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Sinistra, Sindacato e Immigrazione in Svizzera
- Inserito il 18 giugno 2014 alle 14:16:57 da Guglielmo Bozzolini.

Bozzolini Guglielmo

di Guglielmo Bozzolini
[1] (Zurigo)
Il primo semestre del 2014 ha visto prima, il 9 febbraio, la vittoria della destra conservatrice con l’approvazione “dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa” e poi, il 18 maggio, la sconfitta sindacale con la durissima bocciatura dell’introduzione dei salari minimi. È quindi il momento per fare un bilancio sullo scenario che si apre dopo le due votazioni popolari, per la sinistra in generale e per il sindacato in particolare, in merito alla politica d’immigrazione.

Come in tutte le votazioni su questo tema la campagna che ha preceduto il voto di febbraio è stata caratterizzata dalla tendenza degli elettori e delle elettrici a non esprimere apertamente la propria posizione. Solo a posteriori, confrontando i commenti e le reazioni del Consiglio Federale, della stampa, dei partiti e del mondo dell’economia con i dati forniti dall’analisi del voto VOX è possibile quindi avere il quadro chiaro della situazione e delle difficoltà con cui la sinistra e il movimento sindacale si muovono. Le reazioni si sono concentrate eminentemente sull’aspetto delle relazioni con l’Unione Europea, sul futuro degli accordi bilaterali e, subito dopo, sulla possibilità di conciliare l’approvazione della nuova norma costituzionale con l’accordo di libera circolazione, cercando da un lato di trovare il modo di convincere l’UE a un compromesso, dall’altro la strategia per arrivare a ritornare al voto popolare nei prossimi due anni, per ribaltare il risultato.

Leggendo la stampa nelle settimane successive al voto o ascoltando i telegiornali si sarebbe quindi avuta l’impressione che si trattasse di una votazione sulle relazioni tra Svizzera e Europa e che il risultato costituisca una novità, un’inversione di rotta rispetto alla ripetuta approvazione degli accordi bilaterali negli ultimi dieci anni. Inversione di rotta i cui motivi vengono individuati nelle presunte conseguenze della libera circolazione della manodopera (crescente concorrenza sul mercato del lavoro, dumping salariale nelle regioni di frontiera, forte aumento degli affitti, poco spazio sui mezzi pubblici, ecc.), nel rifiuto di una politica economica centrata totalmente sullo sviluppo quantitativo, sullo stress e sul consumo del territorio e su una critica al modo autoritario e non democratico con cui l’UE si evolve, in linea con l’ondata di euroscetticismo tra i cittadini della stessa Unione culminata con il voto del 25 maggio.

Nella realtà l’iniziativa popolare, a partire dal suo stesso titolo, proponeva una votazione sulla politica svizzera in tema d’immigrazione nel senso più ampio possibile del termine: comunitaria, extracomunitaria e d’asilo. E il risultato è stato perfettamente in linea con quello di tutte le votazioni in tema d’immigrazione dall’inizio del nuovo secolo. Dalla bocciatura delle naturalizzazioni agevolate per le seconde e terze generazioni fino alla proibizione del burka in Canton Ticino, passando per il referendum perso contro le leggi più restrittive sugli stranieri e l’asilo, per l’approvazione delle iniziative sulle espulsioni (Ausschaffungsinitiative) e per la proibizione della costruzione dei minareti, la maggioranza degli elettori e delle elettrici negli ultimi quindici anni ha sempre espresso il proprio consenso per le posizioni della destra populista. Non inquadrare quanto successo il nove febbraio in questo contesto, permette di continuare a far finta di non vedere come la “Fremdenfeindlichkeit” (l’avversione allo straniero) e la xenofobia siano diventati un problema non solo esplosivo ma quasi “costitutivo” della coesione sociale di questo paese, non permette insomma di cogliere la portata e la complessità di questo voto.

