Berlino per il progetto europeo ha reso molto più difficile arrivare ai malintesi che causarono due guerre mondiali".

REGNO UNITO. Ancora scontri a Belfast. Una settimana di scontri, auto bruciate, agenti feriti e manifestanti arrestati. La decisione presa il 3 dicembre dal comune di Belfast di rimuovere dalla sua sede la bandiera britannica ha scatenato la reazione di parte della comunità protestante. Le proteste (nella foto) sono sfociate in violenze, secondo la polizia orchestrate dai paramilitari lealisti, e hanno preso a bersaglio anche l’Alliance party, un partito nordirlandese liberale e antisettario, e la sua deputata Naomi Long. "Questa vicenda", commenta il Belfast Telegraph, "sta polarizzando di nuovo l’opinione pubblica. Stiamo tornando ai tempi in cui Belfast era una polveriera e gli estremisti avevano libertà di manovra".
REGNO UNITO L’11 dicembre la ministra della cultura Maria Miller ha annunciato che all’inizio del 2013 il governo presenterà un progetto di legge per legalizzare i matrimoni gay.
LONDRA – Solo, l’hacker resta a casa e non verrà processato. Non verrà processato in Gran Bretagna l’hacker britannico Gary McKinnon, detto «Solo», accusato di aver violato il sistema militare del governo degli Stati Uniti e della Nasa, e di cui Londra aveva bloccato l’estradizione verso gli Usa per motivi di salute. Lo ha stabilito la giustizia britannica. I reati a lui imputati sarebbero infatti perseguibili solo negli Usa. In America, McKinnon, 46 anni, avrebbe potuto essere condannato fino a 60 anni di prigione, la pena prevista dalla giustizia americana per il reato contestatogli, la più grande violazione informatica di tutti i tempi nei confronti di un organismo federale con interessi nel settore della difesa

GERMANIA – II candidato Steinbruck . Peer Steinbruck a Schloss Meseberg. Sarà Peer Steinbruck a sfidare la cancelliera Angela Merkel alle elezioni federali del 22 settembre 2013. L’ha deciso il 9 dicembre ad Hannover il congresso straordinario dei socialdemocratici tedeschi, che ha confermato l’ex ministro delle finanze (nel governo di grande coalizione guidato proprio da Merkel) alla guida del partito con il 93,5 per cento dei voti. Ma la strada verso la cancelleria non sarà facile. Come spiega Der Spiegel, secondo i sondaggi Angela Merkel ha ancora un ampio margine di vantaggio. E inoltre Steinbruck non si è ancora del tutto affrancato dalle accuse di aver accumulato grosse somme grazie ad attività estranee al suo incarico parlamentare.

FRANCIA – Si chiude il caso Strauss-Kahn. Con l’accordo siglato il io dicembre tra Dominique Strauss-Kahn e Nafissatou Diallo si è formalmente conclusa la vicenda giudiziaria dell’ex direttore del Fondo monetario internazionale, accusato di stupro dalla cameriera del Sofitel di Manhattan nel maggio 2011. Diallo ha rinunciato alla causa civile contro Strauss-Kahn (la corte penale aveva già archiviato il caso nell’agosto 2011 perché riteneva Diallo inattendibile) in cambio di una somma che non è stata comunicata, ma che Le Monde stima in sei milioni di dollari, metà dei quali sarebbe stata prestata a Strauss-Kahn dall’ex moglie, Anne Sinclair.

RUSSIA – II 7 dicembre il presidente Vladimir Putin ha inaugurato ad Anapa, sul mar Nero, i lavori di costruzione del gasdotto South Stream, che permetterà a Gazprom di fornire gas all’Unione europea senza passare per l’Ucraina.

PAESI BASSI II 12 dicembre il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia dell’Aja ha condannato all’ergastolo il generale serbobosniaco Zdravko Tolimir, accusato di aver pianificato il massacro di Srebrenica.

RUSSIA – La morte Politkovskaya, condannato ex poliziotto. Un ex poliziotto russo è stato condannato ieri da un tribunale di Mosca a 11 anni di carcere per il ruolo svolto nell’omicidio di Anna Politkovskaya, la giornalista di «Novaia Gazeta» critica del Cremlino, assassinata il 7 ottobre 2006, all’epoca del secondo mandato presidenziale di Putin. Nel processo bis, Dmitry Pavlyuchenkov è stato riconosciuto colpevole di aver procurato l’arma del delitto e di aver riferito le mosse della giornalista in modo che fosse facilmente individuabile dall’assassino. Il verdetto ha messo fine a un processo lampo durato solo tre giorni ed è stato subito criticato per non aver fatto alcuna luce sui mandanti del delitto.

MALTA – Governo in crisi sul bilancio. L’u dicembre il primo ministro maltese Lawrence Gonzi si è dimesso dopo la sconfitta del suo governo in un voto di fiducia sul bilancio del 2013. Come spiega il Malta Independent, il governo aveva una maggioranza di un solo seggio, e per farlo cadere è bastato che un deputato, Franco Debono, votasse con l’opposizione. Le elezioni anticipate si terranno il 9 marzo 2013. Chi le vincerà, avrà davanti a sé la sfida di guidare il paese alla presidenza di turno dell’Ue del 2017.

