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La spinta propulsiva del capitalismo è finita. Fenomenologia della crisi e del possibile passaggio.
- Inserito il 12 agosto 2011 alle 14:14:22 da Rodolfo Ricci.

2011: La spinta propulsiva del capitalismo è finita. Fenomenologia della crisi e del possibile passaggio.

di Rodolfo Ricci






L’affannosa discussione agostana sui turbinii delle borse mondiali intorno al vacillare dei debiti sovrani (cioè degli Stati in quanto istituzioni), di fronte al mercato globalizzato della finanza, è penosa.

Si approccia il problema, generalmente, come scarsa capacità degli Stati di assecondare la fiducia dei mercati, ovvero, per la condizione transitoria, degli investitori (che sono milioni di individui gestiti dai fondi di investimento riconducibili a poche mani), nella loro funzione di risparmiatori.

Dall’altra parte, abbiamo altri milioni di individui. Questa volta, nella funzione di produttori, che, a causa della crisi, restano disoccupati o, ove si tratti di imprenditori, rischiano di fallire miseramente.

Poi, vi sono i consumatori, sempre meno entusiasticamente predisposti all’acquisto, a causa del vizioso rapporto tra reddito disponibile e capacità di consumo, ovvero del potere di acquisto, ridotto ai minimi termini.

Risparmiatori, produttori, consumatori. Tutti in lotta l’uno contro l’altro.

Ma quegli individui, quelle persone, sono le stesse: di volta in volta inquadrati dall’obiettivo del risparmio, della produzione, del consumo. Una specie di santa trinità intristita dalla crisi.

Si cerca di spostare l’attenzione sulla possibilità che la competitività di sistema-paese cresca a discapito di altri, affinchè i medesimi individui possano rafforzare allo stesso tempo la loro triplice funzione di risparmiatori, produttori e consumatori, facendone pagare dazio ad altri risparmiatori, produttori e consumatori di paesi meno scaltri o attrezzati. Si ipotizzano misure che generalmente prevedono l’abbassamento degli standard di welfare. Del tutto illogico che un paese diventi più competitivo allorchè si riducano i servizi sanitari, scolastici ed educativi, ecc. ecc.

Inoltre, di questi paesi meno scaltri, ve ne sono sempre meno a disposizione (visto anche che hanno, a loro volta, sperimentato il gioco in largo anticipo), quindi la partita diventa sempre più interna, giocata, per così dire, in casa. Dentro i confini storici del capitalismo. E la partita comincia a far emergere la coscienza che il sistema ha limiti strutturali. Ogni sistema è infatti finito. Come la scienza e la logica ci hanno insegnato da tempo. Quando non vi sono più frontiere esterne da conquistare e da superare, ci si deve fermare ad un presente contestuale.

Qui ed ora si devono fare i conti.

Qui, dentro la scatola del neoliberismo, la questione pian piano si schiarisce e la sensazione di essere presi per i fondelli, diventa sempre più evidente: io sono allo stesso tempo risparmiatore (piccolo), produttore (dipendente o piccolo imprenditore) e consumatore (nei ristretti limiti della mia capacità di reddito e di risparmio).

Non avrò molto vantaggio dall’aumento dei tassi di interesse sui miei risparmi a discapito del mio salario o dei servizi pubblici di cui godo; se la mia funzione di produttore e percettore di reddito e quindi di consumo si ridurrà, vale poco sapere che qualcuno (i mercati) sta tutelando i miei risparmi. Li consumerò in poco tempo, come infatti è già avvenuto e continuerà ad accadere fino a che non li avrò definitivamente erosi.

Avevano inventato, per ovviare a questo inconveniente sistemico, la possibilità di un indebitamento crescente facilitato, attraverso la proliferazione monetaria legittimata fin dall’inizio dalla riserva frazionaria, e si è andati avanti per 70 anni, con successivi rilanci, ma poi, nel 2007, lo hanno drasticamente compresso, poiché, ci hanno spiegato che non potendo più pagare i mutui sulla casa facile a cui erano stati sapientemente indotti, tutto il sistema rischiava di saltare. Per sempre.

In realtà le rate dei mutui non erano più saldabili perché il livello reddituale medio si era abbassato oltre la soglia necessaria a consentirlo: l’apertura del sistema all’indebitamento non era bilanciata dalla disponibilità di reddito per la sussistenza della famiglie, come era stato per i decenni precedenti. [1]

Quindi, nel panico generale e senza alcuna alternativa in campo, siamo tornati al punto di partenza. Come nel gioco dell’oca. Niente più indebitamento facile. Né per i singoli, né per gli Stati, che nel frattempo, nel 2008-2009 sono stati chiamati a realizzare l’ultima grande funzione storica di salvataggio pubblico del sistema privato.