L’analisi della distribuzione regionale dei risultati evidenzia come il consenso raccolto dall’iniziativa oltre ad essere differenziato per area linguistica e culturale, sia inversamente proporzionale alla presenza degli immigrati nelle varie città e comuni, maggioritario nelle realtà rurali e invece fortemente minoritario nei contesti urbani, slegato dal tasso di disoccupazione nelle varie regioni e del tutto avulso dai problemi nel mercato del lavoro e in quello degli alloggi, che sarebbero causati dai flussi migratori. Non si spiegherebbero altrimenti i NO raccolti nelle aree di Zurigo, Basilea e soprattutto Ginevra.

L’analisi VOX[2] e i sondaggi effettuati nell’arco degli ultimi anni, dimostrano come il consenso verso alcuni elementi chiave dell’iniziativa, come il principio della priorità ai cittadini e alle cittadine svizzeri/e nell’accesso al lavoro o l’assunzione che in Svizzera ci siano troppi stranieri, sia costante da anni e molto più alto (circa il 65%) dei voti favorevoli raccolti nelle urne (50.3%). La differenza in negativo sarebbe spiegata dalla paura di molti elettori ed elettrici di mettere in pericolo, votando SI, gli accordi bilaterali con l’Unione Europea, considerati importanti per l’economia.

Le relazioni con l’Europa sarebbero quindi un fattore non di aumento ma di riduzione del consenso per l’iniziativa, altrimenti molto più alto.

Ulteriori elementi di riflessione sono dati dalla partecipazione al voto, che fa dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa la più importante votazione popolare degli ultimi vent’anni e una delle cinque più importanti all’introduzione del voto femminile, e dal ridotto scarto tra si e no (poco più di ventimila voti, pari allo 0.6%). La partecipazione al voto ha confermato quindi come il tema dell’immigrazione sia la questione centrale della politica elvetica, quella con cui si identificano le persone e su cui si definisce lo spartiacque tra destra e sinistra, tra conservatori e progressisti. Lo scarso scarto finale dimostra invece come una diversa campagna del fronte del NO avrebbe potuto cambiare di segno il risultato.

Di fronte a questa doppia constatazione emerge il disorientamento della sinistra ed in particolare del movimento sindacale, il cui scarso impegno nella campagna che ha preceduto il voto, con forti conseguenze (dato il ridotto margine di scarto) sull’esito dello stesso, può essere ricondotto al doppio errore di aver a) sottovalutato l’importanza del tema e b) pensato che la campagna l’avrebbero comunque condotta e vinta le imprese e le lobby padronali.

A) Sottovalutare l’importanza di un tema che è invece centrale per la vita politica elvetica e per l’identità delle stesse organizzazioni politiche e sociali, è comunque gravissimo per il sindacato, la cui maggioranza degli iscritti sono migranti. È il segno della mancanza del polso di ciò che avviene nella società, della difficoltà di leggere i fenomeni che la attraversano e la formano, di capire come si sia riarticolata negli ultimi decenni e di cogliere quindi quale particolare forma abbia preso in Svizzera quella che il sociologo italiano Luca Ricolfi[3], utilizzando una terminologia cara all’economista Claudio Napoleoni, definisce “società signorile”. Una società in cui a fronte di un’élite di “principi” dell’economia globalizzata e di un ceto medio numericamente maggioritario che vive in un benessere crescente, o comunque molto meno colpito dalla crisi di quanto sia avvenuto in altri paesi europei, ci sia tra il 20% e il 30% della popolazione che svolge i lavori subordinati più duri e meno gratificanti, che assume quindi una funzione “di servitù” alla vita altrui[4]. È l’altra faccia della 24-Stundengesellschaft, della continua crescita della domanda di servizi e dell’invecchiamento della popolazione. È il ruolo sociale riservato agli immigrati ed in particolare alle immigrate, per i quali l’esclusione dalla sfera dei diritti politici e la “precarizzazione” della residenza, sono circostanziali alla subordinazione sociale ed economica. Subordinazione che l’analisi VOX dimostra essere un valore largamente condiviso tra la popolazione elvetica, su cui si ricostruisce il patto tra élite e ceto medio. Tutte le politiche attuate in tema d’immigrazione, comprese buona parte di quelle che corrono sotto il nome di “integrazione”, costituiscono una “mega macchina sociale”[5] per corrispondere a questa aspettativa. La stessa funzione di “riproduzione dei rapporti sociali” per cui è strutturato il sistema formativo[6]. La Fremdenfeindlichkeit che produce il voto di febbraio, non è quindi razzismo nel senso classico del termine, è difesa del proprio status attraverso l’esclusione e la riduzione della mobilità sociale degli altri (gli immigrati, gli stranieri, i nuovi arrivati), in assenza di qualsiasi meccanismo di solidarietà. Solo partendo da questa constatazione si può capire cosa è successo il 18 maggio con la durissima sconfitta dell’iniziativa sui salari minimi.

