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Il convegno di Colonia: Crisi europea e nuova emigrazione
- Inserito il 14 giugno 2014 alle 18:19:00 da Rodolfo Ricci.

Crisi europea e Nuova Emigrazione

Il convegno di Colonia sulla “nuova emigrazione”


Lo scorso 2 maggio, presso il centralissimo DOM Forum di Colonia, si è svolto un convegno sulla nuova emigrazione verso il nord Europa (Germania in particolare) organizzato dal Circolo Offene Welt – Mondo aperto, insieme e a FIEI, Filef e UIM di Colonia; l’iniziativa intendeva fornire un contributo di analisi della situazione e di proposta a livello di diritti e politiche sociali partendo dalla constatazione dei forti squilibri tra le economie europee, aggravate dalle politiche di austerità portate avanti in questi ultimi anni che, oltre a non risolvere i problemi, incentivano centinaia di migliaia di europei a lasciare i loro paesi alla ricerca di opportunità di lavoro nel nord Europa e anche oltre oceano. La nuova mobilità della forza lavoro europea indotta dalla crisi suscita inoltre timori e rifiuti nei paesi di arrivo, spesso strumentalizzati da forze antieuropeiste e xenofobe, come accaduto recentemente con il risultato del referendum in Svizzera e come si registra anche dall’aumento delle espulsioni di cittadini comunitari da paesi come il Belgio e dalla stessa Germania.

Alla presenza di circa 100 partecipanti, sono intervenuti il Dr. Wolfgang Uellenberg-van Dawen(della direzione del sindacato dei servizi Ver.di), Rodolfo Ricci della FIEI, Alberto Sera della UIM, Renzo Brizzi, giornalista e promotore del Mediaclub-Germania e.V; la giornalista di Radio Colonia, Luciana Mella, ha moderato i lavori che sono stati introdotti da Giuseppe Bartolotta, operatore UIM e componente del Circolo Offene Welt.

Gli interventi hanno concordemente sottolineato che i rapporti economici tra il cuore produttivo dell’EU e i paesi periferici sono la fonte di questo nuovo flusso migratorio che rischia di impoverire le aree di origine (paesi del sud Europa) di risorse umane qualificate, fondamentali per lo sviluppo e, allo stesso tempo, di creare situazioni di disagio nei paesi di arrivo, poichè non è affatto scontata la facilità di trovare un lavoro; accade anzi frequentemente che molti italiani arrivati nell’area di Colonia (talvolta con figli al seguito) debbano ricorrere all’ausilio di enti caritatevoli o chiedere sostegno alle reti associative presenti. Giuseppe Giurano, insegnante, ha fatto presente nel corso della discussione, che una situazione di difficoltà si registra anche nelle scuole, in particolare nelle elementari, dove verso l’inizio dell’estate degli ultimi anni arrivano numerosi bambini che ovviamente non conoscono il tedesco e che vanno aiutati in una complessa opera di inserimento e di integrazione.

Antonella Giurano, presidente del Circolo Offene Welt e la presidente del Comites di Colonia Rosella Benati, hanno sottolineato la carenza di assistenza istituzionale, con un Consolato che fino a qualche mese fa non ha affatto colto l’ampiezza del fenomeno e l’urgenza di attivare adeguate misure di assistenza. In questa assenza di servizi sono le associazioni che cercano di fornire momenti di orientamento e di accompagnamento a chi arriva; il Circolo ha prodotto una guida e sta strutturando un servizio ad hoc. Anche il Comites di Colonia ha fatto altrettanto; il Console di Colonia, Dr. Emilio Lolli, recentemente arrivato nella città del Nord-Reno Westfalia, nel suo intervento di saluto, ha detto che il Consolato si attiverà per seguire adeguatamente l’evoluzione dei flussi, facendo tuttavia presente che le risorse a disposizione sono molto limitate.

