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Ei fu
- Inserito il 18 maggio 2011 alle 14:53:42 da Piero Pagliani.

Ei fu
di Piero Pagliani
(Da Megachip, Comunismo e Comunità)



1. Fine di un ciclo.
2. “C’è del marcio nella CIA!”
3. Inizia la crisi. Arriva la globalizzazione. “Vendesi Grecia. Tutto ai privati per 50 miliardi”
4. E arriva anche quel rompiballe di Berlusconi
5. Berlusconi se ne va
6. Una nuova stagione?





1. Fine di un ciclo

Comunque vadano i ballottaggi il ciclo Berlusconi è ormai concluso.

E’ durato poco più di 16 anni. Molto di meno del quasi cinquantennale ciclo democristiano.

Una volta a sinistra si diceva: “Non voglio morire democristiano”. Ieri si diceva: “Non voglio morire berlusconiano”. E così sarà. D’altra parte io non ne ho mai dubitato, per delle ragioni che cercherò di spiegare.

Gli Italiani vedono meno televisione? Hanno riscoperto la bellezza della democrazia e della nostra Costituzione? Si sono indignati per il priapismo del premier (scusate l’allitterazione)? Si sono stufati dei conflitti d’interesse? La sinistra fa proposte migliori? Il potere logora?

No, tutte queste cose, ammesso che siano vere e persino messe assieme, non spiegano il tramonto di Berlusconi. Saranno spiegazioni sufficienti per i politologi che passeranno per i vari media a guadagnarsi il loro gettone di presenza, magari provenendo da cattedre prestigiose, per spaccare il voto in quattro e le ragioni del voto in cinque. Ma sarà come spiegare che uno si è preso la polmonite perché ha la febbre, magari per scoprire inoltre che tutta ’sta febbre era solo un banale 37,1.

Che poi soggettivamente per qualche elettore una o più di quelle ragioni siano state sufficienti, dimostra solo che i teatrini della politica in qualche misura fanno presa, ammaliano o meglio, come avrebbe detto Brecht, “cucinano”.

Sarò un po’ testone e un po’ vetero, ma quando mi trovo davanti a fenomeni come questi chiedo sempre soccorso a Gramsci che quasi cento anni fa avvertiva: ecco la maschera sghignazzante della realtà che giganteggia sulle banali rappresentazioni che si seguono sulla scena politica.



2. “C’è del marcio nella CIA!”

Il potere logora? Bene, come mai quello democristiano si è logorato in cinquant’anni e quello berlusconiano solo in sedici?

Differenza di caratura tra Andreotti e Berlusconi? Ah, che questa differenza ci sia è indubbio, ma io credo che in realtà le ragioni stiano proprio in quei fenomeni macroscopici che per quanto giganteggino giganteschi solitamente nessuno li vede.

Il potere democristiano iniziò quando il presidente statunitense Truman con la sapiente regia del suo Segretario di Stato, Dean Acheson, inventò la Guerra Fredda.

Il problema era questo: lo strapotere economico e finanziario degli USA, esito delle due guerre mondiali, rischiava di mandare in bancarotta i partner commerciali degli Stati Uniti. Il Piano Marshall non bastava al rilancio delle loro economie: occorreva un’iniezione maggiore di risorse. Ma bisognava vincere le ritrosie, il conservatorismo in materia fiscale e l’isolazionismo del Congresso. “La [guerra di] Corea arrivò, e ci salvò”, ricordò in seguito Acheson, con una certa dose di cinismo.

Iniziò così, per ragioni legate al dio Mammona, la lotta del Bene contro il Male che ancora prosegue e che fu caratterizzata da crisi annunciate e metodicamente verificatesi con episodi controversi, dall’antecedente attacco a Pearl Harbor, che servì a vincere il radicato isolazionismo americano, la citata crisi coreana, “prevista” un anno prima proprio da Acheson, il famoso incidente del Golfo del Tonchino, che aprì le tragiche danze in Vietnam, per arrivare all’11 settembre, “previsto” un anno prima dagli strateghi neocons del Project for a New American Century, per arrivare infine a cose più artigianali come i 10.000 morti ammazzati da Gheddafi in tre giorni dei quali anche il Pentagono ammise di non avere le prove.

Complottisti! Complottisti!