La libera circolazione delle persone è l’unico elemento che fa saltare questo schema. Ponendo sullo stesso piano lavoratori e lavoratrici autoctoni e stranieri non costituisce un progetto neoliberale per aumentarne lo sfruttamento mettendoli in concorrenza (come si sente dire da troppi sindacalisti), ma uno strumento giuridico con cui superare la subordinazione coatta del lavoro migrante. È fattore di uguaglianza[7] e di emancipazione!

B) Delegare alle organizzazioni padronali una campagna profondamente “culturale e identitaria”, nella quale si sono confrontate idee, valori e modi diversi di affrontare la complessità di una società multiculturale e i processi di globalizzazione ha depotenziato pesantemente la posizione contraria all’iniziativa e ha contribuito invece a “giustificare” di riflesso l’avversione alla libera circolazione delle persone. È stata inoltre sopravvalutata l’importanza della stessa libera circolazione delle persone per il mondo imprenditoriale e quindi l’impegno che questo avrebbe profuso nella raccolta del consenso.

Al contrario i mesi successivi al voto hanno messo in evidenza come si stia rapidamente individuando il punto di mediazione tra interessi dell’economia e sentimento antistranieri della popolazione. Richard Sennet nel suo bellissimo saggio sul ghetto di Venezia[8] spiega come questi nasca dall’esigenza di mediare tra l’avversione per motivi religiosi della popolazione verso gli ebrei e le esigenze dell’economia cittadina per la quale essi svolgevano servizi fondamentali. È stato quindi il prodotto della soluzione del conflitto tra religione ed economia attraverso la strategia compromissoria della “segregazione per evitarne l’espulsione”. Analogamente nella Svizzera del XXI secolo la mediazione tra economia e politica si sta costruendo attorno alla precarizzazione dell’immigrazione: forte riduzione (se non scomparsa con le proposte contenute nell’iniziativa Ecopop) dell’immigrazione stabile, illimitato allargamento del lavoro frontaliero e dei permessi di breve durata. Non aver colto anticipatamente questo possibile scenario e essersi attardati ad evidenziare, fino a poche settimane prima del voto, i problemi della libera circolazione legati al dumping prodotto dalla concorrenza di imprese straniere, ecc., è stato un errore imperdonabile. La conseguenza della trasformazione di tutti i flussi d’ingresso in permessi temporanei sarebbe nel medio periodo[9] devastante:

  • I nuovi permessi temporanei ripresenterebbero, infatti, tutti i problemi del vecchio disumano statuto dello stagionale (dall’impossibilità di vivere con la propria famiglia, all’impossibilità di cambiare domicilio e datore di lavoro, ecc.), ma non prevedrebbe nessuna possibilità di conversione in un permesso stabile. Perderebbe cioè la forma di “contratto d’ingresso”, che lo aveva caratterizzato a partire dall’introduzione, nel 1964 per i lavoratori italiani e nel 1976 per tutti gli altri, della convertibilità in un permesso stabile. Sarebbe quindi la precarietà a vita!