Le indicazioni scaturite dai vari interventi e dalla discussione hanno sottolineato la necessità di un cambiamento radicale nelle politiche della UE e di quelle nazionali, che superi l’approccio dell’ “austerità” verso una nuova stagione di investimenti finalizzati all’occupazione in particolare nei paesi in crisi e di investimenti sociali che consentano di contenere l’entità dei flussi (che andrebbero al contrario garantiti per ciò che concerne la formazione transnazionale, Erasmus, scambi, ecc.) e di fornire adeguate misure di accompagnamento per l’immediato. Misure che nel caso di Italia e Germania, debbono riguardare le istituzioni di entrambi i paesi.

Per fornire un utile supporto alla discussione, pubblichiamo i testi degli interventi del convegno, con una traduzione in sintesi a fine pagina: di seguito pubblichiamo quello di Rodolfo Ricci, della FIEI.



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Crisi europea e Nuova Emigrazione


di Rodolfo Ricci (23 Aprile 2014)


Nell’ultima assemblea plenaria del 2013, tenutasi nello scorso novembre, il Consiglio Generale degli italiani all’estero (CGIE) ha approvato all’unanimità un ordine del giorno che sollecita le istituzioni, il Parlamento, le organizzazioni politiche e sociali, a porre seria attenzione al fenomeno dei nuovi flussi in uscita dall'Italia, che, secondo il massimo organo di rappresentanza diretta delle nostre collettività emigrate, comincia a rappresentare una vera e propria emergenza nazionale. Il documento richiama le istituzioni a predisporre una serie urgenti di misure di assistenza e di accompagnamento alle ormai centinaia di migliaia di italiani, perlopiù giovani, perlopiù laureati o comunque con elevato livello di qualificazione, che annualmente lasciano l’Italia alla ricerca di lavoro all’estero. (http://emigrazione-notizie.org/news.asp?id=10971)

Le tradizionali reti associative degli italiani nel mondo, in particolare la Filef, l’Istituto Santi e le altre organizzazioni regionali raccolte nella Fiei stanno monitorando il fenomeno da diversi anni e già dal 2011 avevano lanciato l’allarme sulla rapida crescita dei nuovi flussi di espatrio la cui entità effettiva non veniva, né viene colta dai dati ufficiali - in particolare dall’ Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’Estero) alla quale si fa di consueto riferimento - se non come trend di sviluppo, poiché le persone che si trasferiscono all’estero tardano a volte diversi anni prima di iscriversi come stabilmente residenti fuori dai nostri confini e cancellarsi dalle rispettive anagrafi comunali: prima di procedere alla cancellazione si deve essere certi di aver trovato un lavoro stabile e garantito, prospettive di vita certe, insomma di aver definito il proprio progetto migratorio.

In considerazione di ciò e sulla base dei riscontri che ci giungevano dalle diverse postazioni della nostra rete nel mondo, nel maggio del 2012 avevamo sostenuto che l’effettivo ammontare dei flussi in uscita fosse già tra le due e le tre volte il dato Aire. L’aggravarsi della crisi con la crescita esponenziale della disoccupazione, in particolare di quella giovanile negli ultimi due anni, sembra ampliare ulteriormente questa previsione.

Dal raffronto tra dati Aire, suddivisi per paese di arrivo e i dati provenienti da alcuni paesi meta dei nuovi flussi migratori, la forbice si allarga ormai in un rapporto di 1 a 4: nel 2012, mentre l’Aire registrava quasi 11.000 nuovi stabilimenti di residenza di italiani in Germania, il Ministero degli Interni tedesco ne registrava oltre 38.000 e nel 2013 ne ha registrati circa 45.000.

Dati simili, con analoghi scarti tra i dati Aire e quelli delle corrispondenti autorità o istituti di statistica dei singoli paesi interessati, si evidenziano anche per il Belgio, la Svizzera e l’Olanda. Un ulteriore dato altrettanto significativo è quello proveniente dall’Australia:

Secondo l’indagine “Australia solo andata” (http://www.australiasoloandata.com/), i dati che emergono dallo studio superano quelli dello storico fenomeno dell’inizio degli anni ‘50, “con più di 22.000 nuove presenze suddivise in residenti temporanei (visti vacanza-lavoro, studente e lavoro specializzato “457”), residenti permanenti e nuove cittadinanze. L’arrivo di italiani in Australia ha raggiunto, nel 2012-13, il livello migratorio del 1950-51 con una presenza che si sta trasformando da temporanea a permanente. Di questi, al 30 settembre 2013, 18.610 cittadini italiani erano fisicamente presenti in Australia con un visto di residenza temporaneo, un incremento del 116% negli ultimi ventiquattro mesi e del 36% rispetto al 30 settembre 2012.”

