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Stati Uniti, un impero all’angolo
- Inserito il 14 maggio 2011 alle 12:01:41 da Tonino D’Orazio.

Stati Uniti, un impero all’angolo
Tonino D’Orazio

(maggio 2011)


Ci stiamo avviando verso il collasso imperiale degli Stati Uniti, e dei suoi satelliti, con il probabile ultimo e pericoloso alito di respiro entro il prossimo decennio.

Potrò sembrare animato da eccesso critico verso questo paese, in realtà sono solo contro la prepotenza economico-politica, e conto che i miei commenti siano letti all’interno di un quadro geopolitico allargato che spesso sfugge se si guardano solo i dettagli che ci vengono proposti di volta in volta.
Sono contro le dittature, ovviamente, compresa però quella del capitalismo guerrafondaio e accaparratore. Propongo in questo caso al lettore diversi di spunti e dettagli; sono tutti documentati da giornali e riviste conservatori, americani o occidentali.

Intanto l’economia: Non sfugge più a nessuno che entro i prossimi cinque anni la prima potenza economica mondiale, se il trend economico continua su questa scia, sarà la Cina (Wall Street Journal). Ovviamente è un paese che necessiterà sempre più di energia, il petrolio, perchè il suo carbone non basta, è pericoloso per i suoi effetti inquinanti e rappresenta solo il 12% del fabbisogno. Per chi intende fermare o rallentare il suo sviluppo, la Cina non deve poter accedere facilmente al proprio rifornimento di petrolio, oltre che di materie prime. In questo senso, l’accordo con la Russia per un oleodotto di rifornimento diretto è in atto e scatena un po’ di “malumori” (vedi continuità di scudo spaziale in Romania, spostamento degli F-16 di Aviano in Polonia). Non a caso non è stato ancora sufficiente bloccare l’Iraq e l’Afganistan, rimane infatti in piedi un rifornitore coriaceo, l’Iran non ancora destabilizzato, ma sicuramente a tiro per fasi di “democratizzazione” capitalistica futura possibilmente sotto un po’ di bombe. O attraverso un’implosione interna.
Anche la Russia -non sembra-, ma è “accerchiata” da paesi oggi diventati satelliti di altri. Il petrolio africano, con il quale si rifornisce la Cina, soprattutto da Libia e Nigeria, (un oleodotto tra Nigeria e Camerun con terminale vicino a Douala, sull’Atlantico, è quasi terminato con fondi cinesi) sta ormai per passare di mano. La violenza verso le tribù libiche rasenta l’occupazione e la neocolonizzazione di un paese aderente all’ONU da parte di altri paesi. Il diritto internazionale non serve più, né tantomeno qualche vittima civile; l’assassinio politico è tornato di nuovo in vigore, occhio per occhio, dente per dente.
L’accordo con le tribù libiche dell’est cirenaico, i cosiddetti “ribelli” sostenuti da “rapinatori occidentali”, o “volenterosi”, è già stato siglato. Si esita a dar loro le armi, potrebbero successivamente ritorcersi contro gli occupanti. Comunque dovranno pagarle dopo a peso d’oro, cioè di petrolio. Anzi, con una operazione decisa non a Bengasi, ma a Londra, Parigi e Washington, il Consiglio nazionale di transizione ha già creato la «Libyan Oil Company»: un involucro vuoto, tipo di società “chiavi in mano” per investitori e speculatori dei paradisi fiscali. Il suo compito sarà di concedere licenze a condizioni estremamente favorevoli per le compagnie britanniche, francesi e statunitensi. Verrebbero penalizzate le compagnie che, prima della guerra, erano le principali produttrici di petrolio in Libia, l'italiana Eni e la tedesca Wintershall. Ancora più penalizzate sarebbero le compagnie cinesi e russe, cui Gheddafi aveva promesso, il 14 marzo scorso, le concessioni petrolifere tolte alle compagnie europee (BP) e Usa (Oxy). Ma guarda che tempestività di intervento francese e inglese per la democrazia! I piani dei «volenterosi» prevedono anche la privatizzazione della compagnia petrolifera libica - oggi statale- , che verrebbe imposta dal Fondo monetario internazionale in cambio di «aiuti» per ricostruire le infrastrutture e le industrie distrutte dai raid degli stessi «volenterosi» e degli stessi “salvatori”.
Rimane però da risolvere il grosso problema dell’atteggiamento dei “Brics” e dell’Unione Africana.
L’Euro è nato con il consenso degli americani a condizione che fosse sempre il dollaro a farlo alzare o scendere di valore a secondo delle loro necessità. L’euro diventa sempre più forte e quindi perde di competitività a scapito della “libera concorrenza internazionale” pilotata. D’altra parte se si crede ideologicamente nella necessità di una locomotiva, oltre a rifornirla di carburante, bisogna pur rimanere carrozza e seguire. Il dollaro quindi non si tocca. Chi tocca muore.