  • La precarietà delle condizioni di residenza produce automaticamente lavoro precario. Dato il modo con cui si è evoluta l’economia elvetica, i premessi di durata limitata sarebbero introdotti in tutti i settori e non limitati a quelli per loro natura “stagionali”. Questo sarebbe possibile solo attraverso l’appalto a terzi del reclutamento e anche dell’assunzione di buona parte dei lavoratori e delle lavoratrici migranti. Ci sarebbe quindi l’esplosione dell’outsourcing e del lavoro interinale, con la conseguente precarizzazione di intere branche economiche ed in particolare dei servizi[10].

  • I lavoratori e le lavoratrici precari, ma soprattutto quelli migranti per i quali anche la vita privata è legata al rinnovo del contratto di lavoro, sono per loro natura ricattabili e costretti ad accettare qualsiasi condizione[11]. Tutto ciò supererebbe qualsiasi effetto dumping osservato dopo l’introduzione della libera circolazione delle persone e delle imprese.

  • L’esplosione dell’immigrazione temporanea comporterebbe l’inutilità di qualsiasi politica d’integrazione, riproponendo lo scenario di comunità separate che convivono sullo stesso territorio, senza incontrarsi e comunicare, che Amartya Senn definisce “monoculturalismo plurale”[12]. Sarebbe la fine del processo di costruzione di una moderna società multiculturale.


 

Il doppio errore del sindacato emerge quindi in tutta la sua grandezza solo dopo la clamorosa sconfitta dell’iniziativa per l’introduzione di salari minimi del 18 maggio scorso. Sconfitta che è figlia dello stesso scenario, cioè dell’egemonia dell’idea che le condizioni di lavoro si difendano non allargando e rafforzando la sfera dei diritti, ma escludendone qualcuno: il trionfo dell’esclusione contro l’inclusione e la spaccatura profonda del mondo del lavoro.

È il frutto della sedimentazione profonda nella cultura di massa avvenuta nel corso degli ultimi vent’anni delle idee dell’UDC e di Christoph Blocher, che trovano la sintesi tra liberismo economico e economia globalizzata da una parte e nazionalismo e localismo dall’altra, nell’esaltazione populista ed escludente della “comunità”[13] elvetica e della sua specificità storica e culturale. Idee che si sono radicate anche ben aldilà dei confini elettorali della destra[14] e che certo non sono state “combattute” dalla strategia seguita dalla sinistra nelle trattative sugli accordi di libera circolazione. (ad es. sull’allargamento alla Croazia). Strategia incentrata sul continuare a giocare con le autorità federali la carta del “Si, ma…” per ottenere il miglioramento delle misure di accompagnamento contro il dumping, ovvero la ripetuta minaccia di votare contro se i miglioramenti non fossero stati “concessi”. Con la tripla conseguenza che ormai l’idea che la libera circolazione delle persone produca problemi nel mercato del lavoro si è sedimentata anche in fasce della popolazione non direttamente coinvolte, la campagna contro il dumping salariale assume aspetti di vera e propria caccia alle streghe verso le imprese e i lavoratori provenienti dall’estero e il sindacato viene vissuto sempre più come un problema dai lavoratori e dalla lavoratrici irregolari, i “sans papier”.