A parte il fatto che queste accuse suonano un po’ bizzarre in un Paese in cui i servizi segreti ne hanno fatte di cotte e di crude, a parte il fatto che esse sono oggi ripetute da persone che quarant’anni fa si esaltavano a vedere “I tre giorni del Condor” e ridevano con sufficienza quando, sul punto di scoprire l’intrigo, Robert Redford se ne usciva con la mitica frase “C’è del marcio nella CIA!”, a parte questi “amarcord”, qui non si sta parlando di complotti, ma di “tecnicalità” di supporto a politiche e strategie di ampio respiro legate ai meccanismi dell’accumulazione capitalistica. Che sono economici, finanziari, politici e culturali, anche se poi ci fa a volte comodo analizzarli separatamente.

Ritorniamo allora alla strategia di Truman. Una volta diviso il mondo in due, buoni e cattivi, liberi e comunisti, questa specie di New Deal mondiale assunse dimensioni più realistiche e dove il ragionamento economico fallì ebbe successo la paura. Così il Congresso allentò i cordoni della borsa e tramite il più massiccio riarmo mai avvenuto in epoca di pace i soldi iniziarono a fluire in enormi quantità nell’Europa occidentale e in Giappone.

I Paesi beneficati avevano il compito di ricostruirsi, crescere e moltiplicarsi, a maggior gloria degli scambi commerciali internazionali. Ma non avevano l’obbligo di “globalizzarsi”, altrimenti addio ricostruzione, crescita e moltiplicazione. E così la sovranità monetaria e il controllo sui flussi di capitali, o il sistema progressivo di tassazione, il welfare e l’industria pubblica o partecipata, erano cose considerate del tutto normali. Nessuno le metteva in discussione.

La Democrazia Cristiana era il partito plenipotenziario in Italia col compito di attuare quell’obbligo biblico e imperiale. Ad ogni modo, approfittando del suo ruolo e della Guerra Fredda, ogni tanto faceva un po’ la fronda al potere imperiale centrale. La sua tradizionale politica filoaraba (ridimensionata dall’assassinio CIA-mafia del presidente dell’ENI, Mattei) era una di queste parziali autonomie, ereditate poi dal Partito Socialista di Craxi.



3. Inizia la crisi. Arriva la globalizzazione. “Vendesi Grecia. Tutto ai privati per 50 miliardi”

Ma nel 1971, con la dichiarazione d’inconvertibilità del dollaro in oro, iniziò “ufficialmente” la crisi attuale. Una crisi di sovraccumulazione, si badi. Cioè nel “ventennio d’oro del capitalismo” che seguì la fine della II Guerra Mondiale si erano accumulati capitali in modo troppo ampio e veloce perché potessero essere reinvestiti con profitto negli stessi settori che avevano permesso quell’accumulazione stessa. Dal canto suo, il debito pubblico statunitense aveva preso la tangente verso vette senza precedenti, a causa della guerra in Vietnam, che stava per giunta per essere persa, e le altre spese imperiali.

Dopo un tira e molla tra finanza pubblica e finanza privata e uno scompiglio monetario internazionale, durato poco meno di un decennio, durante il quale la finanziarizzazione piantò i suoi semi, anzi i suoi virgulti, con l’amministrazione Reagan e la sua deregulation New York fece pace con Washington e si impose su tutto il mondo la diarchia Wall Street-Tesoro USA.

I capitali che venivano disinvestiti o non investiti in commercio e industria a causa della sovraccumulazione presero due strade: la speculazione finanziaria e la rapina della ricchezza già esistente nel mondo.

La prima lasciò dietro di sé la desolazione della deindustrializzazione. I quartieri operai, ma anche quelli della media borghesia, presero l’aspetto di aree socialmente devastate, terreno di scorrerie della malavita, mentre fiorivano, a vantaggio di una élite ristretta, i “prodotti finanziari”, derivati di derivati di derivati di ricchezza reale, che soppiantavano a ritmo vertiginoso i prodotti materiali: nasceva il termine “industria finanziaria”, il denaro che si autogenerava come nel campo dei miracoli del Paese di Acchiappacitrulli di Pinocchio.

Insomma i padroni delle ferriere avevano lasciato la leadership al Gatto e alla Volpe.

Il motto “Ciò che è buono per la General Motors è buono per l’America” fu rimpiazzato da quello “Ciò che buono per Wall Street è buono per l’America”.