Secondo le statistiche dell’Ufficio belga dell’Immigrazione, “la migrazione italiana verso il Belgio è aumentata del 20% circa ogni anno, a partire dal 2010. Mentre dai primi anni 2000 fino al 2010, si sono registrati come residenti in Belgio circa 2.500 italiani ogni anno, solo nel 2012 sono arrivati oltre 4.000 italiani. E’ importante ricordare che questo dato considera solamente quegli italiani che hanno deciso di dichiararsi come residenti in Belgio.” (Jean-Michel Lafleur, 29/01/2014 – Docente Università di Liegi – Evento pubblico “Italia-Europa solo andata?”)

Per quanto riguarda l’Olanda, “in base a dati forniti dal Centraal Bureau voor de Statistiek, il numero di Italiani ed Italiane che si trasferiscono verso i Paesi Bassi è in crescita dal 2004 e nel 2012 ha raggiunto livelli mai visti in quasi 20 anni. Nel lontano 1995 il numero di connazionali che partivano alla volta dell’Olanda era pari a 1.780 mentre il dato più recente, relativo al 2012, rivela che in 6.542 hanno varcato la soglia del confine olandese. Molto interessante è anche l’entità dell’immigrazione italiana nel contesto dell’immigrazione totale nei Paesi Bassi. Nel 1995, gli Italiani costituivano l’1,9% del totale dell’immigrazione ma questa percentuale ha continuato a crescere fino a raggiungere il 4,2% nel 2012”. (Fonte: http://www.italiansinfuga.com/)

Nessuno mette ormai in dubbio la rapida ascesa del flusso di espatri che riguarda non solo gli italiani, ma anche altri paesi del sud Europa.

Da un sondaggio internazionale condotto da Zurich Insurance Group in dodici Paesi nel mondo sul fenomeno dell’emigrazione, “risulta che più di un terzo degli intervistati (38%) sta prendendo in considerazione di ricominciare una nuova vita trasferendosi all’estero o ha già deciso di emigrare, sebbene circa il 15% degli stessi esprima forti preoccupazioni. In Italia il 30% degli intervistati - la maggior parte dei quali giovani fra i 14 e 34 anni - sarebbe disposto a trasferirsi in un altro Paese per sfuggire alla disoccupazione e circa il 24% al fine di ricercare migliori condizioni occupazionali.

Inoltre, ben il 20% del campione ha espresso preoccupazione per la situazione politica italiana, il 18% per la propria difficile situazione finanziaria e il 16% per la crisi dell’economia italiana. In Italia il 46% degli intervistati considera la sicurezza sul lavoro una variabile chiave per decidere di emigrare”. (http://www.finanza.com)

E’ anche significativo che le ripartenza dall’Italia, come da altri paesi della costa nord del Mediterraneo, riguardano anche consistenti contingenti di ex immigrati che a causa della crisi hanno deciso e decidono di lasciare i nuovi paesi per fare rientro verso i paesi di origine o verso altri paesi in cui si ritiene di avere maggiori chances occupazionali. Anche se parallelamente si assiste ad una crescita di nuovi immigrati provenienti per lo più da Africa e Asia alle prese con situazioni locali disperate.

Come già accennato, i dati italiani danno conto solo in parte del numero assoluto degli espatrii; se il rapporto registrato tra dati italiani e quelli tedeschi (ma anche belgi, olandesi e australiani) dovesse essere confermato anche per Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Canada, ove grandi aree metropolitane come Parigi, Londra, New York, Montreal e Toronto, Melbourne e Sydney, ma anche quelle di paesi emergenti (San Paolo e Rio in Brasile e Buenos Aires in Argentina in particolare) hanno attratto storicamente imponenti flussi dall’Italia, potremmo trovarci di fronte ad un numero che si aggira intorno alle 300-350mila persone che si sono stabilite all’estero, non necessariamente in modo definitivo (ma ciò è proprio una caratteristica dell’emigrazione nelle sue fasi iniziali), nel corso del 2013.