La doppia sconfitta del 9 febbraio e del 18 maggio (ormai è chiaro che la prima è la madre della seconda) non è quindi la conseguenza di momentanei errori tattici. È il frutto di lungo periodo del fatto che una parte del gruppo dirigente del movimento sindacale elvetico, a partire dalla sua organizzazione più grande, Unia, continua a ragionare con categorie ideologiche astratte dalla realtà concreta così come si è consolidata[15] negli anni, attribuisce ancora la priorità assoluta al salario[16] rispetto ad altri diritti (ad es. quello della sicurezza della residenza) e continua a coltivare l’idea che il lavoro e il reddito dei residenti si difendano innanzitutto limitando la concorrenza sul mercato del lavoro, cioè l’accesso dei migranti. È il consolidarsi di una cultura corporativa, in cui i diritti degli uni si difendono riducendo i diritti degli altri, con la conseguente spaccatura tra chi è dentro e chi è fuori, tra gli inclusi e gli esclusi dal paradiso svizzero, in cui l’uno percepisce l’altro come pericolo per il proprio reddito e per la propria carriera. Sono posizioni che il nuovo gruppo dirigente, in cui negli ultimi anni hanno trovato ampio spazio le seconde generazioni, deve rapidamente buttarsi alle spalle se vuole stare da protagonista nel movimento che si è aperto dopo l’esito disastroso del voto, che ha avuto il suo primo appuntamento il primo marzo con 12'000 persone che si sono ritrovate in Piazza Federale per manifestare per una Svizzera aperta e solidale e che deve affrontare la prossima sfida dell’iniziativa ECOPOP.

È un’impostazione che d’altronde si ripercuote nelle comunità migranti più consolidate, che in alcune loro parti sono esposte alla concorrenza “sostitutiva” dei nuovi flussi migratori (spesso con un livello formativo più elevato, ecc.[17]) e nello stesso tempo assimilate alla cultura politica dominante e quindi al discorso falsamente rassicurante (non tocchiamo i diritti di chi è già qui, ecc.) propagandato dall’UDC. Non si spiega altrimenti il comportamento della comunità italiana. Con più di trecentomila doppi cittadini e con una lunga storia alle spalle, avrebbe potuto esercitare un ruolo decisivo nel contrastare la destra populista, invece ha latitato pensando di non essere direttamente coinvolta. Tutto questo mentre dall’Italia tornano a emigrare in Svizzera decine di migliaia di persone ogni anno e sono gli italiani e le italiane ad essere la comunità in più forte espansione e nello stesso tempo quella oggetto delle polemiche sul dumping salariale legato al lavoro transfrontaliero. Un problema su cui è necessario riflettere senza polemica, ma non senza domandarsi se l’attuale sistema di organizzarsi della comunità non la renda presbite, attenta a quanto si discuta a Roma ma incapace di vedere ciò che accade al suo fianco, e incapace di includere, rappresentare e tutelare le nuove migrazioni.

La partita però non si è chiusa, anzi con le votazioni del primo semestre di quest’anno si è semplicemente aperta. Il futuro si giocherà in tre tempi: 1) sconfiggere l’iniziativa ECOPOP, 2) rimettere in campo un movimento sociale per i diritti dei migranti per puntare a ridefinire i rapporti di forza nel lungo periodo e influire sulle politiche federali e cantonali e 3) costruire le condizioni per tornare a votare sui rapporti con l’Europa e sulla libera circolazione della manodopera. Le modalità con cui si sono svolte le due ultime votazioni popolari evidenziano che il confronto sarà tra due idee di società: da un lato il populismo come sintesi tra liberismo economico e chiusura comunitaria, dall’altro l’idea di un paese “aperto e solidale[18]” cioè integrato nella comunità internazionale e in cui la garanzia delle condizioni di vita e di lavoro delle persone sia legata all’espansione della sfera dei diritti (il diritto al lavoro, ad una vita degna, a sottrarsi alla guerra o alla fame e alla miseria, alla realizzazione della propria persona, ad opportunità di crescita umana e professionale, a vivere con la propria famiglia, alla protezione sociale) indipendentemente dal loro passaporto e non alla chiusura delle frontiere. In questo quadro è necessario quindi (ri)mettere in campo una critica progressista e solidale dei processi di globalizzazione e del modello economico, alternativa al populismo nazionale delle destre e allo “sviluppismo” neoliberista[19], riflettere criticamente sulle forme della democrazia diretta e avere idee concrete e coerenti sulla politica di immigrazione e una strategia per costruirvi attorno il consenso.