Per rapinare la ricchezza esistente bisognava che chi la deteneva si facesse rapinare. I capitali, ansiosi di speculazioni e di ricchi shopping, premevano perché ciò che era normale, cioè la sovranità monetaria, il controllo sui flussi di capitale, il sistema progressivo di tassazione, il welfare e l’industria pubblica o partecipata, dovesse essere considerato anormale, inefficiente, obsoleto, e quindi doveva essere smantellato: “Privato è bello”, “Pubblico è cattivo”, “Privatizzare è d’obbligo”. Generazioni di economisti di tutto il mondo specializzatisi negli USA, sovente brillanti, furono formate su queste parole d’ordine giustificate da elaborati ed eleganti modelli matematici. Spesso, dopo periodi passati presso le Istituzioni Finanziarie Internazionali, come l’FMI e la Banca mondiale, o presso le grandi banche d’affari come la Goldman Sachs, venivano incanalati nei gangli del potere dei Paesi di origine, portandosi dietro quella formazione mentale e importanti relazioni alle quali era difficile sottrarsi (non ne faccio quindi una questione moralistica; questo è il modo di operare di un impero che si rispetti ed è successo che alcuni di queste menti pensanti col tempo abbiano sviluppato un’elaborazione indipendente e critica).

Il Washington Consensus e i famigerati “aggiustamenti strutturali” imposti dall’FMI ai Paesi da rapinare divennero gli arnesi da scasso.

La Russia di Boris Yeltsin, l’ubriacone, cleptocratico e compradore che successe a Gorbaciov in circostanze non proprio limpide, fu venduta all’incanto, al prezzo stabilito dai cervelloni dell’Università di Harvard. Morirono d’indigenza milioni di persone e l’aspettativa di vita crollò drasticamente.

Sembra un lontano passato, ma è ancora un tragico futuro, perché la crisi non è per nulla finita e nemmeno le rapine. Non è un caso che su “Affari e Finanza” di ieri 16 maggio, si possa leggere in prima pagina: “Vendesi Grecia. Tutto ai privati per 50 miliardi”.



4. E arriva anche quel rompiballe di Berlusconi

Rapine di questo tipo devono avere degli “inside men”, dei complici interni. Innanzitutto occorreva scardinare il precedente sistema di potere, indipendentemente da quanto sia stato fedele (se poi a Sigonella ha fatto puntare i mitra dei Carabinieri italiani contro le forze speciali statunitensi c’è ancora più gusto). Per il semplice motivo che quel sistema di potere era troppo invischiato nei precedenti meccanismi di accumulazione “nazionali”.

Si mise allora a punto una sorta di superarchivio delle inevitabili corruzioni che pervadono i centri di potere. Un archivio mondiale che fu usato in modo clamoroso in Italia.

I Paesi alleati non potevano, per definizione, essere bombardati. Così si puntò sul “logoramento da potere”. In altre parole si contò sul fatto che dopo cinquant’anni i cittadini non ne possono più dei soliti padri-padroni. In teoria è vero, ma nella pratica è un calcolo che si è rivelato errato tanto in Italia, quanto in Iraq, in Libia e in Siria. Occorre infatti vedere cosa si offre in cambio. E se in cambio si offrono impoverimento, precarietà, perdita di dignità, asservimento, complotti (veri), e in alcuni casi un governo di tagliagole fondamentalisti benedetto dalla “più grande democrazia del mondo”, è difficile che la transazione vada in porto.

In Italia lo smantellamento del vecchio ordine, politico ed economico, doveva essere affidato agli ex comunisti, con l’ausilio dell’ala sinistra della Democrazia Cristiana. Una scelta ragionevole: il sistema democristiano era degenerato nel CAF (asse Craxi-Andreotti-Forlani) e il Partito Comunista Italiano era stato l’unico credibile partito di opposizione. Inoltre dal segretario Berlinguer in poi aveva fatto della “questione morale” un cavallo di battaglia e tutto doveva svolgersi attorno a tale questione. In apparenza, per lo meno. Così, una volta sdoganati geopoliticamente grazie alla caduta del Muro di Berlino e all’implosione dell’URSS (e agli abboccamenti di cui fu pioniere l’attuale Presidente della Repubblica), l’attacco giudiziario al CAF sembrava permettere una facile passeggiata al ricambio di potere.