Questo dato corrisponderebbe a quello medio degli anni ’60, decennio caratterizzato da una emigrazione di massa dal nostro paese (anch’essa spesso temporanea), pur in presenza del famoso boom economico. Oggi, come è chiaro a tutti, non vi è alcun boom all’orizzonte e tutte le luci in fondo al tunnel intraviste dagli autorevoli premier che si sono succeduti negli ultimi anni sono risultati niente altro che miraggi. Rebus sic stantibus, vi è da immaginare che ci troviamo solo all’inizio di una massiccia fuga dall’Italia (e dal sud Europa) che è probabile sia destinata a stabilizzarsi o a crescere per tutto il prossimo decennio.

In mancanza di una inversione delle politiche di austerity e quindi di revisione dei patti comunitari (in particolare del pareggio di bilancio e fiscal compact con rientro del 60% del debito nei prossimi 20 anni), davvero il quadro rischia di assumere le dimensioni di un grande esodo. Peraltro, l’ex premier Mario Monti, nel suo discorso di investitura in Parlamento, espresse con grande chiarezza che una delle opportunità a cui doversi accingere per le nuove generazioni era costituita dalla “nuova mobilità internazionale”.

D’altra parte, non vi è solo la stagnazione dei paesi sulla costa sud europea a sollecitare la nuova emigrazione, ma ci si trova, al contempo, di fronte a politiche di incentivazione di flussi di immigrazione da parte di grandi paesi, a partire dalla Germania che deve contrastare previsioni di drastico calo demografico fino al 2050, condizione che impone a questo paese la necessità di far entrare milioni di nuovi lavoratori nel prossimo decennio per mantenere integro il grande potenziale produttivo orientato all’export; un approccio mercantilista che costituisce proprio uno dei principali problemi dell’instabilità all’interno della UE e che si ripropone anche sul versante delle politiche demografiche, in questo caso attraverso l’importazione di forza lavoro a media e alta qualificazione. Grandi flussi di esportazione di manufatti si accompagnano generalmente a grandi flussi in ingresso di capitali finanziari e umani.

Questo rastrellamento di lavoratori stranieri è già oggi ai massimi storici: nel 2012 sono entrati in Germania 1 milione e 81mila persone; si tratta del maggior numero di ingressi addirittura dal dopoguerra (a parte gli anni adiacenti alla caduta del muro, dove si registrarono numeri di arrivi superiori, ma in quel caso si trattava, in gran parte, di ausssiedler e uebersiedler, cioè di oriundi tedeschi provenienti dai paesi dell’ex Patto di Varsavia e della ex Unione Sovietica a cui il governo di Helmuth Koel aveva aperto le porte e ai quali poi fu concesso il recupero della cittadinanza).

Analoghe politiche di incentivazione dell’immigrazione sono portate avanti in misura differenziata da Australia, Canada, Brasile e altri paesi latino-americani, oltre ad alcuni paesi africani, come Mozambico e Angola che sono saliti alla ribalta per il loro rapido sviluppo basato sullo sfruttamento delle imponenti risorse energetiche e che attraggono come mai prima i nostri cugini portoghesi.

Si tratta di accaparrarsi essenzialmente forza lavoro specializzata e figure tecniche di alto profilo, oltre ai più noti talenti nel campo della ricerca.

Se i paesi del sud Europa - e l’Italia tra questi - non riusciranno a varare politiche di sviluppo adeguate e finalizzate ad una crescita occupazionale di qualità, rischiamo di trovarci di fronte ad un salasso di saperi e di competenze che ridurranno drasticamente le nostre potenzialità e impoveriranno ulteriormente vasti territori, soprattutto del sud Italia, ma anche del centro-nord (ciò che costituisce una novità non secondaria almeno per il dopoguerra), dal momento che, stando ai dati disponibili, nella classifica regionale della nuova emigrazione degli ultimissimi anni, troviamo ai primi posti Lombardia, Veneto, Emilia Romagna prima di Sicilia e Campania.