Ora, dopo l’ennesimo megaindebitamento a favore della finanza, ci dicono che per salvaguardare l’architettura di sistema c’è bisogno di contrarre drasticamente le spese, ridurre e saldare i debiti, affinchè l’equilibrio venga riacchiappato in extremis: si tratta dell’equilibrio della finanza, nello specifico, cioè dell’equilibrio sistemico che afferma che i debiti prima o poi debbono essere ripagati con gli interessi maturati.

Dopo un lungo periodo di bisbocce (di proliferazione asintotale di successive bolle causate dalla facilità di credito) attuata per mantenere l’equilibrio tra domanda e offerta di beni e servizi fisici e monetari, gli usurai chiedono quindi la solvibilità dei prestiti. Perché ?

Apparentemente, per un motivo semplice e fondamentale come l’acqua: non vi è sostenibilità del credito/debito che non compendi il ritorno alla fonte di capitale + interessi concessi. La circolazione monetaria implica la chiusura del circuito di valorizzazione. Tale fase non può essere rimandata ad libitum.

Siccome l’interesse è la forma più astratta e cogente del profitto (estorto per via dogmatica a differenza del plusvalore estorto per via di sfruttamento fisico e intellettuale del lavoro dipendente), tutto il sistema può continuare ad avere credibilità solo se, di volta in volta, viene riconfermata la possibilità di solvibilità dei titoli di debito.

Altrimenti, si potrebbe correre il rischio che il meccanismo dell’indebitamento possa essere svelato nella sua effettiva natura di mera convenzionalità.

A rigore, infatti, la leva finanziaria potrebbe procedere all’infinito senza alcun bisogno di verifica. Rispetto ai debiti pubblici, basterebbe rimandare sine die il rimborso dei capitali ed interessi prestati (oppure, come peraltro accaduto per quasi un secolo sarebbe sufficiente saldare solo gli interessi attraverso l’emissione di nuovi titoli), per far sì che la macchina riproduca se stessa senza alcun limite. [2]

In questo caso, la crescita sarebbe auto-sostenibile e (a prescindere dalle modalità storica della crescita che può coniugarsi anche come decrescita o crescita immateriale) essa potrebbe non conoscere stop. La scadenza dei titoli di credito può inoltre essere sempre ricontrattata e rimandata, rinviata nel tempo o comunque, come detto, rifinanziata attraverso nuove emissioni. [3]

Vi sono esempi storici duraturi che confermano questa possibilità. Negli ultimi 30 anni, ciò è avvenuto anche con la proliferazione dei titoli derivati che costituiscono, in un certo senso, una modalità di posticipazione scalare della proprietà di un rischio o di una opportunità. Una specie di gioco del cerino che passa di mano in mano e che resta in piedi finchè c’è una mano ulteriore disponibile ad acquistarlo e a ritrasferirlo. L’antica catena di Sant’Antonio è la base logica perpetua di queste operazioni.

Il sistema funziona cioè, finchè la catena non si rompe; o come oggi accade, finchè qualcuno non si presenti a incassare i frutti degli investimenti, poiché comincia a crescere il dubbio se la catena sia effettivamente realistica o non sia altro che una pericolosa architettura, un’invenzione. Solo allora il sistema va in crisi. Ma non necessariamente: quando le navi di De Gaulle piene di dollari, si presentarono alla Federal Reserve per incassare il controvalore in oro, fu improvvisata la soluzione delle soluzioni, cioè l’inconvertibilità del dollaro…

E poiché colui che doveva pagare era più forte di quello che chiedeva l’incasso, la cosa si placò. Da quella magica soluzione nacque la globalizzazione che conosciamo.

Ma adesso, perché qualcuno (anzi in diversi) si presenta improvvisamente all’incasso ? E’ forse colpa della Cina o dei Brics che reclamano il riconoscimento della loro crescente e fondamentale funzione di creditori ?

Forse, ma solo indirettamente. La Cina in verità, non ha chiesto alcunchè; ha chiesto solo di continuare a sostenere il gioco. Gli attori essenziali che controllano il sistema globale della finanza non sono cinesi, o russi, o indiani, o brasiliani. Sono invece sempre, e principalmente, americani, ingesi ed europei; quindi la questione è diversa.