Il primo fu Saddam Hussein, il quale nel 2001, decise che il suo petrolio andava pagato con la nuova moneta, l’euro. Non aveva capito, dieci anni prima, nel 1991, la lezione della prima scarica di bombe, avendogli fatto credere (gli americani), che per il suo milione di morti messi a disposizione per una guerra interposta contro l’Iran, gli avrebbero regalato il Quwait. Pensava di vendicarsi vendendo il suo petrolio in euro. Quasi tutti oggi, dopo la morte di circa un milione di civili irakeni sotto il fuoco amico, e la resistenza “terroristica” per la democrazia, hanno capito che l’obiettivo reale era il petrolio e il predominio del dollaro. (Qualcuno ancora no).
Ecco ora Ghedaffi. Il suo petrolio si intreccia con la finanza e la lotta al dollaro che impoverisce l’Africa tramite il Fondo Monetario Internazionale e il suo braccio destro la Banca Mondiale. A Bengasi è stata già creata la “Central Bank of Libya”, un involucro vuoto ma con un importante futuro: gestire formalmente i fondi sovrani libici, tra i 150 e i 200 miliardi di dollari, che lo stato libico aveva investito all'estero, una volta che saranno “scongelati” dagli Stati uniti e dalle maggiori potenze europee. Ovviamente l’operazione viene affidata alla banca inglese Hsbc, principale “custode” (cioè espropriatrice capitalistica), degli investimenti libici “congelati” nel Regno Unito (circa 25 miliardi di euro) e anche in Italia.
Uno dei principali obiettivi è sicuramente quello di affondare gli organismi finanziari nascenti dell'Unione Africana, la cui nascita è stata resa possibile in gran parte dagli investimenti libici, dalla Banca del Sur latino-americana (sotto la spinta di Chavez) e conil sostegno cinese: la Banca Africana di Investimento, con sede a Tripoli; la Banca Centrale Africana, con sede ad Abuja (Nigeria); il Fondo Monetario Africano, con sede a Yaoundé (Camerun). Quest'ultimo, con un capitale di oltre 40 miliardi di dollari, potrebbe (dovrebbe) soppiantare il Fondo Monetario Internazionale in Africa, Fondo che ha dominato finora le economie africane, spianando la strada alle multinazionali e alle banche d'investimento statunitensi ed europee in funzione di esproprio dei beni comuni tramite le privatizzazioni forzate.
La prevista partecipazione del Sud Africa avrebbe creato un colosso bancario africano, che avrebbe trascinato tutta l’Africa, come ha detto ultimamente il ministro degli esteri Maite Nkoana-Mashbane dal podio del BRICS di Sanya, (isola cinese di Hainan) e cioè che il suo paese “parla per l’Africa nel suo complesso“. L’Africa, abbandonata per anni dagli americani, era ed è ormai quasi tutta cinese e Sud Africana. L’Africa è il maggior produttore al mondo di materie prime, e potrebbe diventarlo anche di prodotti alimentari. Anzi molti paesi, tra cui l’Arabia saudita stanno programmando di produrre i loro alimenti con le risorse della terra e dell'acqua di paesi africani come il Sudan e l’Etiopia. Il problema idrico di alcune zone del mondo sta diventando drammatico, soprattutto in Medio Oriente. La stessa Cina ha acquistato, tramite sue aziende internazionali, milioni di ettari in vari paesi africani. La Cina ha cinquecento milioni di cittadini “di troppo” e continua ad avere un alto trend di fertilità e di natalità.
Attaccando la Libia, i “volontari” occidentali affondano gli organismi che un giorno potrebbero rendere possibile l'autonomia finanziaria e lo sviluppo dell'Africa e si riprendono in mano il Mediterraneo. Ora rimane in piedi la Siria (A quando l’intervento dell’Onu e poi dell’Otan?) con il porto di Tarsus dove sosta la flotta russa del Mediterraneo, e da dove si spera di espellerli con una rivoluzione democratica ad influenza culturale occidentale. Non intendo salvare nessun dittatore, ci mancherebbe, ma ce ne sono parecchi in giro, noti e pericolosi assassini e genocidi, ma non ben visibili perché protetti da quelli che accusano altri per proprio rendiconto.
Cosa dire del progetto di Gheddafi di introdurre il dinaro d’oro, un’unica valuta africana su base aurea? Nei mesi precedenti all’intervento militare, Gheddafi ha fatto appello alle nazioni africane e musulmane affinché si unissero per creare questa nuova moneta che avrebbe rivaleggiato con l’euro e il dollaro.
Avrebbe venduto petrolio e altre risorse in tutto il mondo soltanto in cambio di dinari d’oro, e la Libia, di oro, ne possiede ben 144 tonnellate (che equivalgono ad oltre la metà delle riserve inglesi). La maggior parte degli stati africani ne era interessata ed entusiasta. E anche tutti i paesi dell’Opep, sulla scia di Chavez. La presenza di un dinaro d’oro avrebbe serie conseguenze per il mondo finanziario internazionale, incapace da Bretton Woods (luglio 1944) in poi di trasformare l’oro in moneta cartacea, e viceversa, (patto affossato definitivamente nel 1971 con una decisione unilaterale americana di non convertibilità oro-dollaro, quest’ultimo ormai valeva solo il 25% del valore dell’altro. Un furto mondiale, ma tanto è!), e avrebbe rafforzato anche il potere dei popoli d’Africa, situazione, per l’impero e i loro alleati della NATO, da evitare ad ogni costo.