La “democrazia diretta” costituisce un valore largamente condiviso nella popolazione elvetica e viene spesso considerato, anche a sinistra, come l’unica forma di vera democrazia o comunque la migliore forma di partecipazione delle persone ai processi decisionali. Nella realtà le votazioni popolari degli ultimi anni hanno messo in evidenza come lo strumento si sia spesso trasformato in una forma di ulteriore discriminazione degli esclusi e come quindi vadano introdotte regole fondamentali non modificabili e debba essere sviluppata una forma di tutela delle minoranze non territoriali (tra cui i migranti). Il voto sull’introduzione del salario minimo è una dimostrazione plastica dell’inadeguatezza dell’iniziativa popolare per tutelare i diritti di una minoranza di persone escluse dal diritto di voto. Per la tutela dei diritti dei migranti la democrazia diretta non è inutilizzabile.

Per il sindacato e per la sinistra in generale significa ripensare criticamente le proprie pratiche e le proprie abitudini. Oltre ai contratti collettivi e alle iniziative popolari, l’armamentario si deve arricchire della “contrattazione sociale” con le istituzioni, supportata da forme articolate di mobilitazione diretta dei lavoratori e delle lavoratrici migranti, recuperando tutta l’ampiezza delle esperienze e delle tradizioni sindacali europee, a partire dal più classico degli strumenti: lo sciopero!

La definizione di un programma concreto, attorno a cui sia possibile costruire un’alleanza e raccogliere il consenso, non può non partire dalla constatazione che tutte le esperienze di tutti i paesi europei e degli USA dimostrano che l’immigrazione non si può fermare. Non la fermano 16’000 morti nel Mediterraneo[20], non la fermano il filo spinato, le guardie armate, la militarizzazione delle frontiere o il razzismo.

Tutti i tentativi di chiudere le frontiere e di «chiudere» o «regolare» i «flussi all’ingresso» hanno prodotto morte, immigrazione clandestina, economia illegale e lavoro nero.

Non sono fenomeni nuovi, ma non dobbiamo pensare che siano lontani nel tempo o distanti da noi. È lo scenario più volte descritto dalla letteratura e dalla cinematografia, basti pensare a “Il cammino della speranza” di Pietro Germi, del 1950, o a “Reise der Hoffnung” con cui Xavier Koller vinse l’Oscar nel 1990, e riproposto ogni giorno dalle immagini di Lampedusa e di Ceuta e Melilla. Ma è anche uno scenario europeo più vicino e concreto di quel che si pensi. Basti del resto pensare ai circa 200’000 Sans Papier che vivono e lavorano in Svizzera.

I movimenti migratori che storicamente sono dominati dall’incontro tra i bisogni dei paesi di partenza e quelli di arrivo (sovrappopolazione – colonizzazione; crisi e miseria – espansione fordista, ecc.), in questo momento (in Europa e nel Nord del mondo in generale) sono determinati unicamente dalle condizioni dei paesi di partenza ossia dall’impossibilità di realizzare nel proprio paese il diritto ad una vita dignitosa, dall’assenza di perspettive, dalla “libertà di dover partire[21]! L’unica soluzione per governare i fenomeni migratori è quindi sottrarli all’illegalità, è permettere che le persone si spostino legalmente e alla luce del sole. È la libera circolazione delle persone. Tutto il resto è destinato a fallire.

 

Siccome non è «un pranzo di gala» la libera circolazione deve essere regolata e accompagnata: regolata dal diritto del lavoro e accompagnata da misure di sostegno delle aree in difficoltà (aree cuscinetto e/o di arrivo, ad es. il Ticino) non limitate alla protezione dei salari. Alle fasce più deboli della popolazione deve essere sottratta la paura promuovendo il rafforzamento e l’espansione dei loro diritti (alla casa a prezzi accettabili, al lavoro, all’istruzione superiore e alla formazione permanente, ecc.), che in quanto tali sono universali.