ITALIA
ROMA – Al primo posto per rimesse extra-Ue – Per l’anno 2011 l’Italia è salita al primo posto nell’Unione europea in termini di volume delle rimesse degli immigrati inviate in Paesi al di fuori dei confini comunitari: l’anno scorso sono stati spediti 6,165 miliardi di euro in Paesi extra-Ue (l’83% del totale), contro i 6,153 miliardi partiti dalla Francia (il 63% del totale). I soldi inviati dagli immigrati sia all’interno che all’esterno dell’Unione in Italia hanno toccato quota 7,4 miliardi di euro, cioè il 19% di tutte le rimesse dall’Ue, dopo Francia e prima di Spagna, Germania e Olanda. Lo rileva Eurostat, secondo cui l’anno scorso gli immigrati nei Paesi Ue hanno inviato quasi 40 miliardi di euro nei Paesi di origine, un dato in crescita del 2,4% rispetto al 2009. Di questi soldi sono 10,7 i miliardi finiti nell’Ue e 28,5 i miliardi spediti al di fuori dei confini comunitari.

NYC/ROMA – II Cavaliere impenitente The New York Times, Stati Uniti. Silvio Berlusconi ha annunciato di volersi candidare per un quinto mandato da presidente del consiglio. Per l’Italia e la sua economia è una pessima notizia. Potrebbe sembrare solo uno scherzo di cattivo gusto, considerati gli scandali che hanno coinvolto il Cavaliere e la sua incapacità a gestire l’economia, ma il suo ritorno potrebbe fare seri danni. Un anno fa l’ex premier si è dimesso, travolto dal crollo degli indici di gradimento e dalla bocciatura della sua politica economica da parte dei mercati. Per sostituirlo fino alla fine della legislatura, il parlamento ha dato fiducia a Mario Monti e al suo governo tecnico. I mercati hanno accolto bene Monti, e i leader dell’Unione europea erano soddisfatti. Ma in patria il premier ha pagato il prezzo politico dell’austerità chiesta da Angela Merkel e dai suoi alleati, che ha aggravato la recessione. I risultati di Monti sono stati comunque notevoli, anche considerato lo scarso margine di manovra lasciato dai partiti italiani e dai leader dell’eurozona. Il professore ha ridato autorevolezza al governo e riconquistato il rispetto dell’Europa. Ma non è abbastanza. Monti ha ripetuto più volte a Merkel che l’Italia ha bisogno di maggiore flessibilità di bilancio per combattere la recessione e investire di più in infrastrutture e istruzione. Quando Berlusconi ha ritirato l’appoggio del suo partito al governo, Monti ha subito annunciato che dopo l’approvazione della legge di stabilità si dimetterà. Così si dovrebbe votare a febbraio. Ma probabilmente nessuno dei due partiti principali riuscirà a formare un governo ed entrambi saranno costretti a cercare alleati tra i piccoli partiti di sinistra, destra, centro e separatisti. Anche se i sondaggi danno al partito di Berlusconi appena il 18 per cento dei voti, questo potrebbe bastare a dargli un certo peso. Il Cavaliere ha deciso di presentarsi come candidato filoeuropeo ma antiausterità, però i leader dell’Unione europea hanno imparato a non prendere sul serio le sue mutevoli posizioni. Se il suo partito riuscisse a essere la prima forza di centrodestra nel nuovo parlamento, Berlusconi potrebbe costringere chiunque vorrà formare una maggioranza ad accettare le sue condizioni dannose e condizionate dai suoi interessi personali. Monti, però, potrebbe complicare i piani di Berlusconi decidendo di proporsi come candidato delle riforme e leader dei partiti di centro. L’Italia non può permettersi altri anni di stallo politico e stagnazione economicA.

PACIFICO e ASIA

FILIPPINE – Piegati dal tifone / II bilancio delle vittime del tifone Bopha, che ha colpito il sud delle Filippine tra il 4 e il 7 dicembre, sta aumentando. I morti accertati sono 714, i dispersi varie centinaia – tra cui trecento pescatori che si trovavano in mare – e gli sfollati 4OOmila. Le zone più colpite, sull’isola di Mindanao, sono abitate da agricoltori che hanno subito un danno stimato intorno a 210 milioni di dollari. Il governo ha dichiarato lo stato di calamità e le Nazioni Unite hanno lanciato una campagna per raccogliere 65 milioni di dollari di aiuti. Si tratta del tifone più violento che abbia colpito l’area da decenni, scrive il Philipppine Star.

INDIA – Lobby o corruzione? / Tehelka, India – "L’attività di lobby è illegale in India, è una specie di corruzione. Se Walmart ha speso dei soldi per entrare nel mercato indiano, vogliamo i nomi di chi ha corrotto". Così uno dei leader del principale partito d’opposizione, il Bharatiya janata party (Bjp), si è rivolto al governo indiano durante una seduta parlamentare molto concitata dopo la rivelazione che il colosso statunitense della grande distribuzione nel 2012 ha speso 3 milioni di dollari in attività di lobby per entrare nel mercato indiano. Il 7 dicembre è stata approvata la discussa decisione del governo di aprire il mercato agli investimenti esteri diretti. "Chiedersi se sia lobby o corruzione non è assurdo, ma sostenere che Walmart abbia versato tangenti per spianarsi la strada in India è insensato", scrive Tehelka. "In India non c’è una legge che vieta l’attività di lobby, e perdipiù negli Stati Uniti è legale". L’opposizione chiede che sia aperta un’indagine.