Qui occorre chiarire cosa fu l’operazione “Mani Pulite”. Non è necessario pensare a magistrati singolarmente asserviti a poteri stranieri. Si pensi invece ad un investigatore che per anni, svolgendo legittime indagini in una casa, ha cercato invano di aprire certe porte ai piani superiori tenute rigorosamente sbarrate. Improvvisamente alcune di queste porte si aprono e l’inchiesta può proseguire. Altre però rimangono sbarrate. Aveva voglia Bettino Craxi a chiedere che a quel punto venissero aperte tutte le porte e non solo alcune! La sua chiamata di correo fu giudicata poco elegante ed un’ammissione di colpevolezza.

Chi insistette, o ancora insiste, a voler forzare le altre porte del castello di Barbablù rischiava e rischia molto, come succede alla dottoressa Clementina Forleo, sbatacchiata di qua e di là dal CSM, su precisa richiesta politica (si legga di Carlo Vulpio, “Roba Nostra”, Il Saggiatore, Premio "Rosario Livatino" 2009), privata della scorta e oggetto di minacce e di attentati mortali alla sua famiglia.

Parallelamente a Mani Pulite si svolgeva l’addestramento di una élite di economisti e finanzieri italiani sui meccanismi della nuova politica di finanziarizzazione e di “accumulazione per espropriazione”, come è stata chiamata da David Harvey (è da qui che inizia l’agonia dei beni comuni, come l’acqua). Un addestramento iniziato, sempre nel fatidico 1992, con un viaggio d’istruzione sul panfilo Britannia, messo gentilmente a disposizione da sua Maestà Britannica alla crème de la crème della finanza anglosassone e ai suoi ospiti italiani (si veda di Massimo Maggi, “Convegno sul Britannia, sponsor la Regina. Manager ed economisti invitati a un dibattito sul Mediterraneo, a bordo dello yacht della famiglia reale inglese”. Corriere della Sera, 2 giugno 1992).

http://archiviostorico.corriere.it/1992/giugno/02/convegno_sul_Britannia_sponsor_Regina_co_0_92060218751.shtml


Tutto sembra muoversi come stabilito. Bettino Craxi è insultato davanti alle televisioni di tutto il mondo a suon di lancio di monetine, in perfetto stile rivoluzione colorata. La “gioiosa macchina da guerra” di quello che fu l’ultimo segretario del PCI, Achille Occhetto, sembra messa a punto e poter trionfare. Ma, minacciato direttamente da tale gioiosa macchina, scende in campo il Cavalier Silvo Berlusconi.

Il cavaliere cerca di cavalcare Mani Pulite, ma non gli riesce bene, perché in realtà è uno dei maggiori beneficati dalla cosiddetta Prima Repubblica. Tuttavia non è qui il punto. Berlusconi è un outsider, è fuori dai giri dei salotti buoni della finanza e dell’industria italiana. E’ il parvenu per eccellenza, sia nel mondo degli affari sia, ora, in politica.

Ed è per questo che i settori che hanno deciso di resistere alla svendita globalizzatrice si trincerano dietro di lui, assieme alla maggioranza degli Italiani che aveva sostenuto fino a quel momento il CAF.

E così Silvio Berlusconi divenne per la prima volta Presidente del Consiglio, inaspettatamente, contro ogni previsione. Confesso anch’io che quando sentii la notizia al telegiornale pensai che fosse uno scherzo di Sabina Guzzanti.

Scoppia la sindrome della rivoluzione colorata fallita: come? come mai la gente non si ribella a chi per decenni ha corrotto, ha concusso, ha abusato del proprio potere? come mai non acclama i “liberatori”? Nascono le spiegazioni di ogni tipo: lo strapotere mediatico di Sua Emittenza, il sostegno statunitense, quello dei poteri forti. Nulla di tutto ciò. I poteri forti, quelli che si raccolgono attorno a Mediobanca, al patto di sindacato RCS, al gruppo Espresso, al gruppo Agnelli, hanno un’altra agenda nella quale Berlusconi o non c’entra o c’entra in forma negativa. Le sue tre reti televisive nazionali hanno di sicuro un peso, ma non bastano come spiegazione. Inutile andare a scomodare quel trombone di Popper: durante il quarantennio democristiano i pochi canali erano pubblici, controllati da un esponente dell’Opus Dei, eppure avevamo il più grande partito comunista dell’Occidente e un’opposizione sociale e culturale di grande rilevanza. Nemmeno il preteso controllo delle tre reti nazionali è stata un’operazione “totalitaria”, se un vecchio arnese della CIA, complice del golpe cileno e con le mani grondanti del sangue del legittimo presidente socialista Salvador Allende, ha avuto la possibilità di ripetere più volte in una trasmissione in prima serata su RAI 3 alla fine del 2009: “Noi [noi l’impero, cioè] vogliamo che Silvio Berlusconi cada e che al suo posto vada Gianfranco Fini”. Tra i gridolini di gioia della sinistra: raccapricciante!