Per essere in grado di assumere il ruolo a cui è destinato nella promozione di una inversione di rotta nella politica di immigrazione e nel processo di costruzione di una moderna società multiculturale, il sindacato deve compiere due passi:

  • Rompere con il discorso dominante per cui i/le migranti sono unicamente forza lavoro ed il fenomeno migratorio si valuta solo in termini di benessere prodotto per la popolazione autoctona. Un terreno di argomentazione che abbiamo accettato nella campagna sull’iniziativa, ma che è malato alla radice. Non è servito a vincere e lo dobbiamo al più presto superare se vogliamo promuovere una politica di diritti e di integrazione.La riduzione delle persone a forza lavoro e a valore economico è infatti un arretramento culturale per il movimento operaio, che produce nel tempo conseguenze disastrose.

  • Organizzarsi coerentemente e quindi, ad esempio, passare dal sindacato salarialista al sindacato dei diritti e completare il percorso organizzativo e culturale di trasformazione delle strutture di categoria in un sindacato interprofessionale[22].


 

Nel concludere questo breve testo, penso sia utile invitare il lettore e la lettrice a fare una rapida riflessione utilizzando il metodo che in matematica si chiama di “dimostrazione per assurdo”. Così facendo non si potrà non convenire che chi da sinistra nel XXI secolo, scavalcando sempre a sinistra l’interlocutore con un linguaggio forbito e slogan duri e puri, si oppone alla libera circolazione cade in tre paradossi:

I.            È come se nel 1800 di fronte ai problemi dell’inurbamento e della formazione del proletariato industriale ci si fosse opposti all’abolizione della servitù della gleba

II.            Non ci si può battere per la redistribuzione della ricchezza, senza accettare che questa sia redistribuita tra i paesi (e le regioni). Le migrazioni sono una forma di redistribuzione, in molti casi l’unica e di certo al momento la più consistente.

III.            Non si può rivendicare con nostalgia il ritorno ad un mitico passato splendente. Perché quel passato era tutt’altro che splendente e conteneva molta più sofferenza[23] di quanta sia rimasta in memoria e soprattutto perché la sinistra è per sua definizione innovazione e futuro[24]. Non c’è sinistra possibile con lo sguardo nello specchietto retrovisore. Se mi è consentita una citazione dalla storia della sinistra italiana, Luciano Lama nel suo discorso di addio alla CGIL, nel 1986, ha ben riassunto quest’attitudine “..non abbiate mai paura delle novità. Non rifiutate la realtà perché vi presenta incognite nuove e non corrisponde a schemi tradizionali magari profondamente radicati in voi. Sappiate che questi sono comodi magari ma sicuramente ingannevoli..”

 

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NOTE:

[1]Direttore della Fondazione ECAP e membro del Comitato Centrale di Unia. Dal 2008 al 2013, presidente della Commissione Migrazione dell’Unione Sindacale Svizzera

[2] L’analisi VOX viene svolta su incarico della Confederazione dopo ogni votazione popolare, dall’istituto di statistica GfS insieme alle Università di Berna e Ginevra

[3] Luca Ricolfi, „L’enigma della crescita“, pag. 159, Mondadori, 2014

[4]Dai muratori, il personale di pulizia, le cassiere dei supermercati aperti fino a tarda sera e le badanti, fino a buona parte del personale medico e paramedico degli ospedali.