INDIA/ITALIA – DELHI RIMANDA LA SENTENZA SUI MARÒ
A oltre tre mesi dalla conclusione del dibattimento l’India ha deciso di rinviare la sentenza della Corte Suprema di Delhi sui ricorsi presentati dall’Italia sui due marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, trattenuti in India da più di nove mesi. Il governo italiano esprime «forte delusione e profondo rammarico». «È un atto di sfida politica e istituzionale nei confronti dell’Italia», denuncia il presidente della Commissione Difesa del Senato, Valerio Carrara, a nome di tutti i componenti della commissione. A destra pure si scaldano di amor patrio, da Storace a La Russa con tutta la Lega si scagliano contro il ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata. I due fucilieri del Battaglione San Marco – dal 30 maggio in libertà vigilata dietro cauzione, sono rinchiusi in un hotel di Kochi con l’accusa di aver ucciso, lo scorso 15 febbraio, due pescatori che erano stati scambiati per pirati somali mentre si trovavano al largo della costa indiana in acque internazionali e a bordo di una petroliera italiana – potrebbero però tornare per Natale in Italia, anche se solo temporaneamente, per poi rientrare a Kochi e sottoporsi così ai tempi supplementari di questa difficilissima partita giudiziaria italo-indiana. I due miliari incassano la solidarietà del presidente Napolitano.

BANGLADESH – Proteste a Dhaka / Due persone sono morte e più di duecento sono rimaste ferite durante gli scontri violenti scoppiati a Dhaka e dintorni il 9 dicembre tra i sostenitori dell’opposizione e la polizia. Diciotto partiti dell’opposizione hanno indetto la protesta per chiedere il ripristino di una clausola costituzionale che permette a un governo super partes di portare il paese alle elezioni a partire dalla scadenza del mandato del governo in carica. Il governo ha abolito la clausola nel 2011, dopo che la corte suprema l’aveva dichiarata incostituzionale. Il io dicembre la polizia ha arrestato Mirza Fakhrul Isiam Alamgir, il segretario generale del Partito nazionalista del Bangladesh, il principale partito dell’opposizione, scrive il Daily Star.

VIETNAM – II 9 dicembre centinaia di persone hanno manifestato ad Hanoi e ad Ho Chi Minh contro la politica di Pechino nel mar Cinese meridionale.

AFGHANISTAN – Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, i diritti delle donne hanno fatto pochi progressi malgrado l’entrata in vigore nel 2009 di una legge contro la violenza di genere.

THAILANDIA – II 6 dicembre il ministero della giustizia ha annunciato che l’ex premier Abhisit Vejjajiva sarà incriminato per la morte di un uomo durante la repressione delle manifestazioni delle camicie rosse nel 2010.

SEOUL/COREA DEL SUD/COREA DEL NORD – Propaganda in orbita. La notte del 12 dicembre Pyongyang ha lanciato un razzo a lunga gittata e posizionato un satellite in orbita. Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti hanno subito condannato il gesto, ricordando che una risoluzione delle Nazioni Unite del 2009 impedisce alla Corea del Nord di condurre test su missili balistici. Poche ore dopo è arrivata anche la condanna del Consiglio di sicurezza dell’Orni. Il lancio, spiega il giornale sudcorea-no Chosunllbo, arriva una settimana prima delle elezioni in Corea del Sud.

GIAPPONE – TOKYO – La paura della Cina e il bisogno della protezione-Usa, assieme alla drammatica crisi economica e alla necessità di riaccendere le centrali atomiche, spingono il Giappone a destra come mai dopo la fine della seconda guerra mondiale, il primo voto dopo lo tsunami del 2011 e l’esplosione atomica nella centrale di Fukushima, si conferma un terremoto politico. Crolla il partito democratico (Dpj) del premier Yoshihiko Noda, che si è subito dimesso dalla presidenza dopo che ha ottenuto un sesto dei seggi guadagnati nel 2009, quando il centrosinistra era andato al governo per la prima volta do-pò oltre mezzo secolo, A pesare, l’aumento dell’Iva, l’impegno all’addio al nucleare entro 2030 e il declino di industria ed esportazioni. Il Dpj, con 55 seggi, si è ridotto attorno all’12%. «Paghiamo il prezzo pesante di scelte necessarie — ha detto Noda e me ne assumo la responsabilità».
Per i liberal-democratici (Ldp) del falco Shinzò Abe, 58 anni, già primo ministro tra il 2006 e il 2007, il trionfo nelle elezioni anticipate di ieri va invece al di là delle attese. Con oltre il 60% dei voti e circa 300 dei480 seggi, superano da soli i due terzi alla Camera bassa e ottengo no la maggioranza qualificata, scongiurando lo spettro della paralisi politica e dei veti incrociati al Senato. Un dato politico netto: i giapponesi hanno bocciato i tre anni e mezzo di caos, indecisioni e promesse mancate del Dpj e hanno scelto di riconsegnare il Paese nelle mani di chi ha segnato l’epoca d’oro della ricostruzione della terza potenza mondiale. Tokyo ritorna così l’alleanza storica di destra tra Ldp e i buddisti del Nuovo Komeito (29 seggi, il 6%) che fino a tre anni e mezzo fa aveva governato la nazione dal 1955. La rivincita della destra va però oltre il tradizionale blocco di potere. I neonati ultra-nazionalisti del Partito per l restaurazione del Giappone (Jrp) diventano la terza forza e sono a un soffio dai democratici. I grandi sconfitti dalle urne, assieme proprio ai democratici, sono invece gli anti-nuclearisti di Giappone Futuro, una decina di seggi pari al 2%, a conferma che il terrore dell’impoverimento e di un definitivo tramonto economico pesa oggi per i giapponesi assai di più dei timori di una catastrofe atomica. Oltre al fattore-Fukushima, decisivi si sono rivelati la voglia di cambiare dopo il fallimento dei democratici, chedal2009hanno bruciato tre premier e decine di ministri, e la speranza di ricostruire il sistema-Giappone in una fase di alta tensione con i vicini di Cina, Corea del Nord e Corea del Sud. «Lo scontro con Pechino sull’arcipelago delle Senkaku-Diaoyu — dice Yasuyuki Matsunaga, docente di politica internazionale all’università di Tokyo — ha giocato un ruolo centrale. Tre anni fa il centrosinistra aveva vinto grazie alla promessa di smantellare la base militare Usa di Okinawa. Lo scenario è totalmente cambiato. Le dispute territoriali con Pechino e Seul, la corsa atomica e i missili di Pyongyang, tornano a spingere il Giappone verso Washington e a favorire la presenza Usa nel Pacifico». Shinzò Abe, padre ex ministro degli Esteri e nonno premier, già delfino del rimpianto Koizumi, in gennaio effettuerà la prima viste all’estero proprio alla Casa Bianca, mentre nel 2006 era andato a Pechino. Nelle prime dichiarazioni ha rilanciato la necessità di «ricostruire le relazioni con l’America», e di «rispondere alle provocazioni di Cina e Corea del Sud». «Le isole Senkaku — ha detto in tivù — appartengono al Giappone». Si è concentrato però subito sull’economia, sottolineando l’urgenza di «rifondare il modello del nostro miracolo post-bellico». Tra le priorità, con un debito oltre 230% del Pii e un Paese nella spirale recessione-deflazione, la revisione dei poteri della banca centrale, l’attacco allo yen forte, un progressivo ritorno al nucleare e il rinvio del pur confermato raddoppio dell’Iva. «A trionfare – dice il politologo Minoru Morita – sono statele paure della popolazione anziana: perdere pensioni, stato sociale e sanità». Problemi che anche Tokyo sa di non poter più risolvere da sola e che hanno proprio nella Cina la prima responsabile. Da settembre, con lo scoppio della crisi nel Mar cinese orientale, la bilancia commerciale con il partner più importante è crollata. La destra di Abe e degli ultra-nazionalisti ha trionfato grazie agli slogan anti-cinesi, ma si vede costretta a ricucire i rapporti prima che la tensione precipiti in uno scontro armato. Pechino si è subito augurata che «i falchi di Tokyo non volino anche in politica estera», invitando il nuovo premier a «placare le tensioni coni Paesi vicini». Un messaggio diretto anche agli Usa. Dopo tre anni di gelo ritrovano un alleato strategico, ma sempre meno influente: a difesa del quale non hanno alcuna intenzione di farsi trascinare ora in un conflitto con la nuova super-potenza da cui essi stessi dipendono.

