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LA SICILIA DIVENTA PORTAEREI DELLA NATO E HUB ENERGETICO AL SERVIZIO DEL NORD
- Inserito il 15 giugno 2011 alle 11:21:23 da Agostino Spataro.

I DUE POLI DEL FUTURO SICILIANO: PORTAEREI E HUB ENERGETICO

di Agostino Spataro



Sommario:
l’Isola diventa portaerei della Nato; la Sicilia, l’Italia e la guerra in Libia;
due ministri siciliani che fecero l’impresa…libica; un pericoloso conflitto a trecento miglia dalla Sicilia; l’Isola sede di trattative fra le parti; gli incerti scenari del post conflitto;
ritorna il fantasma della guerra; portaerei e Hub energetico: i due poli del futuro siciliano; un Hub al servizio dell’economia del centro-nord; treni-lumaca e tecnologie militari avanzate; ai siciliani bisogna dare una nuova chance.



L’ISOLA DIVENTA PORTAEREI DELLA NATO
Quello che si temeva sta accadendo o è già accaduto: il mutamento del ruolo militare e della prospettiva generale della Sicilia nei suoi rapporti con l’area mediterranea.
Da ponte di cooperazione pacifica e vantaggiosa con i paesi rivieraschi a “ portaerei della Nato nel Mediterraneo” come l’ha ribattezzata l’eclettico ministro della difesa, il siciliano Ignazio La Russa, che, già agli inizi dei bombardamenti sulla Libia, l’ha messa a disposizione della triade interventista: Sarkozy, Cameron e Obama. (1)
Si può obiettare che quelle del ministro sono parole al vento, di circostanza.
Tuttavia, è pur sempre il titolare di un dicastero delicato e nessuno le ha smentite o contestate.
Parole che meritano, pertanto,di essere valutate attentamente poiché acquistano un significato sinistro, pericoloso, specie dopo la decisione d’inviare gli aerei italiani a bombardare la Libia.
D’altra parte, la svolta era nell’aria, anche se non percepita come imminente. La partecipazione italiana alla guerra in Libia l’ha solo accentuata, accelerata.
La strategia Nato di “difesa avanzata” aveva assegnato all’Isola la funzione di “piattaforma” militare attrezzata per respingere improbabili aggressioni al fianco sud.
Oggi, il salto: il suo ruolo cambia da difensivo a offensivo. L’Isola diventa portaerei.
Un’idea che, per quanto metaforica, produce, anche psicologicamente, l’effetto di un sensibile mutamento esistenziale poiché la Sicilia viene proiettata in una dimensione mobile della guerra, liquida o aerea, comunque fuori dei confini nazionali e della Nato.


LA SICILIA, L’ITALIA E LA GUERRA IN LIBIA
Sicilia portaerei, dunque, col bollo di La Russa e con l’avallo silente di quasi tutte le forze politiche nazionali e senza alcuna protesta pacifista.
Ma che strano unanimismo, oggi in Italia! Ci si divide su tutto. Solo le guerre, i bombardamenti, le costose missioni militari all’estero e i rigonfi bilanci della difesa riescono a unire quasi tutti i partiti, governo e alte autorità dello Stato.
Anche nella vicenda libica il copione si è ripetuto. Con l’eccezione di IDV e della Lega nord che non si sono accodati.. Sorprendono le forze d’opposizione del centro-sinistra che, invece d’invocare una soluzione negoziata del conflitto di potere interno alla Libia (poiché di questo si tratta), hanno pressato Berlusconi per fargli abbandonare la sua iniziale ritrosia e allineare l’Italia alla gloriosa “triade”.
Seppure a denti stretti, dobbiamo rilevare la calcolata prudenza della Lega di Bossi che anche stavolta (dopo i Balcani) ha frenato gli ardori, distinguendosi dall’unanimismo guerresco del ceto politico italiano.
Comunque sia, il Cavaliere è intervenuto pesantemente, a “gioco in corso”, schierando l’Italia su una posizione avventurosa, unilaterale che la collocano fuori degli ambigui limiti della risoluzione dell’Onu.
Insomma, l’Italia si è cacciata in un brutto pasticcio che potrebbe degenerare in un lungo e sanguinoso conflitto, a un tiro di schioppo dalle coste siciliane.
C’è chi parla o minaccia un nuovo Vietnam. Difficile fare previsioni così impegnative. Tuttavia, ricordo che in Vietnam l’avventura degli Usa iniziò con i bombardamenti di supporto alle truppe del Sud e con l’invio di consiglieri militari che poi diventarono un esercito di mezzo milione di soldati.
Quella guerra durò quindici anni e la persero gli Stati Uniti e loro alleati fantocci. Da quella memorabile sconfitta taluni fanno iniziare l’attuale declino della potenza Usa.
Vietnam o meno, un conflitto internazionalizzato a circa trecento miglia dalle coste siciliane ( a 200 da Lampedusa) non è, certo, per la Sicilia e per l’Italia di buon auspicio.
Armare gli insorti, inviare i nostri bombardieri vuol dire schierarsi con una parte contro l’altra in questo conflitto fratricida per il controllo del potere interno libico.