[5] Il termine è ripreso, distorto ma adattato alle dimensioni elvetiche, da Luciano Gallino “Il capitalismo finanziario”, Einaudi, 2011

[6] Sul rapporto tra il sistema scolastico svizzero e l‘immigrazione è disponibile un’ampia produzione letteraria e scientifica, a partire da “Gli emigrati e la Scuola”, 1974, a cura dell’ECAP-CGIL

[7]Sull’importanza del concetto di uguaglianza nel pensiero di sinistra si veda Nadia Urbinati “Destra e sinistra ai tempi della xenofobia”, recensione del libro di Norberto Bobbio “Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica” apparsa sul quotidiano italiano La Stampa, il 4.09.2009

[8] Richard Sennet „The foreigner“, 2011

[9] Nell’arco di 10 anni, frutto del processo fisiologico di sostituzione della manodopera destinata ad aumentare per il pensionamento a partire dal 2015 della generazione dei baby boomer, riguarderebbe almeno 600'000 persone.

[10]Già ora 60% dei lavoratori interninali sono immigrati/e (fonte Temptraining). Per avere un esempio dei problemi prodotti in molti settori dall’esplosione del lavoro interinale si può osservare quanto avviene in molti settori (tra cui alcuni a forte radicamento sindacale, come l’edilizia) nel „laboratorio“ del Canton Ticino.

[11] Sul lavoro precario si veda Luciano Gallino „ Vite rinviate“, Editori Laterza e la Repubblica, 2014 e H. Seifert / B. Keller “Flexicurity: Ein europäisches Konzept und seine nationale Umsetzung“, 2008, Friedrich Ebert - Stiftung

[12] Amartya Senn „Identity and Violence. The Illusion of Destiny“, 2006. WW. Norton & Company

[13] Per alcune riflessioni critiche sul comunitarismo si veda Amarty Senn, op. cit.

[14]Tra gli esempi possibili della penetrazione del nazionalismo anche nelle file più impensate, c’è l’uso da parte del sindacato stesso dello slogan “Un paese forte. Salari giusti” (in lingua tedesca e francese, in italiano era rovesciato) e della bandiera nazionale negli ombrelli che sui manifesti simboleggiavano la funzione protettiva dei salari minimi. Entrambe le soluzioni, slogan e bandiera rosso-crociata, sono state criticate dai movimenti sociali attivi nel modo dell’immigrazione.

[15] Ad esempio in merito al ruolo del sindacato

[16] Ne è indice, ad es., l’uso intensivo della parola “salariati” anziché “lavoratori”

[17] Si veda l’analisi dei partecipanti ai propri corsi svolta dalla Fondazione ECAP tra l’ottobre 2012 e il settembre 2013

[18] Questo era lo slogan della manifestazione del 1 marzo in Piazza federale „per una Svizzera aperta e solidale

[19]Sulla “costrizione” alla crescita insita nel modello economico neoliberale si veda Luciano Gallino “Il capitalismo finanziario”, op. cit.

[20] Il dato esatto aggiornato al marzo 2013 è 16'175 ed è stato raccolto al Forum Sociale Mondiale di Tunisi 2013

[21]Leonardo Zanier “Liberi di… dover partire”, Effigie 2012, prima edizione “Libers di scugnî lâ”, 1964, più volte tradotto in tedesco, francese, inglese e arabo.

[22]Confederale, nel linguaggio dei sindacati sud-europei

[23]Sulla sofferenza connessa, ad esempio, allo statuto dello stagionale si veda Marina Frigerio “Verbotene Kinder”, Rotpunktverlag, 2014

[24]La Fondazione ECAP ha scelto nel 1996 le parole “innovazione solidarietà” come esplicative della sua identità di organizzazione della sinistra sociale. Nella sinistra italiana si è invece riaperto un ampio dibattito su questi temi dopo che nel febbraio 2014 il leader del PD Matteo Renzi, nell’introduzione ad una nuova edizione del libro di Norberto Bibbio, op. cit., ha teorizzato che le parole che caratterizzano la sinistra del XXI secolo debbano essere “innovazione e uguaglianza”.

 

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