MEDIO ORIENTE ed AFRICA.

PALESTINA – Meshaaltoma a Gaza / Durante la sua prima visita in 45 anni nella Striscia di Gaza, il leader di Hamas in esilio Khaled Meshaal (nella foto) ha dichiarato di "non riconoscere la legitt> mità di Israele né quella dell’occupazione della Palestina". Meshaal era a Gaza per festeggiare il 25° anniversario della fondazione di Hamas. In politica interna, scrive Al Hayat, la sua visita riporta in primo piano la questione della riconciliazione delle fazioni palestinesi e mette in evidenza la sua popolarità: "Se Hamas vuole crescere come potenza regionale, Meshaal -oggi in esilio in Egitto e vicino ai Fratelli musulmani – è senza dubbio il leader favorito".
SIRIA-LIBANO – Riconosciuti da Obama / Alla vigilia del vertice dei paesi amici della Siria che si è tenuto il 12 dicembre, il presidente statunitense Barack Obama ha riconosciuto la principale coalizione dell’opposizione come legittima rappresentante del popolo siria-no. Allo stesso tempo Washington ha inserito il gruppo ribelle Fronte al Nusra, legato ad Al Qaeda, nella lista delle organizzazioni terroristiche. Gli scontri tra sostenitori e oppositori del regime di Damasco hanno colpito anche Tripoli, in Libano, dove è stato schierato l’esercito, scrive Now Lebanon.
PALESTINA – Da Ramallah Amira Hass / Puzzle pericolosi. Mercoledì gli uffici di Ramallah avevano un aspetto molto diverso rispetto a 32 ore prima. Tutto era in ordine. Gli impiegati dell’Unione dei comitati delle donne palestinesi e di Ad Dameer per i prigionieri e i diritti umani si comportavano come se fosse un giorno normale. Se ne stavano seduti dietro le loro scrivanie, rispondevano al telefono, parlavano con i visitatori, sorridevano, offrivano té e caffè. Nella notte tra lunedì e martedì alcuni soldati israeliani avevano fatto irruzione nei locali mettendoli a
soqquadro, ma gli impiegati hanno rimesso tutto in ordine nel giro di poche ore. I militari avevano lasciato i cassetti aperti, i documenti sparsi sul pavimento e le porte danneggiate.
Poi è arrivato il momento di valutare i danni. Negli uffici di Ad Dameer, che difende i diritti dei prigionieri politici che si trovano nelle carceri israeliane, mancavano computer portatili, un hard disk, il server, una telecamera e alcuni documenti. Peggio è andata agli uffici dell’Unione, che gestisce ventuno asili nelle zone più povere della Cisgiordania. Mancavano sette computer portatili, alcuni hard disk, telefoni cellulari, schede di memoria di macchine fotografiche e il server. I soldati hanno pensato bene di sequestrare anche materiali pericolosi come puzzle e libri per bambini. Un portavoce dell’esercito ha dichiarato a un mio collega che l’irruzione è stata condotta contro organizzazioni che hanno legami con i "terroristi" del Fronte popolare per la liberazione della Palestina