Dopo le magre prove di Fini e la constatazione che le sue possibilità di successo erano minime, alla fine del 2010 però proclama che Obama sta con Berlusconi e non con Fini. Si stava evidentemente profilando l’aggressione alla Libia e gli Stati Uniti iniziavano a richiamare i fuoriusciti al soccorso dell’ex capo che doveva andare in guerra. Assieme a loro Obama stava per sostenere Berlusconi come la corda sostiene l’impiccato.

Ma cosa era successo nel 2009? Come mai quell’ostilità a stelle e strisce? Cos’era successo all’uomo del G8 di Genova? Come mai si era inimicato il maggior alleato?

Noi nelle segrete stanze non avremo mai modo di accedere. Ma un minimo di analisi politica senza i paraocchi ideologici permette di capire che dal 2003 il Cavaliere cerca decisamente di appoggiarsi a gruppi pubblici come ENEL ed ENI e ai rapporti privilegiati che questa intesa promuove con la Russia di Putin e altri Paesi produttori di idrocarburi fossili, come l’Iran, la Libia e il Venezuela.

In altre parole si sta andando decisamente al di là dell’elasticità consentita dall’impero in tema di politica estera ed energetica, una preoccupazione, a dar credito a Wikileaks e alle dichiarazioni ufficiali, forse più dell’ambasciatore di Bush, Reginald Spogli, che non di quello di Obama, David Thorne.

Può sembrare paradossale, ma è verosimile. Nonostante le apparenze, i forsennati attacchi internazionali contro Berlusconi, partiti invariabilmente dall’Economist e dal Financial Times, e dai centri di potere cui fanno riferimento - non certo per andare in soccorso delle pulsioni democratiche e costituzionali degli Italiani, alle quali il business è indifferente - e che hanno avuto come ripetitori nel nostro Paese La Repubblica fiancheggiata senza il minimo senso critico da tutti i giornali di sinistra (proprio mentre l’inetto Berlusconi dichiarava che la direzione andava al contrario, dai “comunisti” italiani ai due prestigiosi organi della City, “insufflati”, secondo lui - e poveri noi), questi attacchi, dicevamo, a cui si aggiungono le altre vicende giudiziarie di un uomo che come tutti i ricchi e potenti ha scheletri in ogni armadio e in più non è mai riuscito a distinguere i propri interessi personali da quelli del Paese, hanno messo in luce che Berlusconi non era un nuovo Mattei, come qualcuno si illudeva, ma un saltimbanco, abile quanto si vuole ma per il quale non valeva nemmeno la pena di scomodare la mafia. Bastava scomodare qualche minorenne.



5. Berlusconi se ne va

E’ una previsione. La decimazione delle preferenze nella sua roccaforte milanese è solo la conferma che il suo ciclo si è chiuso. Ma la realtà che giganteggia sogghignante sopra il teatrino delle elezioni rivela che il suggello al suo declino bisogna cercarlo da un’altra parte: sta nell’umiliante consenso dato ad Obama di andare a bombardare il suo “amico” Gheddafi. Il punto d’approdo di una costante ritirata iniziata dal Duomo in faccia a Milano (conferma, dopo le migliaia di foto col teleobiettivo di Villa Certosa, che i servizi di sicurezza potevano decidere se proteggerlo o non proteggerlo) e la successiva precipitosa dichiarazione a Gerusalemme che la politica estera ed energetica italiana sarebbe stata subordinata agli interessi statunitensi e israeliani.