Chi si presenta all’incasso oggi, e nel presentarsi all’incasso genera la grande crisi sistemica, lo fa per un principio millenario che attraversa lo spazio storico: si tratta senza dubbio di business, e, nella fattispecie, il business monumentale a cui stiamo assisteremo è la svendita difinitiva di proprietà fisiche reali (degli Stati, cioè dei popoli) che saranno acquisiti per pochi denari e andranno a solidificare in termini di patrimonializzazione le entità extraterritoriali multinazionali private.

Ma forse, ancora di più, si tratta di riconfermare la funzione di potere e dominio globale che si era andata affievolendo nel proliferare dell’indebitamento pubblico e privato.

Se infatti saltasse il principio della “naturalità” e “necessità” del profitto finanziario, se intervenisse una sorta di oblio delle masse rispetto a questa presunta oggettività del profitto, il sistema di poteri potrebbe evaporare.

Rimandare all’infinito la solvibilità del capitale consentirebbe una crescita infinita (in termini meramente economici, a prescindere dalla direzione culturale della crescita), ma rischierebbe di minare alle fondamenta, l’evidenza dei poteri che controllano il sistema.

Quindi, a scadenza variabile, il sistema va ricondotto all’ordine; va operata un’azione di reminiscenza dell’effettività dei poteri in campo. E in queste occasioni si deve cogliere l’opportunità di una ridistribuzione verso l’alto dei valori effettivi che la leva monetaria ha prodotto attraverso lo sfruttamento del lavoro reale.

La finanza, la grande finanza, in questo frangente, sta producendo questa azione di reminiscenza globale. Con una differenza sostanziale rispetto al passato: ora i poteri pretendono di essere riconosciuti nella loro natura definitivamente extraterritoriale ed astratta.

Bisogna ricordare che il potere di indebitamento è concentrato in alcune specifiche mani: che chiamiamo mercati, ma che in realtà significano poche specifiche entità: grandi fondi e banche di investimento, che salvo qualche variabile, sono le stesse da circa un secolo a questa parte.

Nel 2011 appare chiaro che queste mani sono così forti da mettere in crisi interi Stati, non Stati marginali o periferici, ma Stati centrali, al centro dell’Impero; gli stessi Stati che ospitano e hanno allevato e fatto crescere l’oggettività dogmatica dei mercati.

L’operazione straordinaria a cui stiamo assistendo è che questi poteri ci stanno dicendo che sono superiori alle loro madri, alle loro levatrici storiche. Sono cioè il vero dominio globale. Ben più potenti degli Stati più potenti. I quali debbono ora riconoscere pubblicamente la loro superiorità e abdicare definitivamente alla loro costitutiva funzione di sovranità.

Questo è il messaggio e il risultato a cui si deve accondiscendere. Nell’aggressione agli Stati centrali dell’Impero, i veri poteri intendono indicare che essi rappresentano l’unica oggettività sistemica, mentre gli Stati non sono altro che il prodotto di meri processi storici umani, parziali, discutibili, relativi. [4]

Loro sono cioè la NATURA, mentre gli Stati sono solo la
STORIA. Ed è la seconda che, notoriamente, accade e si sviluppa dentro la prima. Non viceversa.

La NATURA inoltre, può dislocarsi secondo logiche del tutto svincolate dall’etica, da qualsiasi tipo di etica, anche dall’etica della nazione e della patria, che le ha insitamente costituite, ai suoi albori, come strumento del suo potere.

Vi è cioè un processo di emancipazione totale della finanza dagli Stati. Anche dagli Stati Uniti d’America, ove essa si è strutturata nella sua forma più avanzata, dopo che aveva tentato, nel corso del ‘900, una dislocazione per aree di potenza nazionali o continentali, forme queste ultime, limitate rispetto alle sue potenzialità interne.

In questo senso, il progetto di Nuovo Secolo Americano configurato dagli eventi dell’11/9, è stato forse l’ultimo tentativo di controllo operato da leaderships patriottiche degli USA per produrre una limitazione nazionale alla proliferazione finanziaria globale. La sua sconfitta, corrisponde al superamento definitivo della territorialità sistemica. Ora la fase che si attraversa è quella della compiuta extraterritorialità finanziaria dei poteri globali. [5]

Non costituisce dunque alcun problema sostanziale dislocare la propria attenzione e potenzialità di investimento verso un paese comunista come la Cina, poiché non vi è più alcun vincolo ideologico. La extraterritorialità è quindi fisica, ma anche ideologica.

In ciò, il carattere Naturale del nuovo potere viene ulteriormente confermato.