MALI – Diarra costretto a dimettersi / II primo ministro del Mali, Cheick Modibo Diarra (nella foto), si è dimesso l’u dicembre 2012, dopo essere stato arrestato dai soldati agli ordini del capitano Amadou Haya Sanogo, l’autore del golpe di fine marzo. È stato nominato al suo posto Django Sissoko, dirigente pubblico di lungo corso. Il Journal duMali scrive che "questo nuovo episodio del feuilleton maliano lascia perplessi. Di certo, acuisce lo scontro interno alle autorità di transizione e allontana la possibilità di risolvere la crisi nel nord del Mali, da dieci mesi sotto il controllo dei gruppi islamici".
MALI – Occhi puntati sul Mali / The National, Emirati Arabi Uniti. La situazione evolve rapidamente in Mali. La notte del io dicembre il primo ministro Cheikh Modibo Diarra è stato arrestato dai soldati. E il giorno dopo è apparso in tv per annunciare le dimissioni. In quest’ultimo anno gli occhi del mondo si sono soffermati su questo paese dell’Africa nordoccidentale. A marzo i militari avevano già destituito il presidente Amadou Toumani Touré, dicendo di voler combattere contro un movimento separatista nel nord del paese, che da allora è sfuggito al controllo del governo centrale.
Il golpe di Bamako è una pessima notizia, perché contribuisce a destabilizzare ulteriormente un paese impoverito. I problemi del Mali hanno inoltre gravi conseguenze per la sicurezza dei paesi vicini come Algeria, Mauritania e Niger e altre nazioni nordafricane che attraversano un periodo di relativa instabilità. Dopo il primo golpe i separatisti tuareg hanno assunto il controllo del nord del Mali proclamando lo stato indipendente dell’Azawad. Da allora, però, i fondamentalisti islamici loro alleati hanno preso il sopravvento. Ansar eddine, un movimento affiliato ad Al Qaeda, ha imposto la sharia, ha distrutto dei siti storici antichi a Tombouctou e ha spinto centinaia di migliaia di persone a fuggire nei paesi vicini. La crisi dei profughi e la forza crescente di questi gruppi sono motivo di allarme per la regione.
Negli ultimi mesi l’ipotesi di mandare in Mali un contingente finanziato dalla Cedeao (la Comunità economica degli stati dell’Africa Occidentale) in collaborazione con l’Onu ha ottenuto molti consensi. Ma l’instabilità rende difficile l’invio di truppe: qualsiasi operazione militare dovrebbe essere seguita da una soluzione politica gestita da Bamako. L’Africa occidentale e la comunità internazionale continueranno a tenere gli occhi puntati sui gruppi terroristi nel nord del paese, ma questi ufficiali golpisti hanno seriamente diminuito le opzioni a loro disposizione.

NIGERIA – DELTA DEL NIGER . AMNESTY denuncia la SHELL Per Amnesty International «gran parte del Delta del Niger, dove vivono oltre 30 milioni di persone, è divenuto un’area inquinata e inutilizzabile a causa della presenza delle compagnie petrolifere», in base a un rapporto di un gruppo di specialisti dell’Università dell’Essex. «A causa delle numerose dispersioni di petrolio gli abitanti non hanno altra scelta che bere acqua inquinata, mangiare pesce contaminato, lavorare terreni insalubri e respirare aria impestata di petrolio e benzina», spiega l’ong. Nel mirino la Shell, primo produttore della regione, che secondo Amnesty rischia di essere bersaglio di azioni a livello internazionale. Il gigante petrolifero si difende affermando che la maggioranza delle fughe di petrolio è provocata da atti di sabotaggio. Secondo gli attivisti Shell non fa nulla per prevenire gli incidenti e riparare i danni.

BURKINAFASO – II Congresso per la democrazia e il progresso (Cdp), il partito del presidente Blaise Compaoré, ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi nelle elezioni legislative del 2 dicembre.

GHANA – II capo di stato uscente John Dramani Mahama ha vinto le presidenziali del 7 dicembre con il 50,70 per cento dei voti, contro il 47,74 per cento del suo rivale Nana Akufo-Addo. L’opposizione ha denunciato brogli.

RDC – A Rampala, in Uganda, il 9 dicembre sono cominciati i negoziati tra il governo e i ribelli del movimento M23, che per dodici giorni avevano occupato la città di Coma, nel Nord Kivu.

SOMALIA – II 9 dicembre le truppe somale e dell’Unione africana hanno strappato agli islamici di Al Shabaab il controllo della città strategica di Giohar. Due giorni prima cinque persone erano morte in un attentato vicino a una moschea in un quartiere somalo di Nairobi, in Kenya.

SUD SUDAN – II 9 dicembre l’esercito ha ucciso dieci persone durante una manifestazione a Wau contro il trasferimento della sede dell’autorità locale.
( DA internazionale 14 dic 2012)