Cosa è stato allora il quindicennio berlusconiano? In definitiva il tentativo di alcuni settori e di molti italiani di salvare alcuni interessi nazionali, pubblici e privati, dalla svendita e dall’asservimento alla “globalizzazione”, di cui magari apprezzavano invece gli aspetti culturali. Chiaramente una reazione contraddittoria e, come vedremo, nella direzione sbagliata (non è la prima volta che capita nella Storia). E’ allora più che mai indispensabile eseguire delle distinzioni.

E’ chiaro che Berlusconi è stato un campione dei conflitti d’interesse, che ha quasi portato a comportamento ammesso (oltre altri sgradevoli comportamenti, che ne fanno un campione dell’intero insieme di cose che detesto), rendendoli una dato macroscopico dello scenario politico italiano. Cosa che a noi persone normali, tartassate dai contributi e dal reddito sempre più scarso, può stare e sta decisamente sull’anima. Ma è meno conflitto d’interessi quello che avviene per interposta persona? Tramite lobbying? E che dire della sinistra che indicava negli USA il Paese con le migliori leggi contro tale conflitto? Non era un conflitto d’interesse di dimensione mondiale quello che ex parte subiecti ha scatenato la guerra in Iraq della junta petrolera di Bush? E che dire del caso Enron, un super caso Parmalat in formato presidenziale? E per finire, cosa dobbiamo dire dell’amministrazione Obama, zeppa di bankster, some dicono lì, cioè di finanzieri e banchieri pirata?

Berlusconi è stato accusato di cesarismo. Certo, il suo ripetuto appellarsi al plebiscito personale è cesarismo. Ma è ciò che è sempre accaduto quando la sinistra è venuta meno ai suoi doveri di difesa della sovranità nazionale, non per nazionalismo, ma per salvaguardare gli strati subalterni dalle rapine internazionali, non per nazionalismo ma per la più efficace forma di internazionalismo, che non è la “difesa dei diritti universali”, che porta invariabilmente ai “bombardamenti umanitari”, ma è il contrasto e l’indebolimento dell’imperialismo.

L’ascesa del nazismo dovrebbe averlo insegnato, e invece mentre si analizzavano i reali, ma in parte esagerati, caratteri autoritari del berlusconismo, si riduceva tutto alla persona e agli strumenti che utilizzava, e non alle sue cause strutturali, non al fatto che si era in presenza di una riedizione blanda e farsesca - ma non per questo non seria - dei tragici avvenimenti che caratterizzarono la Repubblica di Weimar, infeudata alla finanza anglosassone, e caratterizzata dal fatto che la sinistra stava dimostrando con la sua infatuazione per le privatizzazioni e il suo continuo appoggio alle banche e alla finanza di essere parte del problema da risolvere e non della soluzione.

Non a caso a Berlusconi si è affiancata la Lega, vera forza nazional-socialista ritagliata su una piccola patria artificiale. Non è un caso che tutte queste forze nazionaliste e xenofobe siano emerse assieme alla globalizzazione, in Olanda, Austria, Danimarca, India, Germania e oggi Ungheria. Col recente caso notevole del Front National di Le Pen figlia, che ha appreso e superato la lezione della Lega Nord italiana, ipotecando con grande abilità l’eredità gaullista tradita da Sarkozy.

Oggi Bersani, segretario del PD, insiste in modo un po’ maldestro nella sua corte alla Lega. Alla sinistra non importa un bel nulla né della lezione storica né delle compagnie che frequenta. Però ha la faccia di bronzo di fare le ramanzine antifasciste agli altri. In realtà non esiste in Italia forza politica più genuinamente mini-nazional corporativa della lega, senza bisogno di fasci littori o di svastiche. Non penso proprio che il nuovo fascismo si presenterà con labari e in orbace, con le croci runiche di Casa Pound. Al più saranno di supporto o di contorno. Ma potrebbero essere ritenuti persino d’impiccio. E’ però più comodo far finta che il problema sia invece tutto lì.

Vedremo come si svolgeranno i malumori della Lega. Non è escluso che sia pronta a lasciare Berlusconi. Non solo perché la Lega è sempre pronta ad abbandonare la nave che affonda, ma perché ormai Berlusconi è stato normalizzato, disinnescato. Draghi alla BCE col sostegno di Tremonti testimonia la fine del ciclo. D’altra parte persino Berlusconi sta abbandonando se stesso e ha già incoronato successore il biforcuto, intelligente e abile Ministro delle Finanze, uomo per tutte le stagioni. Da lui spera che vada in porto la trattativa per la buonuscita, cioè senza la scelta tra Hammamet e le manette. Perché può capitare questo quando si chiude un ciclo.