Allo stesso tempo, non è realistico pensare che l’auspicata inversione di tendenza sia vicina: si tratta quindi di predisporre misure di accompagnamento e di assistenza per chi emigra in modo, per un lato, da rendere meno ardua e pesante la nuova condizione di “mobilità internazionale” (un eufemismo con cui ci si lava le mani da garanzie contrattuali pur presenti negli anni dell’emigrazione di massa del dopoguerra), e per l’altro lato, di mantenere un vincolo positivo e una possibilità di rientro per chi se ne va, ammesso che, prima o poi, “passi la nottata”.

Ciò a cui si assiste, al momento, è invece l’autonomo organizzarsi dei nuovi emigrati intorno a gruppi di condivisione su facebook e in generale attraverso la rete, la cui efficacia è da verificare; ma questo costituisce un segnale importante di come, nel latitare delle istituzioni nazionali (e comunitarie), la nuova emigrazione possa contare solo sulle sue risorse: cacciati dalla crisi, raramente in possesso di contratti di lavoro già sottoscritti alla partenza, le persone vagano perlopiù alla ricerca di occasioni di occupazione con spostamenti molto frequenti da città a città o da paese a paese, con tutto ciò che ne consegue quanto alla possibilità di acquisizione conoscitiva e di fruizione delle garanzie sociali in vigore, che erano invece abbastanza chiare e disponibili per una buona parte dell’emigrazione italiana del dopoguerra.

Tornano in voga pratiche di mutuo soccorso analoghe a quelle conosciute tra la fine e l’inizio del ‘900, in cui i gruppi di migranti che approdano in determinate aree urbane, si scambiano informazioni, consigli per la ricerca di lavoro o di un alloggio, in un passaparola liquido che sostituisce gli elementi basilari di servizio e di tutela istituzionale scarsamente disponibili per chi si muove. (vedasi come esempi interessanti l’esperienza de La Comune del Belgio: http://lacomunedelbelgio.altervista.org oppure quella di Radio Pizza: http://www.radiopizza.net/)

In migliaia (talvolta in decine di migliaia) si iscrivono a questi gruppi sui social network ed altrettanti frequentano siti web che dispensano informazioni e suggerimenti per cavarsela nelle peregrinazioni all’estero. Ne nasce anche uno spazio di mercato per agenzie di collocamento e di orientamento private la cui credibilità non risulta sempre ottimale.

E’significativo il fatto che i contatti e le relazioni tra nuova e vecchia emigrazione siano molto labili e trovino solo un parziale raccordo attraverso questi medium piuttosto che nei tradizionali luoghi di aggregazione associativa i quali non corrispondono se non in parte minima alle aspettative dei nuovi migranti. Per certi versi, dunque, un nuovo associazionismo “virtuale” comincia ad emergere e a costituirsi come opinione pubblica, al di là degli storici riferimenti che hanno contraddistinto l’emigrazione organizzata che abbiamo conosciuto.

Ciò che queste modalità di aggregazione non possono in ogni caso risolvere da sole senza un adeguato supporto sociale e politico - vale a dire senza costruire una propria consistente rappresentanza - concerne la dimensione di tutela che riguarda le legislazioni nazionali o gli accordi bilaterali o multilaterali, come quelli in vigore dentro i confini della UE; in quest’ultimo caso, solo per citare un esempio significativo, ci si trova improvvisamente di fronte alla messa in discussione degli accordi di Schengen sulla libera circolazione da parte di uno dei paesi fino ad oggi più aperti: “coloro che si trasferiscono in Belgio e ottengono un contratto di lavoro, acquisiscono una serie di diritti (che valgono - n.d.t.) anche nel caso in cui dovessero perdere il loro impiego in futuro. Tuttavia, ciò che un numero sempre maggiore di italiani, francesi, spagnoli o portoghesi stanno scoprendo oggi, è che comunque questi diritti sono effettivi solo quando la loro situazione è stabile. Qualora perdessero il proprio impiego e cominciassero a reclamare assistenza sociale alle autorità belghe, comincerebbero a constatare i limiti della cittadinanza europea: nell’ultimo anno 265 italiani residenti in Belgio sono stati notificati del fatto che il loro permesso di residenza era stato revocato e che erano dunque obbligati a lasciare il paese. La base legale per determinare questa azione, è la direttiva del 2004 che permette agli stati di espellere cittadini comunitari che rappresentino un “onere eccessivo per la finanza pubblica”.