AMERICHE.
USA
NEW YORK – Il body count non ferma le armi. Dopo la strage in Connecticut il sindaco di New York Bloomberg critica la Casa Bianca A Newtown la polizia indaga su chi era Adam Lanza. Ma le leggi non cambiano Introverso, solitario, molto intelligente, timido, di «buona famiglia», bravo a scuola ma privo di rapporti con gli altri studenti. L’identikit che inizia ad emergere di Adam Lanza, il ventenne che, venerdì mattina è entrato nella Sandy Hook…
OKLAHOMA – Progettava strage a scuola, arrestato uno studente. Venerdì, nelle stesse ore in cui il ventenne Adam Lanza uccideva venti bambini e sei adulti nella scuola elementare di Newtown, nel Connecticut, la polizia arrestava a Bartlesville, in Oklahoma, un diciottenne che progettava di compiere una strage…
NYC – «Ora, controllo delle armi» «Prego che non sia vero», ha scritto nel primo tweet, ma quando le notizie dal Connecticut non hanno lasciato più dubbi, il regista Usa Michael Moore è tornato a commentare scrivendo sempre sul social media da 140 caratteri. «Siamo soltanto a pochi minuti dalle solite affermazioni dei politici per cui ‘Questo non è il momento di parlare del controllo delle armi’. Davvero? Quando è questo momento?, Il modo per onorare questi bambini morti è chiedere il controllo delle armi, assistenza mentale gratuita e la fine della violenza come politica pubblica» scrive in rete l’autore, tra le altre cose, di «Bowling for Columbine», film premio Oscar sulla strage nella scuola del Colorado del 1999 (15 vittime) e sulla circolazione spregiudicata e l’utilizzo sfrenato delle armi negli States. In una dichiarazione a caldo dalla Casa Bianca, un Barack Obama visibilmente commosso si asciuga le lacrime mentre confessa di aver «sopportato troppe di queste tragedie». Il presidente ha ordinato bandiere a mezz’asta ma sul controllo delle armi si è limitato a un vorrei ma non posso: «Dobbiamo prendere misure significative per fermare questi incidenti, senza tener conto della politica». La sua Amministrazione resta impegnata, aveva detto poco prima il portavoce Carney, a rinnovare il bando sulle armi d’assalto. ( di Michael Moore ll regista via Twitter: )

ARGENTINA – BUENOSAIRES Guerra a oltranza in prima pagina .
Un ricorso in tribunale rimette in discussione la vittoria di Cristina Kirchner sul gigante editoriale Clarín. Ma anche una legge sui media che non piace (più) alla sinistra e alle tv antagoniste La Casa Rosada e l’azienda proprietà di telecom italia: un’alleanza diventata conflitto
Il 26 maggio del 2003 il primo quotidiano argentino pubblicò la foto di un uomo emozionato. Alzava uno scettro con l’impugnatura d’argento ed era cinto da una fascia bianco-azzura col sole che ride. Sotto alla sua immagine, c’era la frase: «voglio.