DUE MINISTRI SICILIANI CHE FECERO L’IMPRESA…LIBICA
Tutto ciò è immorale oltre che controproducente.
Specie per l’Italia che non può, davvero, tornare a bombardare il suolo di un’ex colonia che ancora si lecca le terribili ferite degli eccidi perpetrati, anche l’uso dei gasi letali, dalle truppe italiane d’occupazione.
Una nuova guerra alla Libia, a cento anni esatti dalla prima (1911), in cui si riscontra una curiosa coincidenza, tutta siciliana, che vede cioè due catanesi, entrambi di originari di Paternò, a capo di ministeri-chiave.
Come dire: due paternesi che fecero l’impresa…libica. Si tratta del sen. Antonio Paterno Castello, marchese di San Giuliano, nato a Catania (nel 1852) ma discendente da una nobile famiglia originaria, come il cognome suggerisce, di Paternò.
Egli, da ministro degli esteri del governo Giolitti, inviò, in data 27 settembre 1911, al governo dell’impero ottomano una sorta di dichiarazione di guerra, pretestuosa e immotivata, che faceva dipendere l’occupazione militare italiana, praticamente, da motivi di ordine pubblico interno alla Libia. (2)
Oggi, un altro prode paternese, l’on. Ignazio La Russa, ministro della guerra, pardon della difesa, ha proclamato la Sicilia portaerei mettendola a disposizione dell’attacco contro la Libia.
Solo una singolare coincidenza o c’è qualcosa che ci sfugge?
A ben pensarci, tanta solerzia, forse, si potrebbe spiegare come rivendicazione di un legame antico, mitico fra la Sicilia e la Libia, risalente addirittura alla fondazione di Tripoli che- secondo Sallustio- sarebbe dovuta “ a coloni siciliani (evidentemente fenici) insieme ad africani”.

UN PERICOLOSO CONFLITTO A TRECENTO MIGLIA DALLA SICILIA
Per come si son messe le cose, appare sempre più insostenibile la bufala dell’intervento “umanitario”. In Libia le forze dei Paesi interventisti della Nato sono andate oltre i limiti della “no zone fly” imposti dalla risoluzione Onu.
Lo confermano i bombardamenti quotidiani “fuori zona”, in primis sulla città di Tripoli che stanno provocando vittime innocenti e la distruzione di strutture sanitarie e industriali civili. A proposito: quanto devono ancora durare questi bombardamenti?
La domanda l’ha posta a Berlusconi non un rappresentante dell’opposizione, ma il ministro dell’interno del suo governo, il leghista Maroni. (3) Anche noi, che leghisti non siamo, aspettiamo risposta.
Domanda più che legittima, poiché non si può continuare ad assistere, muti, a un conflitto, anomalo e asimmetrico, che sempre più assomiglia a una guerra di rapina.
Anche perché- a quanto pare- ci sarebbe molto da prendere dai forzieri libici: dai tanti giacimenti in produzione alle grandi riserve accertate d’idrocarburi, alle enormi riserve di acqua (sì, avete letto bene “acqua”!) che per uno scatolone di sabbia qual è la Libia è una risorsa più preziosa del petrolio.
Nelle regioni meridionali del Fezzan sono stati scoperti veri e propri laghi sotterranei che alimentano una rete di gigantesche condotte (lunghe anche 4.000 km) che riforniscono le città della costa per gli usi civili, agricoli e industriali.
Nessuno lo dice: in Libia il problema dell’acqua è stato risolto con successo, mentre in tante città e paesi siciliani l’acqua è un pio desiderio.
Si dice anche che la Banca centrale di Libia (che è dello Stato non della famiglia Gheddafi), oltre a controllare il sistema finanziario e monetario interno, ad avere effettuato importanti investimenti all’estero (in Italia ne sappiamo qualcosa), conservi nei suoi caveaux circa 140 tonnellate di oro.
Non siamo in grado di verificare la veridicità quest’ultima notizia, riportata da Ellen Brown (4). Tuttavia, qualcosa di vero potrebbe esserci, visto che i capi degli “insorti” (alti gerarchi gheddafiani della prima ora e conoscitori della realtà finanziaria del Paese) prima di formare il governo provvisorio si sono preoccupati d’istituire una Banca centrale.
Davvero, una stranezza per una rivoluzione!