6. Una nuova stagione?

Auguro personalmente successo a Giuliano Pisapia, è una persona stimabile e rispettabile (le stupidaggini su di lui del sindaco uscente Moratti ne sono una riprova). Può essere un ottimo amministratore. Ma se verrà eletto dovrà mantenere in riga la sua coalizione e tenere a bada gli inevitabili appetiti che l’Expo susciterà in qualcuno. Con l’appoggio dei milanesi ce la può anche fare.

Il successo personale di Luigi De Magistris, lasciato solo all’ultimo momento da tutti, è meritato. In bocca al lupo. Se vince non dovrà dire grazie a nessuno. Un bel vantaggio.

Detto questo concludiamo cercando di spingere lo sguardo verso il futuro.

Certo, dobbiamo aspettare l’uscita ufficiale di scena, ma la chiusura del ciclo Berlusconi apre la possibilità di rifare politica in modo più chiaro, senza ricatti, la possibilità di riprendere un ciclo di lotte interrotto, con la consapevolezza acquistata in questi anni. La fine politica di Berlusconi toglie di mezzo un equivoco, una foglia di fico dietro la quale nascondere le vergogne di una politica prona ad interessi transnazionali con referente economico a New York e politico a Washington. Di fatto la fine politica di Berlusconi è come la morte della creatura di Frankenstein, che non può avvenire senza la morte del suo creatore. Destra e sinistra in questo sono stati mutuamente creature e creatori di mostri, due schieramenti complementari.

Indipendentemente dal contenuto reale della sua proposta, sulla quale ho parecchi dubbi, il successo, seppure locale, della Lista 5 Stelle assieme all’incremento dell’astensionismo sono due lati dello stesso messaggio: gli Italiani sono stufi sia di creatori di mostri sia di creature mostruose, sono stufi di schieramenti che si rispecchiano l’uno nell’altro, sono stufi delle vecchie ma inconcludenti giaculatorie, fossero anche di nobile e gloriosa origine, sono stufi del politicamente corretto col quale si cerca di espungere le contraddizioni fin dal linguaggio mentre esse imperversano nella realtà, sono stufi dei teatrini nel mentre la maschera sghignazzante della realtà opprime la loro vita quotidiana e offusca il futuro loro e quello dei loro figli.

Gli spazi di manovra per un’alternativa reale si stanno tutti riaprendo. Ma per coglierli bisogna lavorare seriamente ed essere credibili. L’alternativa va costruita, con impegno, con fatica, con scienza e coscienza. Deve affrontare l’enorme complessità di una crisi sistemica e di una transizione epocale e contemporaneamente superare il deficit di credibilità che grava ormai su chiunque faccia politica. Solo così si potrà prevenire il fascismo del futuro - ché è proprio da questi deficit che nascono i fascismi - cosa più importante che stare sempre col collo girato a guardarsi dal fascismo del passato (che è un po’ come prendersela solo con dei piccoli delinquenti locali, magari anche violenti, mentre non si nota l’azione pervasiva, silenziosa ma ben più aggressiva delle mafie dei colletti bianchi).

Le sfide da affrontare sono contemporaneamente nazionali e internazionali. Collegano i singoli individui e i loro rapporti comunitari e sociali alle dinamiche globali, i processi molecolari dell’accumulazione capitalistica a quelli transnazionali. Altro che battito d’ali della farfalla che provoca il terremoto: la possibilità di accedere al bene comune acqua non è mai stata tanto connessa come oggi agli stessi motivi per cui occorre opporsi all’aggressione alla Libia.

E allora si consideri bene una cosa: sotto l’incalzare delle stesse dinamiche internazionali che abbiamo illustrato, siamo probabilmente anche alla fine del ciclo Unione Europea. Una Unità Europea che è nata sulla sola BCE non può che morire sotto i colpi della crisi, perché non ha possibilità di difesa politica. La crisi non si fermerà perché Draghi andrà alla BCE o ci sarà un nuovo governo in Italia. Anzi, entrambe le evenienze rischiano di aprire ulteriormente gli spazi alle scorribande à la Washington Consensus, cioè all’accumulazione di capitale tramite la spoliazione, ovvero la rapina di risorse naturali, sociali, culturali, economiche e finanziarie, che ha come requisito la sottrazione di tali risorse alle giurisdizioni nazionali per assumerle nell’iperuranio dei “mercati”, entità immateriali, impersonali, chimeriche, intangibili e inarrivabili. E quindi incontestabili. Ma soprattutto fondamentalmente false.