VENEZUELA
CARACAS – Un voto all’ombra del comandante di geraldina colotti – il paese alle urne per le regionali mentre hugo chavez lotta a cuba contro il tumore e si prepara a consegnare il testimone al suo vice maduro, ex autista di bus a caracas ed ex sindacalista nello stato di miranda, dove si trovano le più importanti imprese del venezuela, si presenta il marxista elias jaua, fondatore del ministero dell’economia popolare. Nel bolivar i comunisti invece non appoggiano i chavisti, e nell’aragua si gioca una sfida tutta a sinistra
«BUENAS VIBRAS, comandante». Sui muri del Venezuela, le scritte che inviano «vibrazioni positive AL Comandante» si mischiano agli slogan per le elezioni regionali di domani. Il paese segue con trepidazione le notizie sulla salute del presidente Chavez, operato per sei ore a Cuba del tumore tornato ad aggredirlo. E intanto, si prepara a votare. A mezzanotte di giovedì tutti i candidati hanno concluso la propria campagna. Nessuna attività di propaganda è più consentita, ma ogni città è animata da innumerevoli eventi culturali legati alle feste natalizie, qui particolarmente frenetiche. Da ieri e fino a lunedì, proibita la vendita di alcolici e il porto d’armi. Domani, 17 milioni di elettori si recheranno alle urne in 23 stati (su 24) per eleggere altrettanti governatori e 237 deputati regionali. Solo nel Distretto Capitale non ci saranno elezioni. Nel paese, sono in funzione 36.220 tavoli elettorali, distribuiti in 12.784 centri di votazione. Ognuno di questi è dotato di un sistema automatico di voto con doppio riscontro, universalmente considerato a prova di brogli: 36.220 macchine elettorali provviste di un Sistema di autentificazione integrato (Sai) e di tessera magnetica. Presenziano al voto osservatori provenienti da 18 paesi.
A Palo Verde, uno dei capolinea metropolitani di Caracas i venditori ambulanti stazionano lungo la strada e nel piazzale antistante. Quattro cani giovani dormicchiano vicino alla biglietteria, al riparo dalla pioggia. I passeggeri sopra i 55 anni passano per la porta grande: nessuno qui paga i trasporti oltre quella soglia di età, e riceve una pensione corrispondente al salario minimo, anche se non ha maturato i contributi. Una donna si china a raccogliere un volantino elettorale, si guarda intorno e scuote la testa. Vi compare l’immagine di Elias Jaua, proposto dal Partito socialista unito del Venezuela (Psuv) come candidato governatore per lo stato di Miranda, in cui si trova la zona: il volto è per metà il suo, per l’altra metà quello di Fidel Castro. Dice: «Comunismo per Miranda, Elias Jaua Governatore». Sul retro, la foto dell’interno di un aereo in cui Jaua compare con Fidel e Raul Castro. La parola «comunismo» è cancellata. Sotto, una scritta: «Solo tu puoi fermarlo, vota il 16-D».
Nato il 17 dicembre del ’69, Elias Jaua è un marxista preparato, che proviene dai movimenti studenteschi, faceva parte di Bandera Roja, ha seguito Chavez fin dall’insorgenza del 4 Febbraio e ha fondato il ministero dell’Economia popolare. È molto popolare. Un sondaggio di Datanalisis ha chiesto agli intervistati chi avrebbero votato se il Psuv se non avesse candidato Chavez: Elias Jaua risultò il più gradito con il 28%, seguito da Diosdado Cabello, presidente dell’Assemblea e vicepresidente del Psuv e poi da Nicolas Maduro, attuale vicepresidente, considerato da Chavez il più adatto a governare il paese in caso di sua inabilità. Avere il gradimento popolare non significa, però, essere in grado di governare questo paese complesso, un prisma dai colori magmatici a cui ora manca la luce principale. Preparato e sobrio, Maduro, 50 anni, è di estrazione operaia e sindacale, era un ex autista di autobus a Caracas ed è stato un apprezzato ministro degli esteri. Un civile, però, difficilmente può essere accettato con lo stesso livello di gradimento dalle Forze Armate, uno degli assi importanti che sostiene il proceso bolivariano. Un settore da cui provengono elementi di forte nazionalismo progressista, che hanno incrociato e sostenuto le guerriglie degli anni 60-70: in lotta contro il patto consociativo tra centrodestra e centrosinistra (Copei e Ad) che li escludeva dall’agone politico al pari del Partito comunista. Diosdado Cabello proviene dalle loro fila, e sa di più come trattare la materia. Mercoledì sera, quando si era sparsa la voce della morte di Chavez, ha scelto la commemorazione di una messa nell’Università militare bolivariana per smentire la notizia. Alla presenza di Maduro e dell’ex ministro della Difesa, Diego Molero Bellavia, Cabello ha chiesto alle Forze Armate di mantenere l’unità, secondo il mandato del presidente, e ha invitato i militari a vigilare, e a non lasciarsi ingannare dalla "guerra mediatica". I militari sono chiamati a vigilare i seggi e a custodire il materiale elettorale, dispiegati secondo il Plan Repubblica.
Quello di Miranda è uno stato complicato, dove persistono grandi differenze sociali e che in quattro anni è balzato dal nono al secondo posto per numero di delitti. L’opposizione lo ha governato dal 2008, scalzando Diosdado Cabello. Quelle elezioni si svolsero in un clima di riflusso per il chavismo, reduce dalla sconfitta del 2007: quella della Riforma costituzionale, che non passò seppur per pochissimi punti e che prevedeva una decisa accelerata in senso socialista. Allora si stava creando il Psuv, una idea che provocò diverse scissioni. «In quella tappa – ha dichiarato Jaua in un’intervista al Correo del Orinoco – ci eravamo troppo ideologizzati, e finimmo per perdere un po’ di quella che è la ricchezza del chavismo: la sua connessione affettiva con il popolo, il rispetto nella pluralità di un movimento che è diverso, ribelle, combattivo. Si commise l’errore di pensare che questo si potesse convertire in una chiesa e si provocarono importanti conseguenze, specialmente negli stati come Miranda, in cui la differenza di pensiero politico è grande».
Il governatore di Miranda è Enrique Capriles Radonski, che ha perso le elezioni presidenziali del 7 ottobre (quasi settemila voti in meno di quelli ottenuti da Chavez) come rappresentante della Mesa de unidad democratica (Mud). Ora si propone di nuovo, nonostante alcune defezioni nel suo campo, mentre aumentano le proteste di funzionari, vigili del fuoco e polizia a cui non paga da mesi lo stipendio, e di quella parte di popolazione che lo accusa di inefficienza. Il suo principale slogan è sempre lo stesso delle presidenziali: «Vota in basso e a sinistra». Un depistaggio non proprio convincente, vista la composizione della Mud (dai più cauti Ad e Copei, alle fasce dell’estrema destra più accese, a una micro scissione di Bandera Roja) e la propaganda tutta basata sul «pericolo del comunismo».
A Miranda si giocano interessi forti e di portata nazionale. Vi si trovano molte delle più importanti imprese del paese, multinazionali e finanziarie. Ne esistono anche molte di medie e piccole dimensioni, attive nelle zone industriali come Guarenas-Guatire, Valles del Tuy, Altos Mirandino, e Barlovento, legate al settore del turismo. Molte di queste hanno aperto un dialogo con Jaua, che l’opposizione considera «grande espropriatore della regione e fautore delle Comuni». Al primo punto del suo programma, c’è quello di promuovere la partecipazione e il protagonismo delle Organizzazioni del potere popolare, al secondo quello di promuovere imprese miste con la piccola e media industria. E così, alcuni sondaggi danno qualche punto di vantaggio al candidato chavista, altri prevedono un testa a testa dagli esiti incerti.