L’ISOLA SEDE DI TRATTATIVE FRA LE PARTI
Perciò, preoccupano l’evoluzione del conflitto e la scelta di non voler favorire, nemmeno tentare, una soluzione politica, negoziata. Come quella che, per iniziativa dell’Unione africana, si sta cercando a Addis Abeba fra rappresentanti degli insorti della Cirenaica ed emissari del governo Gheddafi.
In assenza di una soluzione politica, si teme che il conflitto possa degenerare, prolungarsi oltre misura.
La Sicilia, invece che a portaerei, doveva candidarsi a sede per trattative fra le parti per assicurare alla Libia una transizione unitaria e democratica, senza Gheddafi.
Per altro, in questa crisi c’è, anche, un importante risvolto economico e commerciale che riguarda la Sicilia e l’Italia che, però, non sembra interessare i nostri apprendisti stregoni.
La Libia costituisce, infatti, una realtà molto speciale per l’economia italiana. Oltre a farsi carico dei gravosi e discutibili impegni sull’immigrazione, ci fornisce notevoli quantitativi d’idrocarburi, capitali preziosi per le nostre imprese e banche e si offre come fiorente mercato per le nostre aziende di servizi e manifatture.
Solo di petrolio, di ottima qualità e di facile trasporto, l’Italia ne importa circa il 23 % (in valore) del suo fabbisogno e di gas otto miliardi di metri cubi/annui tramite il metanodotto sottomarino che approda a Gela.
Materie prime strategiche che sono trasformate nell’Isola e da qui movimentate verso il mercato nazionale.
L’Eni si sta giocando parte del suo futuro in questa brutta guerra fratricida fomentata da potenze nostre concorrenti in campo energetico.
Che cosa potrebbe succedere, in Italia e in Sicilia, se dovessero venir meno questi contratti e forniture?
Con i bombardamenti, il governo tutela o danneggia gli interessi nazionali dell’Italia?

GLI INCERTI SCENARI DEL POST-CONFLITTO
Domande legittime alle quali, però, nessuno risponde.
Non sappiamo se e quali garanzie la triade abbia offerto a Berlusconi per smuoverlo dalla sua iniziale inerzia. Con il governo e il ceto politico che ci ritroviamo il dubbio è lecito. Anzi più d’uno. Perciò, oltre gli aspetti politici e (im)morali della guerra, bisognerebbe fare un po’ di conti anche dal lato della convenienza nazionale, visto che l’Italia è il primo partner commerciale della Libia.
Probabilmente, gli strateghi nostrani non avranno considerato la mutevolezza degli uomini e degli interessi in ballo, i possibili esiti del conflitto e gli scenari che si potranno determinare in Libia e nello scacchiere mediterraneo.
In particolare, due appaiono degni di nota: una vittoria dei “ribelli” o un accordo unitario nazionale fra le parti in conflitto.
Se dovessero vincere i “ribelli”difficilmente dimenticheranno i baciamano a Gheddafi e l’Eni dovrà andare a Parigi o a Washington per ri-contrattare gli importanti accordi sottoscritti con la Noc libica. E pagare dazio agli arroganti cartelli del petrolio.
Se, invece, dovesse vincere Gheddafi o si giungesse a un accordo nazionale fra le parti, sarà difficile far dimenticare al colonnello e ai suoi seguaci il voltafaccia dell’Italia, per altro a guerra in corso.
Insomma, in entrambi i casi, l’Italia avrà un bel da fare per recuperare quello che sta rischiando di perdere in questi giorni.