Il dottor James Thring, fondatore del Ministry of Peace, afferma che “appena tenti di passare dal dollaro a qualcos’altro, ti stai per trasformare in un obbiettivo dentro un mirino”. Anthony Wile, fondatore e caporedattore del “Daily Bell” sostiene che “una qualunque mossa del genere non riceverebbe certo il benvenuto dall'élite, oggi al potere, responsabile del controllo delle banche centrali del mondo e del loro arricchimento”.

Ma allora, dietro la situazione libica non c’è solo il petrolio, c’è la salvaguardia stessa dell’impero. E si capisce perché il cessate il fuoco, visto anche il numero elevato di civili morti o in fuga (ne sappiamo qualcosa), proposto dall’Unione Africana e dalla Lega Araba non viene minimamente presa in considerazione. Pur avendo il governo libico accettato, dopo due mesi di guerra, la “Road Map” proposta da una delegazione dell'Unione Africana (e dalla Turchia, attore importante per la pacificazione del Mediterraneo e della regione, con l’accordo tra Fatah e Hamas del 3 maggio in Palestina), per porre fine al conflitto in corso. “Dobbiamo dare una chance a un cessate il fuoco'', ha chiosato il presidente del Sud Africa J. Zuma. Ma i “volenterosi” e la Nato hanno risposto:”Troppo tardi”. Strani questi africani: pretendono di avere qualcosa da dire a casa loro, sul loro continente.

