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Da Caracas alle periferie italiane, la musica che salva i bambini
- Inserito il 15 novembre 2010 alle 12:46:00 da redazione-IT. IT - CULTURA
Indirizzo sito : Unita


di Stefano Miliani

Nella nostra Italia in frantumi, Rossini un giorno dovrà ringraziare il Venezuela. Tra i palazzi che fanno letteralmente acqua nel quartiere periferico delle Piagge a Firenze, nel quartiere Sanità di Napoli dove la camorra fa suonare le pistole, nel multietnico San Salvario a Torino, sta per plasmarsi un sogno a forma di oboi e violini suonati da bambini, bambine, ragazze e ragazzi. Nel paese latinoamericano, dove la povertà impazza nonostante il petrolio, dove la criminalità dilaga e le baracche fatiscenti punteggiano le colline di Caracas, dal 1975 esiste il «sistema Abreu»: è il programma inventato dal «maestro» Abreu che ha permesso a 2 milioni di ragazzi e ragazze di apprendere la musica, di suonare in un'orchestra per acquisire fiducia in se stessi, per trovare un'altra via al degrado, alla povertà economica e culturale, e divertendosi. Il «sistema» oggi impegna 400mila ragazzi in 250 orchestre giovanili e 150 infantili.


Quell'utopia diventata realtà ora la importiamo nella terra di Monteverdi, Puccini e De André. Dietro la spinta di Claudio Abbado, la Scuola di musica di Fiesole e Federculture ieri hanno tenuto a battesimo qualcosa di unico, audace, perfino da scavezzacollo: tra i cipressi delle colline fiesolane l'istituto musicale e l'associazione hanno organizzato un confronto internazionale quale preludio alla onlus detta «Comitato sistema nazionale delle orchestre e dei cori infantili e giovanili». Il nome un po' farraginoso non faccia pensare a strutture elefantiache o succhiasoldi. L'obiettivo è altro.

La meta è creare «nuclei didattici» nelle cento città e cittadine per rendere la musica accessibile a tutti, per insegnarla a cuccioli d'uomo e donna tra i 4 e i 14 anni. Attenzione però: non si vuole creare ulteriori fabbriche di aspiranti professionisti né tanto meno illusioni televisive stile Talent Show. Si vuole insegnare la musica per imparare a stare insieme, perché – come ama ripetere Riccardo Muti – suonando in gruppo si apprende ad ascoltare gli altri, se stessi e quella convivenza oggi così compromessa. Il «sistema» italiano vede due piloti principali: il presidente di Federculture Roberto Grossi e il direttore artistico della Scuola fiesolana nonché affermato pianista Andrea Lucchesini.

Grossi introduce: «Valorizzeremo le esperienze già vive nella società e ne incoraggeremo di nuove seguendo criteri unitari oltre la logica dei 100 campanili. Non prepareremo musicisti professionisti - avvisa - non faremo concorrenza ai Conservatori, non saremo una sovrastruttura pesante». «Partiamo sì da zone disagiate, vogliamo dare a chi non ha prospettive, ma per coinvolgere tutti senza esclusioni, compresi i genitori – chiosa Lucchesini – E le lezioni saranno gratuite». Lezioni senza solfeggio, all’inizio, per cantare e suonare subito. Il «sistema» avrà «nuclei» didattici con docenti-musicisti preparati sia a insegnare sia ai rapporti umani anche in situazioni sociali emarginate. Requisiti: metodi e organizzazione condivisi più l’entusiasmo.

Ma l’entusiasmo non paga l’affitto di stanze né i flauti. I soldi? Grossi risponde che, diventati Fondazione, chiederanno sostegno ai ministeri dell’istruzione, delle politiche giovanili e dei beni culturali (auguri), che presenteranno progetti all’Ue, che saranno essenziali le Regioni, i privati e, dando luoghi, strutture, attrezzature, gli enti locali. Grossi confida anche in un disegno di legge bi-partisan con Buttiglione primo firmatario ora in commissione cultura alla Camera (ci permettiamo un certo scetticismo sull’esito concreto), però c’è già chi si muove. Valga citare la Cgil: aderisce quella nazionale e in Toscana offrirà le sue 262 sedi. Piccole viole e cantanti tra le tute blu e i precari.

14 novembre 2010

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