Il 10 dicembre, Jaua ha inaugurato una nuova teleferica, che collega il centro alle colline che circondano la capitale, dove si trovano i quartieri più poveri. Un progetto totalmente basato sulle energie solari e alternative. Da Palo Verde, una fila di persone aspetta da allora il Metrobus. A Caracas, le file per i trasporti sono sempre ordinate. Nel metro, tutti si incolonnano nei passaggi disegnati senza ingombrare: «Prima arrivavo a casa tardi la sera – dice un lavoratore – ora impiego in tutto 17 minuti. Non può immaginare cosa significhi». Una ragazza trafelata con pacchi e bambino annuisce. Una signora elegante, che abita in zona, brontola invece salendo sul taxi: «Adesso ingombreranno anche il posteggio».
Gli stati Carabobo, Miranda e Zulia, governati come lo stato Lara dall’opposizione, sono quelli con maggior numero di elettori. Secondo il Registro elettorale (Re) per le elezioni presidenziali del 7 ottobre scorso, nei primi tre ci sono stati 5 milioni e 801 mila 426 elettori, ossia il 30% degli aventi diritto. Il Zulia è in testa alla lista, con 2 milioni 334 mila e 529 elettori. Ovvero il 12,47%. Miranda è al secondo posto con un milione 950 mila e 657 elettori, pari al 10,40% Al terzo, Carabobo con un milione e 516 mila 240, l’8,01%. Lo stato Lara occupa il quarto posto con un milione e 197 mila e 690 elettori. Un totale di 6 milioni 999 mila e 116 elettori, ossia il 36% di tutti quelli che conta il paese. Una percentuale che si alza per queste regionali, dato che dei 18 milioni 903 mila e 143 venezuelani abilitati a votare per le presidenziali di ottobre (compresi 100 mila e 495 residenti all’estero), saranno abilitati alle regionali solo 17 milioni 421 mila e 923. Non voteranno, infatti, i residenti all’estero né quelli che abitano nel municipio Libertador. Un municipio che si trova nel Distretto Capitale, è il più esteso e popolato dei cinque in cui si divide l’area metropolitana di Caracas ed è l’unico che non appartiene allo stato di Miranda. L’opposizione governa anche nel Táchira e nella Nueva Esparta (oltreché nel Distrito Capital), dove il chavismo spera di approfittare dell’onda favorevole delle elezioni presidenziali (quando Chavez ha vinto in 22 stati) per recuperare.
Conquistare gli stati con maggior numero di votanti è importante anche per vincere una eventuale riforma della Costituzione, prevista nella prospettiva di uno Stato comunale: prossima tappa ipotizzata dal proceso bolivariano e avversata dall’opposizione. Un percorso che consentirebbe di consolidare la «democrazia partecipativa e protagonista» e che prevede la gestione delle risorse per canali diretti e condivisi da parte delle comunità organizzate in consigli comunali. Nei consigli comunali – oggi un mix popolare di slanci e stanchezze – si organizza una parte fondamentale del blocco sociale che sostiene il proceso, pronto a criticare "dal basso" (e vivacemente) burocratismi e battute di arresto. Strutture orizzontali assembleari che evidenziano la mobilissima struttura a rete che sta alla base di questo laboratorio politico: media comunitari, collettivi studenteschi, consigli operai, motociclisti organizzati, artisti di strada, gay, femministe radicali…
Fra i più accesi "sostenitori-critici" c’è Roland Denis, ex viceministro della Pianificazione e Finanze nel 2003, proveniente dalle reti di resistenza alternative di Nuestra America Rebelde. «In questa fase – dice al manifesto – in Venezuela esistono tre repubbliche, tre grandi progetti in conflitto. C’è la repubblica liberale oligarchica, il progetto classico neoliberista oligarchico, quello della destra della vecchia borghesia venezuelana; ce n’è uno corporativo, burocratico, che ha i suoi appoggi nell’amministrazione dell’impresa petrolifera di stato Pdvsa. Organizza, controlla, disciplina e finanzia un corpo immenso, industriale sociale culturale. L’impresa si espande sulla società in un modello corporativo burocratico che ingloba molte fabbriche, attiva corporazioni minori che assumono il controllo della rivoluzione reale e ne paralizzano lo sviluppo a partire dalla gestione della rendita petrolifera. E c’è una repubblica autogovernante, che si alimenta dei discorsi avanzati di Chavez e si scontra con le altre due». Su questi temi Denis – figlio ribelle di una grande famiglia – ha scritto un paio di libri, in cui sostiene che «la formazione del Psuv è stata un errore, perché ha preteso ingabbiare un socialismo libertario di cui è impregnato il proceso e che continua a esserne il motore».
La partecipazione popolare trova un rinnovato spazio nelle proposte del nuovo Piano di sviluppo socialista 2013-2019, la cui bozza è stata presentata dal governo. Fino al 10 dicembre i cittadini hanno potuto trasmettere le loro proposte, online o in apposite cassette disseminate in tutto il paese. Il ministero della Pianificazione e sviluppo, diretto da Jorge Giordani, le sta ora visionando per includerle nel programma definitivo di governo che il presidente Chavez dovrebbe presentare il 10 gennaio, quando assumerà (forse) le funzioni.
Nello stato di Aragua, tradizionalmente chavista, la partita sembra invece doversi giocare tutta a sinistra. Il governatore uscente non piace alla base, che abbiamo vista in piazza durante i comizi del candidato Tareck El Aissami. Una giovane sindacalista di Maracay, leader del sindacato dei lavoratori dell’economia informale, oggi attivissima nella campagna elettorale e nel Frente Amplio revolucionario Bravo Pueblo, ci ha raccontato di aver subito un anno di carcere senza processo per la sua vivace attività sindacale che metteva in causa il potere del governatore. A Maracay, l’economia informale trova spazio in un grande mercato coperto e in molte aree circostanti e i lavoratori hanno accolto con calore il nuovo candidato. Ex ministro degli esteri, simpatico e diretto, El Aissami ha dato buona prova di sé su un tema caldo come quello dell’insicurezza: non con la repressione, ma puntando sull’educazione delle forze di polizia, che sono parte del problema e non della sua soluzione, come dimostrano le statistiche. Ha puntato sull’Università sperimentale della polizia (Unes) e sullo sviluppo dei collettivi di Controloria sociale, che monitorano il funzionamento delle forze dell’ordine nelle strade e possono sporgere denunce in quanto «autorità popolare».
Un altro stato che evidenzia le contraddizioni del chavismo è quello di Bolivar, il più esteso di tutti, a forte componente operaia. Qui il Partito comunista, che non si è sciolto nel Psuv ma ha mantenuto le sue strutture, non appoggia il candidato chavista, ma corre da solo: «Non possiamo continuare a turarci il naso – dice una militante Pcv che vive vendendo torte – quello è un corrotto inaffidabile, se una rivoluzione si definisce tale, dev’essere conseguente».

 

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