Esso si manifesta come spirito naturale superiore agli uomini e ad ogni creazione umana, inclusi gli Stati, la democrazia e ogni altro artefatto antropologico. A posteriori, esso si presenta come la nuova Scolastica destinata a regnare per il millennio a venire, con tutti i risvolti feudali che esso comporta nell’articolazione astratta (sovrastrutturale) e concreta (strutturale) del nuovo impero e dei suoi poteri.

Ma perché e a quali condizioni, questo progetto potrà funzionare ?

Esso può funzionare solo se potrà acquisire gli elementi di consenso tipici di ogni epoca dogmatica: quegli elementi che possono essere riassunti con il termine di FEDE.



A ciò si stanno predisponendo con un’enorme riconversione mondiale i media mainstream che hanno coperto l’epoca imperiale anglosassone. Da ora in poi, essi dovranno costituire e coprire la funzione di nuove cattedrali gotiche attraverso le quali dovrà essere diffuso il verbo del nuovo ordine mondiale astratto, ubiquo, e indipendente da nazioni e da Stati.

I dispositivi utilizzati saranno analoghi e allo stesso tempo diversificati come gli infiniti ordini clericali medioevali che dovranno rappresentare e contenere le innumerevoli sollecitazioni delle minoranze razziali, etiche, di genere, di classe, in cui è possibile suddividere l’umanità sul pianeta. In ciò si appresta a cambiare la funzione POLITICA; essa servirà a tentare una rappresentanza dell’infinito particolare e allo stesso tempo a confermare la base strutturale della naturalità di sistema. Governi ed opposizioni si diversificheranno (come sta già accadendo) ovunque per ottenere questo risultato.

Una dinamica che per certi versi ricorda quella tra domenicani e francescani nel corso della seconda metà del tredicesimo secolo.

Il consenso sarà acquisito attraverso l’abito trasversale, interrazziale, interclassista, evolutivo, libertario, antietico (con varie improvvise escrescenze reazionarie alle quali verrà riconosciuta una parziale legittimità strumentale), con cui negli ultimi decenni ha già iniziato a vestirsi dopo aver pian piano dismesso la divisa militare.

Ciò non significa affatto che esso abbandonerà la guerra e la violenza, ma la nuova guerra e il nuovo monopolio della violenza sarà sempre più guerra, dentro e fuori ogni confine, contro gli elementi ERETICI.

La lotta alle ERESIE sarà il suo progetto, la sua linea di condotta. Insieme alla soppressione delle inevitabili jacquerie.

C’è tuttavia un problema di fondo che il nuovo potere del millennio dovrà rapidamente risolvere: si tratta della sua insita e manifesta – almeno per ora, almeno finchèquesti dispositivi non avranno pienamente sviluppato i loro effetti - dimensione limitante rispetto alle potenzialità storiche, tecnologiche e spirituali raggiunte dalle masse a partire dai paesi avanzati dell’occidente che hanno costituito la sua levatrice storica.

Questo problema è attuale – è il presente - e dalla sua soluzione dipenderà il corso degli eventi, della sua vittoria o della sua sconfitta: ove l’evidenza del carattere di limitazione e di blocco derivante dalla sua sostanziale natura (profitto e potere) arrivasse a convincere grandi masse, l’umanità potrebbe ancora evitare il medioevo prossimo venturo.

Ove il meccanismo della solvibilità del debito dovesse accentuare, come sembra, la riduzione delle possibilità individuali (sta già accadendo e dovrebbe intensificarsi nei prossimi anni), ci troveremmo di fronte ad una possibile crisi analoga a quella del socialismo reale, nella quale, le potenzialità dei singoli e delle masse risultavano costrette da un sistema burocratico che non le riconosceva e che non era in grado di valorizzarle, malgrado le intenzioni costitutive del socialismo.

La funzione di emancipazione del socialismo reale venne compromessa da questo fatto: le società erano più avanzate del sistema. Il sistema risultava essere un limite. E venne superato, salvo cadere dalla padella alla brace neoliberista.

Oggi, anche se il sistema globale di finanza sembra avere un grande futuro nelle aree Brics, esso potrebbe non avere la stessa chance nei paesi avanzati. Qui, appare infatti più chiaro, a partire dalla quotidianità individuale e dal livello medio di coscienza sociale, che esso si è convertito in un enorme limite allo sviluppo soggettivo ed oggettivo.