RITORNA IL FANTASMA DELLA GUERRA
Ma torniamo alla Sicilia dove gli annunci di La Russa e del premier Berlusconi hanno materializzato il fantasma della guerra che pensavamo si fosse allontanato con la vittoriosa lotta contro l’installazione dei missili nucleari a Comiso.
Vittoria memorabile alla quale, però, non seguì una lotta altrettanto tenace e unitaria per fare uscire l’Isola dal sottosviluppo.
Lo smantellamento dei missili avrebbe dovuto segnare una svolta per progettare una nuova idea dello sviluppo bidirezionale, orientato cioè verso l’Europa e il Mediterraneo e capace anche d’intercettare le opportunità derivate dai flussi commerciali e finanziari provenienti da Cina e India ossia dai nuovi colossi emergenti dell’economia mondiale.
L’idea di fondo, che da decenni coltiviamo, è quella di far corrispondere alla centralità mediterranea dell’Isola una centralità economica e culturale.
Purtroppo, negli ultimi due decenni, in Sicilia si è rafforzata la componente militare (vedi articolo di Antonio Mazzeo), mentre si è indebolita la capacità di attrazione e promozione d’investimenti mirati alla produzione di beni e servizi da destinare al mercato arabo e euro-mediterraneo.
Processi e tendenze pilotati dall’alto, all’interno di un disegno politico-strategico che ha visto crescere, di pari passo, militarizzazione, decadenza economica, crisi sociale e illegalità diffusa.
Si è, così, delineata una prospettiva arida, inquietante contro la quale si sono battuti Pio La Torre, fino al suo assassinio, e il grandioso movimento pacifista unitario, siciliano e internazionale.

PORTAEREI E HUB ENERGETICO: I DUE POLI DEL FUTURO SICILIANO
Il processo è in itinere, la situazione in parte ancora confusa. Non è facile capire i suoi termini specifici, identificare tutti gli interessi in campo.
Tuttavia, credo si possa dire che negli ultimi anni il Mediterraneo e le zone contigue del Medio Oriente siano divenuti terreno di aspro confronto fra vecchie e nuove superpotenze per il controllo dei traffici marittimi (25% del totale mondiale), di enormi risorse energetiche e finanziarie e dei nuovi, ricchi mercati dei Paesi arabi produttori d’idrocarburi.
Come ho già scritto, in quest' area di vitale importanza strategica si concentrano fattori e risorse (soprattutto energetiche e finanziarie) capaci di farne, in questo nuovo secolo, uno dei poli dello sviluppo mondiale.
Anche sotto questa luce e in questa chiave bisognerebbe leggere le rivolte arabe. Tutto dipenderà dagli equilibri fra le vecchie e nuove potenze e dagli assetti di potere conseguenti sul piano internazionali.
Se si dovesse andare a un' estremizzazione del confronto, non c’è dubbio che la Sicilia sarà chiamata a svolgere una funzione importante soprattutto sul piano militare.
L’impressione è che, in questi anni d’apparente non governo (fra Roma e Palermo), qualcuno abbia deciso di ridisegnare la funzione generale strategica dell’Isola, imperniandola su un asse bipolare: da un lato la portaerei o piazzaforte militare, dall’altro lato un grande hub energetico.

UN HUB AL SERVIZIO DELL’ECONOMIA DEL CENTRO-NORD
Stando alle scelte già programmate o in esecuzione, in Sicilia, in aggiunta alla sua già esorbitante capacità produttiva energetica, sarebbero previsti due mega -rigassificatori (Priolo e Porto Empedocle) e una centrale nucleare.
Un hub, dunque, al servizio dell’economia di altre regioni giacché l’energia prodotta andrà ben oltre le esigenze locali.
L’economia, la finanza, la politica, l’informazione, le infrastrutture, la stessa criminalità organizzata, ecc, dovranno adeguarsi, piegarsi alla realtà tracciata da quest’asse strategico che può, per altro, generare affari lucrosi, leciti e illeciti.
E pazienza se la Sicilia sarà ancor più gravata di compiti onerosi, pericolosi, in contrasto con la sua vocazione produttiva.
Una scelta dal sapore vagamente razzista che ha indotto il governo Berlusconi - Bossi a scaricare sull’Isola anche il gravoso problema della (mala) accoglienza di masse d’immigrati provenienti da vari continenti. Sembra che altro non sia permesso alla Sicilia.
Una condizione anomala, squilibrante che può ingenerare malumori e proteste.
A placarli ci penseranno la Regione e gli enti locali in mano a governi deboli, clientelari e consociativi pronti a barattare la loro acquiescenza con quote di spesa pubblica improduttiva destinata ad alimentare il blocco di potere dominante e a raccogliere il necessario consenso elettorale.