Il Belgio si è avvalso in maniera sempre maggiore di questo provvedimento negli ultimi tre anni. Il numero di italiani espulsi nell’ultimo anno è stato 4 volte quello del 2012 e 10 volte maggiore che nel 2011! Come abbiamo visto nella stampa italiana e belga, individui disoccupati di lunga durata non sono i soli interessati da questo provvedimento.

Gli studenti europei che hanno terminato i loro studi e non riescono a trovare un impiego o anche i cittadini europei che lavorano con contratti precari emessi dalla stessa amministrazione dell’assistenza sociale sono stati intimati a lasciare il paese!“ (Jean-Michel Lafleur, 29/01/2014 – Docente Università di Liegi – Evento pubblico “Italia-Europa solo andata?”)

Sul fronte degli accordi bilaterali con paesi extra-UE, valga un esempio proveniente dall’Australia: recentemente Marco Fedi, parlamentare eletto all’estero, ha fatto emergere il fatto che all’interno dell’accordo di reciprocità italo-australiano, l’assicurazione sanitaria copre i nostri connazionali che arrivano in questo paese soltanto per i primi 6 mesi; mentre “molti giovani sono attratti e in qualche modo favoriti anche da alcune misure del Governo australiano, come quelle relative alla vacanze-lavoro per le quali è possibile ottenere un visto di 12 mesi, addirittura prorogabile se l’esperienza di lavoro si realizza in alcune aree del paese e in particolari settori.

Queste nuove possibilità, tuttavia, non sempre sono coerenti con la precedente legislazione e con i sistemi prefigurati dagli accordi bilaterali. Ad esempio, la copertura sanitaria necessaria a chiunque, italiano o australiano, voglia recarsi nell’altro Paese, in base all’accordo di reciprocità tra l'Italia e l’Australia in materia di assistenza sanitaria, firmato a Roma il 9 gennaio 1986 e ratificato un paio d’anni più tardi, dura solo sei mesi. Di fatto, in sostanza, può accadere che la permanenza duri un anno e la copertura sanitaria appena sei mesi, con la conseguenza che se una qualche occorrenza intervenisse nel periodo scoperto, l’interessato dovrebbe ricorrere a costose assicurazioni private o mettere direttamente mano al portafoglio. Non si tratta purtroppo di ipotesi astratte, ma di casi effettivamente accaduti, con tutte le conseguenze che si possono immaginare. Per questa ragione, in un’interrogazione al Ministro degli Esteri e a quello della Sanità, ho chiesto di portare il periodo di copertura sanitaria da 6 a 12 mesi, in modo da far combaciare i termini delle diverse disposizioni.”
(Fonte: http://emigrazione-notizie.org/news.asp?id=11088)

I nuovi flussi emigratori, le modalità informali con cui si sviluppano, la loro ricorsività e una sorta di neo-nomadismo che ne costituisce un tratto peculiare (essendo una conseguenza di una sempre più rapida variabilità degli specifici rapporti di scambio tra aree e tra paesi), rischiano quindi di rendere obsoleti gli accordi sottoscritti in periodi storici in cui, al contrario, erano gli stati ad orientare e incanalare i flussi e a rendere omogenee e reciproche, appunto, le rispettive legislazioni. Se si prende in considerazione la questione pensionistica, questa situazione diventa addirittura parossistica: variazioni continue nelle rispettive legislazioni nazionali in materia, ritardi nel rinnovo o mancanza totale di accordi bilaterali con molti nuovi paesi di emigrazione, rischiano di produrre una componente di lavoratori migranti per i quali sarà molto complicato in futuro, se non impossibile, la totalizzazione di periodi contributivi acquisiti in più paesi.