La fine del ciclo UE apre la possibilità concreta di inserire come un cuneo una politica progressiva di ritorno a sovranità nazionali basilari, come premessa indispensabile per un rilancio dell’Europa su altre basi, così come spiega lucidamente il grande economista Samir Amin:

Il riallineamento delle sinistre elettorali europee all'idea che “l'Europa così com’è è meglio che non avere l'Europa” non permette di uscire dalla situazione di stallo, che richiede la decostruzione delle istituzioni e dei trattati europei. In mancanza di ciò il sistema dell'Euro, e dietro di esso quello dell’ “Europa così come è”, affonderanno in un caos il cui esito è imprevedibile. Si possono allora immaginare tutti gli “scenari”, compreso quello che si pretende di voler evitare, la rinascita di progetti di ultradestra. In queste condizioni la sopravvivenza di una Unione Europea perfettamente impotente o la sua implosione non fa molta differenza per gli Stati Uniti. L'idea di un’Europa unita e potente, che costringa Washington a prendere in considerazione le sue opinioni e interessi, è un'illusione.(Samir Amin, “L'impossibilità di gestire l'Euro”. L’Ernesto Online del 31/05/2010).

Amin, faceva conto per il riscatto su «una sinistra radicale [che] osasse prendere l'iniziativa politica della formazione di blocchi storici alternativi “anti-oligarchici”». In realtà ci faceva un conto limitato, come mi confidò una volta a Parigi. I tentennamenti della sinistra radicale rispetto all’aggressione alla Libia e alle minacce di aggressione alla Siria (e da parte di alcuni il sostanziale appoggio a queste aggressioni), la loro propensione ad “unirsi anche col diavolo” pur di battere Berlusconi (ovvero unirsi proprio con la causa del berlusconismo, come abbiamo visto, ripetendo sia i tragici errori di Weimar, sia quelli più farseschi del secondo governo Prodi, che segnò la fine di questa ala della sinistra), a mio avviso rendono del tutto impraticabile quella speranza, anche in una versione modesta.

Occorre ricominciare da capo, con altre prospettive, con altre analisi.

Non basta ripetere il breviario sulla lotta di classe per distinguersi da un processo storico che segue parallelamente la crisi e la chiusura degli spazi sociali, politici, culturali ed economici che davano ossigeno alla sinistra. Un processo storico che ha condotto ad un fenomeno ben descritto dall’economista americano Michael Hudson: «Che altro è l’attuale compito del labour parties se non quello di tradire i propri patti costitutivi?».

In altre parti del mondo il redde rationem è già avvenuto con toni drammatici. Si pensi alle recentissime elezioni nel Bengala Occidentale, stato chiave dell’Unione Indiana di 90 milioni di abitanti, per 35 anni guidato dal governo del Left Front capeggiato dal Communist Party of India (Marxist), il CPM.

Mi ricordo ancora la grande manifestazione a Calcutta dell’intellighenzia di sinistra bengalese contro il “suo” stesso CPM, dopo che il tradimento dei suoi patti costitutivi aveva portato al massacro di contadini che lottavano per la propria terra.

E la scorsa settimana i nodi sono arrivati al pettine. Gran parte dell’elettorato di sinistra ha dirottato il proprio voto sul Trinamool Congress Party, un partito centrista, pur di sbarazzarsi del giogo del CPM, ormai avvertito come un cancro da estirpare. E così sarà: dopo 35 anni di strapotere la rappresentanza del Left Front e del CMP nel parlamento del Bengala Occidentale si è ridotta pressoché a niente, passando dai 233 seggi del 2006 ai 62 di oggi, mentre il Trinamool è salito da 30 a 184 e formerà il nuovo governo. Sono passati solo cinque anni. Sembra un’epoca geologica.

Non solo il mondo è in preda a velocissimi movimenti convulsi. Bisogna anche ricordarsi che, come disse Marx, l’India è un’Italia di dimensioni asiatiche.[url]http://

 

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