TRENI-LUMACA E TECNOLGIE MILITARI AVANZATE
Insomma, oggi nel mondo, è in atto una corsa avventurosa per ridefinire i nuovi assetti dei poteri che si stanno accorpando e ri -dislocando anche in Italia, in Europa e nel Mediterraneo.
Un contesto in evoluzione dentro il quale la Sicilia c’è tutta, ma con una funzione marginale, subalterna agli interessi forti, produttivi e di mercato, del centro-nord italiano.
Una subalternità evidente che non può essere esorcizzata con qualche strillo autonomistico, ma ribaltata con idee e riforme davvero innovative che solo una nuova classe dirigente, politica e imprenditoriale, può proporre e attuare.
In Sicilia, oggi, si stenta a difendere persino quel poco di tessuto industriale esistente.
La fine dello stabilimento di Termini Imerese ne è una riprova drammatica e eloquente: è l’unico che la Fiat sta chiudendo in Italia, senza grandi contrasti e- si teme- senza alternative certe.
Di questo passo, il futuro dell’Isola sarà sempre più condizionato, stretto nella morsa della militarizzazione e della concentrazione intensiva di attività energetiche.
Il rischio che essa corre è quello di essere trascinata in torbidi scenari di guerra, in vili mercimoni di armi e carne umana e di diventare deposito di armi (anche nucleari) e scorie di ogni tipo come quelle che cominciano ad affiorare dall’inchiesta sulla miniera “Pasquasia”.
Vivremo, in sostanza, la contraddizione fra uno sviluppo ritardato, frantumato e un’innovazione avanzata della dotazione militare installata e programmata.
Un solo esempio. Nella parte sud-orientale dell’Isola vedremo coesistere treni-lumaca, che per coprire una tratta di 200 chilometri (Agrigento - Siracusa) impiegano 9 ore e 15 minuti, e impianti e sistemi tecnologici militari sofisticatissimi come quelli già esistenti a Sigonella e a Niscemi dove gli Usa vorrebbero aggiungere uno dei terminali Muos, moderno sistema di telecomunicazioni satellitari delle loro forze armate.

AI SICILIANI BISOGNA DARE UNA NUOVA CHANCE
Si può invertire questa tendenza?
Più che un interrogativo, questo a me pare il punto centrale di uno sforzo corale di analisi e di dibattito, una nuova sfida per le forze sane siciliane che desiderano uno sviluppo moderno, di qualità.
Pertanto, l’obiettivo cui mirare dovrebbe essere: meno armi, meno impianti inquinanti e più infrastrutture e servizi per uno sviluppo auto centrato, ma non autarchico, che generi lavoro, anche qualificato, per le nuove generazioni siciliane costrette a emigrare.
Si può fare. Importante è ripartire, riavviare la collaborazione fra tutte le forze sane dell’Isola che resistono e attendono un segnale di autentica liberazione dal malgoverno e dal predominio mafioso.
Ma i siciliani desiderano il cambiamento? Talvolta parrebbe di no. In realtà, molti sono prigionieri della contraddizione esistente fra la depressione dello spirito pubblico e l’espressione di un distorto consenso elettorale, che genera sfiducia verso ogni seria istanza di cambiamento.
Forse è necessario uno sforzo collettivo di autocoscienza. Tutti devono riflettere su quest’opaco presente e sulle sorti non proprio rosee della Sicilia.
In primo luogo, dovranno meditare, e cambiare registro, tutti coloro che hanno abusato del potere loro conferito dalla legge e dagli elettori.
Insomma, ai siciliani bisogna offrire una nuova chance. La Sicilia ha bisogno di libertà e di progresso economico per tutti; di recuperare la sua identità culturale storica che, senza scadere in velleità indipendentiste per altro dolorosamente sperimentate, riaffidi ai siciliani la responsabilità di costruire un futuro di benessere condiviso, nella legalità.




Agostino Spataro

* Articolo pubblicato, con altro titolo e con testo ridotto, nel numero di maggio 2011 della rivista “I QUADERNI DE L’ORA”.



Note:
(1) Non potendo riportare, per ragioni di spazio, il mio punto di vista sul dittatore Gheddafi, sulla natura del conflitto in Libia, sulla genesi, sulle modalità e finalità di questa nuova “guerra umanitaria”, rimando ai miei articoli pubblicati in: www.infomedi.it
(2) in “La Stampa” del 30/9/1911
(3) on. Roberto Maroni, dichiarazione del 11 giugno 2011.
(4) Ellen Hodgson Brown, presidente del “Public Banking Institute” (Usa) autrice di “ The web of Debt”, in “El Corresponsal de Medio Oriente y Africa” di Buenos Aires.

 

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