Siamo di fronte al caso da manuale per cui esiste una globalizzazione dei movimenti e degli scambi di merci e capitali a fronte di un’assenza di servizi e di diritti globali. Non che la cosa sia del tutto nuova, anzi, ma stavolta la stiamo di nuovo sperimentando, direttamente, dopo oltre mezzo secolo di garanzie consolidate da una ampia e condivisa visione di welfare state.

Nella lunga narrazione che va dalla flessibilità, alla modernizzazione competitiva, alla mobilità della forza lavoro (più o meno qualificata), torna in auge la sensazione che l’emigrazione costituisca una grande risorsa soprattutto per la valorizzazione del grande capitale in perenne movimento tra territori e aree del pianeta, piuttosto che per i paesi di origine o di arrivo e, men che meno, per le persone.

D’altra parte, per ciò che concerne l’Italia, la quasi cancellazione delle misure attive per gli italiani all’estero a capo del MAE (Ministero Affari Esteri) avvenuta in questi ultimi anni di cosiddetta spending review, la riduzione della rete consolare in fase di avanzata attuazione e motivata, paradossalmente, con il fatto che si deve essere presenti nei paesi emergenti (Asia in particolare) per sostenervi la penetrazione del made in Italy, lascerebbero intravedere una scelta già fatta: quella di dare per scontata l’incapacità del nostro paese di valorizzare il meglio dei suoi fattori produttivi (le persone) e di accettare la nuova divisione internazionale del lavoro che le centrali globali hanno scelto per noi: posizionamento medio basso nel mercato globale per una espressione territoriale caratterizzata prevalentemente da beni culturali e turismo, con accessorio made in Italy nei settori del design, moda, produzioni alimentari e poco altro.

La genialità italiana che ha contribuito a costruire grandi paesi di emigrazione (America del nord, Sud-America e Australia) e fornito manodopera a tutto il nord Europa, riprende le vie classiche e già percorse. E ancora una volta, tanto per cambiare, il destino del nostro paese pare incrociarsi con le destinazioni della nostra emigrazione.

E c’è da restare abbastanza sconcertati ad ascoltare gli obiettivi di Destinazione Italia, a fronte dei paralleli ed effettivi approdi di centinaia di migliaia di giovani italiani all’estero, mentre quelli che arrivano, gli immigrati, vengono risucchiati nel dispositivo del contenimento del costo del lavoro e della parallela riduzione dei diritti e delle rivendicazioni complessive del mondo del lavoro, autoctono e non.

Sarebbe dunque necessario riprendere convintamente i fili di un impegno sociale e politico, non marginale né paternalistico, su questi temi: immigrazione ed emigrazione non sono epifenomeni, ma come i movimenti globali di capitali, sono centro e concause estreme delle contraddizioni attuali. L’unica leggera differenza è che qui si tratta di persone, di territori concreti, non di movimenti di cifre su schermi digitali di banche, borse o report di agenzie di rating o di ministeri del tesoro intrappolati nell’impossibile quadratura del cerchio tra austerità, stabilità monetaria e crescita onirica: la santissima trinità del neoliberismo made in EU dovrebbe essere spezzata quanto prima.


Nota:
Tutti i dati relativi alla nuova emigrazione utilizzati per questo intervento sono reperibili su: www.filef.info e su www.cambiailmondo.org



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Tutti gli interventi in pdf possono essere scaricati alla pagina:
http://cambiailmondo.org/2014/05/11/il-convegno-di-colonia-sulla-nuova-emigrazione/


Introduzione di Giuseppe Bartolotta (IT-DE)
Dr. Wolfgang Uellenberg-van Dawen (IT)
Dr. Wolfgang Uellenberg-van Dawen (DE)
Renzo Brizzi (IT)
Renzo Brizzi (DE)
Alberto Sera (IT)
Alberto Sera (DE)
Rodolfo Ricci (DE)

(Un ringraziamento speciale a Silvio Vallecoccia per le traduzioni in sintesi)
e all'organizzazione del Circolo Offene Welt-Mondoaperto: http://www.offene-welt.de/

 

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