Il pericolo è la sostituzione del dollaro come metro di misura mondiale fino ad oggi a discrezione degli americani, e gli stessi giornalisti europei tentennano nell’utilizzare l’euro quale nostra misura di comprensione, anche quando parlano, in cifre, dei paesi europei. E’ un elemento culturale fondamentale del pensiero unico.
Il rischio però si è già avverato in America del Sud e si sta via via tramutando in realtà mondiale con l’emergere dei Brics.
In America del sud, un altro “dittatore” che ha vinto dieci successivi confronti elettorali negli ultimi 11 anni, Hugo Chavez, con l’aiuto del suo petrolio, venduto sempre più caro tra l’altro grazie alle speculazioni di Londra e New York, ha aiutato in modo preminente la costituzione del Fondo Monetario dell’America del Sud. Il 9 dicembre 2007 sette capi di stato latino-americani, “tutti comunisti” direbbe Berlusconi, (Rafael Correa dell’Ecuador, Evo Morales della Bolivia, Hugo Chávez del Venezuela, Nestor Kirchner dell’Argentina, insieme a sua moglie Cristina Fernandez, suo successore alla Casa Rosada, il brasiliano Lula da Silva e il paraguayano Nicanor Duarte) si incontrarono a Buenos Aires per siglare gli accordi fondativi del Banco del Sur. Successivamente si sono aggiunti l’Uruguay di Tabaré Vasquez e la Colombia di Alvaro Uribe. L’hanno chiamato Banco del Sur, per invitare, in futuro, anche altri paesi del sud del mondo, africani e asiatici in un rapporto Sud-Sud. Fondo che ha permesso il rimborso quasi totale dei debiti dei vari paesi contratti con il Fondo Monetario Internazionale e la costituzione di una riserva e un impegno finanziario per il sostegno e lo sviluppo fuori dal cappio delle privatizzazioni e delle imposizioni pauperistiche e di rapina.
Il Banco del Sur è stato salutato, tra l’altro, dal premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz come salutare alternativa al Fmi e alla Banca Mondiale e come valido contributo non solo alla concorrenza dei mercati finanziari ma anche dei mercati globali in genere.
Sempre parlando di energia, il Banco ha allo studio, con il concetto che l’energia può consolidare lo sviluppo economico e l’unità dell’America del sud, un gasdotto (Gasoducto del Sur) che da Panama, passando ovviamente dalle risorse del Venezuela, e quelle ultimamente scoperte in Brasile, raggiunga la Terra del Fuoco, per circa 8.000 chilometri.
L’altra grande novità monetaria è rappresentata dai paesi del Bric (Brasile, Russia, India, Cina) al quale si è aggiunto, con sgomento occidentale, il potente Sud Africa, diventando il Brics. I 5 Paesi Bric insieme rappresentano il 40%della popolazione mondiale e il 21,6% del PIL, il 20,1 per cento delle esportazioni mondiali, il 15% del commercio internazionale e attirano il 53 % del capitale straniero.
Nel 2010 avevano riserve di valuta estera per 3.930 miliardi di dollari, (di cui 3.000 miliardi i cinesi), circa un terzo delle riserve mondiali. Hanno dimostrato con il loro recupero sulla crisi del 2008, che non sono più vulnerabili a una recessione economica negli Stati Uniti e in Europa, ma che, anche se la domanda rallenta nel mondo industriale, essa potrebbe essere ancora attivata volgendosi l’uno verso l’altro (e le altre economie emergenti). Il volume degli interscambi commerciali tra i 5 paesi è pari a 230 miliardi di dollari. E' una cifra ancora non molto rilevante ma in crescita, con l'aumento di quasi il 30% annuo del commercio interno al Brics.
La seconda novità è il sostegno del BRICS a un “ampio sistema internazionale basato su monete di riserve che fornisca stabilità e certezza”; si tratta di un colpo a malapena mascherato alla dignità del dollaro come valuta di riserva principale. In sostanza, significa una chiamata a ricalibrare l’ordine post-II Guerra Mondiale (Bretton Woods) che ha portato alla supremazia monetaria dopata degli Stati Uniti.
E’ difficile mettere i paesi del Brics “nel mirino”. Anzi in termini politici, la posizione comune adottata dal BRICS sugli sviluppi in Libia e in Africa del Nord, ha fatto notizia. La Dichiarazione di Sanya ha detto: “Siamo profondamente preoccupati per le turbolenze in Medio Oriente, Nord Africa e nelle regioni dell’Africa occidentale, e auspichiamo di cuore che i paesi colpiti raggiungano pace, stabilità, prosperità e progresso, e godano delle loro giuste posizione e dignità nel mondo, secondo le legittime aspirazioni dei loro popoli. Noi condividiamo il principio che l’uso della forza deve essere evitato. Noi riteniamo che l’indipendenza, la sovranità, l’unità e l’integrità territoriale di ciascuna nazione devono essere rispettate“. A buon intenditore.