La grande battaglia per deliberare la fine del sistema propulsivo del capitalismo si gioca quindi nei prossimi mesi e nei prossimi immediati anni. Dopo sarà troppo tardi e riuscirà ad avere il sopravvento. E governerà fino a che le inevitabili eresie non riusciranno a scalzarlo. Ma in questo caso, potrebbe trascorrere molto tempo.

Va fatto emergere con grande forza che se il nuovo equilibrio di poteri ci porta ad una riduzione drastica di benessere, seppure parziale, contraddittorio ed ecologicamente non sostenibile, ciò significa soltanto che la spinta propulsiva del capitalismo è terminata. E che bisogna introdure nel sistema tutti gli accorgimenti utili a farlo definitivamente crollare e a sostituirlo.

Il primo di questi accorgimenti consiste nell’evitare in ogni modo il suo approvvigionamento di valori pubblici che intende realizzare e il secondo è quello di gridare a tutte le latitudini che la sua natura è meramente convenzionale, creatura storica parziale, che può e deve essere abbattuta e superata per sempre.

Esistono le tecnologie comunicative, organizzative e contabili per gestire la transizione dal valore di scambio al valore d’uso. O, se si vuole, dall’alienazione alla valorizzazione delle infinite potenzialità umane come parte dei processi evolutivi della natura; una valorizzazione svincolata da ogni profitto e da ogni interesse.





NOTE



[1] – In realtà il meccanismo dell’indebitamento facile si amplia proprio a causa della contrazione dei salari che inizia in modo consistente negli anni ’80 e che continua per tutti i 3 decenni del neoliberismo. Proprio per mantenere alto il livello della domanda, viene applicato il meccanismo dell’indebitamento privato, che consente un doppio obiettivo: sostituire appunto la mancanza di reddito adeguato per consentire il consumo dei beni fisici e dei servizi prodotti (equilibrio domanda-offerta di beni), da una parte e, dall’altra, consentire una adeguata lubrificazione del circuito di valorizzazione del capitale monetario attraverso il flusso degli interessi (equilirio domanda-offerta di capitali).
Ciò che le famiglie e i consumatori non possono più comprarsi grazie ad un salario adeguato, se lo comprano ora attraverso la facilitazione dell’indebitamento, con il risultato che il sistema resterà in equilibrio, ma solo finchè le rate dei vari debiti contratti non supereranno la fisiologica possibilità di farvi fronte.
L’altro risultato sarà che, nello stesso periodo, i consumatori potranno mantenere il loro standard di vita pur in un regime di contrazione salariale. Si eviteranno così dinamiche conflittuali e si otterrà il fantastico obiettivo di tenere legati al carro neoliberista centinaia di milioni di persone anche se sottoposte ad un doppio scacco: riduzione salariale e aumento della dipendenza dalle banche e dagli istituti di credito.
D’altra parte, questo dispositivo cementa l’alleanza tra capitale produttivo e capitale finanziario: l’orientamento al mercato del sistema di imprese produttive con la conseguente dinamica di riduzione dei costi fissi (ivi incluso il costo del lavoro), le consente di restare competitiva sul mercato mondiale, mentre il capitale finanziario può continuare a far affluire gli interessi sui crediti prestati al consumo e a costruire su di esso la grande proliferazione dei titoli derivati.
[2] - A conferma di ciò, va ricordato che ancora non stanno chiedendo il ritorno dell’intero ammontare del debito sovrano -che è completamente inesigibile-, ma solo del deficit sul PIL; si passerà solo più avanti ad una ventennale riduzione del 40% dell’ammontare dei debiti come previsto da Maastricht.
[3] – Quando vi è accordo su tali procedure si parla di ricontrattazione del debito; se non vi è accordo si giunge al default. Il default non è quindi un fatto tecnico, ma sempre relativo alle decisioni e alle volontà degli attori coinvolti.
[4] – La discussione italiana intorno alla corruzione della casta politica e alla sua incapacità di gestione nazionale dei processi finanziari globali, costituisce una modalità interessante e su cui riflettere del modo in cui il meccanismo finanziario si pone ad un meta-livello rispetto alla politica. Ciò è già avvenuto per la Grecia e in generale per i paesi del sud Europa in crisi. Mentre per i paesi del nord Europa, la discussione si è già spostata intorno alla capacità della politica di contenere con ogni mezzo le jacquerie e l’ordine costituito, come avviene in questi giorni a Londra.
[5] - Il termometro di questo processo sono le agenzie di rating, costrette anch’esse, a conferma e coerenza del processo in corso, a declassare il debito USA, a cui seguirà a breve il declassamento del debito di altri grandi paesi.



 

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