La sfida strategica e politica continua: “Vogliamo continuare la nostra cooperazione nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu sulla Libia. Noi siamo del parere che tutte le parti devono risolvere le loro divergenze in modo pacifico e col dialogo, in cui l’ONU e le organizzazioni regionali dovrebbero, se del caso, svolgere il loro ruolo. Esprimiamo anche il supporto al Gruppo di alto livello sull’Iniziativa sulla Libia dell’Unione Africana“. Queste dichiarazioni confermano un mio contestato articolo sull’atteggiamento “illegale“ della Nato e sulle discutibili affermazioni del presidente Napolitano.
Un atteggiamento quindi fortemente critico sull’intervento militare occidentale in Libia, tanto che i leader di Usa, Gran Bretagna e Francia (L’Italia non conta) si sono affrettati a giustificarsi scrivendo una lettera aperta, che afferma che la risoluzione n°1973 dell’Onu sulla Libia conferiva loro il potere di cercare il “cambio di regime” e che non si fermeranno fino a quando il regime di Gheddafi non sarà rovesciato. Questa disinvoltura con cui gli Stati Uniti e i loro partner europei hanno fatto e detto questo, dimostra una vera debolezza e ribadisce in realtà che i paesi del BRICS, ormai, sono una forza da non sottovalutare nella politica mondiale, anche armata.
Chiedono anche altre cose. La presidente brasiliana Dilma Roussef chiede che “il governo di Bm e Fmi non può essere una sistematica rotazione tra Stati Uniti ed Europa”, e che queste istituzioni internazionali siano gestite in accordo con il nuovo assetto dell’economia mondiale. Chiedono anche “una ampia riforma” delle Nazioni Unite “per renderle più efficaci, efficienti e rappresentative”.
Si prefiggono un accordo tra le banche di sviluppo dei paesi BRICS per aprire linee reciproche di crediti denominati, però, in valute locali, creando un paniere delle loro monete, e persino gli scambi commerciali tra la Cina e il Brasile potranno, ad esempio, essere regolati in yuan o in real o in rubli. Il Ministero russo dell’economia sta per emettere obbligazioni in yuan sul mercato di Hong Kong. Cioè in casa Brics. Si tratta di un passo ulteriore verso una maggiore indipendenza e diversificazione sui mercati finanziari. Certamente non tutto è ancora all’unisono e vi sono anche serie difficoltà di equilibrio, ma il cammino è stato intrapreso. Tanto da contrapporre politicamente questo G5 e presto G6 al nostro vecchio G7.
Chiedono la riforma del sistema monetario e finanziario internazionale, attraverso la creazione di un sistema allargato di monete di riserva, paniere composto oggi solo da dollaro, euro, sterlina e yen. Quattro monete indubbiamente in grande difficoltà. Pensate al default reale e non dichiarato della spesa pubblica americana, che anche lì ha raggiunto - ufficialmente - a dir loro, il 126% del Pil.
Propongono di limitare un potenziale “massiccio” afflusso di capitali dai paesi sviluppati, che potrebbe destabilizzare le economie emergenti a causa della grande liquidità creata dalla Federal reserve, che è andata in cerca di più alti profitti e speculazioni (quasi finiti in casa) nei paesi emergenti, provocando una spinta inflazionistica e aggravando certe bolle speculative, dall’immobiliare alle alimentari.
Insomma abbiamo di fronte un impero pericolosamente all’angolo. Un impero guerrafondaio, fortemente e paurosamente armato, senza rispetto per le regole internazionali di convivenza e pronto a far sopravvivere la sua egoistica egemonia ad ogni costo. Ma il mondo si sta organizzando, sta diventando multipolare, globalizzato, e non necessariamente neoliberale.
Bisognerà stare molto attenti a non partecipare agli ultimi colpi di coda. Perché il prossimo salto di “qualità” sarà la guerra per il monopolio mondiale dell’acqua e delle produzioni alimentari, avendo già l’impero il momentaneo “controllo” del petrolio mondiale al 70%.

 

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